modo che prima del diluvio fosse stata dispensata dal Signore; anzi la stessa creazione dell'uomo e della donna è la prova del contrario. Dopo il diluvio fu ammessa la poligamia per la moltiplicazione del popolo eletto ed essa venne contemplata anche nella legge mosaica; non è mai stata invece ammessa la poliandria. Gesù Cristo riconduce il matrimonio alla unità originaria: « Quicumque dimiserit usorem nom... et aliena duxerit moechatur, et qui dimissam duxerit, moechatur» (Mt. 19, 9), come è confermato anche da s. Paolo (I Cor. 7, 10-11).
La storia di questo impedimento è strettamente collegata con la storia dell'indissolubilità (v.) del vincolo. Nel sec. xir sorse questione fra le scuole di Parigi e di Bologna se il matrimonio rato soltanto fosse perfectum oppure semplicemente initiatum; e se il medesimo costituisse impedimentum ligaminis in caso di successivo matrimonio consumato. La teoria, che affermava che il matrimonio non fosse perfetto prima della consumazione, fu condannata dai pontefici Alessandro III e Innocenzo III.
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Durante la riforma furono sostenute due teorie estremistiche, ugualmente erronee: Calvino affermava che gli stessi patriarchi del Vecchio Testamento erano rei di adulterio per aver avuto più mogli, e Lutero sosteneva che non vi era proibizione esplicita contro la poligamia; e con il parere favorevole di vari teologi protestanti riconobbe al langitavio d'Assia, Filippo, la facoltà di contrarre il matrimonio con altra donna durante l'esistenza del primo vincolo.
Quest'impedimento è di diritto divino naturale e positivo, e non può essere dispensato dal Sommo Pontefice.
II. Nel diritto canonico. - Per l'esistenza dellimpedimento del I. si richiede la validità del matrimonio contratto precedentemente, sia consumato sia rato soltanto, e l'esistenza vera ed obbiettiva del medesimo per non essere stato legittimamente disciolto: di conseguenza, è invalido anche il matrimonio contratto nell'erronea convinzione della soluzione del precedente per morte di uno dei coniugi, anche se il primo sia rato soltanto ed il secondo anche consumata, mentre è valido il nuovo matrimonio contratto dai coniugi nell'ignoranza della soluzione del vincolo precedente.
Per contrarre un nuovo vincolo occorre la nullità o la soluzione del vincolo precedente. Questa seconda, per il matrimonio consumato, si ha con la morte di un coniuge o in forza del Privilegio paolino (v.) per il matrimonio degli infedeli, di cui uno si converta; per il matrimonio rato (v. matrimonio) con la solenne professione religiosa o con la dispensa pontificia. Il CIC ammonisce esplicitamente sulla necessità di accertare la nullità o la soluzione del vincolo precedente: Quamvis prius matrimonium sit irritum aut solutum qualibet ex causa, non ideo licet aliud contrahere, antequam de prioris nullitate aut solutione legitime et certo constiterit (can. 1069 § 2). La certezza morale della nullità si ha con la duplice sentenza conforme dichiarativa dell'invalidità, pronunciata dall'autorità ecclesiastica (can. 1987), escezion fatta per le nullità evidenti, comprovabili a tenore del can. 1990, per la dichiarazione delle quali è sufficiente un'unica pronuncia senza bisogno delle formalità del processo. Non hanno alcun valore a questo fine le decisioni dei tribunali civili o di autorità scismatiche od eretiche. La prova della dispensa del matrimonio rato e non consumato e del diritto di contrarre un nuovo vincolo in forza del Privilegio paolino deve esser fornita con documenti autentici. Per la prova della soluzione per morte di un coniuge v. morte.
In caso di nuovo matrimonio celebrato in buona o mala fede, quando l'altro coniuge viva, o si dubiti seriamente dal suo decesso, valgono le seguenti considerazioni :
1) se il primo coniuge è ancora in vita, il secondo matrimonio è invalido per diritto divino, anche se la morte fosse stata dichiarata con sentenza giudiziale o con un certificato autentico. Di conseguenza, qualora dopo la celebrazione in buona o mala fede di un secondo matrimonio, venga alla luce che il primo coniuge è ancora in vita, i pseudo-coniugi debbono separarsi e si deve ristabilire la vita coniugale del vincolo precedente, a meno che una causa giustifichi la separazione: ciò anche se il primo matrimonio sia rato soltanto, ed il secondo consumato; 2) se i coniugi siano in buona fede sullo scioglimento del vincolo precedente, è consigliabile non influire sul loro convincimento della sua validità, fino a che non sia scondata in maniera certa l'esistenza in vita del primo coniuge; 3) anche se il secondo matrimonio sia stato celebrato in buona fede vivente il primo coniuge, dopo la morte di questo le seconde nozze non divengono valide, ma occorre la rinnovazione del consenso; 4) se il secondo matrimonio sia stato celebrato in mala fede con la persona, con la quale è stato commesso l'adulterio, in caso di soluzione del vincolo precedente le parti possono contrarre senza una speciale dispensa dall'impedimentum criminis (v. crimine).
La cause sulla bigamia sono di competenza del giudice ecclesiastico, poiché l'esistenza del crimine dipende dalla validità del primo matrimonio, materia di esclusiva competenza della Chiesa per i matrimoni dei battezzati.
La punizione del delitto di bigamia è di foro misto (can. 2198).
III. Nel Codice civile. - Anche gli ordinamenti civili ammettono l'esistenza di questo impedimento. L'art. 86 del Cod. civile italiano statuisce che «non può contrarre matrimonio chi è vincolato da un matrimonio precedente». E evidente che il vincolo precedente dev'essere valido, ancorché ciò non sia espressamente detto dalla legge. La prova della libertà di stato dev'essere fornita secondo le norme dell'ordinamento dello stato civile (R. D. 9 luglio 1939, n. 1238). Il Codice contempla, inoltre, il caso della libertà di stato presunta e statuisce all'art. 65: "Divenuta eseguibile la sentenza che dichiara la morte presunta, il coniuge può contrarre nuovo matrimonio»: in questo caso però cessa soltanto l'efficacia impediente del vincolo precedente, non quella dirimente, poiché a tenore dell'art. 68 è nullo il secondo matrimonio "qualora la persona della quale fu dichiarata la morte presunta ritorni o ne sia accertata l'esistenza». In questo caso il Codice fa salvi gli effetti civili del matrimonio dichiarato nullo. E da rilevare, inoltre, che la nullità del matrimonio non può essere pronunciata nel caso in cui sia accertata la morte anche se avvenuta in una data posteriore a quella del nuovo matrimonio, e cioè quando il vincolo precedente non era ancora sciolto.
Gravi pene commina il Codice penale (artt. 536-37) per il delitto di bigamia (v.).
