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udio critico biografico, Madrid 1920; F. R. Figueroa, Musica y Músicos Toledoars, Toledo 1922, p. 75 sge.; J. B. Trend, C. M., Parigi 1925. Silvetto Mattei

MORALES, Juan Bautista de. - Missionario domenicano, n. a Ecija (Andalusia) ca. il 1597, m. a Funing (Cina) il 17 sett. 1664. Religioso in patria, intorno al 1620 parti missionario per Manila; evangelista { }ᵇ poi il Cambogia (1629-33), quindi penetrò nell'Impero dei Mongoli.

Si dedicò con il massimo zelo alla conversione degli infedeli. Spesso soffrì persecuzioni e torture; fu pure flagellato e ferito mortalmente per causa della fede. Partecipò alla discussione sulla questione dei riti cinesi contro i Gesuiti, per risolvere la quale fu mandato a Roma (1643). Ritornato in Cina (1649) fu sempre attento cusode della purezza della fede. Scrisse molti opuscoli a proposito della controversia sui riti cinesi; fra questi: Quaesita septemdecim (Roma 1645) presentato alla Congregazione dei Riti. Scrisse anche una Historia evangelica del reyne de la China, una Vita di s. Domenica in cinese, un vocabolario e una grammatica della lingua cinese che conosceva a perfezione.

Bibl.: Acta Cap. gen. O. P., VIII, ed. B. Reichert (Mon. O. P. Hist., 13), Roma 1903, p. 142; Quétif-Echard, II, pp. 611-13; R. Biermann, Anfänge der neueren Dominikanermission in China, Münster in V. 1927, passim. Alfonso D'Amato

MORALES, Luis de, detto el Divino. - Pittore spagnolo, n. a Badajoz verso il 1500 e m. ivi il 9 maggio 1586 . Fu tra i pittori più attivi del suo tempo.

Tra le sue numerose opere, sparse nei vari musei del mondo, oltre che in quelli spagnoli e nelle chiese, si ricordano l'Ecce Homo nella cattedrale di Siviglia; Cristo con la Croce, la Madonna col Bambino e s. Gioacchino e s. Anna (datati 1546) nella chiesa della Concezione a Badajoz; un Cristo e una Desolata nel Museo di Toledo; Cristo alla colonna nella chiesa di S. Isidoro Reale di Madrid; la Pietà, la Vergine col Bambino, l'Annunciazione nel Museo del Prado; l'Immacolata Concezione e la Vergine col Figlio nel Museo di Valladolid.

Artista di un sentimento mistico e patetico profondo, rivela nella sua arte influssi italiani, specialmente lombardi nello sfumato caratteristico delle sue opere, e dei primitivi fiamminghi nella colorazione e nell'allungamento delle sue figure melanconiche, a volte un po' dolciastre, ma tipici prodotti, tuttavia, della religiosità spagnola.

Bibl.: A. L. Mayer, s. v. in Thieme-Becker, XXV (1931), pp. 116-17; J. de Courteras, Historia del arte hispánico, III, Barcellona-Buenos Aires 1940, pp. 256, 270, 352 e 353; A. Ro-driguez-Morino, El Divino M. en Portugal, in Boletimdos Museus Nacionais de Arte antiga, 3 (1944), nn. 9-10, pp. 19-33, con bibl. Gilberto Ronci

MORALITÀ. - Per m. s'intende la qualità delle azioni umane per cui esse sono moralmente buone o cattive. Presupposto fondamentale e necessario della m. di un atto è senza dubbio la libertà (v.). Un atto qualsiasi compiuto, ad es., sotto l'influsso irresistibile della violenza, non solo non è atto morale, ma non è nemmeno atto umano (v.).

Però, se la libertà è condizione necessaria, non sembra costituire l'essenza della m., come vorrebbero alcuni (opinione attribuita a Scoto: 1266-1308). E non sembra nemmeno accettabile l'opinione del Pufendorf (1632-94), che vede l'essenza della m. nell'imputabilità stessa dell'atto, o quella del Suárez ( 1548-1617 ), che la scorge in una denominazione estrinseca all'atto.

L'essenza della m. (che costituisce come il genere che si divide, come specie, in bontà e malizia), sembra consistere nella relazione che l'atto umano ha con la sua regola; cioè con la legge eterna di Dio, che è la regola suprema o remota, e con la retta ragione, che è la regola prossima (è la sentenza dei tomisti).

Ne segue, contro ogni positivismo morale, che atto umano buono dicesi quello che è conforme alla natura razionale, la perfeziona, l'aiuta a conseguire l'ultimo fine delle azioni umane, e corrisponde per-

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ciò all'ordine stabilito da Dio. Cattivo invece dicesi quell'atto che non è conforme alla natura razionale, ossia è contrario all'ordine della retta ragione.

Norma della m. prima e fondamentale è, come si è detto, la legge eterna, in quanto è considerata come intelletto divino (ratio divina) che concepisce l'ordine naturale da osservarsi dalle creature, ossia le relazioni essenziali delle creature sia in rapporto a Dio, sia tra di loro, non già in quanto è volontà di Dio che comanda di conservare l'ordine stabilito e proibisce di violarlo. Sotto questo secondo aspetto la legge eterna è fondamento di ogni obbligazione morale, che consegue la m., ma non è da confondersi con essa. Ciò spiega come vi siano azioni, per loro stessa natura, buone o cattive, indipendentemente da qualsiasi precetto estrinseco, da qualsiasi volontà umana e divina. La ratio divina, nel concepire l'ordine naturale, non può non tener conto della creatura razionale cosi com'è. Ciò spiega ancora come sia da rigettare l'opinione di coloro (Occam, Gersone, Descartes, ecc.) i quali asseriscono che la volontà libera di Dio avrebbe potuto stabilire una m. diversa da quella che ora esiste. Considerata nell'uomo, non nell'individuo, ma in tutti gli uomini (così da essere regola comune a tutti e da avere carattere universale), la norma oggettiva ed ultima, nell'ordine creato, della m. è la legge semplicemente.

Qualche diversità nell'esposizione di questi concetti esiste tra gli autori cattolici. Alcuni dànno come norma di m. l'ordinamento delle cose al loro ultimo fine (Th. Bouquillon, J. Mausbach, J. Donat, J. Gredt); altri la natura umana razionale, considerata nel suo insieme (Wittmann, O. Lottin, E. Elter); altri la retta ragione (L. Lehu, e molti tomisti); altri infine l'ordine essenziale delle cose (M. Liberatore). Se si prescinde dall'ultima sentenza, oggi abbandonata, le diverse posizioni non sono cosi contrastanti da essere inconciliabili. In fondo la natura umana non è altro che l'essenza data da Dio all'uomo in quanto è principio di operazione in ordine al fine ultimo. Perciò ogni atto che conviene alla natura umana, per ciò stesso dice ordine al fine, e viceversa ogni atto conforme al fine è rispondente all'umana natura (cf. I. E. Van Roey, De virtute charitatis, Malines 1929, pp. 16-17). Il bene e il male sono quindi determinati dalla conformità o difformità sia alla natura razionale, sia alla ragione, sia al fine ultimo; tutti questi concetti in ultima analisi vengono a riassumersi nella stessa cosa. Norma soggettiva della m. è la coscienza, la quale consiste nell'ultimo giudizio pratico, che dice in particolare se l'atto è lecito o illecito.

