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tenuto mitologico o pastorale; la tendenza comica prevalse nella x² metà del Seicento e diede luogo a i. d'ispirazione molieresca o anche regionale, con caricature più o meno spinte, esibizioni di servette e di zanni (servi) e con vario contributo coreografico, allo scopo di costituire un piacevole diversivo al melodramma e alla commedia : "per riposo dei rappresentanti e per diletto dell'udienza ". La storia del teatro a Bologna, Venezia e Napoli è particolarmente ricca d'i. Non mancano titoli gustosi: Basocco, La moglie a forza. Molti furono musicati da maestri celebri: cosi Il tutore fu musicato da Hasse, Trocolla da Pergolesi, Achille placato da Lotti. I. scritti da Goldoni ebbero musiche di Apolloni, Maccari, Sacchini. Raro l'i. in un'opera comica, come J tre gobbi, per il Pilasqlo di campagna di Galuppi. L'i. fu anche coltivato come genere a sé (p. es., dall'Accademia degli Instabili, nei primi del Settecento). I. furono le prime opere buffe italiane, il cui tipo perfetto è la Serva padrona di Pergolesi, rappresentata a Parigi nel 1752 (ma già nel 1729) con un successo che fece epoca. Ancora nel 1779 L'italiana a Londra di Cimarosa fu denominata "i. a cinque voci". I/i. settecentesco con musica, almeno due personaggi e spesso ballerini e mimi, è costruito in due atti (mentre la commedia ne ha tre e la farsa uno).

Oggi si dà questo nome alla composizione musicale che funge da collegamento e da interludio fra due tempi di uno stesso atto, spesso con carattere descrittivo e con pregevole sostanza melodica o sinfonica, nonché a pezzi per organo negli intervalli della Messa e delle funzioni sacre.

Bibl.: A. Della Corte, L'opera comica italiana del '7no, Torino 1923. Edgardo Carducci Agustini

INTERNAZIONALE. - Associazione costituita da intellettuali e da operai con lo scopo di coordinare internazionalmente la lotta anticapitalista. La "Lega dei comunisti" affermò fino dal 1848 le sue esigenze internazionalistiche. L'v Associazione internazionale dei lavoratori " si viene tuttavia realizzando soltanto tra il 1862 ed il 1864 . Storicamente si sono succedute o hanno coesistito tre I., più una quarta, rappresentata da Trotzkij, secessionista rispetto alla terza o Komintern, senza parlare dell'organizzazione più recente del Kominform (v.).
I. La prima I. - E detta per antonomasia 1^{′} "I." e fu costituita a Londra nell'autunno del 1864 a conclusione di contatti fra organizzazioni operaie francesi e inglesi avutisi in occasione dell'esposizione di Londra del 1862 e ai quali avevano poi preso parte rappresentanti di altri paesi, fra cui Marx. Un comitato organizzativo il 1° nov. 1864 approvò il programma e lo statuto, formulati da Marx, di una Lega internazionale dei lavoratori la quale doveva dirigere la lotta del proletariato nei vari pacsi e diffondere i principi del comunismo. Fu creato un consiglio generale, dove erano rappresentati gli operai dei vari paesi aderenti. Marx, rappresentante della Germania, ne fu l'elemento direttivo.

Nel primo Congresso (Ginevra 1866), vennero wanzionati tre principi fondamentali, formulati da Marx già nel 1864 nel suo Indirizzo inangurale, che formeranno il nucleo centrale delle discussioni nei successivi congressi : la liberazione dei lavoratori dalla schiavitù economica deve essere opera di loro stessi; collaborazione internazionale dei lavoratori e rifiuto di ogni politica bellicista; conquista del potere politico per dominare i mezai di produzione. A Ginevra si affacciarono le prime notevol di ergenze tra marxisti da un lato, e minorie pur forti correnti (fra cui i proudhonisti francesi dall'altro. Tuttavia Marx fece approvare un ordine del giorno che, oltre a trattare il lavoro dei minorenni, le leghe professionali, la riduzione delle ore di lavoro e la cooperazione, si esprimeva per la collaborazione internazionale dei lavoratori nella lotta fra capitale e lavoro. A Losanna (1867), dove vennero discussi i compiti politici del proletariato, sia sul piano interno che nel campo internazionale, la funzione dello Stato e il problema della guerra, le scissioni divennero più evidenti: se i marxisti, in maggioranza, fecero approvare la proposta di Marx che affermava la "necessità della lotta per la libertà politica ", fiera fu l'opposizione dei proudhonisti, in questo e nei successiv Congressi di Bruxelles ( 1868 ) e di Basilea ( 1869 ), ai principi di più accentuato comunismo, quale l'attribuzione allo Stato della proprietà della terra, dei mezai di produzione e di trasporto, o la concezione che vedeva nello sciopero un mezzo di lotta non solo per le conquiste sociali ma anche per evitare la guerra. Se anche a Basilea questi principi vennero ugualmente approvati, la sorte della prima I. era ormai segnata, tanto più che essa non riusci ad impedire la guerra del 1870 e la disfatta della Comune di Parigi nel 1871. Mentre ciascun gruppo di lavoratori tendeva a fare da sé, la scissione divenne completa al Congresso dell'Aia del 1872, dove i principi anarchici di Bakunin cozzarono contro la disciplina unitaria del comunismo marxista. Bakunin, espulso, costituì a St-lmer una propria I., con seguaci in Spagna e in Italia, giunse ad organizzare una insurrezione facilmente repressa nella Spagna meridionale ma si esaurì in breve. La I. "ortodossia" ebbe vita stentata; passato il Consiglio generale a Nuova York, dopo il Congresso (1874), nel 1876 a Filadelfia decise il suo generale scioglimento.
II. La seconda I. - La fine della prima I. non esaurì naturalmente il movimento associazionistico delle correnti socialiste dei vari paesi; in Germania prima, negli altri Stati più tardi, fra il 1872 e il 1888 si costituiscono forti partiti a comune tendenza social-democratica, diversi dalle comuni leghe operaie di resistenza, di cooperazione, di mutuo soccorso, ecc. Nel luglio 1889 venne creata a Parigi la seconda I., che collegava internazionalmente tutti questi partiti. Sin dal congresso costitutivo, essa propugnò la formazione di partiti politici proletari ed esortò ad evitare ogni intesa con i partiti borghesi, anche se rivoluzionari. Diversamente da quella precedente, essa non possedeva un potere centrale efficente.

