dre, apprese varie lingue e dai numerosi viaggi e dalle relazioni con persone celebri del suo tempo trasse tesori di esperienze, specialmente pedagogiche. Intima della Staël, di cui era cugina, ne scrisse, subito dopo la morte, una vigile Notice sur le caractère et les écrits de M.me de Staël (Parigi 1818); ma l'opera che le acquistò un nome è quella che ella compose in solitudine (vedova di S. Necker, sola e quasi sorda): L'éducation progressive, ou Etude des cours de la vie (3 voll., I, Parigi 1828; II, Losanna 1832; III, Bruxelles 1838).
In quest'opera la N. versa le sue esperienze personal e le sue ricerche originali, perché volle prima praticare quello che vivamente consiglia a tutte le madri, di osservare, cioè, e di seguire i propri figli e scriverne in un diario tutti i progressi nella vita fisica, ma soprattutto nella vita morale. Il concetto fondamentale della N. è questo : l'insegnamento deve andare di pari passo con l'educazione; l'uno e l'altra devono progredire, passo per passo, secondo lo sviluppo del fanciullo, prendendolo per mano e guidandolo per un cammino ininterrotto a sempre nuove e maggiori conquiste. La natura non ha in sé limiti nel tempo; nel tempo cambia solo la mano che conduce: da prima l'educazione è diretta da persone più sperimentate; poi nella fanciullezza sorge anche dalla cooperazione attiva dell'educando; infine diventa sempre più libera iniziativa e autoperfezionamento. Occorre inoltre, contrariamente al Rousseau, che vorrebbe educare una facoltà dopo l'altra, quasi queste s'impiantassero nell'educando successivamente a colpi decisi e teatrali, prendere tutte le facoltà insieme, l'educando tutto intero, seguendo lo sviluppo naturale e simultaneo delle facoltà. Educare un fanciullo vuol dire costruirlo internamente e farlo diventare uomo».
Seguendo questa idea fondamentale la N. espone le sue osservazioni sulla educazione fisica, intellettuale, morale e religiosa; ralcando molto sulla volontà, che è centro di attrazione e potenza direttrice, e sulla religione, che
## Page 1018
alla volontà conferisce energia e costanza. Come si vede la N. non vuole un'educazione soltanto "informativa"; ma la esige "formativa". Quanto alla educazione in particolare della donna, essa vuole che la fanciulla, più che non arricchirsi di cognizioni superficiali, si prepari seriamente alla sua vocazione di sposa e di madre, di prima e insostituibile educatrice dei suoi bambini, di guida sempre amata dei suoi figli, anche adulti.
L'opera è pervasa da uno spirito profondamente cristiano; né, quantunque l'autrice sia calvinista, trascende, se non di rado, a mostrare uno spirito di setta; ma, naturalmente, sotto questo aspetto religioso, è alquanto manchevole, non sfruttando quello che di forza e di energia è contenuto nella religione cattolica con i suoi Sacramenti, la devozione alla Vergine, il patrocinio e l'assistenza dei Santi. Il pensiero e l'opera della N. furono sempre molto stimati dai pedagogisti; tra i nostri, da G. Capponi, R. Lambruschini, A. Rosmini, il quale ne accolse molti risultati della indagine psicologica nel suo Principio supremo della metodica.
BibL.: Notice sur la vie et les écrits de M.me N. de la S., premessa all'ed. parigina del 1864 di L'éducation progressive; G. Allievo, Delle dottrine pedagogiche del Pestalozzi, del Girard, della N. de la S., Torino 1884, pp. 138-52; F. Felber, Erziehunggrundsätze der Frau N. de la S., Friburgo in Br. 1895; M. Zucco, Una pedagogista del sec. XIX, Torino s. a.; M. Mosante, Studio storico-critico sulla dottrina pedagogica di A. N. de la S., Torino 1920; E. Formiggini Santamaria, s. v. in Pedagogia, Roma s. a., pp. 854-61. Celestino Testore
NECROLOGIO : v. obituario.
NEEMIA (ebr. Nēhemjāh, Settanta Nee μ^{′} α[g], Volg. Nehemias). - Restauratore di Gerusalemme (sec. v a. C.) dopo l'esilio; era figlio di Helchia (Neh. 1, 1).
La sua azione è narrata da memorie autobiografiche entrate a far parte dei libri di Esdra (v.) e N. e s'incontra parzialmente con quella di Esdra, in un rapporto cronologico discusso dagli studiosi. E molto probabile la priorità di N. su Esdra (v. artaserse).
N. era giudeo vivente alla corte di Artaserse I di Persia, con l'ufficio di coppiere del re: certo era laico, forse eunuco. Informato (fine del 445 a. C.) da suo fratello Hanani degli ostacoli che si frapponevano alla piena ripresa della vita religiosa e civile di Gerusalemme, ottenne dal re di potersi recare personalmente sul posto, con l'incarico di governatore (pehāh) della città e ampi poteri. La ripresa della vita di Gerusalemme era arrestata da interessi di estranei, tali Sanaballat (ebr. Sanēbhallāt, accad. Sin-uballit), Tobia (Töbhijjāh) e Gossem (ebr. Gešem), signorotti e razziatori, con sede in località verso il deserto arabico, che spadroneggiavano nella città. Il primo provvedimento da prendere contro di loro doveva essere la ricostruzione delle mura, da essi sistematicamente impedita. Con energia mirabile e tatto diplomatico, tra le risorgenti opposizioni e i tranelli per catturarlo, N. raccolse le forze dei cittadini ed entro tre mesi dalla sua venuta ricostruì o riparò la cinta (gādhēr) di protezione della città. Da allora un servizio di guardia alle porte assicurò la vita agli abitanti. Più lungo fu il lavoro dedicato alla ricostruzione demografica e morale : ripopolamento, abbandono dei matrimoni misti, miglioramenti economici del popolo minuto. Le riforme ebbero una sanzione ufficiale e solenne in un nuovo bando della legge mosaica, con rinnovamento del "patto", fatto in occasione di una festa delle Capanne (non si sa di quale anno), con la collaborazione di Esdra (v.) lo Scriba, venuto appositamente da Babilonia. N. curò la raccolta dei libri biblici (cf. II Mach, 2, 13). Ca. 12 anni dopo la sua venuta, il grande riformatore tornò a corte.
Qualche tempo dopo, avendo avuto notizie allarmanti sulla stabilità dell'opera sua, per cedimenti nei buoni propositi e abuvi, tornò a Gerusalemme, ove pose mano a nuove riforme. Ma di questa seconda missione, come della fine di N., non si è informati, essendo il racconto biblico troncato all'improvviso con l'invocazione del personaggio: "Ricordati, o mio Dio, di me, per il bene" (Neh. 13, 21). Altri due influenti giudei, dello stesso periodo, si chiamarono N. (ibid. 3, 16; 7, 7).
