rvando il nome di Church of the Nazarene. La ragione di tale mutamento è dovuta al fatto che, essendosi nel frattempo sviluppate molte Chiese pentecostali, che ritenevano il "dono delle lingue" una manifestazione del Battesimo dello Spirito Santo, l'Assemblea generale di Kansas City volle far noto che respingeva tale dottrina.
La Chiesa del Nazareno, costituita di alcuni elementi presi dal metodismo (v.) e dal pentecostalismo ammette la necessità del pentimento, al quale seguono la giustificazione e la rigenerazione. L'intera santificazione è l'atto di Dio, per il quale l'uomo rigenerato e libero dal peccato è fatto perfetto con il Battesimo dello Spirito Santo. Tale perfezione è detta anche "Amore perfetto; Battesimo dello Spirito Santo; pienezza di benedizioni; santità cristiana "e fa che il cristiano, che la possiede, possa evitare e di fatto eviti tutti i peccati (dottrina direttamente opposta al Concilio di Trento, sess. VI, can. 23). Il regime ecclesiastico è simile a quello dei metodisti. I n. hanno missioni in Africa, in Asia e nell'America latina, soprattutto nel Guatemala, e lavorano alla formazione di ministri nazionali. Non arrivano ai 100.000 , ma sono bene organizzati.
Bibl.: United States Department of commerce, Religious Bodies (1926), Washington 1929; J. B. Champman, A history of the Church of the Nazarene, Kansas City 1926; Manual of the Church of the Nazarene, ivi 1932; Messengers of the Cross ( 5 opuscoli sulle missioni nazarene).
Camillo Crivelli
NAZARENI. - Con tale denominazione vennero indicati, inizialmente con senso non privo di ironia, quei pittori tedeschi che fra il 1810 e il 1815 si rag-

(1) A. 1810 - 1919 Nazareni - La guarigione di Tobia. Affresco di Peter Cornelius (1783-1867) - Hannover, Landesmuseum.
grupparono a Roma intorno a Federico Overbeck nel chiostro di S. Isidoro a Trinità dei Monti, formando una sorta di confraternita artistica. Essi vivevano in comune e in opposizione alle teorie neoclassiche proclamavano la necessità di restituire all'arte cristiana quei valori sentimentali che già erano stati propri della pittura italiana sul finire del sec. xv, particolarmente nell'orbita dei predecessori di Raffaello. Seguendo una tale via essi speravano anche di giungere alla eccellenza dell'arte di lui.
L'arte per i N. era intesa quale un mezzo di propaganda religiosa; quindi disprezzavano il culto per la bellezza formale e corporea esaltato dai neoclassici. Le loro teorie, ad ogni modo, vanno anche collegate con quelle dei "puristi» italiani e degli altri paesi che con varia intonazione rappresentano un momento intermedio tra le manifestazioni neoclassiche e quelle più dichiaratamente romantiche che precedono l'affermarsi del verismo. I maggiori pittori che hanno fatto parte del gruppo dei N. sono, oltre l'Overbeck, già ricordato, P. Cornelius, Ph. Veit, W. von Schadow, Schnorr von Carolsfeld e J. Führich.
Le loro opere principali, di carattere programmatico ed eseguite in collaborazione, furono dipinte a Roma. Esse sono gli affreschi di casa Bartholdy (1816), fin dallo scorso secolo distaccati e trasportati a Berlino nel Museo Federico, e quelli di Villa Massimo Lancellotti (1821) presso S. Giovanni. Più tardi, nel 1843, quando il gruppo dei N. si era praticamente già sciolto, l'Overbeck firmava con T. Minardi e P. Tenerani il manifesto del "purismo" redatto dal pittore e letterato Antonio Bianchini. - Vedi tav. CXII.
Bibl.: P. Selvatico Estense, Dei purismo nella pittura. Firenze 1829; T. Roberti, Dei puristi e degli accademici, Bassano 1862; P. Bucarelli, s. v. in Enc. Ital., XXIV, pp. 461-62; A. M. Brizio, Ottocento Novecento, Torino 1939. pp. 69-75.
Emilio Lavagnino
NAZARENO (NAZOREO). - Titolo attribuito a Gesù ed ai cristiani nel Nuovo Testamento. Si legge la forma N. ( \mathrm{N} α ζ α ρ γ ν δ ς ) in Mc. 1, 24; 10, 47; 14,
## Page 1005
67; 16, 6; Lc. 4, 34; 24, 19; la forma Nazoreo (NaÇapzĩos) in Mt. 2, 23 (volg. Nazaraeus); 26, 71; Lc. 18, 37; Io. 18, 5. 7; 19, 19; Act. 2, 22; 3, 6; 4, 10; 6, 14; 22, 8; 26, 9. In Act. 24, 5 sg. Paolo viene accusato come "capo della setta dei Nazorci". Il titolo è connesso con Nazareth (v.), ove Gesù dimorò per la maggior parte della sua vita privata.
Secondo Mt. 2, 23 "Giuseppe (con Gesù e Maria) andò a stabilirsi a Nazareth, città della Galilea, onde si adempisse ciò che fu detto dai profeti, che sarà chiamato Nazoreo». Siccome nei libri profetici non si trova ad litteram questa citazione, alcuni con il Crisostomo (PG 57, 180 sg.) pensano che s. Matteo alluda a una profezia perduta. Altri, con U. Holzmeister (in Verbum Domini, 17 [1937], pp. 21-26), ritengono che s. Matteo alluda a Is. 11, 1, in cui il Messia è chiamato nēser (fiore, germoglio). Questa parola avrebbe la stessa radice di Nazareth, pronunciata con s dagli Arabi (en-Näsirah) e dai Siri nelle versioni dei Vangeli (Nāsrat). Anche negli scritti rabbinici Gesù di Nazareth è detto han-Näsēri, e i cristiani han-Näsérim (con s). Il plurale "dai profeti" può essere inteso come "di categoria" (che sta per il singolare) oppure come includente altri passi in cui il Messia è detto germe o germoglio (semah: Ier. 23, 3; 33, 15; Zach. 3, 8; 6, 12).
Siccome Nazareth era una località disprezzata (Io. 1, 46), alcuni pensano che s. Matteo alluda genericamente ai vaticini che presentano il Messia come un disprezzato (Is. 53; Ps. 21 ecc.). Così M.-J. Lagrange, P. Prat, A. Durand, D. Baldi. Altri, insistendo, credono che s. Matteo alluda ai vaticini che presentano il Messia come un ndzîr (nazireo [v. nazireato], consacrato, santificato, principe: cf. Iudt. 13, 5-7; 16, 17; Am. 2, 11-12; Gen. 49, 26, ecc.). Questa sarebbe l'opinione definitiva di s. Girolamo, secondo S. Lyonnet, in Biblica, 25 (1944), pp. 196-206.
