uppo del cristianesimo. Rappresentante tipico di questa scuola è, nel sec. iv, l'imperatore Giuliano l'Apostata. Fra i discepoli di Aidesio vanno ricordati Crisanzio, Prisco, Eusebio. L'altra scuola, di tipo essenzialmente erudito, è quella detta di Alessandria, che lasciò piuttosto da parte gli aspetti metafisici e religiosi sincretisti della scuola di Atene e delle scuole neoplatoniche precedenti, dandosi al commento dei filosofi classici (incluso Aristotele) e insieme all'indagine più propriamente scientifica. Ad essa appartennero anche autori cristiani (Sinesio di Cirene, Isrocle di Alessandria) mentre altri ne subirono l'influsso. Se lo studio delle scuole indicate non esaurisce il n. appartenente alla filosofia greca, costituisce tuttavia un utile schema per raggruppare i suoi rappresentanti.
Per quanto concerne l'influsso del n. sul pensiero cristiano (v. Platonismo) va notato che il n. (attraverso il quale si studiò spesso Platone) occupa un posto notevole, oltre che in Agostino, in tutta la patrologia greca (Origene, Gregorio di Nissa, Massimo il Confessore) e su di essa agisce soprattutto per determinate tesi che gli sono proprie (Dio, Provvidenza, sovrasensibile e divino di cui il mondo sensibile è immagine, spiritualità dell'anima e sua superiorità rispetto al corpo, illuminazione dell'anima da parte di Dio, immortalità dell'anima e idea di una possibile sanzione ultraterrena). E chiaro che il n. dei Padri differisce anche per talune di queste tesi dal n. più antico. Tuttavia l'importanza di esso rimane. Anche Eusebio di Cesarea (Praeparatio evangelica, IV, xi) cita alcuni neoplatonici che avrebbero preparato la predicazione del Vangelo e tra questi Porfirio, Numenio, Plotino e Plutarco (v.). Reminiscerne di Plotino si trovano anche in Cirillo d'Alessandria, oltre che in Gregorio Nazianzeno e in Basilio.
Comunque si cubochi il pensiero di Dionigi Pseudoareopegita storicamente (e mentre va tenuta presente la tesi di C. Pera in proposito che lo colloca vicino ai Padri cappadoci), resta il fatto che attraverso lui si stabilisce una delle più importanti fonti della trasmissione al medioevo delle dottrine neoplatoniche, specialmente con il De divinis nominibus. E noto, peraltro, che il medioevo non riusci spesso a porre con vera esattezza l'attribuzione di opere d'ispirazione neoplatonica. Così per la Theologia Aristotelis (pseudo) che risente direttamente delle tesi di Plotino, e per l'opera De Causis falsamente considerata peripatetica. Il platonismo è entrato nella scolastica sia attraverso s. Agostino, sia attraverso autori di ispirazione neoplatonica. A questi appartengono Apuleio di Maduura, con l'Anfepio attribuitogli, e gli scritti ermetici (nei quali l'influenza neoplatonica viene commista a quella neopitagorica), citati soprattutto per quanto si riferisce a speculazioni sulla natura di Dio e suoi rapporti con il mondo; inoltre Macrobio con il commento al Somnium Scipionis; Calcidio che ha una notevole importanza per avere orientato il medioevo verso la psicologia intellettualistica di Platone, piuttosto che verso l'«entelecheia» di Aristotele. E nello stesso periodo nel quale gli scritti di Aristotele oltre l'Organon vengono a contatto con l'Occidente, e cioè particolarmente nel sec. xit, che s'introduce la traduzione di opere neoplatoniche o ispirate al n. (cf. C. Baeumker, La filosofia europea e il medioevo, trad. it., Milano 1943, pp. 39-40). Nel 1268 Guglielmo di Moerbecke pubblicò la traduzione in latino degli Elementa theologiae di Proclo. Delle opere più direttamente orientate verso il n. va ricordato soprattutto il De divisione naturae di Giovanni Scoto Eriugena (v.). Vicini all'indirizzo neoplatonico sono gli esponenti della scuola di Chartres, Bernardo e Teodorico e altri; tra questi piegarono verso la concezione paniniata Amalrico di Bena (v.) e David di Dinant (v.). La derivazione di essi è più direttamente connessa a Scoto Eriugena. Uno studio più ampio del misticismo medioevale, soprattutto speculativo e dei suoi rapporti con il n., meriterebbe più ampio esame di quanto gli storici della filosofia non siano giunti finora a rintracciare.
