ata dell'episcopato di Stefano III, successore di Atanasio II.
II. Origini del cristianesimo. - Fonti agiografiche non anteriori al sec. IX attribuiscono la fondazione della Chiesa di N. a s. Pietro che, venendo da Antiochia a Roma, si sarebbe fermato a N., dove avrebbe battezzato e consacrato il vescovo Aspreno o Asprenate. Il carattere tardo e leggendario della Vita s. Aspreni non permette di fare alcun conto della pretesa fondazione della Chiesa di N. da parte di s. Pietro; né luce maggiore viene dal Liber Pontificalis, che dà Aspreno come primo vescovo, ma non dice quando egli visse, e registra il vescovo Massimo, morto tra il 355 e il 362 , come 10^{°} vescovo della serie; se ciò fosse vero, Aspreno non sarebbe più antico degli inizi del sec. III o tutt'al più della fine del II, perché la durata di dieci episcopati consecutivi non può raggiungere i 300 anni. Ma nulla assolutamente c'è, d'altra parte, che obblighi a ritenere integra la lista del Liber Pontificalis. Che al contrario sia lacunosa, lo dimostra un duplice ordine di considerazioni: la prima che le origini della Chiesa napoletana non possono assegnarsi ad età posteriore alla fine del I sec.; la seconda che, dal sec. I alla metà del Iv, Roma ebbe 35 vescovi, Antiochia 27, Alessandria 20. I più antichi dipinti cristiani della catacomba di S. Gennaro dei Poveri, con le scene di Adamo ed Eva e della costruzione di una torre ispirata dal Pastore di Erma, non sono più tardi degli inizi del sec. III; ma questi dipinti postulano una comunità cristiana in fase di sviluppo e si trovano in una
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In alto a sinistra: PANORAMA. In alto a destra: VOMERO E CASTEL S. ELMO DALL'AEREO. Il castello è del 1340, trasformato nel 1540. In basso a sinistra: PALAZZO REALE su progetto di Domenico Fontana ( 1600 -1602) modificato da L. Vanvitelli e aumentato da Gaetano Genovese (1841). Facciata verso il mare. In basso a destra: MASCHIO ANGIOINO DALL'AEREO. Iniziato nel 1280 , ampliato nei secc. xv e xvi.
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In alto a sinistra: CHIESA DI S. FRANCESCO DI PAOLA. Opera di Puron Bianchi (r817-46) - Napoli. In alto a destra: CHIESA DELL' INCORONATA MADRE DEL BUON CONSIGLIO - Napoli. In basso a sinistra: INTERNO DELLA BASILICA DI S. RESTITUTA (rec. iv, trasformata nel sec. xviri) Napoli. In basso a destra: PALAZZO DELL'UNIVERSITA. P. Paolo Quaglia e G. Melisurgo (r897-r908) - Napoli.
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A sinistra: LA CARITÀ CRISTIANA. Dipinto di B. Schedoni (ca. 1620) - Napoli. Pinacoteca.
A destra: 'TRIONFO DI GIUDITTA. Affresco di Luca Giordano (sec. xvir) - Certosa di St. Martino. Volta della cappella del Tesoro.
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(fol. Gah. fol. naz.)

(fol. Gah. fol. naz.)
In alto: ORATORIO DI S. GIOVENALE (sec. iv). In basso: INTERNO DEL DUOMO (consacrato nel 1145).
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parte della catacomba che non ha più i caratteri di un ipogeo gentilizio, ma di cimitero di una comunita che doveva avere almeno già parecchi decenni di vita. Inoltre il nome del primo vescovo, Asprenas, di schietta impronta romana, frequente nel I sec., comincia a farsi raro alla fine del I e agli inizi del II sec. 762 è ammissibile che il cristianesimo, già saldamente stabilito a Pozzuoli nel 6r, abbia tardato oltre un secolo ad affermarsi nella vicina N. in frequenti rapporti non solo con Pozzuoli, ma con l'Oriente. Che la Chiesa di N. al sec. iv fosse già fiorente, lo lascia intendere il Liber Pontificalis romano in cui si legge che Costantino, sotto papa Silvestro (314-35), fece costruire in N. una basilica a cui offrì preziosi donativi. La maggiore parte delle basiliche fatte costruire da Costantino sorsero in Roma e nelle Chiese suburbicarie, mentre di tutta l'Italia meridionale solo N. e Capua furono dotate da Costantino di una basilica. Capua era allora la capitale della Campania; la Chiesa di N., dunque, doveva avere un'importanza non minore di Capua già illustre anche per i suoi martiri.
III. I martiri. - Martiri indigeni N. non ne ha. S. Gennaro (v.), patrono principale della città, l'eponimo della maggiore tra le catacombe, ivi trasportato e venerato, è beneventano. Degli altri martiri venerati nell'antica Chiesa napoletana, Sosso è di Miseno; Eutiche, Proculo ed Acuzio di Pozzuoli; Festo di Benevento, Fortunata di Literno; tralasciando martiri il cui culto compare tardi a N., come Restituta, probabilmente africana localizzata a Lacco Ameno (Ischia), Castrese di Volturno, Giuliana di Cuma, Massimo di Cuma o di Compra, Potito dell'Apuila; e i martiri Gervasio e Protasio, d'influsso ambrosiano. I martiri campani Festo, Desiderio, Proculo, Eutiche ed Acuzio, morti in luoghi e date diverse, divennero tra il vi e il viI sec. commartiri di Gennaro (v.).
Sino al 1936, si distingueva nettamente il martire Gennaro, vescovo di Benevento, morto nella persecuzione di Diocleziano nel 305, da un secondo Gennaro, pure vescovo di Benevento, che partecipò al Concilio di Sardica del 343. Nel 1936 si avanzò l'ipotesi, non esente da difficoltà e non ancora del tutto accolto, che il Gennaro della Passio, cioè della persecuzione dioclezianea, sia un personaggio leggendario; lo storico sarebbe quello presente nel 343 al Concilio di Sardica, del quale, però, non si sa altro. Per spiegare poi come egli sin dagli inizi del sec. v sia stato proclamato martire, si è supposto che, morto l'imperatore Costante nel 350 , Gennaro sarebbe stato esiliato dall'imperatore Costanzo, fautore dell'indirizzo teologico contrario a quello di Costante, e quindi o sarebbe morto in esilio per maltrattamenti o di morte violenta. Ciò è verosimile, ma non certo. E sicuro invece che, al secondo o terzo decennio del sec. v, N. venerava un martire Gennaro da poco ivi trasportato. Tale traslazione in data 13 apr. è attestata dal Liber Pontificalis, dal Calendario marmoreo, dal Martirologio gerosimiano. S. Gennaro è un martyr inventus, come molti altri, ritrovati in Oriente e in Occidente alla fine del sec. Iv e agli inizi del v. Come altrove, un vescovo, Giovanni I (454-32), ritrovò s. Gennaro, lo trasporto a N. e lo depose nella catacomba che da lui prese poi il nome.
