ggregato, sono un suo patrimonio sociale e producono nei soggetti la volontà di vivere insieme e il sentimento di essere legati a un comune destino.
Questo primo elemento di ordine spirituale viene ancor meglio specificato dal fine, al quale naturalmente tende l'azione associata, giacché anche la n., come ogni altra formazione sociale, resta specificata dal suo fine. Questo a sua volta propriamente consiste, come ha ben dimostrato il Delos, nella conservazione e nello svolgimento del patrimonio culturale comune a beneficio della più compiuta e perfetta formazione della persona umana. Quello, infatti, che produce la coscienza unitaria e la volontà di collaborazione dai membri di una n. sono le unità parziali organiche e spirituali, che formano un legame di fatto, prima ancora del sorgere della coscienza nazionale. Il fondamento oggettivo, sul quale riposa il sentimento d'unità sociale nella n., sono, dunque, le svariate somiglianze, che sogliono essere chiamate fattori della nazionalità. Ne deriva che, estenuando oltre un certo limite, l'unità di religione, di lingua, di tradizioni e di cultura, l'istinto di socievolezza perderebbe il suo stimolo e l'aggregato nazionale la sua coesione. Se vuole conservarsi in essere, deve conservare e sviluppare, proteggere e preservare il suo patrimonio culturale; ciò vuol dire che il suo scopo naturale consiste appunto in questa conservazione e difesa, che non può andare disgiunta da un ragionevole progresso.
Ma la cultura nazionale, la sua conservazione e svolgimento non avrebbero importanza alcuna come fine collettivo, se non ridondassero a beneficio della persona umana. I portatori e gli artefici della civiltà
sono le persone, e non la n. concepita o idealizzata come un soggetto a sé stante; la comune cultura deve pertanto rifluire sui suoi artefici, quale patrimonio, al quale tutti indistintamente hanno diritto. L'importanza naturale della n. è proporzionale al servizio che essa rende all'uomo, e questo è singolarissimo e proprio. Essa imprime nelle sue facoltà abiti operativi, disposizioni permanenti, che daranno alle loro operazioni dirittura e facilità, attuando la potenzialità con la quale l'essere umano viene alla vita. Svolge così una funzione nell'interno dell'uomo e ne forma l'anima e il carattere, ne plasma il sentimento, imprimendo a tutto il complesso modo delle sue funzioni psichiche atteggiamenti speciali, che diverranno permanenti.
Mediante un'azione lenta e continua la n. innesta nell'uomo in modo inavvertito gli elementi della sua cultura, gli comunica il patrimonio del suo spirito, delle sue idee, delle sue tradizioni, della sua lingua e della sua religione, sigillandone per sempre l'anima, come la comunità d'origine dallo stesso ceppo ne ha sigillato il corpo.
Raccogliendo in sintesi gli elementi finora descritti, si può raggiungere una definizione compiuta della n. Essa è nella sua essenza un aggregato sociale naturale che, nella coscienza della sua unità d'origine e di cultura, tende alla conservazione e allo svolgimento delle proprie peculiarità e note distinctive, in ordine alla più compiuta formazione della persona umana.
BibL.: V. Gioberti, Della nazionalitd italiana, Livorno 1847; L. Tzparelli, Della nazionalitd, Firenze 1849; L. Palma, Del principio di nazionalità nella società moderna europea, Milano 1867: P. Fiore, Diritto internazionale pubblico, I, Torino 1887, pp. 170-89; V. Miceli, Lo Stato e la n. nei rapporti fra il diritto costituzionale e il diritto internazionale, ivi 1890; I. Seipel, Nation und Staat, Vienna 1916; A. Gemelli, Principio di nazionalitd e amor di patria nella dottrina cattolica, Torino 1918; R. Jehannet, Le principe des nationalités, Parigi 1918; P. Mancini, Il principio di nazionalitd, Roma 1920; G. Jellinek, La dottrina generale dello Stato, Milano 1921, pp. 223-39; L. Le Fur, Races, nationalités, Etat, Parigi 1922; H. Voroniecid, Quaestio disputata de natione et statu utili, in Divus Thomas (Piacenza), 3 eacio. 3 (1928), pp. 25-54; S. Panunzio, Popolo, n. e Stato, Firenze 1933; J. T. Delos, La société internationale et les principes du droit public, Parigi 1937, pp. 7-63; G. Schmidt, Razza e n., Brescia 1938; W. Sombart, Vom Menschen, Berlino 1938; A. Messineo, La n., Roma 1944.
Antonio Messineo
NAZIREATO. - Professione di «nazireo» (ebr. náztr, da nāzar, al passivo "appartarsi» e "astenersi»), tradotto vaçpaios e nazaraeus (per influsso di "Nazareth», da Mt. 2, 23).
Consisteva nella pratica di un voto (ebr. nedher, dalla codice protosemitica ndr, da cui deriva pure naztr) di astinenza, per motivo religioso (cf. l'espressione completa «nazireo di [votato a] Dio»: Judc. 13, 5.7; 16, 17; Eccli. 6, 13 [ebr.]) e da bevanda alcooliche (compresa la stessa uva: Num. 6,3); dal taglio dei capelli, considerato una raffinatezza; inoltre il nazireo doveva con particolare impegno evitare le impurita rituali, specialmente il contatto di un cadavere.
Il voto poteva essere perpetuo, come sembra il caso di Sansone (Indo. 13, 5.7), Sumuele (I Sam. 1, 11; cf. Eccli. 46, 13) e in epoca neotestamentaria Giovanni Battista (Lc. 1, 15) e Giacomo, primo vescovo di Gerusalemme (Eusebio, Hist. est., II, 23, 4 sgg.), oppure temporaneo (in epoca tardiva il minimo era 30 giorni: Flavio Giuseppe, Bell. Jud., II, 15, 1). Quest'ultimo caso è regolato dalla legge di Num. 6, in cui si prescrivono le astinenze ricordate sopra (cf. anche Am. 2, 11-12) e si indicano i riti (sempre considerati manifestazione cultuale solenne: cf. I Mach. 3, 49) in occasione del compimento del tempo del voto ( A m .2,13 sgg.).
Potevano essere naz ree anche le donne (Num. 6, 2),
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con limitazioni (Num. 30, 4-6), come è il caso di Berenice, sorella del re Agrippa (Fl. Giuseppe, Bell. Ind., II, 15, 1).
Nazaroeus nella Volgata (ebr. nazir) si trova anche in Gen. 49, 26; Deut. 33, 16 (di Giuseppe), ove significa "principe», o "prescelto» e in Mi. 2, 23 (greco NaCupalic), detto di Gesù, in quest'ultimo caso spiegato variamente (Zolli: «il predicatore»), ma forse equivalente solo a "Nazareno", con allusione all'epiteto messianico (Is. 11, 1) néper "permeglio", in riferimento all'umile origine e vita del Messia.