BibL.: G. Ricciotti, Storia d'Impero, II, Torino 1934, p. 130 sgg.: A. Fernández, Un hombre de carácter: Nehemias, Gerusalemme 1940; E. Joannessen, Sindicr oser Esras of Nehemias Historie, Kopenhagen 1946; W. M. F. Scott, Nehemiah-Ezra?, in Expository times, 58 (1946-47), pp. 263-67; L. Bordas, La reforma del estado judio por Ezra y Nehemias, in Cultura biblica, 5 (1948), pp. 323-31. Giovanni Rinaldi
NEGHEBH. - Nella lingua ebraica (da un'antica radice semitica n g b "essere secco, arido") significa una regione arida, e, come termine di orientazione generale, indica il sud.
Come termine geografico, in opposizione alla "montagna" har, alla "pianura bassa" Sēphēlāh e alla "depressione" 'ārābhāh, designa la regione ora piana ora montuosa, monotona, solcata da ampi letti di corsi d'acqua quasi sempre asciutti, da Hebron sino a Cadesbarne, oggi 'Ajn Qudcja (cf. Gen. 18, 1; Num. 13, 20). In seguito, passò a significare il sud della Palestina (Gen. 12, 9; 13, 1; Ios. 15, 8; 18, 5).
Nella versione greca dei Settanta è reso con Nayéß o con Égngsog in ricordo della prima etimologia (Volgata terra oreus, Iude. 1, 15), ma più spesso con vóroc ( = sud) o λ i ψ ( = sud-ovest).
Nella distribuzione della Terra Promessa, il N. toccò in sorte alle tribù di Giuda e di Simeone (Ios. 10, 40; 12, 8); ma i confini, specialmente nella parte meridionale, non appaiono ben delimitati. Le città principali del N. sono elencate in Ios. 15, 21-32 e fra le principali sono ricordate Cadesbarne (Gen. 20, 1), Bersabee (Ios. 15, 28), Siceleg (ibid. 15, 31), Arad (Num. 21, 1).
Secondo i clan era distinto il N. dei Cerethei (I Sam. 30, 14), di Caleb (ibid.), di Giuda (ibid. 27, 10; 30, 14), dei Ierameeliti (ibid. 27, 10), e dei Ceniti (ibid.).
BibL.: F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933, p. 418. Sul significato di N. nei testi ugaritici cf. R. de Langhe, Les textes de Ros Shamra-Ugarit, II, ivi 1945, pp. 104 107.
Donato Baldi
NEGHELLI, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Nella parte meridionale dell'Etiopia, fu eretta il 25 marzo 1937, in occasione del generale riordinamento delle circoscrizioni ecclesiastiche nell'Impero etiopico, con territorio già appartenente in parte al vicariato apostolico dei Galla (che prese il nome di vicariato apostolico di Harar [v.]) e in parte alla prefettura apostolica di Kaffa (ora vicariato apostolico di Gimma [v.]).
La prefettura apostolica di N. fu affidata al Pontificio Istituto per le Missioni Estere di Milano, che intraprese con impegno l'apostolato in quella regione, dove i dissidenti e i maomettani rappresentavano un'esigua minoranza di fronte alla stragrande moltitudine di pagani. Ma la sconfitta dell'Italia nell'Impero etiopico portò la fine dell'attività evangelizzatrice anche a N., i cui missionari furono poi rimpatriati. La prefettura ha una superfice di ca. 95.000 kmq . Nel 1941 la popolazione era valutata a ca. 600.000 ab., di cui 232 erano cattolici, 850 catecumeni, ca. 14.000 dissidenti, ca. 7000 musulmani ca. 580.000 pagani. Vi erano già 14 sacerdoti esteri, 2 fratelli laici esteri, 5 catechisti, 3 quasi parrocchie, 2 stazioni missionarie principali, 1 secondaria, 1 chiesa, 8 cappelle, 4 scuole elementari e 1 professionale, 2 dispensari, 4 orfanotrof, I lebbrosario.
BibL.: AAS., 29 (1937), pp. 365-66; MC, Roma 1950, p. 87. Carlo Cervo
NEGLIGENZA. - Si oppone in genere a diligenza (v.), ed è trascuratezza di volontà nel proprio
## Page 1019
dovere e nelle proprie azioni. Ha riflessi in campo morale, in quello giuridico-penale ed ascetico.
I. Sotto l'aspetto morale. - Indica o la mancanza di sollecitudine per l'esecuzione del dovere o la sua omissione totale (Sum. Theol., 2ª-2^{20}, q. 54, a. I ad 3). 1) Il dovere è la materia principale; ma anche le azioni libere non vi sfuggono, in quanto, avendo l'intelletto conosciuto e pesato il meglio, non si dà premura nello scuotere e dirigere la volontà con le altre energie alla esecuzione. Causa ne è la noncuranza o la cattiva volontà o il disprezzo. Nel concetto specifico la n. è essenzialmente atto interno dell'intelletto, il quale non agisce sulla volontà; e qui sta la nota differenziale da altri difetti consimili come la pigrizia, che indica propriamente il differire l'opera oltre il tempo prescritto, il torpore, che si concretizza nell'esecuzione rimessa, l'incostanza, per cui la volontà recede per impedimenti esterni. Sotto questo aspetto la n. è peccato specifico contro la prudenza, cui s'oppose per difetto (praecipiendi), ed è per sé veniale, per la ragione che il non realizzare sollecitamente quanto è conosciuto fattibile, nasce da qualche affetto meno retto; è peccato mortale, quando si riferisce a cose necessarie alla salvezza eterna o procede da volontà che disprezzi le cose spirituali, recedendo totalmente dalla carità di Dio (ibid., a. 3). Essa comunque è una delle più deplorevoli infermità morali, feconda di miserie d'ogni specie nella vita individuale, familiare e sociale.
Ad individuare bene l'entità morale della n. giovano le sue manifestazioni. Chi senza proporzionata causa omette o differisce il proprio dovere, è negligente. Il fatto si riferisce o ad un caso singolare o a più consecutivi; nella prima ipotesi la n. importa un'unica responsabilità contro la virtù propria dell'atto comandato. Ma se la n. diviene abitudine con più atti consecutivi, la responsabilità, in armonia con la dottrina degli atti umani, è duplicata. Innanzi tutto l'omissione, prevista, almeno in confuso, comporta una responsabilità; inoltre ogni volta che l'agente avverte la propria n. e non pone la necessaria cura per superarla, assume una responsabilità distinta in causa. Questa n. abituale è da considerarsi specialmente nel professionisti e in chi abbia assunto impegni specifici, quando non si tengono aggiornati o non rispondono alle legittime richieste. Ma non ne è esclusa la massa. Oggi in materia religiosa ed etica sono diffusi pregiudizii, superficialità, ecc.: una fra le cause principali è la n. comune dei doveri religiosi (istruzione, ecc.). Fissare però i limiti della gravità della n. è difficile, tanto più che per contrarre una colpevolezza distinta, si esige che si abbia cognizione della medesima.
II. Sotto l'aspetto giuridico-penale. - Qui vale pure il principio che l'esterno riflette lo stato psicologico dell'agente; quindi la legge dà alla n . la fisionomia specifica di omissione della debita diligenza nell'osservanza del proprio dovere, venendovi meno o causando danni per mancanza delle cautele opportune.
