sia per una elevazione dell'essere naturale (popsichismo, parnitalismo, la realtà come principio creativo). Ma tali tentativi, oltre le loro intrinseche difficoltà di ordine metafisico, sono anche inadeguati a una spiegazione della realta spirituale umana. Se infatti le teorie naturalistiche possono spiegare talora certe sottostrutture e componenti degli atti ed esperienze soggettive della vita morale e religiosa, la loro pretesa tuttavia di poter proporre teorie della moralità o della religione è accettabile soltanto quando si rinunci alla obbligatorietà oggettiva delle norme morali e al valore oggettivo delle idee religiose : la considerazione naturalistica le trasforma in dati e fatti, in cui il significato del «dover essere» e dell'incondizionato valore spirituale è smarrito. La sfera dei fenomeni morali si pone in atto non con esperienze soggettive, ma con la visione di contenuti caratteristici, che non hanno anticipazioni nella vita premorale e che perciò neppure possono venir derivati da esse.
Per quanto concerne le dottrine di Feuerbarch e Marx qui basti osservare che esse si ritorcono in
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fine contro le intenzioni originarie da cui sono sorte; il programma di dare alla realtà concreta dell'uomo tutto il suo valore e di portare l'uomo a concentrare il suo sforzo su se stesso, si è compiuto in una organizzazione profondamente inumana della vita.
Per il n. sotto l'aspetto teologico v. : soprannaturale, ordine.
Biel.: J. Ward, Naturalism and agnasticism, a voll., Londra 1899; 2ª ed. 1903; A. Cresson, Les bases de la morale naturaliste, Parigi 1906; G. Dilthey, Auffassung und Analyse des Menschen im 15. und 16. Jahrhundert (Ges. Schriften, 2), Lipsia-Berlino 1913 sgg., pp. 1-89; id., Die Typen der Weltanschauung und ihre Ausbildung in den metaphysischen Systemen (ibid., 8), ed. cit., pp. 73120, specialmente 100-107; E. Lamanna, Il n. etico, in Cultura filosofica, 8 (1914), p. 23 sgg.; B. Groothuysen, Philosophische Anthropologie, Monaco-Berlino 1931; R. Croce, Storia d'Europa nel sec. decimonone, Bari 1932; R. Mondolfo, L'infinito nel pensiero dei Greci, Firenze 1934; F. Lombardi, Fourebach, ivi 1932; A. Koyré, Hegel en Russie, Parigi 1936; K. Loewith, Von Hegel bis Nietzsche, Zurigo 1941; trad. it., Torino 1949; M. M. Rossi, Alle fonti del drismo e del materialismo moderno, Firenze 1942; H. de Lubac, Le drame de l'humanisme athée, 4^{2} ed., ivi 1950. V. anche Edit. dei sistemi richiamati.
Beda Thum
NATURALIZZAZIONE. - Può essere considerata come l'effetto d'un precedente abbandono dell'organismo politico, del quale un soggetto faceva originariamente parte, e della sua conseguente inserzione in altra compagine politica, alla cui cittadinanza non aveva un diritto originario, derivantegli o dal ius soli o dal ius sanguinis, che sono i due titoli usualmente riconosciuti. A comporne la figura concorrono, dunque, due atti : il primo detto espatrio e il secondo consistente in un'elezione, dalla quale, mediante l'intervento dell'autorità sovrana, deriva un nuovo legame sociale e politico. Dopo la nascita di siffatto legame l'individuo si dice naturalizzato, ossia accolto a far parte dello Stato, come i soci ad esso naturalmente appartenenti.
La n. ha quindi un senso più ristretto dell'assimilazione, giacché, mentre la prima ha come soggetto esclusivo lo straniero, la seconda può avere come soggetti cittadini pleno-iure, verso i quali, in quanto appartenenti a nazionalità diversa, il potere pubblico esercita una azione speciale per unificarli con la maggioranza. I due processi, distinti nel contenuto, nell'estensione e nell'effetto, l'uno giuridico e l'altro sociale, possono qualche volta coincidere nella pratica, poiché lo straniero, che si naturalizza, viene sottoposto a una lenta azione assimilatrice. I problemi cosi suscitati vanno considerati a parte.
L'inserzione d'un individuo in una compagine politica a lui originariamente estranea, può avvenire mediante leggi generali, le quali contemplano i casi in cui lo straniero, senza ulteriore intervento della potestà sovrana, acquista la cittadinanza, quali, p. es., l'annessione, l'elezione, il ricupero della cittadinanza perduta, il matrimonio d'una donna straniera con un cittadino; o mediante una positiva espressione della sovranità o dei suoi organi delegati, che riguardano particolarmente la sua persona. In diritto il termine n. viene adoperato unicamente a significare quest'ultimo modo e la n. è conseguentemente definita l'istituto giuridico formato dalle norme relative ai casi, in cui lo straniero acquista la cittadinanza dietro l'intervento speciale dei poteri dello Stato. Le leggi che riguardano l'istituto variano da paese a paese, secondo che si prefiggano o di facilitare l'afflusso di elementi stranieri, come avvenne nel continente americano per agevolarne il popolamento, o di contenerlo entro certi limiti. Solo è da notare che alcune legislazioni distinguono la grande n., che insieme con la cittadinanza conferisce allo straniero tutti i diritti politici e civili posseduti dai cittadini per nascita, dalla piccola n., la quale alla cittadinanza congiunge soltanto i diritti amministrativi.
I problemi che interessano la dottrina cattolica riguardo alla n., si riferiscono e alla facoltà dell'individuo di rompere il vincolo sociale originario, per aderire ad altra organizzazione politica, e ai poteri dello Stato a suo riguardo. Le loro soluzioni si possono ridurre a tre, due estreme e una intermedia. Tra le estreme la prima è quella liberale, la quale, facendo leva sull'autonomia assoluta dell'individuo, asserisce il diritto incondizionato del cittadino di espatriare e nega allo Stato qualsiasi potere d'interferenza nel suo esercizio, eccetto che non si tratti di casi d'emergenza suprema. La seconda, invece, ispirandosi al dogma della sovranità assoluta dello Stato, gli attribuisce un potere discrezionale sul cittadino, al quale può sempre interdire la rottura del vincolo politico, che ad esso lo lega, negando l'espatrio. La soluzione intermedia riconosce all'individuo la libertà di cambiare cittadinanza, ma la subordina al bene comune della società d'origine, e tempera i poteri dello Stato con i limiti posti dal diritto della persona umana. La dottrina cattolica trova quest'ultima conforme ai suoi principi.
