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idico dei 1. p., questi, a norma del can. 1813 § 1, sono documenti pubblici ecclesiastici e perciò fanno piena fede anche in foro esterno. In foro laico fanno fede i libri dei battezzati e dei Matrimoni, soprattutto in quegli Stati dove il Matrimonio canonico

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(fat. Istituta di patologia del libro)
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(fat. Istituta di patologia del libro)
In alto: LEGATURA IN PELLE, prima del restauro.
In basso: LEGATURA IN PELLE, dopo il restauro.

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(1st. Museo civico di Torino)
(A. Iimstra: LES TRĖS BELLES HEURES DU DUC DE BERRY, f. 116. La Messa dei morti: nella lettera R Cristo giudice; sotto: benedizione della tutelae. (Miniatura attribuita a G. van Eyck, principio del sec. xv) - Torino, Museo civico. A destra: LIBRO D'ORE di Renata di Francia (sec. xv1) - Modena, Biblioteca Estense.

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FINIS.
Impurta e la prefente opera rofi con dili gentes emendata como di incunde caraffe in x legno ampia ne la inclua x flessioni fima cita de Fuisan per Mactius Losenco di Roff de Velionza me gli amó de la faba ta del mundo MCCCCC XCVIIA di sui. de Githibes. Regniente x confecamome x cum bumanica et felice x aeligerifilimo Pensope molles Plerade Eliveti Duta fes coedec Significa de infiungibile fede.
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(Int. Istituto di Patologia del libro) Libro - Explicit delle finistole di s. Gi rolamo, stampate a Ferrara nel 1497.
ha effetti civili. Alle altre attestazioni del parroco viene dato un valore derivante dalla fiducia nella diligenza con cui vengono compilate. Data questa funzione pubblica del parroco, che compie funzioni di neraio, risulta evidente l'importanza della perfetta tenuta dei l. p., una copia autentica dei quali viene ogni anno portata in Cu ria e ivi conservata, eccezione fatta per il libro de statu animorum.

Bibl.: Wernz-Vidal, II. p. 939 sgg.: I. Chelodi-P. Ciprotti, Ius canonicum de personis, Vicenza 1942, p. 339 sg.

Giorgio Franco

## LIBRI PENITENZIALI: v. PE-

NIENZIALI.

## LIBRI PROIBITI: v. INDICE

DEI LIBRI PROIBITI.

LIBRO. - Si dà propriamente questo nome al materiale scrittorio che, previa opportuna preparazione, viene usato per ricevere e diffondere l'espressione grafica del pensiero, eseguita a mano o con mezzi meccanici. A parte esempi di minor conto (seta, lastre di piombo, tavolette d'argilla, tavolette cerate) la materia scrittoria è rappresentata soprattutto, in progresso di tempo, dal papiro (v.), dalla pergamena (v.), dalla carta (v.) : esulano invece dal concetto di 1. i materiali epigrafici (marmo, bronzo), o anche gli stessi materiali librari quando siano usati per altro fine, anche se contengano la scrittura, come nel caso dei documenti.

La forma del 1. varia in ragione della materia usata : con il papiro predomina il rotolo (volumen), ottenuto mediante una lunga striscia di fogli, incollati l'uno accanto all'altro, che si avvolge intorno ad un bastoncello di legno o di avorio; con la pergamena, invece, il codice (codes), costituito dall'insieme di più fogli piegati nel mezzo a carriera e sovrapposti in modo da formare fascicoli di due (binio), tre (ternio), quattro (quaternio) o più fogli doppi. Questa forma, più pratica, si conservò anche dopo l'adozione della carta.

Nel primo periodo della sua storia, che va dai tempi più remoti alla metà del sec. xv, il 1. fu scritto a mano con strumenti e liquidi vari. La riproduzione dei testi si eseguiva in officine scrittorie (scriptoria) nelle quali lavoravano i copisti o amanuensi che costituivano una specie di artigianato: il loro lavoro era retribuito secondo norme che furono per la prima volta regolate in maniera definita nella Biblioteca di Alessandria durante il periodo ellenistico. Con il cristianesimo si ebbe però anche in questo campo un profondo mutamento soprattutto ad opera del monachesimo, cui spetta il merito di avere continuata e perfezionata la tradizione scrittoria e dottrinale; solo verso il sec. xit, col sorgere delle università, si tornò alla laicizzazione dei centri scrittori che doveva poi sempre più accentuarsi con l'Umanesimo ed il Rinascimento.

Al primo periodo, del 1. manoscritto, succede quello della stampa a caratteri mobili. Già si conosceva la tecnica dell'incisione di disegni e di figure a colori su matrici di legno per l'impressione su tessuti, su immagini reli-
giose e su carte da gioco. Si usarono anche stampi di legno con caratteri fissi per la riproduzione di quei particolari testi che portano il nome di libri xilografici o tabellari e che ebbero una limitata diffusione durante il sec. xv: ma essi non hanno alcuna relazione di dipendenza con la stampa a caratteri mobili, le cui prime manifestazioni sono della metà del sec. xv. L'inventore fu Giovanni Genfleisch, detto Gutenberg (v.) che operò soprattutto a Magonza. Dalla Germania la stampa (v. incomabulo) si diffuse rapidamente in tutta Europa, e prima che altrove in Italia, ove ben presto raggiunse un alto grado di perfezione (Subiaco, Roma, Venezia, Milano, Napoli, Firenze e molte altre città) ed ebbe la maggiore fioritura nel sec. xVI (v. blabo; giolito; giunta; manuzio). Nel Seicento il centro più attivo e più rinomato si ha nei Paesi Bassi (v. elzevier), ma nel secolo successivo tornano in onore la Francia (v. didot) e l'Italia (v. bodom!).

Nel sec. xix l'arte tipografica si industrializza, finché il Novecento rappresenta il trionfo pieno del macchinismo in tutte le manifestazioni dell'industria libraria. Recentemente, poi, la tecnica fotografica ha aperto un nuovo capitolo nella storia del 1. : soprattutto nelle biblioteche d'America, ove l'adozione del microfilm tende a sostituirsi agli stampati. Giova però osservare che tale sistema, di grande utilità in relazione allo spazio che permette di guadagnare, risulta poco adatto alla consultazione ove venga adottato per i. volumi di molte pagine o di grande formato. Esso, comunque, presuppone il 1. stampato.

L'interesse che il 1. suscita come una delle più importanti manifestazioni della civiltà, l'importanza che riveste per la diffusione del pensiero umano, le cure e le competenze speciali che richiede per la raccolta e la conservazione hanno fatto sorgere intorno ad esso una particolare disciplina, la bibliologia, la quale non soltanto
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(Int. Euc. Cati.) Libro - Divina Commedia: Paradiso, XXXII, 1-21, Edizione bodoniana curata da Jacopo Dionisi (Parma 1792) - Esemplare della Biblioteca Vaticana.