Nel 1137, in una costituzione liturgica dell'arcivescovo di N., Giovanni Orsini, è minutamente descritto il rito della solennità di S. Gennaro nel mese di maggio; ma, mentre vi si ricorda la processione del capo beatissimi Ianuarii, non si fa alcun accenno al sangue del martire e alla processione, sia al mattino che alla sera. La prima notizia del sangue di s. Gennaro e della sua liquefazione è del 1389.
In stretta relazione con N. è un martire pochissimo conosciuto, ma degno della più grande considerazione, Rufinino. Ne parla il Libellus precum diretto nel 383-84 dai preti Faustino e Marcellino agli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Tra il 335 e il 359 Epitteto, vescovo di "Centumcellae", sfogò il suo furore ariano contro Rufinino, costringendolo a correre davanti al suo carro, provocandogli così la rottura delle arteriepolmonari e sbocchi di sangue. Il sangue di Rufinino si conservava a N., e gli ossessi ne sperimentavano il potere prodigioso. La testimonianza è importante per il culto delle reliquie

(fot. Alinari)
Napoli, arcidocesi di - Gesù dà la legge; e simbolo dell'evangelista Matteo. Mussico del Battistero (secc. Iv-v) - Napoli, chiesa di S. Restituta.
di sangue. Il fatto che nel Libellus precum si parli di Rufinino subito dopo Massimo vescovo di N., dove si conservava il sangue di Rufinino, autorizza a pensare che N. o le sue vicinanze siano state teatro della ferocia di Epitteto e che in N. Rufinino abbia versato il suo sangue.
IV. Serie episcopale. - La serie dei vescovi di N. si suddivide in 4 periodi; I: dalle origini alla erezione della Chiesa di N. a sede metropolitana; II: dalla erezione in arcivescovado allo scisma di Avignone; III: il periodo dello scisma; IV: dalla fine di detto scisma ai tempi odierni. Per il periodo dalle origini alla metà del sec. iv, il Liber Pont. tramanda 10 nomi di vescovi: Aspren(as), Epitimitus, Maro, Probus, Paulus, Agrippinus, Eustathius, Ephebur, Fortunatus, Maximus. Il nome di un Fortunato ricorre nell'indirizzo della lettera dei vescovi orientali convenuti a Sardica nel 343; e, se la ricostruzione fatta del testo alterato conservato dalla tradizione manoscritta dei Francesati di s. Ilario fosse sicuro, Fortunato sarebbe stato vescovo di N. Senonché l'indirizzo originario di quella lettera conteneva solo i nomi dei vescovi; quelli delle sedi sono un'aggiunta, opera di un falsario, il quale identifica il Sympheron ivi nominato con il Sympherius vescovo di Salona alla fine del sec. Iv. Non si può dunque con certezza identificare, come finora si è fatto, il Fortunato dell'enciclica di Sardica con l'omonimo vescovo di N., perciò non si può essere senz'altro certi che esso sedesse a N. nel 343. Più sicuro è invece un altro riferimento cronologico, circa Massimo, successore di Fortunato, 10^{°} nella serie del Liber Pontificalis, fornito dal citato Libellus precum, in cui si legge che Massimo, per la sua fermezza nella fede, fu tormentato e esiliato da Costanzo, e in esilio martyr in Domini pace requiecit. Massimo fu esiliato contemporaneamente a Dionisio di Milano, Eusebio di Vercelli, Lucifero di Cagliari, Ilario di Poitiers, Rodanio di Tolosa, quindi tra il 335 e il 356 . Dall'esilio i vescovi furono poi richiamati da Giuliano l'apostata nel febbr. 362. Perciò per l'episcopato di Massimo si hanno due date certe, il 355 e il febbr. 362 , terminus ante quem della morte. Il 14^{°} della serie, Giovanni I, morì il Sabato Santa, 2 apr. del 432. Il 15^{°}, Nostriano, fiancheggiò energicamente papa
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(da Atti del III Congresso Intern. d'arch. cristiana, Roma 1621, p. 68).
Napoli, arcibocesi di - S. Sosso al lato della Croce gemmata. Affresco (secc. v-vi) - Napoli, catacombe di S. Gaudioso.
Leone, nel 444, nella lotta contro manichei e [pelagiani. Già prima, nel 439, erano arrivati in Campania ecclesiastici espulsi dall'Africa da Genaerico, con a capo Quodvultdeus, vescovo di Cartagine. Il 18^{°}, Sotero, partecipò al Concilio romano del 463 . Il 19^{°}, Vittore, era vescovo, quando giunse a N. il corpo di s. Severino (m. nel 482), apostolo del Norico e deposto nel "Castellum Lucullanum n, l'odierna altura di Pizzofalcone, cenobio famoso per l'abate Eugippio, il suo scriptorium e la sua biblioteca. Il 20^{°}, Stefano, partecipò ai Sinodi romani del 499 e 501 , sotto papa Simmaco. Il 22^{°}, Giovanni il Mediocre (ca. 537557 ), è molto probabilmente l'autore di una serie di omelie sui Salmi, una delle quali sul salmo 22, intimamente connesso con il simbolismo e con la liturgia battesimale. N., a quanto si sappia finora, è l'unica Chiesa antica che alla traditio del Pater e a quella del Simbolo, nella preparazione dei catecumeni al Battesimo, aggiungeva, nella terza domenica di Quaresima, la traditio psalmorum. Il 24^{°} vescovo, Reduce, era vivo il 13 dic. 581 , quando i Longobardi assediarono N. Egli donò alla biblioteca dell'Episcopio un codice degli Excerpta, le opere di s. Agostino, scritti dell'abate Eugippio. Il 32^{°}, Leonzio, partecipò al Sinodo lateranense del 649. Il 34^{°}, Agnello, figura tra i sottoscrittori del documento di papa Agatone nel 680 , per il 6^{°} Concilio ecumenico. All'episcopato di Agnello (ca. 674-95) appartiene la prima notizia di una disconia (v.) napoletana, istituita sotto il titolo di S. Gennaro. Il 37^{°}, Sergio ( 718-47 ), favorì prima di essere vescovo, nel 717 , la politica e gli interessi di papa Gregorio II, dando tutto il suo appoggio al Duca di N. partente per ritogliere Cuma ai Longobardi. Ma, divenuto vescovo, ebbe la debolezza di accettare la dignità arcivescovile del patriarca di Costantinopoli. Il Papa lo richiamò e Sergio si sottomise. Il 40^{°}, Paolo II (762-67) sperimentò gli effetti in N. delle ripercussioni della lotta iconoclasta. Eletto e consacrato dal papa Paolo I, per ca. 2 anni non potè risiedere in N. e si stabili presso la catacomba di S. Gennaro. Il 41^{°}, Stefano II ( 767-800 ), fu tenuto in particolare considerazione dagli imperatori bizantini Irene e Costantino, che nel 785 espressero il desiderio di averlo a Costantinopoli, per il Concilio ecumenico che si preparava contro l'iconoclastia. Il 45^{°}, Atanasio I (v.), fu chiamato dal papa Niccolò I al Concilio romano dell'860 contro l'arcivescovo
di Ravenna, Giovanni VIII. Il vescovo di N. sedeva al terzo posto dopo il Papa. Durante i suoi due successori, Atanasio II (876-98) e Stefano III (898-907), fiorirono a N. Ausilio e Vulgerio, difensori di papa Formaso (891896), noti per i loro scritti e l'influenza letteraria che esercitarono nella città.