Quanto alla estensione della m., sorgono due questioni specifiche: 1) se, oltre gli atti buoni e cattivi, ne esistano anche degli indifferenti, cioè né buoni né cattivi; 2) se nell'atto umano, in cui si può distinguere l'atto interno della volontà imperante e l'atto esterno (in rapporto alla volontà) della facoltà interna od esterna che esegue l'impero della volontà, la m. sia da riporsi tutta nell'atto interno o se qualche elemento di m. sia dato anche dall'atto esterno.

Sembra più logico escludere in concreto l'esistenza di atti indifferenti, e limitare la m. formale al solo atto interno, cui l'atto esterno, perfezionandolo, aggiunge nello stesso ordine l'elemento materiale. La conformità o difformità dell'atto alla norma della m. è il principio o criterio oggettivo della m. in genere. Nel caso specifico questa conformità o difformità viene rilevata attraverso il nesso che hanno con la norma della m. gli elementi in cui l'atto umano
si attua. L'atto umano desume quindi primieramente dall'oggetto la sua m. la quale perciò dicesi m. oggettiva. Infatti l'atto della volontà è un certo qual movimento della volontà stessa tendente verso l'oggetto. Ma quale è il termine del movimento, tale è pure il movimento stesso. Dunque tale è l'azione della volontà (buona o cattiva), quale è l'oggetto o termine di essa (buono o cattivo).

L'atto umano desume la sua m . anche dalle circostanze di persona, di cosa, di luogo, di mezzi, di fine, di modo, di tempo. Principalissima circostanza è il fine, ossia ciò per cui la volontà è mossa a fare qualche cosa (v. PONTI DELLA M.).

Accanto alla m. oggettiva vi è pure una m. soggettiva, quella cioè personale di chi, pur non avendo fine cattivo, si induce ad agire mosso da falsa persuasione di agire bene o almeno di non agire male in ciò che oggettivamente è cattivo. Se l'agente è in perfetta buona fede, benché materialmente compia azione cattiva, tuttavia formalmente non pecca finché persevera, senza un grave dubbio contrario, nella sua buona fede. Può avvenire che per un complesso di cause questa falsa persuasione si diffonda largamente e informi i costumi di interi strati sociali, presso i quali perciò certe azioni, di loro natura riprovevoli, siano reputate oneste o per lo meno non cattive, p. es., certe esibizioni di stampa immorale.

La m. può essere ancora intrinseca, quando sgorga dall'essenza stessa dell'oggetto morale (p. es., l'amore di Dio è atto intrinsecamente buono; l'odio di Dio, la bestemmia sono atti intrinsecamente cattivi), o estrinseca, quando la bontà o la malizia dell'atto proviene solamente dalla legge positiva (p. es., mangiar carne il venerdí è azione cattiva, in quanto esiste una legge ecclesiastica che lo vieta). Esistono quindi azioni che sono buone o cattive, perché vengono comandate o proibite (m. estrinseca), ma ne esistono altre che vengono comandate o proibite, perché sono buone o cattive ( m . intrinseca).

Bial.: altre i testi di teologia morale fundamentale (trattato de actibus humanis) e di etica naturale, cf.: Sum. Theol., 1^{2-34}, qq. 18-19; I. S. Auer, De moralitate actumm humanorum, Ratisbonn 1914; V. Cathrein, Quo seuas secundum s. Thomsm ratio sit regula actumm humanorum, in Gregorianum, 5 (1924), pp. 584-94: O. Lottin, L'intellectualisme de la morale thomiste, in Ciencia thomista, I. Roma 1925, pp. 414-27; L. Lehu, Si la «resta ratio» de si Thomas signifie la conscience, in Rev. thomiste, nuova serie, 8 (1925), pp. 159-66; E. Elter, Normo hone statis ad mentem Dixt Thomes, in Gregorianum, 8 (1927), pp. 337 357; C. Mindorff, De conceptu moralitatis, in Antonianum, 2 (1927), pp. 351-68, 469-82; L. Lehu, La raison rigle de la moralite d'après st Thomas, Parigi 1930; V. Cathrein, Quo seuas secundum s. Thomam ratio sit regula bonitatis voluntatis?, in Gregorianum, 12 (1931), pp. 447-65; L. N Hamel, Controversia Lehu-ElterLottin circa regulam moralitatis secundum s. Thomsm, in Antoniamum, 7 (1932), pp. 377-84; Et. I. Carton de Wiort, De normis moralitatis in actibus humanis, in Coll. Mechlin., 8 (1934), pp. 553 557: O. Lottin, L'indifférence des actes humains chez st Thomes d'Aquin et ses prédécesseurs, in Misc. Vermeersch. I, Roma 1933, pp. 17-35; E. Ranwez, Moralitas actus externi, in Coll. Namure., 30 (1936), pp. 108-16; O. Lottin, Principes de morale, I, Lovanio 1947, pp. 109-32, 161-99; H. Ivi 1947, pp. 115-41; H. Widert, Considerations paychol. sur le problème de la moralité des actes humains, in Collect. Mechlin., 23 (1948), pp. 409-21; L. Van Peteghem, Indirationes evangelicae de moralitate interiori, in Collect. Gand., 33 (1950), pp. 31-37.

Andrea Gennaro
MORALITÀ DELL'ARTE. - La questione della m . dell'a. si dibatte fra le opposte tesi di coloro che tendono a inserire la moralità nella stessa funzione artistica, e di quelli che considerano l'arte autonoma dalla morale, cosi da legittimarne la contravvenzione a ogni norma etica.

Della prima tendenza sono i «metafisici» (G. Flores D'Arcais, p. 14 I sgg.) i quali, insistendo sul-

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l'aspetto teologico del bello, ritengono che l'arte abbia l'intrinseca attitudine di elevare a Dio, da cui deriva come da suo primo principio; e i «catartici», (B. Croce, Ultimi saggi, Bari, 1935, pp. 9-10 e 62 sgg.; La Poesia, ivi 1936, pp. 167-68, 203); che riconoscono un'intima virtù purificatrice ( « dot{θ} θ ε σ η ) all'attività artistica, la quale pertanto escluderebbe quanto può riuscire repellente alla coscienza morale.

Della seconda tendenza sono, da una parte, gli "amoralisti» (B. Croce, Estetica, 7° ed. ivi 1947, p. 57 sgg.), che ritengono l'arte al di qua o, comunque, indifferente alla morale; dall'altra i «separatisti» (C. Fidler, Aforismi sull'arte, Milano 1945, p. 76), che considerano arte e morale come due attività o funzioni autono me, e l'artista indipendente in quanto tale dalla morale.