Il CIC parla solo di omissione della debita diligenza, mentre il Codice penale italiano parla pure di imprudenza, imperizia e inosservanza di leggi, regolamenti, ecc.: canonicamente questi elementi possono farsi rientrare nella n. Il CIC, mentre in sede di dottrina (cann. 2199,2203 \S \mathrm{I}, 2229 \S 3,2^{°} ) parla di omissione di debita diligenza, nelle applicazioni usa il termine di n. e derivati.
La n., supposti gli estremi necessari, è colpita
in misura della colpevolezza relativa. Il CIC la pone con l'ignoranza fra le cause del delitto colposo (o quasi delitto : can. 2199); il Codice penale italiano (art. 43) fra il delitto doloso e colposo inserisce il preterintenzionale : distinzione che, non mutando sostanzialmente i concetti, serve a determinare meglio in un individuo la responsabilità.
La n. dà luogo a responsabilità civile e penale (CIC, can. 2210 § 1; Codice civile italiano, art. 2043): 1) nell'omissione volontaria del dovere, 2) nell'omissione delle cautele opportune in caso di danni. Non è necessaria la previsione del danno, basta l'inosservanza colpevole delle cautele. Si applica la dottrina degli atti umani: se un effetto antigiuridico è inteso dall'agente, si ha il volontario diretto (in diritto penale, delitto doloso) : se l'agente non l'intese, ma pone un'azione da cui dovrebbe prevederlo causato, si ha il volontario in causa (delitto colposo). Che se l'agente, pur non intendendo l'effetto antigiuridico, lo previde, la colpa è prossima al dolo (CIC, can. 2203 § I).
Il fondamento della responsabilità in caso di omissione sta nella violazione della legge; in caso di mancata diligenza sta nella trascuratezza dell'obbligo generale, insito in ogni legge, d'evitare non solo ogni azione illecita, ma anche d'usare i mezzi opportuni per non causare danni.
La misura della n. è la mancata diligenza. Secondo l'espressione classica nelle azioni è richiesta la diligenza del «buon padre di famiglia» (CIC, can. 1523; Codice civile italiano, art. 1176). Si possono distinguere due gradi di n.: 1) grave, se si omette la diligenza solita ad usarsi negli affari rilevanti : 2) leggera, se non si usa tutta quella che si potrebbe. I canonisti antichi parlavano di n. leggerissima. Solo la n. grave, o che tale appaia esternamente, è giuridicamente imputabile (can. 2218 § 2), salvo il can. 2222; posta però la trasgressione esterna, chi invoca la n. leggera, deve provarla.
La n., come altre cause, scusa dalle pene latae sententiae, se la legge esige la piena cognizione e deliberazione coi termini «praesumpserit, temerarie, scienter», ecc.; diversamente non scusa (can. 2229).
Colpita da sanzioni è la n. in quanto indica dilazione del dovere proprio o nell'esercizio dei propri diritti (cann. 188, 2^{°} ; 274,5 ; 343 § 1 ; 410 § 3 ; 432; 512 § 2,1^{°} ; 1457 sgg.; 1634 § 1 ; 1881 ecc., 1902, 2^{°} ; 1895 ; 2398; in genere, can. 35), omissione totale o parziale del dovere (cann. 617; 2182-85, in rapporto al can. 2382 ; 2348 ; 2403 ), esecuzione trascurata (cann. 2182-85; 2383; 2378), disprezzo dell'autorità (can. 2393).
III. Sotto l'aspetto ascetico. - La S. Scrittura e i Dottori insistono nel condannare la n., quale causa probabile della perdita della Grazia e della gloria (I Tim. 4, 14; I Cor. 16); e raccomandano la vigilanza e la premura del servo fedele e prudente. Qui però la n. è spesso confusa con l'accidia (v.).
BISL., V. colpa: diligenza: inoltre: Gaetano de Bergamo, Le quattro virtù cardinali, Roma 1780, pp. 70-73; C. R. Billuart, Curros theologize, II. Brescia 1838, p. 218; G. Michiels, De delictis et poenis, I. Lublino-Brassebaat 1934, pp. 105-13; M. Conte a Coronata, Institutiones iuris canonici, IV, Torino 1935, nn. 1631-67, 1681, 1718; M. A. Janvier, Esposizione della morale cattolica. Morale speciale. VII, La prudenza cristiana. Quaresima 1917, Torino-Roma 1937, pp. 465-79.
Sisinio da Romallo
NEGOZIO GIURIDICO. 4^{i} Si definisce comunemente come una manifestazione privata di volontà rivolta ad uno scopo pratico (costituzione, modificazione, estinzione di una situazione giuridicamente
## Page 1020
rilevante), tutelato dall'ordinamento giuridico. Ma per chiarirne meglio la nozione occorre aver riguardo all'autonomia privata, cioè al potere - tutelato dall'ordinamento giuridico - che hanno i singoli di regolare i propri interessi. Quando l'ordinamento stesso riconosce l'utilità sociale di un determinato atto di autonomia privata e vi ricollega effetti giuridici attraverso i quali si attua lo scopo pratico voluto dal privato, il negozio diviene n. g.: che può quindi più computamente essere definito come un atto di autonomia privata, cui l'ordinamento giuridico ricollega effetti destinati ad attuare la funzione socialmente utile che ne caratterizza il tipo (Betti).
Il n. g. costituisce la categoria più importante degli atti volontari e leisti. Il criterio di distinzione fra l'atto giuridico (v.) in senso stretto e il n. g. andrebbe cercato, per alcuni autori, in ciò, che mentre gli effetti del primo non sono stabiliti dalla volontà delle parti, nel secondo sarebbe proprio questa volontà che tende a produrre determinati effetti giuridici. A questa opinione si è tuttavia obbiettato che gli effetti del n. g. si producono, in realtà, non in quanto voluti dalle parti, rivolte esclusivamente al conseguimento di uno scopo pratico, ma perché l'ordinamento giuridico, valutando favorevolmente questo scopo, vi ricollega determinati effetti giuridici. Tanto è vero che nel n. g. possono aversi effetti addirittura non voluti o almeno non previsti dalle parti.
Gli elementi del n. g. si sogliono distinguere comunemente (ma l'esattezza della classificazione è discussa) in essenziali, naturali ed accidentali. I primi sono quei requisiti senza i quali il n. g. non potrebbe esistere; e sono, oltre ad uno o più soggetti legittimati (competenti, cioè, ad ottenere gli effetti giuridici propri del regolamento di interessi cui è predisposto il negozio), la volontà, una forma di manifestazione della volontà, e lo scopo pratico che si vuol raggiungere, il quale prende il nome tecnico di causa. Gli elementi naturali sono quegli effetti giuridici che derivano dalla natura del negozio e che dalla legge vengono riconnessi al negozio stesso (ad es., garanzia per l'evizione nella compravendita), ma che possono venire esclusi dalla volontà delle parti. Gli elementi accidentali, infine, sono modalità introdotte dalla volontà delle parti con effetto di modificare in qualche modo il contenuto del n. g.; fra essi i più comuni sono la condizione (v.), il termine (v.) e il modo (v.).