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Llbro - Malattie del 1: Contdi a: Micelio di Stemphylium botryosum Wallr.
ne studia la storia in relazione alla materia e agli strumenti scrittori, alla tecnica tipografica, all'ornamentazione (v. miniatura), alla legatura (v.), ma si occupa anche dei danni e del restauro, della tecnica editoriale, del commercio librario, della bibliofilia.

Le malattie del L. - Molteplici agenti di natura fisica e biologica possono modificare più o meno profondamente la struttura della materia scrittoria determinando alterazioni che possono rassomigliarsi a malattie, per certe affinità con gli stati morbosi propri degli organismi vegetali ed animali. Se ne può prevenire l'insorgenza con opportuna profilassi o se ne possono arrestare i progressi e gli sviluppi adottando tempestivamente rimedi adeguati alla natura dei processi da combattere.

I fattori climatici, cioè il complesso delle condizioni di umidità, temperatura, pressione, acrazione, insolazione, possono da soli provocare quelle alterazioni se superano certi massimi o certi minimi, o favorire la diffusione di specie biologiche nocive. Quando si parla di clima ci si riferisce a quello dell'ambiente in cui si conservano i l., e non a uno solo dei suoi agenti bensì a tutti ed ai loro mutui rapporti. Per garantire infatti al materiale librario uno stato igienico di conservazione occorre che la media della temperatura non superi i 18° o 20° mathrm{C}., a condizione che l'umidità relativa non superi il minimo del 40 \% ed il massimo del 65 \%. Al di là di questi limiti fibre, tessuti, incollaggi risentono degli eccessi e dei difetti di umidità. Lo stesso accade per gli squilibri permanenti degli altri fattori. Insetti, muffe e batteri vivono e si propagano più facilmente se trovano coefficienti termici ed igrometrici superiori alle medie anzidette.

Si è venuta cosl creando una tradizione di studi per i quali si ricercano cause, genesi e manifestazioni patologiche e i mezzi atti a prevenirle ed a combatterle. Fra gli agenti biologici si pone innanzi tutto l'uomo che, in quanto arrefice o utente del l., consapevolmente o inconsapevolmente arreca ad esso danni potenziali o reali, diretti o indiretti. Fin da epoca remota si hanno notizie di insetti voraci che danneggiano l. e scaffali. Solo però da che si è in grado di distinguere specie da specie, di studiarne le abitudini e le possibilità biologiche, si sono adottate misure profilattiche per prevenire la diffusione e nei casi di invasione si sono escogitati interventi atti ad assicurare energiche e rapide disinfestazioni.

Quasi tutte le alterazioni di natura microbica (pigmentazioni, vegetazioni lanuginose e granulari di vario colore, ecc.) vanno sotto il comune nome di muffe. Molte di esse sono effettivamente dovute all'azione specifica di funghi, ora solamente cromogena ora
cellulositica, ma che, secondo l'attuale orientamento, presuppone come preparatoria o concomitante l'azione batterica. Alcune specie sono esclusivamente carticole, altre ubiquitarie. Varia è anche la loro opera fibrolitica. Particolari cure parassitologi ed igienisti hanno rivolto alla diffusione di germi patogeni per mezzo del l. e alla sua contagiosità fra i lettori, senza però giungere a conclusioni concordi e definitive. Il l. può subire danni da cause traumatiche violente per effetto di infortuni : incendi, crolli, cataclismi vulcanici ed alluvionali, esplosioni, naufragi. Ne derivano ossidazioni, carbonizzazioni, schiacciamenti, abrasioni, spappolamenti, diluizioni.

Una volta accertata la natura, le cause e la genesi dei danni, con l'ausilio dei necessari mezzi sperimentali, si opera sul materiale in modo da arrestare i processi degenerativi in atto e da assicurare ad esso, mercé interventi riparatori, l'ulteriore conservazione. Si richiedono quindi indagini preliminari destinate a identificare gli agenti che hanno prodotto le alterazioni e ricerche sulla scelta dei rimedi da adottare : disinfestanti ed antisettici, reattivi decoloranti, azioni e sostanze detersive, possibilità di interventi totali o parziali.

Il restauro è costituito da un complesso di operazioni che richiedono tecniche speciali. Deriva da una antica tradizione artigiana che amava circondarsi di misteriosi segreti. Oggi, grazie ai progressi fatti ed alla collaborazione di sperimentatori, ai consueti empirismi si sono sostituiti procedimenti razionali. Tenendo rigoroso conto dello stato particolare del materiale, il restauro può essere totale o parziale. Esso deve realizzare la bonifica della materia, e non delle scritture, delle ornamentazioni e di qualsiasi segno vi abbia lasciato la mano dell'uomo. Richiede il maggiore senso di responsabilità ed il più assoluto e geloso rispetto della integrità morfologica e strutturale dei vari elementi che costituiscono il l. Va comunque considerato rimedio eccezionale, da adottare solo nei casi in cui sia gravemente compromessa la conservazione di un testo. Le operazioni di restauro che si eseguono successivamente sono : a) scucitura del l.; b) ripulitura, smacchiatura e lavaggio dei singoli fogli; c) rattoppo; d) spianamento; e) ricomposizione e cucitura; f ) rilegature e rifinitura. - Vedi tav. LXXXV.

Bibl.: F. Dupont, Histoire de l'imprimerie, 2 voll., Parigi 1854: E. Egger. Histoire du litre depuis ses origines jusqu'd nos jours, ivi 1880: Th. Birt, Das antike Buchwesen, Berlino 1882: W. S. Braminmon, A
bistory of the art of book-
binding, Londra 1894; W. Wattenbach, Das Schriftwesen im Mittelalter, 3² ed., Lipsia 1896: G. Fumagalli, Lexicon typographicum Italiae, Firenze 1905: C. Paoli, Programma scolastico di palengradia latina e di diplomatica, II, 3² ed., ivi 1913: W. Schubert, Das Buch bei den Griechen und Rönnern, 2² ed., Berlino 1921: Ch. Mortet, Les origines et les débats de l'imprimerie, d'après les recherches les plus récentes, Parigi 1922: Der Buchdruck des 15. Jahrhunderts, a cura della Wiegendruch-Gesellschaft, Berlino 1929 1930: F. Milbau, Handbuch der Bibliothekensiesenschaft, I, Lipsia 1931: S. Dahl, Histoire du litre de l'antiquité à nos jours, Parigi 1933: F. G. Kenyon, Books and readers in ancient Greece and Rome, Oxford 1933: G. Fumagalli, Bibliografia, 4² ed., Milano 1935.
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(fol. Istituto di Patologia del libro) Libro - Malattie del l.: Calotermes flavicollis.