Tali posizioni sono riflesso di una considerazione più o meno unilaterale dell'arte e della morale. In particolare contro i « metafisici» si può osservare che l'arte è bensì riflesso del divino, ma anche e soprattutto affermazione dell'umano; e contro i «catartici» che l'arte non è sempre la Beatrice "gentile" e "onesta" che suggestiona a sensi elevati. E pertanto solo per amor di tesi può affermarsi (B. Croce, Nuovi saggi di estetica, Bari 1920, p. 130) che sarà l'arte a consigliare al poeta di tralasciare una parola, sorvolare una scena inonesta, purificare il sentimento di basso odio, ecc. Fu il senso morale di Dante che fece troncare nel verso "Quel giorno più non vi leggemmo avanti» la rievocazione di Francesca, non davvero la sollecitazione estetica dell'arte, che invece avrebbe persuaso ben altro indugio sui particolari passionali. E così pure fu il ritegno morale (come dal resto dichiarò esplicitamente l'autore) che indusse il Manzoni a ridurre nei limiti dell'accenno "La aventurata rispose" la torbida vicenda della monaca di Monza. A conferma si può osservare che non fu l'arte, bensì la morale, rinnovata a più alti sensi dal cristianesimo, quella che nel medioevo diede alla poesia dell'amore il tono cortese e quasi mistico che la staccò dall'erotismo classico-pagano. Del resto, a smentire incontestabilmente la funzione catartica dell'attivita estetica sta il fatto storico, che offre realizzazioni più o meno aberranti dalle esigenze etiche, e tuttavia accolte e vissute dalla coscienza dei lettori nello stesso senso delle altre, cioè come vere esperienze estetiche e come autentiche opere d'arte.

Contro gli « amoralisti», i quali cadono nell'equivoco di considerare l'attività artistica in astratto, va osservato che l'arte, in concreto, è sempre funzione di personalità, vale a dire è sempre atto di un io storicamente determinato e moralmente orientato. Pertanto la posizione neutra o amorale non si dà né nell'artista né nell'opera d'arte, ma sia la concezione dell'uno quanto la realizzazione dell'altra sarà o morale o immorale. L'arte prima che fatto è atto: atto cosciente, perché compiuto nella riflessione della elaborazione artistica; atto consentito, perché compiuto nell'adesione della dilettazione estetica. L'atto artistico pertanto è una presa di posizione della propria interiorità, è pronunciamento deliberato del proprio io; quindi atto pienamente imputabile, che rende l'artista moralmente responsabile e giuridicamente censurabile.

E questo è anche l'argomento che infirma la posizione dei «separatisti»; vano è infatti il tentativo di rescindere le attività umane le une dalle altre, perché è impossibile staccarle dal centro dell'io in cui tutte si unificano. La moralità è un modo dell'agire umano, non un agire a sé e per sé, cosi che possa darsi un'attività morale che sia solo attività morale. Né d'altra parte può pensarsi un agire umano che non sia moralmente qualificato, cioè che non sia morale o immorale.

Il problema della m. dell'a. è il problema dell'accordo fra le esigenze della morale e le esigenze dell'arte. Se l'arte deve esprimere la realtà umana, che è necessariamente un misto di bene e di male, non sembrerebbe possibile accordare la libertà dell'esprimere artistico con la restrittività della norma etica. Il problema è stato complicato e oscurato da un falso concetto di moralità, quasi che moralità significasse non vedere e non esprimere il male.

La moralità o l'immoralità non è nelle cose, ma nel modo di vedere e di esprimere le cose; pertanto m. in a. non significa non esprimere il male, ma esprimerlo moralmente, cioè esprimerlo come male, senza giustificarlo, senza esaltarlo, senza compiacersene. Esprimere il male non è male, quando ritorna a bene; e tacerlo è dovere, solo quando esprimerlo è esaltarlo. C'è una tragedia greca, l'Edipo re, la quale è impostata sul più turpe delitto, l'incesto con la propria madre, che per di più in certi punti viene richianato assai crudamente. Eppure l'Edipo re non è arte immorale, perché tutto in essa è deplorazione e riprovazione del delitto, che culminano nella terribile vendetta che gli involontari colpevoli consumano su se stessi; cosicché il dramma della colpa si tramuta in tragedia di espiazione, e quindi in vera esaltazione morale.

Per riuscire morali in arte, basta pertanto conservare il senso umano delle cose e ritrarle nella luce che riflettono alla coscienza normale. L'artista non può esimersi dalla responsabilità e salvarsi dalla immoralità in nome dell'arte, dicendo che la realtà umana è quella che è, e perciò va espressa tale qual'è; poiché la morale non vieta di esprimere la realtà umana quale essa è, ma di esprimerla quale essa non è, vale a dire come esaltazione quando è perdizione, come gloria quando è ignominia, come onore quando è infamia, come lecita quando è illecita, come giusta quando è ingiusta, come bene quando è male. Ciò che rende morali le rivelazioni delle Confessioni e immorali le narrazioni del Decamerone è esclusivamente l'atteggiamento dei rispettivi autori di fronte alla immorale realtà umana: nell'uno il male è compiacimento ed esaltazione, nell'altro è pentimento e detestazione.

Posto il concetto di m. dell'a. come esigenza non di esclusione della realtà immorale quanto piuttosto della sua riprovazione, l'educazione dell'artista alla moralità non dev'essere intesa a chiudergli gli occhi sul male, ma a dargli il senso del male, persuadendolo che l'espressione del male in arte è lecita solo quando non riesca a una glorificazione del male stesso, e che perciò egli nella sua espressione artistica deve in qualche modo redimere la realtà immorale, prospettandola nella sua negatività quanto più vivamente possibile: vedere il male moralmente ed esprimerlo moralmente. Va peraltro osservato che l'espressione morale del male non esclude la suggestione pericolosa, poiché o per esuberanza dell'età o per equilibrio morboso è possibile fermarsi con certa esclusività sull'aspetto immorale dell'opera, trascurandone la totalità in cui, per così dire, si redime. Pertanto va mantenuta in arte la distinzione fra morale e pericoloso, regolando in base ad essa l'accesso dei giovani alle opere d'arte. Altro punto da precisare è la considerazione unilaterale dell'immorale, che viene talora ridotto all'abuso sessuale; mentre sono certamente immorali anche la violenza e la frode, l'oppressione e la soppressione dell'innocente, il ladrocinio e il delitto di sangue; anche la loro esaltazione nell'arte, perciò, è esclusa dalla morale.

Infine è da notare che la norma etica si sente come limite, solo quando non è vissuta come costume; per chi l'ha fatta norma interiore di vita la norma etica è affermazione di sé e atto di libertà. E pertanto l'adeguamento morale in arte deve intendersi dall'interno, non dall'esterno; quindi più che a moralizzare l'arte si deve tendere a moralizzare l'artista. Del resto solo quando è atteggiamento interiore dell'artista, la moralità non mortifica l'esteticità; e solo allora veramente può dirsi m. dell'a., perché solo allora la moralità si attua in certo modo come esteticità.