E. Zolli (Christus, Roma 1946, p. 45) ritiene che il termine derivi da una radice aramuica nēṣar che significherebbe "predicare». Intende così il testo (aramuico ricostruito) di Mt. 2, 23: "Affinché si adempisse quanto si diceva: "Tra i profeti egli n. [predicatore per eccellenza] sarà chiamato ". I cristiani sarebbero chiamati "n." nel senso di "predicatori, declamatori".

(per cortesia del dott. Nicola Di Girolamo) Nazareth - Panorama.

(per cortesia del Superiore della Casa degli Esercizi del Sacro Cuore, Roma) Nazareth - Fontana della Vergine ('Ajn Sitti Marjam).
Bibl.: Oltre ai commenti a Mt. 2, 23 e agli studi citati, cf. anon., Nazaréen, in DB, IV, coll. 1520-21; J. Schmid, Nazaráer, in LThK, VII, coll. 460-61. Pietro De Ambrogo
NAZARETH. - Città della Galilea, dove Gesù condusse con Maria S.ma e s. Giuseppe la vita nascosta. Il nome è variamente scritto e interpretato. NāÇaṣc θ o Nāçaper, che corrisponde al siriaco Nāşrat e all'ebr. Naşreth, sembra significare "vedetta, guardia». S. Girolamo da nēser interpreta "fiore, germoglio». La forma Nāçapa (Lc. 4, 15; Mt. 4, 13) sembra ellenizzazione come NaÇapzĩos, nome che si dava ai cristiani, non senza disprezzo. La città ai tempi di Nostro Signore non aveva importanza (Io. 1, 46), ma l'acquisto in seguito per i fatti della vita di Gesù (Mt. 4, 13; Lc. 1, 26; 2, 4.39 .51 ; 4,16 ) e per l'appellativo di "profeta di N. " datogli (Mt. 21, 11; Act. 10, 38). Nel sec. II d. C. la città era abitata da ebrei, in mezzo ai quali il conte Giuseppe di Tiberiade costruì una chiesa per i cristiani. Gli ebrei rimasero almeno fino al sec. vi, nonostante la cristianizzazione.
Nel 634 N . fu occupata dagli Arabi i quali, un secolo dopo, rendevano la vita molto difficile ai cristiani. Nel sec. 2 II i Crociati elevarono N. a sede vescovile, trasportandola da Bejsān, ma la città, ricaduta in mano musulmana, soffrì molto, specialmente sotto il feroce Bojbars nel 1263. Nel 1291 si pone la traslazione da N. della S. Casa di Loreto (v.). Nel 1390 i Francescani poterono aprirvi un convento, ma ebbe poca durata per le molestie degli Arabi; rimisero piede in N. e in modo definitivo nel 1620 . Nei tempi moderni molte altre comunità religiose sono andate a stabilirsi a N., formando un centro attivo di vita cristiana. Nel 1948 fu occupata dalle forze ebraiche, che la tengono anche oggi. Gli abitanti, a causa della guerra, sono ca. 19 mila tra residenti e rifugiati, la cui maggioranza è cristiana.
La posizione di N. antica si deve porre, contrariamente all'opinione del Kopp, sulla collina dove sono
## Page 1006

(62. Fichte-Martin.Frutae, 1, iuv. 7) Nazareth - Rescritto detto di N. sulla - Violatio sepulchri.
costruiti i santuari dell'Annunciazione e di S. Giuseppe con il convento francescano, che forma anche oggi il centro di N., sia perché nei fianchi delle colline rocciose che sono all'intorno vi sono molte tombe del tempo romano, tra cui una bella con pietra circolare all'entrata nella proprietà delle Dame di N., sia per i resti di silos, cisterne ed altre antichità ivi trovate, sia infine per la tradizione risultante dalle fonti letterarie.
I principali monumenti di N. sono: 1) il santuario dell'Annunciazione (Lc. 1, 26-58), di cui l'anonimo piacentino (v.) nel 570 dice che a domus s. Mariae basilica est s. Scavi praticati nel 1899 e 1909 hanno rimesso in luce un pavimento bizantino presso la grotta sacra, ritenuta dalla tradizione come la casa di Maria; inoltre resti di una grande chiesa a tre navate eretta dai Crociati, in cui la grotta rimane nella navata di nord. Sopra di essi fu ricostruita l'attuale chiesa nel 1730, in modo che la grotta restasse sotto l'altare maggiore. 2) Il santuario della Nutrizione o casa di S. Giuseppe, ricostruito nel 1914 sul tracciato crociato. Ha nell'interno resti di un frantoio con pavimento musivo e una grotta a duplice piano. Si crede dcbba identificarsi con la chiesa a super duos fundata cancros + di cui parla Arculfo (v.) nel 670. 3) La chiesa di S. Gabriele, ricostruita nel sec. xvir su fondamento, sembra, crociato; è in rapporto al racconto dell'apparizione alla fontana narrato dal Protocongelo di Giacomo (11, 1). 4). Più tardi si fece sboccare la fontana più a sud ed è oggi in un rudimentale edificio presso la via che conduce a Tiberiade. 5) Il Precipizio (Lc. 4, 30), indicato dal Commemoratorium de cata Dei dell'808, come lontano un miglio da N. e precisamente all'odierno Gebel el-Qafzeh, in cui si vedono resti di un'abside. 6) Il Tremore, santuario connesso con il precedente e dedicato alla Vergine, del quale il Poggibonsi nel 1347 attesta l'esi-
stenza. 7) La sinagoga, ora chiesa dei melkiti, costruita, sembra, sul sito di quella antica, di cui parlano gli apocrifi.
Bibl.: per i testi sui santuari cf. D. Baldi, Eschiridion Locu-
rom Sanctorum, Gerusalemme 1935, pp. 1-51. Scavi e studi: P. P. Viaud, N. et ses deux églises de l'Annuncintion et de St-Joseph, Parigi 1910; P. Egidi, I capitelli romanici di N., in Dedalo, I (1921), pp. 761-76; D. Baldi-B. Bagatti, Il santuario della Nutrizione a N., in Studi francescani, 9 (1937), pp. 223264 (trad. franc. di B. Samson, Gerusalemme 1944); C. Kopp, Beiträge zur Geschichte N., in Journal of the Palestine oriental society, 18 (1938), pp. 187-228; 19 (1939), pp. 82-119, 253-85; 20 (1940), pp. 29-42; 21 (1941), pp. 148-64; V.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 393. Baffermino Bagatti
Editto (Bescritto) di N. - Iscrizione greca con il titolo Δ iátaryux Katirapos, scolpita su pietra ( 0,60 \times 0,375 ), inviata da N. a Parigi nel 1878 , conservata fin dal 1925 nella collezione Froener al Musée des Médailles, interpretata e pubblicata nel 1930 da F. Cumont.