Il vincolo, infatti, che unisce l'uomo a un determinato aggregato politico, non è d'ordine fisico, ma essenzialmente morale, poiché consiste nell'adesione delle volontà al medesimo scopo collettivo, per il conseguimento del quale accettano la collaborazione sociale. Come tale può essere dunque rotto da un atto della medesima volontà, manifestazione concreta del più generico diritto alla libertà, applicato all'oggetto specifico della scelta d'una nuova convivenza civile. Inoltre, al conseguimento degli scopi della vita è necessaria la collaborazione sociale e quindi un legame politico, ma poiché essi possono essere raggiunti in seno a qualsiasi aggregato, dalla superiore esigenza non deriva la necessità di appartenere ad uno determinato. L'uomo ha conseguentemente la facoltà di cambiare luogo di residenza e di assumere una nuova cittadinanza, dopo avere rinunziato a quella posseduta, se ragioni di vita o di convenienza lo muovono a questa scelta.
Tuttavia l'uso di questa facoltà rimane condizionato dalle più universali esigenze del bene collettivo. L'uomo contrae dei debiti verso la collettività, che gli ha dato i natali, lo ha nutrito ed educato, e ha verso di essa doveri non solo di affezione, ma di collaborazione e di servizio, per cooperare al suo bene, difesa e prosperità. Le necessità della vita o le preferenze personali, che nel piano teorico legittimano il cambiamento di cittadinanza, nel piano concreto entrano in interferenza con questi doveri, al cui adempimento l'uomo è tenuto, con una limitazione del suo diritto di libertà personale.
La cura poi che questi obblighi sociali siano convenientemente soddisfatti compete all'autorità pubblica, turrice e promotrice del bene comune. Dentro le esigenze di questo bene lo Stato ha, dunque, la facoltà d'intervenire per regolare la libertà dell'espatrio, sottoponendola a certe condizioni o alla previa prestazione di alcuni servizi, senza tuttavia sopprimerla. Per lo stesso motivo della tutela del bene comune, la società, nel seno della quale lo straniero intende trasferirsi, ha il potere di regolare la n., non mai però di forzarne la volontà con metodi velatamente o svelatamente oppressivi. Occorre ancora rivelare come il potere dello Stato trova un limite invalicabile nel diritto originario dell'individuo a possedere una nazionalità o cittadinanza, della quale potrebbe soltanto essere privato in pena di un delitto grave e accertato, e mai per motivi ideologici e politici. Le più recenti violazioni di questo sacro diritto della persona, commesse per ragioni politiche, hanno creato un vero problema internazionale con la massa degli apolidi, messi quasi ai margini della vita civile, il cui studio occupa l'Organizzazione delle Nazioni Unite.
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Per quanto riguarda l'assimilazione, che si collega con la n., in quanto anche lo straniero naturalizzato può esserne oggetto, non è possibile escludere il diritto dello Stato di provvedere a un lento e pacifico assorbimento delle minoranze etniche o degli immigranti nell'unità della sua cultura e delle sue tradizioni. La perfezione dell'ente sociale risulta dalla sintesi delle perfezioni parziali nell'essere, nell'operare in ordine al fine e nel conseguirlo, le quali saranno tanto più alte quanto più stretta è l'unità degli animi e della volontà, e questa, a sua volta, raggiungerà un grado elevato di coesione, se si appoggia sulla medesima cultura e sulle medesime tradizioni. Tendere al suo conseguimento è pertanto un fine, al quale il potere pubblico può legittimamente volgere le sue provvidenze, purché non esorbiti con la compressione della giusta libertà e dei diritti della nazionalità. Come già insegnava a. Tommaso, commentando il testo della Politica di Aristotele, «lo Stato deve essere composto di una sola gente, poiché una sola gente ha i medesimi costumi e le medesime consuetudini, le quali conciliano l'amicizia tra i cittadini, a causa della somiglianza che regna tra di loro : gli Stati composti di genti diverse andarono distrutti, a causa delle dissenzioni interne eccitate dalla diversità dei costumi, perché una parte, mossa dall'odio contro l'altra, si schierava in favore dei nemici» (Comm. in Polit., III, 3).
BibL.: E. Romagnosi, Genesi del diritto penale, Milano 1841, pp. 292-96; S. Gianzana, Lo straniero nel diritto civile italiano, Torino 1884; P. Flore, Il diritto internazionale codificato, Torino 1912, pp. 319-29; G. Diena, Diritto internazionale pubblico, Milano 1930, pp. 312-26; M. Vichniac, Le statut intern. des apatrides, in Rec. des cours de l'Acad. de droit intern., 43 (1933), pp. 113-245; J. P. A. Francois, Le problème des apatrides, ibid., 23 (1933), pp. 287-375; F. Degni, Le persone fisiche e i diritti della personalità, in Trattato di diritto civile italiano diretto da F. Vassalli, Torino 1939, pp. 96-134. Antonio Messineo
NATURA PURA. - Espressione teologica usata almeno dal sec. xv in poi, a significare lo stato ipotetico, in cui Dio avrebbe potuto creare e lasciare l'uomo, se non lo avesse fin dall'inizio elevato, come fece realmente, all'ordine soprannaturale (v.).
I teologi sogliono distinguere cinque stati o condizioni della natura umana: 1) Stato di n. p., cioè della natura nel suo proprio ordine, con la sua facoltà essenziali, con le sue proprietà e capacità e con il fine ad esse proporzionato. 2) Stato di natura integra, cioè della natura umana arricchita di doni preternaturali (p. es., la scienza infusa o l'immortalità corporea), che la perfezionano nel suo ordine. 3) Stato semplicemente soprannaturale, quando la natura è ordinata al fine soprannaturale (vita eterna = visione beatifica) ed è arricchita dei mezzi proporzionati a tale fine (Grazia). 4) Stato d'innocenza o di giustizia originale, che comprende insieme i doni preternaturali e soprannaturali del 2^{°} e del 3^{°} sizio. 5) Stato di natura seduta, che è quello determinato dal peccato originale (v.) e può considerarsi prima o dopo la Redenzione.
Di questi stati soltanto il 4^{°} e il 5^{°} sono storicamente reali, mentre gli altri, specialmente il 1^{°}, sono ipotetici. Tuttavia quello della n. p. è ritenuto dai teologi un'ipotesi necessaria per dimostrare la gratuità dell'ordine soprannaturale. Se infatti quello stato non fosse possibile, si verrebbe logicamente ad affermare la necessità dell'elevazione dell'uomo all'ordine soprannaturale, che perciò non sarebbe più gratuito. Tale conclusione è in pieno contrasto con il senso della Rivelazione e del magistero della Chiesa.
Pertanto la possibilità della n. p. non è soltanto una ipotesi di lavoro o un postulato di sistema teologico, ma è una precisa esigenza del dogma della perfetta gratuità
dell'ordine soprannaturale, a cui l'uomo non ha nessun diritto, ma solo una potenza obbedienziale, nel senso che la sua elevazione a quell'ordine è dono e opera di Dio.
La Chiesa ha manifestato chiaramente più volte il suo pensiero su questo argomento : nella bolla Auctorem fidei di Pio VI contro il Sinodo giansenista di Pistoia (Denz-U, 1516), nell'encicl. Pascendi di Pio X contro i modernisti (Denz-U, 2103) e recentemente nell'encicl. Humani generis di Pio XII, il quale tra le aberrazioni segnala quella di coloro che «gratuitatem ordinis supernaturalis corumpunt» perché cosi vengono a negare che Dio possa creare gli uomini senza destinarli alla visione beatifica.