Bitti.: oltre i trattati d'estetica, nel quali la questione della m. dell'a. è più o meno discussa: H. Spencer, Essais de morale de science et d'esthét., Parigi 1889-91; P. Ferrieri, L'arte e la morale, Milano 1893; R. Bonghi, La m. nell'a., Inola 1899; A. Torelli, L'arte e la morale, Bologna 1902; P. Stapfot, Quetlions esthet, et

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relig., Parigi 1906; B. Cocurullo, La moralitd nella vita e nell'arte, Catania 1908; F. Orestano, Morale e arte, Palermo 1912; S. Magliano, L'estetica e i suoi rapporti con la morale, Firenze 1912; E. Quaroni, L'arte e la vita morale, Milano 1919; Ch. Lalo, L'art et la morale, Parigi 1922; G. Tinivella, Estet. e pedagog., Milano 1922; G. Maggiore, Verso una nuova estet. relig., Lanciano 1933; A. Carlini, Religiosità dell'arte e della filosofia, Firenze 1934; J. Lapsine, La synergie spiritualle, Praga 1935; S. Magliano, L'estet. e i suoi rapporti con la morale e con l'educaz. umana, Firenze 1935; G. Flores D'Arcais, Il valore educativo dell'arte, Padova 1936; M. Treves, L'arte e la morale, ivi 1937; VI. Arangio-Ruiz, Arte e moralitd, in La vita dello spirito e il problema dell'arte, Milano 1942, pp. 31-51; L. Civardi, Cinema e morale, Roma 1944; F. M. Bongioenni, Gusto e cultura, saggio sul problema morale nell'educazione estetica, Torino 1945.

Amerigo De Proprio
MORALITÀ PUBBLICA. - Si intende per moralità la maniera di diportarsi in ordine alle leggi che regolano il costume e si dà per accettato il presupposto che gli stessi principi servono a giudicare cosi la moralità privata, come la m. p., nel senso che un'azione disonesta compiuta da un singolo individuo non cessa di essere tale, se compiuta da un complesso sociale, e una colpa commessa in segreto è tale anche quando si divulga fra il pubblico.

1. Contenuto della m. p. - Un'azione deve ritenersi pubblica e quindi soggetta alle leggi che tutelano la m. p.: 1) Quando è tale da interessare più persone, perché è essa stessa «di natura sua» destinata al pubblico. Ad es., la stampa ed ogni altro mezzo di propaganda interessano la m. p. 2) Quando le circostanze, nelle quali l'azione si compie, la rendono pubblica. E il caso di una riunione tenuta in una casa privata, ma tale che per il numero degli intervenuti o per lo scopo od oggetto di essa non è più di interesse privato. 3) Quando l'azione è compiuta in un luogo pubblico, cioè in un luogo, dove chiunque può recarsi, soffermarsi, passeggiare senza alcuna limitazione (vie, piazze, campagne, ecc.); 4) o in luogo aperto al pubblico, dove cioè chiunque può entrare, sia pure con la limitazione rappresentata da una fossa d'ingresso o da uno scopo determinato (teatri, scuole, negozi, esercizi pubblici, uffici, ferrovie, tranvie, ecc.); 5) o in un luogo esposto al pubblico, cioè tale che si possa vedere nell'interno di esso (carrozze, automobili, cortili, balconi, l'interno di una casa con le finestre aperte).

Quindi quasi tutte le voci, che interessano la moralità privata, interessano anche quella pubblica. Alcune, tuttavia, in maniera più profonda.

La stampa, ad es., ha un'influenza preponderante sull'orientamento morale della società e l'enorme diffusione di quella, che indulge a una concezione edonistica e materialistica della vita e circonda di un'aureola di notorietà i grandi delinquenti, è certamente fra le maggiori cause di decadimento morale. Lo spettacolo in tutte le sue forme, antiche, come il teatro, o recenti, come il cinematografo e la televisione, è pure attività tipicamente "pubblica e e per le sue intrinseche finalità e per le circostanze, nelle quali si svolge. Per la sua larghissima diffusione e l'immediatezza e l'efficacia dei suoi mezzi espressivi, lo spettacolo contende alla stampa il primato dell'influenza - purtroppo molto spesso nefasta - sul costume. Anche la moda, interessa la m. p. poiché l'abbigliarsi è quasi sempre in funzione dell'interesse che si intende destare negli altri, e non avrebbe quasi ragione di essere, se non potesse manifestarsi in pubblico. Altrettanto si dica del ballo, dei manifesti, dell'esposizione pubblica di oggetti, che offendono il buon costume, ecc.

La m. p. è particolarmente insidiata dagli atti immorali commessi in pubblico, dalla prostituzione e dall'ignominioso delitto della «tratta delle bianche» e dello sfruttamento delle donne e dei fanciulli.

Se lo Stato si dichiara impotente di fronte a disordini, che rimangono in una sfera strettamente privata, ha il diritto ed il dovere di intervenire contro i reati che offendono la m. p., appunto perché è suo compito difendere la sanità del costume ed il diritto degli onesti a non essere turbati dalla sfacciata esibizione del vizio. Di qui la legislazione in difesa della moralità, che si trova, con maggiore o minore sviluppo, presso tutte le nazioni.
II. LEGISLAZIONE PER LA TUTELA DELLA M. P. IM ITALIA. - In Italia la legislazione in difesa della m. p. si trova nella Costituzione, nel Codice penale, nel Testo unico delle leggi di Pubblica Sicurezza ed in alcune leggi speciali.

La Costituzione vieta «le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume», rinviando alla legge per i «provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni» (art. 21). Il Codice penale provvede alla m. p. specialmente nei titi, IX, X e XI.

Il tit. IX contempla espressamente i a delitti contro la m. p. e il buon costume * e in particolare dall'art. 519 al 526 i delitti contro la libertà sessuale : violenza carnale, atti di libidine violenti, ratto a fine di matrimonio e a fine di libidine, ratto di minore e seduzione con promessa di matrimonio, commessa da persona coniugata. Dall'art. 527 al 538 vengono contemplate le offese al pudore e all'onore sessuale : gli atti osceni, anche semplicemente colposi, le pubblicazioni e gli spettacoli osceni, la corruzione di minorenni, l'istigazione alla prostituzione ed il favoreggiamento, la costruzione alla prostituzione, lo sfruttamento di prostitute, la tratta di donne e di minori.

Particolare attenzione merita l'art. 529 , il quale stabilisce che «agli effetti della legge penale si considerano osceni gli atti e gli oggetti, che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore * (ciò importa il dovere morale di reagire alle manifestazioni di mal costume e con una reazione pubblica e costante, si che dia al magistrato, che deve applicare la legge, la prova che il comune sentimento è stato offeso).