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Sulle applicazioni del microfilm, cf. la relazione della conferenza del p. Anselmo M. Albareda tenuta il 22 nov. 1948 presso la Biblioteca Vaticana, in L'osservatore romano, del 1° dic. 1948, p. 2, coll. 1-2. - Per le malattie del I. ef. A. Gallo, Le malattie del l., Milano 1932: id., Patologia del l., in Bollettino dell'Istituto di patologia del l., 8 (1949), pp. 1-52 (con bibliografia). Alfonso Gallo

LIBRO DEI MORTI. - Denominazione con cui i primi egittologi indicarono una raccolta di formole, preghiere e inni religiosi scritta su rotoli di papiro che, a partire dal Nuovo Regno (sec. xvi a. C.) fino all'età greco-romana, gli Egiziani deponevano nel sarcofago dei loro defunti. Il L. dei m. fu redatto comunemente nelle grafic geroglifica e ieratica, mentre nei bassi tempi fu usata anche la demotica: nella maggioranza dei casi il testo è accompagnato da vignette illustrative, spesso a colori. Molti esemplari sono veri capolavori di precisione calligrafica e di vivacita pittorica. La silloge risulta dall'unione di capitoli o paragrafi disposti senza un ordine di successione logico. Il numero complessivo e spesso la successione dei capitoli varia da un esemplare all'altro; numerose anche le varianti del testo.

Lo scopo del L. dei m. era quello di fornire ai defunti un prontuario con il quale potessero affrontare le varie contingenze della vita ultraterrena. Il titolo della silloge equivale in egiziano a "l'uscita al giorno" e implica l'aspirazione fondamentale di poter uscire dall'oscurità della tomba per rivedere la luce del sole. I precedenti del L. dei m. si devono ricercare nei Testi delle Piramidi (formole funerarie trovate nelle tombe reali della V e VI dinastia e composte unicamente per i re) nelle quali si esaltava l'ascesa al cielo del sovrano defunto e la sua deificazione. Ugualmente importanti per stabilire la genesi del L. dei m. sono i formulari del Medio Regno noti sotto il nome di Testi dei sarcofagi, riservati ad una cerchia più ampia di persone.

Il L. dei m., che rivela un carattere più popolare, riserva una parte preponderante alle formole magiche destinate a eliminare un pericolo o a procurare un bene-
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(fol. Istituto di Patologia del libro)
LIBRO - L. etoso da termiti.
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(fol. Istituto di Patologia del libro)
Libro - Carta imbrunita per profonda ossidazione con restauro parziale.
ficio. Così si leggono le formole per potersi assicurare gli alimenti e le vivande, per proteggersi dai coccodrilli e dai serpenti, per conservare le membra intatte, per poter circolare liberamente nel regno dei morti, per "uscire al giorno", per farsi sostituire nelle coredes, per identificarsi con determinate divinità, ecc. Alcune invocazioni agli dèi assumono la forma di veri inni religiosi di notevole estensione : degne di nota le cosiddette "litanie di Osiride ".

Ma il capitolo più interessante dal punto di vista morale è riservato alla confessione negativa. L'idea fondamentale era quella secondo cui il defunto, per poter accedere al regno di Osiride, doveva "giustificarsi" dinanzi al dio stesso e ad una commissione di 42 giudici. Il giustificando, entrato nella sala del tribunale, enumerava le azioni peccaminose che non aveva commesso mentre il dio Thot verificava la veridicità della confessione su una bilancia recante da un lato il nome del defunto, dall'altro il simbolo della verità (psicostasia).

I peccati si possono ridurre a due categorie : contro gli dèi (p. es., non aver bestemmiato, non aver sottratto le offerte dai templi, non aver profanato i luoghi sacri, ecc.) e contro gli uomini (p. es., non aver ucciso, non aver commesso adulterio, non aver rubato, non aver falsificato pesi e misure, ecc.). Se il verdetto era favorevole il defunto veniva dichiarato "giusto di voce" e ammesso nel regno dei morti : in caso contrario la sua anima era divorata da un animale mostruoso e annientata per sempre. Naturalmente il possedere il L. dei m., con l'elenco completo dei singoli giudici e le invocazioni relative ad ognuno di essi, implicava de iure la buona riuscita del giudizio.

Alcuni capitoli infine descrivono e illustrano la vita nel regno di Osiride ove i "giusti di voce" sono intenti a coltivare campi prodigiosamente feraci.

Bta...: Edizioni : le prima ed. del L. dei m. fu condotta su un esemplare tolemaico (il più esteso che si conosca) del Museo Egizio di Torino da R. Lepsius, Das Todtenbuch der Ägypter, Lipsia 1842. Successivamente lo stesso autore pubblicò la più antica versione dedotta dai Testi dei sarcofagi, Berlino 1867. Infine fu edita la versione del Nuovo Regno: E. Naville, Das aegyptische Todtenbuch der XVIII. bis XX. Dynastie, 3 voll., Berlino 1886; E. A. Wallis Budge, The book of the Dead. The chapters of coming forth by day (testo e versione), 3 voll., Londra

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Libro dei morti - Papiro di Nes-Min, con scena del giudizio dell'anima (psicostasia. Sec. v ca. a. C.) - Vaticano, Musco Egizio.
1898. Per altre versioni e studi cf. I. A. Pratt, Ancient Egypt, Nuova York 1925. pp. 373-77; id., Ancient Egypt 1926-41, ivi 1942, pp. 259-60. Sergio Bonicco

LIBRO D'ORE. - Dal latino ecclesiastico «Horas» (le sette parti in cui è divisa l'ufficiatura divina) è un libro di devozione per uso dei fedeli caratterizzato dalla presenza del piccolo Ufficio della Vergine e dell'Ufficio dei defunti che ne costituiscono la parte essenziale. Composto in parte da testi liturgici provenienti dal Breviario, onde lo si potrebbe chiamare il Breviario del laico, il L. d'O. (in francese Livres d'Heures, inglese Prymer, spagnolo L. de Horas, tedesco Stundenbuch) fa parte dell'eucologia extraliturgica che ha alimentato la pietà dei fedeli negli ultimi secoli del medioevo e nei primi dell'evo moderno.
I. Origine e contenuto. - Il L. d'O. non deve essere confuso né con i Libelli precum o le Preces devotae, i cui prototipi risalgono all'eroe carolino (cf. ed. di A. Wilmart, Precum libelli quattuor aevi Karolini, Roma 1940; id., Manuel de prières de st fean Gualbert, in Rev. bénéd., 48 [1936], pp. 259-92, copia del sec. XI di un prototipo del sec. IX), né con il Salterio che è stato praticamente il libro di preghiera più comune fino a tutto il sec. xili. Da Cornelimünster e dalle grandi abbazie benedettine carolingie (riforma di s. Benedetto di Aniene) ebbe origine l'uso, reso poi quasi universale dall'influsso di Cluny, di aggiungere all'ufficiatura corale un certo numero di preghiere supplementari, come i sette salini penitenziali, le litanie dei santi, l'Ufficio dei defunti, il piccolo Ufficio della Vergine, suffragi in onore di Dio e dei santi. Sono appunto queste preghiere supplementari che diventeranno gli elementi essenziali del L. d'O., che nella tradizione manoscritta, sino alle prime edizioni a stampa della fine del sec. xv, si presentano con una ricca gamma di sfumature nei loro elementi costitutivi secondari. Solo con la stampa i vari tipi di L. d'O., a seconda del luogo della loro origine, assumono una fisionomia meglio determinata. All'origine il L. d'O. (fine sec. XII e xIII) cominciò ad essere un supplemento inserito alla fine del Salterio (rare volte al Messale, rarissime al Breviario) dal quale si staccò sul finire del sec. xili, dando cosí origine, con l'aggiunta di alcuni elementi nuovi, al vero L. d'O. che i copisti del sec. xv moltiplicarono in modo straordinario (sul finire della guerra dei Cento anni era di moda possedere un L. d'O.) e che i miniatori e gli editori del sec. xVI trasformarono in finissimi capolavori d'arte, d'una insuperabile gaiezza e vivezza di colori. Il Salterio - L. d'O. costituisce il punto di transizione dal Salterio propriamente detto al L. d'O. Da notare che le espressioni di Grandi o Piccole Ore (grandes o petites Heures) si riferiscono soltanto al formato.