BNL.: T. Sanchez, De matrimonio, 1614; A. Reiffenstuel, Ius canonicum universum, 1746; F. S. Wernz, Ius decretalium. 4 voll., 1912; Wernz-Vidal, V. p. 301 sgg.; A. VermeerschJ. Gleusen, Epitome Iuris Canonici, II, Malines-Roma 1924, nn. 342-43; P. Gasparri, De matrimonio, I, Città del Vaticano 1932, n. 332 sgg.; F. M. Cappello, De matrimonio, Torino 1939; I. Chelodi-P. Ciproni, Ius canonicum de matrimonio, Vicenza 1947, p. 87 sgg.
Giulio Pacelli
LIGURIA. - I. Geografia. - E, tra le regioni italiane, la meno estesa ( 5411 kmq .), ma una delle più densamente popolate e delle più importanti economicamente. Corrisponde al versante meridionale delle Alpi e degli Appennini liguri, con piccoli lembi di quello settentrionale, e costituisce perciò il naturale sbocco sul Mediterraneo non solo della parte più ricca della pianura padana, ma anche di un notevole settore dell'Europa centrale.
La montagna incombe ripida su di una costa rocciosa o chiusa su angusti lembi di spiaggia. Il suolo coltivabile è scarso, ma mirabilmente messo a profitto (frutta, primizie, fiori, ortaggi); commerci (porti, ferrovie) e industrie (navali, metallurgiche, meccaniche, tessili) animano l'attività di una popolazione quasi tutta addensata (appena il 10 \% di popolazione sparsa, in L.) sulla ristretta cimosa litoranea. Con la finitima Lombardia, la L. è l'unica regione italiana nella quale la percentuale più elevata della popolazione attiva sia riferibile all'attività industriale ( 38 \% ). Il clima mitissimo e l'amenità del paesaggio fanno di questa regione un seguito di rinomate stazioni climatiche invernali ed estive. I centri abitati maggiori corrispondono in genere ad insediamenti romani: due di essi superano i 100 mila ab. e costituiscono l'uno il più attivo porto commerciale (Genova), l'altro (La Spezia) il primo porto militare d'Italia.
| Provincia e capoluoghi (popolazione del 1949 in 1000 ab.) | Numero dei comuni | Superficie in Km. | Popolazione | |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| | | | Censimento 1936 | begin{gathered} text { Valutazione } \ 1° text { genn. } 1949 \ text { assoluta densità } \ text { 1000ab. } 2 mathrm{Km} . end{gathered} |
| Genova (673) | 67 | 1823 | 867.608 | 887 | 476,4 |
| Imperia (30) | 61 | 1153 | 138.470 | 159 | 134,1 |
| La Spezia (124) | 32 | 885 | 221.634 | 238 | 230,4 |
| Savona (72) | 69 | 1548 | 219.108 | 234 | 141,8 |
| L. | 229 | 5411 | 1.466 .820 | 1518 | 288 |
BibL.: I. Barberis, La L., lezioni di geografia regionale, Genova 1925; S. Grande, La L., Torino 1929; L. V. Bertarelli, Guida d'Italia del T.C.I.: L., 2ᵃ ed., Milano 1933. Giuseppe Caraci
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(prop. Enc. Catt.)
Liguita - 1) Confini di Stato; 2) confini di regione; 3) confini di provincia; 4) confini di circoscrizione ecclesiastica; 5) strade; 6) ferrovie; 7) oratori; 8) picvi; 9) badie.
II. Storia. - La regione prende nome dall'antica popolazione dei Liguri, di stirpe mediterranea, che occupò molti secoli prima del in a. C. (quando i Romani iniziarono l'avanzata verso il settentrione) una larga parte dell'Italia settentrionale e della Francia meridionale, spingendosi anche nella penisola iberica; nell'antichità romana il nome di L. si estendeva anche alla valle padana a sud del Po e ad oriente, all'alta valle del Taro e alla media valle della Trebbia; entro questi confini la L. costitui la IX Regio Augustea; al tempo di Diocleziano la L. comprese anche tutto l'attuale Piemonte e gran parte della Lombardia; poi venne via via restringendosi fino a comprendere, come ora, solo quasi tutto il versante tirrenico delle Alpi e dell'Appennino, dal bacino della Roia a quello della Magra.
Divisa ora nelle tre provincie di Imperia, Genova e La Spezia, comprende i vescovati di Ventimiglia (istituito nel sec. vi), di Albenga (già esistente nel v sec.), di Noli (istituto nel 1239, poi abolito), di Vado (dal 680 , e poi di Savona dal 999), di Genova (che si fa risalire nella tradizione a s. Barnaba e fu sede metropolitana dal sec. XII, di Chiavari, di Brugnato (sulla strada SpeziaBracco) istituito nel 1133, poi modificato nel sec. xix nel vescovato di Luni-Sarzana ed ora nel vescovato di La Spezia; fino al 1768 dipendevano dal metropolita di Genova anche i vescovati della Corsica e fino al 1860 il vescovo di Nizza.
Incerta è l'epoca dell'entrata del cristianesimo nella L., considerata nella sua attuale estensione; è leggenda quello che si ripete della venuta di s. Barnaba, dei s. Nazario e Celso e poi di s. Calimero, vescovo di Milano, dei ss. Marcellino, Vincenzo e Donnino; pare che nessuna persecuzione vi abbia infierito, perché anche i liguri s. Secondo e s. Calo-
gero subirono il martirio fuori della regione; si parla anche di s. Lorenzo, che nel venire dalla Spagna a Roma si sarebbe fermato a Genova, verso il 260 , nel luogo dove sarebbe poi stata eretta la Cattedrale genovese, consacrata nel sec. xir. E certo però che il cristianesimo già vi fioriva tra il in e il iv sec.
La storia della L., intesa nei confini moderni, è la storia locale delle singole città e delle singole valli; i Liguri, antichi abitatori del paese, si frazionarono essi stessi in tribù, in gran parte fra loro indipendenti, p. es., gli Ingauni (centro Albenga), gli Intemelii (centro Ventimiglia), i Sabates (forse centro Savona), i Tigulii (centro Sestri Levante), i Liguri Montani ed altri, senza contare le tribù liguri della valle del Po. La romanizzazione avvenne attraverso la fondazione della colonia romana di Genna (prima del 218 a. C.) e poi attraverso le guerre, alcune assai ardue, nel in sec. a. C.; verso il 150 tutta la riviera si poteva dire in possesso romano collegata per via marittima coi principali porti del Tirreno, ma per terra unita al resto del mondo romano per mezzo della Via Postumia ( 148 a. C.), per Libarna, Deriona, Iria ( = Voghera) e Piacenza e più tardi, e poco prima del 100 a. C., per mezzo della Via Aemilia Scouri, che per Aquae Statiellae ( = Acqui) scendeva a Vada Sabatia ( = Vado). La via costiera, già tracciata per singoli tratti da popoli riviereschi, ebbe nel i sec. a. C. e poi all'età di Augusto il suo completo sviluppo, prima fra Luni e Genova, e fu detta per estensione Via Aurelia, e poi fra Genua e Nicaea ( = Nizza) e va sotto il nome di Folia Augusta.