L'Editto imperiale riguarda la violatio sepulchri e prescrive che tutte le tombe rimangano intatte e che nessuno ardisca manomettere, esumare o asportare "per dolo malvagio"salme o iscrizioni. Conclude : a a nessuno, assolutamente, sia lecito fare traslazioni, airrimenti io voglio che costui sia condannato alla pena capitale».
F. Cumont suggerì l'ipotesi che l'Editto fosse la risposta alla relazione inviata da Pilato sul processo di Gesù e sulla scomparsa della salma, che, secondo la calunnia fatta spargere dai sinedristi, sarebbe stata subata dai discepoli (Mt. 28, 11-15). Il procuratore della Giudea, ricevuto l'ordine, lo avrebbe fatto trascrivere in greco ed esporre in N., patria di Gesù. Contro la spiegazione del Cumont sono state presentate le seguenti osservazioni : non vi è alcuna prova positiva di una relazione ufficiale di Pilato a Tiberio sul processo di Gesù; il nome di a Cesare" nell'iscrizione può riferirsi ad Augusto, a Tiberio o a Caio (Caligola); occasione del decreto può essere stato, più che un caso concreto e specifico, l'uso generale della profanazione delle tombe; la provenienza da N . non assicura della sua prima destinazione; la lingua greca suppone una città ellenistica.
Quantunque per la forma delle lettere scolpite l'iscrizione possa risalire al sec. 1, essa non offre in sé elementi positivi per una sicura daraione.
Bibl.: F. Cumont, in Revue archéologique, 163 (1930), pp. 241-66; M. Cug, in Revue historique de droit français et etrouger, 1930, p. 383 sgg; F.-M. Abel, in Revue biblique, 39 (1931), pp. 567-71; R. Tonneau, ibid., 40 (1931), pp. 544-64; S. Lösch, Diatogma' Kaisaros. Die Inschrift von Nazareth, Fri. burgo in Br. 1936; cf. U. Holzmeister, in Biblica, 18 (1937), pp. 360-62.
Donato Baldi
NAZARETH, diOCESI di: v. TRANI E BARLETTA, diOCESI di.
NAZARI di Calabiana, Luigi, arcivescovo: v. calabiana nazari, luigi, conte di.
NAZARIO e CELSO, santi, martiri. - Sono commemorati nel Martirologio geronimiano il 28 luglio. Ignoto è il tempo del loro martirio, ma sembra potersi, con probabilità, assegnare all'inizio della persecuzione di Diocleziano. I loro corpi furono trovati da s. Ambrogio dopo il 395 in un orto: quello di N. fu trasportato nella basilica degli Apostoli di Milano che poi prese il nome di lui, mentre quello di C. fu lasciato al suo posto dove in seguito venne eretta una basilica.
Verso la metà del sec. v, probabilmente ad opera di un africano addetto alla basilica di N., fu composta una favolosa Pazzio (BHL, 6039-50) secondo la quale N. sarebbe stato battezzato da s. Lino mentre era ancora in vita il Principe degli Apostoli; dopo aver molto viaggiato predicando il Vangelo in Italia e nelle Gallie, sarebbe stato ucciso a Milano insieme con il fanciullo C., sotto Nerone.
Bibl.: Acta SS. Iulii, VI, Parigi 1868, pp. 503-34; A. Dufouros, Etude sur les Gesta martyrum romaine, II, ivi 1907, pp. 61-85; F. Savio, Gli antichi vascovi d'Italia dalle origini al 1300. La Lombardia, parte 1*, Milano, Firenze 1913, pp. 811 819; Lannoni, pp. 1001-1004; Martyr. Htermyocianum, pp. 400 401; Martyr. Romanum, p. 310.
Agostino Amore
## Page 1007
NAZIONALISMO. - E quel sentimento di attaccamento al nucleo nazionale, che si produce spontaneamente nell'animo dei suoi componenti. La sua apparizione, come sentimento distinto dal patriottismo, di data piuttosto recente, è dovuta a cause ideologiche e a particolari contingenze storiche. E opinione comunemente ammessa che il movimento delle nazionalità sia cominciato sotto l'influsso delle idee propagate dalla Rivoluzione Francese. Il razionalismo illuministico del sec. svili, avendo proclamato l'uomo libero per natura e non sottoposto che alla legge dettata dalla sua ragione e accettata dalla sua volontà, gli attribui anche il potere di criticare e rovesciare le istituzioni sociali esistenti per ricostruirle secondo il proprio criterio.
Dall'affermata autonomia totale dell'uomo all'autonomia dei popoli e al conseguente principio dell'autodisposizione il passo era breve e venne facilmente compiuto. Il principio dell'autodisposizione dei popoli includeva due postulati, che erano soltanto orientazioni differenti della medesima affermazione fondamentale: la sovranità popolare e il principio di nazionalità. La prima si riferisce alla struttura politica interna, assicurando al popolo la libera scelta dei governanti; il secondo riguarda la delimitazione dello Stato, proclamando il diritto dei cittadini di stabilire i limiti della comunità politica. Di esso s'impossessò il romanticismo nazionalista, per muovere alla riscossa.
Ad accelerare questo processo ideologico e a convertirlo in n. concorsero circostanze politiche e sociali. Il tentativo ejemonico della Francia napoleonica, che mentre nel campo ideologico si faceva paladina della libertà dei popoli li opprimeva, e gli intrighi politici, ai quali diede luogo il Trattato della S. Alleanza, risvegliarono il sentimento nazionale assopito, tanto in Germania, del cui n. sono manifestazione i Discorsi alla nazione tedesca del Fichte, producendo il moto di unificazione di cui prese la direzione la Prussia, quanto in Italia, dove esasperarono gli animi contro gli interventi arbitrari del cosiddetto diretorio europeo, provocando le sollevazioni, che poi condussero all'unità nazionale.
Il n., che cosi nasceva, venne acuito dalla generale tendenza dello Stato moderno, sovrano accentratore di tutti gli aspetti della vita sociale, geloso del suo potere e della sua unità, e quindi proteso al livellamento delle differenze linguistiche e culturali. Nello Stato antico una popolazione poteva cambiare di sovranità, senza che le sue consuetudini soffrissero mutamento alcuno; nello Stato moderno, invece, il cambiamento della sovranità politica e, a più forte ragione, la subordinazione a un governo straniero, impongono alle popolazioni costrizioni nuove, che appaiono intollerabili al sentimento di fierezza nazionale.