Diverso è l'aspetto del n. del Rinascimento. L'influenza neoplatonica diviene prevalente, oltreché nei noti esempi di Giorgio Gemisto Pletone, del card. Bessarione, di Pico della Mirandola e di Marsilio Ficino anche, e soprattutto, in coloro che ritrovarono nel n. l'ispirazione e insieme l'inquadramento speculativo. Tra questi un posto a parte è rappresentato da Niccolò Cusano, in cui il n. costituisce il nucleo intorno a cui si organizza il sistema filosofico. Si può anzi dire che mentre in lui il n. si associa a uno sforzo di ripensamento che cerca di mantenersi, riuscendovi in parte, aderente alle tesi fondamentali della teodicea cristiana, la posizione si rovescia invece in quegli altri filosofi del Rinascimento (in particolare Giordano Bruno), che costituiscono effettivamente un umanesimo pagano, dissolvitore e critico della filosofia classica del medioevo.
E certamente possibile parlare di n. presente in indirizzi più moderni di pensiero; ma qui sfugge la possi-
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bilità di un inquadramento che vada oltre influssi e rilievi pure assai degni di nota e in cui non è consentito dire che il n. abbia agito nel suo complesso, ma piuttosto invece in taluni suoi aspetti. Così si è potuto parlare di prescnea di elementi neoplatonici nell'idealismo germanico (Schelling) o in filosofi contemporanei.
II. SIGNIFICATO FILOSOFICO. - L'interpretazione più integrale del n. è teoretico-metafisica. L'elemento fondamentale va ritrovato nel modo con cui il n. intende l'Assoluto in sé, nella sua esistenza e natura e nei suoi rapporti con il mondo spirituale e fisico.
Caratteristica del n. è, sebbene diversamente in Plotino e nelle scuole neoplatoniche del mondo ellenistico, l'indirizzo emanatista che intende la realtà come necessaria derivazione dell'Assoluto. Il vincolo che unisce l'Assoluto e il mondo è più o meno profondo. Talora prevale nel n. la tendenza verso l'unità del reale, e si ha un atteggiamento orientato verso il monismo, talvolta invece permangono nel n. indirizzi dualistici, dovuti soprattutto alla concezione della materia come non totalmente riducibile al mondo dello spirito; oppure l'Assoluto è centralizzato in un Principio Supremo, separato da ogni altra realtà, così da esserne essenzialmente estraneo. Va rilevato che il n. prende posizione di fronte a tutti i massimi problemi della filosofia: dell'uomo, del cosmo e della libertà, dell'etica e della religione. In merito al problema religioso si è talora voluto individuare in esso il motivo essenziale e quasi esclusivo del n. Certamente il problema dell'Assoluto è il centro speculativo del n.; tuttavia non è esatto che l'interesse religioso venga quasi a sostituire quello più propriamente teoretico. Ciò è potuto accadere solo in determinati indirizzi e corretti che non esprimono adeguatamente il vero significato filosofico del n. In esso invece si ha piuttosto la sicurezza che nasce da una fondazione teoretica del rapporto fra l'Assoluto e il mondo e l'uomo. La filosofia introduce alla religione, è integrata in essa e pertanto l'esperienza religiosa (v.) non si sostituisce alla filosofia ma ne costituisce piuttosto il coronamento spirituale. La teurgia, la magia, la gnosi rinnovata che ha potuto talora collegarsi al n. ne è piuttosto un'appendice degenere e spuria. Il più autentico e originario n., rappresentato da Plotino, si sforza di mantenere l'unità non tanto e non solo tra il mondo e l'Assoluto, tra il vivere umano e l'Uno da cui dipende, ma insieme tra filosofia e religione, tra conoscenza e vita, tra contemplazione e azione. Il n., d'altronde, intende fornire all'uomo una via da percorrere che si realizza attraverso la speculazione filosofica e insieme attraverso una riforma ascetica della vita, con quella solidale. In questi motivi fondamentali va ricercata la caratteristica e l'unità del n. al di qua delle particolari determinazioni e talora contaminazioni delle correnti neoplatoniche ellenistiche.