Bibl.: oltre i commentatori di Num. 6. cf. E. Zolli, Christus. Roma 1946, pp. 50 sg., 56 sg., 63 sgg.
Giovanni Rinaldi
NDANDA, AB-
bazia nullius di. Sulla costa meridionale del territorio del Tanganyika. E immediatamente soggetta alla S. Sede e affidata alla Congregazione benedettina di S. Ottilia. Comprende i distretti di Lindi, Mikindani, Ruponda, Newala, Masasie Tunduru.
Fu eretta il 22 dic. 1931, allorché fu divisa l'abbazia nullius di Lindi (oggi di Peramiho [v.]). Al tempo della divisione, erano già nel territorio di N . sette stazioni missionarie, la più antica delle quali (Filipili Hill, a Lindi), fu fondata nel 1894 dai Benedettini provenienti da Dares-Salaam. La stazione missionaria di N., sul fiume emosimo a settanta miglia dalla costa, risale al 1906 e, data la sua posizione vicino alla vallata di Lukuledi, è divenuta il centro anche delle altre.
L'abbazia nullius di N. ha una superfice di ca. 52.000 kmq. e ca. 450.000 ab., dei quali 28.599 cattolici indigeni, 125 cattolici esteri e 2 di stirpe mista, 3095 catecumeni, 10 dissidenti orientali, ca. 300.000 protestanti, ca. 300.000 maomettani e 90.000 pagani. Vi sono un sacerdote indigeno e 34 sacerdoti esteri, 35 fratelli laici, 11 seminaristi educati nell'abbazia di Peramiho, un seminario preparatorio, 3 suore indigene, 30 suore estere, 278 catechisti, 138 maestri e 9 maestre, 2 medichesse (suore benedettine di Tutzing) e 14 infermiere diplomate. Stazioni principali 18, secondarie 12, chiese 10, cappelle 11, ospedali 9, dispensari 11, lebbrosari 3, asili 12. Scuole elementari 37, medie 1, secondaria 1, approvate dal governo nel 1947, per l'educazione più alta della gioventù dell'intera provincia meridionale del Tanganyika. Una, fondata nel 1935 per formare maestre, e una terza, normale, per formare maestri. Vi sono importanti officine. Il grande sviluppo preso dalla fiorente abbazia è dovuto in gran parte allo spirito organizzatore del primo abate nullius di N., mons. Gioacchino Ammann, dimessosi nel 1949 per ragioni di salute. Nel 1950 i Battesimi di adulti sono stati 542. L'apostolato missionario ha trovato recentemente nuove difficoltà a causa della scarsezza del personale e delle nuove esigenze imposte dal governo con il programma del cosiddetto Groundnut Scheme ed anche per le continue immigrazioni che rendono più difficile l'assistenza spirituale di molte famiglie. Inoltre, specialmente nella regione di Mahonda, continua un'aspra lotta sferrata dai maomettani contro il cattolicesimo.
BibL.: AAS, 24 (1931), p. 260; MC, 1950, pp. 188-89; A Catholic Directory of East Africa, pp. 88-91; anon., Benedictine Mission Ndanda, s. d.: Arch. S. Congr. de Propaganda Fide, Relazione, pos. prot. n. 3350/50.
NDOLA, vicariato apostolico di. - E situato nella parte nord-occidentale della Rhodesia settentrionale (Africa) e comprende i distretti civili di N., Solewzi, Kassonga, Mwinilanga. Il distretto di N. contiene la regione del Copper Belt, ove sono cinque importanti centri industriali.
La missione cattolica fu fondata nel 1931 dai Fra'i Minori Conventuali (cui il vicariato di N. è ora affidato), dopo un soggiorno di otto mesi nel vicariato di Banguesio (v.) per imparare la lingua indigena. Da principio essi stettero alle dipendenze della prefettura apostolica di Broken Hill (oro vicariato apostolico di Lusaka [v.]), quindi, il 3 genn. 1956, con territorio distaccato dalla suddetta prefettura, fu eretta la prefettura apostolica di N., poi vicariato apostolico, dal 15 genn. 1949. L'apostolato nelle aree urbane è piuttosto difficile e complicato, per la presenza di numerosi europei (ca. 15.000 ); per i nativi dell'Africa orientale e gli altri africani immigrati dalle diverse province della Rhodesia settentrionale e dalle regioni confinanti (Angola, Congo, Nyasaland, Rhodesia meridionale), i quali si calcolano oltre 100.000 . Nelle aree rurali il lavoro missionario è spesso ostacolato dall'ostilità della setta chiamata "Watch Tower", che in alcuni luoghi ha aderenti molto attivi. Però alcuni capi indigeni, prima avversi alle missioni cattoliche, ora invece richiedono le scuole del vicariato e accettano i catechisti cattolici. Nei suddetti cinque centri industriali non sono permesse altre scuole all'infuori di quelle governative. Oltre 2000 cattolici indigeni le frequentano. In esse però vi è una buona percentuale di maestri cattolici, ai quali è affidato l'insegnamento religioso agli alunni cattolici sotto la sorveglianza del sacerdote locale. Le scuole catoliche rurali funzionano assai bene, ma il governo, probabilmente per ragioni economiche, è restio a permetterne l'apertura di altre.
Il vicariato misura ca. 134.400 kmq. di superfice; su ca. 261.000 ab.; 29.143 sono cattolici, di cui 27.477 indigeni, 1515 esteri, 151 di stirpe mista; 4418 catecumeni. I dissidenti sono valutati ca. un migliaio, i protestanti ca. 20.000 , gli ebrei ca. 1000, i maomettani ca. 3500 . Vi sono: 25 sacerdoti esteri ( 15 italiani e 10 tra americani, maltesi, sviezeri, inglesi), 7 fratelli laici esteri, 4 suore indigene e 34 estere, un seminario minore in corso di fondazione, 2 seminari preparatori; catechisti 101, catechiste 6; maestri 56, maestre 15, quasi-parrocchie 15, stazioni missionarie principali 9, secondarie 14; chiese 11, cappelle 24; ospedali 2; dispensari 2; lebbrosari 1; I periodico. Scuole : elementari 29; medie 6; professionali 6. I Battesimi di adulti nell'anno 1950 sono stati 932. Molto fiorenti anche le associazioni di Azione Cattolica. Ciò in un territorio che vent'anni fa era vergine; si tratta perciò di un vicariato in pieno sviluppo, destinato a produrre anche maggiori frutti in avvenire.
BibL.: AAS, 30 (1938), pp. 278-79; 41 (1949), pp. 170-71; MC, 1950, p. 161; A Catholic Directory of East Africa, Mombasa 1950, pp. 148-51; Arch. Prop. Fide, pos. prot. n. 3595/50.
Carlo Corvo
NEBI SAMWIL: v. Gabaon.