Il tit. X contempla dall'art. 545 al 555 i a delitti contro l'integrità e la sanità della stirpe ", in particolare : l'aborto, il procurato aborto, l'istigazione all'aborto, la procurata impotenza e l'incitamento alle pratiche contro la procreazione e il contagio di sillitide e di blenorragia.

Il tit. XI colpisce tutti i a delitti contro la famiglia». Interessano anche la m. p. i delitti contro il matrimonio (dall'art. 556 al 563 ) : bigamia, adulterio e concubinato e i delitti contro le morale familiare : in particolare l'incesto (art. 564) e gli attentati a mezzo della stampa periodica (art. 565).

l'7o le contravvenzioni è da tener presente l'art. 725 , che colpisce l'esposizione e il commercio di scritti, disegni o altri oggetti contrari alla pubblica decenza e l'art. 726 , che colpisce chi in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico commette atti contrari alla pubblica decenza.

Il Testo unico delle leggi di Pubblica Sicurezza ( 18 giugno 1931, n. 773) contiene disposizioni relative agli spettacoli e trattenimenti pubblici (artt. 68-83), alla spaccio degli alcoolici (artt. 86-107), ai giochi d'azzardo (art. 110), alla stampa (artt. 111-14), al meravicio o al libertinaggio (artt. 190-208). Vedere anche il Regolamento per l'esecuzione del Testo unico ( 6 maggio 1940, n. 635).

Le leggi speciali, che hanno riferimenti con la difesa della m. p., sono specialmente : a) la Legge per la protezione della Maternità e dell'Infanzia (24 dic. 1934, n. 2316) e il Regolamento (15 apr. 1926, n. 718); b) la Legge sull'ordinamento dell'industria cinematografica nazionale ( 16 maggio 1947, n. 379), che all'art. 14 rinvia al Regolamento annesso al R. D. 24 sett. 1923, n. 3287, per quanto concerne la vigilanza governativa sulle pellicole cinematografiche; c) la Legge sulla stampa ( 8 febbr. 1948, n. 47) in corso di aggiornamento.

Complessivamente, un imponente complesso di norme legislative, che pongono l'Italia all'avanguardia dei paesi civili nella difesa del costume.

BibL.: cf. le Relazioni sui Congressi nazionali per la moralitd. Il 9° si tenne dal 16 al 19 giugno 1949; R. Bettazzi, Moralitd, Parma 1915, passim; Unione internazionale di studi sociali, Codice sociale, Rovigo 1927, n. 49; G. Molteni, La morale nel romanzo e nel teatro d'oggi, in Il matrimonio cristiano, scritti vari a commento dell'emicid. Casti connubil, Milano 1931, p. 238 sgg ; M. Manfredini, Delitti contro la m. p. e il buon costume, in Trattato di diritto penale, a cura di E. Florian, ivi 1934, p. 200 sgg.; G. Gonsilla, Principi di un ordine sociale, Città del Vaticano 1943, pp. 187-94; A. Iannitti Piromallo, Legge penale e p. m., in Iestitia, 2 (1949), pp. 29-30; P. Ciprotti, Il IX Congresso nazionale per la moralitd, ibid., 2 (1949), pp. 28, 71-72; A. Jannitti Piromallo, Moralitd, costituzione e leggi speciali, ibid., 3

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Morazione, Pier Francesco Mazzucchelli, detto il - Gonfalone con scene della vita di s. Abbondio - Como, Cattedrale.
(1950), pp. 47-48; anon., Il pudore e l'atto osceno, ibid., 3 (1930), pp. 48-50.

Ferdinando Prosperini
MORANDO, Giuseppe. - Filosofo, n. a Genova il 28 genn. 1866, m. a Voghera il 4 maggio 1914. Fu libero docente alle Università di Padova e Milano, indi preside del Liceo di Voghera.

Cultore e divulgatore delle dottrine rosminiane, scrisse: Ottimismo e pessimismo (Milano 1890); Lo scetticismo e Gaetano Neri (ivi 1894); Il problema del libero arbitrio (ivi 1895); Corso elementare di filosofia: psicologia, logica, etica (ivi 1898-99), e l'opera maggiore, un volume di ca. 1000 pagine: Esame critico delle 40 proposizioni rosminiane (ivi 1905). Fondò nel 1906 la Rivista rosminiana e la diresse fino alla morte.

Bibl.: B. Chiarulli, G. M. nel 2° di questa rivista, in Riv. rosminiana, 30 (1936), pp. 83-106; G. Bozzetti, G. M., ibid., 39 (1945), pp. 7-10; G. Artona, Un filosofo da non dimenticare: G. M., in Ultrapadam, 1947, pp. 72-79. Giuseppe Bozzetti

MORAVI e BOEMI FRATELLI: v. boemi, FRATELLI.

MORAVIA : v. CECOSLOVACCHIA.
MORAZZONE, Pier Francesco Mazzucchelli, detto il. - N. a Morazzone, nei pressi di Varese, nel 1573, secondo un catalogo anonimo settecentesco, non confermato, m. a Piacenza nel 1626. Fu considerato dal Marino, nell'Adone, con il Serrano ed il Boccaccini, uno dei massimi pittori milanesi.

Lavorò a Roma; ma delle opere romane restano solo gli affreschi della chiesa di S. Silvestro, di una dolce bellezza e suggestione coloristica e di un esatto naturalismo, che, oltre a richiami all'ambiente baroccesco senese, serbano tracce di una precedente educazione lombarda. A Venezia avrebbe studiato il Tintoretto: dal 1602 al 1605 stette a Varallo, occupato negli affreschi della cappella
della Salita al Calvario, poi a Milano, dove esegui opere sacre e profane in gran parte perdute. Nel 1608 decorava lo stendardo processionale del duomo di Como, tuttora esistente, e nel 1609 datava a Varese gli affreschi della cappella della Flagellazione al S. Monte, poi a Varallo lavorava, con qualche intervallo, fino al 1617. Del 1618 è un quadretto del duomo di Milano, del 1611 l'altare della Maddalena in S. Vittore a Varese, tra il 1615 ed il 1617 , nella stessa chiesa dipinse la cappella del Rosario, suo capolavoro. Nel 1616 era ad Orra, nel 1617 alla certosa di Pavia, nel 1620 compiva la decorazione della cappella della Buona Morte di Novara. La morte interruppe gli affreschi della volta del duomo di Piacenza, iniziati nel 1625 . Il M. lavorò pure a Mantova e a Torino : poche notizie restano degli ultimi suoi anni. Collaborò con il Cerano ed il Proceccini nel quadro del Martirio di s. Giustina e di s. Secondo di Brera. Sentì la suggestione della pittura caravaggesca ma rimase fondamentalmente un eclettico.

BibL.: G. Niccodemi, P. F. M., detto il M., Varese 1927 (v. anche la recensione del Pevsner, in Repert. f. Kunstw., I [1930], pp. 262-63); C. Baroni, Ancora sul M., in Arte, 12 (1941), pp. 119-46.

