volume-08

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olo di ex-console e la dignità di patrizio. Fece costruire chiese e monasteri, riparare ponti ed altre opere pubbliche. Per suo intervento papa Vigilio poté lasciare Costantinopoli, dov'era trattenuto prigioniero, e quando egli morì ( 555 ) riuscl a far accettare l'elezione di Pelagio I, evitando uno scisma alla Chiesa romana. Negli ultimi anni di governo però N. divenne arrogante ed autoritario e fu anche accusato di connivenza con i Longobardi. Per questi motivi l'imperatore Giustino III nel 568 gli ordinò di ritornare a Costantinopoli, ma N. si rifiutò e si trasferì a Napoli, donde poi per invito del papa Giovanni III ritornò a Roma, ma visse come persona privata fino alla morte.

Bibl.: F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel medioevo, trad. it., II, Città di Castello 1938, pp. 221-70; G. Ro-mano-A. Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia, 3^{2} ed., Milano 1940, pp. 249-53, 269-70; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 182-86, 217-24. Agostino Amore
NARTECE. - Dal greco váp θ η \tilde{ς}, indica l'ambiente interno, in fondo alla basilica delimitata da cancelli o da porte dette speciose; era occupato dai catecumeni e da alcune categorie di penitenti.

In Roma il n. si riscontra in S. Pudenxiana, S. Sabina, in S. Vitale, in S. Stefano sulla Via Latina; in S. Clemente e nelle basiliche cimiteriali di S. Petronilla, di S. Lorenzo e di S. Agnese la separazione era fatta per mezzo di colonne e di cancelli mobili. In S. Sabina e in S. Maria Maggiore il Grisar identificò in due colonne della navata centrale che si fronteggiavano i fori profondi, ora in parte occlusi, nei quali erano incastrati i cancelli (P. Crostarosa, Le basiliche cristiane, Roma 1892). Si ha pure a Ravenna in S. Martino in caelo aureo (oggi S. Apollinare nuovo) e in S. Apollinare in classe.

A Costantinopoli in Grecia il n. non è mai aperto come a Roma; a S. Sofia si ha un doppio n. interno, con cinque porte verso l'esterno e nove verso l'interno; SS. Sergio e Bacco aveva sei porte verso l'interno e
quattro verso l'esterno (Procopio, De aedificiis, V, 6). In Grecia, nelle basiliche di Eleusis, e della Theotokos di Pelion, in cui manca l'atrio, il n. è doppio (G. A. Soteriou, Die altchristlichen Basiliken Griechenlands, in Atti del IV Congresso internoz. di archeol. crist., I, Città del Vaticano 1940, pp. 376-80). In Romania nella basilica bizantina di Tropacum il n. è tripartito (cf. D. Ciurea, La basilica cristiana in Romania, in ibid., I, p. 389 e tav. III). In Egitto il n. è moito diffuso; pud essere semplice e rettangolare, come nella chiesa di Luqyor, nella principale basilica di Siqqara e nella piccola di Medinet Habu; invece nel Convento Bianco e nella chiesa di Denderâ il n. è pure rettangolare, ma termina alle estremità con un'abside per lato; in quella del Vecchio Cairo l'abside è a sinistra (U. Monneret de Villard, La basilica cristiana in Egitto, ibid., p. 302 e figg. 17, 14, 10, 7, 9, 21). In Tripolitania, a Sabratha, il n. è stretto e sta all'esterno della Basilica Giustinianea (P. Romanelli, Le basiliche cristiane nell' Africa settentrionale, in ibid., pp. 254255, fig. 7); cosi pure è esterno, ma profondo e diviso in tre ambienti, a el-Assab (id., ibid., p. 270); è invece interno nella chiesa del vecchio Foro a Leptis Magna (id., ibid., p. 264, fig. 13) e nella basilica di Tolemaide in Cirensica (id., ibid., pp. 282-83, figg. 28-29). Il n. interno appare nel gruppo delle basiliche dell'Asia Minore come nelle basiliche della Madonna in Efeso, e in quella di Rusafah; in Siria nell'antica basilica di S. Simeone Stilita a Qal'at Sim'ân. Enrico Josi

Arte. - Particolare disposizione ha il n. della chiesa del Monte Athos: nel tipo più antico, che persiste fino ai xvi sec., è preceduto da un portico e fiancheggiato da due cappelle; ma in chiese della fine del xili sec. e nella maggior parte di quelle del xvi consiste in una grande sala rettangolare divisa in campate da colonne.

L'uso del n. continua sporadicamente in età romanica (S. Marco di Venezia); ma viene sempre più frequentemente sostituito dal portico. E però caratteristico della architettura romanica borgognona: nelle chiese più importanti è sormontato da due torri quadre (Autun, Paray-le-Monial, Vezelay), ed è spesso molto vasto.
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(da D. Ciurea. in Atti del IV' Cangr. int. di archeologia cristiana, I, Città del Vaticano 1938, tav. 3 depo p. 385) Nartece - Pianta della basilica (sec. v) di Tropacum (AdamClissi) con n. - Romania.

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Bibl. C. Diehl, Manuel d'art byzantin, Parigi 1910, passim: H. Leclercq, s. v. in DACl., XII, coll. 888-89. Mario Zocca

Liturgia. - Dopo la soppressione del catecumenato e l'evoluzione dei riti penitenziali, il n. esterno spari o si trasformò, e rimase il n. interno, che fu ed è adibito a vari usi liturgici, almeno nel rito bizantino : la prima parte dei riti battesimali (antichi riti dal catecumentato) si eseguiscono sempre lì; sacerdote e clero vi si recano, alla fine del vespro nella vigilia della domenica e delle feste maggiori, per fare la liti o supplica; finalmente, nei monasteri il n. è fornito di sedili perché generalmente i monaci recitano li le ore minori del divino ufficio, cioè il mesonicticon, le ore diurne e l'apodipnon ( = compieta).

Bibl.: L. Allatius, De templis Graecorum recentioribus; de nartiare ecclesiae veteris..., Colonia 1643, J. Gour, Ed795,57109. Venezia 1730, pp. 17-20. Sul simbolismo del n., v. Symeon Thessalonicense, De sacro temple: PG 133, 337 sq., 613. Bisogna notare che il can. 1 I della Lettera canonica di 2. Gregorio il Taumaturgo, dove occorre la parola n. nel senso cristiano, forse per la prima volta, non è autentico: cf. J. Pitra, Juris eccles. Graecorum historia et monamente, I, Roma 1864, p. 366 . Alfonso Racs

NASALLI, Ignazio. - Cardinale, n. a Parma il 7 ott. 1750, m. a Roma il 7 dic. 1831. Ordinato sacerdote nel 1785 , perfezionò gli studi a Roma presso la Pontificia Accademia dei nobili ecclesiastici, di cui divenne pro-presidente. Canonico della cattedrale di Ravenna nel 1789 e prelato domestico nel 1800 , accompagnò nel 1804 Pio VI nel viaggio a Parigi per l'incoronazione di Napoleone ed alla famosa cerimonia del 2 dic. fu suddiacono apostolico. Vissuto privatamente a Piacenza nel periodo della cattività di Pio VII, alla restaurazione fu incaricato dai duchi di Parma di trattare gli affari ecclesiastici dello Stato presso la S. Sede e compilò anche un prospetto di concordato.