NEBO. - Montagna e città della catena di Abarim (v.), situata ad est del Mar Morto. La montagna
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(ebr. har Nébhâ; Settanta Naßa5) è delimitata a nord dai Wādī en-Namī e 'Ajūn Mūsā; a sud dai Wādī el-Afrīt (reminiscenza di ludc. 9 ?), el-Ġedejd ed el-Kenejseh, cosi denominati per le fontane che incontrano. Tra queste è notevole, per il ricordo, l'Ajūn Mūsā. La montagna ha tre cime principali : en-Nebā nel mezzo, Sijāgah, che corrisponde al biblico Phasga (v.) a ovest, e Mehajjeṭ (l'antica città di N.) a sud. Tutta la regione è piena di dolmens, menhirse cromlechs. Sopral'Ajūn Mūsā, sul Wādī enNaml, è stata ritrovata, in una grotta, una collezione di vasi con 4 scarabei del 2^{°} periodo del bronzo. Le rovine di abitazioni sono presso le fontane, ai piedi di en-Nebā, dette el-Hejsah, e soprattutto a Sijāgah ed a Mehajjeṭ. Un'antica via, contornata da grandi blocchi, veniva da Madaba e, biforcandosi a en-Nebā, raggiungeva l'Ajūn Mūsā e Mehajjeṭ. Benché enNebā sia la cima più alta (m. 835), pure la visuale della Palestina è più larga da Sijāgah, che appunto conserva il ricordo della visione di Mosè (Deut. 3, 27; 32, 49; 33, 34) e della di lui morte.
La città di N., oggi comunemente identificata con Mehajjeṭ, è ricordata in Num. 32, 3; 33, 47, dalla stele di Mesa, da Is. 15, 2; Ier. 48, 1; 1 Mach. 9, 37, dall'Oriomatisou, e dalla Vita di Pierro Iberico (sec. v). Presso la sua fontana, o 'Ajn Gedejd, è stata rinvenuta in una grotta una collezione di vasi del 1^{°} periodo del bronzo; la collina è contornata in alto da un muro e, benché in tagli occasionali sia apparsa ceramica del periodo del ferro ed ellenistico, tuttavia le rovine oggi visibili sono bizantine. Tra queste si notano 4 chiese, i cui scavi furono eseguiti tra il 1931 e il 1938 dalla Custodia di Terra Santa; una dedicata ai ss. Lot e Procopio, una a s. Giorgio, con bei pavimenti musivi con scene della vita reale. Vi si numerano 36 figure umane e 88 animali.
Bibl.: I'-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933. pp. 379-84; II. ivi 1938, pp. 397-98; S. Saller-B. Bagatti, The town of N. (Khirbet el-Mehhagyat), Gerusalemme 1949. con il risultato degli ultimi scavi. Bellarmino Bagatti
NECCHI, Ludovico (Vico). - Medico, n. a Milano il 19 nov. 1876, m. ivi l'ir genn. 1930.
Nel nov. 1889, prese a frequentare la seconda ginnasiale nel Ginnasio Parini, ambiente religiosamente pericoloso; ma gli fu accanto il gesuita G. Mattiussi, che gli rimase per oltre trent'anni consigliere e padre spirituale.
Al "Parini» incontrò come condiscepolo Edoardo Gemelli, che, convertito dall'azzismo e fatto francescano, lo volle sempre accanto come consigliere. Laureato in medicina e chirurgia a Pavia nel 1902, frequentò nel genn.-ag.

(1st. Laboratorio sinergrafica Terra Santa)
Nebo - Pavimento musivo del Battistero (sec. vi).
1904 l'Università di Berlino, quindi, rifiutato l'incarico di un'istituenda cattedra di anatomia a Friburgo, dedicò la maggior parte del suo tempo alla cura degli infermi, in modo particolare nel campo della neuropsichiatria da lui scelta per consiglio e incitamento dell'amico p. A. Gemelli, sia nelle consultazioni private che presso l'ambulatorio dell' Istituto di S. Vincenzo in Milano per l'educazione dei fanciulli anormali psichici. Oltre i mezzi strettamente medici, con squisita carità, delicatezza e prudenza egli applicava ai suoi malati di nervi un vero trattamento soprannaturale, risvegliando in essi il senso della più piena fiducia nella Provvidenza di Dio. Così, spesso la guarigione fu frutto della conversione o questa segui il riacquisto della salute fisica.
Nell'apostolato sociale, inseri la sua opera in quel settore di attività che si stende e fa da ponte d'unione tra la gerarchia ecclesiastica e la società laica, spesso ostile e chiusa all'opera del sacerdote. Vivendo nel mondo, ne divenne apostolo con l'azione e la parola, valendosi della sua profonda preparazione filosofica, religiosa, medicoscientifica. Ancora studente liceale, dette vita a un'associazione cattolica; all'Università, fu presidente del circolo cattolico S. Severino Boezio. In seguito, partecipò alla vita amministrativa del paese e all'azione religioso-sociale della Chiesa, dai tempi del Fascio democratico cristiano a quelli dell'Unione popolare e infine dell'Azione Cattolica; fu consigliere comunale a Milano nel 1908, distinguendosi per la intelligente e strenua difesa dall'attacco socialista contro l'insegnamento religioso nelle scuole; nel 1923 fu consigliere provinciale del V Mandamento di Milano.
Ebbe la gioia di vedere sorgere l'Università Cattolica del S. Cuore di cui fu professore e di cui può ben considerarsi "confondatore", per la continua preziosa opera di consigliere svolta in ogni circostanza negli anni della preparazione.
Il 7 genn. 1951 fu introdotta la causa di beatificazione. Bibl.: F. Ospisti, Un maestro di fede e di vita, V. N., Milano 1930; G. La Piro, L'anima di un apostolo, ivi 1932; P. Bondioli, V. N., ivi 1934; M. Lepore, Medici santi nel nostro tempo: V. N., in Pensiero medico, ott. 1942, pp. 1-2; A. Gemelli, Il servo di Dio V. N. come medico, in Orizzonte medico, genn. 1930, p. 1.
Gaetano M. Apolloni
NECESSITA. - I. Filosofia. -
Dicesi di tutto ciò che in qualche ordine (ontologico, fisico, logico e morale) "non può essere altrimenti" ( \mathrm{V} \dot{θ} μ \dot{η} èvāzyó̀zov \dot{α} λ λ ε α ς Ė y τ o àvayezov \varphi α μ ε v oú τ ω ς Ėyzov: Met., IV, 5, 1015 a 34; cf. Post. Anal., II, 33, 38 b 30). La n. perciò esprime una "modalità" dell'essere, del pensare e dell'agire a cui in generale si oppone ciò ch'è in sé contingente, problematico, libero, ovvero ciò che in sé resta indeterminato.
