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e gli suggerisce più vigorosi contrasti d'ombra e luce (palese, p. es., nella pala con l'Assunta del Duomo Vecchio, del 1526, e nella pala con la Vergine e santi della Fabbriceria di Manerbio), quella del Lotto, da cui derivano le intenzioni romantiche di alcuni ritratti (Ritratto di gentiluomo nella National Gallery di Londra, del 1526), non incidono mai profondamente sull'arte del M., che chiarifica queste esperienze nella sua placida natura provinciale. La maturità dell'artista dà alcuni capolavori : la pala con S. Margherita e due santi in S. Francesco di Brescia (1530), la famosa Madonna del santuario di Paitone (1533), la S. Giustina della Pinacoteca di Vienna, la pala con S. Nicola che presenta tre fanciulli alla Vergine, nella Pinacoteca di Brescia (1539), di più diretta ispirazione tizianesca, le ante d'organo della chiesa del S. Corpo di Cristo della stessa città, così singolarmente precorritrici degli sviluppi della pittura del '6oo. Sono palesi in quest'opera gli elementi formali desunti da Raffaello e da Giulio Romano, i quali in alcune opere, come la Caduta della manua e la Strage degli innocenti in S. Giovanni Evangelista, lo spingono a freddezze neoclassiche; ma in altre, come il Presepio della Pinacoteca di Brescia, il M. è sapientemente equilibrato e riassorbito nei modi lombardi, e dà alla scena una stretta unità compositiva. La composizione è ancor più serrata e raccolta e coerente nella Cena in casa del fariseo in S. Maria in Calchera. Ancora echi veneziani e di manierismo romano nella più tarda maturità (l'ultima opera datata è la Deposizione del Metropolitan Museum di Nuova York, del 1554), ma senza portare mutamenti d'indirizzo nell'arte del M., che si mantiene sempre coerente al suo chiuso gusto provinciale.

Bibl.: R. Pallucchini, La pittura veneziana del Cinquecento, I, 1944, p. xliI seg. (con bibl. precedente). Emma Zocca

MORFINISMO : v. NARCOTICI.
MORGAN, Thomas Hunt. - Biologo americano, n. a Lexington il 25 sett. 1866, m. a Pasadena il 4 dic. 1945. Si laureò in scienze naturali nel 1890 nella John Hopkins University. Fu professore di biologia al Bryn-Mawr College (1894) e quindi di zoologia alla Columbia University (1904), infine agli Istituti di Pasadena (1928). Ebbe il premio Nobel per la medicina nel 1933.

L'opera di M. si è portata sui più vari rami delle scienze biologiche. Inizio i suoi studi come embriologo sperimentale (polarità dell'uovo di anfibi ed echinodermi, potenze dei blastomeri, merogonia, ecc.), quindi studiò la rigenerazione sperimentale in vari gruppi animali (protozoi, celenterati, planerie ed anellidi), su cui formuló la teoria della polarità organica (1902). Le sue maggiori ricerche sono dovute allo studio del moscerino dell'aceto (Drosophila), ove ha messo in luce lo stretto nesso tra l'eredità ed i cromosomi, fondando la genetica moderna. Ebbe numerosi allievi e collaboratori di vaglia (Bridge, Sturtevant, Müller, Stern, ecc.). Pubblicò una quantitá enorme di lavori e di opere, tra le quali vanno ricordate : The rigeneration (Nuova York 1901); Heredity and sex (ivi 1913); The physical basis of heredity (Philadelphia 1919); Evolution and genetics (Princeton 1925); The theory of the gene (Nuova Haven 1926); Experimental embriology (Nuova York 1927); The scientific basis of evolution (ivi 1932); Embriology and genetics (ivi 1934).

Giorgio M. Baffoni
MORGANATICO, MATRIMONIO : v. MATRIMONIO, IV, v.

MORGANTI, PASQUALE. - Arcivescovo di Ravenna e noto autore di scritti ascetici, n. a Lesmo (Milano) il 13 dic. 1852, m. a Ravenna il 18 dic. 1921. Fu alunno prediletto a Torino di s. Giovanni Bosco. Direttore spirituale dei seminari diocesani milanesi, ebbe tra i suoi alunni una bella schiera di vescovi.

Vescovo di Bobbio nel 1902, vi rimase solo due anni, che bastarono sia per promuovere i restauri della celebre cripta di S. Colombano, sia per fondare il giornale cattolico e le nuove istituzioni di Azione Cattolica.

Promosso nel 1904 alla sede di Ravenna e nel 1909 anche a quella di Cervia, procurò in ogni modo di sollevare le due diocesi dalle tristi condizioni in cui si trovavano, per una ormai tradizionale propaganda anticristiana, dovuta ai partiti mazziniani e socialisti, cosi che non solo in città, ma specialmente nella campagna, cresceva il numero dei bambini non battezzati, dei matrimoni semplicemente civili, dei funerali senza Croce e sacerdote. Segni di questo rinnovamento furono: una cura speciale per il Seminario, che ampliò e vivificò nello spirito; le assidue sollecitudini che ebbe per i sacerdoti, per i quali indisse i Sinodi di Cervia e di Ravenna, ove mancavano da più di cent'anni; le tre visite pastorali; l'apertura di un Istituto salesiano per studenti e artigiani; la riforma in Duomo della musica sacra; la creazione di nuove parrocchie; la fondazione di asili, affidati alle suore, con annesso oratorio festivo e laboratorio per le giovani; il valido contributo dato alla stampa con la fondazione e collaborazione di giornali locali diocesani; il vigoroso impulso dato all'Azione Cattolica; il ripristino in città delle pubbliche processioni del Corpus Domini, nonostante l'anticlericalismo imperante; le chiese ridonate al loro antico splendore; la preparazione del centenario dantesco del 1921.

Una pietà profonda contraddistinse il suo ministero e ne sono anche oggi testimoni i suoi libri ascetici indirizzati al clero, specialmente il Sic orabitis ( 1ᵃ ed. Roma 1915, giunto ora alla 5ᵃ ed.. ivi 1943, e vers. in francese e in tedesco); il Vos dici amicos ( 1ᵃ ed. Roma 1920; 2ᵃ ed. ivi 1926; vers. in tedesco) e Maria S.ma ai suoi sacerdoti (ed. postuma Milano 1928; 3ᵃ ed. ivi 1947). Riconoscenza di clero e popolo ottenne che il 18 dic. 1950 la sua salma riposasse nella Cattedrale.

Bibl.: A. M. Cavagna, Scritti religioni di mons. P. M., arcivescovo di Ravenna e vescovo di Cervia, Torino s. 2.; id., Mont. P. M., Alba 1947.

Alfredo Maria Cavagna
MORGOTT, Franz. - Teologo e filosofo cattolico, n. a Mühlheim (Franconia) il 12 giugno 1829, m. a Eichstätt il 3 febbr. 1900. Professore di filosofia e (dal 1869 al 1900) di teologia in Eichstätt; dal 1896 anche decano di quel capitolo. Rappresentante cospicuo della neoscolastica in Germania, congiunse penetrazione speculativa con vigile senso critico. Fu in contatto con i principali neo-tomisti d'Italia (Liberatore), Francia, Spagna, Belgio.