III. RAPPORTI TRA N. E CRISTIANESIMO. - Le relazioni tra n. e cristianesimo storicamente si sono esplicate, come si è sopra indicato, anzitutto nella speculazione filosofica e teologica della patristica. Ciò non deve intedersi come una dipendenza della teologia patristica dal n., nel suo contenuto propriamente dogmatico. Piuttosto il n. ha contribuito a fornire le basi di una filosofia di indirizzo platonico che si poneva sostanzialmente in accordo con il cristianesimo.
Accanto a un n. che intendeva rinvigorire il paganesimo, si presenta infatti un n. che fornisce diversi e complessi elementi razionali alla speculazione teologica sul dato rivelato. E da chiedersi, d'altronde, se il cristianesimo abbia a sua volta esercitato una influenza sul n. e, in particolare, su Plotino. Quest'ultimo quesito è ancora lontano da una soluzione. Il n. più autentico riconosce la trascendenza all'Assoluto, collocandolo al di sopra di ogni realtà. L'Assoluto d'altro lato non è riducibile ad un unico aspetto; anzi il n. insiste nel trovare diverse tappe nel processo che collega l'Assoluto ad altre realtà che
gli appartengono e, indirettamente, al mondo. Nasce così il problema del rapporto tra le "ipostasi" che costituiscono l'Assoluto, e del mondo con l'Assoluto medesimo. Il cristianesimo ha stabilito una netta distinzione tra Dio e il mondo, tra le operazioni di Dio ad extra concernenti le creature e la sua attività ad intra in cui si esprime la sua vita eterna, nell'Unità della natura e nella Trinità delle Persone. La Trinità per il cristianesimo è Dio stesso mentre invece nel n. le ipostasi sono frutto di una libertà-necessità di Dio. Quanto al rapporto tra l'Assoluto e il mondo manca al n. greco il concetto di creazione (v.). Esso verrà introdotto solo attraverso i filosofi e pensatori cristiani. Il n. primitivo è panteistico (v. PANTEISMO) : Dio non crea liberamente il mondo; non solo c'è necessità di comunione tra il mondo e Dio (il mondo non può esistere senza Dio), ma Dio non può esistere senza il mondo. Nel n. di Plotino si oscilla tra un monismo emanatistico (v. zMANATISMO), in cui viene abolita la libertà della creazione, e un dualismo (v.) legato all'esistenza della materia.
Tuttavia la concezione dell'unità divina del mondo si prestava a una valorizzazione in senso cristiano. S. Agostino e lo Pseudo-Dionigi svilupperanno il tema dell'itinerarium per cui è dato raggiungere i gradi successivi che conducono ab extensorbus ad interiora e successivamente all'Assoluto. E su questo tema che la filosofia del n. si incontra più propriamente con la concezione mistica, che costituisce indubbiamente un aspetto rilevante del n. L'uomo dinanzi alla realtà che lo circonda ne coglie la fragile caducità; è quindi portato a trascendere il mondo per una Realtà che possa venir raggiunta non solo logicamente, ma in una ulteriore esperienza, frutto di conoscenza intuitiva. C'è pertanto una a mistica» connessa alla incapacità umana di esprimere con il proprio linguaggio sensibile e significativo l'Assoluto. Essa colmina nell'incontro ineffabile con Dio, l'estasi (v.). La mistica del n. è intellettualista e solo subordinatamente sperimentale. Essa è personale e rigorosamente limitata nel tempo e nello spazio. La mistica cristiana se ne differenzia per il suo contenuto legato alla Rivolazione e per il modo in cui si attua e che presuppone costantemente la mediazione di Cristo, Verbo di Dio fatto uomo. Non senza ragione il n. ha potuto dare origine piuttosto a espressioni di religiosità che di vera e propria religione.