Gli elementi essenziali del L. d'O. sono: 1) Il calendario, spesse volte scricchito dalla fantasia del copista; 2) i frammenti dei quattro Vangeli (fo. 1, 1-14; Lc. 1, 26-38; Mt. 2, 1-12; Mc. 16, 14-20); 3) le orazioni alla Vergine Obsecro te e O Intemerato, si trovano in quasi
tutti i manoscritti, ma in diverse redazioni; 4) il piccolo Ufficio della Vergine (Cursus oppure Hore Virginis Marie, donde il nome del libro) che ne è la parte essenziale. La struttura di questo Ufficio, di cui si hanno le prime notizie sul finire del sec. x, varia a seconda delle diocesi, abbazie o Ordini religiosi, ragione per cui va sempre studiato con particolare attenzione per conoscere il luogo d'origine del L. d'O. che lo contiene; 5) le Ore della Croce (Parvus ordo de Cruce e Ordo Magnus de Cruce); 6) le Ore dello Spirito Santo (Parce hore de Sancto Spiritu); 7) i sette salmi penitenziali (Psr. 6, 31, 37, 50, 101, 129, 142); 8) l'Ufficio dei defunti, di cui si hanno le prime testimonianze nel sec. IX. Anche la struttura di questo Ufficio varia da diocesi a diocesi, quindi va preso in considerazione per stabilire il luogo di origine del L. d'O., come si è detto per l'Ufficio della Vergine; 9) i suffragi (antifone, versetti e orazioni in onore di Dio e dei santi che nell'ufficiatura divina si recitano alle Lodi e ai Vespri; pochi nel sec. xI, sono straordinariamente numerosi nel sec. xIII); 10) le litanie dei santi (la presenza dei santi locali può servire per stabilire l'origine del libro). Gli elementi secondari o accessori, la cui presenza non è costante, sono: i) il Passio secondo s. Giovanni (18, 1-19, 42); 2) le gioie della Vergine, le sette richieste a Nostro Signore; 3) i 15 salmi graduali (Psr. 119-35); 4) il Salterio di s. Girolamo, cioè oltre un centinaio di versetti tolti dai salmi 5-142; 5) altre preghiere in latino o in volgare, alcune d'una toccante ingenuità, ma talvolta con carattere superstizioso; 6) testi addirittura profani, ecc. Spesse volte, ad onta della bellezza dei fregi e delle miniature, l'orisgrafia dei testi è molto difettosa; neppure le notissime Ore del duca di Berry vanno esenti da questa pecca. Da notare infine che la preparazione del L. d'O. era lasciata al libero arbitrio del committente o del copista, dato il suo carattere essenzialmente privato.

Bibl.: La migliore analisi del contenuto dei L. d'O. (non esclusa la loro ornamentazione) è dovuta a V. Leroquais, Les Livres d'Heures mss. de la Bibliothèque nationale, 3 voll., di cui uno di tavole, Parigi 1927 (cf. in particolare l'introduzione, pp. 1-Lxxxv): id., Un Livre d'Heures ms. de la collection Dutuit ou Petit Palais, estratto dai Trésors des bibl. de France, ivi 1930; id., Un Livre d'Heures ms. à l'usage de Mâcon, estratto da Annales de l'Aced. de Mâcon, Mâcon 1932; id., Les Peautiers mss. latins des bibliothèques publiques de France, 3 voll., di cui uno di tavole, Mâcon 1940-41 (cf. in particolare pp. viI, LxviI) (iè e passim descrizioni dei Salteri - L. d'O.); id., Suppléments aux Livres d'Heures mss. de la Bibliothèque nationale, Parigi 1943. Si veda inoltre: E. Bishop, Liturgica Historica, Oxford 1918, pp. 211-27 (On the origin of the Prymer); A. Wilmart, Delisle, in DACL. IV, i. coll. 543-46, 550-51, 556; H. Leclercq, Livres d'Heures, ibid. IX, u. coll. 1836-82. Per le edizioni a stampa, cfr. H. Buhatta, Bibliographie des Livres d'Heures (Horse B.M.V.), officia, lortuli animae, coronas B. M. V. Rosaria and corvus B.M.V. der XV. und XVI. Jahrhunderts, Vienna 1909 (2*ed. ivi 1924).
A. Pietro Frutes
II. ARTE. - Le miniature, molte a piena pagina, riempiono generalmente di ornati tutti i fogli dei L. d'O. o, oltre quelle religiose, sono notevoli quelle riferentisi ai mesi del calendario, con composizioni di genere allegorico-naturalistico nelle quali l'artista

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LIBRO D'ORE
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poteva logicamente esercitare con più libertà la sua fantasia, e i ritratti dei personaggi per i quali il libro veniva miniato. I L. d'O., infatti, risultano quasi sempre preparati per nobili e per regnanti, e meritatamente celebri sono quelli di artisti francesi e fiamminghi; ma anche quelli italiani (lombardi specialmente) sono da annoverare tra le migliori produzioni di questo genere.

Di quelle italiane si ricordano qui le Horae per Bianca Visconti (Monaco, Staatsbibliothek, cod. 23.215), ornate tra il 1350 e il 1378 da Giovanni di Benedetto da Como; a quelle afini - forse opera della stessa bottega - le altre della Biblioteca nazionale di Parigi (ms. lat. 757), miniate ca. il 1380; le Horae di Gian Galeazzo e Fil. Maria Visconti (Firenze, Biblioteca Landau-Finaly), con miniature di Giovannino e Salomone de' Grassi e artisti della prima metà del ' 400 ; e le Horae per Bona Sforza (ca. 1484-94; British Museum Addt. 34.294), con belle miniature, opera, forse, di Antonio da Monza. Dalla bottega fiorentina di Francesco di Antonio del Chierico sono invece uscite le Horae per Lorenzo il Magnifica (ca. 1490; Firenze, Biblioteca Laurenziana, Ashb. 1874), mentre ferraresi dei primi del ' 500 sono le Horae per Alfonso I d'Este, in una raccolta privata di Parigi.