Nel 1819 venne eletto arcivescovo titolare di Cirro e nominato nunsio apostolico presso la Confederazione elvetica. Compito principale della sua missione era quello di discutere con i Cantoni i progetti per l'erezione di nuove diocesi e nell'apr. 1820 ebbe luogo la Conferenza di Langelthal, nella quale furono posti i punti essenziali per la risoluzione dell'ardua questione, che peraltro continuò a trascinarsi per alcuni anni. Senza lasciare la nunziatura avizzera, fu inviato da Pio VII, nel 1823 , nei Paesi Bassi e si trovò di fronte e gravi difficoltà, poiché il re Guglielmo I sosteneva il diritto di nomina dei vescovi e intendeva ingerirsi nell'amministrazione dei seminari, e perciò anche nell'educazione dei chierici; nella stesso tempo, l'influenza della Chiesa giansenistica di Utrecht sulla corte e sugli uomini del governo era assai forte. Leone XII, nel Concistoro del 25 giugno 1827, creò il N. cardinale.

Bibl.: Moroni, XLVII, pp. 233-38; M. de Camillis, in Osservatore romano, 22 maggio 1949. Mario de Camillis

NASCITE, CONTROllo (Birth-Control) delle. Forma di regolamentazione volontaria o coercitiva che vuole subordinare la procreazione degli individui a esigenze sociali, igieniche, economiche, razziali.

Il c. delle n., prescindendo dalle ragioni che possono motivarlo, non è in sé riprovevole, quasi fosse un sottrarsi al precetto divino: Crescite et multiplicamini (Gen. 1, 28); perché questo precetto, se anche fu un vero precetto di diritto naturale o di diritto positivo divino all'origine dell'umanità e finché il genere umano non ebbe un'adeguata propagazione sulla terra, ha perduto in seguito la sua obbligatorietà individuale, restando solo come precetto generale diretto alla comunità e non al singolo; come dimostra chiaramente lo stesso invito divino alla castità assoluta (Mt. 19, 10 sgg.; I Cor. 7) e il particolare pregio in cui sempre la Chiesa ha tenuto il celibato (v.), reso addirittura obbligatorio per particolari categorie di persone. La moralità del c. delle
n. non va posta, quindi, in senso assoluto, ma relativamente all'intenzione e al mezzo posto in opera.

Storicamente il biblico Onan (Gen. 38, 9) può considerarsi il capostipite dei limitazionisti; come pure Aristotele pare il primo che abbia voluto pianificare il c. delle n. con le sue preoccupazioni limitazioniste. Ma i veri teoretici del c. delle n. sono economisti di epoche assai più recenti, sia che si voglia risalire a Giammaria Ortes (Riflessioni sulla popolazione, Venezia 1700) o ad Adam Smith (An inquiry into the nature and causes of the wealth of Nations, finito di pubblicare nel 1770) o al Malthus (v.) per il primo piano organizzato di preoccupazioni e di metodi di c. delle n. Il movimento limitazionista prende nuovo slancio e differente indirizzo di metodi con Francis Place ed il suo libro (Diabolical hand bill): Illustrations and proofs of the principle of population (Manchester 18221823), dando inizio al movimento del neo-malthusianismo.

I motivi addotti a giustificazione del c. delle n., sono vari :

1. Motivazione di ordine demografico. - Malthus (v.) sottolineò che il rapporto a numero di uomini-mezzi di sussistenza > si mostra gravemente sproporzionato, perché mentre il secondo elemento cresce in proporzione aritmetica, il primo invece cresce nello stesso tempo in progressione geometrica. Attualmente nessuno accetta più una tale schematica impostazione di rapporto, tuttavia i limitazionisti d'oggi rimangono sempre aderenti, sia pur genericamente, alla preoccupazione malthusiana della saturazione umana del mondo (W. Vost, A. P. Chen, F. Obshorn, R. Wietech). Ma i dati forniti dalle statistiche dimostrano che dal 1800 in poi l'aumento della popolazione non ha seguito affatto la legge di Malthus, e non è aumentata neppure dell' 1 \%. Si devono quindi ammettere, oltre dei mezzi repressivi (guerra, pestilenze, c. delle n.) altre cause che ritardano la curva ascensionale dell'aumento della popolazione. Pure ammettendo quindi un graduale aumento della popolazione del globo, si può concludere che la progressione non è tale da sfociare in un prossimo domani nella tragica conclusione predetta dal Malthus e discepoli.
2. Motivazione di ordine economico. - Sorge l'altra questione, posta da Malthus e seguaci, dell'insufficienza e dell'esaurimento dei mezzi di sussistenza forniti dal mondo, ma anche questo postulato non regge. Pur tenendo conto soltanto delle attuali possibilità di sfruttamento dei beni della terra, può concludersi che questa già oggi è in grado di sostentare dagli 8 (Penck) ai 13,3 (Hollstein) ai 22,4 (Ballod) miliardi di uomini, secondo il tenore di vita posto a base. Inoltre se si pone mente alla differenza dei metodi di sfruttamento del patrimonio terrestre tra oggi e anche soltanto 100 anni fa, si deve concludere che è errato voler misurare la potenzialità di sussistenza futura della terra sul metro delle erogazioni del passato e del presente. Si assiste infatti ad un continuo aumento della percentuale delle terre destinate a coltura, al progredire dei mezzi meccanici e dei sistemi di sfruttamento del mare e del sottosuolo.

Se tali conclusioni appaiono negative per un'impostazione malthusiana mondiale dell'equilibrio sviluppo demografico-mezzi di sussistenza e, si deve ammettere, invece, che in realtà esiste attualmente un netto e spesso assai forte squilibrio nel suddetto rapporto in determinate aree (cosiddette «depresse»), nazionali o regionali o di classi sociali, o di gruppi familiari. Un tale stato di cose è legato in genere a una cattiva ripartizione della ricchezza; mancanza di buona volontà, particolarmente sul piano internazionale, per cui si mantengono barriere di interessi particolari contro il libero passaggio degli uomini dalle zone più dense a quelle più rarefatte, contro il libero flusso dei beni della terra dalle zone più dotate a quelle più povere, mentre ostacolato e lento è lo scambio di assistenza e mezzi tecnici tra i popoli che hanno raggiunto una maggiore perfezione di mezzi di sfruttamento e quelli più in arretrato.
3. Motivazione di ordine raziale e nazionale. - I popoli che siano infatuati di una loro reale o presunta superiorità, oppure detengano nel mondo una condizione di