Per quanto riguarda il soggetto legittimato esso è, di regola, il titolare dell'interesse di cui si vuole attuare il regolamento; ma può, eccezionalmente, essere diverso dal titolare (tutore, curatore, procuratore, creditore pignoratizio [v. anche RAPPRESENTANZA]).
La causa costituisce la funzione economico-giuridica, la caratteristica costante del negozio; essa non è da confondersi con il motivo che può spingere a compiere il n. g. (Tizio compra una casa per abitarvi), ma solo la finalità che immediatamente si vuol conseguire e che chiunque ponga in essere il negozio consegue, cioè la funzione economico-sociale del negozio stesso (nel citato caso della compravendita di una casa, causa è lo scambio fra la cosa e il prezzo).
La volontà, elemento centrale del n. g., deve essere vera e seria (non, ad es., ioci causa) e manifestata. Occorre poi che fra volontà e manifestazione non vi siano divergenze, quali si hanno, ad es., se alcuno sia costretto con violenza (v.) ad una dichiarazione e nei casi dell'errore (v.); del dolo (v.); della riserva mentale (v.) che si ha quando alcuno fa una dichiarazione che per sé dimostrerebbe una determinata intenzione, mentre tale intenzione manca e si tace qualcosa che modifica il tenore della dichiarazione, dandole un significato difforme da quello che la circostanze comporterebbero (il dichiarante rimane però ugualmente vincolato nei limiti della dichiarazione effettivamente compiuta); infine della simulazione (che si ha quando, in un n. g. bilaterale, la reciproca dichiarazione delle parti non corrisponde al loro effettivo volere, in quanto i contraenti fingono di porre in essere un negozio diverso da quello che vogliono realmente compiere).
Per quanto riguarda la manifestazione della volontà, essa può attuarsi o con la immediata realizzazione dello scopo (occupazione di una res nulliss o derelicta); o tacitamente, cioè attraverso un contegno incompatibile con una volontà diversa da quella deducibile dai fatti (si intende abbia accettato l'eredità chi, ad essa chiamato, si comporti come erede); o mediante l'impiego di parole, scritti, cenni.

La legge prevede poi dei casi nei quali si deve far ricorso a forme determinate: negozi solenni (per questo concetto e per la distinzione fra n. g. unilaterali, bilaterali o complessi, inter vivos o mortis causa, pubblici o privati e per le distinzioni che possono particolarmente applicarsi al diritto canonico, v. atTO GIURIDICO).
Quando manchino o siano deficienti o comunque viziati gli elementi costitutivi del negozio o i presupposti di questo, l'ordinamento giuridico stabilisce, secondo i casi, la nullità, l'annullabilità o la rescindibilità del n. g. (v. NULLITÀ; RESCISIONE).
La teoria del n. g. è stata elaborata dalla dottrina in epoca piuttosto recente (probabilmente nel sitiI sec.), ma il nome non è usato dal legislatore, né canonico né civile. Per quanto riguarda l'ordinamento positivo italiano si è posta la questione se esso ammetta o meno la nozione del n. g.; questione che può risolversi in senso affermativo, avuto riguardo a quanto disposto dall'art. 1324 Cod. civ., per il quale le regole dettate per il contratto si applicano, se compatibili, anche agli atti unilaterali aventi contenuto patrimoniale; il contratto è quindi, per il Cod. civ., il n. g. fondamentale.
Anche la terminologia relativa ai requisiti non è impiegata dal legislatore con il medesimo significato attribuitole dalla dottrina (v., ad es., il termine causa, usato del CIC talvolta per indicare il motivo, cann. 42, 84, 1233 § i, ecc., talaltra in senso proprio, can. 1087 § a).
Btell: V. Sclaleia, N. g., 2ª ed., Roma 1938; id., N. g., in Nuovo digesto italiano, VIII, col. 973 sgg.; E. Betti, Teoria generale del n. g., Torino 1943; 2ª ed. ivi 1951; M. Allato, Teoria generale del contratto, ivi 1943; P. Cipratti, Lezioni di diritto canonico. Parte generale, Roma 1943, pp. 136 sgg.; G. Stolfi, Teoria del n. g., Padova 1947; L. Ceriota-Perrara, Il n. g. nel diritto privato italiano, Napoli 1947; A. Mossineo, Dottrina generale del contratto, Milano 1948; A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, 5^{2} ed., Padova 1950, p. 117 sgg.; R. Scognamiglio, Contributo alla teoria del n. g., Napoli 1950.
Rodolfo Danieli
NEGRI, Ada. - Poetessa, n. di umile famiglia a Lodi il 3 febbr. 1870, m. a Milano l'ir genn. 1945.
Affidò al romanzo Stella matutina (1921) il ricordo della sua tormentata giovinezza. Grande interesse suscitò il primo volume di versi Pattelità (1892), enfatica esaltazione delle idee socialiste, con qualche spunto antielericole. Minore il successo di Tempeste (1894), che ripeteva gli stessi motivi. Dopo il matrimonio, dedicò alla maternità l'omonimo volume di versi (1904), nel quale il dolore dell'uomo e il mistero dell'anima trovano, perché appronfonditi dall'esperienza, efficace espressione. Una ancor più osservata esplorazione interiore muore la raccolta Dal profondo (1910) e sospinge la N. a un più scuto senso di solitudine (L'esilio, 1914). Dopo il Libro di Mara (1919), vigorosa, spesso cruda espressione di un amore di tarda giovinezza, improvvisamente troncato dalla morte, si ha un ripiegamento verso la contemplazione, talvolta dolorosa, della natura con I canti dell'Isola (1924). Da allora il pensiero della N. si volge più decisamente a Dio (Vespertino,
## Page 1021
1930; Il dono, 1936). Attendendo a Fons amoris, volume postumo ( 1946 ) che pud ritenersi il suo testamento spirituale, pensò di allestire una trilogia in prosa: S. Caterina da Siena, s. Teresa del Bambino Gesù, s. Francesca Saverio Cobrini; apparve solo il saggio sulla Santa di Lisieux. Il Crocifisso rotto, a cui la N. aveva dedicato una delle sue più significative pagine spirituali, per sua volontà testamentaria le fu posto accanto e chiuso con lei nella bara.
Gli innegabili influssi di Leopardi, Carducci, Pascolli e d'Annunzio non pregiudicano la precisa originalità di tono della poesia della N. L'indagine morale sui problemi della vita viene partecipata con un susseguirsi di immagini colorite, logicamente serrate e aliene da ermetismi. Né la chiarezza della sua poetica (poesia di sentimento, non sentimentale) si adagia nel ritmo con crepuscolare compiacenza, ma risolve in sé, in suprema armonia, quegli interiori paesaggi dell'anima scoperti da una sincera commozione lirica: ribellioni, scoramenti, rancori e un amaro senso della vita si placano infine in una progrediente illuminazione interiore, nella genuina comprensione dei valori cristiani, nella definitiva e integrale adesione alla fede cattolica, nell'ansia di partecipare ad altre anime la raggiunta serenità spirituale. Della N. è all'Indice il volume Fatalità (decr. 14 luglio 1893).