Di quelle di scuola francese e fiamminga sono celebri le Heures de Jean Pucelle (seconda metà del sec. xiv; Parigi, raccolta M. de Rothschild); le Très riches Heures di Chantilly, opera degli inizi del ' 400 dovuta in gran parte ai fratelli de Limbourg (Chantilly, Museo Condé, ms. lat. 1284) ; delle trentanove grandi miniature, due medie e ventiquattro piccole di questi famosi miniaturisti fiamminghi, sono ammirevoli soprattutto quelle del Calendario, con rappresentazioni della vita cortigiana e rurale, piene di poesia e con dettagli naturalistici frutto di quell'osservazione diretta delle cose che caratterizzerà l'arte del xv sec.; le Grandes e le Petites Heures de fean de Berry e le Très Belles Heures de Bruxelles, opera di

Jacquemart de Hesdin, che risulta nel 1384 al servizio del famoso bibliofilo Jean de Berry; le Horae di Torino (Torino, Biblioteca nazionale; Principe Trivulzio e M. De Rothschild), con miniature che furono già ritenute quali prime opere di Jean Van Eyck e che rivelano raggiungimenti pittorici già tutti quattrocenteschi; le Grandes Heures de Rohan ( 1¹⁰ metà del sec. xv; Parigi, Bibliothèque nationale, ms. lat. 9471); le Horae d'Etienne Chevalier (Chantilly, Museo Condé e altrove), miniate ca. il 1455 da Jean Fouquet; le Horae di Adelaide di Sovaia dushessa di Bergogna (prima metà sec. xv; Chantilly, Museo Condé, ms. lat. 1362); un L. d'O. datato 1460 e decorato per Mary van Vronensteyn (o Voornesteyn), della scuola di Utrecht. Sulla fine del ' 400 , nella scia dell'arte del Fouquet, Jean Bourdichon miniava le Horae per Federico d'Aragona e Ferdinando I, re di Napoli (Parigi, Bibliothèque nationale, ms. lat. 10.532), le bellissime Horae per Anna di Bretagna (Parigi, Bibliothèque nationale, ms. lat. 9474), ricche di 49 miniature a piena pagina, più le 12 del calendario, oltre ad una meravigliosa fioritura di decorazioni. Della metà del sec. xvI si ricorda il Livre d'Heures dit de Jeanne ∫_{i o} Folle (o anche L. d'H. Hennessy), con miniature di scuola fiamminga, uno dei gioielli della Bibliothèque de Bourgogne a Bruxelles; e nella medesima Biblioteca, riferibili alla stessa mano, il Livre d'Heures d'un Tournaisien.

Un bell'esempio di miniatura inglese è quello offerto dalle Horae per John Lancaster, fratello di Enrico V (ca. 1414-35; Londra, British Museum).

Col sec. xvi ha termine la produzione delle Horae manoscritte e miniate e ad esse si sostituiscono quelle stampate, ornate da silograflo. - Vedi cfr. LXXXVI.

BibL.: T. De Marinis, s. v. in Enc. Ital., XXI (1934), pp. 6870; D. D. Egbert, The Grey Fitzpayn Hours, in The Art Bulletin, 1936, pp. 527-38; K. De Witt, Das Horarium der Katharina von Kleve, in Jahrbuch der preuss. Kunstsamml., 1937, pp. 114 123; R. Schilling, A book of hours from the Limbourg Atelier, in The Burlingtso Magazine, 1942, pp.1194-97; J. Porcher, Les grandes Heures de Rohan, Ginevra 1943; L. Reau, Les très riches Heures du Duc de Berry, in Bull. de la Soc. de l'hist. de l'art
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(da Comte Duretcu, Les très belles Heures du Patre-Emne du Duc Jean de Berry, Parigi 2827; Libro d'ore - A sinistra: Petites Heures du Duc de Berry (Angeli e s. Giovanni Battista). A destra: Grandes Heures du Duc de Berry (nozze di Cana).

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français, 1941-44. pp. 140-41; R. Schilling, An unbrown french book of hours, in The Burl. mag., 1944, pp. 20-24; G. Jerna, Il l. d'o. di Anna di Bretagna, Roma 1947; M. J. Porcher, Deux nouveaux feuillets du Livre d'Heures d'Etienne Chevalier, in Bulletin de la Soc. de l'hist. de l'art français, 1947-48, pp. 4948; L. M. J. Delaissé, Une production d'un atelier parisien et le caractère composite de certains livres d'Heures, in Scriptorium, 2 (1948), pp. 78-84; id., Le livre d'Heures de Mary van Vreuzesteyn, chef d'oeuvre inconnu d'un atelier d'Utrecht, achevé en 1460 , in Scriptorium, 3 (1949), pp. 230-43; J. Evans, A prototype of the Eleanor Crosses, in The Burl. Mag., 1949, pp. 96-99.

LIBRO SIRO-ROMANO. - E il nome attribuito dai moderni ad una compilazione giuridica orientale che, in differenti versioni, porta il titolo di Δ uxmó́ μ α τ α, di Leges saeculares e di Leges Constantini Theodosii Leonis. Il L. S. R. fu composto, secondo l'opinione più diffusa, in greco, secondo un'altra, in latino (l'originale è perduto), nella seconda metà del sec. v e, con ogni probabilità, doveva servire all'episcopalis audientia (v.), Le versioni siriache (Parigi e Londra) devono invece attribuirsi al sec. vir o viII. Le altre versioni esistenti sono una araba, una armena e tre aramaiche (Biblioteca Vaticana).

Redatto, come si è detto, con finalità pratiche e fors'anche per uso scolastico, esso presenta un nucleo originario di tus civile comprendente la trattazione dei quattro argomenti solitamente ravvicinati (dote, tutela, restitu mento, legato); cui seguono scarsi elementi di diritto penale, di diritto processuale civile e penale e di diritto amministrativo. Il manoscrito parigino presenta nella trattazione l'ordine del sistema salpiniano.

La prima edizione fu fatto dal Land (1862); la principale è quella di E. Sachau (Syrisch-römische Rechtsbücher, I, 1907, con trad. tedesca). La traduzione latina, opera del Ferrini, è stata ripubblicata, dopo la revisione di G. Furlani, in Fontes iuris romani anteinstiniani, II, Firenze 1940, pp. 759-98, con ampie indicazioni bibliografiche.

Bibl.: C. A. Nallino, Sul L. S. R. e sul presunto diritto siriaco, in Studi Burfante, I, Pavia 1930, p. 201 sgg.; P. de Francisci, Storia del diritto romano, III, t. Milano 1936, p. 237 sgg.; G. Scherillo - A. Dell'Oro, Manuale di storia del diritto romano, Milano 1950, p. 459 sgg.