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privilegio, sono portati a imporre il c. delle n. ai popoli considerati di razza inferiore, o più prolifici o affamati, particolarmente se debellati nei loro tentativi di espandersi occupando aree altrui meno popolate ed economicamente più promettenti.
4. Motivazione di ordine eugenico. - Il c. delle n. assume una motivazione eugenica quando si propone di togliere di mezzo le tace morbose trasmissibili per ereditarietà o tenta, nel giro di alcune generazioni, di annullare le stirpi tarate per mezzo di una selezione degli accoppiamenti. A parte l'immunalità di una simile procedura, essa risulta priva di fondamento scientifico, fallace e inefficace nell'attuazione pratica (v. eugenica).
5. Motivazione di ordine igienico. - Particolare importanza, in special modo per i singoli individui, assume la motivazione igienica e medica. Il succedersi per la madre, quasi ininterrottamente nel corso della sua maturità sessuale, di gravidanze, parti, allattamenti, pur potendosi accordare con ottime condizioni di salute e anzi, come l'esperienza insegna, potendo divenire, in particolare casi, mezzo di floridezza fisica e ottimo equilibrio psichico, può rovinare la salute o addirittura addensare su lei la minaccia di morte per cause ostetriche o malattie per e in gravidanza (v. aborto). Inoltre la figliolanza numerosa richiede che essa sia custodita, curata, seguita, particolarmente dalla madre negli anni della infanzia e della fanciullezza, il che spesso non avviene, nelle attuali nostre condizioni sociali, in alcune numerose famiglie del popolo, nelle quali i genitori sono presi dal lavoro esterno e la madre non può permettersi il lusso di una persona che l'aiuti, dove la casa è insufficiente e inospitale, e la strada diuturna palestra dei figli. Tale condizione però è largamente determinata da altri problemi d'indole sociale, particolarmente dall'egoismo di chi possiede di più e si oppone a una più equa ripartizione dei beni e rappresenta un'assai dura responsabilità della società attuale; perciò, giustamente, i rimedi dovrebbero premere su questo secondo elemento. Pur non essendovi quindi cause necessitani che spingono ineluttabilmente al c. delle n., possono ammettersi, nei casi particolari, cause giustificanti.

Ma qui sorge il problema del valore morale dei mezzi proposti per il c. delle n. Questi si possono dividere in due gruppi : a) mezzi che di per sé attentano alla vita dell'individuo (aborto ed uccisione del neonato) o viaiano intrinsecamente l'essenza dell'atto coniugale (interruzione dell'atto, antifecondativi chimici o meccanici, sterilizzazazione), proposti e propagati dai neomalthusianisti. Questi mezzi sono illeciti (v. ned-malthusianismo).
b) Mezzi che sono rappresentati dalla prima astensione dell'atto coniugale per sempre (continenza assoluta) o per un tempo determinato (continenza temporanea) o soltanto periodicamente nelle presunte epoche di fecondibilità, secondo il metodo Ogino-Knaus. Questi mezzi, quando sono accompagnati da "motivi morali sufficienti e sicuri, rendono lecita una regolazione della prole" (Pio XII, Discorso alle ostetriche del 29 ott. 1951, in Civ. Catt., 1951, iv, p. 53 sgg. e ai partecipanti al Convegno del \&Fronte della Famiglia» del 25 nov. 1951, ibid., p. 693 sg.).

Altra forma di c. delle n. si ha quando questo è imposto dall'autorità. Questa forma è sempre illecita, perché lesiva degli attributi della persona umana; nessuna autorità, infatti, può privare l'uomo dei suoi diritti naturali, nel caso particolare del diritto potenziale alla processione, qualunque mezzo venga usato e qualsiasi motivo venga addotto.

Bib.: La limitation des naissances (Birth-Control), 2^{2} ed., Parigi-Bruxelles 1931; F. Marconcini, Culle moate, rillete e considerazioni sulla denatalità europea, Como 1933; C. Coruzzi-F. Travagli, Trattato di medicina sociale, I, Milano 1938, pp. 223-25. 249-54; G. Cattoni, Igiene del matrimonio, ivi 1946; A. Gennaro, C. delle n., ivi 1947; A. Boschi, Nuove questioni matrimoniali, ivi 1948, p. 261 sgg.; L. Scremin, Dizionario di morale professionale per i medici, 4^{2} ed., Roma 1949, pp. 200 e sgg., 466 e sgg.; A. Perego, L'istanza malthusiana e le risorse naturali, in Civ. Catt., 1951, II, pp. 233-46; S. Golzio, La polemica sulla popolazione e il c. delle n., in Civitas, 2 marzo 1951, pp. 23-35; id., La situazione
demografica italiana, ibid., pp. 60-75; M. Berri, Un piano per il r. delle n. in Inghilterra, in Orizzonte medico, 6 (1951), 9-10; La scuola cattolica, 79 (1951), pp. 283-373. Giuseppe De Ninm

NASCITURO. - L'uomo è capace di essere soggetto di diritti dal momento della sua nascita. Tuttavia, a prescindere dall'agitata questione se l'esistenza dell'uomo cominci con la nascita oppure fin dal suo concepimento, l'ordinamento giuridico, in vista di alcuni particolari effetti, tien conto anche dell'uomo non ancor nato, concepito o non concepito.

La condizione del n. ebbe una notevole elaborazione nel diritto romano; in esso si ha riguardo al tempo anteriore alla nascita per quanto riguarda la riserva del diritto di successione a causa di morte, per l'acquisto degli status di libertà e di cittadinanza, per i privilegi spettanti a coloro che appartengono all'ordine senatorio.

Non è però romano, e neppure rispondente alle regole del diritto romano, il principio conceptus o nasciturus pro iam nato habetur; giacché si ha riguardo al tempo del concepimento solo quando ciò giovi al n. (D. 1, 5, 7; cf. anche D. 50, 16, 231).

La legge penale romana non presenta in materia severa rigidezza. E comune opinione che l'aborto fosse considerato come una immoralità grave, giammai come un crimine verso il n. La Chiesa difese invece un nuovo concetto: in ordine ai diritti della legge naturale, la stessa natura umana, cioè l'uomo concepito, è fondamento della capacità giuridica. E non appena l'anima si sia congiunta al corpo, l'uomo esiste già con tutti i suoi diritti naturali.

Gli scrittori ecclesiastici della prima età riconobbero nell'aborto un delitto contro la vita del n. e condannarono quale omicida colui che l'avesse procurato.

Graziano nel suo Decretum sostiene che non commette omicidio colui che procura l'aborto prima che l'anima si sia congiunta al corpo, mentre è omicida colui che procura l'aborto, se il concepito sia già vivificato.

I giuristi medievali furono concorili nel ritenere che l'aborto in quanto peccato va soggetto alla pena spirituale, in quanto delitto va soggetto alla pena canonica e legale.