Da questo punto di vista il n. è nettamente eclettico e impose una larga esigenza di correzione e integrazione da parte dei filosofi, teologi, mistici cristiani che se ne ispirarono. Le sue divergenze dal cristianesimo si sono storicamente imposte e chiaramente manifestate in s. Agostino. A un dato momento del suo itinerario spirituale s. Agostino non fu tanto sollecito di a cristianizzare il n. quanto di porre da parte ciò che in esso è insufficiente e contrastante con la dottrina cristiana e cioè, sia il razionalismo e naturalismo spesso implicito nel n., che i suoi aspetti e motivi irrazionalistici. Tuttavia l'affermazione risoluta del primato della contemplazione rispetto all'azione (già presente nella filosofia greca ma più tipicamente replicita nel n.), la decisiva valorizzazione e centralità della Realtà di Dio nella sua Trascendenza, sono fra i più validi e perenni motivi del n., insieme con la domanda da esso posta, e non compiutamente risolta, del rapporto tra l'Assoluto e il mondo, tra Dio e l'uomo.
BibL.: sul n. in genere: E. Vacherot, Hist. critique de l'école d'Alexandrie, Parigi 1846-51; R. Günther, Das Problem der Theulizes im Neuplat., Berna-Lipsia 1906; K. Pusecher, Richtungen und Schulen im Neuplat., in Genetliabon, Berlino 1910; W. Jaeger, Nemesias von Emesa, ivi 1914; Th. Whittaker, The new Platonists, 2a ed., Cambridge 1918; G. Capone Braga, Il mondo delle idee, Città di Castello 1928; W. Theiler, Die Vorbereitung der Neuplat., Berlino 1930. Per i rapporti con il cristianesimo: K. Pusecher, Christ, neuplat. Beziehungen, in Byz. Zeitschr., 21 (1912), 1-27; R. Arnou, Le platonisme chez les Pères, in DThC, XII, coll. 2258-2392; Ch. Boyer, Christianisme et néoplatonisme
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dans la formation de st Augustin, Parigi 1921; J. Danielou, Platonisme et théologie mystique, ivi 1944; id., Origine, ivi 1948. Studi particolari: M. Jacquin, Le néaplat. de 7. Sest, in Rev. des sciences philos. et théol., 1 (1907), pp. 874-83; C. Sounter, Der Neaplatonismus, seine Bedeutung f. die autihe u. mittelalterl. Philos., in Philos. Jahrbuch, 23 (1911), pp. 183-93, 367-80, 469-86; C. Baeumker, Der Plat, in Mittelalt., Monaco 1916; F. Cappuyns, Youn Sest Eriugène, Parigi 1933; C. Pera, Deuys le mystique et la thénonchie, in Rev. des sc. philos. et théol., 23 (1938), pp. 44-73; M. dal Pra, Scoto Eriugena e il n. medievale, Milano 1941. Per i rapporti con il pensiero moderno: K. P. Hasse, Von Platin zu Goethe, Lipsia 1909. V. inoltre ai singoli autori.
Luigi Pelloux
NEOPOSITIVISMO. - Il n., detto anche positivismo logico, riconosce il suo inizio formale nella fondazione del Wienerkreis (circolo di Vienna), avvenuta nel 1928 in seno alla Società E. Mach, già esistente in quella città. Scopo principale del n. è quello comune ad ogni forma di positivismo (v.), cioè fornire un fondamento sicuro per le scienze e dimostrare l'assenza di significato di ogni metafisica (v.); e questa comunità di intenti si può dire quasi l'unico nesso fra il n. e il positivismo classico di Comte e dei suoi successori del sec. xix. La sua caratteristica essenziale invece sta nell'uso esclusivo dell'analisi logica per dimostrare le tesi positivistiche.