Storicamente la questione della n. p. è abbastanza complessa, perché è legata all'altra assai delicata dell'ordine naturale e dell'ordine soprannaturale e del loro mutuo rapporto. Quelli che tendono a eliminare o a mitigare la discriminazione tra l'uno e l'altro ordine (corrente agosto-niano-scotistica, di cui si fanno difensori il Noris, il Berti nel sec. xviti e ai nostri giorni il de Lubac) sono avversi al concetto di n. p., riducendolo a una sovrastruttura scolastica del sec. xv: come arma di difesa contro il baianismo eaccreditata via via per un influsso umanistico sulla teologia. Ma in realtà, se anche l'espressione «n. p. » cominciò con il Gaetano, il suo contenuto è molto più antico. Il Boyer (Morale et surnaturel, in Gregorianum, 29 [1948], pp. 540541) lo trova già in s. Agostino; ma più chiaro si rileva in s. Tommaso (In II Sent., d. 31, q. 1, a. 2, ad 3; Quodlib., 1, a. 8; De malo, q. 4, a. 1, ad 14; q. 5, a. 1, ad 15); allo stesso concetto si riporta facilmente la sua dottrina intorno al doppio fine (uno naturale e l'altro soprannaturale : Sum. Theol., 1^{°}, q. 62, a. 1; De Verit., q. 14, a. 2 e q. 27 a. 2 e altrove), intorno alla capacità di amare Dio senza la Grazia (Sum. Theol., 1^{°}-2^{° 6}, q. 109, a. 3), intorno alla condizione dei bambini morti senza Battesimo (II Sent. d. 33, q. 2, a. 2). Pur ammettendo egli un desiderio naturale di vedere Dio (v.), mantiene fermo il principio di una discriminazione tra natura e soprannatura (De malo, q. 5, a. 2; Sum. Theol., 1^{0}-2^{20}, q. 109, a. 3; q. 114, a. 2 e altrove).
E vero però che il pensiero di s. Tommaso trovò una formulazione più esplicita e precisa negli scolastici posteriori, dal Gaetano in poi. E parimenti vero che l'errore di Baio ha contribuito a sviluppare e perfezionare la dottrina sulla n. p., adottata e approfondita non solo dai tomisti, ma anche da Molina, Bellarmino e Suárez, i quali insistettero tanto sulla gratuità della Grazia e dell'ordine soprannaturale da escludere dalla natura umana ogni esigenza non solo giuridica, ma anche ontologica. Questa presa di posizione è definitiva e non valse a incrinarla il tentativo degli Agostiniani del sec. xviti (Noris, Berti), i quali sostenevano che, se in virtù della sua potenza assoluta Dio poteva creare l'uomo nello stato di n. p., secondo la sua potenza ordinata (armonia di vari attributi divini) non poteva non elevarlo all'ordine soprannaturale. Con il ritorno a questi tentativi c'è fatalmente il pericolo di slittare verso la posizione di Baio.
Finalmente è necessario ricordare le dispute fatte dal sec. xvi in poi, sul rapporto tra l'ipotetica n. p. e la natura dopo il peccato : alcuni teologi tendono a equiparare l'uno e l'altro stato (corrente ottimistica seguita specialmente dai molinisti); altri invece accentuano l'inferiorità dello stato presente dalla natura ferita dal peccato originale rispetto allo stato di n. p. (corrente pessimistica moderata, che si riallaccia alla formola agostiniana : * homo expoliatus supernaturalibus, vulneratus in naturalibus 8). Secondo la più sana teologia si deve ritenere che la natura decaduta si trova in uno stato peggiore di quello della n. p. ; l'uomo infatti dopo il peccato originale versa in uno stato di privazione, mentre nella n. p. ci sarebbe stata soltanto una assenza del soprannaturale. Ora la privazione crea un disagio, che non si avverte nella semplice assenza: è il caso di chi nasce povero e di chi diventa tale. Tuttavia nello stato di n. p. ci sarebbe stato il contrasto psicologico tra corpo e anima e non si sa quali mezzi la Divina Provvidenza avrebbe apprestato all'uomo per renderne meno sopra la vita (v. desiderio naturale di dio; peccato orzionale; soprannaturale, oratore).
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Bibl.: Gactano, In s. Thamae Sum. Theol., 10, q. 23 e 62 : Silvester Ferrariensis, In libros s. Thomae contra gentes commentaria, 1. III, capp. 50-52, 156; R. Bellarmino, Sententiae Mich. Buli refutatae, in F. X. Bachelet, Anctarium Bellarminianum, Parigi 1913; S. Mauro, Opus theologicum, Roma 1687, 1. VI, trad. 7; E. Elter, De naturali hominis beatitudine ad mentem scholar antiquioris, in Gregorianum, 9 (1928), pp. 269-306; J. B. Kors, La justice primitive et le péché originel d'après st Thamas, Parigi 1930; J. V. Bainvel, Nature et surnaturel, 5^{2} ed., ivi 1931; H. De Lubac, Surnaturel, ivi 1946 (su cui cf. G. De Broglie, De fine ultima humanae vitae, ivi 1948); L. B. Gillon, Béatitude et désir de voir Dieu au moyen dge, in Angelicum, 26 (1949), pp. 1-28 e 113-42. Pietro Parente
NATURISMO. - E un orientamento generale dello spirito umano caratterizzato dalla costante preoccupazione di seguire la natura, escludendo positivamente, o soltanto ignorando, ogni considerazione di tutto ció che sia trascendente. Il n. è una mentalità, una forma mentis che investe ogni campo dell'attività conoscitiva o pratica dell'uomo: si può perciò avere un n. nell'arte (verismo), nel pensiero religioso e filosofico (naturalismo), nella economia (fisiocrazia), nella concezione giuridica (giusnaturalismo), nella vita etica (naturalismo morale) ed anche nella vita ascetica (pelagianesimo, americanismo).
Presentemente con il nome di n. si tende ad indicare propriamente un movimento sociale a sfondo medico-igienista, sorto in reazione alla artificialità della società troppo meccanica ed urbanistica, riservando il nome di naturalismo ad altri movimenti culturali e pratici.
La corrente naturistica contemporanea aspira a realizzare un tenore di vita più semplice, basandosi sui risultati della biologia moderna. Collegandosi alla dottrina ippocrateá della «natura medicatrice» ed alla mentalità sintetica, instaurata dal medico di Coo nella cura della malattia, i medici naturisti combattuno contro cibi troppo delicati, per un sistema piuttosto vegetariano, contro la moda antigienica per vesti sane, non deformanti e in non eccessiva quantità : essi tendono non tanto a curare le malattie quanto ad impedire la loro insorgenza, togliendo, con cure semplici e diete adatte, le distonie dell'organismo che genererebbero i fatti morbosi. I nomi più rappresentativi di questa corrente sono il rev. Sebastiano Kneipp, Birker-Brenner, il dr. Paul Carton. Recentemente (1931) anche a Milano è stata fondata l'Unione naturistica italiana (U.N.I.) con una propria rivista: L'idea naturista (dal 1931).