Al Congresso di Bruxelles (1891), mentre venne riaffermata la necessità della lotta politica per la conquista dello Stato, fu sanzionata una volta di più l'esclusione degli anarchici. Seguirono poi i Congressi di Zurigo (1893), che prese posizione contro il militarismo, quello di Londra (1896), di Parigi (1900); ad Amsterdam nel 1904 venne continuata la discussione sul problema della guerra e della pace, che, ripresa nel 1907 al Congresso di Stoccarda, diede motivo al primo scontro tra la tendenza moderata, capeggiata da Bebel e Volmar, e quella intransigente cui aderivano Hervé, Lenin, Rosa Luxemburg. Quando Hervé si pronunciò contro ogni "patriotismo", Bebel e Volmar insorsero, dichiarando che i socialdemocratici avrebbero difeso la Germania in caso di attacco, Lenin e Rosa Luxemburg accentuarono la tesi di Hervé nel senso di proporre che, in caso di una guerra, i partiti socialisti ne affrettassero la fine per poi sfruttare la crisi successiva e determinare il crollo del capitalismo.

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Il Congresso non si mise d'accordo su questo punto e rimase diviso fra quelli che ritenevano necessario "difendere la patria e e quelli più estremisti che, al di sopra della patria, guardavano al trionfo del proletariato. Mentre più sensibili erano le minacce di guerra e i partiti socialisti erano impegnati ad evitarla, nel 1912 si riunì a Basilea un congresso straordinario che, nel ricordare l'attività sin allora spiegata dalla socialdemocrazia a favore della pace, esortava tutti i lavoratori a far pressione sui governi dei rispettivi paesi, perché adottassero una politica estera pacifica. Il destino Congresso che si doveva aprire a Vienna nell'ag. del 1914 aveva all'ordine del giorno il problema della pace. Esso non potè riunirsi e la guerra del ' 14 determinò la scissione completa della seconda I., in quanto le classi lavoratrici, contro un internazionalismo in quel momento puramente ideale e astratto, fecero prevalere l'esigenzo nazionale di difendere la patria, rinviando a dopo il conflitto il problema generale della guerra e della pace. Si notarono cosi tre tendenze : quella originaria, rivoluzionaria e comunista, contraria alla guerra; quella patriottica che vide schierarsi nel conflitto in Russia i socialrivoluzionari e i menscevichi di destra, in Inghilterra il Partito laburista, in Germania e in Austria la maggior parte dei socialdemocratici, in Francia il Partito socialista e, in Italia, una parte del Partito socialista, condotta da Mussolini (capulso dopo la fondazione del Popolo d'Italia, il 23 nov. 1914); infine una tendenza centrista (Kautsky e Adler, austriaci) la quale non si pronunciò né per la pace né per la guerra e costituì l'Unione internazionale socialista, che proseguirà ad avere il nome di seconda I. Dal 1914 in poi la seconda I. ha perso parte della sua importanza. Sui tentativi del socialista italiano Morgari di farla rivivere nelle Conferenze di Zimmerwald (sett. 1915) e di Kienthal (apr. 1916) ebbe il sopravvento la tendenza estremista che costituì la terza I. (né miglior sorte ebbe la proposta del comitato scandinavo di convocare un congresso a Stoccolma nel 1917, che non potè aver luogo per il rifiuto dei passaporti da parte degli alleati); nel 1919 cercò di riunirsi alla terza I., ma ne fu respinta, in quanto non ne accettò le condizioni. Seguirono le riunioni di Lucerna (ag. 1919) e di Ginevra (ag. 1920) ma senza risultati apprezzabili. Nel frattempo, i gruppi socialisti che non intendevano aderire né alla seconda né alla terza I., si riunirono nella cosiddetta I. di Vienna (Unione internazionale operaia dei partiti socialisti) che accoglieva nel suo seno i socialisti indipendenti tedeschi, i socialdemocratici austriaci e i laburisti inglesi. Nell'apr. 1922 cercarono questi di giungere a Berlino alla unificazione di tutte le organizzazioni del proletariato, ma anche questo tentativo falli. Fra il 1921 e il 1922 rappresentanti dei socialisti inglesi, francesi, tedeschi, italiani e belgi si riunirono a Parigi e quindi a Francoforte e approvarono le cosiddette "decisioni di Francoforte" che chiedevano l'annullamento dei debiti interalleati, la fine dell'occupazione interalleata di territori co-memici e la riduzione dei debiti di guerra tedeschi. Il 27 maggio 1923 gli aderenti alla seconda I. e alla I. di Vienna, riuniti ad Amburgo, decisero la fusione dei due organismi stabilendo - oltre l'esclusione dei comunisti - le condizioni per l'adesione di altri partiti o gruppi politici. La seconda I. cosi ricostituita, detta socialista di Amsterdam, da allora continuò a tenere periodiche riunioni, occupandosi dei più vari problemi: da quello delle 8 ore di lavoro alla riforma della legislazione sociale, da quello della pace a quello dell'espansione coloniale e delle materie prime. Alla sua influenza ed a quella dei vari partiti socialisti che ne facevano parte, viene attorn buito in parte il movimento per la pace che si espresse con gli accordi di Locarno (1925) e con il patto Kellogg (1928).

Per la bibl. vedi sotto al n. IV. Angelo Tamborra
III. Komintern. - Abbreviazione per «I. comunista ", come "Terza I. ".
I. Storia. - La scissione del movimento socialista internazionale fu causata particolarmente dall'atteggiamento assunto durante la prima guerra mondiale dai partiti socialisti dei vari paesi belligeranti. Quando questi partiti votarono nei Parlamenti a favore dei crediti per la guerra, sorsero, entro gli
stessi partiti, delle forti opposizioni. Delegati di questi gruppi delle opposizioni socialiste dei vari paesi belligeranti si riunirono dal 5 all's sett. 1915 a Zimmerwald, e dal 24 al 30 apr. 1916 a Kienthal nella Svizzera. Quantunque queste conferenze si riunissero in certo qual modosotto la direzione ideale degli emigrati russi viventi in Svizzera, Lenin, Trotskij e Radek, tuttavia questi non riuscirono a far accettare il loro postulato della trasformazione della guerra imperialista in una guerra civile, né ottennero il consenso alla formazione di una nuova I. Essi dovettero accontentarsi di definire il carattere imperialista della guerra, di condannare l'atteggiamento dei « socialpatrioti» e di esigere come programma una pace senza annessioni e senza riparazioni.