Bibl.: Ed.: Poesie, Milano 1951. Studi: A. Mannino, A. N., Roma 1933 (con bibl.); M. Signorile, A. N., Torino 1942; D. Mondrone, Il sere o dell'al di là sagli ultimi conti di A. N., in Sertitori al tragurdo, IV, Roma 1947, pp. 5-22; id., Gli ultimi noxi di A. N. visti dal suo carteggio toadito, ibid., pp. 23-39; L. Ucolini, Informazioni riservate su A. N., in Nuova Antologia, 83 (1948), p. 325 sgg.; V. Schilirò, L'itinerario spirituale di A. N., Catania 1948.
Enzo Navarra
NEGRI, Francesco. - Monaco fattosi protestante, n. a Bassano nel 1500 dalla nobile famiglia dei Buonamonti (cognome che abbandonò, per quello di Negri), m. a Cracovia nel 1563 . Professó fra i Benedettini a S. Giustina (Padova); passò apertamente all'eresia nel 1523 \mathrm{e} \mathrm{fu} \mathrm{a} \mathrm{Strasburgo} ,\mathrm{dal} \mathrm{I} 529 \mathrm{al} \mathrm{I} 53 \mathrm{I}.
Tradusse in latino i Commentari delle cose de' Turchi di Paolo Giovio, e ne dettò la prefazione Filippo Melantone. Nel 1538 passò come insegnante di lingue classiche a Chiavenna, dove compose il poemetto Rhaetia, sive de situ et moribus Rhaetorum ( 1549 ); aveva già scritto la tragedia satirica intitolata Libero arbitrio ( 1546 o 1547), ampliata nel 1550, tradotta due volte in francese, poi in latino dal N. stesso, e nel 1589 in inglese. Nella controversia fra Agostino Mainardi (v.) e Camillo Renato, (v.) il N., pur essendo di idee meno estreme del Renato, parteggiò apertamente per lui. Nel 1546 , il N. si recò a Zurigo presso il Bullinger, e nello stesso anno partecipò pure a certe adunanze segrete di amabattiati a Vicenza e, pur continuando nel contrasto con il Mainardi, si staccò infine dal Renato. Nel 1550 , il N. pare si recasse di nascosto a Venezia per partecipare a un convegno segreto di sessanta amabattisti. In quello stesso anno il N. componeva lo scritto De Fanini Faventini ac Dominici Bassanensis morte, in cui, prendendo lo spunto dalla condanna a morte di Fanino Fanini e di Domenico Cabianca (cf. A. Casadei, F. Fanini da Faenva, in Nuova rivista storica, 18 [1934], pp. 168-99), attaccava violentemente l'Inquisizione. Nel 1552 celebrava le imprese di Maurizio di Sassonia, sperando di vederlo avanzare sull'Italia per sostenere la causa della "riforma ". Dal 1555 al 1559 fu a Tirano; forse come non pochi italiani inclinava già verso l'anidrinitarismo, e nel 1562 , con il figlio Giorgio, partì per la Polonia; mantenne tuttavia buoni rapporti con i capi svizzeri. Morì l'anno seguente a Cracovia, mentre si apprestava a tornare in Svizzera, dove lasciava moglie e figli nella più grande miseria.
Bibl.: E. Comba, I nostri protestanti, II. Firenze 1897, pp. 299 sgg.; G. Zonza, F. N., l'eresico e la sua tragedia - Il libero arbitrio v. in Giornale storico della letter. ital., 47 (1916), pp. 264 324; 48 (1917), pp. 108-60; F. C. Church, I riformatori italiani, trad. n., I. Firenze [1933], pp. 136 sgg., 249 sg., 286, 308; II, pp. 165, 168 sg., passim; D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, Firenze [1939], pp. 54 sgg., 130. Franco Bolgiani
NEGRI, Gaetano. - Storico, n. a Milano l'1 1 luglio 1838, m. presso Varazze il 31 luglio 1902.
Partecipò alla campagna del 1859 ed alla lotta contro il brigantaggio del Mezzogiorno (1860), poi, lasciata la milizia, entrò nella vita pubblica e fu uno dei maggiori rappresentanti del partito moderato come consigliere comunale (1873), assessore e sindaco di Milano (1884-89). Deputato al Parlamento, entrò nel Senato nel 1890 .
Si occupò dei problemi religiosi più in voga al tempo suo, seguendo l'indirizzo segnato dal Renan nelle sue opere e tenuto volentieri anche in Italia da coloro che, abbandonando ogni tradizione confessionale, proclamarono la massima del libero pensiero, pur tenendosi lontani dal settarismo anticlericale. Però le sue opere, che al tempo suo incontrarono favore nei seti colti, sono ormai antiquate. Si notano, fra quelle di carattere piuttosto filosofico: Segni dei tempi (1892), Rumori mondani (1892), Meditazioni vagabonde (1897) che furono messe all'Indice (decr. 9 sett. 1897). Di carattere più strettamente religioso e storico: Il cristianesimo nella storia (1872), La crisi religiosa (1877), La morale e la religione nella storia (1879), Il Vangelo dell'apostolo Paolo (1882). Ultima opera: L'imperatore Giuliano l'apostata (1901) che ebbe quattro edizioni. Alcune biografie completano la sua produzione storica.
Bibl.: Opere di G. N., principalmente a cura di M. Scherillo, 6 voll., Milano 1892-1903, con varie introd. di M. Scherillo, G. della Valle, P. Villari, B. Croce, Letterati della nuova Italia, VI, Bari 1929, pp. 283-96; A. Del Vecchio Veneziani, G. N., Roma 1934; cf. anche G. Prezzolini, Repertorio bibliogr. 19421913, II, Roma 1936, p. 689.
Pio Paschini
NEGRI, Paola Antonia. - Mistica, al secolo Virginia, n. a Castellanza presso Gallarate (Milano) nel 1508, m. a Milano il 4 apr. 1555 . Fu tra le prime ammesse da a. Antonio M. Zaccaria nel nuovo Ordine delle Angoliche di S. Paolo (1535). Eletta maestra delle novizie fu, per i doni soprannaturali di cui parve fornita, sebbene illetterata, oggetto di ammirazione da parte di personaggi eminenti.
Più volte nel Veneto, a Vicenza, Verona, Padova, Venezia, ovunque esercitò straordinario ascendente che fruttò insigni conversioni e vocazioni religiose. Ciò urtò la suscettibilità politica della Repubblica che, col pretesto di accuse non ben precisate e meno ancora provate, bandida tutto il territorio veneto i Barnabiti e le Angeliche (1551). La visita apostolica che ne segui impose a queste la clausura e alla N. la segregazione nel monastero di S. Chiara (1552). Avuta però licenza di ritirarsi presso una famiglia, quando si presentò alle Clarisse per rientrare in monastero, non fu accolta per la debole salute. Ricoverata presso persone devote, vi morì a 47 anni.