Si deve tener presente che l'ideale dei naturisti non è la vita animale secondo i dettami del puro istinto, ma lo sviluppo armonico della persona umana tanto nel corpo quanto nello spirito, proprio secondo la completezza della natura dell'uomo. Ciò in diretta opposizione al nudismo che si sforza, date le sue affinità con il n., a confondersi con esso per avallare, con la giustezza di alcune visioni naturiste, una tendenza estranea alla vera natura umana: la tendenza animalizzante.
Il nudismo. - Il nudismo, infatti, rappresenta una visione miope e unilaterale del n. e contro di essa si levano i medici naturisti, fra cui in primo luogo il capo del n. francese, P. Carton. Il nudismo è un sistema di dottrine e di pratiche aventi per fine la diffusione della nudità come mezzo più opportuno, per migliorare fisicamente e moralmente l'umanità. Esso pretende di avere anche una ossatura teoretica ed infatti è la manifestazione di una mentalità, formata alla scuola roussoiana, positivistica e materialistica, niciana e freudiana, la quale trae le ultime conseguenze collimando, nei suoi risultati, con i postulati della febbre erotica della società attuale. Certamente fenomeni nudistici sono molte volte apparsi nella storia: dagli adamiti dei primi tempi dell'èra volgare ai turlupini del sec. xiv fino agli esperimenti di Villars (1925); ma ciò che è sintomatico è la grande diffusione che si ebbe dal 1930 prima in Germania (dove si ha un periodo di ripresa anche dopo la II guerra mondiale), poi in Francia, indi nei paesi anglosassoni con for-
mazioni di gruppi destinati alla propaganda e alla pratica nudistica, come, p. es., i gruppi di Berlino Pelagianer-Bund, Lichtfreude e quelli della Senna dei fratelli Durville.
I coposaldi della concezione nudo-naturistica sono costituiti dalla visione materialistica dell'uomo a cui nessuna norma dovrebbe impedire l'attuazione delle tendenze istintive, sicché anche nel campo sessuale il pudore sarebbe un irragionevole tabú di epoche remote e superstizione. Si aggiunge anche che la nudità è immorale per la curiosità morbosa dei due sessi, curiosità che viene sollecitata dal vestito e che verrebbe tolta, abolendolo. Si conferma l'utilità del nudo con la necessità dell'organismo a beneficiare della clioterapia. La contradditorietà del moralismo nudistico è evidente poiché proprio il vestito ha lo scopo di attutire le impressioni, che, se violente, porterebbero alla infrazione della legge morale. Si dimostra facilmente che il pudore ha invece una funzione biologicosociale e individuale primaria e che se l'elioterapia porta innegabili vantaggi all'organismo, per essa non è necessario e neppure consigliabile essere totalmente privi di coprimento.
Si deve ritenere che il nudismo rappresenta una aberrazione derivata da una falsa concezione della vita e un sintomo dell'abbassamento di civiltà. Lo psicologo Howard C. Warren conclude una sua relazione sul nudismo con un dubbio che il nudismo sia una forma di «visual ribaldry»: certamente la tendenza al nudo costituisce un effetto e, sotto un diverso punto di vista, una causa dell'afrodisio della società moderna.
Bibl.: S. Kneipp, Casi dovete vivere, trad. it., Torino 1896; id., Il mio testamento, ivi 1898; A. Le Roy, Naturisme, in DFC. III, col. 1066; A. Iust, Ritorno alla natura, Milano 1908; P. Carton, Traité de médecine, d'alimentation et d'logisme naturiste, Parigi 1920; S. Kneipp, La mia cura idroterapica, Monaco 1923; M. Royce, Au pays des hommes aux, Parigi 1929; A. Romano, Cura naturale, Milano 1931; G. Durville, La cure naturiste, Parigi 1931; P. Müller, La vita all'aria aperta, Milano 1931; E. Pizzoli, N., ivi 1931; H. C. Warren, Social nudism and body taboo, in Psychological review, 40 (1933), p. 160; E. Paulin, Nudità e n., Trieste 1934.
Costante Scarpellini
NAU, François-Nicolas. - Noto orientalista francese, n. a Thil (Moselle) il 13 maggio 1864, m. a Parigi il 2 sett. 1931. Ricevuto il sacerdozio a Parigi il 17 dic. 1887, insegnò nell'Istituto cattolico matematiche e astronomia, e nel 1928 diventò decano dell'Ecole des sciences. Furono notevoli l'attività e la fecondità del N. negli studi orientali, specialmente intorno agli autori siriaci. Insieme al suo maestro, mons. Graffin, il N. fondò nel 1899 la PO e nel 19111919 diresse la Revue de l'Orient chrétien.
Fra le sue pubblicazioni vanno rilevate: diversi documenti e studi sui maroniti nella Revue de l'Orient chrétien, 4 (1899) e 5 (1900), una scelta di canoni siriaci in Le canoniste contemporain, 28 (1905), pp. 641-53, 705711; 29 (1906), pp. 5-13; l'edizione del Liber legum regionum nella Patrologia Syriaca (II, Parigi 1907, coll. 490659), della versione francese del Libro di Eraclide di Nestorio (ivi 1910), della Storia della Chiesa nestoriana di Barbadielabba (PO 9 [ivi 1913] e 23 [ivi 1932]), di documenti per la storia dei nestoriani (PO 13 [ivi 1916]).
Bibl.: M. Brière, L'abbé F. N., in Journal asiatique, 233 (1933), pp. 149-80 (con l'elenco degli scritti del N.).
Ignazio Ortiz de Urbina
NAUDÉ, Gabriel. - Erudito, n. a Parigi il 2 febbr. 1600, m. ad Abbéville il 29 luglio 1653. Consegul la laurea in medicina a Padova nel 1625. Fu medico di Luigi XIII. Viaggiò in Francia, in Italia e altrove, occupandosi per lo più di ricerche bibliografiche. Fu bibliotecario del Richelieu e del Mazzarino e, a Stoccolma, di Cristina di Svezia.
Compilò numerose prefazioni a testi filosofici e letterari di autori italiani come il Cardano, l'Aretino, il Doni, il Nifo, ecc.; scrisse di storia politica e religiosa, trattando dei tempi di Luigi XI; ma l'opera che diffuse mag-
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giormente il suo nome fu una difesa della strage di S . Bartolomeo dal titolo: Considérations politiques sur les coups d'état (Roma 1639), che divenne nel sec. xvir il manuale più famoso di arte politica di tipo machiavelico. Abbandonò le vie battute dalla letteratura italiana della "ragion di stato" e dalla letteratura degli arcana iniziata dal Clapmar (De arcanis rerum publicarum libri VI, 1605), e si riannodò, oltre che al Machiavelli, a Giusto Lipsio (Manuale di politica, 1589) e a Charron (De la sageste, 1601), mantenendo però fisso il principio che il permesso di agire immoralmente concesso all'uomo di Stato non giustifica un arbitrio interiormente illimitato e tirannico. Confutò anche una serie di libelli scritti contro il card. Mazzarino, dimostrando cultura storica e sicura dottrina. Singolare l'opera dal titolo: Apologie pour tous les grands personnages qui ont esté fausserient soupçonnez de magie (Parigi 1625).