Oscure le notizie sulla L. marittima nel primo medioevo; fu saccheggiata da Eruli e Goti e infine dai Longobardi, che ne fecero, come è probabile, un ducato; oscure anche le vicende dei primi vescovati liguri, dove certamente non ebbero presa i moti ereticali dei primi secoli e specialmente l'arianesimo; anzi, in quei tempi Genova diventa rifugio dei cattolici.
Nel sec. x la L. è divisa in tre Marche: Arduinica
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A sinistra: LA CATTEDRALE DI ALBENGA (sec. x-xII, con successive trasformazioni). Il campanile è del sec. xv. A destra: VIA PALMA - S. Remo.
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(occidente), Aleramica (centro), Obertenga (oriente), poi frazionate nei secc. XI e XII dal feudalesimo; se non che i diritti dei marchesi e dei conti trovano poi l'ostacolo maggiore nell'opposizione dei vescovi finché sorgono i nuovi organismi comunali e specialmente quello di Genova, che tende ad ottenere il primato sugli altri centri abitati dalla riviera. In tale opera di espansione il comune di Genova s in accordo con il suo vescovo, che non esita a sottrarre, quando il comune si sia affermato sui vicini, chiese appartenenti ad altre circoscrizioni per sottoporle alla propria. Come avvenne, p. es., nel sec. xir delle chiese di Portovenere, occupate dai Genovesi e sottratte al vescovo di Luni e trasferite al vescovo di Genova; e lotte notevoli si combatterono, soprattutto sulla riviera di ponente, intorno a Ventimiglia e a S. Romo, nelle quali l'autorità dei vescovi fu implicata nelle lotte feudali e comunali; né sempre i rapporti col papato furono tranquilli, come dimostrano gli interdetti contro Genova dei secc. xiri e xv e quelli contro Savona del sec. xiv; nel 1453 Paolo da Campo Fregoso è contemporaneamente cardinale arcivescovo e doge della Repubblica genovese. Intervenne poi nelle lotte fra Genova e le altre piccole repubbliche marinare di ponente (e in primo luogo Savona) la protezione degli imperatori a questa o a quella città, finché nel 1528 , sottomessa Savona, lo Stato genovese poté dirsi esteso ad ambedue le riviere. Nel sec. xviri i Savoia cominciarono ad affermare il loro dominio. E dopo le guerre napoleoniche e la restaurazione, nel 1815 la L. entrò a far parte del Regno di Sardegna.
La schiera dei santi liguri non è molto numerosa: noti nel sec. iv o v s. Ampelio, anacoreta, e poi s. Venento, e una serie di santi nel xv e xvi sec. e ancora s. Leonardo da Porto Maurizio; si notano anche s. Siro, vescovo di Genova, nel vi sec. e il beato Giacomo da Varagine ( = Varazzo), vescovo e scrittore del sec. xiri.
Una sessantina di santuari, dei quali molti raccolti sulle montagne che dominano il mare o nelle vallate dell'interno: uno dei più antichi è senza dubbio il santuario della Madonna di Saviore, presso Monterosso al mare, che si fa risalire al sec. viri; altri risalgono al sec. xir, come quello di N. Signora del Monte presso Genova e il santuario della Coronata a Cernigliano Ligure; altri al sec. xiv, come S. Bartolomeo degli Armeni a Genova e il santuario dell'Acqua Santa presso Voltri; o al sec. xv come il Santuario di N. Signora d'Oregina in Genova; al sec. xvi appartengono il santuario di S. Maria di Montallegro presso Rapallo con annesso ospizio per pellegrini; e ancora più tardi il santuario di N. Signora della Vittoria, presso il colle dei Giovi; quelli della Madonna di Lampedusa presso Castellaro di Taggia, e della Madonna del Soccorso a Pietra Ligure; la Madonna della Guardia sopra Arma di Taggia; il santuario di S. Lucia presso Borghetto S. Spirito, e il santuario della Madonna della Guardia fra Varazze e Cogoleto.
Bres.: G. B. Semeria, Storia ecclesiastica di Genova e della L. dai tempi apostolici fino all'anno 1838, Torino 1838; anon.. Secoli cristiani della L., 2 voll., ivi 1843; G. Poggi, Le due riviere, ossia la L. maritima nell'epoca romana, Genova 1901; A. Issel, L. preistorica, 2² ed., Genova 1908; id., Genova preromana, romana e medievale, Genova 1914; E. Pais, Intorno
alla conquista e alla romanizzazione della L. e della Transpadana occidentale, Roma 1918; L. Giordano, Vie liguri e romane fra Vado e Ventimiglia, Albenga 1932; Lanzoni, pp. 834-45; P. Accame, Instrumentum episcoporum Albingaanensium, ivi 1935; N. Lamboglia, L. romana, I, Roma 1939; A. Calderini, La L. diadicoianca, in Rite. Stud. Lie., 10 (1944), p. 3 sg.; A. Perretti, I primordi del cristianesimo in L.. in Atti Soc. Lie. Storia Patria, 39 (1927), p. 708 sg.; G. Alessio, Il nome dei Liguri, in Rite. Stud. Lie., 13 (1947), pp. 113 sg.; v. poi in genere i libri e i periodici dell'istituto internazionale di Studi liguri presso il Museo Bicknell di Bordighera.
## III. Regione
CONCILIARE LIGURE. - Mentre tutte le regioni storiche italiane erano incluse nella circolare del 24 ag. 1889 per le conferenze episcopali e nel motu proprio: Qua Cura, dell'8 dic. 1938 per i tribunali, il decreto concistoriale 15 febbr. 1919 esclude espressamente, con altre, la L. perché in questa la provincia ecclesiastica genovese raggruppa praticamente tutte le diocesi che hanno sede nella regione.
Pertanto la regione ligure, ecclesiasticamente, unisce

(IV. EviI)
Liguria - Facciata (1896) del santuario della Madonna di Montallegro (1557) - Rapallo.
attorno alla sede metropolitana di Genova le diocesi suffraganee di Albenga, Bobbio, Chiavari, Luni o La Spezia con Sarzana e Brugnato, Savona e Noli, Tortona. A Genova è pure costituito il Tribunale regionale ligure con competenza matrimoniale nei giudizi di primo grado, che è anche competente per gli appelli dal Tribunale regionale lombardo. A sua volta il Tribunale regionale ligure ha come tribunale d'appello il Tribunale regionale piemontese (Torino). I concili plenari regionali nel caso specifico sono semplicemente provinciali per le ragioni suddette, e perciò seguono le norme dei cano. 285 sgg .
Bres.: F. Roberti, De processibus, I, Roma 1940, pp. 227-29; C. Sartori, Enchiridion canonicum, ivi 1947, pp. 46-48.