Per queste ragioni il n. si è quasi costantemente atteggiato in modo violento e reazionario, ed è stato da molti valutato come una deformazione del sentimento patriottico guastato dall'egoismo. L'insegnamento della Chiesa è stato più obiettivo. Tutte le volte che il magistero ecclesiastico lo ha riprovato, come opposto alla morale, ha avuto di mira il n. «esagerato o eccessivo» e i danni dell'egoismo nazionale, che non deve essere confuso con il n. visto nella sua essenza. Pio XI, nell'encicl. Ubi arcamum, ha, infatti, considerato l'amore di patria o di nazione come incitamento a molte virtù, riprovandone soltanto le degenerazioni egoistiche. Stando alla definizione da lui accennata, il n. non è altro che la virtù morale, la quale inclina ad amare la propria nazione e ad adempiere tutti i doveri che la pietà impone verso coloro che sono uniti con l'identità di origine e di cultura. Che il nucleo del concetto risieda nell'amore verso la nazione, viene dimostrato dall'analisi delle varie forme storiche, che esso ha preso nei diversi paesi. Sebbene la realtà non presenti due n. eguali negli atteggiamenti e negli ideali immediati,
nondimeno, in fondo, a tutti è dato rinvenire quell'amore della nazione, al quale ciascuno si sente portato per impulso naturale.
Esiste perciò una stretta parentela tra n. e patriottismo. Il patriottismo ha come oggetto immediato della sua tendenza affettiva la terra patrum, e solo mediatamente si riferisce al popolo, il n. invece riguarda immediatamente il gruppo etnico e in modo mediato il suolo di residenza. Quando patria e nazione formano un'indivisa entità sociale, il sentimento patriottico e il sentimento nazionale s'unificano in un solo amore. Quando poi patria e nazione non coincidono, il centro di attrazione del n. o viene a cadere fuori i confini della patria, o, se si trova dentro i suoi confini, non si estende a tutta la società, alla quale la minoranza nazionale appartiene.
Tutti gli altri elementi, che si sogliono addurre come note distintive del n., sono accidentali e servono soltanto a distinguere una forma storica di n. da un'altra, secondo le diverse modalità con le quali si presenta. Così, p. es., l'atteggiamento più vigilante del n. per il bene della nazione, la sua cura di fortificare maggiormente il potere e di rafforzare l'unità interna, la sistematicità della sua dottrina e della sua prassi in ordine al potenziamento della vita sociale sono aspetti accidentali, che potrebbero essere anche propri di un patriottismo che si erigesse a sistema, e sono dovuti in massima parte alle circostanze storiche, nelle quali sono nati i diversi moti con indirizzo nazionalista. La loro natura reazionaria dipende dai momenti di crisi interna ed esterna, che sovente ne determinano la stessa nascita.
Differente giudizio deve tuttavia esprimersi riguardo a quelle forme di n. le quali elevano la nazione al grado dell'assoluto e al suo bene e alla sua potenza subordinano tutti i valori della vita umana individuale e sociale. La nazione, in questo caso, viene concepita come un tutto organico e perenne, che include nel suo seno le generazioni passate, le presenti e le future, provvisto di vita autonoma, della quale l'uomo non rappresenta che un momento transeunte di valore relativo, la cui fonte risiede nella nazione. In politica interna questa concezione conduce alle forme totalitarie di regime, in quanto considera la persona umana come un mezzo per il conseguimento dei fini superiori della nazione e la spoglia conseguentemente di ogni dignità originaria, negandone i diritti. In politica estera fomenta l'egoismo nazionale, che, incurante del bene degli altri, cerca unicamente il proprio, misurando la moralità dei propri atteggiamenti con il criterio dell'interesse, per il quale è disposto a calpestare i diritti altrui. In questa forma estrema è stato espressamente condannato da Pio IX nel Sillabo (prop. 64). Le infatuazioni di tale falso n. degenerano poi in moto di espansione violenta, particolarmente a carico dei più deboli, nel quale si scorge un'affermazione sempre legittima di potenza. Esse sono una delle cause principali della divisione tra i popoli, tra i quali alimentano l'odio, e dei dissidi insanabili nella vita internazionale, dove impediscono la mutua intesa e la collaborazione per il benessere comune.
BibL.: Pio IX, Sillabo, 8 dic. 1864; Pio XI, Ubi arcana, 23 dic. 1922; id., Caritate Christi compulsi, 3 maggio 1932; S. Sighele, Il n. e i portiti politici, Milano 1911; E. Ross, Il n. e le preverai lotte politiche, in Civ. Catt., 1924, iv, p. 101; anon., Il vero e il falso n., Milano 1924; A. Pagano, Idealismo e n., ivi 1928; Y. de La Brière, Patriotisme, nazionalisme, impérialisme, in Etudes, 214-17 (1933, 1), p. 344 seg.; F. Strowski, Nationalisme ou patriotisme?, Parigi 1933; G. Folliet, Morale internationale, ivi 1934; G. Fessard, Pue nostra, ivi 1936; M. Vaussard, Enquête sur la nationalisme, ivi s. d.; A. Messineo, La nazione, Roma 1944; anon., Codice di morale internazionale, 3^{°} ed. Roma 1950.
Antonio Messineo
NAZIONALITÀ, PRINCIPIO di. - L'origine del p. di n. si ricollega con quella del nazionalismo contemporaneo. Germogliato dal tronco del razionalismo
## Page 1008
agnostico, dopo un certo periodo d'incubazione, durante il quale venne riscaldato dal sentimentalismo romantico, fu esplicitamente formulato dalla scuola nazionalistica italiana, che cercò nel Risorgimento la giustificazione dei moti per l'unità nazionale.
Secondo la teoria abbozzata dal Mancini e condivisa dal Mamiani, soltanto nella nazione si attuerebbe l'unica forma di vita sociale, corrispondente alle leggi di natura, stabilite da Dio, mentre lo Stato plurinazionale, o che in qualsiasi modo non coincide con i confini della n., sarebbe un ente artificiale e arbitrario. Veniva in tal modo introdotto nella teoria dello Stato il concetto, fino allora sconosciuto, della perfetta identità naturale tra nazione e Stato. Questo concetto offriva la pedana per saltare al diritto internazionale e modellare la dottrina sulla costituzione della società delle genti secondo il criterio della n. Svolgendo, infatti, il principio che soltanto le nazioni sono enti sociali naturali e che lo Stato non può restare distinto dalla nazione, se ne dedusse che la società internazionale dovera essere considerata come collettività composta di Stati-nazione, ai quali soltanto avrebbe dovuto essere riconosciuta la personalità giuridica nell'ordinamento relativo.