N. non era ancora arcivescovado nel 966 , ma nel 990 Sergio era già chiamato arcivescovo. E molto probabile che ciò non sia avvenuto molto tempo dopo l'identica elevazione di Capua ( 966 ) e Benevento (969). Ma la Chiesa di N., fino a quando non divenne capitale di un vasto regno, subì, in angustie territoriali, le stesse sorti del Ducato, soffocata e spesso mortificata dai Principati di Capua e di Benevento. Del resto, in tutta l'Italia meridionale la provincia ecclesiastica si modellò sulla provincia civile. Il Liber centum della Chiesa romana indica come suffraganee di N., Aversa, Nola, Pozzuoli, Cuma, Ischia. Nel 1121 Pozzuoli è suffraganea di Capua; Nola, nel 1143 di Salerno, e soltanto nel 1179 è chiaramente designata come suffraganea di N.; Aversa fu dapprima contesa tra N. e Capua, poi da Callisto II, nel 1120, fu dichiarata soggetta a Roma; Albino e Cencio, Innocenzo III nel 1198 e Onorio III nel 1225 la riconobbero suffraganea di N. Nel 1179 anche Acerra era suffraganea di N. Nel 1207 la Chiesa di Cuma fu unita a quella di N., il territorio passo in parte maggiore a Pozzuoli, e in parte minore ad Aversa. Degli arcivescovi, dei secc. xI e xII, vanno ricordati Giovanni II (1071) e Marino che ebbe gran parte nella instaurazione della monarchia normanna. Menzione speciale merita il b. Giacomo da Viterbo (m. ca. il 1308).
V. Periodo dello scisma d'Occidente. - Ripercussioni più gravi ebbero gli avvenimenti di storia civile sulla Chiesa napoletana, durante lo scisma d'Occidente. Soggetta a Giovanna I d'Angiò, quando scoppiò lo scisma nel 1378, passata poi sotto i Durazzeschi nel 1381 , ritornata alla morte di Carlo di Durazzo ( 1386 ) sotto gli Angioini, con Luigi II sino al 1399, e poi sotto il figlio di Carlo, Ladislao di Durazzo (m. nel 1414), N. subì le vicende di questo alternarsi di dinastie. Né queste tennero, in politica religiosa, un atteggiamento costante. Giovanna I fu contro Urbano e, contro i sentimenti del popolo, appoggiò Clemente VII; poi fu cacciata da Carlo di Durazzo, che i precedenti accordi rendevano dovuto a Urbano; segui la rottura di Carlo con Urbano, e quindi, di nuovo, lo schieramento della corte di N. in favore di Clemente; né la situazione cambiò per la venuta in N. di Luigi II d'Angiò, fiduciario di Clemente. A N. pertanto si ebbero dapprima due "obbedienze", dal 1378 al 1411 , la romana, con cinque arcivescovi, l'avignonese con quattro arcivescovi, e poi, dal 1411 al 1415 , l'obbedienza pisana con due arcivescovi.
Degli arcivescovi dalla fine dello scisma sino ai tempi d'oggi vanno citati Alessandro Carafa, che nel 1497 trasportò il corpo di s. Gennaro da Montevergine a N.; Gian-Pietro Carafa (1549-55) poi papa Paolo IV; Alfonso Carafa, che tenne subito dopo il Concilio di Trento, nel 1565, il primo Sinodo discesano, e dette prova di larghezza di vedute e di fermezza di propositi nell'instaurare la disciplina della Riforma; il b. Paolo Burali d'Arezzo (1577); Ascanio Filomarino, che ebbe gran parte nel comporre i moti della cosiddetta « rivoluzione di Masaniello * (1647); Antonio Pignatelli (1686-91) poi papa Innocenzo XII; Giuseppe Spinelli (1734-54), mecenate di Alessio Simmaco Mazzocchi; Sisto Riario Sforza (18481877) contemporaneo del periodo di residenza in N. di Pio IX, esule da Roma, e dei grandi rivolgimenti politici nel Regno di N. e in Italia. Fu esempio di fermezza incrollabile nei rapporti con le potestà civili non meno che nel governo dell'arcidiocesi.
VI. La cultura. - La Chiesa di N. ha avuto tre periodi aurei nella storia della cultura: il periodo carolingio; la seconda metà del sec. xviri; la seconda del xix. Quest'ultimo periodo vide, con gli splendori della cultura umanistica e la padronanza nelle lettere greche e latine, il sorgere e il fiorire degli studi di archeologia cristiana, ad opera di Gennaro Aspreno Galante, che fondò la scuola archeologica napoletana. Il secondo periodo fu insigne,
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in archeologia classica, per la produzione monumentale di Alessio Simmaco Mazzocchi, e, per tacere di altri, del suo degno scolaro Nicola Ignarra. Il primo, assai meno conosciuto, comincia da quando il vescovo Stefano II (767-800) mandò a Montecassino, alla scuola di Paolo diacono, alcuni del suo clero. Un secolo dopo si stabilivano in N., profughi da Roma, i due letterati Ausilio e Vulgario, e alla scuola di Ausilio si perfezionò Giovanni diacono, il più grande storico medievale di N. La cultura letteraria si estese nel campo agiografico e fiorirono, tra la seconda metà del sec. IX e il x, Paolo diacono, il vescovo Atanasio II, Guarimpoto, Pietro suddiacono, il prete Orso, l'arciprete Leone.
Verso la metà del sec. IX, un ecclesiastico anonimo redasse la prima parte del Liber Pontificalis dalle origini al 767, adoperando per la storia universale Girolamo, Marcellino, Gregorio di Tours, Isidoro, Beda, il Liber Pontificalis romano, Paolo diacono, oltre alla Epistola Uranii de obitu Paulini e alla Vita Sancti Severini di Eugippio. Era dunque un dotto, che aveva a sua disposizione una biblioteca.
VII. Monasteri antichi. - La vita monastica comincia con il sec. IV-v. Il vescovo Severo ( 363-409 ) erige un monastero intitolato a un martire dell'Apulia, s. Patito, e un altro a s. Martino. Di questo parla anche Gregorio Magno; un altro monastero eresse il vescovo africano di Abitine, Gaudioso, profugo della persecuzione vandalica. Monasteri di uomini e di donne sono ricordati da Gregorio Magno. Numerosi i monasteri greci, i più importanti quelli dei SS. Sergio e Bacco, SS. Samona, Guria e Abibo, di S. Gregorio Armeno, di S. Teodoro. Di fondazione ducale, i monasteri dei SS. Ciriaco e Giulitta, fondato dal duca Antimo, verso l'811, con annessa diaconia, e di S. Marcellino fondato da Theodonanda, vedova di Antimo, nei primi anni dell'episcopato di Tiberio (821-42). Più insigne di tutti il cenobio lucullano sorto ca. il 492 con l'arrivo in N. del corpo di s. Severino. Al cenobio lucullano si sostituil il monastero di S. Severino, sorto nel cuore della città sotto l'episcopato di Atanasio II (877-98) ed in esso, nel 902, fu trasferito il corpo del santo abate del Norico.