Agostino Pugliese
IV. Arte. - Le testimonianze più antiche della civiltà ligure sono preistoriche. I giacimenti delle a Arene Candide» e dei «Baïsi Rossi» costituiscono una cospicua documentazione delle età paleolitica e neolitica, e sono i più importanti esistenti in Italia. Invece al periodo protostorico appartengono la necropoli arcaica trovata negli scavi di Via XX Settembre a Genova, ed altri resti a Savignone, Ameglia e i giacimenti celtici della Val di Magra. La civiltà romana ha lasciato, oltre gli avanzi imponenti di Luni (al confine con la Toscana), resti a Ventimiglia, Albenga, Genova ed altre località.
1. Architettura. - Già nel medioevo i Liguri rivelano particolare esperienza nell'arte del costruire. Avanzi di poderose architetture esistono ancora nelle terre già di loro dominio ed in Genova, qui visibili nei resti delle mura innalzate a difesa delle incursioni del Barbarossa del 1135 e nella restaurata Porta Soprana. Al sec. xit appartiene pure la bellissima torre degli Embriaci, ora messa in maggiore evidenza dalle demolizioni delle case circostanti, causate dai bombardamenti dell'ultima guerra. Case-torri vengono costruite durante i secc. xit e xit a Genova, Savona ed Albenga. Con il sopravvenire del gotico le forme si ingentiliscono: rimangono nell'edilizia civile alcuni esempi di questo periodo, come a Genova il Palazzo Spinola e quello dei Doria di Piazza S. Matteo.
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L'architettura romanica ebbe anche in L. uno sviluppo eminentemente religioso. Si ricordano, sempre a Genova, S. Donato (con il caratteristico e raro tiburio), S. Giovanni di Prè, i SS. Cosma e Damiano, S. Maria di Castello, ed altri; mentre la cattedrale di S. Lorenzo, la cui costruzione fu lunga e tormentata, solo in parte risale all'età romanica. Fuori Genova si ricordano il battistero di Albenga, forse del sec. v, l'edificio sacro più antico della L., la cosiddetta basilica cristiana di Luni (ne rimangono solo le rovine), e, tra gli altri innumerevoli esempi di architettura romanica, il S. Paragorio di Noli, della fine del sec. xI, con una pianta di forme assai rare.
Con il Rinascimento (pervenuto assai tardi) l'arte, naturalmente, ebbe nuovi sviluppi. Artefici massimi ne furono soprattutto il Montorsoli e Pierin del Vaga, chiamati a costruire e decorare il Palazzo di Andrea Doria (Palazzo Principe), E da questo momento che l'architettura genovese si avvia a nuovo splendore, per merito dell'Alessi prima, e quindi di Bartolomeo Bianco, Rocco Lurago, ecc. Nel Cinquecento si costruisce la Via Nuova

(Itil. Alisari)
Liguita - Gesù risana un cieco. Scuola genovese del sec. xvir - Genova, Palazzo Bianco, Pinacoteca.
sccultura romanica esistono anche a Genova. Nel periodo gotico, Giovanni Pisano a Genova (tomba di Margherita di Brabante) e Giovanni di Balduccio a Sarzana lasciano insigni documenti della loro attività. Nel Quattrocento affluiscono nella regione scultori lombardi, tra i quali primeggiano i Gagini, apportatori del gusto rinascimentale in forme decorative di grande evidenza plastica, proprie dei modi settentrionali. La loro attività si rivolse soprattutto alla decorazione dei portali, alcuni dei quali meritatamente famosi (quello di Piazza S. Matteo, a Genova, di Giovanni Gagini; altro in Via Davide Chiossone, di Pace Gagini e cosi via). L'attività dei Gagini si spinoz nel Cinquecento. Contemporaneamente a loro lavorano Gaspare della Scala e Nicolò da Corte. Tra il 1539 ed il 1547 furono a Genova G. A. Montorsoli (Palazzo Principe), Giacomo e Bartolomeo della Porta ed altri.
Nel Seicento i modi barocchi furono portati a Genova dal francese Pietro Puget; ma emersero anche Bernardo e Francesco Schiuffino, assai sensibih all' arte del Bernini (capolavoro di Bernardo: il Rutto di Proserpina,
(oggi Garibaldi), giustamente considerata una delle più belle ed armoniose del mondo. La configurazione angusta e ripida del terreno genovese indusse gli architetti a dare alle loro fabbriche carattere scenografico, sicché esse appaiono illeggiadrite da giardini pensili, scalee prospettiche, ecc. Si ricordano la Villa delle Peschiere, quelle Cambiaso in Albaro e Scassi a Sampierdarena, tutte dell'Alessi; il Palazzo imperiale di G. B. Castello; il Palazzo Doria Tursi di Rocco Lurago, e quello della Università di Bartolomeo Bianco. All'Alessi si deve inoltre la più bella chiesa genovese del Rinascimento, S. Maria di Carignano, grandiosa e solenne nella forma a pianta centrale, che sembra riecheggiare i pregetti lasciati dal Bramante per il S. Pietro. A schema centrale è pure la cappella di N. S. di Loreto, nei pressi di Finale; e cosi pure la chiesetta di S. Maria della Rotonda nella piana di Albenga, che sembra tuttavia richiamare costruzioni assai più indietro nel tempo. Il gusto architettonico iniziato dall'Alessi permane nel corso del Seicento e del Settecento, pur nel divenire degli stili, e non solo a Genova, ma per buona parte della L. (Palazzo reale di G. A. Falcone e P. F. Cantone); mentre nell'architettura religiosa del periodo barocco il più bell'esempio a Genova rimane la basilica della S.ma Annunziata (molto danneggiata dalla guerra ed in corso di restauro). Del periodo neoclassico si ricordano la facciata di questa chiesa ed il teatro Carlo Felice, il cui interno, però, è andato distrutto durante la seconda guerra mondiale. La città ha preso grande sviluppo edilizio nella seconda metà dell'Ottocento (Via XX Settembre) e vanta, ora, i più alti «grattacieli» d'Europa.
2. Scultura. - Scarsi i documenti della scultura romanica, tra cui è da ricordare un crocifisso ligneo (offine al \& Volto Santo * di Lucca) nella chiesetta-santuario di S. Croce, sugli scoscesi pendii sopra le Bocche del Magra. A S. Margherita, esterno della chiesa dei Cappuccini, si conserva una Madonna con il Bambino, non immemore della coeva scultura provenzale. Resti della
nel Palazzo reale di Genova). Domenico e Filippo Parodi dettero infine impulso ad una feconda scuola che continuò nel Settecento, e trovò nei Maragliano degli artisci che si distinsero particolarmente nella scultura lignea. I documenti della scultura ottocentesca sono nella massima parte fra le tombe del cimitero di Staglieuo.