Una trattazione ufficiale di tale materia venne elaborata ad opera di S'ato V nella cost. Effrenatum (a. 1555), la quale mira a tutelare la vite del feto, tam animatus quam inanimatus, che ancora non sia capace di vita extrauterina. Al reo di aborto, secondo tale costituzione, sono comminate la scomunica latae sententiae, la cui dispensa è riservata alla S. Sede; per i chierici la perdita di tutti i privilegi, dignità e benefici ecclesiastici, nonché la insibilità nel futuro all'esercizio dell'ordine, la deposizione e la degradazione, così che si possano applicare le pene comminate per gli omicidi laici.

La disciplina stabilita da Sisto V fu moderata con la cost. Sedes Apostolica di Gregorio XV (1531). In quest'ultima si fa una fondamentale distinzione fra aborto di feto animato e aborto di feto inanimato. Nel primo caso rimangono in pieno vigore le pene sanzionate nella cost. Effrenatum; nel secondo caso la Costituzione di Gregorio XIV rinvia alle disposizioni del diritto comune.

Nel CIC la pena da applicarsi in caso di aborto è la scomunica latae sententiae. Agli effetti di tale censura due cose si richiedono: che realmente sia avvenuto l'aborto; che esso sia derivato dai mezzi a tale scopo usati, e non da altre circostanze. Cosi, se una persona abbia posto una causa per sé efficace a procurare l'aborto, ma per qualunque altro motivo sia impedita l'estrazione prematura del feto, essa non incorre in tale censura.

Per tale crimine, inoltre, si diviene irregolari, si incorre nell'impedimento ad ordines suscipiendos; i chierici poi sono colpiti dalla deposizione. Risolvendo infine una antica questione circa le responsabilità della madre, il CIC logifera che anche essa incorre nella scomunica, purché sciens volens.

La Chiesa inoltre considera la condizione del n., mirando al bene dell'anima. A tale scopo è fatto grave

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NATIVITÀ di MARIA S.MA
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(fol. Masei Vaticani)
In alto: EPISODI DELLA DIVINA COMMEDIA. Affreschi di J. A. Kock - Roma, Villa Lancellotti (Massimo). In basso: EPISODI DELL'ORLANDO FURIOSO. L. Schwarz von Carolsfeld - Roma, Villa Lancellotti (Massimo).

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obbligo ai parroci di curare che, ricorrendone la necessità, siano battezzati i feti nell'utero materno e in ogni caso quei n. che solo in parte siano usciti dall'alvo materno.

La legge italiana, seguendo il diritto romano, tutela in determinati casi i diritti nel n., facendone retrotrarre la capacità giuridica sino al momento del concepimento. I diritti che però la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati alla nascita (Cod. civ., art. 1). Allo scopo di tutelare gli interessi del n., il tribunale può nominare un apposito curatore (art. 339), se alla morte del marito la moglie è incinta. Inoltre è accordato al postumo la possibilità (art. 687) di dar causa alla revoca delle disposizioni a titolo universale o particolare fatte da chi al tempo del testamento non aveva o ignorava di avere figli o discendenti. La legge prende in considerazione anche i non concepiti, dichiarandoli capaci a ricevere per testamento, purché siano figli di persona determinata vivente al tempo della morte del testatore (Cod. civ., art. 462 cpv. 3).

Anche la legge penale tutela la posizione del n., allorché commina pene a coloro che attenzano alla vita del concepito, procurando l'aborto (v.) o eseguendo pratiche contro la procreazione (Cod. pen., artt. 545-55).

Binc.: A. De Meester, Juris canonici compendium, III, II, Brugia 1928, p. 260 sgg.: E. Albertario, Conceptus pro iam nato habetur, in Studi di diritto romano, I, Milano 1933, p. I sgg.: F. M. Campello, De Sacramentis, I, Roma 1945, p. 119 sgg.: C. Gongi, Persone fisiche e persone giuridiche, Milano 1946, p. 27 sgg.: A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, Padova 1930, pp. 59, 82, 735, 746, 791, 815.

Francesco Ercolani
NASH, PAPIRO. - Papiro ebraico che nel 1902 es. W. L. Nash (segretario della «Society of biblical archeology») acquistò in quattro frammenti provenienti dall'Egitto. Lo dette alla Biblioteca dell'Università di Cambridge, dove tuttora si trova sotto la sigla Ms. Orient. 233. Nel 1903 St. A. Cook lo identificò e pubblicò. Disponendosi i frammenti nella loro posizione originale, il papiro misura 4,6 su 12,6 cm. E scritto soltanto da un lato. Non sembra mai essere stato parte di un rotolo, ma piuttosto un foglio separato, destinato a scopo liturgico o all'insegnamento. Contiene 24 linee e tracce della 25^{\text {a }}. Manca la fine di tutte le linee. Soltanto le linee 16-18, dove il foglio è largo 7,3 \mathrm{~cm}., hanno l'inizio intatto. Contiene il Decalogo (linn. 1-21), lo lēma' ( = Deut. 6, 4-5: linn. 23-24) e una breve introduzione ad esso (linn. 22-23) che non si trova nella Bibbia ebraica, bensì nei Settanta (Deut. 6, 4).

Dato il suo argomento, la sua grande antichità e la rarità di antichi papiri ebraici, il papiro N. suscitò vivo interesse, tanto per la paleografia ebraica, quanto per la storia e la critica del testo. Cook nel 1903, su indizi paleografici, attribuil il papiro al sec. it d. C., e fu in tale opinione generalmente seguito dagli autori. Nel 1937, invece, W. F. Albright, alla luce di nuovo materiale paleografico, lo attribuì al sec. II a. C., cioè al tempo dei Maccabei. Il papiro N. ottenne nuova importanza paleografica, quando negli ultimi anni si scoprirono i manoscritti ebraici del Mar Morto, la cui scrittura ha grande somiglianza con quella del papiro.

Il testo ha parecchie lezioni discordanti dal Decalogo del testo masoretico, sia di Ex. 20, 2-17 che di Deut. 5, 6-18 (inverte, p. es., l'ordine dei comandamenti : «Non uccidere, non adulterare!»). Il testo si avvicina alla forma presentata dal Codice Vaticano (B) dei Settanta. Sembra dunque non trattarsi di un testo liberamente modificato, ma di uno speciale ramo della trasmissione del testo biblico.

Binc.: St. A. Cook, A pre-masoretic biblical papyrus, in Proceedings of the Society of biblical archeology, 25 (1903), pp. 24 26; F. C. Burbitt, The hebrew papyrus of the Ten Commandments, in Jewish quarterly review, 15 (1903), pp. 392-408; anun., Un papyrus hehren pré-masorétique, in Revue biblique, 1 (1904), pp. 242-50; W. F. Albright, A biblical fragment from the marcehoean age: the N. papyrus, in Journal of biblical literature, 61 (1937), pp. 145-76; id., On the date of the scrolls from 'Ain Peshkha and the N. papyrus, in Bulletin of the American schools
of oriental research, 115 (1949), pp. 10-19 (a p. 11 si trova la migliore riproduzione pubblicata del papiro di N.); E. R. Lacheman, A matter of method in hebrew paleography, in Jewish quarterly review, 40 (1949), pp. 15-40. Ernesto Vogt

NASHVILLE, diocesi di. - Negli Stati Uniti d'America. Su di una superfice di 42.022 migliaq. la diocesi di N. conta oggi (censimento del 1950) 3.129.718 ab. e 37.852 cattolici. Vi sono 116 sacerdoti diocesani e 29 religiosi. Ha 56 parrocchie, 17 cappelle, 30 missioni, 96 stazioni, 4 ospedali. I Fratelli delle Scuole cristiane hanno un collegio per ragazzi e le Suore di a. Domenico un collegio per ragazze.