Pubblicò: Geist und Natur im Menschen (Eichstätt 1860); Die Theorie der Gefühle im System des hl. Thomas, (ivi 1864); Die Mariologie des hl. Thomas (ivi 1878); Der Spender der Sakramente nach der Lehre des hl. Thomas (ivi 1886) e numerosi articoli nel Katholik e nel Kirchenlexihon di Wetze-Welte.

Bibl.: Hurter, V, coll. 1872-73; M. Grabmann, Zur Erkenntnislehre der älteren Franzishanerschule, in Franzisk. Studien, 4 (1917), pp. 105-26.

Igino Rogger
MORIA. - Regione ('eres ham-Morijiăh), dove da Bersabea si recò Abramo, per immolare, sul monte che il Signore gli avrebbe indicato, il figlio Isacco (v.). Dopo tre giorni di viaggio scorse il monte del sacrificio, detto «il Signore vede» (Gen. 22, 1.4.14). Le vaghe indicazioni e la divergenza delle versioni nella forma del nome (Settanta: «terra elevata»; Aquila: «evidente»; Simmaco: «della visione»; Volgata: «terra visionis») non permettono un'identificazione certa. Preferita è la lezione della Pêlittă «terra degli Amorrei».

I Samaritani identificano «il terebinto di Môreh» presso Sichem (Gen. 12, 6) con la terra di M. e indicano il Garizim come monte del sacrificio, ma l'etimologia dei due nomi è differente e l'identificazione tendenziosa. Un'antica interpretazione giudaica riportata da Flavio Giuseppe (Antiq. Iud., I, 13, 1-2), dal Targum di Onkelos

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e anche da s. Girolamo (Quaest. Hebr. in Gen., 22, 2: PL 13, 699) ha combinato il luogo del sacrificio di Isacco sulla collina del Tempio in Gerusalemme e la speculazione rabbinica rappresentata in II Par. 3, 1 (har hamMörijjäh =Mons. Moriah), interpolazione antichissima, anteriore alla versione del Settanta che la riporta.

Di questo nome proprio non si fa mai menzione nei testi che raccontano la costruzione del Tempio (II Sam. 24, 25; I Par. 21, 26; II Reg. 6; II Par. 3), e del resto la collina del Tempio, la più bassa fra le circostanti, non poté esser vista da lontano come suppone Gen. 22, 4.

BibL.: A. Legendre, s. v. in DB, IV, col. 1282. Donato Baldi
MORICCA, Umberto. - Professore di lingua e letteratura latina; discendente da nobile famiglia di Tropea, n. a Filandari (Catanzaro) il 28 marzo 1888, m. a Settuno il 24 luglio 1948.

Dopo aver insegnato nei licei romani ed aver conseguito la libera docenza nell'Università di Roma (1920), ebbe nel 1931 l'incarico della sua disciplina nell'Università di Cagliari. Vinse il concorso bandito nel 1932 dall'Università di Malta (La Valletta), ma dopo soli tre anni a causa delle contingenze politiche dovette rassegnare le dimissioni. Rientrato in patria fu nominato Provveditore agli Studi e Ispettore Superiore.

Opere. La sua copiosissima produzione comprende, oltre ai commenti scolastici e alla collaborazione a vari periodici, traduzioni e opere originali. Traduzioni : dal greco: I Ricordi di Marco Aurelio, le Lettere di s. Ignazio e s. Policarpq; dal latino: Cicerone, la Repubblica e le Leggi; Mimucio Felice, L'Ottavio; Boezio, La consolazione della filosofia; Lattanzio, La morte dei persecutori; tutto Orazio in versi; l'Eneide di Virgilio, pure in versi; l'edizione critica delle Tragedia di Seneca, 3 voll., Torino 1947 e dei Dialoghi di s. Gregorio (Fonti per la Storia d'Italia, 57, Roma 1924). Opere originali: S. Girolamo, 2 voll., Milano 1922; S. Agostino, Torino 1930; Storia della letteratura latina, 3 voll., Torino 1934, ricca di ben vagliata informazione. La sua produzione è improntata a uno spirito profondamente cristiano, senza ostentazione, ma senza reticente.

BibL.: A. Vaccari, Il marchese prof. Umberto Moricca, in Civ. Catt., 1948, III, pp. 623-24. Nicola Turchi

MORICHINI, Carlo Luigi. - Cardinale, n. a Roma il 21 nov. 1805 , m. ivi il 14 maggio 1879.

Conseguita la laurea in giurisprudenza, abbracciò lo stato ecclesiastico, coltivando le ricerche economiche e sociali, per cui venne chiamato a dirigere l'Ospizio di S. Michele, la Cassa di risparmio ed altre istituzioni benefiche. Arcivescovo titolare di Nisibi, fu nunzio in Baviera e nel 1847 ministro delle Finanze. Vice presidente del Consiglio di Stato nel 1848, nel maggio di quell'anno venne inviato da Pio IX a Vienna "perché fosse accettato per base di un trattato di pace (fra l'Austria e i diversi Stati italiani collegati con Carlo Alberto) il riconoscimento della nazione italiana nei suoi naturali confini ", ma l'importante missione fu troncata dalla rigida intransigenza asburgica, dalle vittorie austriache dell'estate e dell'armistizio di Salasco.

Al ritorno del Papa da Gaeta assunse la direzione dell'Ospedale di S. Spirito e la presidenza degli Ospedali riuniti di Roma. Cardinale nel 1832, fu inviato a governare la diocesi di Jesi, che resse con grande capacità e zelo. Dopo l'occupazione dell'Italia centrale subì varie persecuzioni e due volte fu tratto in arresto, nonostante la sua dignità cardinalizia, ma il suo fermo contegno consigliò le autorità a liberarlo entrambe le volte senza processo, tanto più che la seconda detenzione (1864) aveva provocato un'energica protesta del governo francese a Torino. La parte importantissima che egli ebbe in seno al Concilio Vaticano gli valse il trasferimento all'arcidiocesi di Bologna, ma pochi mesi più tardi chiese di rinunziare al ministero episcopale e fu richiamato in Curia come cardinale vescovo di Albano. Del grande in-
teresse posto dal M. alle questioni della carità, dell'assistenza sociale e del pauperismo, resta valida testimonianza nella preziosa e troppo negletta sua opera Degli Istituti di pubblica carità e d'istruzione primaria, Staggio storico e statistico ( 1² ed., Roma 1835, in I vol., trad. in francese; 2² ed., in 2 voll., ivi 1842 ; 3² ed., ampiamente aggiornata, ivi 1870 ).

BibL.: E. Marcucci, Un cardinale umanista vescovo di Jesi, Castel-
capuano 1925, e gli articoli di F. Gentili: Il Consiglio di Stato romano del 1646 e il suo vice presidente C. L. M., in Rass. st. del Risorg., 6 (1919), p. 476 sgg.; I preliminari della lega doganale e il protestore M., ibid., 11 (1924), p. 363 sgg.; Il card. M. della proclamazione della Repubblica romana al suo arresto in Jesi, ibid., 12 (1923), p. 24 sgg. Renzo U. Montini

MORIGIA, Paolo. - Gesuato, n. a Milano nel 1525, m. ivi nel 1604. Fu più volte superiore generale del suo Ordine e ne riformò gli Statuti.