Eugenio Battisti
MORCELLI, Stefano Antonio. - Archeologo ed epigrafista, n. a Chiari (Brescia) il 17 genn. 1737, m. ivi il I ^{°} genn. 1822. Entrato fra i Gesuiti nel 1753, insegnò materie letterarie nei Collegi di Arezzo, Ragusa, Fermo e nel Collegio Romano, dove istituì nel Museo Kircheriano un'Accademia di archeologia. Soppressa la Compagnia di Gesù (1773), fu bibliotecario del card. Albani e nel 1791 prevosto di Chiari, dopo aver rifiutato il vescovato di Ragusa. Ristabilita la Compagnia (1814), vi fu riammesso, restando con licenza di Pio VII alla sua carica a Chiari.

Grande fama seppe acquistarsi come epigrafista dall'ampia cultura classica e dallo schietto stile latino anche nel trattare di cose moderne, con una serie di opere importanti: De style inscriptionum latinarum (Roma 1781), che lo resero fondatore della scienza epigrafica; a cui serve di commento: Inscriptiones commentariis subiectos (ivi 1783), in cui il tratto più notevole è il tentativo di stendere i fasti dei vari secoli cristiani, scritti alla maniera dei fasti capitolini (ed. a parte Fasti christiani, Torino 1868). A queste opere, nella 2² ed. ampliata in 4 voll. (Padova 1818-23, a cura di F. Caldani, G. Furlanetto, F. Federici), un quinto ne aggiunse pubblicato prima degli altri: Il \ 229700 inscriptionum novissimarum (ivi 1818). A questi vanno aggiunti due lessici speciali : P. Schianio, Lexicon epigraphicum morcellianum ( 3 voll., Bologna 1835-38); A. Gambarini, Lexicon epigraphicum morcellianum vocibus italicis digestum (ivi 1843).

Scrisse pure: Mŋvokóyıov Tóv кOxyckíav 6o2720тıк6v, sive Kalendarium Ecclesiae Constantinopolitanae (2 voll., Roma 1788); Africa christiana ( 3 voll., Brescia 1816-17); Opuscoli ascetici (3 voll., Brescia 1819; 2² ed. 1823).

Bibl.: Sommervogel, V. 1290-1305; G. I. Gussago, Memor. intorno alla vita e agli scritti di S. A. M., Brescia 1824; I. Baraldi, Notizia biografica, Milano 1825.

Celestino Testore
MORE, Gertrude. - Mistica inglese, battezzata Helen, n. a Low Leyton (Essex) il 25 marzo 1606, m. a Cambrai il 17 ag. 1633. Su consiglio del benedettino dom Benet Jones, suo direttore spirituale, entrò nel nuovo convento di Suore benedettine inglesi a Cambrai, ove fu ammessa (1623), con il nome di Gertrude, e fece i suoi voti nel 1625.

Dom Agostino Baker la guidò con molta sapienza insegnandole l'orazione affettiva. M. divenne il sostegno della giovane comunità, che la considerd come fondatrice principale. Nel 1629 M. fu eletta abbadessa. Il suo metodo di preghiera fu esaminato nel Capitolo generale del 1633, il quale l'approvò; ma M. mori di valuolo mentre si svolgeva il Capitolo. Dopo la sua morte le sue aspirazioni e meditazioni furono raccolte e messe in ordine da dom

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Baker, che pubblicò The holy practices of a divine lover, or the Saluctly Ideot's Devotions (Parigi 1567); nel 1658 seguivano The spiritual exercises of the most vertuous and religious dame G. M. (redatti da F. G., Parigi). Redatti di nuovo dal p. Henry Collins (Devotions of dame G. M., 1873), da Lane Fox (1908) e da Weld Blundell (1910).

BibL.: H. Collins, Life of dame G. M. Londra 1872; J. Gillow, s. v. in Biogr. dist. engl. catholics, V, pp. 96-97.

Enrico Rope
MORE, Henry. - Fu il principale rappresentante dei neoplatonici di Cambridge (che influenzarono anche il poeta Crashaw), n. a Grantham il 12 ott. 1614 da genitori calvinisti, m. a Cambridge il 1° sett. 1687. Ripudiò prestissimo la fede dei genitori. Studiò a Eton e indi a Cambridge, nella cui Università insegnò filosofia e teologia.

Volle conciliare le correnti neoplatoniche (Ficino, Plotino, la Theologia Germanica) con il razionalismo di Cartesio (che fu tra i suoi corrispondenti), giungendo ad una sorta di razionalismo mistico con deviazioni nell'occultismo e nella teosofia. Fu autore di faticosi poemi mistici e di voluminose opere teologiche e teosofiche, di cui la più considerevole è Divine dialogue (1668). M. tradusse le proprie opere in latino nella speranza di diffonderle nel continente. Dei suoi versi si ricorda soprattutto The life of the soul.

BibL.: Opera omnia, 3 voll., Londra 1679. Indicazioni bibl. in Pbilosophical writings of H. M., a cura di F. J. Mackinnon, Nuova York 1923, pp. 233-45. Studi: A. C. Berson, Essays, Londra 1896; F. R. Anderson, H. M., diss., Columbia-Nuova York 1933; D. Boush, English literature in the early 27 th century, Londra-Nuova York 1943, passim.

Augusto Guidi
MOREAU, Basile-Antoine. - Fondatore della Congregazione di S. Croce e delle religiose del medesimo titolo, n. a Laigné-en-Belin (Mayence) l'1 febbr. 1798, m. a Le Mans (Sarthe) il 20 genn. 1873.

Sacerdote nel 1821 e successivamente professore e direttore dei due Seminari, minore e maggiore, della sua diocesi, creò nel 1834 l'Istituto dei Preti ausiliari, allo scopo di aiutare i parroci con ritiri parrocchiali, predicazione, missioni, ecc.; pregato dal vescovo di Le Mans, si prese cura, lo stesso anno, della riorganizzazione della Congregazione dei Fratelli di S. Giuseppe, fondata nel 1820 dal can. G. F. Dujarié e finì con fondere i due gruppi in un'unica Congregazione ( 11 marzo 1837), che prese il nome di S. Croce, ed ebbe il decreto di lode il 18 giugno 1855 e l'approvazione della Costituzione da parte della S. Sede il 13 maggio 1857 . Il M. vide prosperare assai in Francia, specialmente, e in America l'opera sua, che si dedicava con slancio all'educazione, alla predicazione, particolarmente nelle località rurali e nelle missioni estere, al ministero parrocchiale, alla buona stampa e alla direzione di case per la cura di ragazzi delinquenti o abbandonati. Al M. si deve pure la fondazione, nel 1841, di un istituto femminile parallelo, le Suore di S. Croce, allo scopo di attendere soprattutto alla educazione delle giovani.