Rodolfo Danieli
LICAONIA. - Regione interna dell'Asia Minore, costituita da un vasto altopiano (rooo m. s. m.), delimitato ad est dai monti della Frigia e dell'Isauria, a sud dal Tauro e a nord-est dalla Cappadocia. Il territorio, cosparso di laghi salati, stepposo e arido, fu sempre poco abitato. La regione non ebbe al principio un'autonomia politica, ma fu aggregata in tutto o in parte alle vicine province. Paolo e Barnaba, nel loro primo viaggio missionario, vi si rifugiarono, scacciati da Antiochia di Pisidia (Act. 13, 51-52) e ne evangelizzarono i principali centri : Iconio (Act. 14, 1-6), Listra e Derbe (ibid. 14, 6). La popolazione, incolta e politeista, pur conoscendo la lingua greca, seguitava a parlare il licaonio (ibid. 14, 8-12), antica lingua anatolica, di cui sono rimasti alcuni frammenti di iscrizioni.

Vecchia leggende su divinità autoctone, che i Greci assimilarono a Zeus e a Ermete e i Romani a Giove e Mercurio, e sulle loro relazioni con gli uomini, erano molto diffuse in L. La leggenda frigia dei due coniugi Filennone e Bauci, che per aver raccolto nella loro capanna Zeus e Ermete presentatisi in forme umane furono, in premio, cambiati in alberi immortali e divini (Ovidio, Metam., VIII, 621-725), spiega lo stato d'animo degli abitanti nel trattamento usato verso Paolo e Barnaba (Act. 14, 8-12). Nel secondo viaggio missionario Paolo, accompagnato da Sila, visitò le Chiese fondate, constatandone la ferma fede ed il continuo aumento (Act. 16, 1-4). V. LISTRA.

Biel.: E. Beurlier, Lycaonie, in DB, IV, coll. 437-40. Donato Baldi

LICGI(O), Giovanni, beato. - Predicatore domenicano, n. a Càccamo (Palermo) ca. il 1426, m. il 14 nov. 1511.

Quindicenne vesti l'abito religioso nel convento palermitano di S. Zita, ov'era superiore il b. Pietro Geremia, di cui L. proseguirà l'opera riformatrice, sia tra i religiosi sia nel popolo. Le sue predicazioni ebbero gran successo, specialmente in Sicilia. Fu anche a Vicenza. Nel 1487 fondò un convento domenicano nel suo paese natio. L'anno seguente venne eletto vicario della Congregazione riformata di Sicilia e nuovamente nel 1497.

Il suo culto fu confermato da Benedetto XIV, il 25 apr. 1753. Festa il 14 nov.

Bibl.: Année dominicaine, nuova ed. Lione 1906. Nov., II, pp. 497-506; G. Barnea, Vita del b. G. L. da C., Palermo 1911; M.-A. Coniglione, Il b. G. L. da C. (Note criture-biografiche). Palermo 1933; id. La provincia domenicana di Sicilia (Noiisie storiche documentati), Catania 1937, passim, specialmente pp. 80 87 e 100 -102.

Abele Redigonda
LICEITA. - L. è sinonimo di rispondenza di un comportamento a un tipo espresso in una regola.

1. LECTTO GIURIDICO. - Quando si parla di L nel linguaggio giuridico si vuole indicare che un determinato atto risponde alla legge positiva precipiente, probente o permittente, o si svolge in assenza del precetto o della proibizione nel campo giuridico.

Tenendo presente che atto giuridico è atto di libera volontà tanto dei privati, quanto delle State e degli enti pubblici minori, diretta a provocare ripercussioni nell'ambito delle relazioni sociali disciplinate dall'ordinamento giuridico positivo e quindi a produrre effetti giuridici, si può affermare che l. è un concetto che sta a indicare la conformita di un atto alla norma positiva, onde l'atto rappresenta lo svolgimento della situazione giuridica iniziale; se invece l'atto persegue una deviazione dalla situazione giuridica iniziale, cioè è contrario alla norma positiva, l'ordinamento positivo lo riprova e lo reprime. Nel primo caso l'atto giuridico è lecito, nel secondo illecito.

Si può anche affermare che l'ordinamento giuridico positivo, in quanto struttura di una organizzazione sociale, in quanto cioè prescrive doveri e attribuisce diritti, delimitando l'ambito di azione libera dei singoli e delle collettività, è legalità : libertà soggetta alla norma. A questa legalità a nessuno è lecitamente concesso di attestare, sia nel senso che si possa, senza che si venga puniti, invadere la sfera di libertà altrui od ostacolarne l'attuazione pratica, sia nel senso che sia permesso farsi giustizia da sé persino avendo la ragione della propria parte. Tuttavia, eccezionalmente, al singolo è riconosciuto il potere di autotutela, p. es., nell'ambito dell'ordinamento giuridico positivo italiano, il diritto di ritenzione (artt. 1151, 535, 1008, 1011, 975, 2994 co. 1°, 2794 cpr., 2761, 2040, 748 co. 4°, Cod. civ.), di recesso unilaterale (art. 1373 Cod. civ.), di incamarere la separta (art. 1385 Cod. civ.), di sospendere l'esecuzione della prestazione (art. 1461 Cod. civ.), di diffidare ad adempiere (art. 1454 Cod. civ.), a non fare (art. 896 Cod. civ.) e cosi via.
II. LECTTO GIURIDICO E LECTTO MORALE. - Ma non ogni lecito giuridico è anche un lecito morale. Occorre per rendersene conto rifarsi ai rapporti tra morale e diritto positivo. Quest'ultimo considera solo le azioni ad alterum nell'ambito della vita sociale e in rapporto al bonum commune, e le considera non da parte del soggetto, ma dell'oggetto, ossia formalmente verso altri, al contrario della morale, la quale, anche quando si interessa di ciò che si deve ad altri, considera sempre tale dovere per il suo valore intrasubiettivo, in ordine cioè alla propria coscienza e a Dio. Diverso è pertanto il concetto di obbligazione giuridica da quello di obbligazione morale, e cosi è diverso il concetto di assenza di obbligazione giuridica e quindi di lecito giuridico, da quello di assenza di obbligazione morale, e quindi di lecito morale. L'obbligazione giuridica attinge direttamente la condotta esterna rendendo il soggetto direttamente responsabile di fronte alla società (in fòro esterno). L'obbligazione morale va oltre e lega formalmente la coscienza, impe-

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gnandola direttamente verso Dio (in fòro interno). Accade quindi spesso che ciò che è lecito giuridicamente non sia lecito moralmente, perchć, sebbene il soggetto non abbia un'obbligazione giuridica di cui deve rispondere di fronte alla società ecclesiastica o civile, ha tuttavia un'obbligazione morale di cui dovrà rispondere di fronte alla propria coscienza ed a Dio. Ciò non implica contraddizione fra le due categorie, bensi semplice distinzione, in quanto il lecito giuridico dice assenza di vincolo e di impedimento ad agire sotto il solo aspetto del diritto, mentre il lecito morale implica conformità alla norma anche sotto gli altri aspetti, che il diritto non considera. Per concludere : perchć un'azione sia moralmente lecita non basta che non sia lesiva del diritto e della giustizia, ma occorre che non sia lesiva di nessuna norma di ordine morale (diritto naturale, diritto divinopositivo e diritto ecclesiastico, nei casi di lecito giuridico civile). Al contrario un'azione moralmente illecita non è perciò stesso contraria al diritto ed alla giustizia.