Compose gran numero di opere storiche, di argomento per lo più religioso. La mancanza di senso critico, che lo indusse ad accogliere con ingenua credulità racconti leggendari e fiabe popolari, toglie ogni valore storico ai suoi scritti; i quali tuttavia presentano notevole interesse per le notizie che offrono sulla vita del suo tempo. Da ricordare: Istoria dell'origine di tutte le religioni (Venezia 1569); Istoria delle antichità di Milano (ivi 1592); Raccolta di tutte le opere di carità cristiana che si fanno in Milano (ivi 1599); Istoria dei personaggi illustri che furono religiosi gesuoti (Bergamo 1599); Santuario della città e diocesi di Milano e il duomo descritto (Milano 1602).

BibL.: M. Argelati, Bibliotheca scriptorum Mediolamnnium, I, Milano 1742, p. 960 sgg. Roberto Palmarocchi

MORIN (Morinus), JEAN. - Teologo e studioso di critica testuale biblica, n. a Blois nel 1591, m. a Parigi il 28 febbr. 1659. Nato da genitori calviniati, fece gli studi di filosofia, diritto, teologia, lingue orientali nell'Olanda, in ambiente protestante. Ritornato in Francia, si converti alla Chiesa cattolica (1617) ed entrò nell'Oratorio (1618). Su invito di papa Urbano VIII, collaborò a Roma nel 1639-40 al progetto di riunire la Chiesa greca a quella latina, specialmente nelle discussioni sul valore delle ordinazioni nella Chiesa orientale. Richiamato poi a Parigi dal card. Richelieu, si dedicò intieramente agli studi di teologia storica e di critica sacra.

Tra le sue pubblicazioni teologiche-storiche sono da segnalare : De patriarcharum et primatum origine et antiqua censurarum in clercs praxi (Parigi 1626); Commentarius historicus de disciplina in administratione Sacramenti Poenitentiae ... (ivi 1651, e più volte riedito); De sacris Ecclesiae Ordinationibus... (ivi 1655). Postume: De catechumenarum expiatione, De Sacramento confirmationis, De contritione et attritione (ivi 1703).

Le principali opere bibliche di M. sono: Exercitationes ecclesiasticae in utrumque Samaritanorum Pentateuchum (ivi 1631); Exercitationes Biblicae de Hebraei Graecique textus sinceritate... (ivi 1633; 2² ed. ivi 1669); Diatribe elenctico de sinceritate Hebraei Graecique textus dignacenda... (ivi 1639); Opuscula Hebraeo-Samaritica (ivi 1637). Collaborò pure alla Polyglotta di Parigi (1645), curandovi l'edizione del Pentateuco samaritano. M. difese a più riprese le superiorità del testo samaritano ed anzi dei Settanta sul testo ebraico-masoretico, il che gli attirò

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(per cortesia del regno p. Abate di Marchesus)
Morin, Léopold-Germain - Ritratto.
acerrimi contraddittóri (p.es., J.-H. Hottinger, Exercitationes antimorianae, Zurigo 1644).

Birl.: R. Simon, Antiquitates Eccl. Orient. cum notis et vita I. Morini, Londra 1682, pp. 1-117; M. Nicolas, s. v. in Nouvelle biographie générale, XXXVI, Parigi 1861, coll. 291 294; B. Heurtebize, s. v. in DB, IV, col. 1283 sg.; Hurter, III, pp. 1123-28; A. Molien, s. v. in DThC, X, coll. 2486-89.

Adalberto Metzinger
MORIN, LÉO-pold-Germain. Benedettino, n. a Caen (Normandia) il 16 nov. 1861, m. a Orselina «al Sasso» (Locarno) il 12 febbr. 1946. Entrò nel 1881 nell'abbazia di Maredsous (Belgio), nella quale seppe formarsi quell'ardore di ricerca e quell'acuto senso critico che gli permisero di affrontare con mano sicura le più ardue questioni e le più discusse tesi riguardanti la vita e la storia monastica, la patrologia, la liturgia antica e la letteratura sacra dell'alto medioevo; se tutte non poté risolvere, se su alcune anzi corresse poi se stesso (e non sempre a ragione), su tutte certamente seppe portare nuova luce e metterne a punto problemi.

Lo assisteva particolarmente quel felicissimo intuito che gli era proprio nel servirsi di quel pericoloso mezzo d'indagine che è la critica interna e che lo guidò nelle sue migliori identificazioni di testi. Viaggiando incessantemente visitò le più importanti biblioteche europee, scoprendo nuovi testi, correggendo antiche attribuzioni e rivendicando ad autori opere ad altri assegnate o adespori, portando cosi un notevole contributo agli alti studi. Nel 1907, ponendo la sua abituale residenza nell'abbazia di S. Bonifacio a Monaco, fu in grado di approfondire le sue ricerche nelle biblioteche bavaresi e germaniche. La guerra del 1914 lo costrinse a riparare a Friburgo in Svizzera; ritornato nel 1918 a Monaco, la seconda guerra mondiale lo fece ritornare nel 1939 a Friburgo. Ebbe lauree honoris causa nelle più celebri università d'Europa e fu membro dei più illustri istituti scientifici.

Ebbe larga parte nella fondazione della Revue bénédictine (1884) e ad essa consacrò costantemente articoli e note. Particolare importanza hanno le sue ricerche sul De Sacramentis attribuito a s. Ambrogio, sul misterioso Ambrosiaster, sul Capitulare Evangeliorum del codice di Würzburg (Revue bénéd., 27 [1910], pp. 41-74); sul Micrologus; sul simbolo Atanastano; le edizioni critiche di alcuni opuscoli inediti dell'eretico Gotescalco e di Arnobio il giovane. Rivendicò l'opera letteraria di Gregorio d'Elvira, di Paciano di Barcelona, di Niceta di Remesiana, cui rivendica il Te Deum. Negli Anecdota Maredsolana (3 voll., Maredsous 1893-1903) pubblicò criticamente il Liber comicus mozarabico, Sancti Clementis Romani ad Corinthios epistolae versio latina antiquissima, Sancti Hieronymi Commentarioli in Psalmos; id., Tractatus in Psalmos... in Esaiam tractatus etc., oltre altri testi. Ricerche minori di mole, ma non d'imparianza, comprese in: Etudes, Textes, Découvertes. Contributions à la littérature et à l'histoire des douze premiers siècles (1913). Grande plauso incontrarono: Sancti Augustini Sermones post Maurinos reperti pubblicati nel vol. I della Miscellanea Agostiniana (Roma 1930); fra questi, 51 furono
ritrovati da lui stesso, grazie alla speciale conoscenza dell'opera del Santo; e S. Caesarii Arelatensis episcopi opera omnia nunc primum in unum collecta (Maredsous 1937-42, in 2 voll., dei quali il secondo, andato distrutto per la guerra, fu poi ristampato per munificenza di Pio XII). Fu questa l'opera cui il M. attese per quasi 60 anni, attraverso infinite traversie e tutta la sua carriera di studioso, per sceverare quello che di apocrifo correva sotto il nome del grande vescovo gallico e rivendicare a lui quello che correva sotto il nome d'altri o che si riteneva come opera sua incerta; fra esse le regole monastiche ed il testamento.