3. Pittura. - Un musaico del sec. vi si trova nel battistero di Albenga. Nel duomo di Sarzana si conserva il prezioso Crocifisso di Guglielmo (1158), la più antica pittura romanica della L. Scarsi i documenti della pittura ducentesca (gli affreschi a Sampierdarena, in S. Maria della Cella, e quelli, staccati, di Manfredino da Pistoia a Genova rivelano l'influsso dell'arte toscana). Nel Trecento la pittura senese esercita il suo ascendente, e lascia opere nella L. Il pittore locale più noto è allora Nicolò da Voltri, non ignaro dell'arte del modonese Barnaba, attivo nella regione sino ai primi del Quattrocento. Nel corso di quest'ultimo secolo si succedono influenze toscane, lombarde, piemontesi ed anche oltrernontane. I pittori locali più notevoli sono Giovanni Barbagelata (polittico della Parrocchiale di Varazze), Agostino Casanova ed infine, di tutti il più grande, Ludovico Brea, capo della scuola ligure-nizzarda. Furono inoltre attivi nella regione il piemontese Luca Baudo, Giovanni Masone ed infine, tra gli altri, Vincenzo Foppa, il cui influsso sui maestri locali, ancor legati al gotico, e sullo stesso Brea, fu assai fecondo. Si ricorda ancora Giovanni Canavesio, che operò nella L. occidentale, ma di origine piemontese. Attivo è infine l'enigmatico pittore Carlo del Mantegna (Carlo Braccesco), di cui resta un famoso polittico nel santuario di Monte Grazie (Imperia).
Mentre Teramo Piaggio ed Antonio Semino, in pieno Cinquecento, indulgevano ancora a forme quattrocentesche, Pierin del Vaga portò a Genova un alito di nuova vita, decorando ad affresco il Palazzo Principe. Nel Cinquecento comincia la vera storia della pittura genovese, per opera soprattutto di Luca Cambiaso, gran frescante, dei Semino, e del Tavarone. Ma la gloria
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maggiore viene con il Seicento, quando la scuola genovese si afferma come una delle più importanti d'Italia. Sotto l'influsso di molteplici correnti (toscane, lombarde, venete e fiamminghe) scaturì l'arte esuberante dello Strozzi, cui la stessa pittura veneziana è debirrice. E poi Domenico Fiasella, Valerio Castello, Orazio e Giovanni Andrea De Ferrari, Bartolomeo Guidobono ecc. rescro illustre questa scuola, mentre il Rubens e Van Dyck soggiornando a Genova lasciavano nella città testimonianze insigni dell'arte loro. Alla fine del Seicento dànno nuova gloria alla pittura genovese G. B. Goulfi detto il Baciccia (v.) e Domenico Piola, esuberante e facile esecutore di affreschi; mentre il discepolo di quest'ultimo, Gregorio De Ferrari, non sufficientemente noto, apre la via alla pittura settecentesca con i suoi affreschi pieni di luce, d'una sorprendente libertà inventiva e d'un gusto che sembra preludere quello "francese". Ma il più grande artista genovese del Settecento e senza dubbio "l'espressionista" Alessandro Magnasco, creatore della pittura di "tocco", e come tale, anticipatore del Guardi. Dell'Ottocento va ricordato Niccolò Barabino, nativo di Sampierdarena.
In L. elbbero vita anche in epoche diverse interessanti ed originali industrie artistiche. Fin dal Cinquecento fioriva l'arte dell'intarsio ed Anselmo de Fornari di Castelnuovo Scrivia nel 1504 riceveva l'incarico di decorare ad intarsio le scarselle del duomo di Genova. Dalle parti di Chiavari fin dal medioevo si praticò con gran successo l'arte della tessitura di velluti e damaschi. Anche le trine al tombolo cseguite da donne liguri durante l'età barocca ebbero grande fama, mentre fin dal sec. xv ad Altare fiorì l'industria verraria e ad Albissola e Savona quella della ceramica. - Vedi tavv. LXXXVII-LXXXIX.

(fot. Bildarchiv d. ddot{text { O }}. Nationalbibliothek)
Lilienfeld - Portale della chiesa abbaziale (sec. xili).

(fot. Bildarchie d. O. Nationalbibliothek)
LiliENFELD - Chiostro dell'abbazia (sec. xili).
BibL.: R. Soprani-C. G. Ratti, Pite di pittori, scultori ed architetti genovesi, II, Genova 1768-69; F. Alizeri, Notizie dei professori del disegno in L., VI, Genova 1870-80; G. Bres, L'arte nell'estrema L. occidentale, Nizza 1914; G. Dellcprine, Alpi ed appennini liguri, 4² ed., Genova 1914; M. Labò, La ceramica di Savona, in Dedolo, 4 (1923-24), pp. 124-51; id., s. v. in Enc. Ital., XXI (1934), pp. 140-43. Piero Zampetti
LILIBEO. - Antica diocesi della Sicilia, oggi Marsala in provincia di Trapani.
Incerta è la data in cui visse il vescovo Gregorio, ricordato quale martire da s. Gregorio di Girgenti (PG 98, 648). Il più noto tra i suoi vescovi è Paseasino, il quale in una lettera del 417 al papa Leone I parla di una "perparva ecclesia" della sua diocesi (Mansi, V, 1226); egli soffrì per l'incursione vandalica del 439 e fu confortato con una lettera dal detto Pontefice (Jaffé-Wattenbach, 401) che lo inviò suo rappresentante al Concilio di Calcedonia (ibid., 468 469,476).
I vescovi Teodoro (ibid., 1254, 1340), e Decio (ibid., 1392, 1523, 1725, 1760) sono della fine del sec. vi.
In L. fu eretto un monastero in onore dei ss. Pietro, Lorenzo, Ermete, Pancrazio, Sebastiano e Agnese. BibL.: Lanzoni, 642-44. Enrico Josi
LILIENFELD. - Abbazia cistercense, nella bassa Austria, diocesi di St. Pölten; ha la cura di 17 parrocchie incorporate.
Leopoldo VI, duca d'Austria, eresse l'abbazia nel 1202, ma soltanto nel 1206 vennero i monaci da Heiligenkreuz della linea di Morimond. La chiesa, grandiosa costruzione in stile di transizione (a tre navate, transetto, coro a cinque navate) fu dedicata nel 1230 e si è conservata quasi intatta, come anche il chiostro (sec. xili). Sull'altare maggiore l'Assunta, tela di D. Gran (1746), altre tele di M. Altomonte. Il monastero fu ricostruito durante i secc. xVII-xviII e ha sette cortili. Nella Biblioteca si nota una Biblia pauperum del sec. xiv. La soppressione sotto Giuseppe II durò appena un anno (1789-90), quella dei nazisti quasi cinque (1940-45).
BibL.: Cottinesu, I, col. 1614. Giuseppe Löw
LÏLITH. - Demone femmina, nominata una sola volta nella Bibbia (Is. 34, 14), insieme ai mostri e agli animali che abiteranno la terra nel "giorno di Jahweh".