Bibl.: A. Franklin, Histoire de la Bibliothèque Mazarine, Parigi 1860, passim; H. Busson, L'influence du De Incantationibus de P. Pomponazzi sur la pensée française, voir, da Revue de littérature comparée, 1920; F. Meinecke, L'idea della Racion di Stato nella storia moderna, trad. it., Firenze 1942, p. 271 sgg .
Bruno Brunello
NAUSEA (Grau), Friedrich. - Teologo e vescovo, n. a Waischenfeld (donde il nome di Blancicampianus) ca. nel 1496, m. a Trento il 6 febbr. 1552. Nel 1524 il card. Lorenzo Campeggio lo assunse come suo segretario alla dieta di Norimberga e al Convegno di Ratisbona, ove ebbe l'incarico di trattare con Melantone e con Erasmo.
Nominato nel 1525 parroco e canonico della collegiata di S. Bartolomeo a Francoforte sul Meno, fu costretto a fuggire per le violenze dei luterani, e passò a Magonza dove ebbe l'ufficio di predicatore del Duomo. Nel 1534 re Ferdinando lo elesse suo consigliere e predicatore di corte. Nel 1538 fu nominato condiutore del suo amico J. Fabri, vescovo di Vienna. Prese parte ai colloqui religiosi di Hagenau e di Worms (1540-41), segnalandosi per dottrina e per spirito conciliativo. Nel 1541 succedette al Fabri sulla sede vescovile di Vienna e per undici anni si adoperò instancabilmente per risollevare le condizioni religiose della diocesi. Prese parte con entusiasmo alle discussioni circa la necessità e l'organizzazione del prossimo concilio e lavorò instancabilmente per la sua buona riuscita. Nel 1545 Ferdinando I lo nominò suo oratore presso il medesimo concilio, ma gli fu impossibile parteciparvi; intervenne invece al secondo periodo ( 155^{1-52} ) e fu colto dalla morte a Trento.
Scritti principali : Rerum conciliarium libri V (Lipsia 1538, cf. Concilium Tridentinum, XII, pp. LXVI-LXIX); Ad Paulum Pont. Max. pro Tridentina synodo miscellanearum libri VIII (1543, pubblicato in Conc. Trid., XII, pp. 364-426); Ad Marcellum Cervini pro religione christiana conservanda (1543, ibid., pp. 428-31); Super deligendo futuro in Germania synodi loco catacrisis (Vienna 1454); Catechismus catholicus (Colonia 1543); Centuriae IV hemiliarum (ivi 1530). Il catalogo degli scritti, da lui stesso compilato (fino al 1546), in: Epistolae miscellaneae ad Nauseam libri X (Basilea 1551).
Bibl.: J. Metzner, Friedrich N. aus Waischenfeld, Bischof von Wien, Bamberga 1883-84; L. Cardauns, Zur Geschichte der bischlichen Unlombestrebungen, Roma 1910, pp. 39-52, 159-200; E. Amann, s. v. in DThC, XI, coll. 45-91; bibl. sbbondante in K. Schottenloher, Bibliographie zur deutschen Geschichte im Zeitalter der Glaubensspaltung, II, Lipsia 1935, pp. 89-90; V, ivi 1939, p. 205; E. Tomek, Kirchengeschichte Österreichs, in, Innsbruck 1949, pp. 239-78 e passim.
Igino Rogger
NAVA, Cesare. - Ingegnere, parlamentare, ministro, n. a Milano il 7 ott. 1861, m. ivi il 27 nov. 1933. Militò nella Gioventù cattolica italiana. A Milano fu consigliere comunale, presidente della Congregazione di Carità, del Banco ambrosiano e del circolo «Pro Cultura». Insieme al Broggi, costrui la sede della Banca d'Italia a Milano (1907-12). Dopo il disastroso terremoto calabro-siculo del 1908 si prodigò per la ricostruzione della Calabria. Fu cattolico depu-

(fot. Alinari)
Navagero, Andrea - Ritratto, attribuito a Raffaello - Roma, galleria Doria Pamphili.
tato per il Collegio di Monza nelle legislature XXIII e XXIV. Entrato nel Partito popolare italiano fu eletto deputato nel Collegio di Milano per la XXV legislatura. Nel maggio 1918 fu nominato sottosegretario alle Armi e munizioni e dal sett. al nov. commissario nello stesso Dicastero sotto il presidente Orlando. Dal giugno 1919 al marzo 1920 fu ministro delle terre liberate con Nitti. Il 18 giugno 1921 fu nominato senatore per le categorie 3^{\text {a }} e 5^{\text {a }}.
Nel periodo giugno 1924-luglio 1925 fu ministro della Economia Nazionale.
Bibl.: E. Malatesta, Ministri, deputati, senatori dal 1848 al 1902, Roma 1941, p. 243 sgg.
Augusto Moreschini
NAVAGERO, Andrea. - Poeta, storiografo, oratore, politico, n. a Venezia da famiglia patrizia, nel 1483, m. a Blois l'8 maggio 1529. All'Università di Padova ebbe maestri M. Musuro nel greco, P. Pomponazzi in filosofia, ed affinò il suo gusto nello studio dei classici. Il Bembo ne ammirò la soavità del verso, il Ramusio la piacevolezza del conversare, Aldo Manuzio lo ebbe amico e collaboratore nella critica dei testi classici.
La Repubblica di Venezia gli affidò le orazioni funebri per Caterina Cornaro, regina di Cipro (1510), per il generale Bartolomeo d'Alviano (1515), per il doge Loredan (1521), e, morto il Sabellico, lo prepose alla direzione della Biblioteca di S. Marco, con l'incarico di continuare la Storia di Venezia, da lui lasciata incompiuta. Ma i molteplici impegni, le varie missioni diplomatiche in Italia e all'estero (Spagna, Francia), la morte prematura presso Francesco I gli impedirono di portare a termine quanto aveva vagheggiato.
Epitole dedicatorie, in lucido stile ciceroniano, a Leone X, al Bembo, al Sadoleto precedono i testi aldini
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di Quintiliano, Virgilio, Lucrezio, Ovidio, Terenzio, Orazio, Cicerone e altri. Movenze classiche e sapore di nudezza cesariana, anche se in volgare, hanno le sue annotazioni sul Viaggio in Spagna e in Francia, e le cinque Epistole al Ramusio, prezioso documentario di notizie storiche e private. Ebbe fama di poeta con le sue liriche latine (Lusus), composte secondo la più pura classicità «antiquae simplicitatis aemulator». Il Fracastoro lo celebrò come uomo, umanista e letterato nel noto dialogo Navgerius.