Egli trovava tempo nel 1905 di indicare: De la besogne pour les jeunes (Rev. d'hist. eccl., 2 [1905], p. 327 sgg.) cioè argomenti di ricerca critica. Più tardi pubblicava: L'idéal monastique et la vie chrétienne des premiers jours, Parigi 1921, tradotto anche in italiano (Sorrento 1927) ed in tedesco (Sct. Ottilien 1949).

Birl.: F. Modoz, La carrera científica de Dom G. Morin, in Estudios eclesiásticos, 20 (1946), pp. 487-507; P. Borella, Dom Germano M. (1861-1946), in Ephea. Liturg., 61 (1947), pp. 55-76 (con elenco sistematico delle opere).

Pio Paschini
MORINI, Mariano. - Teologo, filosofo e fisico, n. a Parma il 19 maggio 1732, m. quivi il 21 genn. 1801. Entrò nell'Ordine dei Minimi e insegnò parecchi anni teologia e filosofia nelle case dell'Ordine. Ca. il 1760 fu superiore del convento di S. Barnaba a Modena e professore di filosofia, fisica generale e poi sperimentale nella Regia Università.

Seguace della scuola galileana e delle moderne teorie del Newton, abile matematico fu tra i primi ad introdurre nella scuola e a far apprezzare il metodo sperimentale, in un tempo in cui i gabinetti e laboratori di fisica non esistevano se non rari e solo privatamente. Fece edificare un apposito edificio, ancora esistente, il "teatro fisico", che egli disegnò e di cui curò personalmente la costruzione, dotandolo di macchine di sua invenzione e, per quei tempi, notevoli (alcune conservate oggi nel Museo Estense di Modena) : per indicare le scosse e le direzioni dei terremoti, per misurare la quantità della pioggia e l'umidità dell'aria; ideò pure alcuni speciali orologi; ebbe a collaboratore il laico cappuccino fra' Agostino Artieri da Modena, abilissimo meccanico. Con osservazioni barometriche, e con studi sul metano, cooperò il M. all'Accademia Rangoni di Modena; fu socio corrispondente di quella medica di Michele Rosa a Parigi, dove si recò più volte, cooperando all'esperienza della trasfusione del sangue, e lesse dissertazioni sull'elettricità e sulla luce. Dopo 25 anni d'insegnamento universitario si ritirò nel convento di Parma, dove tuttavia continuò ad insegnare filosofia ai giovani del suo Ordine.

Opere principali: Congettura intorno all'aria infiammabile, nativa, in Nuovo giornale dei letterati d'Italia, Modena 1778, p. 124 sgg.; Paragone tra il fuoco e la materia elettrica (s. n. t.); Descrizione d'istrumento per delineare sopra qualunque superficie anche ineguale, qualunque genere di orologi (s. n. t.); Lezioni di fisica particolare e sperimentale, non consta se e dove pubblicate.

Birl.: Filandro Cretese [A. Cerati], P. E., in Opuscoli diversi, I. Parma 1809, p. 219 sgg. (è il primo biografo del M.): I. Affo, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, ivi 1833, pp. 342-44; G. Moretti, Il p. M. M., in «Choritas». Bollati, del III ord. dei Minimi, Roma 1933, pp. 16-22, con bibl.

Gennaro Moretti
MORINO, Giovanni. - Lazzarista, teologo moralista, n. a Bra (Cuneo) il 30 giugno 1839, m. a Napoli il 31 maggio 1923.

Pubblicò un Manuale di sacra eloquenza (Torino 1886), la Theologia moralis ad mentem 1. Alphonsi M. de Liguria (ivi 1892) e il successivo Enchiridion theologiae moralis (ivi 1896) : Nella Theologia moralis, il M. è più esauriente, com'è naturale; non ha novità particolari da proporre; ciò che lo caratterizza è un sano equilibrio nell'armonizzare e coordinare il complesso dottrinale in una esposizione piena e oltremodo chiara.

Birl.: S. Romani, Theol. moralis, I, Prolegomena, Roma 1940, p. 32 .

Elio Degano

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MORLACCHI, Francesco. - Musicista, n. a Perugia il 14 giugno 1784, m. a Innsbruck il 28 ott. 1841. Studiò nella sua città natale, si perfezionò a Loreto con lo Zingarelli e a Bologna col p. Mattei.

Esordì con varie composizioni sacre. Datosi al teatro, scrisse alcune opere che ebbero lusinghiero successo. Nel 1810 fu chiamato alla corte di Dresda maestro di cappella e direttore dell'Opera italiana, ispirandosi ai grandi classici tedeschi. Scrisse gli oratori: La Passione (Dresda, 1812), Isacco (ivi 1817), La morte di Abele (ivi 1821), dieci messe, fra le quali una di Requiem per il Re di Sassonia, mortetti, salmi ed altri pezzi sacri, nonché sonate per organo e musica da camera. Pio VII lo decorò dell'Ordine della Milizia aurata e del titolo di conte palatino.

Bibl.: A. Mezzanotte, Elogio funebre di M. F., Perugia 1842; G. B. Rossi Scotti, Memorie storiche del maestro M. F., ivi 1860; O. Chilesotti, I nostri maestri del passato, Milano 1882, p. 172 sgg.; E. Magni Duffloca, F. M., in Bollettino bibliografico musicale, 1930, pp. 2-22. Silvertio Mattei
MORLOT, François-Nicolas-Madeleine. - Cardinale, n. il 28 nov. 1795 a Langres, m. il 29 dic. 1862 a Parigi. Ordinato a Parigi nel 1820 , subito si distinse per le sue qualità di predicatore e divenne vicario generale nel 1830 .

Con la nomina del vescovo Rey, prelato inviso alla maggioranza del clero francese e particolarmente a quello di Digione per il suo ossequio alle nuove autorità statali, il M. dopo il 1832 fu escluso da qualsiasi partecipazione al governo della diocesi. Quando il Rey, vista l'impossibilità di amministrare la diocesi, nel 1838 rinunciò al vescovato, il M. divenne vicario capitolare e l'anno successivo fu nominato vescovo di Orléans. Nel 1842 appoggiò, anche finanziariamente, la ripresa delle pubblicazioni del Correspondant in forma di rivista. Nel 1843 M. passò all'arcivescovato di Tours, dove ristabilì la liturgia romana e si distinse anche per il suo coraggio civile durante le inondazioni causate dalla Loira nel 1856. Create cardinale del titolo del SS. Nereo ed Achilleo nel Concistoro del 7 marzo 1853, nel 1857, dopo l'assassinio del Sibour, fu nominato arcivescovo di Parigi.