La diocesi di N. fu eretta da Gregorio xvı il 28 luglio 1837. Risulta di una divisione della diocesi di Bardstown (oggi Louisville) che fu ristretta allo Stato di Kentucky mentre N. copre lo Stato di Tennessee. Il primo vescovo fu mons. Pio Miles, mentre il p. Abell, venuto da Bardstown nel 1820, costruiva la prima chiesa del Tennessee. Dopo la prima visione del territorio della sua nuova diocesi, mons. Miles dichiarava che non aveva trovato più di 300 cattolici.

La diocesi divenne suffraganea di St-Louis l'8 ott. 1847 e nel 1852 contava già 5000 cattolici e 9 preti. Nel 1860 fu teatro della guerra civile.

Binc.: J. G. Stea, History of the catholic Church in the United States, III-IV, Nuova York 1892; J. I. Lorigan, s. v. in Cath. Enc., X, pp. 704-705: The Official catholic directory. Nuova York 1950, pp. 435-38.

Gastone Carrière
NATAL, diOCESI di. - Città e diocesi nello Stato del Rio grande del nord del Brasile, suffraganea di Paraiba.

Ha ca. 500.000 ab.; conta 24 parrocchie servite da 23 sacerdoti diocesani; ha un seminario, 4 comunità religiose maschili e 5 femminili.

La diocesi fu creata dal papa Pio X con la cost. apost. Apostolica in singulis dell'11 nov. 1909. La Cattedrale è dedicata alla Presentazione.

Primo vescovo fu mons. G. De Almeida (1911-15); seguirono mons. A. dos Santos Cabral (1918-21), quindi mons. G. Pereira Alves (1922-28); attuale vescovo è mons. M. De Souza Dantas dal 1929.

Il papa Pio XII con la cost. apost. Pro Ecclesiarum omnium del 28 luglio 1934 dismembrò dalla diocesi di N. un gruppo di parrocchie, creando la nuova diocesi di Mossorò (v.).

Binc.: AAS, 27 (1935), pp. 325-28; O Brasil cutblico 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 337-39. Virginio Battezzati

NATAL, VICARIATO APOSTOLICO di. - La costa sud-orientale dell'Africa, scoperta verso il Natale del 1497 da Vasco de Gama e chiamata Terra Nat talis, non fu toccata dalla missione portoghese del Mozambico. Soltanto nel sec. xix, con l'arrivo degli Oblati di Maria Immacolata, s'iniziò l'attività missionaria in questa regione. Il 15 nov. 1850 Pio IX erigeva il vicariato apostolico del N., assegnandogli tutta la parte dell'Africa meridionale inglese, non compresa nei due vicariati della Colonia del Capo.

Gli Oblati di Maria Immacolata vi eressero le prime stazioni missionarie sia tra i bianchi di Burban e Pietermaritzburg, sia presso i neri. Di qui, nonostante gli ostacoli ostinati mossi dai Boeri, estesero la loro attività alla cura dei bianchi nel Trazsvaal, nello Stato libero di Orange e nella città dei diamanti Kimberley nel Griqualand.

Nel 1861 cominciarono la missione del Basutoland, la quale si sviluppava in seguito sì da divenire la più fiorente missione indigena dell'Africa meridionale. Per la missione tra i neri mons. C. Jolivet chiamò nel 1880 i Trappisti (v. MARIANNHILL).

Il 4 giugno 1886 ebbe luogo la prima divisione del vicariato di N. Fu dismembrato il vicariato apostolico dello Stato libero dell'Orange, il quale nel 1918 prese il nome di Kimberley, comprendente pure il Basutoland, il Griqualand e il Bechusnaland, e la prefettura apostolica

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di Transvaal, dal 1904 vicariato apostolico nell'omonimo Stato dei Boeri. Dal vicariato dello Stato libero dell'Orange fu amembrata dall'8 maggio 1894 la prefettura apostolica del Basutoland, elevata a vicariato apostolico nel 1909. Il 26 nov. fu affidata ai missionari dello Spirito Santo la prefettura apostolica di Kroonstad, divenuta il 2 apr. 1935 vicariato apostolico, il quale fu diviso il 12 febbr. 1948 in due vicariati apostolici, cioè Kroonstad, affidato ai domenicani, e Bethlehem, che rimase nelle mani dei missionari dello Spirito Santo. Con l'erezione della gerarchia, nel 1951, il vicariato degli Oblati di Kimberley fu diviso in arcidiocesi di Bloemfontein e diocesi di Kimberley. Nel Transvaali Benedettini, il 22 dic. 1910, presero la parte settentrionale con il nome di Transvaal settentrionale, elevata ad abbazia nullius il 13 giugno 1939 col nome di Pietersburg. Il 12 giugno 1923 ai Missionari Figli del S. Cuore fu affidata la parte orientale di Transvaal come prefettura apostolica di Ledenburg, divenuta il 9 dic. 1948 vicariato apostolico. La
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NATAL. DIOCESI di - Una francescana missionaria di Maria dà una lezione all'aporta.
parte rimasta agli Oblati, il 9 apr. 1948 fu divisa nei due vicariati di Johannesburg e di Pretoria. Quest'ultima fu affidata alla cura del clero secolare.

Nel 1886 rimasero al vicariato di N. la colonia strettamente detta, lo Zululand, lo Swaziland e alcuni distretti nell'est della Colonia del Capo. Nel 1914 ai Serviti fu affidata la missione dello Swaziland, dismembrata in seguito, il 19 apr. 1923, come prefettura apostolica, eretta dal 15 marzo 1939 vicariato apostolico. Il 27 ag. 1921 fu separata dal vicariato di N. la prefettura apostolica dello Zululand, affidata ai Benedettini di S. Ottilia, elevata l'i i dic. 1923, sotto il nome di Eshowe, a vicariato apostolico, e il 10 sett. 1921 il vicariato apostolico di Mariannhill, ove i religiosi di Mariannhill, già Treppisti, avevano fatisato dal 1880 . Con ció il vicariato apostolico di N. rimase ristretto alla parte centrale della provincia di N., dove gli Oblati, potendo intensificare il lavoro apostolico, portarono a grande sviluppo la cura dei bianchi e la missione dei neri.