Tutto ció è naturalmente incomprensibile per altre concezioni, che o tendono a confondere la morale con il diritto, o tendono invece a separarli (Thomasio, Kant) o addirittura ad opporli tra loro (Fichte). Si, il fine immediato e proprio del diritto è diverso, ma non contrario all'ordine etico e la finale convergenza del diritto e della morale si ha in virtù dello stesso principio sul quale poggia il diritto, per cui, derivando dal diritto naturale e quindi dall'ordine etico, non può non tendere obiettivamente, come a un fine ultimo, al fine stesso cui è rivolto l'ordinamento etico. Da quanto si è esposto segua ancora che ogni obbligazione derivante all'uomo dall'ordine giuridico positivo deve tener conto della legge divina che c la base necessaria dell'obbligazione morale e il fondamento quindi dello stesso ordine giuridico positivo.

Quindi, perché lo Stato possa far nascere un vero e proprio obbligo di coscienza, è necessario che il contenuto delle sue leggi sia conforme alle leggi divine, naturale e positiva, in modo da non vincolare gli uomini a compiere un'azione contraria alle leggi di Dio.

Quando tutto ciò si sia tenuto presente, si può parlare di atto lecito in maniera assoluta e nell'ordine giuridico e nell'ordine etico. E si tratta di l. oggettiva.

Soggettivamente, la 1. riguarda ciò che la coscienza (norma di moralità soggettiva) comanda, proibisce a permette con certezza. Se vi è il dubbio, e dubbio pratico, circa la l. dell'azione, l'azione non è più lecita. Occorre prima risolvere il dubbio pratico secondo le norme dettate dai sistemi morali (v. coscienza; sistemi morali).

BibL.: F. Filomusi-Guelfi, Enciclopedia giundica, 7² ed., Napoli 1917, p. 30; J. Salumans, Droit et morale, Dénnibologie juridique, Bruges 1924, p. 428 e passim; R. De Ruggero-F. Maroi, Istituzioni di diritta pricato, 1, Milano 1942, p. 96; F. Carnelutti, Teoria generale del diritto, Roma 1946, p. 210; F. Messineo, Manuale di diritta civile e commerciale, I, Milano 1930, pp. 14-162.

Francesco Ercolani-Pietro Palazzini
LICENZA. - Grado accademico che le università e facoltà ecclesiastiche concedono agli studenti ecclesiastici o laici che, compiuti gli studi richiesti nella rispettiva disciplina, hanno dato prova di essere idonei ad insegnare nelle scuole che non conferiscono i gradi accademici.

Sorta più o meno contemporaneamente verso la prima metà del sec. xim nelle maggiori università medievali, soprattutto di diritto e di teologia, con fini tra loro analoghi, solo attraverso un lento sviluppo divento: un istituto distinto dal dottorato, del quale costituì in seguito, e costituisce tuttora, un gradino. Attualmente è regolata dalla cost. Deus scientiarum Dominus, del 24 maggio 1931, dalle Ordinationes della S. Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi del 12 giugno 1931, e nella Dichiarazione della medesima del 23 maggio 1948; ed è indispensabile per poter ascendere, generalmente dopo un solo anno, al dottorato. Possono conferirla esclusivamente le facoltà canonicamente erette e in tutte le discipline in cui si conferisce la laurea (v.), secondo i rispettivi statuti resi conformi ai citati documenti apostolici. La l. viene conferita unicamente in nome del sommo
pontefice o, durante la sede vacante, della S. Sede. A differenza di quanto avviene per la laurea, non si conferisce 1. ad honorem.

Per conseguire la 1. si richiedono: 1) il felice esito negli esami di tutte le singole discipline proprie del grado, per le quali è richiesta assolutamente la frequenza; senza esami e senza la detta frequenza (protrario almeno per i due terzi dell'anno o del semestre, qualora l'anno sia diviso in semestri scolastici distinti) il conferimento del grado è invalido di diritto; ciò vale anche per coloro che passano legittimamente ad altra facoltà ; 2) un esame particolare da farsi alla fine del corso che precede immediatamente la 1. stessa e comprendente più discipline scolastiche (per la teologie, il diritto canonico e la filosofia detto esame deve comprendere tutte le materie specificamente proprie delle rispettive tre facoltà); 3) la prestazione di un breve lavoro scritto che dimostri la capacità del candidato al lavoro scientifico; 4) un esame scritto su qualche punto scelto da una qualunque delle materie di tutto il corso scolastico; 5) la partecipazione alle cosiddette esercitazioni pratiche, ossia a lavori di investigazione scientifica sotto la guida di un professore. Per ricevere l'attestato della 1. il candidato deve emettere a norma del can. 1406 § i n. 8 del CIC la professione di fede. Va tenuta presente la Dichiarazione del 23 maggio 1948 che - partendo dalla constatazione del fatto che per la 1., come regolata dalla costituzione di Pio XI e delle Ordinationes del 1931, è praticamente richiesto quanto prima del 1931 era proprio della laurea - concede alla medesima 1., conseguita dopo d'allora, tutti gli effetti giuridici che fino allora produceva la stessa laurea. Questa è tuttavia ancora indispensabile per chi è designato professore in una facoltà che conferisce i gradi accademici; per gli uditori della S. R. Rota a norma del can. 1598 § 2 del CIC. Pertanto in tutti i casi nei quali il CIC richiede la laurea (generalmente per alcuni uffici e benefici ecclesiastici) basta oggi la sola 1. (v. anche laurea).

BibL.: cost. Deus scientiarum Dominus del 24 maggio 1931, in AAS, 23 (1931), pp. 241-62; Ordinationes della S. Congr. dei Seminari e delle Università degli studi del 12 giugno 1931. ibid., 23 (1931), pp. 263-80; Declaratio della medesima Congr., del 23 maggio 1948, ibid., 40 (1948), p. 260; P. Dezza, De effectibus iuridicis licentiae et laureae, in Periodica de re morali, canonica, liturgica, 37 (1948), pp. 278-83. Lorenzo Simeone

LICHETO (Lecheto), Francesco. - Teologo scotista e ministro generale dei Frati Minori, n. a Lovere (Bergamo), m. a Budapest il 15 sett. 1520. Insegnò teologia a Brescia e dal 1509 al 1512 interpretò pubblicamente le opere di Scoto a Napoli.