Il nome è da alcuni messo in connessione con l'ebraico lajil (notte); in sumero però lil ha il significato di vento e tempesta, e può designare anche gli spiriti
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Lilla, diocesi di - Veduta generale a volo d'uccello dell'Università Cattolica di L. - Facoltà di scienze e Facoltà di medicina.
e i demoni in generale; in sumero si trova anche lulu nel significato di "libertinaggio"; si tratterebbe quindi di un demone che eccita la voluttà. Nella demonologia babilonese e assira lili, liliti e ardat lili sono demoni della lussuria. Lilitú pare sia di origine semitica e supera in importanza ardat lili. Nel Talmud L. è rappresentata alata e con aspetto umano. Demone maligno, opera di notte e insidia gli uomini che dormono soli. La sua figura si sviluppa molto nel folklore del tardo giudaismo e nella mistica giudaica. L. è la prima moglie di Adamo, tratta anch'essa dalla polvere. Sostituita poi da Eva, si vendica procurando la morte ai neonati. Contro i suoi malefici influssi ci si difende con amuleti. Si distinguono anche due figure diverse: una L. vecchia, moglie di Samaele, e una L. giovane, che sta in cattivi rapporti con la prima.
Bibl.: S. A. Herodesky, Lilit, in Enc. Jud., X, coll. 972-74; L. Blau, Das altjüdische Zauberwesen, Strasburgo 1898, p. 11; G. Furlani, La religione babilonese e assira, Bologna 1908, pp. 342 343; J. Bonsirven, Le judaïsme palestinien au temps de JésusChrist, I, Parigi 1935, p. 243; A. Cohen, Le Talmud, Parigi 1930, p. 329 .
LILLA, diOCesi di. - Diocesi e città capoluogo del dipartimento nord nella Francia.
Ha una superficie di ca. 2288 kmq . con 1.077 .399 ab. La diocesi è divisa in due arcidiaconati di L. e delle Fiandre e in cinque arcipreture e consta complessivamente di 377 parrocchie (più la parrocchia annessa di Escobecques), servite da 1569 sacerdoti diocesani e 181 regolari, due seminari minori, un seminario di filosofia e uno di teologia; 27 comunità religiose maschili e 247 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 246).
Pio X con decreto Ut consulere della S. Congregazione Concistoriale ( 5 febbr. 1913) istituì nella città di L. un vicariato generale includendovi i circondari civili di L., Hazebrouck e Dunkerque sotto un vicario generale, vescovo titolare, quale ausiliario dell'arcivescovo di Cambrai (AAS, 5 [1913], p. 94); poi, con lettera Concistoriali decreto ( 25 ott. 1913), creò la diocesi di L. smembrando dall'arcidiocesi di Cambrai il predetto territorio del vicariato generale, che prima della Rivoluzione Francese era diviso tra le quattro diocesi di Tournai, Ypres, St-Omer e Cambrai. In pari tempo la chiesa di Notre-Dame de la Treille in L. venne elevata al grado e dignità di cattedrale e la diocesi di L. assegnata quale suffraganea di Cambrai (ibid., pp. 481-85). Il Pontefice delegò il card. Luçon, arcivescovo di Reims, alla cerimonia dell'erazione della diocesi avvenuta il 10 dic. 1913. Unico vicario generale e primo vescovo fu mons. A. Charost nel 1913, poi cardinale arcivescovo di Rennes.
L'abitato fin dal 1054 fu detto "Isla» dal latino insula per la sua caratteristica posizione simile ad un'isola posta alla confluenza dei due fiumi Deule e Bucquet. Ma già dal 1050 il conte di Fiandra Baldovino IV l'aveva circondata di mura; conquistata nel 1213 da Filippo Augusto di Francia, tornò ben presto in potere dei conti di Fiandra che la resero centro dell'industria laniera.
Tornata alla Francia nel 1520 , passò nel 1369 al ducato di Borgogna, divenendo sempre più fiorente, specie nel sec. xv sotto il duca Filippo il Buono; fu poi degli Asburgo ai quali la tolse nel 1667 Luigi XIV. Nel 1708 fu conquistata dal principe Eugenio ma il Trattato di Utrecht la rese definitivamente alla Francia. Il grande sviluppo urbanistico di L. è avvenuto nel sec. xix con l'industria del lino e più di recente con quella chimica, facilitate dalla vicinanza al bacino carbonifero.
Fra le chiese di L. si ricordano S. Maurizio in stile gotico; S. Caterina eretta nel sec. xv ma con rifacimenti nei secc. xiv e xviit; S. Maddalena a pianta centrale e a cupola dello scorcio del sec. xvir.
Bibl.: Guide de la France chrétienne et missionnaire, 1948 1949, Parigi 1948, pp. 358, 603-608; A. de St-Leger, Hist. de Lille, Lilla 1942.
Universtà Cattolica di L. - Ebbe inizio con i corsi liberi istituiti il 23 dic. 1874. Proclamata la libertà dell'insegnamento superiore (legge del 12 luglio 1875), il 18 nov. 1875 fu inaugurato l'Institut catholique, comprendente, oltre alcune cattedre di scienze e lettere, una Facoltà di diritto, legalmente costituita ( 28 ott. 1875). L'anno dopo furono costituite le Facoltà di lettere ( 25 nov. 1876) e quella di scienze ( 22 dic. 1876) e istituiti "corsi liberi» di medicina e farmacia. Con queste tre Facoltà, l'Institut catholique assunse legalmente il titolo di Université catholique de Lille. Eretta canonicamente con decreto dell's nov. 1876 e con il breve Ad catholicae Ecclesiae ( 16 dic. 1876) di Pio IX, ora comprende, oltre le tre predette Facoltà, quella di medicina, costituita l'8 luglio 1877, e quella di teologia, inaugurata il 13 nov. 1877.
In seguito si aggiunsero le Scuole superiori: 1) Hautes-Etudes industrielles (genio civile, elettrotecnica, chimica); 2) Hautes-Etudes commerciales; 3) Ecole d'expertise-comptable; 4) Institut des sciences sociales et politiques; 5) Journalisme (unica scuola superiore del genere in Francia); 6) Ecole des missionnaires du travail (per ecclesiastici destinati ad essere "aumôniers du travail"); 7) Ecole d'infermières hospitalières; 8) Ecoles des sages-femmes, Service social, Pédagogie infantile.
Nella circoscrizione universitaria cattolica della Francia, L. comprende la sola provincia ecclesiastica di Cambrai (diocesi : Cambrai, Lille, Arras) : regione però fiorente per scuole, industrie e commerci. La Facoltà mista di medicina e di farmacia, unica fra tutte le Facoltà cattoliche di Francia, accoglie alunni anche delle altre parti della nazione e dell'estero (cf. lett. della Segreteria di Stato di S. S., 14 genn. 1913: AAS, 5 [1913], p. 53 sg.). Ne è Gran Cancelliere il vescovo di L.
L'Università è dotata di vasti edifici. Gli studenti, 270 nel 1877, oggi superano i 2000.
Bibl.: A. Baudrillart, Les Univers. cathol. franz., in DFC, II (1911), coll. 1035-33; E. Lesne, Hist. de la fondation de l'Univ. cath. de Lille (1679-77), Lilla 1907 (estratto); Livre d'or du cinquan. tanoire de la fondat. de l'Univ. cath. de Lille (1877-1915), ivi 1927; Ann. général des Univers. cathol., a cura di A. Gemelli e J. Schrlinen, Nimega 1927, pp. 61-93; Statuta Univers. cathol. Insulensis, Lilla 1938.