C'è anzitutto una n. metafisica o necessità di essere come tale ch'è l'immutabilità nel possesso dell'essere. Nel campo dei possibili è la n. delle essenze come appartenenza indivisibile e indissolubile dei principi che le costituiscono nel proprio grado di essere. Nel campo della realtà la n. metafisica è l'impossibilità di qualcosa a non
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esistere e costituisce il grado più perfetto del reale a cui si oppone la corruittibilità e la contingenza (v.); essa appartiene in proprio agli esseri spirituali in quanto la immaterialità assoluta dell'essenza (v.) li sottrae ad ogni principio di corruzione e quindi di perdita dell'essere. La n. metafisica nel senso perfetto appartiene a Dio ch'è l'Atto puro, Essere per essenza. Tuttavia s. Tommaso sostiene che anche le creature spirituali godono di una n. metafisica assoluta benché creata: «Sunt enim quaedam in rebus creatis, quae simpliciter et absolute necesse est esse in quibus non est possibilitas ad non esse... Illae res in quibus non est materia, non habent potentiam ad non esse: eas igitur absolute et simpliciter necesse est esse" (C. Gent., II, 30; cf. Aristotele, Met., V, 5, 1015 b 10). Su questa dottrina della n. metafisica partecipata si fonda l'istanza del "per se necessarium" che regge la terza via per dimostrare l'esistenza di Dio (Sum. Theol., 10, q. 2, a. 3).
Inoltre la n. metafisica va riferita anche alle proprietà derivanti dalla forma dell'essere spirituale: l'immortalità, l'attività del pensiero, il libero arbitrio, la socialità, la moralità, la religiosità. In un senso ancor più generale è per n. metafisica che ogni potenza è specificata dal suo oggetto proprio: l'occhio dai colori e gli altri sensi dal proprio sensibile, l'appetito dal bene, l'intelletto dal vero (cf. Sum. Theol., 10, q. 77, a. 3). Per riscontro c'è una n. metafisica negativa che proviene ai corpi da parte della materia, cioè la loro corruttibilità essendo essi composti di elementi contrari che tendono perciò a separarsi: per questo l'immortalità che sarà concessa al corpo umano alla risurrezione finale è considerata un dono divino preternaturale e supera ogni capacità dell'intelletto umano (ibid., suppl., 3*, q. 75, a. 3). La n. metafisica abbraccia perciò tutta la sfera dell'essenza: "Necesitas absoluta competit rei secundum id quod est intimum et proximum ei : sive sit forma, sive materia sive ipsa rei essentia" (In V Met., lect. 6; ed. Cathala, Torino 1950, n. 833). Dalla causa finale proviene la n. del fine ultimo (v.) e del bene universale, ch'è l'oggetto della volontà, poiché il bene una volta conosciuto non può non essere amato: la n. del fine porta con sé la n. dei mezzi che sono indispensabili per il conseguimento del fine stesso (Sum. Theol., 1^{2-2^{ω^{0}}}, q. 10, a. 1).
Come nella realtà la n. dell'essere è la consistenza assoluta che proviene dai principi stessi dell'essere, cosi nell'ambito del pensiero (n. logica) la n. è la " coerenza" o connessione assoluta fra i principi e le conclusioni. La n. logica pertanto compete anzitutto ai primi principi (di non contraddizione, d'identità, di terzo escluso, di tutto e parti...) detti "principia per se nota" in quanto la loro evidenza è immediata per ognuno che afferra il significato dei rispettivi termini (cf. Sum. Theol., 10, q. 2, a. I; Aristotele, Anal. Pr., I, 2, 25 a 1). I primi principi stanno alla conoscenza (v.) e alla scienza (v.) come l'essenza alle sue proprietà e il fine ai mezzi, in quanto sono la causa della n. delle conclusioni : pertanto in senso rigoroso la n. compete al sillogismo apodittico che precisamente procede da principi necessari (Anal. Post., II, 6,74 b 15 sgg.). In questo senso la conoscenza necessaria si oppone alla conoscenza contingente e a quella problematica o dialettica la quale lascia aperta una duplice opposta soluzione del problema stesso: "Il piacere, si deve o no desiderarlo? Il mondo è o non è eterno?" (Topica, I, 11, 104 b 1).
A fondamento di tutta la dottrina aristotelicotomistica della n. sta il presupposto del realismo che la conoscenza rispecchia l'essere delle cose e la qualità del conoscere. La sintesi di soggetto e predicato nel giudizio è necessaria quando la connessione di sostanza e di proprietà è in natura parimente necessaria e chi pensa diversamente, osserva energicamente Aristotele, mentisce (Met., IX, 10, 1051 b 2 sgg.). A cui fa eco nel commento s. Tommaso: «Manifestum est quod dispositio rei est causa veritatis in opinione et oratione... Oportet veritatem et falsitatem quae est in opinione vel oratione reduci ad dispositionem rei sicut ad causam" (In IX Met., lect. 11, nn. 1897-98).
Per Aristotele quindi la distinzione di tre modi del conoscere : apodittico o necessario, contingente e problematico si rapporta a tre diversi modi insiti alla struttura delle cose stesse in cui consiste la verità ontologica fondamentale di cui la verità logica è l'espressione nel linguaggio e nella vita del pensiero (cf. De Interpr., 12, 21 a 34 sgg.). Similmente per s. Tommaso la n. nei processi del pensiero deriva dalle cose stesse che guidano il cammino della mente e reggono le sue affermazioni e negazioni in materia contingente o necessaria : "Non enim propter nostrum affirmare vel negare mutatur cursus rerum, ut sit aliquid vel non sit, quia veritate nostrae enunciationis non est causa exsistentiae rerum sed potius e converso" (In Psviberm., lect. 14; ed. Leonina, I, p. 65 b). Secondo Hegel invece "il giudizio del concetto ha a suo contenuto il concetto" (Encykl., § 178) e questo è il giudizio della n., cioè "dell'identità del contenuto nella sua distinzione" in modo che la distinzione dei giudizi (categorico, ipotetico e disgiuntivo) dipende dal diverso modo di realizzare tale identità nella forma unica della «totalità" (ibid., § 177). Il "sillogismo della n." infine è per Hegel quello nel quale "ciascuno dei momenti si è mostrato come totalità dei momenti ovvero esprime la totalità ritornata in sé le cui differenze sono altresì questa totalità" (ibid., § 193). Ed Hegel coglie l'occasione per osservare ch'è in questa perfetta coincidenza di forma e contenuto che si può unicamente avere la dimostrazione dell'Assoluto intravista per la prima volta, sia pur imperfettamente, nel cosiddetto argomento ontologico di s. Anselmo il cui difetto è soltanto che l'identità di essenza e di esistenza nell'Assoluto viene presupposto, vale a dire è presa solo come unità in sé : difetto che resta anche in Cartesio e Spinoza e che verrà risolto soltanto, secondo Hegel, mediante la considerazione pensante o dialettica.
La n. è quindi la modalità principale dell'essere e del pensiero e la sua struttura teoretica è in funzione del diverso orientamento che nelle varie filosofie assume il rapporto fra l'essere e il pensiero.