Un passo decisivo nello sviluppo teso verso la fondazione della Terza I. fu la Rivoluzione russa del nov. 1917. Quando il Partito dei lavoratori socialdemocratici russi, qualche tempo dopo la sua vittoria, nel VII Congresso (1918), cambiò il nome in quello di Partito comunista russo, si stabili anche il nome di Terza I., che doveva essere fondata, quindi, come "I. comunista ". L'effettiva fondazione dell'I. comunista avvenne nel suo I Congresso, al quale intervennero, dal 2 al 9 marzo 1919, rappresentanti di Europa, America, Cina e Corea. La presenza dei rappresentanti dell'Asia diede al Komintern, fin dalla fondazione, un aspetto caratteristico.

L'I. comunista appena fondata si mise subito all'opera, ossia iniziò immediatamente la lotta per raggiungere la sua meta, la rivoluzione mondiale: le agitazioni degli spartachisti in Germania (1919), la fondazione delle repubbliche sovietiche in Ungheria (marzo 1919) e Baviera (apr. 1919) sono sua opera. Importanza particolare ebbe per l'organizzazione interna del Komintern il II Congresso (19 luglio-6 ag. 1920), nel quale si manifestarono già alcune caratteristiche tattiche, ad es., la tendenza di Lenin di prevenire un duplice pericolo costituito da una parte dal "centrismo" (ala sinistra dei vari partiti socialdemocratici che desideravano aderire al Komintern), il quale poteva rappresentare un pericolo per lo spirito rivoluzionario, e dall'altra parte dal "radicalismo", che Lenin definì la "malattia infantile del comunismo" (ad es., i comunisti tedeschi, che diedero inizialmente prova di atteggiamento estremista). Di grande importanza furono pure le discussioni sulla questione agraria e sui problemi nazionali e coloniali. Quale politica del Komintern viene fissata la linea di vedere tanto nei contadini che negli "oppressi popoli coloniali» degli alleati del proletariato (contro Trotskij che considerò i contadini una "massa reazionaria» e contro Rosa Luxemburg che credette di poter ignorare la questione coloniale). Il sovvertimento rivoluzionario dei popoli coloniali era messo, fin da allora, in primo piano nella politica del Komintern, ciò che era tanto più comprensibile in quanto i tentativi rivoluzionari fatti in Europa non ottennero il successo sperato e l'assorbimento della classe proletaria, che nella sua maggioranza era socialdemocratica, non fece che scorsi progressi. Per attirare i lavoratori non comunisti, separandoli dai loro capi, il Komintern iniziò fin dal III Congresso (Mosca, 5 nov.: 5 dic. 1922), l'ultimo tenuto mentre era ancora in vita Lenin, la tattica del «fronte unitario». La crisi trotskista, scoppiata qualche tempo dopo la morte di Lenin entro il Partito comunista russo, si rifletté già sul V Congresso del Komintern ( 17 giugno-8 luglio 1924). Le lotte che allora ebbero inizio entro il Partito comunista dell'Unione Sovietica contro il trotskismo da una parte e dall'altra contro la deviazione verso destra, furono probabilmente anche la causa dell'interruzione di quattro anni tra il V e il VI Congresso del Komintern. Il VI Congresso ebbe luogo solo dopo il trionfo di Stalin su Trotskij, dal 17 luglio al 1° sett. 1928 a Mosca e confermò la decisione del XV Congresso del Partito comunista dell'Unione sovietica circa l'esclusione dell'opposizione trotskista. Importanza speciale acquistò questo congresso accettando la formulazione definitiva del programma e degli statuti del Komintern. In seguito, specie da quando Hitler giunse al

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potere in Germania, l'interesse principale del Komintern si volse alla lotta contro il fascismo e il nazionalsocialismo, mentre si ritornava soprattutto alla tattica del "fronte unitario " : così nel VII Congresso mondiale, nell'eg. 1935, che nella storia del Komintern viene considerato il " Congresso della vittoria del socialismo nell'U.R.S.S. e del fronte unitario proletario contro il fascismo e la guerra " All'epoca del VII Congresso il Komintern comprendeva 76 partiti (di cui 26 legali e so illegali). A questi partiti aderirono 3.141 .000 membri, di cui 785.000 nei paesi "capitalisti", gli altri nell'U.R.S.S. Da aggiungere 3.733 .000 membri delle organizzazioni comuniste giovanili.

Contro il Komintern, la Germania, l'Italia e il Giappone conclusero il patto antikomintern (Roma, 6 nov. 1937).
2. Organizzazione, programma e tattica. - Il Komintern è «un partito mondiale comunista unitario " che si compone dei "partiti comunisti dei vari paesi " (§ i degli statuti). Questo partito mondiale è legato da una "ferrea disciplina rivoluzionaria" (Grande enciclopedia sovietica, XXXIII [1938], col. 717); «tutte le risoluzioni del Congresso del Komintern, come pure le risoluzioni del comitato esecutivo, sono obbligatorie per tutti i partiti appartenenti al Komintern" (II II Congresso del Komintern, Vienna 1920, p. 114 sg.). Ma non soltanto le singole sezioni sono sottoposte, osservando la più rigorosa obbedienza, alla direzione del Komintern ma anche ogni singolo membro del partito comunista di un paese qualsiasi, in quanto una delle condizioni per essere membro precisa appunto che esso "si sottomette a qualunque risoluzione presa dal partito e dal Komintern" (Protocollo del VI Congresso mondiale del Komintern, IV, Amburgo s. d., p. 101). L'organo supremo del Komintern è il Congresso mondiale e, nell'intervallo tra i congressi, il Comitato esecutivo, le cui risoluzioni "sono obbligatorie per tutte le sezioni e devono essere eseguite immediatamente" (Statuti, § 13). Le singole sezioni possono levare proteste contro le deliberazioni del comitato esecutivo in occasione del successivo Congresso mondiale del Komintern, ma fino a quel momento queste deliberazioni devono essere eseguite. La sezione dirigente del Komintern è il Partito comunista dei bolscevichi dell'U.R.S.S., la cui posizione predominante è assicurata dal fatto che il numero dei rappresentanti di una sezione è stato calcolato in base al numero dei membri della sezione rappresentata e, come è già stato constatato, il Partito comunista dell'U.R.S.S. risulta di gran lunga il partito più forte.