Il n. è quindi una sintesi dell'empirismo, derivato specialmente da Hume e da Mach, e di quella corrente di logica formale o logistica che, partendo da Leibniz, attraverso Bœcla, De Morgan, si è costituita specialmente per opera di Pierce, Frege, Peano, Russell e la scuola polacca. Tuttavia il titolo di padre del n. spetta a Ludwig Wittgenstein, il cui Tractatus logico-philosophicus (Londra 1922) rimane tuttora l'opera fondamentale, per mezzo della quale è possibile spiegarsi i vari temi della scuola e anche le varie posizioni contrastanti. Il n. si è rapidamente esteso dall'Austria alla Germania, Stati Uniti e, in diversa misura, anche in Francia, Inghilterra e Italia; e la ragione principale del suo successo risiede nel fatto che il n. si presenta come la filosofia ufficiale della nuova fisica e come l'interpretazione filosofica del pensiero di Einstein e di Heisenberg. I principali fondatori del Circolo di Vienna furono Moritz Schlick, Rudolf Carnap, Hans Reichenbach, Otto Neurath. In seguito alle persecuzioni antiebraiche della Germania e all'annessione dell'Austria, molti di questi filosofi si trasferirono in America, raccogliendosi nella scuola di Chicago, insieme con elementi del luogo, fra i quali John Dewey, Charles W. Morris, Julius R. Weinberg, ecc. In Italia vengono considerati precursori del n. Peano, Pieri, Vailati; di tendenze affini Federigo Enriques; seguaci od ammiratori Ludovico Geymonat, il Centro di studi metodologici di Torino (N. Abbagnano, P. Buzzano, E. Frola), il Centro di metodologia e analisi del linguaggio di Milano (S. Ceccato, V. Somenzi, G. Vaccarino).
Il principio fondamentale del n. consiste nell'assumere come principio categorico universale quello che è un principio metodico della fisica moderna: il significato di ogni proposizione è il metodo della sua verifica, ossia le sole questioni che abbiano un senso sono quelle nelle quali si ricerca il risultato di una o più esperienze che, almeno concettualmente, si possono eseguire. In altri termini, le sole proposizioni che hanno un significato sono quelle interamente traducibili nel linguaggio fisico; e ciò induceva il Neurath a designare la teoria neopositivistica con il termine di Fisicalismo (Physikalismus, in Scientia, 50 [1931], pp. 297-303). A questo principio empiristico deve essere congiunta per il n. la possibilità della logica, la quale viene presa in senso puramente nominalistico, come un insieme di proposizioni riguardanti la forma del discorso e le regole di trasformazione di una proposizione in un'altra di identico significato. Tutte le proposizioni logiche perciò sono tautologiche, e da ciò deriva la loro necessità e universalità; e loro unico compito è facilitare il riconoscimento di tautologie, quando il ragionamento è complicato. Per il Wittgenstein anzi, correntemente con il principio empiristico fondamentale, le proposizioni di
logica non esprimono nessun significato, sono un nonsenso importante (Weinberg). Cio costituisce una grave difficoltà per il n., giacché una logica che non possa venire espressa è una contraddizione in termini; il Carnap ha superato questa difficoltà distinguendo un doppio linguaggio : il linguaggio sintattico e il linguaggio oggettivo. Alla sintassi logica del Carnap si deve la spinta al più puro formalismo linguistico della logica e della stessa scienza.