Oltre alle lettere circolari dirette ai suoi religiosi (2 voll., Montréal 1941) scrisse Meditazioni per religiosi e laici (ivi 1932) e diverse opere pedagogiche di alto valore. Fu anzi con il Lacordaire, il Montalembert e il Dupan-
loup uno dei pionieri più efficaci e costanti nella lotta per la libertà d'insegnamento, riuscendo ad aprire a Le Mans un collegio in piena attività, prima ancora che la legge sulla libertà d'insegnamento fosse votata. Da Pio IX ebbe il titolo di "Missionario apostolico". E iniziata la causa di beatificazione.

BibL.: C. Moreau, Le très rée, p. B. A. M. et ses oeuvres, 2 voll., Parigi 1900; G. Fitzgerald, Yusta Crucem. The Life of Basil Anthony M., Nuova York 1937; A. Legault, Le p. M., Montréal 1947; E. e A. Catto, Le très rée, p. B. A. M. et les origines de la Congrès: de Ste-Croix, 2 voll., Parigi 1950-52.

Celestino Testore
MORELIA, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi nello Stato di Michoacan nel Messico. Ha una estensione di 30.000 mathrm{kmq}. con 1.300 .000 ab., dei quali 1.100.000 cattolici, distribuiti in 126 parrocchie, servite da 191 sacerdoti diocesani e 80 regolari, un seminario conciliare, 41 comunità religiose maschili e 83 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 278).

Il papa Paolo III, a istanza dell'imperatore Carlo V, creò l'11 nov. 1536 la diocesi di Michoacan; primo vescovo fu il missionario mons. Vasco de Quiroga (1538-65) con sede a Zintzuntzan fino al 1544 poi a Pazcuaro fino al 1580 e di li a Valladolid; tra i suoi successori vanno ricordati mons. Ramirez del Prado per il suo zelo apostolico; mons. Sanchez de Tagle fondatore del Seminario nel 1770; Antonio de S. Miguel che fece costruire il grande acquedotto; Portugal che fu il primo americano creato cardinale, ma che morì prima di ricevere il cappello cardinalizio. Il papa Pio IX elevò la diocesi a metropolitana il 19 marzo 1863, dandole quali suffraganee le diocesi di León, Queretaro e Zamora; primo arcivescovo fu mons. C. Munguia (m. nel 1868); nel 1913 il papa Pio X vi aggiunse Tacamboro. Il papa Pio XI con lettera apostolica del 25 giugno 1924 elevò a basilica minore la collegiata di S. M. della Salute nella città di Pazcuaro, in cui l'immagine della B. Vergine era stata coronata con corona d'oro dal papa Leone XIII nel 1899 (AAS, 16 [1924], pp. 353-54). Il nome dell'arcidiocesi fu mutato in quello di M. con residenza ivi, il 22 nov. 1924.

BibL.: F. Elguero, Michoacan, in Cath. Enc., X, pp. 282-83; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XXXVI, pp. 982-83. Enrico Josi
MORELL, Julienne. - Scrittrice mistica domenicana, n. a Barcellona il 16 febbr. 1594, m. ad Avignone il 26 giugno 1653.

A 7 anni si trasferì col padre a Lione, e, sotto la guida di esperti maestri, fece grandissimi progressi nella conoscenza delle lingue e delle scienze; sicché era in grado di sostenere pubblicamente tesi filosofiche e scientifiche. Fu perciò detta "la dottoressa" e "il prodigio del suo secolo". Passata ad Avignone, entrò nel monastero domenicano di S. Prassede ( 15 sett. 1608) ed emise i voti il 20 giugno 1610; fu maestra delle novizie, sottopriora e tre volte priora ( 1636-39 ; 1642-45 ; 1648-51 ), dando esempio di rare virtù.

Principali scritti: Traité de la vie spirituelle par st Vincent Ferrier... avec des remarques et annotations... (Lione 1617, Parigi 1619); Exercices spirituels sur l'éternité (Avignone 1637; trad. inglese, Nuova York-Cincinnati 1945). Il domenicano M.-J. Rousset pubblicò una nuova ed. degli scritti di M. alla fine del sec. xix.

BibL.: Archivio Gen. dei Domenicani (Roma), 14* serie, Lib. T, pp. 116-23 : cenni autobiografici e autografi del 10 marzo 1628; Quétif-Echard, II, pp. 845-46; Année Dominicaine, 1* ed. (Strakgee), Pein, Amiens 1689, pp. 938-86; M.-J. Rousset, Le monastère de Ste-Prazède à Avignon, Lione 1876, pp. 213235; id., La vén. mère 7. M. dominicaine, sa vie, sa doctrine, son Institut, Lione-Parigi 1893.

MORELLI, Domenico. - Pittore, n. a Napoli l'8 luglio 1823, m. ivi il 13 ag. 1901. Allievo all'Accademia napoletana di Costanzo Angelini e Camillo Guerra, fu da loro instradato verso i principi del neoclassicismo e del purismo, da lui presto abbandonati con assidua ricerca veristica.

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(fot. Alinari)
In alto a sinistra: TORRE DETTA "DI PULCINELLA" (sec. xv) - In alto a destra: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. MARIA DELLE GRAZIE (sec. xvi). In basso: INTERNO DELLA CATTEDRALE su disegno di B. Ammannati (sec. xvi).

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In alto a sinistra: BIBLIOTECA MUNICIPALE (r917). In alto a destra: MUNICIPIO (1926). In basso a sinistra: VEDUTA DEL
PORTO. In basso a destra: HÖTEL-DIEU di Montréal, diretto dalle Suore Ospitaliere di S. Giuseppe. Stato attuale degli edifici (1949).

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I suoi dipinti più antichi riflettono i modi propri della pittura romantica, ma dopo aver ottenuto il pensionato a Roma ( 1848 ) e aver compiuti numerosi viaggi in Italia, specie a Venezia e Firenze, e dopo avere anche soggiornato a Parigi ove, pur senza comprenderlo, intese il valore della nuova pittura degli impressionisti, avolse una intensissima azione per diffondere il gusto naturalista, nella stessa Napoli, già da tempo seguite da artisti anche più anziani di lui, quali G. Gigante, F. e G. Palizzi. Ciò specie negli anni fra il 1860 e il 1880 , durante i quali Napoli ebbeuna funzioneveramente preminente nel campo della cultura artistica italiana. Considerato ai suoi tempi quale il maggiore pittore della penisola, più tardi osteggiato dalla critica, oggi gradualmente si va riconoscendo al M. il posto, invero notevolissimo, da lui occupato nel campo dell'arte ottocentesca italiana. Postosi a capo della rivolta antioceadcmica, intensamente praticò "lo studio del vero" che molte volte si risolse in lui nella ricerca di verosimiglianza realistiche introdotte anche nella sua pittura sacra.

Numerosi sono infatti i suoi quadri ispirati a soggetti sacri : del periodo primo della sua attività è una Madonna col Bambino in braccio; del tempo del suo soggiorno romano verso il 1848-50: I martiri cristiani davanti al rago e i Martiri portati al cielo. Del suo periodo di maggiore intense attività l'affresco con l'Assunta nella cappella del Palazzo Reale di Napoli. Negli ultimi anni di vita, quando la sua pittura ormai sciolta da qualsiasi legame tradizionale o imitativo tendeva solo ad una veloce resa realistica dei ferii, appartengono anche numerose composizioni di soggetto biblico talvolta solo abbozzate, altre, portate a compimento in grandi quadri, quali il Cristo nel Deserto della Galleria d'arte moderna di Roma o il Cristo imbalsamato della stessa raccolta.