Alla rigida unità di questo partito mondiale si mirava non solo mediante una cieca obbedienza alla direzione centrale, ma anche, fin dagli inizi, per mezzo di un servizio d'informazioni intenso e obbligatorio che da un lato partiva dalle singole sezioni per informare la centrale, e dall'altro legava reciprocamente le varie sezioni : "Le sezioni del Komintern, specie le sezioni dei paesi metropolitani e delle loro colonie, come pure le sezioni di due paesi confinanti, hanno da mantenere delle strette relazioni reciproche tanto organizzative che informative" (Protocollo... cit., p. 106). E precisamente questo punto che fa pensare ad una continuità che esiste, nonostante tutte le divergenze formali, tra Komintern e Kominform.

Nel suo programma il Komintern poggia completamente sulla base del marxismo-leninismo, insistendo quindi su tutte le differenze specifiche tra il marxismo leninista e quello della Seconda I. Anzitutto esso si oppone alla tesi del "revisionismo", secondo il quale il marxismo come sistema sociale ed economico può essere separato dalla sua base filosofica e concettuale : « Il Komintern difende e propaga il materia-
lismo dialettico di Marx ed Engels e lo applica, come metodo rivoluzionario della cognizione della realtà, per la sua trasformazione rivoluzionaria" (Protocollo... cit., p. 147). Inoltre il termine di marxismo significa, per il Komintern, essenzialmente la dottrina del capovolgimento violento, rivoluzionario dell'ordine sociale: "Basandosi sulle esperienze storiche del movimento proletario rivoluzionario di tutti i continenti e di tutti i popoli, il Komintern nella sua consapevolezza teorica e pratica poggia incondizionatamente sul marxismo rivoluzionario e la sua ulteriore evoluzione, il leninismo, il quale non è altro che il marxismo all'epoca dell'imperialismo e della rivoluzione proletaria" (ibid.). La conquista del potere da parte del proletariato, nel concetto del Komintern, non è «affatto una conquista concretatasi con l'aver ottenuto la maggioranza parlamentare... Il potere della borghesia non può essere spezzato che mediante la risoluta applicazione della violenza da parte del proletariato" (Protocollo... cit., p. 65 sg.).

Secondo l'art. I degli statuti, la meta di questa lotta è la "costituzione della dittatura mondiale del proletariato" e "la creazione di una federazione mondiale di repubbliche sovietiche socialiste per eliminare completamente le classi e realizzare il socialismo, la prima tappa della società comunista ".

Quantunque la formazione della società comunista, secondo il concetto del materialismo storico (v.), avverrà come risultato logico dell'evoluzione storica, tuttavia ciò si realizzerà non senza il concorso consapevole dell'uomo e, anzi, richiederà la lotta attiva, combattuta con tutte le energie, dei comunisti. "Un partito comunista deve, quindi, nella sua tendenza di avere solamente dei membri veramente attivi, chiedere da ognuno di loro che metta le sue forze e il suo tempo, per quanto possa disporne e considerando le condizioni in cui si trova, a disposizione del Partito e che dedichi ogni suo sforzo a favore di questo servizio" (Tesi e risoluzioni del 111 Congresso mondiale del Komintern, ed. dell'I. comunista, 1921. p. 110).

Per la strategia e tattica del Komintern era norma il principio leniniano dello sviluppo disuguale del capitalismo nei vari paesi. Secondo questo principio la vittoria del comunismo non sarebbe da concepire come un atto unico da realizzarsi simultaneamente in tutti i paesi, anzi ci si dovrebbe contrastare della possibilità che il socialismo si realizzi in pochi paesi o anche in un solo paese. Ma ciò non vuol dire che la direzione del Komintern, e Zinoviev in modo particolare, non fosse coerente, specie nei primi anni dopo la rivoluzione russa, dell'imminente avvento della rivoluzione mondiale. Anzi proprio in essa il Komintern aveva, per qualche tempo, visto l'unica via d'uscita dalle difficoltà interne della giovane Unione sovietica. Nella stessa misura però nella quale l'immediata realizzazione della rivoluzione mondiale si dimostrava impossibile, si ammetteva la possibilità dell'avvento del socialismo in un solo paese, e fu questo uno dei principali punti di contrasto fra Stalin e Trotskij, il quale puntava direttamente sulla rivoluzione mondiale.

Ma ciò non significava affatto una rinuncia alla rivoluzione mondiale, per la cui realizzazione si prendevano in considerazione due strade: lo scoppio di una guerra imperialista e la preparazione di singole rivoluzioni nei vari paesi. Quanto alla prima strada, si trattava semplicemente di sfruttare bene l'occasione che risulterebbe per il comunismo da una nuova guerra che portasse tutto il mondo borghese allo sfacelo e alla completa rovina. Nel secondo caso il compito principale si vedeva nell'assorbimento delle masse proletarie mediante la distruzione della socialdemocrazia. La dodicesima riunione plenaria del Comitato esecutivo del Komintern, dichiarò : "Solo quando il colpo principale sarà concentrato contro la socialdemocrazia, questo principale pilastro sociale della borghesia, si potrà sconfiggere ed abbattere con successo il maggiore nemico della classe proletaria : la borghesia" (L'I. comunista, 1932, 9-10, p. 384).

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A questa meta, di attirare le masse proletarie allontanandole dai loro capi socialdemocratici, devono servire specialmente due moxzi tattici: la tattica del "fronte unitario costruito dal basso" e la tattica delle "rivendicazioni contingenti». Nella tattica del fronte unitario si trattava solo apparentemente di un accordo con i capi della socialdemocrazia, mentre in realtà questo fronte unitario non doveva essere affatto una coalizione; esso non doveva essere costruito dall'alto, bensì dal basso. Il compito consisteva nella tattica di paralizzare tutti gli altri capi e di estrometterli smascherandoli come "mediocrità o o presentandoli come " vili ", come "ambiziosi" e "traditori sociali». In questo senso Molotov nella decima seduta plenaria del comitato esecutivo del Komintern, nel luglio 1929, insiatette su " l'importanza straordinaria della tattica del fronte unitario " nelle sue nuove forme, nella sua esatta esecuzione "dal basso", e precisd: "Ogni più che mai la tattica delle coalizioni tra organizzazioni rivoluzionarie e riformistiche è inammissibile e dannosa. Con tanto maggiore energia occorre insistere sull'importanza della lotta per il predominio dei partiti comunisti nelle azioni delle masse" (Protocollo della 10ᵃ seduta plenaria del Comitato esecutivo del Komintern, Amburgo s. d., p. 417). Nel VI Congresso mondiale del Komintern venne deciso: "L'inserimento della lotta contro la socialdemocrazia sposta il peso principale decisamente verso il fronte unitario organizzato dal basso, ma non dispensa i comunisti dal dovere di distinguere tra prolezori socialdemocratici mal guidati, e i capi della socialdemocrazia che hanno assunto la parte dei servitori dell'imperialismo" (Protocollo... cit., IV, p. 30).