Bibl.: Opera omnia, Padova 1718; 2^{2} ed., Venezia 1724. In mancanza di uno studio recente completo sul N., cf. E. Cicogna. Della vita e delle opere di A. N., Venezia 1825; E. Lamms, A. N. poeta, in Rassegna nazionale, 160 (1908), pp. 281-96; id., Il viaggio in Ispagna di A. N., ibid., 181 (1911), pp. 321-35. Benedetto Riposati
NAVAGERO, Bernardo. - Diplomatico e cardinale, n. a Venezia nel 1507 da Gian Luigi e Lucrezia Agostini, m. a Verona il 13 apr. 1565 ; compì gli studi legali a Padova e nel 1534 incominciò la sua carriera negli uffici della Repubblica veneziana quale sindaco inquisitore in Dalmazia. Nel 1543 fu inviato ambasciatore presso Carlo V e lo seguì nelle guerre di Fiandra e Francia; nel luglio 1546 lesse la sua relazione in proposito al senato. Nel sett. 1549 fu inviato bailo a Costantinopoli e lesse poi la sua relazione in senato nel febbr. 1553. Nel 1555, inviato a complimentare Paolo IV per la sua elezione, rimase a Roma come ambasciatore ordinario e lesse la sua relazione nel 1558 .
Rimangono di questa legazione anche gli interessantissimi dispacci (cod. Marciano 9445). Sostenne pure alcune legazioni straordinarie, finché, mortagli nel 1560 la moglie Istriana Lando, si fece ecclesiastico. Il 26 febbr. 1561 Pio IV lo creò cardinale; poi gli diede in commenda il vescovato di Verona il 15 sett. 1562 , ed il 7 marzo 1563 lo designò come legato al Concilio di Trento insieme con il card. Morone. Chiuso il Concilio, il N. si trasferì a Verona, dove morì repentinamente lasciando fama di uomo «magnae autoritatis tum Romae tum Venetiis».
Le tre relazioni al Senato stanno in E. Alberi, Relazioni degli ambasciatori veneti, I (Firenze 1839), pp. 239368 ; III (ivi 1840), pp. 33-110; VII (ivi 1846), pp. 366-416.
Bibl.: A. Valeri, B. card. N. Vita, Padova 1719, pp. 65-97; Pastor, VI-VIII, passim. Pio Paschini
NAVARRA. - Regione storica della Spagna, presso a poco corrispondente all'odierna provincia spagnola omonima, con l'aggiunta della Bassa N. francese. Secondo la tradizione, la N. sarebbe stata evangelizzata da s. Firmino, discepolo di s. Saturnino vescovo di Tolosa, nel sec. III. Un vescovo di Pamplona (già Pampilo), chiamato Liliolo, fu presidente al III Concilio di Toledo (589). La N. entra nella storia quando, ca. l'866, viene costituita in regno. Sancho III il Grande (995-1035), protettore del monachesimo di Cluny, riunì sotto il suo regno tutti gli Stati della Spagna cristiana ad eccezione della Galizia e della Catalogna: ma alla sua morte si staccarono i Regni di Castiglia e di Aragona; quest'ultimo poi ritornò all'unione dal 1076 al 1134. Nel 1234, alla morte di Sancho VII il Forte, uno dei vincitori alla battaglia di Las Navas (1212), i Navarrini proclamarono re Teobaldo I, conte di Champagna, inaugurando così le dinastie francesi. Ferdinando il Cattolico tolse nel 1512 a Giovanna d'Albret la parte della N. situata sotto i Pirenei, mentre la parte posta al nord venne dal 1607 incorporata alla corona di Francia.
Delle antiche leggi regionali è tuttavia un cimelio il regime speciale dei Fueros, ratificato nel 1841 , il quale comporta alcuni privilegi e una certa autonomia amministrativa. Il popolo navarrese, di salda fede religiosa e molto attaccato alle sue tradizioni, ha dato alla Chiesa s. Francesco Saverio e la b. Vincenza Maria López y Vicuña. Notevolissimo oggi il numero delle vocazioni religiose nella N. La diocesi di Pamplona (v.) comprende la maggior parte della N. Ma esiste pure qualche parte del territorio appartenente alle diocesi di Tudela-Tarazona, Calahorra, Saragozza e Jaca.
Durante le latte dinastiche del secolo scorso la N. si schierò dalla parte carlista.
Bibl.: P. Moret, Anales del Reino de N., Pamplona 1766; N. Lande, Basques et Navarrats, Parigi 1878; G. Fernández Pérez, Historia de la Iglesia y obispado de Pamplona, Pamplona 1920; J. Zunzunegui, El Reino de N. y sa obispado de Pamplona durante la primera epoca del Cisma de Occidente, San Sebastiano 1942; A. Pérez Goyena, La santidad en N., Pamplona 1947; Ensayo de bibliografia de N. desde la creación de la imprenta en Pamplona hasta el año 1510, 2 voll., Burgos 1947-49.
Tirso Arellano
NAVARRETE, Fernandez Domingo. - Missionario, scrittore e arcivescovo domenicano spagnolo, n. a Peñafiel (Valladolid) ca. il 1618, m. a S. Domingo (nelle Antille) nel 1689.
Fece professione religiosa nel convento della sua città l'8 dic. 1635. Dopo alcuni anni d'insegnamento a Valladolid, nel 1646 partì per le missioni domenicane di oltreoceano. Stette nel Messico qualche tempo, indi passò nelle Filippine ad insegnare a Manila ( 1648 ). Nel 1659, mentre tornava nella Spagna per motivi di salute, sbarcato in Cina, si fermò in quelle missioni domenicane, a cui venne preposto nel 1664. Durante la persecusione ( 1665-69 ), tra i missionari cattolici internati, specialmente a Canton, sorse la controversia sui riti cinesi, dei quali il N. fu un tenace oppositore. All'inizio del 1673 egli fu a Roma per riferire sulle missioni della Cina e sulla questione dei riti. Si pensò allora di porlo alla direzione di tutte le missioni cattoliche dell'Impero cinese, ciò che gli riuscì di evitare; non potè invece rifiutare più tardi l'arcivescovato di S. Domingo (1677). Durante i dodici anni di episcopato si segnala per zelo e appoggiò la missione dei Gesuiti dell'isola, dimostrando che la sua tossice opposizione ai riti cinesi non aveva altro movente che la cosciente difesa della verità, non avendo per nulla diminuita la carità e la stima verso i padri della Compagnia.
Lasciò una grande opera storica sulla Cina, di cui furono pubblicate le prime due parti : Tratados históricos, políticos, étlicos y religiosos de la Monarchia de China... (Madrid 1676) e Controversias antiguas y modernas de la misión de la gran China (ivi 1679). Scrisse in cinese varie opere sulle verità cattoliche, sull'etica ecc.