Igino Cecchetti
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LIMA, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e città capitale del Perù nell'America meridionale.
Ha una superfice di 34.168 mathrm{kmq}. con 1.031 .000 ab. dei quali 842.000 cattolici. Conta 94 parrocchie con 131 sacerdoti diocesani e 331 regolari, un seminario, 53 comunità religiose maschili e 88 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 246).
La diocesi fu creata dal papa Paolo III con bolla del 14 maggio 1541; suo primo vescovo fu Girolamo Loaza domenicano, a cui successe s. Toribio Mogravejo; il 12 febbr. 1546 fu elevata a dignità di metropoli. Essa ha per suffragance le diocesi di Huanuco, Huaraz, Huancavelica, Huancayo e Ica. Grande impulso per l'educazione e l'istruzione fu dato dall'arrivo in L. dei Gesuiti, i quali vi fondarono scuole e collegi. Il primo libro stampato in America fu un catechismo stampato dai Gesuiti nel 1577 a Iuli (lago Titicaca).
La Cattedrale dedicata a s. Giovanni Evangelista fu iniziata dallo stesso fondatore di L. Francesco Pizarro e consacrata il 1° ott. 1626. Fu danneggiata dal terremoto del 1746, e nel restauro vi furono aggiunte due torri campanarie (1758). E a cinque navate, l'altare maggiore ha una pintura del Murillo; vi è sepolto F. Pizarro. La monumentale chiesa di S. Domenico fu fatta costruire da F. Pizarro e vi si conserva una reliquia della S. Croce, inviata da Paolo III nel 1540. Altre chiese da ricordare sono quelle di S. Francesco, della Mercede, di S. Agostino, dei SS. Pietro e Paolo, già dei Gesuiti; la bella chiesa in onore del santo vescovo Toribio fu eretta dai Gesuiti. Il santuario di S. Rosa de Lima, protettrice del Perù, fu costruito sul luogo della casa nella quale nacque la Santa nel 1586.
BibL.: Enc. Eur. Am., XXX, pp. 741-49; J. C. Grey, s. v. in Cuth. Enc., IX, p. 255.
Enrico Josi
Centri di studi superiori di L. - 1. La Facoltà teologica. - Compiuta dagli Spagnoli la conquista del Perù, i Domenicani aprirono a L. il convento di N. Signora del Rosario che, con real cedula del 12 maggio 1551, ebbe gli stessi diritti e privilegi accademici di Salamanca. I corsi ebbero inizio nel 1555, dando origine all'Università di S. Marco, "la prima università, come si esprimono i diplomi di laurea, di tutta l'America ", e oggi la maggiore università statale della Repubblica. Pio V ne ratificò l'erezione e la dichiarò pontificia con la bolla Exponi Nobis del 25 luglio 1571. Particolare importanza fu data, a scopo missionario, alla cattedra di lingua indigena, detta quechua. La Facoltà di teologia rimase nel convento dei Domenicani fino al 1760 , quando fu trasferita nel Seminario diocesano di S. Toribio, ove risiede tuttora, e fino

(per cortesia del p. Abate 4. Albareda, O.S.R.)
Lima, arcidiocesi di - Panorama di L.
al 1935 formò parte integrante dell'Università statale (Universidad Mayor de S. Marcos) come prima delle sue Facoltà. Con la riforma universitaria del 28 giugno e 13 luglio 1935 la Facoltà di teologia k stata dichiarata (art. 6) una "istituzione superiore" per studi ecclesiastici, indipendente dall'Università di S. Marco ma riconosciuta e in parte finanziata dallo Stato. I suoi statuti, conformi alla cost. apost. Deus scientiarum Dominus, sono stati approvati con decreto della S. Congregazione dei Seminari del 29 giugno 1937. Il 1° maggio 1951 il papa Pio XII, ha indirizzato all'Università di S. Marco la lettera apostolica Limina Universitas, in occasione del IV centenario della sua fondazione.
2. L'Università cattolica. - Sorta per le cure di Jorge Dintilhac (1878-1947), religioso dei SS. Cuori (Picpus), l'Universidad católica del Perù fu inaugurata il 15 apr. 1917. Il fondatore e rettore, il p. Dintilhac, ottenne il decreto presidenziale di riconoscimento giuridico il 24 marzo 1917. Con decreto poi della S. Congregazione dei Seminari e delle Università del 30 sett. 1942 ebbe l'erezione canonica. Ha cinque Facoltà : lettere (1917), diritto e scienze politiche (1917), scienze economiche e commerciali (1932), ingegneria (1933), educazione (1947), e comprende varie scuole e istituti (Scuola di pedagogia, Scuola normale, Istituto femminile di Studi superiori, Scuola di periodismo, Accademia d'arte). Suo organo ufficiale, dal 1932, la Revista de la Universidad católica del Peru.
BibL.: Per la Università di S. Marco: St. d'Irsay, Hist des università. II. Parigi 1935. pp. 7-9 (con bibl.): Statuta Pontif. et Civil. Facult. Limanae 1. theol., Città del Vaticano 1937; A. Walz, Compendium hist. Ord. Praedicatorum, 2° ed., Roma 1948. p. 436 ; per l'Università cattolica: J. Dintilhac, Resumen histórico de la Universidad, in Annuario de la Pontif. Univers. catál. del Perú, Lima 1947. pp. 7-20
Igino Cecchetti
LIMBO. - Dal latino limbus ( = urlo, estremità, lembo), è il luogo e lo stato delle anime che non avendo meritato l'inferno non potevano, prima della redenzione, entrare nel cielo (l. dei ss. Padri) o ne sono escluse eternamente per il peccato originale non cancellato.
I. Il l. del ss. Padri. - Stato e luogo, in cui si trovarono i giusti del Vecchio Testamento, i quali, pur uscendo da questa vita in grazia e pienamente purificati dalle loro colpe, non potevano entrare in Paradiso, perché la Redenzione dell'umanità non era stata compiuta. Pertanto le anime dei giusti, morti prima di Cristo, erano in uno stato tranquillo, nella serena attesa della Redenzione. Questo stato fu detto L dei Padri, o
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anche "seno d'Abramo" (sinus Abrahae: cf. Lc. 16, 22), prendendo la parola "seno" nello stesso significato di l.: quasi luogo riposto o porto di tranquilla quiete, denominato dal Patriarca, che fu il modello della fede in Dio e come il padre dei credenti.