Nella tattica delle rivendicazioni contingenti il comunista non si rivolge soltanto alle masse proletarie che egli cerca di radicalizzare, bensì anche alle masse non proletarie, alle quali si presenta come il più energico ed efficace difensore dei loro interessi; in questa tattica si nascondono con grande arte, caso per esso, quegli elementi del programma comunista che sono considerati inaccettabili, mentre viene presentata una rivendicazione parziale, tolta dal programma generale, come uno dei pilastri essenziali del programma comunista. Questo sistema si adoperò specialmente presso i contadini e i popoli coloniali. Di fronte ai contadini il programma del Komintern considera le seguenti rivendicazioni contingenti: "La politica delle tasse, l'indebitamento ipotecario, la lotta contro il capitale usurato, la mancanza di terre per i contadini poveri, il fitto, i diritti di usufrutto, ecc. Partendo da queste rivendicazioni parziali, il Partito comunista deve intensificare le sue richieste fino a riunirle nella parola d'ordine della confisca del latifondo ed in quella del governo degli operai e contadini" (Protocollo... cit., p. 98). In tal modo prima si promette tutto al contadino, dicendogli che egli riceverà tutta la terra, per poi collettivizzarla rapidamente, ossia per espropriarla di modo che il contadino finisse con perdere tutto. Così i comunisti trovarono sempre qualche cosa da offrire alle varie classi della popolazione: ai socialisti il marxismo e la lotta delle classi; ai democratici la "vera democrazia"; ai radicali la lotta contro l'oscurantismo della Chiesa e la secolarizzazione delle scuole; ai liberali la lotta per i diritti dell'uomo e in modo particolare per le libertà civiche (si ricordino, ad es., gli accenti liberali che la stampa comunista ancora di recente intonò in occasione del decreto del S. Uffizio contro il comunismo!), le quali libertà saranno in seguito sfruttate senza scrupoli per la propaganda comunista; ai nazionalisti e ai patrioti la più efficace rappresentanza degli interessi nazionali (ad es., la propaganda recentemente dai comunisti scatenata, nell'ambito della lotta contro il Piano Marshall, contro la parziale rinuncia alla sovranità), e persino ai fedeli cristiani l'idea della giustizia sociale e il pathos dell'universale "smer del prossimo", e, negli ultimi tempi, a tutti i popoli d'Europa stanchi delle guerre, la propaganda per la pace. Così tutti, senza desiderare esplicitamente l'avvento del comunismo, contribuiranno alla sua realizzazione.
3. Scioglimento. - Questo Partito mondiale dei comunisti, diretto centralisticamente da Mosca e teso
con ferrea disciplina verso la rcalizzazione della rivoluzione mondiale, doveva naturalmente rendere più difficile la collaborazione dell'Unione Sovietica con gli Alleati durante la seconda guerra mondiale. Per garantire, quindi, in tutti i paesi della coalizione anti-hitleriana "un generale rafforzamento nazionale e la mobilitazione delle masse a favore di una vittoria possibilmente rapida sul nemico -, il presidio del Komintern prese il 15 maggio 1943 la risoluzione di sciogliersi. Stalin stesso motivò lo scioglimento con la necessità da una parte di neutralizzare il patto anti-komintern e la propaganda con esso connessa, e dall'altra di eliminare ogni apparenza che i partiti comunisti nei vari paesi potessero agire solamente in base agli ordini ricevuti da Mosca.

Bols... Perezy Kongress Kominterna, mart 1515 g. (Prima congresso del K., marzo 1515), Mosca 1932; Vtoroj Kongress Kominterna, ijuI-august 15.10 g. (Sierando Congresso del K... luglio-ag. 1510), ivi 1934; Tretij Vsemirnyj Kongress Kommunistiċeskogo Internazionale (Terzo Congresso mondiale dell' Inter nazionale comunista), Pietrogrodn 1922; Ceteertry Kongress Kommunistiċeskogo Internazionale (Quarto Congresso dell'Internazionale comunista), Mosca 1923; Pjatyj Vsemirnyj Kongress Kommunistiċeskogo Internazionale (Quinta Congresso mondiale dell' Inter nazionale comunista), I-II, Mosca-Leningrado 1923; VI Kongress Kominterna, sypsch 1-6 (VI Congresso del K.), ivi 1929 (trad. tad. Protokoli des VI. Weltkongresses der Kommunistischen Internationale, Amburgo-Berlino s. d.); VII Vsemirnyj Kongress Kommunistiċeskogo Internacionala (VII Congresso mondiale dell'Internazionale comunista), s. 1, 1932; A. Tind-M. Chejmo, 10 let Kominterna v relcuijach i cifrach (10 anni del K. in rivoluzioni e rifre), Mosca-Leningrado 1929; A. Noronno, Bolchevistische Weltmachtpolitik. Die Pldne der 3. Internationale zur Revolutioiterung der Welt, Berna 1933; S. Gomner, Kommunistiċerbij Internacional (L'Internazionale comunista), in Grande enciclopedia sovietica, XXXIII (1938), coll. 714-824 (con bibl.); J. Lediz, Le K. vingt ans, in Lettres de Rome sur l'athéisme moderne, 3 (1939), pp. 133-40. Gustavo A. Wetter
IV. La quarta I. - Si è costituita in seguito al distacco dal Komintern della corrente estremista, rappresentata principalmente da Trotzkij. Quando, in seguito alla Rivoluzione di ott. (1917), i comunisti capi della terza I. presero il potere in Russia, essi ne sentirono tutto il peso e la responsabilità e furono costretti a piegare l'ideologia e i programmi rivoluzionari, all'interno e nel campo internazionale, alle esigenze della vita pratica. Questo sembrò a Trotzkij incompatibile con l'idea originaria di Marx e di Lenin, che vedevano il compiersi del comunismo solo in una rivoluzione mondiale e non, come intendeva Stalin, con il cosiddetto "comunismo in un sol paese" (cf. La révolution trahir, Parigi 1936).