Bibl.: Quétif-Echard, II, 720-23; A. Touron, Histoire des hommes illustres de l'Ordre de st Dominique, V, Parigi 1747, pp. 627-38; Reseña biográfica de los religiosos de la provincia del Smo Rosario de Pilipinas, I, Manila 1891, pp. 455-59; Streit, Bibl., V, passim; B. Biermann, Die Anfänge der neueren Dominit kanermission in China, Münster 1927, passim. Abele Redigonda
NAVARRO: v. MARTINO de AZPILcUETA (NAVARRUS).
NAVE. - Nell'arte cristiana antica la n. rappresenta la Chiesa (v.) di cui il pilota è lo stesso Cristo e i marinari ai remi gli Evangelisti, come mostra il frammento di sarcofago scoperto a Spoleto, ora al Museo Cristiano Lateranense (v. CHIESA, in Enc. Catt., III, tav. 90). Ai testi ivi ricordati si può aggiungere l'espressione di s. Agostino: Naviculam istam Ecclesiam cogitate turbulentum mare hoc saeculum.
La n. può anche figurare la vita umana secondo la espressione di s. Agostino: «opus est ut in navi simus, hoc est, ut in ligno portemur, ut mare hoc transire valeamus» (PL 38, 475). Così si troverà la n. con la colomba, simbolo dell'anima; la n. in viaggio guidata da Cristo, rappresentato in alto dal monogramma \mathfrak{R} come nell'epitaffio di un Savero; la n. in viaggio verso il porto con il suo faro per indicare il lungo di salvezza. Per la barca
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di Giona (v.). Altre volte la n. rappresentata sta a significare la professione civile del defunto, come nel musaico tombale di un Felix navicularius, scoperto a Tabarca (R. Condray de La Blanchère, Tombes en mosolques de Thabraca, in Bibl. d'arch. africaine, I [1897], p. 20, tav. 2, n. 11) e l'affresco del cimitero di Ponziano in Roma rappresentante un battello carico di anfore (Wilpert, Pituire, tav. 173). La n. si trova effigiata anche come signum o soprannome del defunto o della defunta, come nel caso di una iscrizione rinvenuta in un cimitero della Via Nomentana (Maius o S. Agnese) in cui la defunta si chiamò Nabira, quindi come signum Nabe fu rappresentata una barca (E. Diehl, Inscr. lat. christ. veteres, Berlino 1927, p. 4475 ).
BibL.: J. Wilpert, Schiff, in Realeuc. der christl. Alterthümer, II, Friburgo in Br. 1886, pp. 729-32; G. Stuhlfauth, Das Schiff als Symbol in der altchristl. Kunst, in Riv. arch. crist., 19 (1942), p. III sgg. Enrico Josi
NAVIGANTI. - Per n. s'intendono coloro che fanno viaggio marittimo su qualsiasi natante. Ai n. sono equiparati, quanto ai privilegi concessi dal CIC, coloro che intraprendono viaggio aereo (Comm. Pontif. 16 dic. 1947, AAS, 42 [1948], p. 17).
Il CIC si occupa dei n. principalmente riguardo all'amministrazione del Sacramento della Penitenza. Infatti, il can. 883 stabilisce quanto segue : «Tutti i sacerdoti che intraprendono viaggio marittimo, purché debitamente muniti della facoltà di ricevere le confessioni o dal proprio Ordinario, o dall'Ordinario del porto di partenza, o anche dall'Ordinario di qualsiasi porto intermedio per il quale viaggiando passano, possono, durante tutto il viaggio, ricevere sulla nave le confessioni dei fedeli che viaggiano con essi, ancorché la nave nel viaggio passi o anche ai fermi qualche tempo nei luoghi soggetti alla giurisdizione di diversi Ordinari. Ogni qual volta poi la nave si fermi durante il viaggio, possono ricevere le confessioni sia dei fedeli che per qualsiasi motivo s'accostano alla nave, sia di coloro che desiderano confessarsi da essi diocesi momentaneamente a terra, e assoverli validamente e lecitamente anche dai casi riservati all'Ordinario».
A proposito di questa disposizione del CIC si deve notare quanto segue: i. per Ordinario proprio è da intendere soltanto l'Ordinario del luogo, escluso perciò il Superiore maggiore dei Religiosi (Comm. Pontif., 30 luglio 1934, AAS, 26 [1934], p. 494). 2. I Sacerdoti naviganti probabilmente possono ricevere le confessioni dei fedeli con essi naviganti, sia nel luogo da cui la nave inizia il viaggio sia nel luogo in cui il viaggio ha termine; come pure anche durante il viaggio fluviale iniziato immediatamente dopo il viaggio marittimo. 3. Quando la nave si ferma in qualche porto per più giorni, il sacerdote navigante può fruire della sua facoltà, però non oltre tre giorni, se è facile adire l'Ordinario del luogo (Comm. Pontif., 13 dic. 1923, AAS, 16 [1923], p. 114).
Quanto alla Messa, nessuno può celebrarla in mare senza indulto apostolico. Tale indulto è necessario anche per colui che fruisce del privilegio dell'altare portatile, come dichiarasi espressamente nel CIC (can. 822 § 3). L'indulto apostolico è di diritto comune concesso ai cardinali di S. R. Chiesa (can. 239 § i, n. 8) e ai vescovi anche solo titolari (can. 349 § i). L'indulto apostolico di celebrare in mare viene di solito concesso alle seguenti condizioni : a) che vi assista un altro sacerdote; b) che il mare sia tranquillo; c) che non vi sia alcun pericolo di irriverenza. Talora si dispensa dall'obbligo dell'assistenza di altro sacerdote, purché sia egualmente tenuto lontano il pericolo di versare il Preziosissimo Sangue (cf. F. M. Cappello, De Sacramentis, I, Torino 1947, n. 753). Si pensa che l'indulto apostolico non sia necessario per coloro che, godendo del privilegio dell'altare portatile, celebrano su nave aerea; perché il divieto è fatto soltanto per la celebrazione in mare; né vale invocare la parità fatta dalla Commissione pontificia tra i n. di mare e di aria, perché quella riguarda soltanto il Sacramento della Penitenza, e in odiosis non si è tenuti a stare a tale parità. Naturalmente si devono anche qui usare le cautele
richieste del caso. Del resto nella navigazione aerea i pericoli di irriverenza sono assai minori di quelli inerenti alla navigazione marittima. Consta che la S. Sede concesse per mezzo del nunzio apostolico di Germania la facoltà di celebrare la S. Messa sulla nave aerea Hindenburg in occasione del viaggio fatto dalla nave dalla Germania alla America il 23 marzo 1956 (cf. T. Bouscaren-S. I. Lincoln, The canon law digest, officially public document affecting the Code of canon law, II, Milwaukee 1936, p. 45).