Qualunque sia il giudizio definitivo su di lei, la N. resta sempre una delle figure più caratteristiche del movimento religioso della prima metà del ' 500 .
Le Lettere spirituali della devota religiosa angelica P. A. N., milanese. Vita della medesima, per cura di G. B. Fontana (Roma 1576) è opera poco attendibile, perchéla vita risente del panegirico, e le lettere sono in gran parte del p. G. Besozzi.
Bibl.: O. Premoli, Storia dei Barnabiti nel Cinquecento, Roma 1913, pp. 46-49; 79-81; 92-99; G. Feyles, Serafino da Fermo, ivi 1941, pp. 31-34.
Mario Gaspari
NEGROMANZIA: v. Divinazione; magia.
NEGRONI, Giovanni Francesco. - Cardinale, n. a Genova il 3 ott. 1629, m. a Romail 1^{0} genn. 1713. Creato da Alessandro VII protonotario partecipante e referendario dell'una e dell'altra Segnatura, ebbe poi il governo di Terni, di Fabriano, di Jesi, di Spoleto, delle Romagne, Umbria e Campania, con il compito di eliminare il banditismo. Clemente IX lo ascrisse tra i chierici di Camera.
Vincinato da Innocenzo XI tesoriere generale, risollevò le finanze dello Stato. Il 2 sett. 1686 fu, dallo stesso Pontefice, creato cardinale diacono di S. Cesareo e inviato come legato a Bologna, ove, per la sua intransigenza,
## Page 1022
si attirò l'odio dei magnati e del popolo. Dal 1687 al 1697 fu vescovo di Faenza.
BibL.: G. B. Semeria, Secoli cristioni della Liguria, I, Torino 1843, p. 316; Moroni, XLVII, pp. 261-62; Pastor, XIV e XV, v. indice.
Fausto Fonzi
NEGRONI, Veronica, beata. - Mistica agostiniana, n. a Binasco (Milano) nel 1445, m. il 13 genn. 1497 nel convento di S. Marta a Milano, ove era entrata a 22 anni e ove passò tutta la sua vita.
Fin da bambina umile e semplice, fu poi suora questuante e si sottomise a dure privazioni ed al cilicio, senza riguardo alle sue penose condizioni di salute. Ebbe frequentissime visioni: in seguito ad una di esse si recò a Roma da papa Alessandro VI, che l'accolse benevolmente. Ebbe estasi, rivelazioni teologiche, il dono di penetrazione degli altrui pensieri e della profezia. Leone X ne concesse il culto al monastero di S. Marta il 15 dic. 1517. Festa il 13 genn.
BibL.: ne scrissero la vita: il domenicano Isidoro Isolani, Milano 1518, trad. it. di A. Gallarato, Brescia 1581, ripubblicata in Acta SS. Iannarii, L'Anversa 1643, pp. 887-929; il card. F. Borromeo, in Philagios, II, { }^{°} Milano 1623, ed. Yrarissima, sunto in A. Saba, Federico Borromeo e i mistici del suo tempo..., Firenze 1933, pp. 8-11; anon., Vita e visioni della b. V. monaca del monastero di S. Marta di Milano, Milano 1685 e 1755; P. Moiraghi, La b. V. da Binasco, Pavia 1897.
Renata Orazi Ausenda
NELLI, Ottaviano (Ottaviano di Martino di Nello). - Pittore, n. a Gubbio ca. il 1375, m. probabilmente prima del 1450 . Fu molto attivo, specialmente in Umbria.
A Gubbio sono conservati, oltre alla sua prima opera nota, la Madonna del Belvedere (1403) in S. Maria Nova, eseguita a tempera su muro, il ciclo di affreschi non datati in S. Agostino e quello recentemente scoperto in S. Francesco con Storie della Vergine; sono perduti invece gli affreschi della cappella in S. Pietro del 1438. Molto nota e importante per la schiera dei collaboratori è la decorazione della cappella di Palazzo Trinci a Foligno (1424). Altri cicli pittorici sono ad Urbino, dove il N., negli aa. 1411, 1420, 1428, 1432, si recò a lavorare in più riprese in S. Maria del Lomo e negli oratori di S. Gaetano e S. Croce. Tra i dipinti su tavola meritano menzione il polittico di Pietralunga (1403) e lo Sposalizio di s. Francesco e la Povertà nella Pinacoteca Vaticana.
La sua appartenenza alla corrente del gotico internazionale con riferimento alla pittura senese e alla miniatura francese e lombarda spiega le affinità con i fratelli Salimbeni e con Gentile da Fabriano, sul quale, secondo un'erronea affermazione del Cavalcaselle, avrebbe influito. Il confluire dei vari influssi non altera la personalità del N. che, per quanto non altissima, permise al pittore di mantenere caratteri propri pur nel linguaggio comune del tempo. Non riusci tuttavia a mantenersi ad un livello qualitativamente costante; dalla fine ed aggraziata Madonna del Belvedere (considerata il suo capolavoro), dai colori armonicamente fusi, a cui possono essere avvicinati gli affreschi di S. Agostino a Gubbio per la
perfezione dell'esecuzione, la ricercatezza della tavolozza, la forza espressiva, si passa agli affreschi di Foligno, di un cromatismo più ricco ma meno raffinato, dove anche la ricerca luministica viene accentuata con effetti di maggior vivacità ed immediatezza che nuocciono però all'eleganza dell'insieme; lo stesso si può dire per le Storie della Vergine a Gubbio, che tuttavia mantengono una certa grazia. Questa trascuratezza si accentua nelle opere ultime, forse per un sempre più largo intervento di collaboratori.

(tol. Uob. fol. naz.)
Nelli, Ottaviano - Madonna in trone fra angeli e santi - Gubbio, chiesa di S. Maria.
Soppressa la Compagnia di Gesù (1773), la missione car-
natica fu affidata ai Padri delle Missioni Estere di Parigi con il nome di Missione malabarica, che più tardi divenne missione della Costa Coromandelica e fu elevata (1836) a vicariato apostolico con residenza a Pondicherry. Il territorio, nel 1843, fu trasferito al vicariato apostolico di Madras dove, nel 1875, giunsero i missionari di Mill Hill, che si dedicarono soprattutto ai Telegu dei distretti di Guntur, Kurnool, N., Annantapur, Cuddapah. Questi distretti, con una parte di quello di Chittor, staccati dalla arcidiocesi di Madras, costituirono la prima giurisdizione territoriale della diocesi di N., eretta il 3 luglio 1928 e affidata alla Società di Mill Hill. Nello stesso tempo il distretto di North Arcot (di lingua Telegu) veniva trasferito dall'arcidiocesi di Pondicherry a quella di Madras e affidato ai Salesiani. Nel 1940 dalla diocesi di N. fu staccata la diocesi di Guntur.