L'1 i genn. 1951 con l'erezione della gerarchia sudafricana il N. fu elevato ad arcidiocesi col nome di Durban. Con questa erezione della gerarchia la S. Sede stabili sul territorio dell'antico vicariato apostolico di N., eretto nel 1850, 3 arcidiocesi e 12 diocesi.

La superficie è di kmq. 56.800 con una popolazione di ca. 1.300 .000 ab., di cui 75.575 cattolici, 1976 catecumeni e gli altri in gran parte protestanti. Sacerdoti nazionali 14, esteri 74, fratelli 28 , suore 479, catechisti 83 , maestri 535 , scuole elementari 130; 15 medie. Stazioni primarie 43, secondarie 130, chiese 28, cappelle 37; dispensari 6, ospedali 4; orfanotrofi 4.

Rint.: A. Boucher, Provinciaux et Vicaires dans la Congrégation des Missionnaires Oblats de Marie-Immaculée, Ottawa 1949, pp. 107-19; MC, 1950, pp. 169-70; The Catholic Directory of South Africa 1950, Città del Capo, pp. 159-200.

Giovanni Rommerskirchen
NATALE. - Festa della nascita del Signore, che si celebra il 25 dic.
I. La denominazione. - La denominazione tipicamente romana è Natale o Natalis Domini, dalla quale derivano le denominazioni delle lingue neolatine. Il latino attuale Nativitas Domini è d'origine gallicana.
II. La data. - Circa la data storica della nascita di Gesù, una tradizione apostolica manca del tutto; le prime celebrazioni liturgiche sono quelle della Pasqua e della Pentecoste; la notizia del Liber Pontificalis (I, p. 129), che cioè papa Telesforo abbia introdotto la Messa di mezzanotte di N., è del tutto fittizia.

Noterole il fatto che il N. sia una festa a data fissa, a differenza di quella di Pasqua e di Pentecoste. L'antichità cristiana era incerta sul giorno della nascita di Cristo : cf. Clemente Alessandrino, Stromato (ed. Sylburg, p. 340), il quale indica come giorno o il 25 Parhon ( 20 maggio) o il 15 Tybri ( 10 genn.) o l'1 Tybri ( 6 genn.; Epifania); quest'ultima data, secondo lui, era accettata dai più. Lo scritto De Pascha computus (fra le opere di s. Cipriano, ed. Hartel, II, p. 266) pone la nascita di Cristo al 28 marzo; s. Ippolito (ed. Bonwetsch, I, Lipsia 1897, p. 524) nel commento a Daniele indica il 2 apr. dell'anno 5500 del mondo, o 752 di Roma per la nascita di Gesù; un'altra lezione che porta la data del 25 marzo viene considerata in-
terpolazione posteriore (cf. Lib. Pont., II, p. 563, e L. Duchesne, Origines du culte chrétien, Parigi 1909, p. 262). Su queste date influil la grande importanza dell'equinozio primaverile ( 25 , poi 21 marzo), creduto inizio della creazione, quindi data della Concezione (o anche della nascita) del Creatore. La data equinoziale del 21 marzo, più comune, condusse, grazie a parole profetiche (Mat., IV, 2) che presentano il Messia come il sole della giustizia, ed evangeliche, nelle quali Cristo vien detto luce, sole, al 25 marzo, quarto giorno della settimana, mercoledl, giorno della creazione del sole, come giorno della Concezione del Salvatore, per cui risultò come data della sua nascita il 25 dic. Altri computi più complicati si riallacciano al tempo in cui Zaccaria, creduto erroneamente sommo pontefice, sarebbe entrato nel Santo dei Santi. Comunque sia, prevalse la convinzione che Cristo fosse nato di fatto il 25 dic. Per s. Agostino (Sermones, 190, 192, 196) ciò è storicamente certo.

Occorre però tener presente che la data del 25 dic. può anche provenire dal calendario civile romano. Aureliano, nel 274, introdusse per questo giorno la celebrazione del Sol invictus, quale fine del solstizio invernale ( 21 dic.); era un influsso del culto mitriaco. Giuliano l'Apostata, ancora nel 362 , scrisse un discorso De Sole rege da leggersi in Roma, il 25 dic., per celebrare il sole (reale e intellettuale); e s. Leone Magno, per la coincidenza del N. con la festa del Sole, ammoniva i cristiani a non confondere Cristo con il sole naturale (Sermo 22 De ontio. Domini: PL 54, 198). A Petra, nell'Arabia nabatena, si celebrava il 25 dic. la nascita, da una vergine, del Dio Doussares, e un Calendario di Canopus (del 239 ca.) ha alla data 25 dic.: Natale del Sole; creere la luce. Considerazioni di carattere astronomico-profetico-ecritturistico di una certa natura simbolica, e l'esistenza di una festa civile, pagana, del sole, alla data 25 dic. avrebbero quindi contribuito ad assegnare la nascita di Cristo, sole e luce, appunto in questa data.
III. Origine nomana. - L'origine prettamente romana della celebrazione liturgica del N. è fuori dubbio; ma resta alquanto indeterminato il preciso momento in cui essa ebbe inizio.

Giovanni di Nicea (ca. 900), per indurre la Chiesa armena dissidente ad accettare la festa del 25 dic., fra

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le altre ragioni apporta quella che papa Giulio (337-52) l'avrebbe introdotta in Roma, in seguito ad una corrispondenza con Cirillo, patriarca di Gerusalemme (Combe. fis, Hist. haer. monoph., 304); ma la corrispondenza è apocrifa e la notizia infondata. Sotto Liberio, suo successore (352-66), però, la festa pare accertata per Roma; s. Ambrogio (De virginitate: PL 16, 219) riferisce il sermone, tenuto da lui nel 352 o 353 natalibus Salvatoris, quando, in S. Pietro, diede il velo a sua sorella Marcellina, e pare che si tratti effettivamente del N. Nel Cronografo dei 354 la festa del N. è annotata due volte; cioè in capo alla Depositio martyrum e in una lista consolare + VIII kal. Ian. [cioè 25 dic.] natus Christus in Betleem Iudeae (v. R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 17) ed è ripetuta in un'iscrizione trovata a Setif: «natale domini Christi VIII Kalendas Januarias» (E. Diehl, Inscr. Latin. christ. veteres, Berlino 1925, n. 2114). Ora, la lista della Depositio episcoporum terminava in origine con Silvestro (336), cui furono aggiunti Marco e Giulio; la Depositio martyrum certamente indicava i giorni e i luoghi delle celebrazioni liturgiche, si può quindi supporre ragionevolmente che anche il primo lemma, concernente il N. (come pure quella della cattedra di S. Pietro), si riferisca ad una celebrazione liturgica e che la celebrazione liturgica del N. si possa e debba ricondurre al 336 , e come sicuramente esistente al 354, S. Zenone di Verona ( 380 ) nel terzo dei suoi sermoni De nativitate Dei (PL 11, 407-17), fa anche un chiaro contrapposto fra Cristo e il sole materiale; ma alcuni critici non ritengono provato che le sue prediche siano state dette in una vera festa liturgica, ma solo per ricordare la Natività del Signore. Espressamente invece parla della festa del N. s. Filastrio da Brescia (Liber de haeresibus, cap. 140, composto ca. 383 : PL 12, 1273). Nello stesso tempo papa Siricio (lettera al vescovo Imerio di Tarragona, cap. 2: PL 13, 1134) ricorda la festa come già entrata nell'uso cristiano.
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(per cortesia di mosa. A. P. Frutaz)
Natale - Grotta della Natività - Betlemme.
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(fot. Sanssini)
Natale - Natività. Miniatura dell' Exultet n. 3 (sec. 211). Troia, Cattedrale.
IV. Diffusione della festa. - Nell'Africa i donatisti, che rigettavano l'Epifania come novità orientale, ammettevano invece la festa di N. come accenna il citato Filastrio. Ottato di Milevi ha un'omelia per il N., del 360 ca., la più antica che si conosca per questa festa (G. Morin, S. Aurelii Augustini tractatus sive sermones inediti, Monaco 1917, app. tr. 1, pp. 170-77; cf. anche A. Wilmart, in Revue des sciences relig., II [1922], pp. 271-502). S. Agostino tenne diversi sermoni in questa circostanza solenne, mettendo anche in confronto Cristo e il sole (Sermo 190: PL 38, 1007; Sermo 203: ibid. 1035; De Trinitate: ibid. 42,894).