Sui concetti riferiti venne fondato il supposto diritto congenito di ogni n. o frazione di essa di assurgere alla perfezione di ente politico e di entrare in lotta con l'ente artificiale dello Stato, per conquistare la piena indipendenza, se non la possedesse, o per radunare intorno allo stesso centro nazionale le sparse membra della n., in modo da far coincidere le frontiere politiche con il gruppo etnico. Nell'affermazione di tale diritto consiste propriamente il nucleo del p. di n.
Al tempo presente esso è un ricordo storico. Cosil la dottrina cattolica come la comune dottrina giuridica lo hanno abbandonato come privo di consistenza, per motivi intrinseci alla teoria e per motivi estrinseci.
Dimostrato falso il principio dell'identità naturale tra nazione (v.) e Stato, è rovinata tutta l'impalcatura teorica, sulla quale si sorreggeva il diritto della n. di costituirsi a Stato indipendente. Se lo Stato è una formazione naturale allo stesso modo della nazione, anzi più imperiosamente richiesta dalle esigenze della vita umana, nulla vieta che questa possa vivere nel suo seno nell'unità politica. Inoltre l'appartenenza a un determinato organismo politico crea doveri di soggezione, di lealtà e di ubbidienza, per il conseguimento del bene comune, ai quali occorre sottostare, fin quando l'autorità competente non pregiudica, con la sua azione oppressiva, l'essere della n. e la sua cultura.
Si è fatto rilevare ancora che, non postulando per sé la nazione un potere centrale e un ordinamento giuridico, per la sua esistenza e per il conseguimento dei suoi fini educativi, non può venire considerata come soggetto della società internazionale, la quale, secondo la più comune dottrina, è composta prevalentemente dagli Stati. Il rilievo, tuttavia, esatto nel suo fondamento, non sembra tale oggi nella sua conclusione. Avendo la società internazionale allargato i suoi quadri, con l'ammissione di soggetti che non hanno la qualità di Stato indipendente, nulla vieterebbe di accogliervi anche la nazione.
Più a proposito è, invece, l'osservazione sull'impossibilità di applicare il criterio della n. per l'assetto internazionale, sia perché il criterio è vago e fluido nel contenuto, come lo stesso concetto di nazione, sia perché oggettivamente non tutte le frazioni nazionali sono capaci di svolgere una vita politica indipendente, né sempre ragioni economiche, commerciali, geografiche, confinarie e strategiche permettono di separare i popoli secondo l'appartenenza ai diversi nuclei nazionali, sovente cosi mescolati, particolarmente nelle regioni di confine, da rendere impossibile la concessione dell'indipendenza politica.
Nel p. di n. è contenuta nondimeno un'anima di verità, e questa consiste nell'esigenza che i diritti della n. vengano rispettati da parte dello Stato, e che nelle divi-
sioni territoriali si tenga conto delle giuste aspirazioni dei popoli, secondo l'espresso insegnamento di Benedetto XV e di Pio XII. V. autodecisione.
Bibl.: v. nazionalismo; nazione. Antonio Messineo
NAZIONALIZZAZIONE : v. SOCIALIZZAZIONE.
NAZIONALSOCIALISMO. - Movimento, a tendenza genericamente socialista, ma a struttura gerarchica ed accentrata, sorto in Germania nel 1919-20 ed ivi lentamente affermatosi attraverso alterne vicende e rimasto, poi, totalitariamente, a capo di quello Stato dal 1933 al 1945; quindi, travolto dall'esito disastroso della seconda guerra mondiale, dal n. stesso essenzialmente determinata.
1. Origini e sviluppo fino al 1933. - Con l'ingresso di A. Hitler (allora ufficiale di propaganda in un reggimento di Monaco) nel Partito operaio tedesco (fondato da A. Dresler il 5 genn. 1919), il n. assunse presto in Baviera un inatteso sviluppo; il 24 febbr. 1920 lo stesso Hitler gli dava un ampio programma in 24 punti, mentre la sua denominazione veniva mutata, nell'apr., in quella di Partito nazionalsocialista operaio tedesco (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei: N. S. D. A. P.); ed il 25 luglio 1921, infine, Hitler ne conseguiva la presidenza e, specie valendosi di appositi gruppi militarmente organizzati (le Sturmobteilungen e squadre d'assalto : S. A.), riusciva a ridurre all'inattività i socialdemocratici suoi più diretti oppositori. Sin da allora si affiancavano a lui parecchi dei futuri dirigenti : ex-ufficiali come H. Göring ed E. Röhm, giornalisti come A. Rosemberg (futuro teorico del razzismo) e studenti come R. Hess (per lungo tempo segretario del Partito e successore designato del Führer nel 1939).
Tuttavia, la sfortunata partecipazione ad un colpo di mano contro il governo bavarese, organizzato da veri gruppi di destra che facevano capo al generale Ludendorff (cosiddetto Putsch di Monaco dell'8-9 nov. 1923), terminato con la condanna di Hitler a 5 anni di fortezza e la fuga all'estero di alcuni suoi collaboratori, parve segnare il declino del Partito. Ma Hitler, nella sua cella, compilava un volume di memorie e di considerazioni, destinato a diventare (con titolo di Mein Kampf) l'inappellabile testo ideologico del movimento.
Liberato lui, la propaganda del N. S. D. A. P. rapidamente si estendeva anche fuori della Baviera (nel nord, particolarmente ad opera di G. Strasser, che si sarebbe tuttavia poi staccato da Hitler nel 1932, e nella Renania, ad opera di J. Goebbels). Il Partito creava, inoltre, numerose altre organizzazioni dipendenti (fra cui quella per i giovani, diretta da R. von Schirach), bandiva un vasto programma agrario in difesa delle categorie contadine (ispirato da W. Darré) e iniziava su larga scala la sua partecipazione alle più disparate competizioni elettorali, fino a conseguire, con le elezioni al Reichstag del 30 luglio 1932, la maggioranza dei seggi parlamentari.
Era cosi ormai matura l'ascesa al potere; tanto più che le masse, sfiduciate e depresse (nel 1929 i disoccupati avevano raggiunto i 3 milioni), scorgevano in un deciso cambiamento di regime una speranza di ripresa. Il presidente Hindenburg chiamava al cancellierato Hitler il 30 genn. 1933; le elezioni del 5 marzo al Reichstag, condotte in un clima di palese intimidazione, davano al Partito 17 milioni di voti; il 23 marzo per legge si conferivano i a pieni poteri * al gabinetto nazionalsocialista ed il Paese cadeva in mano ai dirigenti del n., arbitro cosi del suo destino.