BibL.: A. Gennaro, Della giurisdizione sui n., in Perfice munus, 6 (1931), pp. 118-21; E. I., Confession en mer, in Rev. des comm. relig., 7 (1931), pp. 34-36; Ph. Maroto, De confessione navigantium, in Comment. pro religionis, 13 (1934), pp. 326-58. In tutti i testi di diritto e di morale l'argomento è trattato sotto i titoli De Poenitentia e De Eucharistia. Cf. inoltre: H. Pirobras, De facultate audiendi Confessiones sacerdotibus aerium iter arri-
pientibus, in Commentarium pro religionis, 29 (1948) pp. 11-22; W. Bertzams, De facultate audiendi Confessiones sacerdotibus aerium iter arripiuntibus concessa, in Period. de re mor. can. lit., 37 (1948) pp. 165-73; W. Onclin, Pouvoir de confesser accordé aux prêtres voyageant en avion, in Ephem. theol. Lovan., 24 (1948), pp. 463-66. Andrea Gennaro
NAXOS. - Isola greca, il cui vescovato fu eretto probabilmente nel sec. v; al VI Concilio ecumenico partecipò il suo vescovo Giorgio. Sotto Leone VI imperatore (886-911) il vescovato di N. era sottomesso alla metropoli di Rodi. Nel maggio 1803 fu unito con Paros in una unica metropoli Paronaxia. Sotto la dominazione latina dal sec. xiri fu eretto il vescovato latino che dopo la caduta di Rodi divenne nel sec. XVI metropoli, conservatasi sotto la dominazione turca (1537-1829) e nella nuova Grecia fino ad oggi; soltanto nel 1919 a cagione dei pochi cattolici fu unita con il vescovato Tinos-Mykonos sotto il titolo di arcivescovato Naxos-Tinos (o Mykonos).
Il cattolicesimo ebbe la sua ultima fioritura a N. nel sec. xvir; allora i Greci separati mostrarono grande inclinazione verso la Chiesa cattolica, e l'opera dei nuovi religiosi venuti in quest'isola, Gesuiti e Cappuccini, trovò accoglienza favorevole. Le Orsoline francesi continuavano dal sec. xix fino ad oggi l'apostolato dell'educazione nella gioventù femminile delle Orsoline indigene «di casa» (o Orsoline nel secolo), con slancio ed ampiezza, cosicché il loro collegio Tinos diventò centro per la formazione delle fonciulle delle migliori famiglie della Grecia in grandissima parte «ortodosse». A N. si è conservata la memoria del soggiorno del papa s. Martino I nell'estate 635 , durante il suo viaggio come prigioniero dell'imperatore bizantino Costante II fautore del monoteletismo.
BibL.: M. Le Quien, Oriens christianus, I, Parigi 1740, pp. 957-42; Eubel, I, p. 358; V. Laurent, Chronologie des métropolites de Paronaxia au XVII esiècle, in Ethos d'Orient, 34 (1935), pp. 139-50; id., La liste des métropolites de Paronaxia au XVII siècle, ibid., 36 (1937), pp. 190-201; G. Hofmann, Vescovadi cattolici della Grecia, V: N. (Orientalia Christiana Analecta. 115), Roma 1938. Giorgio Hofmann
NAZARÉ, diOCESI di. - Città e diocesi nello Stato di Pernambuco in Brasile.
La diocesi ha un'area di 5556 kmq , con una popolazione di 480.68 \mathrm{I} 49. Ha 22 parrocchie, servite da 25 sacerdoti diocesani e 7 regolari, i comunità religiosa maschile (Carmelitani) e 11 femminili. Nella diocesi si hanno 164 centri catechistici con 10.970 alunni. Gli istituti cattolici annoverano 25 scuole primarie, 6 ginnasi e 3 scuole normali. La diocesi possiede anche un giornale diocesano settimanale : La Gazzetta di N.
La diocesi fu creata dal papa Benedetto XV con la cost. apost. Archidiocesis Olindensis-Recifentis del 2 ag. 1918, per smembramento dell'arcidiocesi di Olinda, assegnando alla nuova diocesi di N. 18 parrocchie ed elevando a cat. ordnale la chiesa parrocchiale di N. dedicata a Maria S.ma. La diocesi è suffraganea di Olinda.
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Bibl.: AAS, 13 (1921), pp. 463-66; J. B. Lehmann, O Brasil ratolica 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 240-43; Ann. Pont., 1951, p. 285 .
Carlo Calabria
NAZAREI, Vangelo dei. - Secondo l'ipotesi più comune sarebbe da identificare con il Vangelo secondo gli Ebrei (v.), che s. Girolamo dice di avere trovato presso la comunità dei n. di Berea (Aleppo) in Celesiria, e di avere tradotto in greco e latino (De viris ill., 2).
Invece, secondo A. Schmidtke, il V. dei n. sarebbe una versione aramaica (Targum) del nostro Matteo greco, redatta a Berea verso il 150 . Corrisponderebbe a quello citato come "ò 'Iou δ α \bar{ε} ε ε 'o in alcuni codici greci di Matteo. Secondo H. Waitz sarebbe stato scritto originariamente in greco, e più tardi tradotto in aramaico. Dipenderebbe da un Matteo greco precanonico. La pericope dell'adultera sarebbe passata dal V. dei n. e Jo. 8, 1-11.
Bibl.: E. Amann, Apochrẓphes du Nouv. Test., in DBs, I, coll. 471-74; G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi, I. Firenze 1948, pp. xiv-xiv (veste, versione e commento dei frammenti [attributi al Vangelo secondo gli Ebrei]: pp. 1-7).
Pietro De Ambroggi
## NAZARENI : v. GIUDEOCRISTIANI.
NAZARENI. - Setta d'origine wesleiana, sorta all'inizio del sec. xx (Church of the Nazarene).
Era opinione diffusa tra i protestanti che dopo la morte del Wesley (1791) non si era più insistito sull'idea della "perfetta santificazione", la quale era quasi scomparsa durante il sec. xvin, per l'enorme sviluppo dell'altra dottrina del Wesley sulla "conversione». Sorsero qua e là gruppi di «santità» e gruppi pentecostali, che pretendevano ravvivare nei cristiani l'idea della santità perfetta, manifestata con i carismi, concessi dallo Spirito Santo nella Pentecoste.
Da tre di questi gruppi, che si unirono nel 1907, sorse la Chiesa pentecostale del Nazareno. Da altri tre gruppi riunitisi nel 1904 si era formata la Holiness Church of Christ, la quale nel 1915 si fuse con la Chiesa pentecostale del Nazareno. Nel 1919, nell'Assemblea generale di Kansas City (Missouri), fu deciso di tralasciare il nome di "pentecostale", conservando il nome di Church of the Nazarene. La ragione di tale mutamento è dovuta al fatto che, essendosi nel frattempo sviluppate molte Chiese pentecostali, che ritenevano il "dono delle lingue" una manifestazione del Battesimo dello Spirito Santo, l'Assemblea generale di Kansas City volle far noto che respingeva tale dottrina.
La Chiesa del Nazareno, costituita d