Per le Gallie basta addurre il can. 18 del Concilio di Agde (506), presieduto da s. Cesario (Opera omnia, ed. G. Morin, II, Maredsous 1942, p. 45). Quante all'Egitto, Giovanni Cassiano (Collationes, X, 2: PL 49, 821 [scritte dopo il 420]) attesta che al suo tempo vi si celebrava con l'unica festa, del 6 genn., la nascita e l'apparizione del Signore, mentre in Occidente si hanno due feste distinte. Ma nel 432 Paolo di Emesa predicò ad Alessandria, in presenza di s. Cirillo, nella festa del N., il 25 dic. Gerusalemme e la Palestina si mostrarono alquanto difficili nell'accettare la festa del N. Da Eteria (ca. 381) si sa che le due feste principali erano la Pasqua e l'Epifania (Peregrinatio, cap. 26, ed. Gamurrini, Roma 1888, p. 84) L'apparizione della festa del N. sotto il patriarca Giovenale ( 424-58 ) pare rimanesse effimera (S. Vailhé, Introduction de la fête de Noël à Jérusalem, in Echos d'Orient, 8 [1905], pp. 212-18), poiché Cosma Indicopleuste nella sua Topografia christ. (ca. 550) asserisce che a Gerusalemme si era rimasti alla sola festa della Epifania, a memoria della nascita di Cristo, mentre altrove si celebravano due feste distinte, quella del 25 dic. e del 6 genn. (lib. V: PG 88, 198). Ma finalmente, sotto il patriarca Sofronio ( 634-38 ), si sa da una sua predica che anche a Gerusalemme la festa del N. aveva preso piede (Phokylides, in Ekklesiastikos Pharos, Alessandria 1918, 319-36 ).

Per la Mesopotamia, da s. Efrem Siro (373) si sa che al suo tempo solo la festa del 6 genn. ( 13 giorni dopo il solstizio) si considerava come festa della nascita del Signore. Nella Siria settentrionale, invece, s. Afraste tenne un'omelia per il N. (25 dic.; cf. C. Erbes, Nachträgliches zum zyr. Martyrologium u. dem Weihnachtsfestkrois, in Zeitschr. f.

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(1st. Kuit)
Natale - Presepe del sec. xvili - Napoli, Museo di S. Martino.

Kirchengesch., 5 [1905], pp. 463, 464). Quanto alla Cappadocia, s. Gregorio Nisseno, nell'esordio ai due sermoni in onore di s. Stefano protomartire ( 26 dic.) ha il concetto, poi tanto caro a s. Agostino, a s. Massimo ed altri, che la festa del primo martire, la quale segue quella della nascita del Salvatore, ne dimostra il frutto (PG 46, 701-21). Anche nella sua orazione funebre per il fratello s. Basilio (379), ha un accenno alla doppia festa del N. e dell'Epifania (PG 46, 790).

A Costantinopoli s. Gregorio Nazianzeno, probabilmente nel 380 , tenne un'omelia per la prima celebrazione, in quella capitale, della festa del N. (Hom., 38 : PG 36, 311-54). In Antiochia, sotto il patriarca Flaviano ( 386 ), s. Giovanni Crisostomo, ancora diacono, avvisò il popolo, nel discorso nella festa di s. Filogonio (20 dic. : PG 49, 752 sgg.), che nel prossimo 23 sarebbe stata celebrata per la prima volta la nascita di Cristo, come festa propria, e nel detto giorno poi tenne il grande sermone natalizio (PG 38, 353 sgg.); interessante la sua affermazione che la festa era già conosciuta da circa dieci anni, ma non celebrata. Finalmente, nel 425 Arcadio e Onorio inserirono il N. fra i giorni in cui erano interdetti i ludi circenses (Cod. Theod., II, 8, 27), e Giustiniano la dichiarò festa civile (Cod. Just., III, 12, 6).
V. Liturgia della festa del N. - Il N., come tutte le feste principali, ha una vigilia (oggi privilegiata di I classe) e, ciò che è caratteristico, tre Messe festive: una per la notte, la seconda in aurora, la terza di giorno. Il grado liturgico è di I classe con ottava privilegiata di III ordine, disposta per inquadrare le feste dei comites Christi nella stessa ottava solenne.

La vigilia dev'essere sorta molto presto; per s. Agostino è una cosa ordinaria. Il cosiddetto Sacramentario leoniano ha conservato tutto un libellus Missarum per il N., con 9 formulari diversi, non tutti completi, dei quali almeno due per la vigilia. Il Sacramentario gregoriano reca già il completo formulario del Messale romano attuale. Per la vigilia vi è notato come tempo l'ora nona, cioè le tre pomeridiane, e come luogo S. Maria Maggiore; segue, sempre come vigilia, la celebrazione notturna, ancora a S. Maria Maggiore; poi, senza determinazione di ora, la stazione a S. Anastasia; finalmente la Messa festiva, a S. Pietro. Da notare, che in S. Anastasia si festeggiava in primo luogo la detta santa, e solo in secondo luogo il N. Dopo s. Gregorio Magno, in tempo imprecisabile, si invertirono le parti; al suo titolo si fece la memoria, mentre il formulario diventò festivo natalizio.