Bibl.: T. Foisnet, Le card. M., in Le correspondant, 58 (1863), pp. 155-67; J. Maurain, La politique ecclésiastique du Second Empire de 1831 à 1869 , Parigi 1930, passim; J. P. Martin, La nonciature de Paris et les affaires ecclésiastiques de France sous le règne de Louis Philippe (1830-48), ivi 1949, p. 133.

Silvio Partani
MORMONI. - Setta protestante costituitasi negli Stati Uniti nel sec. xix. Vengono chiamati anche Santi dell'ultimo giorno (Latter-day saints) o Chiesa di Gesù Cristo dei santi dell'ultimo giorno.
I. Il fondatore. - Giuseppe Smith, n. nel 1803 a Sharon (Vermont), m. nel 1844 a Cartago. La sua famiglia nel 1815 si trasferì a Palmyra (Nuova York) e nel 1820 , in occasione di uno di quei «risvegli» che di tanto in tanto scuotono il mondo protestante americano, in parte si fece presbiteriana e in parte metodista. Lo Smith racconta che due angeli l'avvisarono di non abbracciare nessuna setta e di attendere la scoperta delle tavole d'oro nelle quali avrebbe trovato la nuova religione. Le scoprì nel 1827 sul Colle di Cumorah (a quattro miglia da Palmyra) e con esse trovò le due pietre «Urim e Thummin», necessarie per l'interpretazione degli strani caratteri con cui erano scritte. Finita l'interpretazione (1830), fu stampata con il nome di The Book of Mormon. Con alcuni pochi, che credettero nelle sue rivelazioni, lo Smith formò il primo nucleo della nuova Chiesa aiutato da Sidney Rigdon, che diede un grande impulso alla nuova setta.

Questa si presentava come la religione di un popolo eletto e santo, scelto per convertire il mondo negli ultimi giorni prima della venuta di Cristo, dal quale, per mezzo del suo capo, riceveva speciale direzione, e considerava tutti gli altri uomini come e gentili e. Con queste dottrine
i m. si resero a tutti odiosi; per sfuggire alle persecuzioni, emigrarono in diversi luoghi dell'Ohio e del Missouri dal 1831 al 1839 e finalmente si stabilirono nel 1840 nell'Illinois, dove fondarono la cittadina di Nauvoo. Qui eressero un bel tempio e lo Smith vi proclamò la nuova dottrina, a lui rivelata, del «matrimonio celeste», cioè la poligamia. I popoli vicini a Nauvoo, che li avevano dapprincipio ricevuti favorevolmente, per la nuova dottrina della poligamia e per il sistema di governo teocrasico, li perseguitarono con violenza fino a massacrarne il fondatore e suo fratello Hyrum nel carcere di Cartago (Illinois) nel 1844.
II. Il libro di MORnone (The Book of Mormon). E una collezione di vari libri, divisi in capitoli e versetti come nella Bibbia. Intende spiegare la discendenza degli Americani dagli Ebrei. Dopo la confusione delle lingue nella Torre di Babele, i discendenti di Iared emigrarono in America, ma per la loro malizia Dio permise molte guerre e calamità pubbliche e quasi tutti sparirono verso il 600 a. C. Ma in questo stesso tempo il profeta Lehi della tribù di Manzase, avvisato da Dio della prossima distruzione di Gerusalemme da parte di Nabuchodonosor, venne con altri Giudei in America, dove trovò gli ultimi centi dei larediti. Morto Lehi scesero dissensi tra i suoi due figli Nephi e Laman, i quali si separarono. I Nephiti si conservarono fedeli a Jahweh, i Lamaniti no, e da questi discendono gli Indiani americani. I Nephiti furono v. citati dallo stesso Gesù Cristo, che venne in America durante la sua vita mortale. Due o tre secoli d. C. anche i Nephiti prevaricarono e furono distrutti dai Lamaniti. L'ultimo loro profeta e patriarci fu Mormono, il quale scrisse la storia del suo popolo su tavole d'oro, che diede a suo figlio Moroni. Questi le nascose nel Colle di Cumorah, dove le trovò lo Smith con le due pietre Urim e Thummin necessarie per la loro interpretazione.

Nessuno mai vide le famose tavole d'oro. Lo Smith interpretava le tavole dietro una cortina, cosicché il suo segretario Oliviero Cowdery non le poteva vedere. Finita l'interpretazione le tavole furono nascoste da un angelo. La vera storia sembra sia questa: un presbiteriano, certo Salomone Spaulding, si era prefisso di scrivere un romanzo sull'origine degli Americani, facendoli discendere dagli Ebrei. Il manoscritto non fu mai pubblicato, ma venne nelle mani di un versatile predicatore, prima battista poi campbellita (v. mscereci), Sidney Rigdon, il quale unitosi allo Smith diede al manoscritto forma e stile biblico e ne uscì il Libro di Mormone.
III. Dottrine e governo. - Il Libro di Mormone con la Dottrina e patti della Chiesa di Gesù Cristo dei santi dell'ultimo giorno è, secondo i m., il complemento della Bibbia, onde anche questa è uno dei loro libri sacri. Nella Dottrina e patti sono raccolte molte rivelazioni dello Smith, tra le altre quella della poligamia, alcune del suo successore Brigham Young e alcune spiegazioni e dottrine come quelle di Orson Pratt, uno dei primi 12 apostoli mormoni che, mandato in Inghilterra per convertirla, difese il mormonismo e pubblicò i suoi opuscoli a Liverpool dal 1849 al 1851. I m. hanno un proprio Credo, abbastanza semplice, con 14 articoli, ma tralasciano ciò che più potrebbe offendere i gentili.

Difatti nel primo articolo si dice: "Crediamo in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo», ma non aggiungono che per essi il Padre è di carne e ossa, con la conseguenza che il Figlio e lo Spirito Santo non sono che l'emanazione del Padre. Nel quarto ammettono il Battesimo, ma niente dicono del Battesimo dei morti, cioè del rito di farsi battezzare per un parente o antenato già morto, se morì peccatore o gentile. Nulla è detto del matrimonio celeste. Dei due matrimoni che professano, il terrestre non ha effetto alcuno dopo la morte, il celeste continua nell'altra vita; il m. può contrarre secondo questa dottrina quanti matrimoni celesti vuole e può far uso di essi nelle due vite. Il sacerdozio è diviso in sacerdozio di Melchisedec e di Aronne. Nel primo sono compresi il presidente, che ancora riceve rivelazioni da Dio, i 12 apostoli, i sommi sacerdoti, i 70 discepoli, gli anziani e i patriarchi; nel secondo, inferiore al primo, i vescovi, i sacerdoti, i dottori e i diaconi. Nel mormonismo vi sono moltissimi