II. La dottrina politico-sociale. - I 24 punti del programma del 1920, malgrado il loro iniziale carattere di provvisorietà, costituirono per molti anni il nucleo essenziale delle rivendicazioni del n. : riunione di tutti i Tedeschi in una grande Germania, non più vincolata da trattati imposti con la forza e nuovamente dotata delle sue colonie; formazione di una più stretta comunità fra tutti i cittadini (Volksgemeinschaft), scartandone, però, tutti quelli di
## Page 1009
sangue non germanico (in particolare gli Ebrei); protezione della classe media nelle industrie e nei commerci, eliminando gli eccessivi profitti e tutelando in ogni modo il lavoro; pari valido aiuto alle classi rurali, oberate da imposte e da debiti; estesa e multiforme attività a favore della sanità fisica e ideale del popolo; accettazione d'un cristianesimo positivo senza vincoli con particolari confessioni, ammesse solo nel caso che non "ponessero in pericolo la sicurezza dello Stato e non recassero danno ai costumi ed ai sentimenti della razza germanica"; infine, costituzione di un forte potere centrale nel Reich.
A differenza di quanto era avvenuto per il fascismo, preso indubbiamente a modello da Hitler sotto molteplici aspetti, in prevalenza esteriori, la lunga attesa prima di raggiungere il potere permise al n. di elaborare una completa dottrina politico-sociale e poi di tradurla in termini giuridici attraverso un'ampia e coordinata legislazione nei primi anni di governo. E, quindi, possibile coglierne a grandi linee i capisaldi essenziali quali apparvero delineati nella sua fase più progredita.
Il valore politico dominante, per il n., non era più lo Stato, secondo lo schema scientificamente elaborato dai classici giuspubblicisti dell'80o, ma il popolo (Volh), quale unità etnica, essenzialmente determinata dall'identità del sangue. E si affermava di raggiungere siffatta intima comunanza razziale (Volksgemeinschaft) con l'eliminare dal popolo tedesco gli elementi non ariani. Infatti, secondo tale pregiudizio, la razza ario-nordica si trovava nella sua maggiore purezza specificatamente in Germania, e sulla traccia della teoria dell'ineguaglianza delle razze umane, formulata, già assai prima, dal francese Gobineau e dall'inglese Chamberlain, veniva considerata la più evoluta fra quelle esistenti. In particolare, occorreva radiare dal novero dei cittadini gl'individui di sangue non assimilabile (fra gli Europei, ad es., gli Ebrei e gli singari), che vi erano entrati in epoche in cui non si teneva in alcun conto il fattore razziale, riducendoli nella condizione di meri sudditi quali semplici Staatsangehörige, invece che Reichsbürger. Ed è chiaro che solo i secondi dovevano ritenersi membri effettivi del popolo germanico (Volksgenossen).
La formula Blut und Boden sintetizzava, in proposito, il pensiero del n.; ma il termine Blut richiamava anche il concetto di stirpe (Abstammung), ossia la sostanza biologica, psichica e morale determinata dalla nascita, mentra l'altro, Boden, indicava non soltanto lo spazio, dominato dalla potestà suprema dello Stato, ma anche quella zona di superficie terrestre, cui un popolo deve considerarsi intrinsecamente legato dal suo lavoro e dalla sua storia.
Si spiega, quindi, come accanto alle cosiddette leggi razziali di Norimberga del 15 sett. 1935, a netto carattere antisemita, fossero emanate la legge 14 luglio 1933 sulla sterilizzazione (malattie mentali inguaribili, delinquenti abituali, ecc.), quella 18 ott. 1935 sul divieto di matrimonio per le persone affette da particolari malattie contagioee, ed, inoltre, la legge 29 sett. 1935 sulla masseria ereditaria (Reichserbhofgesetz), che, attraverso il divieto di dividere ulteriormente l'unità culturale familiare, mirava a creare, mediante una valida e numerosa popolazione rurale, una sorgente di sangue sano.
L'accennata "comunità popolare germanica, basata sull'identità del sangue e delle tradizioni storiche" doveva stringere tutti i suoi componenti in un vincolo di sincero cameratismo, e nel suo seno l'utile collettivo avrebbe cosi avuto naturalmente la prevalenza sull'utile individuale ("Clemoinnutz geht vor Eigennutz"; si leggeva, infatti, allora sulle monete del Reich). Il singolo doveva, perciò, essere preso in considerazione solo nella sua qualità di membro della collettività popolare: la
quale, a sua volta, doveva farsi sempre più omogenea, abolendo i molteplici particolarismi politici, sociali e culturali, fino a realizzare integralmente, nei riguardi della intera razza germanica, anche al di fuori dei confini territoriali dello Stato, l'assioma "ein Volk, ein Reich, ein Führer".
Il diritto, che doveva recare ordine e potenza alla accennata comunità, non era, infatti, concepito come un qualcosa d'esterno e d'estraneo al popolo stesso, bensì come un qualcosa che in esso sussisteva allo stato diffuso, nell'attesa che sopravvenisse un Führer in grado di dargli una forma concreta, esprimendolo in termini normativi. Il Führer appariva, infatti, come colui che, meglio di ogni altro Volksgenosse, era atto ad interpretare tale spirito comunitario (Volksgeist); ed egli, nella sua attività diretta a tutelare e potenziare la Volksgemeinschaft, non avrebbe già dovuto servirsi di un coercitivo potere di impero (Herrschaft), bensì soltanto marciare innanzi come chi guida (führt), seguito da tutti i suoi camerati in piena spontaneità e fiducia, costituendo la sua fedele Gefolgschaft.
I principali mezzi necessari al Führer, per raggiungere tali finalità, risultavano essere: il Partito nazional socialista (o Bewegung, ossia Movimento politico) e lo Stato, concepito ormai come il complesso delle organizzazioni burocratiche, militari e paramilitari (Beamten. tion, Wehrmacht, Arbeitsdienst), cioè come un semplice Apparat, puro strumento della sua azione di Führung.
Come è evidente, tale dottrina politico-sociale del n. con la sua valorizzazione, quasi mistica, della razza, con il suo assoluto disprezzo per tutti gl'individui non appartenenti alla Volksgemeinschaft, con il suo culto per la pura violenza ecc., non poteva venir accolta dalla Chiesa cattolica. E quindi, malgrado che il 20 luglio 1933, specie con la mediazione di F. von Papen, si stipulasse un concordato con il Reich (che riassumeva quelli prima sussistenti con alcuni Länder), sorsero ben presto numerose controversie sulla sua interpretazione; ed intanto si cercava subdolamente d'indebolire il prestigio della Chiesa con numerosi processi nei confronti di sacerdoti incolpati di supposti reati contro le leggi valutarie (1935) e contro la morale (1936-37). Il Pontefice, peraltro, reagl in modo nettissimo al crescente soffocamento della vita religiosa con la lettera Mit brennender Sorge (14 marzo 1937); cui fecero eco numerose lettere pastorali e dichiarazioni dell'episcopato tedesco. In realtà l'opposizione cattolica fu l'unica a mantenersi validamente anche durante gli anni più duri dell'oppressione. Del resto, anche il proposito del n. di asservire totalmente la Chiesa protestante, dato il suo carattere nazionale (legge 11 luglio 1935), incontrò notevoli difficoltà da parte di non pochi pastori.