Su queste basi, il n. pretende l'eliminazione della metafisica per mezzo dell'analisi logica del discorso fornito di significato. Se infatti gli asserii forniti di significato si limitano a ciò che è empiricamente verificabile e se tutte le dimostrazioni e operazioni logiche si riducono a trasformazioni tautologiche, ne segue che ogni enunciazione metafisica, che per definizione è una proposizione non empirica, è una pseudoproposizione, priva di significato. La metafisica non è un errore, né un'illusione, ma semplicemente un non-senso. E sulla medesima base è fondata la teoria del metodo scientifico, in cui particolare attenzione viene rivolta alle leggi naturali, che per la loro universalità non hanno un senso empirico diretto. Per il Wittgenstein esse sono proposizioni incomplete, prive di significato, e devono essere prese unicamente come regole prescrittive per la formazione di proposizioni empiriche singolari, riguardanti il futuro; per il Carnap invece sono proposizioni universali fornite di senso, in quanto esprimono la classe di tutte le proposizioni particolari, conseguenza di quelle; per entrambi però non possono mai avere un valore assoluto, ma solo probabilistico e provvisorio.
Tutte queste teorie hanno contro un'obiezione, che non è sfuggita ai loro stessi autori; e cioè la difficoltà o, anche, l'impossibilità di costruire in soli termini di esperienza possibile un mondo intersoggettivo e oggettivo, quale è il mondo oggetto della scienza fisica: all'interno della mia esperienza personale, che è la sola esperienza per me possibile, non ha senso parlare di esperienze altrui, di altri soggetti, di comunicazione fra individui. Si cade così nel solipsismo linguistico, dal quale non è possibile uscire né con il solo principio empiristico, né con la pura sintassi logica del linguaggio. Lo sforzo del n. è quello di superare la difficoltà, esasperando ancor più il formalismo del linguaggio, fino ad escludere da esso ogni menzione non solo di fatti e di dati, ma anche di esperienza; anche il linguaggio protocollare (esprimente il resoconto diretto dell'esperienza personale di un individuo), secondo il Neurath, deve avere fin dal principio un carattere impersonale e formale senza riferimento estralinguistico. Il problema del solipsismo è cosi radicalmente eliminato, è vero; non però nel senso dell'intersoggettività e oggettività, ma in quello di un puro impersonalismo e nominalismo e insieme di un assoluto convenzionalismo; infatti anche per le proposizioni protocollari viene abbandonato il criterio di verità, fondamentale per tutto il positivismo, cioè il fatto positivo, indipendente dal ricercatore; e tutte le proposizioni non vengono più giudicate se non sulla coerenza interna del linguaggio. Cosi il positivismo logico o n. si dimostra autocontaddittorio; poiché o accetta il significato puramente empirico delle proposizioni, e allora vuota la logica di ogni significato; o si rinchiude nel formalismo della logica pura, e allora perde ogni contatto con la realtà assoluta del dato oggettivo (v. metrologica).
Bias... oltre il già citato Wittgenstein: R. Carnap, Der logische Aufbau der Welt, Berlino 1928; id., Logische Syntax der Sprache, Vienna 1934; id., Meaning and necessity, Chicago 1947; G. Neurath, Le déseloppement du Cercle de Vienne et l'avenir de l'empirisme logique, Parigi 1932; id., Experience and prediction, Chicago 1947; L. Geymonat, Studi per un nuovo razionalismo,
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ivi 1942; id., Foudamenti logici della scienza, ivi 1947; J. R. Weinberg, Introduzione al positivismo logico, trad. it. di L. Geyronnat, Torino 1930. Per una critica dal punto di vista della filos. cattolica: F. Hoenen, De principio fundamentali neopositivismi, in Acta II Congr. thom., Roma 1937, pp. 367-74; L. Pelloux, La scuola neopositivistica di Vienna, in Riv. di filos. neosc., 28 (1936), pp. 217-26; F. Selvaggi, Il n. e il metodo della muova scienza, in Circ. Catt., 1947, II, pp. 301-13; id., Introduzione al positivismo logico, ibid., 1951, II, pp. 626-36.