Bint.: A. Trendelenburg, Logische Untersuchungen, 2^{°} ed., II, Lipsia 1862, p. 197 sgg.; F. Überweg, System der Logik und Gesch. der logischen Lehren, Bonn 1874, § 69, p. 168 sgg.; F. H. Bradley, Principles of logic, Londra 1883, p. 181 sgg.; C. Sigwart, Logik, 4^{°} ed. a cura di H. Maier, Tubinga 1911, pp. 104 sgg., 239 sgg., 262 sgg.; H. W. B. Joseph, An introduction to logic, 2^{°} ed., Oxford 1922, pp. 192 sgg., 410 sgg.; R. Eisler, Wörterb. d. philos. Begriffe, II, 4^{°} ed., Berlino 1927, p. 259 sgg.; H. Lipps, Untersuchungen zu einer hermeneutischen Logik, Pranceforte s. M. 1938, § 10, p. 64 sgg., §§ 21-23, p. 121 sgg.; I. M. Le Blond, Logique et méthode chez Aristote, Parigi 1930, p. 84 sgg. v. anche logica.
Cornelio Fabro
II. Teologia: N. negativa o ipotetica. - Poiché diversa è la ragione per cui una cosa non può non essere, secondo che è fondata sulle cause intrinseche di essa (essenza), o sulle cause estrinseche (n. di conseguire il fine), devesi conseguentemente parlare, oltre che della n. assoluta o metafisica (fondata sulle cause intrinseche della cosa), della n. relativa o ipotetica (dedotta dal fine da conseguire).
Quest'ultima è fisica, quando senza la cosa richiesta non si può in alcun modo raggiungere il fine. E morale, quando senza lacos a richiesta si potrebbe, assolutamente parlando, raggiungere il fine, ma di fatto, attese le difficoltà esterne ed interne, il fine rimane, praticamente, sempre o quasi sempre irraggiungibile. Nel primo caso si ha la n. morale stricte dicta; nel secondo caso la n. morale late dicta.
Alla n. fisica, detta anche assoluta nell'ordine ipotetico in cui esiste (cf. Concilio Vaticano, sess. III, cap. 2 [Denz-U, 1786], e cap. 3 [Denz-U, 1808]) corrisponde l'impotenza fisica, che sorge o dalla natura stessa della facoltà impari all'atto, p. es., la vista è fisicamente incapace a percepire i suoni; o dalla mancanza di qualche condizione esterna sine qua non per l'atto, p. es., senza la luce e la debita distanza la vista è fisicamente incapace a percepire i colori. Alla n. morale, da non confondere con la n. etica che dice conformità alla suprema regola dell'agire (v. mo-
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RALITÀ), corrisponde l'impotenza morale (v. INCOMOo), che at ha quando la facoltà, sebbene fisicamente capace di un tale atto e di un tale fine, tuttavia non lo raggiunge per impedimenti di solito insuperabili (cf. Sum. Theol., 1^{6}, q. 82, a. 1). Cosi, quando si afferma che per una conveniente conoscenza della religione naturale è necessaria, al genere umano, di n. morale ipotetica, la Rivelazione, s'intende dire che tutti e singoli gli uomini normali hanno in sé la capacità fisica di conoscere il complesso delle dottrine e dei doveri religiosi di ordine naturale; però, di fatto, attese tutte le difficoltà e tutti gli ostacoli, la quasi totalità non conseguirà mai con le sole sue forze questa conoscenza; che è quanto dire : è moralmente incapace. Quando invece si dice che per conoscere le verità oggettivamente soprannaturali, p. es., i Misteri, o per compiere qualunque atto salutare, cioè meritorio della vita eterna, si richiede fisicamente, assolutamente, la Grazia come dono interno, s'intende dire che le facoltà naturali dell'uomo, intelletto e volontà, sono fisicamente incapaci a compiere tali atti di ordine soprannaturale, assolutamente trascendenti all'uomo, che perciò ha bisogno della Grazia, dono divino, che si inserisce nell'uomo come un nuovo principio di attività, che corrobora, purifica ed eleva le facoltà umane all'ordine soprannaturale (cf. Conc. Carth., con. 5 [Denz-U, ros], Conc. Araus. II, cann. 6-7 [Denz-U, 179-80]; Conc. Trid., sess. VI, cann. 1, 2, 3, [Denz-U, 811-13]).
Oltre la precedente distinzione tra n. morale fisica o assoluta, vi è quella tra n. di mezzo e n. di precetto, quando il fine da conseguire e specificamente la salvezza eterna. Una cosa dicesi necessaria di n. di mezzo, quando o per se stessa, o in virtù del piano divino, cioè per positiva ordinazione di Dio, è il solo mezzo per ottenere la vita eterna e gli aiuti necessari per conseguirla, di modo che la sua omissione, anche involontaria, mette nell'impossibilità di salvarsi.
Nel primo caso una tale n. è assoluta, e, senza la cosa richiesta, il fine non si può in alcun modo raggiungere, non può cioè essere supplita da altra cosa. Cosi la fede, la Grazia santificante. Nel secondo caso invece la cosa richiesta è solo ipoteticamente necessaria, cioè è l'unico mezzo ordinario per la salvezza, e in caso di impossibilità può essere supplito da un mezzo straordinario: cosil il Bittesimo di acqua, il Sacramento della Penitenza per i peccatori. Una cosa dicesi necessaria di n. di precetto, quando è richiesta per la salvezza, ma solo per un precetto divino, cosi che la sola omissione gravemente colpevole di essa impedisce la salvezza, mai una omissione incolpevole. Cosi la recezione dell'Estrema Unzione. Infine, come è chiaro, quelle cose che sono necessarie di n. di mezzo, lo sono anche di n. di precetto, poiché chi obbliga al fine obbliga anche ai mezzi necessari.
N. ha anche il significato di bisogno, cioè di mancanza delle cose necessarie alla vita. In questo senso essa ammette dei gradi : può essere estrema, grave, ordinaria; e secondo i vari gradi essa dà a colui che vi è soggetto diritti più o meno stretti all'assistenza dei suoi simili. N. ha infine il significato di costrizione, non fisica, esteriore, che allora prende il nome di coazione, ma di spinta, stimolo interiore. La n. è in questo caso considerata come una forza, alla quale non si può resistere, e che trascina inevitabilmente la volontà : si dice allora che uno agisce in stato di n .
V. FORZA MAGGIORE; LIBERTÀ.
Bibl.: C. Pesch, Praelect. dogmaticae, VI. De Sacramentis, Friburgo in Br. 1916, p. 190 sgg.; O. von Noort, De Sacramentis, I. Hilversum 1927, p. 161 sgg.; E. Amann, Nécessité, in DThC, XI, coll. 33-36; P. Parente, Anthropologia supernaturalis, Roma 1943, p. 54 sgg.