Poco prima della morte di Lenin, contro le tendenze di accentuato burocratismo in seno al partito e allo Stato sovietico, imposte senza dubbio in quel particolare momento dalle esigenze della ricostruzione, Trotzkij l'8 marzo 1923 dirigeva al partito una lettera in cui chiedeva : libertà di discussione dei problemi politici ed economici; attuszione della democrazia nell'ambito del partito, con elezioni e non con nomine, libero sfogo alle forze giovanili, ecc. Stalin, per nulla propenso a far servire le forze dell'U.R.S.S. alla attuazione dell'idea della " rivoluzione permanente", in quanto investito di precise responsabilità di governo, a poco a poco, con una lotta durata ben cinque anni, escluse Trotzkij e la sua corrente da ogni attività politica. Relegato nel Kazakistan nel 1928, nel 1929 Trotzkij trovò rifugio all'estero. In Francia, egli fondb nel 1931 la "Lega comunista internazionalista" (i cosiddetti comunisti leninisti) che aveva a base della sua dottrina la "pura" e "sustentica" interpretazione del comunismo di Lenin contro l'adattamento di Stalin. Dal 1934 al 1936 le epurazioni ordinate da Stalin in seno al Partito comunista russo e alla terza I. accentuarono le secessioni degli oppositori a favore della quarta I. trotzkista, tanto che nel Congresso di Parigi del 1936 erano presenti oltre 600 delegati, esponenti di ca. 126 organizzazioni. La quarta

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1. accentuò così le sue tendenze estremiste e rivoluzionarie. Legata ad un'idea impersonata da Trotzkij, l'assassinio di quest'ultimo presso Città del Messico ( 20 ag. 1940) e la guerra mondiale sembrano aver tolto ad essa la possibilità di uno sviluppo vitale. Tuttavia alcuni gruppi dissidenti prendono tuttora qualche spunto da posizioni ideologiche trotzkiste.

Per la valutazione morale e religiosa di tutto questo movimento, v. bolscevismo; comunismo; socialismo.

Bibl.: Oltre le opere di C. Marx. Indirizzo inaugurale delI'I. La pretesa scissioni dell'I. L'Alleanza della democrazia socialista e l'Associazione I. dei lavoratori, in Opere, Roma-Milano 1809 sgg., cf. : W. Eichhoff, Die Internationale Arbeitsrassociation, Berlino 1868; G. Jacob, Die Internationale, Lipsia 1904; J. Guillaume, L'Internationale, documents et souvenirs, 3 voll., Parigi 1905; J. Stammhammer, Bibliographie des Sozialismus und Kommunismus, 3 voll., Jena 1893-1909; G. Domenico, L'I., I. Firenze 1911; A. Labriola, Il socialismo contemporaneo, Chinti 1914; anon., Dalla seconda alla terza I., Milano 1920; C. Pereyra, La tercera international, Madrid 1920; T. Mautello, Storia dell'I., 2 ed., Firenze 1921; M. Bakunin, L'idea anarchica e l'I., trad. it., Milano 1922; M. Ralea, Révolution et socialisme. Essai de bibliographie, Parigi 1923; G. Stalin, Problèmes de léninisme, ivi 1927; L. Trotzkij, The betrayed revolution, Londra 1930; M. Beer, Allgemeine Geschichte des Sozialismus und der sozial. Kämpfe, Berlino 1930; A. Rosenberg, Storia del bolscevismo, trad. it., Firenze 1933; E. Dallésno, Storia del movimento operaio, trad. it., 2 voll., Roma 1946-48; R. Schlesinger, The spirit of post-war Russia Soviet ideology, Londra 1947; G. A. Wetter, Il materialismo dialettico sovietico, Torino 1948; N. Giutti, Il pensiero di Leone Trotzkij, Firenze 1950; E. Hass, The socialist Labor party and the Internationals, Nuova York 1950. Per altra bibliografia v.: bolscevismo; comunismo; mass. carlo; socialismo; trotekij, Leone. Angelo Tamborra

INTERNAZIONALISMO : v. cosmopolitismo.
INTERNUNAZIO APOSTOLICO. - Il termine internuntius viene usato nei brevi di Leone X per designare un inviato che esercita l'ufficio di ambasciatore, fino a che il sovrano non abbia mandato l'ambasciatore vero e proprio : una specie di ambasciatore interino. 1. a. era chiamato pure chi faceva le veci del nunzio, in mancanza di esso e fino al suo arrivo.

Attualmente invece per i. a. s'intende un prelato, normalmente arcivescovo titolare, che viene inviato dal romano pontefice come suo rappresentante, con incarico permanente e carattere diplomatico, presso il capo di uno Stato (Nota della Segreteria di Stato, 8 maggio 1916, Fontes CIC, VIII, n. 6457, p. 487). L'i. a. differisce dal nunzio perché non è, come questo, equiparato al grade di ambasciatore, ma a quello di ministro plenipotenziario.

Il che vale unicamente per le prerogative di cerimoniale; le funzioni sono invece identiche a quelle del nunzio apostolico.

Dino Stafis
INTERPOLAZIONI. - Alterazioni introdotte in un testo tramandato. Nella scienza romanistica le i. sono le modificazioni apportate nei testi, legislativi e giurisprudenziali, normalmente per metterli al corrente con il diritto vigente all'epoca in cui l'alterazione fu fatta.

Poiché il maggior numero di tali modificazioni si riscontrano nel Corpus iuris civilis (v.), alle i., fin dall'epoca dei culti, fu dato il nome di emblemata Triboniani, da quello del quaestor sacri palatii di Giustiniano, che presiedette al lavoro della codificazione.

I primi ricercatori di i. furono appunto i culti, fra i quali sono da ricordare il Fabro, il Cuiacio, il Wissembach, l'Eckhard e il Meister, dei quali due ultimi fu esattamente detto che fondarono per i primi la dottrina delle i. Tale ricerca non fu però proseguita, giacché il Corpus iuris civilis era oggetto non di studio storico come oggi, ma serviva di base all'attività pratica (saus moderna Pandacarum). Un giurisca italiano, Ilario Ailbrandi (18231894) usò nei suoi scritti il metodo critico; e in Germania, verso la fine del secolo scorso, il Lenzi lo impiegò nella sua ricostruzione dell'Edictum perpetuum, mentre il Gradenwitz fissò, nella sua opera Die Interpolationen in den Pandekten (1887), i criteri scientifici per la ricerca.

Tali criteri, elaborati in Italia e fuori da una eletta schiera di romanisti sono, in sintesi, i seguenti : il testuale, lo storico, il logico, il logico-giuridico, il metodologico o sistematico, il filologico, l'esegetico, il diplomatico. L'uso di tali metodi di ricerca è quanto mai difficile e delicato e gli eccessi di ricercatori recenti hanno provocato la reazione, altrettanto esagerata talvolta, di coloro che intendono riconoscere una non grande importanza alle i.