Discepolo di s. Severino fu Eugippio (v.) abate del Lucullano dove fondò una importante biblioteca, in possesso delle traduzioni bibliche di s. Girolamo negli originali, come insinua la sottoscrizione del noto codice Epternacense dei Vangeli. Da N. giunse in Inghilterra il codice di Lindisfarne (v.). Il più antico Capitolare napoletano che si conosca, del vi più probabilmente che del vir sec., posto al principio di detto codice, non contiene alcuna festa mariana, tranne la dedica di una basilica e sanctae Mariae: Estremamente semplice, il Santorale : all'infuori di s. Gennaro, festeggiato anche con la vigilia, nessun santo né napoletano, né campano. Non vi figura nemmeno il martire miserate, s. Sosso; il papa Simmaco lo onorò di un oratorio e di un carme a Roma tra il 501 e il 506. Delle 6 basiliche sorte già in N., prima della fine del sec. vi, non c'è che la festa della dedicazione di una sola, la Stefania: In dedicatione basilicae Stephani. Se la Dedicatio sanctae Mariae va riferita alla Pomponiana di N. (ca. 509-37) e non a una basilica romana, come qualcuno ha pensato, se ne avrebbe una seconda; ne mancherebbero tuttavia altre importanti. Singolarissima, tra quanti testi rimangono della liturgia prebattesimale, la traditio dei salmi, nella terza domenica di Quaresima: quando pudmos accipiant. La traditio del Patre aveva luogo nella IV, e la traditio del Simbolo nella V domenica. La Quaresima è preceduta dalle domeniche della Sessagesima e della Quinquagesima. Nel, 581 anche l'Episcopio aveva la sua biblioteca; il vescovo Reduce l'arricchi di un codice del florilegio degli scritti di s. Agostino, compilato da Eugippio.
VIII. Diaconis: v. la voce relativa (vol. IV, col. 1527).
IX. Monumenti. - Per il periodo antico vanno ricordati le catacombe, le basiliche, il Battistero, il consignatorium, il calendario marmoreo.
1. Catacombe. - Ne rimangono tre: S. Gennaro, S. Gaudioso, S. Eufebio (più correttamente, Efebo). La prima è la più sviluppata e la più nota. Sorse in un'area gentileia, di cui non è scomparso ogni vestigio. Il primo vescovo di cui si sa che vi avesse sepoltura è Agrippino,

(fel. Alinari)
Napoli. ARCidiocesi di - Interno del duomo trasformato nei secc. XVII-XvIII (costruito nel 1294-1323) - Napoli.
della seconda metà del sec. III. Tra il 414 e il 432 vi ebbe sepoltura il martire s. Gennaro. Gli edifici ad essa adiacenti accolsero nel biennio 762-64 il vescovo Paolo II, allontanato dalla città dalla fazione iconoclasta. Con la traslazione di s. Gennaro a Benevento nell'831, per opera del duca Sicone, comincia il decadimento della catacomba. Continuano tuttavia ad esservi sepolti i vescovi Tiberio (m. nell'842), Giovanni (849), Atanasio, il 1^{°} ag. dell'877, come pure il duca Stefano (m. nell'832). L'iconoclastia non passò senza lasciarvi tracce, ma la decorazione continuò almeno sino al sec. x. Gli affreschi più antichi del sec. II sono d'indole decorativa; dei primi del III sec. sono scene bibliche come Adamo ed Eva, ed una scena, che è un unicum nell'antica pittura cristiana, la costruzione di una torre, tolta dal Pastore di Erma. Poi l'arte s'ispira al simbolismo romano e al culto dei santi. Vi s'incontrano, nel sec. v e vi, oltre al Signore tra due Apostoli (questo affresco, però, era nella basilica annessa), gli apostoli Pietro e Paolo e i martiri Lorenzo e Gennaro (v. ill. rel.). Altre pitture di secoli posteriori presentano ritratti di defunti, immagini di s. Gennaro e compagni, il Cristo, la Crocifissione. Vi si può seguire la storia della pittura dal sec. II al x. Nella seconda metà del sec. Ix il vescovo Atanasio I volle che vi sorgesse un cenobio con a capo un abate; alla metà del sec. xv i Benedettini lo lasciarono. I riti della Costituzione liturgica del 1337 non si riferiscono strettamente alla catacomba, ma alla basilica; dei visitatori delle catacombe, si hanno testimonianze almeno dagli inizi del sec. XV.
Non meno importante, sotto alcuni aspetti, anche se non così antica, è la catacomba di S. Gaudioso. Ancora si conserva la tomba ad arcosolio, con avanzi di decorazione musiva, e l'iscrizione di s. Gaudioso vescovo di Abitine nell'Africa Proconsolare, profugo della persecuzione vandalica. Notevoli altri arcosoli con decorazione musiva, di cui uno con la croce coronata e adorata da due agnelli, e un affresco del sec. vi, con una croce gemmata tra il primo diacono Stefano e il martire locale diacono Sosso.
Molto poco rimane della catacomba di S. Efebo e di un altro complesso cimiteriale; ci è giunta solo una importante camera sepolcrale con tre arcosoli, conosciuta
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(fot. Gabinetto fotografro della Sapint. alle Gallerie di N.) NAPOLI, ARCUNOCEST di - Cristo di S. Gregorio armeno dopo il restauro. Scultura in legno (primi del sec. xv).
con il nome di catacomba di S. Severo. In uno degli arcosoli la figura di un alto magistrato, il sepolto, al centro, tra quattro santi, i primi due, a destra e a sinistra, Pietro e Paolo. In un altro arcosolio di fronte, i ss. Protasio e Gervasio. L'influsso milanese è evidente; con il vescovo napoletano Severo, s. Ambrogio ebbe occasione di scambiare una lettera, e reliquie di Gervasio e Protasio erano nell'altare della basilica eretta da s. Paolino a Fondi. Gli affreschi di questo cubicolo appartengono al sec. v.