III. La sua effimera affermazione in germania. Specie durante i primi anni della seconda guerra mondiale i capisaldi programmatici ora emanatei apparivano in gran parte effettivamente raggiunti anche se gli eventi ulteriori ne mostrarono poi l'effimera consistenza.
Di fatto il Führer, dopo la morte del presidente Hindenburg (2 ag. 1934), era rimasto l'unico legislatore; tutti i pubblici funzionari (compresi gli appartenenti alle forze armate) dipendevano da lui solo e gli giuravano personale fedeltà; una devota milizia di partito (le Schutzstaffeln, o squadre di protezione: S S ), con compiti di polizia, faceva capo direttamente a lui; anche la magistratura risultava ormai dipendente dai suoi valori, mentre egli poteva intervenire di persona in ogni giudizio per stabilire e persino eseguire la pena, come aveva fatto, ad es., nel 1934, quando si era trattato di soffocare la rivolta ordinata dal capo di Stato Maggiore delle SA, Röhm. Inoltre : in base al dettame "autorità verso il basso, responsabilità verso l'alto", tutte le pubbliche funzioni, senza alcuna partecipazione democratica del popolo al governo, apparivano attribuite ad una complessa gerarchia di Unterfïhrer, subordinati, al vertice, all'unico irresponsabile Führer (cosiddetto Führerprinzip). Partimenti : cittadini non godevano più di alcuna seria garanzia costituzionale, dato che i giudici potevano applicare pene anche quando mancassero appropriate norme
## Page 1010
punitive, qualora discrezionalmente ritenessero che la azione perseguita fosse contraria al diritto immanente, allo stato latente e diffuso, nella stessa Volksgemeinschaft. Quest'ultima, infine, all'interno, era stata realmente epu-
rata da numerosi elementi non assimilabili (specie con l'implacabile applicazione delle leggi antisemite), e raggruppata in un saldo Stato unitario attraverso la completa abolizione dell'autonomia dei Länder e l'aggregazione dei nuclei germanici finitimi, compiuta con l'incorporazione dell'Austria, dei Sudeti, ecc.; e verso l'estero, aveva raggiunto una palese situazione di supremazia sopra vari gruppi etnici minori confinanti con la formazione del protettorato di Boemia e Moravia, del governatorato di Polonia, ecc.
Con la vittoria delle Nazioni Unite, nel 1945, al totale rovesciamento delle istituzioni politiche del n. segui, poi, con processo davvero rapido e definitivo nelle sue conseguenze, anche il completo dissolversi del «mitaleologico che ne formava il fondamento e che aveva trovato forza solo nel loro apparente successo. L'assurdo morale che era alla base di siffatte teorie non poteva, infatti, restare più a lungo celato e ciò, malgrado taluni aspetti a prima vista seducenti come il conclamato spirito di cameratismo o l'asserita spontanea subordinazione all'utile collettivo. Essi mascherevano, in realtà, un ingiustificabile sprezzo per la dignità eminente di ogni singola persona umana.
Bias.: oltre al fondamentale Mein Kampf di A. Hitler, { }^{1 *} ed., I, Monaco 1925; II, ivi 1927 (trad. it., I, Milano 1937, in 3^{°} ed., e II, ivi 1939) ed ai suoi numerosi discorsi, cf., sul mito della razza: A. Rosenberg, Der Mythus des XX. Jahrhunderts, 20^{°} ed., Monaco 1934; id., Blut und Ehre, 2^{°} ed., ivi 1934; W. Darré, Neuadel aus Blut und Boden, 4^{°} ed., ivi 1934; sui fondamenti politici generali: C. Schmitt, Der Begriff des Politischen, Amburgo 1933 (trad. it., Firenze 1935); id., Staat, Bewegung, Volk, Amburgo 1933; sulla nozione di Volksgemeinschaft: R. Hoehn, Rechtgemeinschaft und Volksgemeinschaft, ivi 1935; sulla concezione del diritto e dello Stato: i trattati di O. Koellreutter, Deutsche Verfassungsrecht, 3^{°} ed., Berlino 1938, e di E. R. Huber, Verfassungsrecht des Grossdeutschen Reiches, Amburgo 1939; le opere collettive curate dal ministro Frank; Nationalrac. Handbuch für Recht und Gesetzgebung, Monaco 1935, e Deutscher Verwaltungsrecht, ivi 1937; fra gli stranieri contemporanei, con esposizione obiettiva o critica, cfr. P. Biscaretti di Ruffia, Il diritto costituzionale dell'Impero germanico nei primi cinque anni di regime nazionalsocialista, estr. da Arch. dir. pubblico, Padova 1938; M. Cot, La conception hitlévienne du droit, Parigi 1938; C. Lavaqua, La dottrina nazionalsocialista del diritto e dello Stato, Milano 1938; R. Bonnard, Le droit et l'Etat dans la doctrine nazional-socialiste, 2^{°} ed., Parigi 1939; e, infine, sui rapporti con la Chiesa cattolica: Il N. e la S. Sede, a cura di M. Maccarrone, Roma 1947.
Paolo Biscaretti di Ruffia
NAZIONE. - Nel campo della sociologia e del diritto pubblico non esiste concetto più confuso di quello di n., né parola più difficile a definirsi.
La difficoltà procede cosi dai sensi svariati attribuiti al termine, come dalla molteplicita degli elementi, che contrassegnano il gruppo umano da esso designato.
Fin dalle origini, nella lingua latina, la parola natio viene adoperata a significare parecchie realtà. Se, secondo l'etimologia (natio da nascor), significa propriamente l'atto di nascere, passa però a significare l'effetto, l'origine, la schietta, la razza e la specie, con riferimento persino agli esseri irragionevoli e inanimati. Con facile transazione, dalla stirpe viene applicata al popolo nato nel territorio dove abita e ancora, per metatesi, al territorio stesso, come nelle espressioni natione Dacus, natione Arretio, e infine a una classe determinata di persone, che ha qualche comune attinenza: natio optimatum, natio candidatevum.
Nell'uso moderno può indifferentemente significare lo Stato, il popolo, la patria e, in senso più ristretto e proprio, un gruppo etnico contrassegnato da particolari note distintive. Nel diritto internazionale è equivalente allo Stato, come nell'espressione Società delle nazioni; nell'uso comune a quello di Stato o di popolo, come nell'espressione n. italiana.