La diocesi di N. ha una superficie di 83.688 \mathrm{kmq}. e ca. 5 milioni di ab. ( 4.500 .000 hindu, 500.000 maomettani, 180.000 protestanti, 25.000 cattolici). La lingua usata è dappertutto il telegu. Conta 29 stazioni primarie e 184 secondarie con 9 chiese e 184 cappelle, 8 servita da 38 sacerdoti esteri e 20 indigeni, coadiuvati da 4 fratelli, ca. 60 suore (più della metà indigene) e 150 catechisti; 46 scuole elementari, a medie, 3 superiori, 2 normali, 1 professionale, 1 collegio universitario femminile, i per la formazione dei catechisti; inoltre I seminario maggiore interdiocesano e I seminario minore. Altre opere: 2 dispensari, 2 ospedali, 5 orfanotrofi; i tipografia, dove sono stampati 3 periodici; numerosi sodalizi, associazioni pie e di Azione Cattolica.
BibL.: AAS, 21 (1929), pp. 465-67; Archivio di Propaganda Fide, Relatio quinquennalis, 1945-50, pos. prot. n. 4138/50; The Catholic Directory India, Pakistan, Burma and Ceylon 1950, Madras, pp. 341-44.
Pompeo Borgna
NELSON, diocesi di. - Nella provincia di Colombia canadese. Suffraganea di Vancouver, la diocesi fu eretta da papa Pio XI con la cost. apost. Uni-
## Page 1023
versorum Christi fidelium cura del 22 febbr. 1936. La Cattedrale è dedicata a Maria S.ma Immacolata. Un decreto pubblicato dalla S. Congregazione Concistoriale il 18 dic. 1937 dà alcune precisazioni sui confini della diocesi.
La popolazione totale è di 110.000 ab., e i cattolici sono 17.000 (Europei, indigeni e Giapponesi) disseminati su una superficie di 48.000 miglia quadrate. Il clero è composto di 24 preti diocesani e di 20 religiosi (Francescani, Francescani dell'Espiazione, Oblati di Maria Immacolata e Redentoristi). Le missioni indigene sono affidate agli Oblati. La diocesi conta 26 parrocchie, 94 missioni, i scuola per indigeni, i scuola per Giapponesi e 4 ospedali; vi si pubblica il settimanale The Prospector.
BibL.: AAS, 28 (1936), pp. 389-91; 29 (1937), p. 98; Le Canada ecclésiastique, Montréal 1950, pp. 630-34.
Gastone Carrière
NEMESI (Néusmç). - L'idea, assai diffusa nelle antiche religioni, dell'ostilità degli dèi verso l'eccessiva fortuna o superbia degli uomini, ostilità che raggiunge vere e proprie forme di vendetta, in Grecia, già in età omerica o subito dopo, ebbe sviluppo autonomo divenendo una particolare figura divina (sia nel poemetto ciclico Ciprie [frg. IX, 3], sia in Esiodo, Teogonia, v. 223) la quale presiedeva perciò al ristabilimento dell'equilibrio nei rapporti tra la divinità e l'uomo; ma, ricordata soprattutto nella poesia, la N. rimase figura assai scialba e gelida.
Ebbe culto in vari luoghi della Grecia; ma il più famoso e più antico fu quello di Ramnunte (donde il nome di N. Rhamnusia), demo antico presso Maratona, dove, verso il sec. v a. C., le fu dedicato un tempio custodito da una sacerdotessa (che nello stesso tempo aveva cura di un vicino tempio della dea Themis), e nel quale Agoraccio, allievo di Fidia, aveva scolpito una celebre statua della dea (di cui negli scavi si rinvenne la testa), Ad Atene il 5 Boedromione si celebravano le Nemesie, proprie, però, dal culto dei morti. Ma è assai probabile che furono le isole e le coste asiatiche ad avere il culto originario di N., di cui si conoscono varie tracce, tra cui l'immagine della dea venerata a Smitne fin dal sec. vi a. C. (Pausania, IX, 33, 6), e l'identificazione di N. con la dea frigia Adrastea, fatta da un poeta lirico di Colofone (G. Kinkel, Epic. gr. fragm., I, p. 289, n. 43).
BibL.: A. Legrand, Nemesis, in Daremberg e Saglio, IV, t. coll. 22-23; H. Hetter, Nemesis, in Pauly-Vlissowa, XVI, II (1935), coll. 2338 sgg.; L. Deubner, Attische Feste, Berlino 1932, p. 219 sg. Cesare D'Onofrio
NEMESIANO e COMPAGNI, santi, martiri. Sono commemorati nel Martirologio romano il 10 sett.; ignoto è però il vero dies natalis e lo stesso martirio. Il latercolo è stato originato da una lettera che s. Cipriano scrisse a N. e c., i quali erano stati condannati alle miniere di Sige nella Mauretania.
In questa lettera s. Cipriano esalta con calde parole la loro fede e la loro costanza nel sopportare i tormenti per amore di Gesù Cristo, e riferisce che molti avevano già conseguito la palma del martirio o in carcere o per i maltrattamenti subiti. La lettera fu scritta nel 257-58 ed oltre a N. era diretta collettivamente ad altri 8 vescovi, molti sacerdoti e diaconi e moltissimi fedeli d'ambo i sessi. I confessori dovevano vivere in gruppi separati, perché alla lettera di s. Cipriano furono date tre distinte risposte. S'ignore comunque se morirono tutti nelle miniere o se qualcuno riuscì ad ottenere la liberazione.
BibL.: S. Cipriano, Ep. 76-79, in CSEL, III, II, pp. 827-39; Acta SS. Septembris, III, Parigi 1868, pp. 483-87; Martyr. Hieronymianum, p. 499 sg.; Martyr. Romanum, p. 389.
Agostino Amore
NEMESIO, vescovo di Emesa. - Visse nel iv-v sec.; autore di un libro De natura hominis, di ispirazione neoplatonica (Porfirio è spesso citato). L'autore menziona Eunomio, Apollinare di Laodicea e
polemizza probabilmente contro la cristologia di Teodoro di Mopsuestia. La sua opera è importante per la storia della filosofia antica. N. accetta la dottrina della preesistenza delle anime. L'antropologia di N. ha esercitato una grande influenza. S. Giovanni Damasceno ha copiato pagine intere di N. nel suo libro: De fide orthodoxa. Per mezzo di s. Giovanni Damasceno e di una traduzione latina l'influenza di N. si fece sentire nella filosofia scolastica. Anche Siri, Armeni, Georgiani e Copti l'hanno conosciuto, talvolta sotto il nome di Gregorio di Nissa.