2. Battistero. - Agli ultimi anni del iv sec., più che ai primi del v, appartiene il battistero di S. Giovanni in fonte; presso il Duomo e precisamente a destra di chi guardi l'abside della basilica di S. Restituta. Di pianta quadrata, è sormontato da una cupola che si raccorda alle mura perimetrali mediante la trasformazione della parte superiore degli spigoli in voltini o nicchie a cuffia, cosi che il quadrato termina in ottagono. Della decorazione musiva della cupola rimangono solo alcune parti. Al centro della cupola, entro un cerchio circoscritto da una fascia decorata con cesti e coppe colme di fiori e frutta, affiancati da uccelli affrontati, e nel campo di un cielo azzurro stellato, la croce monogrammatica con le lettere apocalittiche, coronata dalla mano divina. Nella fascia che circonda il cielo stellato, in corrispondenza della testa della croce, la fenice tra due palme. Da questo cerchio centrale partono otto trapezi, divisi da fasce ornate di turgidi festoni di fiori, frutta, uccelli. Di queste otto zone trapezoidali, cinque sono conservate, in tutto o in piccola parte; una di esse è suddivisa in due in senso verticale, un'altra in due, ma in senso orizzontale. L'asse del Battistero era da est a ovest, e ad est o a ovest era l'ingresso primitivo; ora si entra da sud. Nella zona nord-est, due scene: la Samaritana al pozzo e il Miracolo di Cana; subito dopo, sulla parete est, la parte inferiore di un Apostolo nella Multiplicazione dei pani, nell'angolo estsud, la scena del Dominus legem dat, Cristo sul globo con Pietro crucigero alla sua sinistra; Paolo è distrutto. Sulla porta attuale, la zona è divisa in due, orizzontalmente: Pietro salvato dai flutti, in alto, e la Pesca miracolosa, in basso. Nell'ultima zona superstite, a sud-ovest, la testa
di una delle mirrofore al sepolcro di Gesù e l'angelo assiso sulla pietra. Nei quattro voltini, dei simboli degli evangelisti ne rimangono due, a sud-est l'uomo alato; a sudovest il leone alato. Nei quattro scompartimenti, che risultano posti tra i voltini con gli evangelisti, otto apostoli, due per parte, che offrono le corone. Sull'area frontale dei voltini scene alternate, del Pastore tra due pecore e del Pastore tra due cervi che si dissetano.
3. Basiliche. - Della prima dà norizia il Liber Pontificalis romano. Fu costruita e dotata dall'imperatore Costantino. Né il Liber Pontificalis né llega indicano a chi fosse dedicata, come non meritano fede le attribuzioni date da Adone e dal monaco Giovanni autore della Cronaca di S. Vincenzo al Volturno (sec. xil), che la dicono intitolata al Salvatore. Alla metà, però, del sec. ix, detta basilica veniva chiamata di S. Restituta, dalla martire, molto probabilmente africana, assai venerata nell'isola d'Ischia (a Lacco Ameno), e di là, forse, trasportata a N. La basilica costantiniana era a cinque navi e senza transetto. Ne fu tagliata la estremità inferiore, verso sud, quando nel 1294 si dette inizio all'attuale cattedrale angioina; in seguito subl la trasformazione di tutta la parte superiore ai capitelli, la sopraelevazione del pavimento e l'occlusione delle due navate estreme. Dell'antica rimane solo la pianta, parte dell'abside e il colonnato. Nella navata di sinistra, la cappella di S. Maria del Principio, con musaico della Madonna, s. Gennaro e s. Restituta, del 1313.
La seconda cattedrale di N. fu la basilica costruita dal vescovo Stefano I (499-501). Sorgeva presso l'Episcopio ed era dedicata al Salvatore; ma dal nome del fondatore era abitualmente detta la Stefania. Andò completamente distrutta nel 1294 con il sorgere della Cattedrale angioina. Il vescovo Giovanni II il Mediocre ( 557 ca.) ne ricostruil l'abside, distrutta da un incendio, e vi fece rappresentare in musaico la Trasfigurazione, che fu rinnovata dopo altro incendio, nella seconda metà del sec. viri, quando accolse i corpi dei martiri Eutichete ed Acuzio trasportati da Pozzuoli; e, poco prima della metà del sec. Ix, i corpi dei vescovi di N. trasportati dai cimiteri suburbani.
Delle altre basiliche sorte prima del Mille, vanno ricordate, per ordine di tempo: la Severiana eretta dal vescovo Severo ( 363-409 \mathrm{ca}.), se ne conserva l'abside archeggiata con pulvini sovrapposti ai capitelli, decorati di monogramma greco-latino; la Soteriana, eretta dal vescovo Sotero (vivo nel 465), in onore degli Apostoli; la Pomponiana, eretta dal vescovo Pomponio, nel terzo e quarto decennio del sec. v, in onore della Vergine e detta S. Maria Maggiore; la basilica in onore di s. Lorenzo, opera del vescovo Giovanni il Mediocre; la Vincenziana fatta dal vescovo Vincenzo ( 357-80 \mathrm{ca}.) in onore di s. Giovanni Battista (S. Giovanni Maggiore); ne rimangono due delle quattro colonne che sorreggevano il tamburo della cupola, che hanno i capitelli decorati del monogramma del vescovo Vincenzo; l'abside primitiva, d'importanza almeno uguale a quella della Severiana, rimane ancora accecata da muri ed archi posteriori.
La basilica di S. Gennaro, annessa alla diaconia omonima, è opera del vescovo Agnello ( 674-95 ca.) e la basilica di S. Paolo fu eretta dal duca della città, Antimo (801818). La Severiana, la Soteriana, la Pomponiana, la Vincenziana e S. Paolo ebbero in tutto il medioevo l'appellativo di catholica; la Severiana, la Pomponiana, la Vincenziana sono tra le parrocchie più antiche e, tuttora, sede di collegiate.
4. Calendario marmoreo. - Fu ritrovato nel 1742 nella basilica di S. Giovanni Maggiore. Si tratta di due grandi lastre marmoree, lunghe ca. m. 6 e alte m. o,88, su ciascuna delle quali, in dodici colonne, due per mese, sono incisi i nomi dei santi e delle feste dei vari giorni dell'anno (v. sopra, col. 247). Fu eseguito poco dopo la metà del sec. ix per servire da plutei, o cancellata, d'altare. Non è un monumento liturgico nel senso di un calendario per l'ardo divini uffisti, ma destinato alla devozione privata. Molto meno è un monumento storico, come si è preteso, o un atto di politica ecclesiastica, quasi a significare l'attaccamento a Roma. Il tentativo del patriarca di Costantinopoli, tra il 718 e il 747 , di accaparrarsi la soggezione del vescovo di N., Sergio, nominandolo arcivescovo, rimase
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senza effetto. La grecità della chiesa di N., innestata su un fondo etnico, culturale, politico, sociale, si svolge nel campo letterario, monastico, agiografico, liturgico.
Della scultura a rilievo paleocristiana, quasi nulla rimane : i sette o otto frammenti del Museo nazionale, parte di sarcofagi, sono di origine o romana o incerta. Molto più rimane della scultura medievale, plutei e paliotti d'altare. Tra i plutei, quelli di S. Giovanni Maggiore e della cosiddetta cappella di S. Aspreno alla Borsa, e di epoca più tarda, quelli in S. Restituta con le Storie di Giuseppe l'una, e l'altro con le Storie di s. Gennaro, di Sansone e di quattro martiri greci. Per le chiese posteriori, v. sotto la sezione Arte.