I suoi commentari sui primi tre libri dell'Op. Oxonieuse ed i Quodlibet dal 1512 in poi furono pubblicati ripetutamente e introdotti anche nelle edizioni degli Opera ounio di Scoto. Al Capitolo generale di Lione, I'1 I luglio 1518 , fu eletto ministro generale. Ebbe il compito di eseguire le disposizioni di Leone X riguardanti l'unione tra i diversi rami riformati dell'Ordine. In breve tempo visito le province d'Italia, Francia, Germania, Boemia e Polonia; riorganizzò gli studi e combatté Lutero. Leone X lo nominò nunzio e commissario apostolico con l'incarico di raccogliere fondi per il compimento della basilica di S. Pietro. Dopo aver presieduto il Capitolo provinciale di Cracovia si recò a Budapest, ove giunse già gravemente ammalato.

BibL.: Wadding, Annales, XVI (1933); Sbaralea, I, p. 276; M. Bihl, De die emortuali p. Francisci Licheti, in Archivum Franciscanum Historicum, 5 (1912), pp. 780-781; id., Relatio de ministro gen. Francisco L. capitulum provinciale Cracoviae celebrante. ibid., 27 (1934), pp. 466-530; C. Minarik, De provincia Bo. kenciae a Pr. Francisco L. ministro gen. visitata atque de hoius obito, ibid., pp. 452-65. Gedeone Gal

LICHOW, PREVETTURA APOSTLICA di. - Nella provincia civile del Hunan, nella Cina centrale. Eretta il 6 maggio 1931, per divisione del vicariato apostolico di Changteh (v.), è affidata, come la missione madre, all'Ordine degli Eremiti di S. Agostino, che vi manda, per il lavoro apostolico, i padri della

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provincia del S.mo Nome di Gesù nelle Filippine. Dipende direttamente dalla S. Sede.

Ha una estensione di 15.200 kmq . Al 30 giugno 1950, su una popolazione di ca. 2.000 .000 di ab., i cattolici erano 6203, serviti da 9 sacerdoti regolari e 2 secolari, con 8 parrocchie e 34 chiese. Il personale ausiliario consta di 8 suore e 9 catechisti.

BibL.: AAS. 24 (1932), p. 46; GM. pp. 201-202; MC. 1950, pp. 368-69; Archivio S. Congr. de Prop. Fide, Relazione L., 1950.

Adamo Pucci
LICHUDI, Gioannicio e Sofronio. - Monaci bizantini, n. a Cefalonia: Gioannicio nel 1633, Sofronio nel 1652. Studiarono a Venezia, poi nell'Università di Padova, dove conseguirono la laurea. Nel 1685 furono dal patriarca Dositeo inviati in Russia, e vi rimasero fino alla loro morte. Il patriarca Gioachino affidò loro nel 1685 l'Accademia di Mosca, che prese il nome di "Academia grecoslava". Sospettati nella loro dottrina e nella loro politica filoturca, furono internati nel monastero di Novopasskij (1689); di là mandati al monastero di Ipatiev (1704) e due anni più tardi (1706) a quello di Novgorod. Sofronio fu richiamato a Mosca nel 1707, e Gioannicio nel 1716, morendovi il 7 ag. 1717; Sofronio morì a Novopasskij nel giugno 1730.

I L. rappresentano a Mosca la tradizione bizantina, contro la tendenza filocattolica di Kiev e contro il protestantesimo più o meno larrato della scuola di Torfane Prokopovič. Appena arrivati a Mosca provocarono la controversia intorno all'epiclesi, contro Simeone di Polock e Silvestro Medvjeilev. La controversia finì cinque anni più tardi con la vittoria dei fratelli L. e la condanna a morte di Medvjedev, decapitato nel febbr. del 1691. A questa lotta appartiene l'opera greca dei L. a titolo "Axioc ( 1685-87 ), tradotta poi in slavo e pubblicata negli Ctenija Obsest. Istor. Mosk. Univ. (1896, pp. 538577). Contro i protestanti composero al tempo del loro esilio (1698-1704) L'eresia luterana (edita dal Cvetsev [Tsvetajev], Monum. Protest. in Russia, Mosca 1880). Contro i cattolici redassero nel 1690 i «Dialoghi tra un professore ed un gesuita - con il titolo Meč duchennyi ( Spada spirituale; stampato a Kazan', 1866-67). Inoltre i L. sono autori di numerosi altri lavori letterari e pedagogici elencati dal loro biografo Smentskovskii.

BibL.: M. Jugie, Likhoudès (les frères), in DThC, IX, coll. 757-60; J. Ledit, Russie, ibid., XIV, coll. 312-24; M. Smentaovskij, Bratija L., Pietroburgo 1899.

Maurizio Gordillo
LICIA. - Regione peninsulare dell'Asia Minore sud-occidentale, costituita nell'interno da un altopiano impervio e scarso di popolazione, e alla periferia da catene di montagne, scendenti ripide sul mare. La L. confina a ovest con la Caria, ad est con la Panfilia e a nord con la Frigia. La sua importanza storica nell'età preellenistica e romana è attestata dalla presenza del nome in iscrizioni egiziane, hittite e di el-'Amārnah.

È ricordata fra i paesi ai quali il console Lucio inviò una lettera in favore dei Giudei (I Mach. 15, 33). Nell'età romana fu favorito da Augusto e nel 43 d. C. Claudio riunì la L. e la Panfilia in una sola provincia. Nell'antichità, le navi che salpavano dalle coste fenicia o egiziana facevano spesso scalo alle città di Mira, la capitale, o di Patara, più ad occidente, per cercarvi riparo alle tempeste mosse dai venti di ovest. S. Paolo, nell'ultimo suo viaggio a Gerusalemme, imbarcatosi a Mileto, passò per Cos e per Rodi e poi sbarcò a Patara, presso la foce del Xantus, dove trovò subito una nave a destinazione della Fenicia (Act. 21, 1-4). Nel viaggio che lo condusse prigioniero per l'Italia (ibid. 27, 1), imbarcatosi a Cesarea, approdò a Mira, dove fu trasbordato in una nave che proveniva da Alessandria e proseguiva per l'Italia.

BibL.: G. Corradi, s. v. in Enc. Ital., XXI, pp. 90-91; E. Beurlier, Lycie, in DB, IV, coll. 440-42.

Donato Baldi

LICINIANO di Cartagena. Fiorito negli aa. 582-602. Secondo le scarse notizie raccolte presso s. Isidoro e negli scritti di L. egli fu vescovo di Cartago Spartaria (oggi Cartagena nella Spagna).

Fra le sue lettere ne rimangono tre: De libro regularum ad s. Gregorium papam urbis Romar; ad Epiphanium dinconum; ad Vincentium episcopum Ebositanae Insulae. L. fu espulso e