Giacinto Ameri
NECESSITÀ, stato di. - I. Diritto italiano. Lo s. di n. è disciplinato, nell'ordinamento italiano, cosi dal diritto penale come dal diritto civile. Il legislatore penale concepisce lo s. di n. come una causa di esclusione della punibilità (Cod. pen., art. 54); il legislatore civile collega al danno arrecato in s. di n. la corresponsione di un'indennità. Su queste
due norme deve costruirsi la definizione giuridica dello s. di n.
Secondo alcuni scrittori, soltanto ragioni psicologiche spiegano la non punibilità del fatto commesso in s. di n.: questo è allora concepito come una forza operante sull'animo dell'agente, sì da togliergli la libertà di determinarsi e di agire. Senonché da altri si è osservato esservi uomini che persino nelle circostanze più gravi della vita conservano freddezza e ponderatezza di giudizio: in conseguenza, la libertà di determinarsi e di agire può essere o meno tolta dallo s. di n.; mentre invece sempre è soppressa, in virtù di esso, l'oggettiva antigiuridicità del fatto.
Se si accoglie quest'ultima proposizione, deve concludersi che colui il quale agisce in s. di n. è sottratto, nonché alla pena, altresi alla norma penale : il suo atto assume la configurazione di atto non proibito. La condizione di non punibilità significa, quindi, esclusione del reato, vale a dire dell'illiceità penale dell'atto necessitato. A tale riguardo, si è anche osservato che, trovandosi l'art. 54 del Codice penale sotto il titolo "del reato", è evidente che lo s. di n. va rapportato all'antigiuridicità, come causa di esclusione di essa.
La tesi dell'esclusione dell'antigiuridicità trova, inoltre, un valido argomento in ciò, che il legislatore è consapevole di rjvolgere le proprie norme ad esseri umani i quali, in maggioranza, sono di media virtù, e che quindi non possono essere vincolati ad un comportamento tale da dirsi eroico; per cui, quando ricorrono gli estremi oggettivi dello s. di n., l'impero della norma giuridica viene meno. Si avrebbe, quindi, il riconoscimento positivo dell'antica massima "necessità non conosce legge".
Si riferisce ora, testualmente, il comma 1 dell'art. 54 Cod. pen.: «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo». Questa nozione legale dello s. di n. è stata fatta propria, in gran parte, dal legislatore civile : difatti, l'art. 2045 Cod. civ. stabilisce: «Quando chi ha compiuto il fatto dannoso vi è stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona e il pericolo non è stato da lui volontariamente causato né era altrimenti evitabile, al danneggiato è dovuta un'indennità, la cui misura è rimessa all'equo apprezzamento del giudice».
Mentre nel diritto penale lo s. di n. esime da sanzione, nel diritto civile esso non esclude l'obbligo di una forma di riparazione (indennità). Se ne deve arguire la sussistenza dell'illecito civile? Per quanto vari scrittori siano per l'affermativa, si deve ritenere che l'argomento per cui il legislatore non può vincolare gli uomini ad un comportamento eroico conservi la propria validità anche in presenza dell'art. 2043 Cod. civ., il quale non altera la natura giuridica del fatto compiuto in s. di n.: questo, e il danno che ne deriva, permane non antigiuridico. Malgrado la sua non antigiuridicità, il danno di cui si tratta produce ugualmente una reazione, caratterizzantesi per l'attribuzione al giudice di uno speciale potere di equo apprezzamento. In conclusione, il danno arrecato in s. di n. rientra tra quelle ipotesi eccezionali in cui la riparazione del danno non è vincolata alla condizione dell'antigiuridicità.
Bibl.: G. Tedeschi, Legittima difesa, s. din. e compensazione delle colpe, in Riv. dir. comm., 1931, p. 738 sgg.; A. De Cupis, Natura giuridica dell'atto necessitato, in Riv. crit. resp. civ., 1939, p. 161 sgg. (con ampia bibl.); E. Contieri, La s. di n., Milano 1939.
Adriano De Cupis
II. Diritto canonico. - Anche il CIC stabilisce che lo s. di n. nella maggioranza dei casi distrugge completamente la natura di delitto nell'azione che viene posta dalla persona in conseguenza di esso (can. 2205 § 2); mentre non la distrugge (benché diminuisca l'imputabilità) quando detta azione è intrinsecamente cattiva (aborto, apostasia, bestemmia), o afasi in aperto disprezzo delle fede (sacrizione e società condannate dalla Chiesa, celebrazione di matrimonio tra battezzati davanti a mi-
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nistro acattolico), o dell'autorità ecclesiastica (cospirazione contro il Papa e la gerarchia, ricorso al potere laico contro la potestà della Chiesa) o in detrimento delle anime (mancata residenza del parroco in parrocchia, amministrazione di Sacramenti agli indegni: can. 2205 § 3).
Così pure anche il CIC ammette che l'azione alttimenti proibita e che viene resa lecita e permessa dallo s. di n. può essere liberamente posta non solo a proprio vantaggio, ma anche a favore di terzi, membri della propria famiglia, o addirittura estranei.
Bial.: G. Sole, De delictis et poenis, Roma 1920, nn. 32-36; F. Roberti, De delictis et poenis, ivi s. d., pp. 153-57; G. Michiels, De delictis et poenis, I, Lublino 1934, pp. 199-200. 202-12; Werra-Vidal, nn. 90, 92-93; Matteo de Coronata, Institutiones iurix canonici, I, Torino 1948, n. 571: IV, ivi, nn. 1660, 1663, 1723.
Lorenzo Simones
## NECESSITÀ DELLA CHIESA. - Secondo la
dottrina cattolica è necessario appartenere alla Chiesa per raggiungere la vita eterna. In termini negativi questa verità si esprime con il celebre adagio: «Extra Ecclesiam nulla solus»: fuori della Chiesa non c'è salvezza. Multo discussa è l'interpretazione di tale assioma e perciò occorre determinare il senso preciso della necessità che si attribuisce alla Chiesa.
Gesù Cristo è la sola e unica sorgente della vita soprannaturale. "In nessun altro c'è salvezza; non c'è sotto il cielo altro nome dato agli uomini nel quale dobbiamo salvarci" (Act. 4, 13). E impossibile divenire amici di Dio se non per mezzo del Figlio, il quale si è fatto uomo per comunicare ai suoi fratelli la vita del Padre celeste. La Grazia santificante è, nell'anima del giusto, la partecipazione anticipata ma reale della natura divina. La visione beatifica non sarà una semplice sostituzione della Grazia, ma ne sarà la naturale efflorescenza, appena l'anima avrà raggiunto la patria. Tale giustizia interiore, prodotta negli uomini da Dio mediante Cristo morto e risuscitato, è, come dice il Concilio di Trento (Denz-U, 799), la sola causa formale della giustificazione e della salvezza. E dunque necessaria di «necessità di mezzo» ed è impossibile sostituirla con qualche altro elemento. Coloro che non sono stati rigenerati dalla Grazia di Cristo non possono contemplare la faccia del Padre celeste. Pertanto tale "necessità di mezzo " è da ritenere assoluta.