Filippo Selvaggi
NEOREALISMO. - Indirizzo filosofico-scientifico anglo-americano, che si inserisce nel movimento più vasto del «realismo» contemporaneo, diverso dal realismo classico della filosofia greca e medievale, di cui abbandona o nega il dualismo metafisico di soggetto ed oggetto; l'oggetto, pur riconosciuto reale indipendentemente dal soggetto, non è un'entità da esso diversa (monismo metafisico). Il n. si oppone pertanto all'idealismo e anche al pragmatismo e all'intuizionismo del Bergson che fa dell'oggetto un contenuto della coscienza soggettiva, empirica o trascendentale che sia. Ma tuttavia esso riduce, da un lato, la coscienza ad un evento fisico, cosa tra le cose (la coscienza è uno tra i tanti gruppi di relazioni esteriori tra gli enti reali) e dall'altro identifica l'oggettività del conoscere con la conoscenza scientifica, senza sfuggire al soggettivismo.
Il n. inglese, oltre ai nomi minori di J. Laird e di C. D. Broad, entrambi professori a Cambridge, e all'altro maggiore di S. Alexander, australiano di nascita, annovera quelli di G. E. Moore (n. nel 1874), già professore a Cambridge, e di B. Russell (n. nel 1872), già collega del Moore nella stessa Università. Oltre ai Principia ethica (Londra 1903) e all'Ethics (ivi 1912), il Moore ha scritto alcuni saggi su Mind (alcuni dei quali raccolti poi in Philosophical Essays, Londra 1922), di cui il più significativo è The refutation of Idealism (1903). Per il Moore, ciò che è sperimentato non s'identifica con la esperienza (con l'apparire ad un soggetto), tanto è vero che nella sensazione e nell'idea noi abbiamo coscienza di qualcosa di oggettivo, che si distingue dal nostro atto di percepire e di pensare. La realtà oggettiva della penna con cui scrivo, ad es., non dipende dalla mia percezione. Il fatto che io ne abbia coscienza non significa che il fatto reale dipenda da questo atto mentale; la coscienza è un "mezzo trasparente", una specie di specchio, nel quale l'oggetto sperimentato si presenta com'esso è fuori della coscienza. Vi è dunque una reciproca indipendenza dei fatti fisici e dei fatti mentali o di coscienza.
Più complessa è la figura del Russell. Oltre a recenti studi sui problemi politici, sociali e morali, egli ha esposto la sua dottrina logica in The Principles of matematics (Cambridge 1903), riesposta nella celebre opera in tre voll. Principia mathematica (ivi 1910-13), scritta in collaborazione con Whitehead (v.); e la sua «filosofia scientifica» in numerosi lavori (The problem of philosophy, Londra 1912; Our hnowledge of the external world, Chicago e Londra 1914; Analysis of mind; Londra 1921; Analysis of matter, ivi 1927 ecc.). Anche per il Russell le entità oggettive si distinguono dalla coscienza soggettiva con cui entrano in relazione: gli oggetti sono ciò e dove la mente dice che sono e indipendenti da essa. Tutti i dati sensibili hanno eguale valore e non ci sono "illusioni» dei sensi. Ogni soggetto ha una propria prospettiva; il mondo sensibile è il sistema di tutte le possibili prospettive. Ma per Russell la realtà dei soggetti, oltre il mio, è una ipotesi : vi crediamo solo perché tale credenza è naturale. Del resto, per il Russell (il cui sistema filosofico è un coscervo di empirismo humano, di metafisica leibniziana e di fantasia) il soggetto è una finzione logica, che si adopera solo per convenienza grammaticale. Il soggettivismo radicale, che in lui permane sotto un apparente oggettivismo e realismo, lo porta a fondare l'etica sui desideri (Religion and science, Londra 1936) : dire che una cosa è bene, è un modo per dire «mi piace» e dire che un'altra è cattiva, è esprimere un diverso atteggiamento
soggettivo rispetto ad essa. Non si tratta dunque di affermazioni oggettive, vere o false, ma di desideri personali. L'etica ha il compito di promuovere quei desideri positivi che generano felicità e di indebolire quelli che generano infelicità. Quanto alle dottrine logiche, il Russel ha dimostrato che la matematica è la logica della conoscenza scientifica, ma ha preteso di identificare logica e matematica, che è come risolvere tutta la conoscenza nella conoscenza scientifica. E questo è scientificismo acritico e stilosofico proprio di chi ha interessi scientifici e non filosofici, non disgiunti da una certa superficialità culturalistica, come attesta la History of western philosophy (Londra 1946), ben ricca di spropositi.