Delle i. riscontrate nel Digesto è stato redatto un elenco, terminato nel 1933 (Index interpolationum quae in Justiniani Digestis inesse dicuntur). Un'opera poi da ricordare a parte è costituita dai Beiträge zur Kritik der röm. Rechtsquellen di G. Beseler, in cui sono segnalate moltissime i.

Per alterazioni, di altro genere, operate in fonti canoniche, v. Pseudoisidoro.

Bibl.: P. Bonfante, Storia del diritto romano. II. 3² ed., Roma 1934, p. 121 sgg.; E. Albertario, Introduzione storica allo studio del diritto romano giustinianeo, Milano 1935, p. 43 sgg., con ricchissima bibliografia; P. de Franciaci, Storia del diritto romano, III, i, ivi 1936, p. 286 sgg.; V. Arangio-Ruiz, Storia del diritto romano, 2² ed., Napoli 1947, p. 390 sgg.

Rodolfo Danieli
INTERPRETAZIONE. - Nel linguaggio giuridico è l'operazione logica che ha per oggetto la ricerca e la spiegazione del significato genuino della legge, allo scopo di misurarne l'estensione e precisarne l'efficienza pratica sui rapporti giuridici.

I. Dottrina generale. - L'ermeneutica legale è una funzione assai complessa, che è insieme arte e scienza : arte, in quanto usufruisce di un determinato sistema di regole; scienza, in quanto l'uso di tali regole suppone un processo logico che si sviluppa su principi scientifici.

Circa la natura di tale funzione si disputa sul piano dottrinale se nel processo ermeneutico l'oggetto della ricerca debba essere il contenuto oggettivo della norma (voluntas legis) quale risulta dalle parole, oppure il pensiero soggettivo del legislatore (mens, voluntas legislatoris). Le fonti romane favoriscono indubbiamente la prima ipotesi (D. 32, 1, 23, 1; 1, 3, 21; 14, 1, 1, 20); ma avvertono, nello stesso tempo, che la legge altro non è che la volontà dichiarata dal legislatore (D. 1, 1, 1), la quale si deve presumere espressa e contenuta nella formula verbale usata (nemo aestimandus est dixisse quod non mente agitaverit, D. 1, 3, 19), e che d'altronde la vera portata della legge, quale termine della conoscenza e dell'i., è qualche cosa che sta al di sopra del valore semplicemente filologico e grammaticale delle parole (scire leges non hoc est verba earum tenere, sed vim ac potestatem, D. 1, 3, 17; 1, 3, 29; C. 1, 14, 5).

In realtà, poiché la legge è per sua essenza una dichiarazione della volontà del legislatore, la funzione dell'i. altra non può essere che quella di ricostruire il più esattamente possibile questo stessa volontà. Ma poiché questa, in quanto dichiarata, si trova autenticamente espressa e contenuta in una determinata formula verbale, ne segue necessariamente che l'oggetto dell'i. è bensì la ricostruzione della volontà del legislatore, ma solo in quanto essa si trova espressa e contenuta nella formula verbale da lui usata. Interpretare la legge vuol dire, quindi, rivelarne il contenuto oggettivo attraverso il significato delle parole usate nella dichiarazione, in quanto si deve presumere che esse contengano ed esprimano ciò che il legislatore ha realmente inteso. Oggetto d'i. non è soltanto la norma obiettivamente oscura ed incerta, ma anche quella resa in termini chiari e precisi; inoltre, è soggetta ad i. non solo la norma legislativa, ma anche la consuetudinaria.

A seconda dell'organo da cui emana, l'i. si distingue in: autentica (o legislativa), che è fatta dallo stesso potere legislativo; giudiziale (o forense, giurisprudenziale), quella applicata dal giudice nelle sue sentenze; dottrinale, quella derivante dall'opera degli studiosi; visuale, quella indotta per consuetudine : «optima enim est legum interpres consuetudo» (D. 13, 47; CIC, can. 29).

L'i. autentica si caratterizza, rispetto alle altre, per

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l'efficacia obbligatoria con cui, alla pari della legge stessa, vincola tutti ad intendere ed applicare la norma nell'unico significato attribuitole dal legislatore. Per se stessa, però, non produce diritto nuovo ed è quindi per sua natura retroattiva, in quanto la sua efficacia si fa risalire al momento stesso in cui fu emanata la legge oggetto d'i. Ma se coarta od estende la norma oltre il significato proprio e comune delle espressioni, essa stessa viene a costituire una nuova norma, acquista il valore di legge a sé stante e non esercita perciò efficacia alcuna retroattiva.

L'i. giudiziale ha efficacia solo per le parti a cui è indirizzato la sentenza; nei confronti degli altri la sua efficacia è solo morale, più o meno rilevante a seconda dell'autorità del giudice, da cui promana. Anche se costantemente applicata in casi identici, non vincola la libertà degli altri magistrati di poter decidere diversamente, poiché l'auctoritas rerum similiter indicatarum e l'usa fori non sono fonti di diritto (v. GIURISPRUDENZA). Coscienza civile e serietà professionale esigono, tuttavia, che l'i. giudiziale sia il più possibile costante nel decidere gli stessi casi, onde evitare gli arbitri e le pericolose fluttuazioni, che si prestano alle frodi, urtano e dànno la sensazione dell'ingiustizia. Ad assicurare cotesta uniformità d'i. giudiziale provvedono, con funzione regolatrice, i tribunali di grado elevato (Corte di Coscioione e Suprema Tribunale della Segnatura Apostolica, rispettivamente per gli ordinamenti italiano e canonico).

La dottrina canonistica, in base al dettato del can. 17, fa dell'i. giudiziale una sottospecie dell'autentica, riconducendo sotto la figura di questa ogni i. che abbia valore obbligatorio. Tale attribuzione non sembra consono alle fonti e alla dottrina generale, non risulta prevalente nella dottrina canonistica anteriore al CIC, né sembra tampoco informata a rigore di logica giuridica, mancando nella i. giudiziale gli attributi essenziali dell'i. autentica.

L'i. dottrinale ha carattere del tutto privato, viene fatta dai competenti a scopo speculativo e scientifico e non ha altra autorità all'infuori di quella, del tutto morale, che le deriva dal credito estrinseco degli autori e dal valore intrinseco degli argomenti a cui si appoggia.