Per diffondere negli uomini la Grazia, di cui egli ha la pienezza, il Verbo Incarnato ha istituito il mistero del suo Corpo Eucaristico e del suo Corpo Mistico, che ne è il prolungamento e l'organo delle comunicazioni divine: "Se non mangerete la carne del Figlio dall'Uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita" (Io. 6, 54). Ora, precisamente la Chiesa esercita ed applica, mediante la virtù stessa del Cristo, tale attività sacramentale indispensabile. La Chiesa non è la causa formale dell'umana salvezza, ma piuttosto la causa strumentale rispetto a Dio e al suo Cristo. Dipendere da essa è pertanto necessario di «necessità di mezzo»: necessità stabilita per volontà positiva del Fondatore, non assolutamente per se stessa, quindi, di carattere relativo e "istituzionale».
Senza dubbio, la realtà vitale intrinseca che anima la Chiesa è assolutamente necessaria a tutti; ma i mezzi concreti di cui la Chiesa si serve per comunicare la vita soprannaturale non sono sempre alla portata di tutti gli uomini; è lecito perciò pensare che la volontà salvifica universale di Dio abbia provvisto a una tale deficienza di mezzi esteriori per altre vie. Infatti, la Tradizione insegna che il martirio (Battesimo di sangue), l'atto di carità o di contrizione perfetta (Battesimo di desiderio)
comunicano con ogni certezza i tesori concessi agli altri uomini dai Sacramenti. Il mezzo normale, dunque, per entrare in cielo è l'incorporazione attuale e perfetta alla Chiesa. Ma ci sono altri modi di entrare nel suo mistero interiore, oltre quello del rito sacramentale. I catecumeni uccisi per la loro fedeltà al Cristo e anche i bambini sottoposti al martirio (come gli innocenti di Betlemme) vennero sempre considerati dalla Chiesa in stato di salvezza, anzi snorati come santi. Un uomo, per questa via, si sottomette generosamente e senza limitazioni di sorta a quanto ha stabilito Cristo. E sinceramente disposto a rispettare tutte le istituzioni volute da lui, ma nell'ipotesi di una impossibilità o di una ignoranza invincibile, non si potrebbe pensare ad infliggergli una condanna perché non ha fatto uso di quei mezzi. Appartiene in qualche modo al Corpo Mistico e ciò è sufficiente per la salvezza. E sempre la Chiesa, continuazione di Cristo, la quale salva questi «figli dispersi».
Non si può pertanto parlare di contraddizione se, da una parte, Dio vuole che tutti si salvino e, dall'altra, istituisce un mezzo di salvezza che, sotto la sua forma visibile, non è accessibile a tutti. E sempre possibile il legame con la Chiesa, imperfetto ma tuttavia efficace, che viene in aiuto a questi lontani (v. battesimo; contrizione; martirio e martire; membri della chiesa).
La necessità di appartenere alla Chiesa non può essere tuttavia ridotta a una semplice "necessità di precetto». Certamente, tale obbligatorietà si impone a tutti coloro che conoscono il mezzo istituito dalla Provvidenza per la salvezza: essi hanno l'obbligo morale di entrare nella società cristiana visibile. Solo allora saranno "segnati" con il carattere del Battesimo ed elevati alla dignità di membri perfetti. Ciò nonostante, la Chiesa rimane causa di salvezza e non soltanto condizione. L'assistere alla Messa domenicale o il fare astinanza il venerdì, sono obblighi propri dei cattolici: non si tratta di atti che producono la vita eterna, ma soltanto di precetti da osservare per non perdere o per sviluppare la stessa vita eterna. La Chiesa, come organismo salvifico, è superiore a queste prescrizioni : non è soltanto obbligo l'appartenervi, ma è proprio in essa il principio della Grazia. Il protestantesimo non comprende tale carattere e dignità della Chiesa; si direbbe che esso rimpiccolisce la trascendenza divina della Chiesa, la quale è veramente la Città di Dio, discesa dal cielo in terra, la Sposa dell'Agnello che genera i suoi figli alla vita eterna.
Per i protestanti, essa non è che il luogo in cui si raccolgono i credenti in Cristo, la società costituita dalla giustapposizione di tutti i fedeli, imperfetti e peccatori, non l'organo mediante il quale Dio stesso si forma i suoi eletti. Secondo i "riformatori", sono i cristiani che formano la Chiesa; per i cattolici, invece, è la Chiesa che forma i cristiani. E evidente pertanto che gli uni e gli altri non possono avere lo stesso concetto di n. della C. Il « mistero» della Chiesa non è altro che la Rivelazione e la comunicazione di Dio stesso, sorgente infinita di verità e di vita, da Cristo diffusa nel tempo e nello spazio. Nel protestantesimo tale mistero svanisce in parte. I protestanti, mentre da una parte sono tormentati dalla nostalgia del ritorno, dall'altra gridano allo "scandalo" della Chiesa, invece di guardare soltanto le debolezze dei membri della Chiesa.
Come conclusione della dottrina opposta, occorre escludere certi tentativi di spiegazione teologica che, se non sono del tutto erronei, sono nondimeno superficiali o inesatti. Si è già accennato alla teoria della sola "necessità di precetto». Stando a tale dottrina, il famoso adagio "fuori della Chiesa non c'è salvezza" viene cosi spiegato: chiunque resta fuori della Chiesa per propria colpa non può raggiungere il cielo. Indubbiamente, Dio non priva della ricompensa se non chi è colpevole di peccato. Ma ci sarà sempre peccato in colui che rifiuta persino l'aggregazione spirituale all'organismo della salvezza, il quale è necessario per tutti, perché costituisce il Corpo
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Mistico, che è l'unica sorgente della vita soprannaturale. Il precetto non potrebbe essere per se stesso causa di risurrezione (si pensi alla legge giudaica nella luce del pensiero paolino), ma pure occasione di caduta. Ora la Chiesa non è il prolungamento della Legge, ma piuttosto la sua abrogazione. Un'altra teoria, che va al di là, materializzandola un po', di una immagine paolina, distingue tra il Corpo e l'Anima della Chiesa : appartenere all'Anima sarebbe "necessità di mezzo ", far parte del Corpo non sarebbe richiesto che di "necessità di precetto ". Una tale distinzione però è fallace e porterebbe la Chiesa al tipo e al regime della Legge. La società ecclesiastica, organizzata e gerarchicamente amministrata, non differisce, in realtà, dalla Chiesa-mistero o dalla Chiesa-spirito. Attaccandosi all'una, ci si attacca perciò stesso all'altra. Ma l'appartenenza all'una e all'altra può essere, come già si è spiegato, più o meno perfetta. Talvolta tale appartenenza si realizza unicamente mediante il Battesimo di desiderio, ma questo, per lo meno implicitamente, ha per scopo anche l'aggregazione al "corpo" e non soltanto all" anima ". Lo Spirito Santo, dice s. Agostino, vivifica soltanto i membri che sono nel corpo, di cui egli è l'anima. Aggiunge però che ci si può "incorporare", in certi casi, mediante un semplice desiderio e delle disposizioni interiori. E questo che importa soprattutto. L'incorporazione puramente materiale, infatti, che non escludease il peccato, non arrecherebbe utilità alcuna. Il desiderio sincero, al contrario, condurrà all'affiliazione sociale appena sarà realizzabile. Gli scolastici, dopo s. Agostino, hanno elaborato il loro pensiero con il sistema del "voto implicito". Tale dottrina ha il vantaggio di essere tradizionale, aderente alle espressioni e allo spirito delle Scritture e piena di equilibrio. La Chiesa così rimane nella sua dignità misteriosa di unico mezzo istituito per la salvezza e, mentre viene sollecitata apostolicamente a facilitare, mediante la sua espansione, l'ingresso di tutti gli uomini nell'unica navicella, contemporaneamente, mediante l'appartenenza spirituale, si esclude ogni apparenza di rigidezza e di inflessibilità, che sarebbero in contrasto con l'amore universale di Dio e del Redentore del mondo (v. chiesa; membri della chiesa).