La parola 1. appare nella teologia solo dopo Pietro Lombardo (m. 116a); gli Ebrei lo chiamavano ē ē^{′} δ l; nella versione greca della Bibbia fatta dai Settanta, venne tradotto con la parola Ade ("A δ η ς ), e nella versione latina con la parola Inferno (Infermo), che erano i termini latino e greco indicanti il domicilio dei morti. L'immagine che evocano questi termini è quella di un luogo oscuro, posto nelle viscere della terra, come una voragine immensa. bar{S} δ^{′} δ l era nella lingua ebraica termine comune che designava tanto la dimora dei giusti ("seno d'Abramo") quanto la dimora dei perversi, la Gehenna, come è chiamata nel Vangelo (Mt. 5, 22; 23, 15; 10, 28; Mc. 9, 42, 46; 18, 9; Lc. 12, 15). In seguito l'espressione "seno d'Abramo" è divenuta sinonimo di Paradiso. Cosi nella liturgia dei defunti si supplica Dio di porre le anime nel "seno di Abramo" (cf. P. Heinrich, Teologia del Vecchio Testamento, Torino 1950, pp. 307-13). Il l. dei ss. Padri cessò con la discesa di Gesù.
II. Discesa di Gesù Cristo al l. - 1. Dagma. - Nel tempo tra la morte e la Risurrezione, l'anima di Cristo discese nello bar{E}^{′} δ l (ad inferos) a portare i frutti della redenzione alle anime dei giusti, che erano in attesa che si compissero le promesse di Dio, in cui credettero. Cosi Cristo, come Redentore, condivise anche la sorte dei giusti che avevano creduto in lui, andando con l'anima nello bar{E}^{′} δ l ad attendere l'ora del suo trionfo.
La discesa dell'anima di Cristo al 1. è un articolo di fede esplicitamente posto nei Simboli fin dal sec. IV, come risulta dalla testimonianza di Rufino (Denz-U, 3). Leone Magno nel 447 parla della di-

(fol. Sopraintendenza ai Monumenti)
Limbo - Cristo nel 1. Particolare di una delle colonne del ciborio di S. Marco (sec. vi) - Venezia, basilica di S. Marco.
scesa di Cristo all'inferno come di una verità dogmatica creduta da tutta la Chiesa e indiscutibile (Epist. ad Turribium, 17: PL 54, 690). Nel IV Concilio Lateranense (a. 1215) si precisò che la discesa al 1. fu con l'anima (in anima) per condannare l'opinione di Abelardo, secondo cui si sarebbe dovuto intendere quella discesa in senso puramente metaforico, cioè di una semplice operazione salvatrice compiuta da Cristo nelle anime dei giusti; una discesa per potentiam, invece che di una discesa propria dell'anima nello stesso soggiorno dei giusti del Vecchio Testamento.
Questo articolo di fede è contenuto nella S. Scrittura. S. Pietro, annunziando subito dopo la Pentecoste la Risurrezione di Cristo ai Giudei, disse, richiamandosi alla profezia di David (Ps. 15, 19): "Essendo dunque profeta David e sapendo che Dio gli aveva promesso con giuramento che uno della sua stirpe doveva sedere sopra il suo trono, profeticamente disse della Risurrezione di Cristo che egli non fu abbandonato nello bar{E}^{′} δ l, né la carne di lui vide la corruzione" (Art. 2, 24-31). Anche in altri passi del Nuovo Testamento si fa allusione alla dimora dell'anima di Cristo nel 1. (Mt. 22, 40; Rom. 10, 6-7; probabilmente in J. Pt. 3, 19-20).
Salme rilevano i ss. Padri, la dottrina della discesa di Cristo al 1. armonizza con il disegno divino della Redenzione, secondo cui Cristo liberamente e per amore assume su di sè tutti gli stati della travagliata esistenza umana, per redimere tutti. Disceadendo nel 1. e manifestandosi ai giusti, l'anima di Cristo, sussistente nella persona del Verbo, portava la luce della felicità: lo bar{E}^{′} δ l si trasformava in Paradiso e si verificava la promessa fatta da Gesù al buon ladrone: "Oggi tu sarai con me in Paradiso" (Lc. 23, 43).
Effetto della discesa di Cristo nel 1. fu la liberazione delle anime giuste, uscite da questa vita in grazia di Dio; giusti appartenenti non solo al popolo ebraico, ma anche ai popoli pagani, in mezzo ai quali vi potevano essere persone illuminate, credenti nel Redentore futuro e viventi secondo la Grazia, come pensa espressamente Clemente Alessandrino (Stramata, 6, 6). Non ebbe l'effetto di redimere coloro che erano morti senza fede e senza grazia, condannati da Dio nell'inferno per la loro ostinazione nel male. Non diede la redenzione ai bambini morti con il peccato originale, né liberò le anime del Purgatorio, eccetto quelle che erano già purificate e mature per il Paradiso (Sum. Theol., 3ᵃ, q. 52).
Calvino interpretò la discesa al 1. come se Cristo avesse sofferto le pene infernali, affinché noi ne fossimo preservati. Lo stesso Calvino, come tutti i protestanti dopo di lui, diede un significato metaforico alla discesa di Cristo nel 1. I razionalisti sostengono che questa credenza cristiana sia stata desunta dai miti del paganesimo (Ercole, Orfeo); in realtà tra la dottrina cristiana della discesa di Cristo all'inferno e i miti pagani non corre che qualche estrinseca somiglianza. Il dogma cristiano è già adombrato nel Vecchio Testamento, dove si parla dei giusti che scendono nello bar{E}^{′} δ l con la speranza della Redenzione nell'attesa di "Colui che sarà mandato" (Gen. 40, 10).
Bibl.: I. Lana, De limbo patrum, Colonia 1583; L. A. Muratori, De Paradiso, Venezia 1755 (sul "seno" di Abramo); T. M. Mamochi, De animabus insorum in sinu Abrahae ante Christi mortem, Roma 1766. Per la storia della dottrina e dell'articolo del Simbolo: Ch. Gschwind, Die Niederfahrt in die Unterwelt, Münster 1911; J. Kroll, Beiträge zum - Descensus ad inferos", Königsberg 1922; id., Gott und Hälle. Der Mythos vom Descensus Kampfh, Lipais 1932 (lavori di uno speculista nella storia comparata); G. Philips, La descente du Christ aux enfers, in Revue ecclésiastique du diocèse de Liège, 24 (1932-33), pp. 144-55; id., L'oeuvre du Christ aux enfers, ibid., pp. 272-86; I. Chaïne, Descente aux enfers, in DBs, II, coll. 391-435 (accurata dimostrazione della trascendenza della Rivoluzione); U. Holzmeister, Commentarius in epistolas ss. Petri et Iudae, Parigi 1937, pp. 307-309 (ricco bibl. pasrinica); S. Kowalski, Le problème de la descente du Christ aux enfers dans la première épitre de st Pierre, in Collectanea theologica, 21 (1949), pp. 42-76; A. Grillmeier, Der Gottessohn im Totenreich. Sateviologische und christo-
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logische Motivseruna der Desconsulahre in der älteren christlichen Oberlieferung, in Zeitschrif für hath. Theol., 71 (1949), pp. 1-23 (importante per la teologia dei Padri); 1. De Ghellinck, Patristique et moye