5. Epigrafia. - Poco abbondante è la messe epigrafica anteriore al sec. viI. Tranne alcuni nudi nomi greci e latini della catacomba di S. Gennaro, nessuna iscrizione è giunta più antica del sec. IV; di esse pochissime son data certa, la più antica è del 377 . Da ricordare quelle del vescovo Massimo (m. verso il 361), del vescovo Gaudioso di Abitine, dell'abate Habetdeus (m. nel 468), della matrona Candida clarissima femina (m. nel 585), dell'abate s. Agnello (m. tra il 593 e il 600). Dedicatoria è l'iscrizione dipinta, che dichiara il nome del Santo rappresentato nella lunetta di un arcosolio della catacomba di s. Gennaro, tra due defunte, Sancto martyrs Ianuario, del sec. v. Anche del sec. v-vi, l'iscrizione sepolcrale greca di Paola, figlia del suddiacono Paolo. Per il sec. viI, l'iscrizione marrica del diacono Teofilatto; per l'viII, quella, greca, del duca Teodoro (m. nel 729-30), restauratore della diaconia dei SS. Giovanni e Paolo nel 721-22, e quella del duca Buono (m. nel 783).
6. Clero antico e Capitolo. - Caratteristici uffici nel clero antico sono quelli del Notarius, del Primicerius scholae cantorum, del cimiliarca, del canonarca, del paramonario, del vestorario. Si hanno i presbyteri cardinales o semplicemente cardinales, i diaconi cardinales, il primicerio, l'arcidiacono, l'arciprete del clero cattedrale, attestati, prima ancora che sia esplicitamente menzionato il Capitolo cattedrale, per gli anni, rispettivamente, 1000, 1065, 1065. Il Capitolo è, in forma esplicita, nominato la prima volta nel 1167; non c'è dubbio che esistesse già prima; nei secc. xir e xiri, e sino al 1308, spesso ha eletto l'arcivescovo. Dei 30 membri che oggi lo compongono, 7 presbiteri e 7 diaconi hanno un titolo cardinalizio, menzionato nelle bolle di nomina. Sono i titoli delle antiche chiese a cui presiedevano; il più antico di cui sia giunta testimonianza, dell'anno 1337, si riferisce al canonico cimiliarca ed è quello dei martiri Eutiche ed Acuzio.
Bibl.: G. B. De Rossi, La basilica di S. Giovanni Maggiore in N. ed i nomi dei vescovi nei capitelli delle chiese in Italia, in Africa, in Oriente, in Bull. di arch. crist., 3a serie, 5 (1880). pp. 160-68; Eubel, I. pp. 359-60; II. p. 221 ; III. p. 272 ; IV. pp. 254-55; I. Brisner, in Röm. Quartalschr., 41 (1935), pp. 79 99; H. Leclercq, s. v. in DACL, XII, 1, col. 691 sgg .; A. Bellucci, Ritroviamento della catacomba di S. Eufobio e di nuove zone della catacomba di S. Gaudioso a N., in Atti del III Congr. intervent. di arch. crist., Roma 1934, pp. 327-70; P. F. Kehr, Italia Pontif., VIII, Berlino 1935, pp. 415-17; H. Achella, Die Katakomben von Neapel, Lipsia 1936; D. Mallardo, Richerche di storia e di topografia degli antichi cimiteri cristiani di N., Napoli 1936; id., Ordo ad ungendum infirmam, Napoli 1938; id., Il Calendario Letteriano, Napoli 1940; id., S. Gennaro e compagni nei più antichi testi e monumenti, in Rend. della R. accad. di arch. della Società reale di N., 20 (1940); id., Storia antica della Chiesa di N., Le Ponti, Napoli 1943; H. Delehaye, Hagiogr. napolitaine, in Anal. Bolland., 57 (1939), 59 (1941); A. Ferma, Il calendario marmoreo napoletano, in Civ. Catt., 1948, i; id., Note sul testo del «Calendario marmoreo di N., in Miscell. liturg. in honorem I., C. Mohlberg, I. Roma 1948, pp. 135-67; L. De Bruyne, La décoration des baptistères paléochrétiens, ibid, p. 189 sgg .; C. Cecchetti, La decorazione paleocristiana e dell'alto medioevo nelle chiese d'Italia, in Atti del IV congr. di Arch. crist., II, Città del Vaticano 1948, p. 127 sgg .; D. Mallardo, La Campania e N. nella crisi ariana, in Riv. di stor. d. Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 185-226; id., Il calendario marmoreo di Napoli, Roma 1947; id., La vita degli antichi monumenti di N. e della Campania, in Riv. di arch. crist., 25 (1949); id., L'invubazione nella cristianità medievale napoletana, in Mélanges Poètes (Anal. Bolland., 57), Bruxelles 1949, pp. 466 sgg.; id., Giovanni diacono napoletano, La vita, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, 2 (1948), p. 317 sgg.; id., Giovanni diacono napoletano. La continuazione

Napoli, arcidocesi di - Assunzione della Vergine. Eessorilievo in marmo di A. Caccavello (ca. 1270) - Napoli.
del - Liber Pontificalis, ibid., 4 (1950), p. 325 sgg.; id., Le origini della Chiesa di N., in Miscell. Pio Paschini, I. Roma 1948, p. 27 sgg. Domenico Mallardo
X. ARTE. - Del periodo romanico non sono molte le opere : in architettura è un unicum il campanile della chiesa di S. Maria Maggiore, del sec. xi; in pittura, alcune icone duecentesche fra cui quelle di S. Domenico in S. Domenico e in S. Pietro Martire; nella scultura, invece, fervida di un'altissima produzione in tutta le regione campana, fiorirono anche stupende opere lignee : Crocifissi, Deposizioni, Madonne, di cui sono magnifici esempi quelli conservati in Duomo, S. Maria a Piazza, S. Aniello a Caponapoli, S. Giorgio Maggiore, ai Gerolamini.
Il periodo angioino fu foriero di una intensissima attività artistica. Il gotico d'oltralpe si affermò decisamente con gli architetti della corte angioina: sorsero bellissime chiese di pure forme francesi: S. Eligio, S. Lorenzo Maggiore, il Duomo, S. Chiara, e la città si abbellì anche di sontuose costruzioni civili come il Castel Nuovo e S. Elmo. I canoni oltremontani s'andarono però lentamente modificando e al primo gruppo di edifici religiosi e civili, rispecchianti fedelmente le forme del paese d'origine, presto s'aggiunsero più serene interpretazioni del gusto locale. Tali l'Incoronata, S. Pietro a Maiella, S. Domenico, S. Maria Donnaregina.