BibL.: la norma direttiva dell'insegnamento cattolico su questo delicato argomento si trova nelle due encicliche di Pio XII: Mystici Cucperis (20 giugno 1923) e Ilumani generis (12 ag. 1930). Per le opere più recenti e più sicure v. nemibri della chiesa. Cf. inoltre: G. Philipp, La S. Chiesa cattolica, trad. it., Roma 1940, pp. 159-74; G. Favara, La necessità della Chiesa secondo s. Agostino, Acireale 1949.
Gerardo Philips
NECHAO. - Faraone d'Egitto della XXVI dimestia (609-595 a. C.), secondo del suo nome, figlio di Psammetico I, di cui continuò l'opera.
Erodoto (II, 158) ricorda di lui anzitutto lo scavo di una fossa per la navigazione dal Nilo al Mar Rosso (specie di anticipazione del canale di Suez) e altrove l'iniziativa da lui presa per la circumnavigazione dell'Africa per cura di marinai fenici (IV, 42). Poco dopo intraprese una campagna contro Nabopolassar, re d'Asstria (Erodoto, II, 159), e poiché il re Iosia di Giuda, malgrado il faraone avesse protestato di non marciare ai suoi danni (II Par. 35, 20-25, cf. Ier. 42, 11), gli andò contro (II Reg. 23, 29), fu vinto a Mageddo sul Cison presso il Carmelo e ucciso (II Par. 35, 23-24), lasciando il regno al figlio Ioachaz, che N. mise in catene a Rebla nel paese di Emath, mandandolo poi a morire in Egitto (II Reg. 23, 33-34; II Par. 36, 3); mise invece sul trono Eliacim, altro figlio di Iosia, con il nome di Ioakim e a patto che gli versasse una grande indennità d'oro e di argento (II Reg. 23, 34-36; II Par. 36, 3-4). A celebrare la vittoria, N. consacrò l'armatura ad Apollo Didimeo (Erodoto, II, 159). Poi fu battuto a Carchamis da Nabuchodonosor II nel 605 (Jer. 46, 2-26) e fu costretto a cedergli la Siria; dopo di che si ritirò in Egitto e non ne usel più (II Reg. 24, 7).
BibL.: J. H. Bressed, Ancient records of Egypt, IV, Chicago 1927, p. 497 sg.; G. Posener, Le canal du Nil à la Mer Rouge, in Chronique d'Egypte, 13 (1938), pp. 259-73; A. Calderini, I precedenti del canale di Suez nell'antichità, in Aegyptus, 20 (1940), pp. 414-31.
Aristide Calderini
NECKAM (Nequam), Alessandro. - Poligrafo e pedagogista, n. a St. Albans (Inghilterra) nel sett,
1157, m. a Kempsey (Worcestershire) nel 1217. Fu educato a St. Albans, poi divenne rettore della scuola a Dunstable. Prima del 1180 N. si recò a Parigi dove si dedicò allo studio anche della medicina e delle scienze naturali : e insegnò pure le arti liberali. Tornato in patria nel 1186, riprese la direzione della scuola a Dunstable, poi si fece canonico regolare a Cirencester, dove nel 1213 fu eletto abate.
Come di vasta cultura, poeta e scrittore fecondo, come "enciclopedico" N. sta fra Isidoro e Alberto Magno. Per il genere letterario, le sue opere occupano un posto eminente nella poesia didascalica. Di vedute larghe, si applicò allo studio dei classici antichi. Grammatico insigne, conosceva pure l'ebraico e nella sua esegesi biblica si trovano inizi di critica testuale. Il suo studio della natura presenta osservazioni immediate e pregevoli; N. è il primo autore europeo che fa menzione del compasso. Le sue opere sono quindi fonte di gran valore per la storia della cultura.
Molti scritti specialmente teologici sono ancora inediti. Tra i suoi commenti biblici sono da menzionare : Expositio in Cantica canticorum; Glossa super psalterium; Tractatus super paraboles Salamonis; Moralia super Evangelia lib. IV. Lasciè altri trattati, commenti e sermoni, poesie e favole.
BibL.: Testi : Alexandri N. De naturis rerum II. duo... De landibus dixinae sapientiae, ed. Th. Wright, Londra 1863, pp. 1334, 337-303; per le poesie, ed. A.Scheler, in Jahrbuch für romanische und englische Literatur, 7, pp. 60-74, 135-73; favole, ed E. P. Méril in Poésies inédites du moyen-âge..., Parigi 1834, pp. 169-75, 265-67. Studi : [W. Hunt], s. v. in Dict. of nation. biogr., XIV, p. 134; [C. R. Bexsley], s. v. in The Encyclopedia Britannica, XVI, p. 188 sg.; Manitius, III, pp. 773 sg., 784-94; E. R. Curtius, Europäische Literatur und latein. Mittelalter, Berna 1948, p. 37 sg.
Agostino Huber
## NECKER DE LA SAUSSURE, Albertine. -
Pedagogista, n. a Ginevra nel 1776, m. a Mornay il 13 apr. 1841. Precoce d'ingegno e spiritualmente educata dal padre, apprese varie lingue e dai numerosi viaggi e dalle relazioni con persone celebri del suo tempo trasse tesori di esperienze, specialmente pedagogiche. Intima della Staël, di cui era cugina, ne scrisse, subito dopo la morte, una vigile Notice sur le caractère et les écrits de M.me de Staël (Parigi 1818); ma l'opera che le acquistò un nome è quella che ella compose in solitudine (vedova di S. Necker, sola e quasi sorda): L'éducation progressive, ou Etude des cours de la vie (3 voll., I, Parigi 1828; II, Los