La celebrazione della grande vigilia natalizia presso S. Maria Maggiore si spiega soprattutto con il fatto che ivi fu eretta una cappella particolare con una rappresentazione del presepe, forse già dai tempi di Sisto III (cf. R. Valentini-G. Zucchetti, Codice top. cit., II, 119120). Giova ricordare che in Palestina, come attesta la nota Eteria, la celebrazione dell'Epifania (nella quale si ri-
cordava anche la nascita di Cristo), si iniziava proprio a Betlemme, nella basilica del presepio (della nascita), di là si andava in processione alla basilica dell'Anastasia di Gerusalemme; si avrebbe dunque una delle varie imitazioni di usanze palestinesi a Roma. Forse già dai tempi di Sisto III, e certamente ancora all'epoca di Amalorio (inizio sec. IX, Liber de Ordine antiphonar i i, ed. I. M. Hanssens, in Amniorii Ep. Opera liturgica omnia, III, Città del Vaticano [Studi e testi, 140], 1950, p. 49 sgg.), e fino all'esilio di Avignone (come attestano i relativi Ordines Romani), il Papa si portava a S. Maria Maggiore, per celebrarvi la Messa pomeridiana della vigilia, alla sera i Vespri solenni al presepe, poi, verso mezzanotte, un breve Mattutino, con la Messa di mezzanotte, considerata ancora di vigilia (si dirà meglio di s veglia e); da qui, verso le prime luci del giorno, si recava a S. Anastasia, per quella festività. Nella basilica di S. Pietro si cantava intanto, nella notte, il vero e completo Mattutino (la II vigilia), che si chiudeva di giorno con la Messa papale. Dopo Avignone, la vigilia si trasformò, da vera a veglia a, in a vigilia a, cioè Ufficio e Messa al mattino, come in tutti gli altri giorni, mentre le altre Messe : di notte, di aurora, di giorno, rimasero come festive. La stazione, però, da S. Pietro fu trasportata anch'essa a S. Maria Maggiore. Quanto all'Ufficio natalizio, basta dire che è fra gli Uffici più lirici e profondi, con molti influssi orientali, diretti o indiretti (A. Baumstark, Byzantinisches in der Weihnachtstexten des römischen Antiphonarius Offizit, in Oriens christ., 11 [1936], pp. 163-87; H. Frank, Das Alter der römischen Landes und Vesperantiphonen der Weihnachtsohtav u. ihre griechischen Originale, ibid., 14 [1939], pp. 14-18).

La notizia del Martirologio romano, da cantarsi in coro con melodia particolare, vi fu inserita dal Baronio, che la desunse dai Martirologi precedenti, come quelli del Molano o del Belino. Il Martirologio geronimiano ha la sola notizia della nascita di Cristo, e poi molti altri nomi di santi. Di essi solo Eugenia è martire romana, ma la sua memoria liturgica fu soppiantata da quella della martire Anastasia di Sirmio. La stessa brevissima notizia della nascita a Betlemme hanno i cosiddetti Martirologi storici (Beda, lionese, Adone; cf. H. Quentin, Les martyrologes historiques du moyen âge, 2^{\mathrm{e}} ed., Parigi 1908). Fu Usuardo ad introdurre per primo, dalla Cronaca di Eusebio, nella versione latina di s. Girolamo (Cronicon lib. II: PG 19, 529-32) gli anni di Augusto e l'Olimpiade (Acta SS. Tumi, VI, p. 654). Il canto di tale cronologia serve a dar risalto al solenne annunzio della nascita del Signore nel mondo, però meriterebbe di essere rivelato (cf. C. M. Perrella, De emendando Martyrologio romano votum, in Ephem. liturg., 55 [1941], pp. 150-54).

Alla festa del N. si raggrupparono intorno le date che ne dipendevano: il 25 marzo per la Concezione di Cristo (Annunciazione), il 24 giugno (VIII Kal. 7ul.) per la nascita del Battista, e la Ipapante (Occursus Domini, Purificazione), al 40^{°} giorno dopo N., cioè al 2 febbr. Per l'ottava del N., al 1^{°} genn., v. circoncisione, III.

Bibl.: la letteratura che si occupa della festa di N., anche solo dal punto di vista storico-genetico, è immensa. Si dà qui soltanto una stretta scelta di opere o articoli di valore positivo : U. Usener, Religionsgeschichtl. Untersuchungen, I, Das Weihnachtsfest, Bonn 1889; 2^{°} ed., curata da H. Listzmann, ivi 1911 (opera fondamentale); S. Bäumer, Das Fest der Geburt des Herna in der altsbrittl. Liturgie, in Der Katholik, 79 (1890), p. 4 sgg.; H. Meyer, Das Weihnachtsfest, Tubinga 1913; N. A. H. Kellner, L'anno ecclesiastico e le feste dei santi, vers. it., 2^{°} ed., Roma 1914, pp. 119-45; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, 3^{°} ed., Parigi 1909, pp. 261-71; E. Norden, Die Geburt des Kindes, Gesch. einer religiösen Idee, Lipsia-Berlino 1924; J. P. Kirsch, Der studirömische Festhalesder im Altertum, Münster in V. 1924; B. Botte, Les origines de la Noël et de l'Epiphanie, Lovanio 1932; L. Eisenhofer, Handbuch der hathol. Liturgik, I, Friburgo 1932, pp. 369 375; H. Frank, Zur Gesch. von Weihnachten und Epiphanie, in Jahrbuch f. d. Liturgienwissenschaft, 23 (1932), 24 (1933); Floche-Martin-Frutaz, III, p. 43 sgg.; n. 412; A. Baumstark, Liturgie

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comparée, 2^{°} ed., Chévetoque 1939, pp. 162-74; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 48-62; H. Leclercq, Nativité de Jésus, in DACI, XII, coll. 905-58; Martyr. Hieronymianum, pp. 7-8; Martyr. Romanum, pp. 600-601; G. Rietschal, Weihnachten, in Realencyklopädie für protestant. Teologie und Kirche, XXI, pp. 47-54; R. Günther, Weihnachten, in: Die Religion in Gesch. u. Gegenwart, V, pp. 1787-91. Giuseppe Löw

NATALE (Dies natalis). - I Romani commemoravano i defunti nel giorno della loro nascita; infatti si legge che "Privatae feriae vocantur sacrorum propriorum, velut dies natalis»; cosí, il Cronografo (v.) del 354 conserva i natales Caesarum (CIL, I, p. 356). I Cristiani invece hanno sempre commemorato il giorno della morte terrena. Fa eccezione la data del 25 dic. in cui la Chiesa di Roma ha celebrato fin dalla prima metà del sec. iv la nascita del Redentore.

Il giorno del martirio è l'ê̂̂́s \dot{ε} ρ \mathrm{z} yev \dot{ε} \hat{λ} λ \mathrm{ICc}, il vero dies natalis dei martiri (v. martirio e martire). S. Pier Crisologo insegna ai fedeli che il n. dei santi non è quello della loro nascita umana sulla terra, ma dalla terra in cielo (Sermo 129: PL 52, 555). Perciò nel Martirologio geronimiano e nei Sacramentari il giorno anniversario da commemorare è detto n. Negli Atti delle ss. Perpetua e Felicita, l'autore inizia la narrazione del giorno del loro martirio con l'espressione: «inluxit dies victorias illorum et processerunt de carcere i