Anche nella scultura il primo apporto fu dato agli inizi del Regno, dagli artisti francesi; ma fu ancora più denso di fruttí l'arrivo a N. del senese Tino di Camaino, chiamato da re Roberto per scolpire la tomba di Maria d'Ungheria in Donnaregina e rimasto nella città fino al 1337. Opere sue furono le tombe di Carlo di Calabria, di Maria di Valois in S. Chiara, di Filippo di Taranto e di Giovanni di Durazzo in S. Domenico, oltre a tutta una vasta e discussa serie di sculture frammentarie. Ad innestare sul complesso dei fatti culturali di quegli anni altri elementi toscani, giunsero poco dopo i fiorentini Pacio
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(Art. Attenti)
Napoli, arciblocesi di - Giove fulmina i giganti, Porcellana di Capodimonte (sec. xvili).
e Giovanni Bertini, autori del gran cenotafio di re Roberto in S. Chiara anch'esso deturpato nel gran disastro che s'abbatté sulla chiesa durante la seconda guerra mondiale. La pittura del Trecento a N. è importante capitolo nella storia dell'arte: vi scese, primo di tutti, il romano Pietro Cavallini e lasciò affreschi in Donnaregina, poi Simone Martini e infine Giotto che lavorò, com'è dalle fonti, in S. Chiara, in S. Barbara e in Castelnuovo ad affreschi oggi tutti perduti; le correnti locali infine continuarono sulla scia di questi maestri la validità di un periodo particolarmente felice per le arti figurative. Le forme affermatesi nell'età gotica si protrassero per tutta la prima metà del ' 400 , aderendo via via ad altri elementi culturali catalani, borgognoni, fiamminghi. Non mancarono però voci rinascimentali come quella di Donatello che insieme a Michelozzo scolpì la tomba del card. Brancaccio per S. Angelo a Nilo. Si dové arrivare poi al Regno aragonese per vedere consolidata la concezione umanistica della Rinascenza. Si ricordino, a celebrare questo periodo, l'arco trionfale costruito in Castelnuovo per Alfonso d'Aragona e la presenza a N. di artisti come Francesco Laurano, certo uno degli scultori dell'arco, Giuliano da Maiano, autore della Porta Capuana, il Rossellino e Benedetto da Majano cui si deve la Cappella Piccolomini in Monteoliveto, ecc. Nel campo della pittura, dove furono soprattutto vivaci le conseguenze della cultura allogena, emerse Colantonio, interessante per i rapporti di mediazione tra l'arte fiamminga e la formazione meridionale di Antonello da Messina.
Nel Cinquecento, per lo più, si ripeterono ad opera di artisti locali le forme quattrocentesche. Fra gli architetti sono da ricordare il calabrese Mormando, il Maghione, il d'Angelo insieme al lombardo Domenico Fontana, autore della facciata di Palazzo Reale, al fiorentino Dosio, all'aquilano padre Valeriani, che costruì in Gesù Nuovo, e allo spagnolo Pirro Luigi Scrivà, che eresse per don Pedro di Toledo le nuove parti della fortezza di Castel S. Elmo. Nella scultura vi fu una vera e propria scuola che produsse per tutto il secolo, fino all'avvento dei toscani Michelangelo Naccarino e Pietro Bernini, una serie di notevolissimi artisti. Caposcuola fu Giovanni da Nola; insieme a Gerolamo Santacroce, egli si ispirò alle opere toscane della chiesa di Monteoliveto e orno, al pari dei d'Auria e di Annibale Caccavello, chiese e palazzi napoletani di belle sculture. La pittura cinquecentesca partecipò di
molte influenze; ai primi del secolo artisti forestieri, come lo Zingaro, il Rosso, Cesare da Sesto e Giorgio Vasari, vennero a dipingere nella citta. Un facile manierismo si acclimatò quindi nell'ambiente locale e dal primo e orrginale Andrea da Salerno giunse alle raggelate interpretazioni del Curia, dell'Impurato, del Santafede.
Il breve soggiorno del Caravaggio a N., tra il 1606 e il 1607 , sollevò di colpo queste mediocri sorti.
Il Seicento fu il secolo d'oro della pittura napoletana. La novità caravaggesca, assorbita da tre grandi pittori, Battistello, Ribera e Mattia Preti, diede l'avvio ad una scuola che per tre secoli ebbe ininterrottamente grande prestigio nella penisola. Dall'immediato caravaggismo di Battistello, che nello stesso 1607 assumeva atteggiamenti propri del maestro, nella Liberazione di s. Pietro dal carcere del Pio Monte della Misericordia, al seguito ribere. sco più rorido di residui manieristici e infine alla personale visione pretiana, una nuova linfa si inserì nella pittura napoletana e continuò per tutti gli artisti del secolo, Luca Giordano, Massimo Stanzione, Francesco Fracanzano, Andrea Vaccaro, Bernardo Cavallino, Salvatore Rosa, Mico Spadaro, Aniello Falcone fino al settecentesco Solimena, che tradusse nel nuovo secolo il ricordo stilistico caravaggesco. Figura notevole del Seicento fu anche Cosimo Fanzago, architetto e scultore e elegante decoratore di interni chiesastici con fiorite incrostazioni marmoree policrome.
Nel Settecento l'influenza del Solimena, che ebbe seguaci in pittura Sebastiano Conca, il De Mura e il Bonito, fu viva anche nel campo dell'architettura e della scultura. Ferdinando Sanfelice, Domenico Antonio Vaccaro, il palermitano Medrano e il fiorentino Ferdinando Fuga, abbellirono la città con suntuosi edifici commessi dai re borbonici, fino a Luigi Vanvitelli, il massimo esponente della architettura settecentesca che legò il suo nome alla grandiosa Reggia di Caserta. Nella scultura si ricordano il Queirolo, il Celebrano e il Sammartino, quest'ultimo rinomato iniziatore della scultura minore di presepe, caratteristica ed originale affermazione dell'arte napoletana.
L'Ottocento si iniziò in architettura con il fine neoclassicismo del Nicolini, autore della bella facciata del Teatro di S. Carlo e della villa Floridiana. Nella seconda metà del secolo ebbe una sua forte personalità lo scultore Vincenzo Gomito, mentre la pittura, dapprima con la scuola di Posillipo cui appartiene Giacinto Gigante, seguite dal Carelli e dallo Smargiassi, poi con Domenico Morelli, i Palizzi e Gioacchino Tona e Saverio Altamura, continuò la grande tradizione dei secoli precedenti. - Vedi tavv. CVII-CIX.
Bial.: v. anzitutto G. Ceci, Saggio di una biblioge, per la storia delle arti figuratice nelle province napoletane, Bari 1911; e tra le varie guide: C. D'Eugenio Caracciolo, N. sacra, Napoli 1824; C. de Lellis, Suppl. alla N. sacra del d'Eugenia, ivi 1824; G. Sigismondo, Descrio, della città di N., ivi 1788-89; R. Liberatore, Viaggio pittorico nel Regno delle Due Sicilie, ivi 1829; L. Catalani, Le chiese di N., ivi 1849-53; C. Celano, Natiz. del bello, dell'antico della città di N., con aggiunte di G. B. Chiarini, ivi 1856-60; G. A. Galante, Guida sacra della città di N., ivi 1872. Per le fonti, v. A. P. Orlandi, Abecedario pittorico, ivi 1733; B. de Dominici, Vite dei pittori, scultori ed architetti napoletani, ivi 1742-43; v. inoltre: C. T. Dalbano, Storia della pittura in N. e in Sicilia, ivi 1859; H. W. Schulz, Denkmäler der Kunst des Mittelal., in Unteritalien, Dresda 1860; J. Burckhardt, Der Cicerone, Lipsia 1869; V. Schultze, Die Katacomben von S. Gennaro dei Peseri, Jena 1873; G. Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie nelle province napoletane, Napoli 1883-91; B. Croce, Summario critico della storia dell'arte napoletana, in N. nobilissima, 1-3 (1892-94); E. Bertaux, L'art dans l'Italie edridionale, Parigi 1904; W. Rolfs, Gesch. der Mulerei Neapoli, Lipsia 1910; F. Nicolini, L'arte napoletana del Rinascimento e la lettera di Pietro Summonte a Marcantonio Mighel, Napoli 1925; A. de Rinaldis, La pittura del Seicento nell'Italia merid., Firenze 1929; O. Morisani, Pittura del Trecento a N., Napoli 1948; F. Bologna-R. Causa, La scultura lignea nella Campania, ivi 1950 (con bibl.) Giovanni Carandente
NARBONA. - Antica diocesi e città nella Francia meridionale, capoluogo di circondario nel dipartimento dell'Aude. Occupata prima dai Liguri, dagli Iberi e dai Celti, N., con la denominazione di Narbo Martius, fu la prima colonia romana della Gallia e
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divenne la città capitale della Prima Narbonense per tutto il periodo romano. Con Claudio assunse la denominazione di Colonia Iulia Paterna Claudia Narbo Martius. Un incendio la devastò e fu restaurata da Antonino Pio, ma già nel sec. in non era più così fiorente. Antonio e Sidonio Apollinare però magnificano i suoi edifici pubblici.