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che partecipano di qualcuno di questi due sacerdozi e l'organizzazione è centralistica e teocratica. L'iniziazione (endowment-dotazione), necessaria per il sacerdozio di Melchisedec e per il matrimonio celeste, ha luogo nel grande tempio di Salt Lake City (Utah), in una parte che è solo accessibile agli iniziati.
IV. I m. dopo la morte del fondatore. - Scomparso lo Smith, diresse tutto il movimento mormone Brigham Young, n. nel 1801 a Whitingham (Vermont). Da metodista si fece mormone nel 1831 e nel 1832 fu ammesso tra i primi 12 apostoli della nuova Chiesa. La sua elezione a capo dei m. e successore dello Smith fu contrastata da alcuni capi, tra i quali lo stesso figlio di Smith, che separatosi fondo la «Riorganizzata Chiesa di Gesù Cristo dei santi dell'ultimo giorno «. Il Brigham comprese che dopo il massacro di Cartago non poteva rimanere nell'Illinois. Dopo molte peripezie dal 1846 al 1848 fece emigrare i m. verso l'Utah (che allora era ancora del Messico e che solo nel 1848 , ad emigrazione finita, passò agli Stati Uniti per il Trattato di Guadalupe). Nell'arido deserto dell'Utah, con energia indomita organizzò i suoi profughi, fondò la città di Salt Lake, fomentò la poligamia (egli stesso ebbe più di 20 "spose celesti ") si difese dall'influsso dei «gentili» e mori nel 1877. L'organizzazione, l'economia e il lavoro dei m. trasformarono il deserto in una regione fertile e produttiva. Per poter entrare a far parte come Stato dell'Unione americana si opponeva la dottrina della poligamia; ma il presidente dei m. avendo dichiarato che la Chiesa rinunziava a quella dottrina, l'Utah divenne Stato nel 1896, ma la poligamia si usa ancora fra essi, benché non più apertamente come prima. I m. hanno missioni in varie parti del mondo e sono molto organizzati anche economicamente. Le altre sète hanno stabilito missioni tra essi, ma con poco frutto, tuttavia ritengono che le nuove generazioni, più colte e inclini alla critica, si accorgeranno presto dell'enorme inganno del Libro di Mormone. I m. sono più di mezzo milione e quelli della Chiesa riorganizzata non arrivano a 100.000 .

BibL.: O. Pratt, One of the 12 apostles of the Church of 7. C. of the Latter-Day saints, Mormon Tracts, Liverpool 1849-51; J. W. Gunnison, The Mormons or Latter-Day saints, Filadelfia 1822; J. H. Beadle, Life in Utah or the nistevies and crimes of mormonism, ivi 1870; R. Burton, I m. e la città dei santi, Milano 1872; The Book of Mormon, Nuova York 1908; G. Seibel, The mormon saints, Salt Lake City-Pittsburg 1919; W. R. Harris, Mormons, in Cath. Enc., X, 270-74. Camillo Crivelli

MORMORAZIONE : v. detrazione.
MORO, Anton Lazzaro. - Sacerdote, scienziato, n. a S. Vito al Tagliamento il 16 marzo 1687, m. ivi il 13 apr. 1764.

Coltivò la musica e le belle lettere; fu direttore e docente al Seminario di Feltre; poi maestro di cappella a Portogruaro, poi, a S. Vito, dove fondò il collegio che portò il suo nome; indi parroco a Corbolone di Livenza e finalmente a Pola, istitutore dei nipoti di quel vescovo.

Nell'opera che gli procurò la fama : De' crostacei e degli altri corpi marini che si truovano su' monti (Venezia 1740), confutò le teorie del Burnet e di Woodward, sostenendo per primo che il fuoco sotterraneo è capace di scompaginare la disposizione degli strati e di sollevare il fondo marino. Egli divide i monti in primari e secondari, dovuti cioè alla primitiva od alle successive conflagrazioni. Nei 1751 l'opera uscì a Lipsia, in tedesco. E del 1737 (edita nel 1838) una sua dissertazione Dell'origine de' crostacei; e del 1750 una Lettera a sia dissertazione sopra la colata de' fulmini dalle nuvole (Venezia s. d.). Varie sue lettere uscirono postume.

BibL.: A. Zendrini, A. L. M., friulano, in B. Gamba, Galleria dei letterati, II, Venezia 1824; F. Romani, A. L. M., in La Favilla (Trieste), 4 (1839), n. 19 (con note di F. Dall'Ongaro); P. V. Zecchini, Vita di A. L. M., Padova 1862; V. Savi, A. L. M. nell' Ateneo di Venezia, in La scintilla, 4 (1890), nn. 12-13 (v. pure i nn. 27 e 38); A. Menegazzi, Il Collegio A. L. M. a S. Vito al Tagliamento, in Pag. Friul., 8 (1895), p. 192; A. Tellini, Della vita e delle opere di G. A. Pironà (con note su altri naturalisti friulani). Udine 1897, pp. 88-90 (con bibl.). G. Battista Corgnali

MORONDAVA, PREFETTURA APOSTOLICA di. - E situata sulla costa occidentale del Madagascar e fu eretta il 18 genn. 1938 con territorio preso dai vicariati apostolici di Majunga, Fianarantsoa, Antsirabè e dalla missione sui turis di Miarinarivo, che era considerata ancora facente parte del vicariato apostólico di Tananarive. Il 15 marzo 1939 ricevette alcuni territori della missione di Miarinarivo, che poi furono riceduti il 9 giugno 1950 alla prefettura apostolica di Tsiroanomandidy e precisamente i distretti civili di Maintirano e Morafenobe.

Il clima sulla costa è malsano, ma sulle montagne è molto salubre. La superficie non raggiunge i 200.000 kmq . e gli abitanti sono ca. 220.000 , di cui 20.553 cattolici e 1623 catecumeni. Vi lavorano 13 missionari della Salette, 7 fratelli, 29 suore, 215 catechisti, 33 maestri. Stazioni primarie 7, secondarie 8. Chiese 13, cappelle 208. Scuole elementari 24, I media, I professionale, I orfanotrofio.

BibL.: AAS, 31 (1939), pp. 88-89, 309-10; MC, 1950, pp. 199-200. Saverio Paventi

MORONE, Domenico. - Pittore, n. a Verona ca. il 1442 , m. ivi dopo il 1517 .

La sua più antica opera datata è la Madonna del Museo di Berlino (1484), alla quale devono essere anteriori le Madonna del Museo André di Parigi, della Galleria nazionale di Washington, della Galleria Tadini o Lovere; opere tutte che, insieme a qualche accenno d'influenza ferrarese, mostrano vivi caratteri padovani. Quei caratteri appaiono attenuati dieci anni dopo, nella grande tela rappresentante i Gonzaga che cacciano da Mantova i Bonacolsi, commessagli da Francesco Gonzaga e ora nel Palazzo Ducale di Mantova; in questa sua opera è evidente l'influenza di Gentile Bellini. Tutto un gruppo di tavolette con storie di s. Tommaso, di s. Vincenzo Ferreri e di altri santi, sparse fra varie raccolte di Europa e d'America, prelude a questo periodo felice, al quale appartengono anche due frammenti di cassone con scene di tornei, ora nella Galleria nazionale di Londra. Ma quella influenza è episodica, e l'artista nelle opere successive ritorna ai modi giovanili; gli affreschi della Libreria di S. Bernardino di Verona e quelli del Paladon, ora nel Museo di Verona (1502) ripetono, infatti, le sue origini mantovane.