Né l'i. autentica, né quella usuale possono dirsi i. in senso proprio, poiché, al disopra del genuino concetto d'i., predomina nella prima il carattere di legge, nella seconda la figura della consuetudine.

In ragione del modo con cui vien fatta e dei sussidi tecnici di cui si avvale, l'i. si distingue in letterale (o grammaticale) e logica. Non si tratta in realtà di due figure distinte, ma di due momenti del processo interpretativo. La prima si basa sull'esegesi letterale delle parole, considerate nel loro testo e contesto, onde dedurne l'effettiva portata attraverso il significato proprio e comune delle medesime. La seconda, che subentra alla grammaticale rivelatasi inidonea e, in ogni caso, per controllarne i risultati, indaga e ricostruisce il significato della legge attraverso una indagine complessa, in base al ricorso ai motivi che hanno determinato il legislatore ad emanare la legge stessa (ratio o finis legis), alle varie circostanze concrete che l'hanno provocata (accasia legis), al nesso e parallelismo con altre leggi del medesimo sistema e, infine, all'intenzione soggettiva (mens) del legislatore. Si tratta, cioè, del ricorso ai vari criteri sussidiari, logicopsicologico, sistematico e storico, dei quali si avvale e sui quali si muove l'i. logica, corrispondenti, se si vuole, ad altrettante forme ausiliarie della medesima.

Si ha, cosi, i. logica in senso proprio (logico-psicologica) quando l'indagine va oltre il significato proprio delle parole o per ampliamento (estensiva) o per restrizione (restrittiva), per stabilire la portata oggettiva delle leggi in base ai loro motivi e intrinseche finalità e alla intensione del legislatore; sistematica, quando, allo stesso scopo, la singola norma è studiata in rapporto a tutto il sistema legislativo di cui fa parte; storico, quando la norma è posta a confronto con i suoi precedenti storici nel quadro evolutivo dell'istituto a cui appartiene, o è considerata in relazione alle varie circostanze che ne determinarono la nascita e lo sviluppo, quali possono desumersi, ad es., dai cosiddetti lavori preparatori rispetto ai codici italiani, e dagli schemata rispetto alla codifica-
sione canonica. Non si tratta, si ripete, di vere e proprie forme distinte d'i., ma di criteri o elementi sussidiari, che concorrono insieme a costituire le varie fasi dell'unico procedimento logico.

A seconda dei risultati a cui perviene, l'i. può essere o dichiarativa o innovativa (estensiva e restrittiva). E dichiarativa, quando i risultati dell'esame logico coincidono con quelli dell'esegesi letterale, e si dice meramente dichiarativa quando la coincidenza è data su parole per se stesse chiare ed univoche, dichiarativa-esplicativa quando, senza uscire dal valore proprio dei termini, risolve un conflitto tra esame logico ed esegesi letterale in rapporto ad espressioni dubbie od ambigue. L'esegesi letterale a sua volta si dice larga o stretta a seconda che, entro l'àmbito consentito dall'elasticità delle espressioni, aderisca più o meno rigorosamente al significato proprio delle medesime. E innovativa (modificativa, costitutiva) quando l'esame logico, forzando la proprietà dei termini, conduce ad un significato che amplia oppure restringe le espressioni oltre o al di sotto di quanto comporterebbe il significato proprio di esse. Ciò si effettua allo scopo di evitare alla legge gli inconvenienti di un senso assurdo o inconcludente, sul presupposto che il legislatore o abbia detto meno di quanto ha voluto (plus voluit, minus dixit), il che porta all'i. estensiva, oppure abbia voluto meno di quanto ha detto (minus voluit, plus dixit), il che dà luogo all'i. restrittiva. Quando la coartazione è tale da eludere in parte il significato proprio delle parole si ha la interpretatio abrogans, detta pure immutativa. L'i. innovativa e, a maggior ragione, l'immutativa non costituiscono i. in senso proprio: sono piuttosto nuove leggi, le quali, per aver efficacia generale, abbisognano di promulgazione formale e non esercitano valore retroattivo.

L'analogia o estensione analogica, che molti autori sogliono registrare accanto all'i. logica con il nome di i. analogica, non costituisce a rigore una vera e propria forma di i., ma è un procedimento a sé stante, sostanzialmente diverso dall'i. estensiva, volto a colmare le lacune e a supplire le deficienze del diritto oggettivo nei casi non previsti dal legislatore e non contemplati dalla legge (v. analogia). Consiste nell'estendere si predetti casi l'applicazione di leggi già esistenti (analogia legis) o di norme desunte dai principi generali ai quali s'informa l'ordinamento (analogia iuris), in base alla somiglianza che vi intercorre per l'identità della ratio legis o dei principi superiori a cui si ricollegano.

L'analogia non è ammessa nell'i. di un ius singulare e, a maggior ragione, in tutti i casi in cui non è ammessa l'i. estensiva, vale a dire nelle leggi penali e, in genere, nelle leggi che costituiscono eccezione ad altre leggi.

Il metodo comune per il procedimento interpretativo si riassume nelle due fasi o regole, più sopra esposte, dell'i. letterale e logica. In opposizione a questo, che è il classico e tradizionale metodo logico, pervenutoci dalla saggezza romana, vanno affermandosi oggi di altri metodi e procedimenti, profondamente diversi, quali il metodo della libera ricerca, lo storico-evolutivo e il positivo o teleologico puro, facenti capo alla cosiddetta scuola del diritto libero, i quali, sia pure per vie diverse, convengono, in genere, nel propugnare la cosiddetta i. evolutiva, ossia nel mantenere l'apparato legislativo in più diretto contatto con le multiformi manifestazioni della vita moderna, consentendo al giudice una maggiore discrezionalità o libertà di decidere secondo il dettato della sua coscienza, allo scopo di adattare la norma alle esigenze concrete sorte dopo l'emanazione di essa. Nulla da eccepire, se non esistesse il reale pericolo che, svincolando del tutto il giudice dall'imperativo della norma, possa venir meno quella oggettivita di giudizio che è la più sicura garanzia delle giustizia.
II. Diritto italiano. - Nel diritto italiano il modo d'interpretare le leggi è regolato nel primo comma dell'art. 12 delle "disposizioni sulla legge in generale "premesse al codice civile: "Nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse e dalla intenzione del legislatore».

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L'analogia, come fonte integrativa di eventuali lacune, è prevista sotto ambedue gli aspetti dell'analogia legale e giuridica. E stabilito, infatti, che "se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; se il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i principi generali dell'ordinamento giurid