Con la conquista del 413 N . fece parte del Regno vosigsto fino al 759 . N. era al vi sec. ancora fiorente colonia di mercanti della Siria; i cann. 4 e 14 del Concilio di N. del 589 ricordano tra i suoi abitanti i Goti, i Romani, i Siri, i Greci e gli Ebrei. Poi passò ai Carolingi, quindi ai Capeti e da questi ai conti di Tolosa che divennero duchi di N. Poi alla casa di Foix fino al 1509, quando passò definitivamente alla corona francese. Dette il nome alla provincia ecclesiastica Narbonense, più o meno uguale a quella civile del tempo di Onorio, e comprese i territori di cinque città: N., Nimes, Tolosa, Lodève e Béziers. In seguito alle conquiste di Carlomagno e di Ludovico il Pio i territori delle diocesi di Urgel, Vich, Gerona e Barcellona e poi Ampurias e Egara furono annessi alla Francia e passando sotto la provincia di N. vi rimasero fino alla fine del sec. xI.
Paolo è il primo vescovo noto, indicato nel Martirolegio geronimiano al 22 marzo, e assegnato da Gregorio di Tours alla metà del sec. in (Historia Francorum, I, 30). Prudenzio sembra annoverarlo tra i martiri (Peristephanan, IV). Il vescovo Ilario è ricordato in lettere dei papi Zosimo e Bonifacio (Jaffé-Wattenbach, pp. 332, 349, 362). Rustico ( 426-61 ) risulta da iscrizioni (CIL, XII, 5336-38 ) e da lettere dei papi Sisto III e Leone I (JafféWattenbach, pp. 434-79, 480, 544). Suo successore fu Ermete che però fu privato dei diritti di mercepulita dal papa Ilaro (ibid., 554-55). Megezio intervenne ai Concili di Toledo del 589 e 597; all'inizio del sec. vir si ha il vescovo Sergio, poi Selva, presente a Toledo nel 633 e, 638 , dove andò Scunifredo nel 683,684,688. Il vescovo Daniele intervenne a Roma nel 769; Nebridio a Urgel nel 799 e 800 ; Bartolomeo a Tolosa nell' 828 ; ma fu deposto dall'835.
Gli arcivescovi furono primati della Gallia Narbonense e presidenti di diritto degli Stati della Linguadoca. Nella Quaresima del 1227 si teneva a N. un concilio per la ricerca e la denuncia degli eretici (Hefele-Leclercq, V, II, p. 1454). Nel 1229 vi fu a N. l'arcivescovo Pietro Amelius, il quale il 10 ott. 1234 emette statuti insieme al legato di Gregorio IX, Giovanni di Bernin, e ai vescovi di Nimes, Béziers, Tolosa, Elne rinnovando le disposizioni del Concilio di Tolosa. Fino al 1317 la diocesi di Tolosa fu suffraganca di N. Due arcivescovi di N. salirono alla cattedra di Pietro: Guido Foulquoys, divenuto

(da R. Rep. L'Art gotàlque du Midi de la France, Parigi 1531, p. 153) Narbona - Loto sud della Cattedrale (fine del sec. xili).

(da L. Sigal, Les preniere temps chréticns à Narbonne et les origines de sa cattedrale, Narbona 163, lue. dege. p. 10 Narbona - Iscrizione d'Agnocla (sec. iv) - Narbona, Museo Lapidario.
Clemente IV (1265-68), e Giulio de Medici, poi Clemente VII (1523-34).
Soppressa la diocesi nel 1790 dalla Rivoluzione Francese, il papa Pio VII con il Concordato del 1801 unì la diocesi di N. a quella di Tolosa e nel 1822 aggiunse all'arcivescovo di Tolosa il titolo di vescovo di N. Dalla iscrizione del vescovo Rustico (CIL, XII, 5336) si ricava che la Cattedrale ricostruita nel 445 sostituì nello stesso luogo quella che si era incendiata e che forse rimontava al sec. iv. Il testo è assai importante perché ricorda la demolizione dei muri della vecchia chiesa, la posa della prima pietra della fondazione, quando fu finita l'abside, il concorso del prefetto delle Gallie del tempo, Marcello, "devoto del culto di Dio», che pagò gli operai durante i due anni della sua amministrazione, e riporta oblasioni ricevute da altri vescovi. L'epigrafe fu posta nella Cattedrale dal card. de Bonzy nel 1681 e ora è nel Museo Lamnurgnier. L'attuale ex-Cattedrale, dedicata a S. Giusto e iniziata nel 1272, è incompiuta.
Vi sono le tombe dell'arcivescovo B. de Farges (m. nel 1341), dei cardd. Pietro la Jugie (m. nel 1376) e Briçonnet (m. nel 1514), dell'arcivescovo L. de Vervins (m. nel 1628). Nel tesoro si conservano arazzi fiamminghi e d'Aubusson; statue policrome in pietra del sec. xiv degli apostoli Pietro e Paolo; un messale e un evangelinto del sec. xI; il pontificale del card. Jugie; una copertura in avorio di libro liturgico del sec. xil, con otto scene della vita di Gesù Cristo e al centro la sua Crocifissione. Della Cattedrale del sec. xi resta solo il campanile; il luogo è ora occupato dal chiostro (1350-1417). La chiesa in onore di s. Sebastiano, di padre narbonese, fu eretta dall'arcivescovo J. D'Arcourt (1438-51) in luogo di un oratorio sorto, secondo la tradizione, sulla sua casa paterna. La chiesa (del sec. xiv) dell'antico priorato benedettino di Lamourgnier o la Mourgnie, nel sec. xI, è oggi trasformato in museo lapidario; ricca è la collezione epigrafica tra cui l'iscrizione di Agroecia del sec. iv. La chiesa di S. Paolo si eleva al di sopra d'un oratorio antico presso la Via Domiziana, nella località allora detta ad albo