Il figlio Francesco (n. a Verona ca. il 1471, m. ivi il 16 maggio 1529), collaborò con lui, già nel 1496 , nel dipinto della chiesa di Romarzolo. Dal solenne Crocifisso fra la Vergine e s. Giovanni in S. Bernardino di Verona (1498) fino alla pala della parrocchiale di Soave (1529) sono numerosi i suoi dipinti datati, senza i quali sarebbe difficile seguire l'uniforme svolgersi della sua attività. Nelle sue molte opere, eseguite tutte per Verona e per i paesi vicini (fra le principali la pala di S. Maria in Organo, del 1503; gli affreschi nella sacrestia della stessa chiesa, e quelli in S. Anastasia e in S. Fermo; la pala di Brera, del 1502, e la paletta della Galleria Carrara di Bergamo, del 1520 , ecc.) egli resta sempre fedele ai modi appresi dal padre, addolcendoli secondo il suo temperamento con un senso di austera poesia; tranne alcune volte quando è più palese il consenso alle inevitabili influenze venete (Sansone e Dalila del Poldi Pezzoli di Milano).

BibL.: G. Fiocco, s. v. in Enc. Ital., XXIII, p. 866; B. Berenson, Metodo e attribuzioni, Firenze 1947, pp. 57 sgg. Emma Zocca

MORONE, Giovanni. - Cardinale, n. a Milano il 25 genn. 1509 da Girolamo, cancelliere di Massimiliano e Francesco Sforza, e da Amabilia Fisiraga. Attese allo studio delle leggi a Padova e da Clemente VII fu nominato, a vent'anni, vescovo di Modena il 7 apr. 1529 in forza di una promessa fatta al padre; nonostante l'opposizione di Alfonso d'Este, tenne la diocesi sino al 23 maggio 1550. Il 12 sett. 1552 ebbe la diocesi di Novara e la tenne fino al 13 marzo 1560. Riebbe la diocesi di Modena il 23 febbr. 1564 e la tenne poi sino al 16 sett. 1571. Egli stesso si definì né teologo né canonista; ma la consumata

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(let. Alinari)
MORone, Domenico - Il Crocifisso con la Vergine e s. Giovanni (1498) - Verona, chiesa di S. Bernardino.
esperienza ed il dignitoso comportamento supplirono a questa innegabile deficienza. Lo si può ben chiamare uno dei più puri e chiaroveggenti uomini di Chiesa dell'età sua.

Dopo una breve missione in Francia nel 1529 il M. cominciò sotto Paolo III la sua luminosa attività diplomatica, quando il 21 ott. 1536 fu destinato a succedere a Pier Paolo Vergerio nella nunziatura presso Ferdinando di Germania, con lo speciale incarico di promuovere la celebrazione del Concilio allora indetto per Mantova: in quell'occasione diede subito prova di quella speciale accortezza d'osservazione e quasi proverbiale abilità che gli fu propria. Richiamato il 3 sett. 1538 , fu di nuovo inviato in Germania il 20 genn. 1539 in vista soprattutto del colloquio religioso che si intendeva tenere a Spira con i principi dell'Impero per metter fine alle discordie religiose. Quando fu deciso che le discussioni teologiche si sarebbero tenute ad Hagenau, il 25 maggio 1540 il M. vi si recò con re Ferdinando. Indetta la conferenza a Worms ( 28 ott.) il M. giunse colà il 27 nov. Lo si trova alla Dieta di Ratisbona il 31 genn. 1541; lo raggiunse colà il card. legato Gaspare Contarini il 12 marzo. L'accorta operosità del M. in un momento assai delicato per il cattolicesimo in Germania non riusci ad impedire le inutili dispute teologiche ed il recesso con l'Interim di Ratisbona (29 giugno) che riusciva svantaggioso ai cattolici. Mentre il Contarini ritornava in Italia, il M. rimase presso re Ferdinando a patrocinare la convocazione del Concilio a Trento. Il 9 febbr. 1542 partecipò alla Dieta di Spira ed il 2 giugno ebbe la nomina di cardinale, dopo la quale lasciò la Germania.

Il 16 ott. 1542 insieme con i cardd. Pole e Parisio fu nominato legato al Concilio che doveva radunarsi a Trento (v.) e raggiunse questa città il 22 nov. 1542; ne ripartì sul finire del luglio 1543, rimasto unico legato ad un Concilio che per ragioni politiche non poté per allora funzionare. Il 2 apr. 1544 Paolo III nominò il M. legato a Bologna e tenne quella legazione sino al 1548 , durante la quale il 23 luglio 1544 fu inviato come legato presso Carlo V per gli affari dal Concilio; ma Carlo V ricusò di riceverlo,
per cui ritornò a Bologna alla fine di sett. Il M. era convinto che fosse necessario condurre innanzi la riforma della Chiesa se si volevano arginare i progressi dell'eresia, e si era preoccupato durante le proprie assenze di provvedere alla purezza della fede nella sua diocesi di Modena. E di questi anni la particolare amicizia che lo legò con il card. Pole e con quel circolo spirituale che si radunava intorno a lui prima a Capranica poi a Viterbo (1541-43), dove con Vittoria Colonna, Marco Antonio Flaminio, Alvise Priuli, convenivano talvolta Pietro Carnesecchi, Donato Rullo, Vittore Soranzo, Apollonio Merenda ed altri non bene sicuri nella fede. Da ciò i sospetti concepiti contro di lui da parte del card. Gian Pietro Carafa, che gli furono causa di tanti guai quando questi divenne Paolo IV. Come costoro il M. inclinava allora verso il principio luterano della giustificazione per la sola fede, grazie ai meriti del Salvatore, senza però intaccare il mistero della presenza reale; ammetteva il dovere delle buone opere e l'autorità della Chiesa. Ebbe il torto, come molti cattolici, di contribuire alla diffusione del trattatello eretico del Beneficio di Cristo (1541-43), poi condannato. Ciononostante, il 27 febbr. 1550 il M. entrò a far parte della Inquisizione romana, assistette la nascente Compagnia di Gesù e promosse la fondazione a Roma del Collegio Germanico (1552). Giulio III ricorse a lui quando nel 1555 si preparava la Dieta di Augusta e lo nominò legato presso re Ferdinando ( 7 genn. 1555) con il compito di tutelare la dignità della Sede apostolica. Il M., partito il 18 febbr., dovette ritornarsene presto per partecipare al Conclave alla fine del marzo.