La seconda fonte di difficoltà deriva dalla molteplicità degli elementi, detti fattori della nazionalità, che contrassegnano il gruppo nazionale, tra i quali riesce
arduo stabilire quale ne esprima l'essenza. L'unità d'origine e di tradizioni, di cultura e di lingua, di religione e di territorio sono le note più comuni, con le quali la n. si presenta allo sguardo dell'osservatore e dalle quali, secondo le preferenze personali, può seguire una varietà estrema di definizioni. Il Mancini, infatti, diede il predominio sulle altre alla coscienza della nazionalità, seguito dal Palma e dal Jellinek; il Le Fur e il Leckereq alla volontà di vita in comune; il Bluntschli alla lingua; il Fichte alla razza, il Delos alla comune civiltà e cultura, mentre le correnti nazionaliste identificarono la n. con lo Stato.
La più recente indagine si trova presso a poco concorde nell'ammissione di tre punti : nessuno dei fattori della nazionalità può essere considerato come elemento essenziale dalla n.; la n. si distingue nettamente dallo Stato; la sua essenza deve essere ricercata in qualche cosa di spirituale e di interiore all'uomo.
La n., innanzi tutto, non consiste nella razza, concetto precedentemente materialistico, che si riferisce di preferenza ai caratteri somatici, e non può essere integralmente applicato all'uomo, nel quale le qualità spirituali, sua nota specifica, hanno il predominio sui caratteri fisici. La ristrettezza del concetto di razza non può, dunque, esaurire quello di n. Anche se alla razza si attribuisse un significato più nobile, come viene fatto dalla scuola antro-po-sociologica, si urterebbe ancora nella difficoltà di determinarne il contenuto. Per confessione di tutti gli studiosi seri di antropologia e di etnologia, nessun altro concetto è così oscuro e così vago. L'opposizione però più fondamentale tra razza e n. consiste in ciò che questa va distinta per i suoi caratteri spirituali, mentre quella rimane sul piano materiale.
La lingua è indubbiamente uno degli indici più visibili della nazionalità, e tuttavia non può essere ritenuto come elemento costitutivo. Vi sono, infatti, popoli che parlano la medesima lingua e sono divisi in parecchie n., sovente in aperto antagonismo. Il fenomeno si mostra con maggiore evidenza nelle Repubbliche delI'America latina. Come la lingua non vanno sopravvalutati né la religione né il territorio. L'unità della fede non è necessariamente richiesta dall'esistenza di una n., nella quale possono bene convivere gruppi di diversa professione religiosa, che tuttavia si sentono uniti nella comune appartenenza al medesimo gruppo etnico. Il territorio poi, sebbene eserciti un certo influsso sulla formazione di alcuni caratteri nazionali (p. es., nel popolo greco e la sua cultura) è un elemento estrinseco. Il popolo ebraico è stato per lunghi secoli una n. senza territorio.
L'esclusione dei singoli fattori della nazionalità dal numero degli elementi essenziali non legittima però la conclusione soggettivista del Jellinek, secondo il quale la n. sarebbe soltanto un fenomeno soggettivo, giucché i vari fattori sono qualità oggettive, che imprimono nell'uomo note particolari e inconfondibili e preparano il terreno, donde germoglierà quell'unità spirituale, concreta manifestazione dell'esistenza di un gruppo nazionale.
Insistendo ancora sull'aspetto negativo è da aggiungere che la n. non si identifica con lo Stato, non solo perché la storia presenta l'esistenza di Stati plurinazionali, esempio classico la Svizzera, ma perché le due formazioni sociali differiscono sostanzialmente. La n. riduce ad unità individui contrassegnati da caratteri fisici e soprattutto spirituali ben distinti, lo Stato invece gruppi sociali eterogenei. Senza una profonda omogeneità di cultura e affinità d'indole, la n. non esiste, né può esistere, mentre lo Stato anche senza di essa esiste ed è vitale. Tale diversità è intrinseca ed essenziale, poiché l'unità oggettiva o di fatto, dalla quale germoglia l'essere della n., consiste nella somma di alcune somiglianze parziali, che distinguono un determinato gruppo umano da qualsiasi altro. Finché le cause modellatrici dell'uomo non hanno plasmato un tipo ben netto, comune a tutto l'aggregato, la n. non sorge, mancando lo stimolo specifico, che deve determinare l'istinto generico di solidarietà ad esplicarsi in quella forma e non in un'altra.
Direttamente deve dirsi dello Stato, per la cui formazione bastano le somiglianze generiche della natura umana, dei suoi bisogni più comuni e delle sue perfe-
## Page 1011
zioni più universali, eguali in tutti i membri della specie, donde poi la grande latitudine del suo fine naturale, che si estende a tutti i beni necessari ad una vita sufficientemente umana e progredita, mentre quello della n. si restringe alla conservazione del suo patrimonio culturale.
Nelle ultime determinazioni ha cominciato già ad affiorare un particolare concetto della n., per la cui intera formulazione occorre procedere all'esame dal dato sperimentale.
Sembra evidente, innanzi tutto, che la n. appartenga alla categoria degli aggregati sociali naturali, essendo costituita da un nucleo di esseri intelligenti, congiunti da un principio interno, effetto dell'innata socievolezza umana, che tende spontaneamente a cementare insieme quei soggetti, i quali sono tra loro vicini e uniti da particolari somiglianze d'origine, d'indole e di cultura. L'opinione contraria, che attribuisce l'origine della n. allo Stato, è dimostrata infondata dal fatto che, prima ancora che si formassero gli odierni Stati nazionali, esistevano già, nel territorio sottoposto al loro dominio politico, cellule sociali ben individuate come gruppo etnico, alle quali non si può negare la qualità di n. Non la n. suppone lo Stato, ma questo suppone la n., come ambiente nel quale si produce il fenomeno dello Stato.
Come aggregato sociale naturale, la n. appare composta da una somma d'individui somiglianti, oltre che nella natura, in alcune specificazioni accidentali ben definite. Ora, essendo l'uomo un essere razionale, non si collega in un'associazione di fatto, se non mediante un legame spirituale, e conseguentemente uno degli elementi essenziali della n. deve essere ricercato in qualche cosa di coscientemente avvertito. Tale elemento consiste nella coscienza della nazionalità, ossia di tutte quelle note comuni, che contrassegnano gli individui, o unità parziali che, come proprietà dell'aggregato, sono un suo patrimonio sociale e producono nei soggetti la volontà di vivere insieme e il sentimento di essere legati a un comune destino.
Questo primo elemento di ordine spirituale viene ancor meglio specificato dal fine, al quale naturalmente tende l'azione associata, giacché anche la n., come ogni altra formazione sociale, resta spe