Bibl.: P. Levi, D. M. nella vita e nell'arte, Torino 1906; V. Spinazzola, D. M., Milano 1925; A. de Rinaldis, D. M., in Enc. Ital., XXIII, pp. 812-13; A. M. Comandacci, I pittori italiani dell'800, Milano 1934, pp. 431-32. Emilio Lavagnino

MORELLY. - Scrittore politico francese, di cui si sa solo che visse verso la metà del sec. xvili e che abitò a Vitry-le-François.

Sotto il suo nome vanno varie opere di dubbia attribuzione. Sicuramente dello stesso autore sono i due scritti più noti, il Naufrage des îles flottantes ou la Basiliade, (Messina [ma Parigi] 1753), e il Code de la Nature (Amsterdam 1755) "Partout chez le vrai sage", come esplicitamente afferma il Code. Il primo narra, in forma poetica, la vita felice di una società egualitaria contro la quale naufragano i pregiudizi (le îles flottantes) degli uomini. Nel Code, attribuito a Diderot e a Toussaint, l'ideale comunistico è ripreso con intenti scientifici. Partendo dalle premessa della bontà naturale dell'uomo, l'eguaglianza assoluta, attuata attribuendo ogni proprietà allo Stato, è considerata unica soluzione che impedisca all'uomo di cadere nel male. Educazione e religione, fondate sulla natura, abbandonano ogni ricerca o nozione metafisica. Un complesso sistema di elezioni assicura il governo dei più esperti e dei più saggi. Tale concezione esercitò grande influenza su Babeuf e gli egualitari durante la Rivoluzione Francese.

Bibl.: Code, ed. E. Dolléns, Parigi 1910; A. Lichtenberger, Le socialisme au XVIIIe siècle, ivi 1895; A. Reverdy, M. Idées
philosophiques, économiques et politiques, Poitiers 1909. Cf. inoltre del Code la traduzione di M. E. Landau e l'introduzione di V. Volgin (Mosca 1947, in russo). Sergio Cotta MORENO Y DIAZ, Ezequiel. - Agostiniano e missionario, n. ad Alfaro (Alta Castiglia) il 9 apr. 1848, m. a Monteagudo (Spagna) il 19 ag. 1906.

Missionario nelle Filippine dal 1870; fu, nel periodo 1883-88, superiore al collegio di Monteagudo. Partito come provinciale per la Colombia, vi fu eletto vicario apostolico della missione di Casanare (1893) da lui fondata, e nel 1895 vescovo di Pasto. Zelante e devoto particolarmente del S. Cuore, esercitò un grande influsso nella difesa della religione e nella pacificazione degli animi. Nel 1925 ne fu introdotta la causa di beatificazione.

Dei suoi numerosi scritti si citano: Manual de instrucciones a los Indios ya civilizados (Bogotá s. d.); O con Jesucristo o contra Jesucristo (Pasto 1897, Lima 1898); Dolores internas del Sagrado Corazón de Jesús (Pasto 1900, Bogotá 1902;
trad. it. Roma 1905); Instrucciones al clero sobre la conducta con los liberales (Pasto 1902, 1903, Barcellona 1903); Cartas pastorales circulares y otros escritos (Madrid 1908); Cartas (ivi 1914).

Bibl.: A la memoria del ill.mo e rev.mo E. M. y D. (raccolta di testimonianze, giudizi e documenti), Pasto 1906; N. Pérez, El p. E. M. y D., in El mensajero del Corazón de Jesús, 72 (1917), v. indice; T. Minguella, Biografia dell'ill.mo E. M. y D., Barcellona 1909; G. Vela, Ensayo de una biblioteca ibero-americana de la Orden de s. Agustín, V, Madrid 1920, pp. 403-37.

Davide Falcioni
MORETO Y CAVANA (Cabaña), Agustín. Drammaturgo spagnolo di origine italiana, n. a Madrid il 9 apr. 1618, ivi m. tra il 26 e il 27 ott. 1669.

Fu poeta aulico di Filippo IV, sacerdote nel 1654, cappellano del cardinale di Toledo Baltasar de Moscoso dal 1657. Scrisse ca. 30 commedie : d'argomento biblico (La cena del rey Baltasar) o agiografico (El más ilustre francés s. Bernardo; Los siete dormientes; La vida de s. Alejo; S. Franco de Sena); storiche (El valente justiciero y rico hombre de Alcald); di costumi (El desdén con el desdén; El lindo don Diego).

Epigono di Lope e di Calderón, di entrambi a noi talvolta più vicino per modernità di sentire, portò nel teatro perizia tecnica, senso di rara misura, garbata comicità venata a tratti di malinconia, interesse morale, assiduità d'introspezione, attraverso un dialogare rapido e spontaneo, come la sua lingua e il suo verso, che scandisce con fedeltà il ritmo interiore. E stato detto «il Plauto spagnolo».

Bibl.: ed. : Obras (con prologo di L. Fernández-Guerra), (Aut. esp., 34). Studi : Cr. Pérez Pastor, Los autos sacramentales, Madrid 1911, p. 329 sgg.; R.L. Kennedy, The dramatic art of M., Filadelfia 1932. Per altre indicazioni bibl. vf. E. Catarelo, La bibliografia de M., in Boletin Academia Española, 14 (1927), pp. 449-94 e M. Coe, Additional bibliographical notes on M., in Hist. Rev., I (1933), p. 236 sgg. Enzo Nevarre
MORETTO, Alessandro Bonvicino detto il. Pittore, n. a Brescia nel 1498, m. ivi il 22 dic. 1554.

Dipinse con il Ferramola, fra il 1515 e il 1518 , le ante d'organe per il Duomo Vecchio di Brescia, ore a Levere; ma nella parte dovuta a lui (i due Santi cavalieri nell'interno degli sportelli) mostra di aver di gran lunga superato i modi ritardatari di quel mediocre pittore bresciano, e di

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accostarsi invece al più anziano conterraneo Romanino, con cui collabora poco dopo (1521-23) nelle pitture della cappella del S.mo in S. Giovanni Evangelista. L'influenza del Romanino, quella del Savoldo, che gli suggerisce più vigorosi contrasti d'ombra e luce (palese, p. es., nella pala con l'Assunta del Duomo Vecchio, del 1526, e nella pala con la Vergine e santi della Fabbriceria di Manerbio), quella del Lotto, da cui derivano le intenzioni romantiche di alcuni ritratti (Ritratto di gentiluomo nella National Gallery di Londra, del 1526), non incidono mai profondamente sull'arte del M., che chiarifica queste esperienze nella sua placida natura p