Nel giugno 1555 , appena eletto, Paolo IV deputava il commissario incaricato di raccogliere i capi di accusa contro il M. per eresia. Il M. stesso il 31 maggio 1557 fu imprigionato in Castel S. Angelo ed una commissione di cardinali fu designata per giudicarlo sull'accusa che "immemore dei benefici ricevuti dalla Chiesa romana avesse dissentito dalla fede cattolica in pluribus dictis et factis, clam et publice». Il processo ripreso nell'ott. non conduceva a prove positive e Paolo IV avrebbe voluto liberare il M. per via di grazia; ma questi volle una sentenza e compilò una difesa (cf. C. Cantù, Gli eretici d'Italia, II, Torino 1866, pp. 176-90; P. Tacchi-Venturi, Storia della Compagnia di Gesù, II, Roma 1950, p. 125, 156 sgg.). Il triste episodio si chiuse alla morte di Paolo IV, quando il M. ( 18 ag. 1559) fu liberato e poi ammesso al Conclave da cui fu eletto Pio IV. Nel Concistoro del 13 marzo fu prosciolto da ogni addebito e riconosciuto innocente. In quello stesso giorno egli optava per la sede suburbicaria di Albano. Morti i cardd. Seripando e Gonzaga, legati al riaperto Concilio di Trento, Pio IV li sostituì il 7 marzo 1563 con il M. e con il Navagero, e da quel momento il M. fu l'anima del Concilio, che sembrava sul punto di naufragare e seppe condurlo felicemente a termine nel dic., vincendo le molteplici difficoltà che sorgevano ad ogni istante. Per il Natale 1563 era già a Roma a favorire la solenne approvazione del Concilio. Nel Conclave del 1566 un forte partito condotto del card. Borromeo caldeggiò la sua elezione, ma gli nocque assai il fatto di essere stato sottoposto ad inquisizione. Anche sotto Pio V, che non gli fu mai del tutto favorevole, continuò ad essere consultato negli affari germanici (ritenuto, come era, il miglior conoscitore delle cose tedesche) ed anche in occasione della guerra contro il Turco. In particolare considerazione fu tenuto da Gregorio XIII il quale il 18 marzo 1575 lo inviò a Genova a comporre le discordie cittadine e ad impedire gli intrighi di Filippo II. Composte nel miglior modo le cose genovesi, il M. rientrò a Roma il 14 apr. 1576. Ma pochi giorni dopo ne ripartì come legato in Germania presso la Dieta di Ratisbona per la lega contro il Turco, e vi si occupò egregiamente al ristabilimento della disciplina fra i cattolici in cui ridestò il coraggio "con prudenza impareggiabile». Rientrò a Roma il 17 nov. Sino dal 3 luglio 1570 era diventato vescovo d'Ostia e decano del S. Collegio. Morì il 1° dic. 1580 "tuta urbe collacrimante»; povero per non aver mai importunato i papi «a dargli, ma solo atteso con ogni industria a superare le invidie et le malevolentie». Era protettore di parecchi Ordini religiosi e dei nuovi Collegi germanico ed

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(fot. Enc. Catt.)
Moroni, Gaetano - Ritratto ad olio (sec. XIX) - Roma, casa Croci.
inglese; pur in mezzo a tanti affari aveva atteso con zelo al governo delle sue diocesi, specie in quella di Modena dove radunò tre sinodi.

Oltre la Difesa si hanno lettere di M. in diverse raccolte; i dispacci diplomatici, importantissimi, in Nuntiaturberichte aus Deutschland (I, II, IV, VI; III, I, Gotha 1892 1908 ; parzialmente [periodo 1536-4 mathrm{I} ] in H. Lämmer, Monum. Vatican., Friburgo in Br. 1861, v. indice).

Bibl.: la sua vita fu primamente scritta da Luigi Jacobilli di Foligno. F. Argelati, in Bibl. script. mediolan., I, Milano 1745, pp. 973-2010, dà il catalogo delle sue opere; N. Bernabei, Vita del card. G. M., Modena 1885; Pastor, IV-IX, v. indice; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I, Brescia 1949, v. indice.

Pio Paschini
MORONI, Gaetano. - Erudito, n. a Roma il 17 ott. 1802 , m. ivi il 3 nov. 1883.

Barbiere e poi cameriere del card. Mauro Cappellari, prefetto della S. Congregazione di Propaganda che gli affidò l'incarico di trascrivere il regesto dei documenti di archivio della Congregazione. Lo ebbe conclavista nel Conclave di Pio VIII e poi in quello del 1831, da cui il Cappellari uscì papa con il nome di Gregorio XVI. Il M. divenne allora primo aiutante di camera del Pontefice, che gli commise molti incarichi di fiducia, donde la voce di indebite ingerenze del M. nella politica vaticana, risultate però del tutto infondate. Egli conservò la sua carica anche sotto Pio IX, seppure senza effettivamente esercitarla.

La fama del M. è affidata ai 103 volumi del Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, apparsi a Venezia tra il 1840-61 (testo) e il 1878-79 (indici), che egli, autodidatta e poligrafo, compilò per lo spazio di oltre mezzo secolo, adunandovi una messe preziosissima di notizie, molte delle quali presentano ancor oggi un'effettiva utilità, sulla storia della Chiesa, la liturgia, le cerimonie e le tradizioni di Curia, l'agiografia, la biografia di papi, cardinali e vescovi, l'arte sacra, ecc. Inesauribile ricercatore di fonti edite e manoscritte, il M. condensò nel suo Dizionario migliaia di opere da lui consultate e si avvalse delle informazioni di studiosi e specialisti, cosi da fare dell'opera - per quanto pullulante di inesattezze, di ripetizioni e di superfluità - un eccellente strumento di lavoro. Salito in fama, il M. venne aggregato a numerose accademie italiane e straniere e gli furono conferite parecchie decorazioni, come egli stesso ricorda con ingenua compiacenza nella prolissa autobiografia che si legge alle pp. 446-78 del vol. IV degli Indici.

Bibl.: E. Croci, G. M. e il suo Dizionario, in Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, I, Roma 1948, pp. 135-52.

Renzo U. Montini
MOROSINI, FAMIGLIA. - Una delle più ragguardevoli famiglie di Venezia, i cui membri nel corso dei secoli ricoprirono varie volte le più importanti cariche pubbliche. Essa ebbe quattro dogi: Domenico, dal 1148 al 1156, il quale affermò il predominio della Repubblica nell'Adriatico; Marino, dal 1249 al 1253, che condusse una politica di pace, aliena da ogni eccessivo dispendio di energie in operazioni belliche; Michele, figlio del precedente, dal rogiugno al is ott. 1382; Francesco, dal 1688 al 1694,
il più noto di tutti, marinaio ed uomo di guerra, l'eroico difensore di Creta nel 1666 ed il riconquistatore della Morea dal 1684 in poi, impresa per la quale fu chiamato "Il Peloponnesiaco". Tra gli ecclesiastici vi furono il b. Giovanni (sec. X), che donò ai Benedettini l'Isola di S. Giorgio Maggiore, e fu in seguito abate di quel convento; Tomaso, dal 1205 al 1211, primo patriarca latino di Costantinopoli; Pietro, docente utritugue iuris allo Studio di Padova, creato cardinale nel 1408 da Gregorio XII, e riconosciuto tale da Martino V; Gianfrancesco, amico di Filippo Neri, il quale dopo una brillante carriera diplomatica al servizio della Serenissima, che rappresentò a Torino, a Madrid, in Polonia e a Costantinopoli, abbracciato lo stato ecclesiastico, fu nunzio a Parigi, ebbe il cardinalato nel 1588 da Sisto V ed amministrò da vescovo la diocesi di Brescia per sei ann