BibL.: edizione di Chr. Mathaei, Halle 1802. La ristampa in PG 40 è difettosa. Manca un'ed. critica per la quale saranno utili gli estratti di s. Giovanni Damasceno e del monaco Mabius (sec. ix). Una prima traduzione latina fece Alfanus di Salerno. Il testo fu pubblicato da Burkhard, Lipsia 1917 (Bibl. Teubneriana). Un'altra traduzione di Giovanni Burgundio di Pisa (m. nel riga) fu la base per le citazioni di Alberto Magno e Tommaso d'Aquino. Sui testi armeni v. Bardenhewer, IV, p. 279; v. anche: J. Karst, Littérature géorgienne chrétienne, Parigi 1934, p. 38; G. Graf, Gesch. der christl.-arab. Literatur, I (Studi e testi, 118), Città del Vaticano 1944, p. 319; tracce presso i Siri: v. J. Drăseke, in Zeitschrift für wissenschaft. Theologie, 46 (1903), p. 506 sg.; Klings, in Zeitschrift für Kirchengesch. (1939), p. 363 sg. Della ricca bibliografia su N. si cita: E. Skard, s. v. in Pauly-Vlissowa, VII, pp. 962-66; B. Domanski, Die Psychologie des N. (Beiträge zur Geschichte der Philosophie des Mittelalters, 3, 1), Münster 1900; W. W. Jäger, N., Berlino 1914; H. A. Koch, Quellen u. Untersuchungen zu N., ivi 1921; R. Arnou, in Gregorianum, 17 (1936), p. 116 sg.; E. Skard, in Symbolae Oslavenses, 1942, p. 40 sg. (su N. e Galeno); e id., ibid., p. 23 sg.; 18 (1937), p. 9 sg.; 1939, p. 46 sg. Erik Petersen
NEMROD (ebr. Nimrodh, Settanta Nsāpōd). Figlio di Chus, di stirpe camitica, di cui è detto che fu grande cacciatore e fondò un Impero (Gen. 10, 8-12) in Babele e altre città del paese di Sennaar ( = Sumer), da cui si recò in Assur, a fondare Ninive e altri centri assiri (onde l'Assiria è detta in Mich. 5,5 \times il paese di N. e).
I tentativi di rintracciare nella letteratura sumeroaccadica un nome, di cui quello biblico possa considerarsi eco, sono stati fatti in molte maniere, ma senza risultati definitivi, perché si tratta sempre di ricostruzioni ipotetiche. Molti pensano al nome di Nimurta (NIN-IB), dio della guerra e della caccia. Linguisticamente è migliore una ricostruzione come Nin-Marad «Signore di Marad" (antica città sumerica).
Nella immaginazione popolare (che ha un'eco nel Nembrotto dantesco [Jef. XXXI, 34 sgg.; Purg., XII, 34 sgg.; Par. XXVI, 126]) divenne espressione proverbiale di essere gigantesco e brutale.
Bibl.: A. Kraeling, The origin... of Nimrod, in Journal of semitic languages and literatures, 38 (1921), pp. 214-20; vari articoli di A. Deimel, in Biblica, 2 (1921), pp. 71 sgg., 461 sgg.; 8 (1927), 333 sgg. Giovanni Rinaldi
NEOCLASSICISMO. - In senso lato può significare un qualsiasi ritorno deliberato o programmatico a forme espressive di gusto classico; quindi s'è potuto parlare di momenti e tendenze neoclassiche dell'arte ellenistica, dell'arte romana, dell'arte bizantina e così via. In senso più ristretto, con il termine n. si intende l'affermarsi e il diffondersi nelle arti figurative di un particolare gusto proprio della seconda metà del sec. xviII e dei primi anni del xix per cui in architettura, in scultura, in pittura ed in ogni altra manifestazione artistica di carattere decorativo è riflesso un interesse, uno studio e quindi una deliberata imitazione delle forme dell'antica arte classica, indagate con mentalità, spirito e cultura archeologica; e ciò principalmente secondo le teorie di G. G. Winkelmann e di altri dotti ed esteti italiani e stranieri.
Il n. si inquadra nel grande movimento romantico (v. Romanticismo) ed è uno degli aspetti di quella insoddisfazione per le manifestazioni della mentalità e del gusto.
## Page 1024

(fol. Alinari)
Neoclassicismo - Arco della Pace di L. Cagnola con completamenti di Peverelli e Moglia, inaugurato nel 1838 - Milano, dell'età barocca che è tipico in molti ambienti della cultura e dell'arte europea fin dalla prima metà del Settecento. Esso segue in ordine di tempo le approssimazioni classiciste, quasi sempre risolte con ritorni a forme del Cinquecento, diffuse insieme alle prime affermazioni del razionalismo nel campo dell'architettura e a quelle del naturalismo veristico in quelli della plastica e della pittura, e precede, sempre in ordine di tempo, quelle, dichiaratamente puriste (v. PURISMO), tipiche dei primi decenni dell'Ottocento. Fra i maggiori architetti neoclassici si ricordano in Italia, con Michelangelo Simonetti, Pietro Camporese il Vecchio, Raffaello Stern, autori del complesso architettonico dei Musei Vaticani, A. Niccolini e P. Bianchi, attivi a Napoli, il Pollak, L. Cagnola e L. Canonica, attivi a Milano, il Buonsignore, operoso a Torino, A. Selva, a Venezia, P. Nobili, a Trieste. In Francia, a Parigi, sulla via già indicata da N. Servandoni e G. Soufflot, operano in senso neoclassico B. Vignon, autore della Madeleine, il Brougniart, che costrui la Borsa, e lo Chalgrin, il maggiore, che elevò l'Arc de l'Etoile. Altri architetti neoclassici francesi sono: C. N. Ledoux, A. Peyre, C. Percier e P. F. Fontaine. Tra i tedeschi sono da ricordarsi K. G. Langhaus, autore della Porta di Brandeburgo a Berlino, K. F. Schinckel, L. von Klenze e F. Weinbrenner. I maggiori scultori neoclassici sono A. Canova (v.) ed A. Thorwaldsen (v.). Fra i pittori, quegli che incarna meglio di ogni altro le aspirazioni del n. è il francese J. L. David, seguito in Italia anche da A. Appiani, V. Camuccini, F. Giani e da altri minori. - Vedi tav. CXIII.
Bibl.: L. Bertrands, La fin du classicisme et le retour à l'antique nec., Parigi 1897; G. R. Ansaldi- B. M. Apolloni, n. v. in Enc. Ital., XXIV, pp. 531-38; A. M. Brisio, Ottocento Novecento, Torino 1939, pp. 3-66.
NEOCRITICISMO. - Termine con il quale si sogliono designare le correnti filosofiche che riprendono e sviluppano i motivi della filosofia kantiana (v. CRITICISMO; KANT); si considera perciò equivalente a neokantismo. Il n. costituisce un vasto e
complesso movimento diffusosi, nel sec. xix, soprattutto in Germania, Francia e Italia. Presenta dovunque il carattere di reazione all'idealismo postkantiano e tende a superare il materialismo positivistico, sebbene per lo più l'assunto dei neokantiani consista nel tentativo di conciliare l'istanza criticistica con i presupposti del positivismo.
In Germania il n. propriamente detto ha inizio intorno al 1860 ; se ne possono considerare precursori J. Fries (v.) e F. Benecke. Nella seconda metà del secolo si determina un nuovo fervore di studi storici e filosofici, che contribuisce a diffondere le opere di Kant e ad approfondirne la conoscenza. Importanti soprattutto K. Fischer (1824-1907) e O. Liebmann (1840-1912: Kant und die Epigonen, Sto