Più ingenuo di quello inglese è il n. nordamericano, quale risulta dal volume di studi The new realism (Nuova York 1912), scritti in cooperazione da Ed. B. Holt, W. T. Marwin, W. P. Montagne, R. B. Perry, W. B. Pitvrin, E. G. Spaulding. Come dimostra la logica matematica, uno stesso termine può entrare a far parte di insiemi diversi senza che esso rimanga modificato. Se fosse vero il principio idealistico che le cose esistono in relazione allo spirito che le percepisce e le pensa, la relazione dovrebbe modificare i termini che la costituiscono. Invece essa non modifica affatto gli oggetti conosciuti, la cui realtà pertanto non si esaurisce nella relazione ed è indipendente. Non esse est percipi, ma percipi est esse. Il mondo è un insieme di entità semplici (mentali, fisiche, reali, irreali, buone o cattive, sensazioni, enti concettuali della matematica e delle scienze), a cui è indifferente far parte del complesso "coscienza", in quanto possono far parte contemporaneamente di altri infiniti complessi restando sempre in sé quello che sono. I neorealisti sostengono (senza dimostrarlo) un radicale monismo : spirito e materia non sono due sostanze, ma due raggruppamenti diversi di entità semplici : la coscienza non è definita dalla natura dei suoi particolari elementi, ma dal modo particolare con cui gli elementi si raggruppano. Essa è un gruppo di entità neutrali scelte dal sistema nervoso, che reagisce con una risposta corrispondente. Come un riflettore (cosi Holt) illumina ora questa ora quella sezione di un paesaggio e fa che un gruppo di oggetti venga a far parte della sezione illuminata e un altro di quella oscura, cosi il sistema nervoso, obbedendo ai suoi interessi vitali, indirizza la coscienza ora su uno ora su un altro gruppo di oggetti. In altri termini, il sistema nervoso, tra le innumerevoli entità dell'universo, sceglie e ritaglia quelle che servono alla conservazione e alle sviluppo di sé e dell'organismo. Le cosiddette illusioni ed errori (anch'essi fatti oggettivi) sono dovuti a un taglio del sistema nervoso non corrispondente ai fini vitali. Come da questo monismo naturalistico nasca la coscienza resta un mistero, che il semplicismo dei neorealisti non si preoccupa affatto di spiegare.
Dipu..- I. Woodbridge Riley, American thought from puritanism to pragmatism, Nuova York 1913: A. Aliotta. Il muovo realismo in Inghilterra e in Americo, in La cultura filosofica, 9 (1913), pp. 192 299; (ora nel vol. Il problema di Dio e il muovo pluralismo, 2ᵃ ed., Roma 1948); R. Kremer, Le néo-réalisme américain, Parigi 1920; id., La théorie de la connaissance chez le néo-réalistes anglais, ivi 1928; C. Venienti, Il muovo realismo americano e W. P. Montagne, in Giorn. crit. della filos. ital., 8 (1927), pp. 34-67, 128-43; F. Meli, N. e behasiorismo anglonassone, ibid., 13 (1932), pp. 237-80; G. E. Muirhead, Filosofi inglesi contemporanei, Milano 1939; G. Santayana, Il pensiero americano, ivi 1939. Sul Russell, P. A. Schilpp, The philos. of B. R., ivi 1946; sul Moore, id., The philos. of G. E. M., Evaston e Chicago 1949. Michele Federico Sciseca
NEOSCOLASTICA: v. scolastica.
NEOSOLIO (slovacco Banska Bystrica), diocesi di. - Diocesi in Slovacchia, eretta il 13 marzo 1776 staccandola dal territorio dell'arcidiocesi di Strigonia, della quale rimase suffraganea fino al 1937, quando venne immediatamente soggetta alla S. Sede.
Per cattedrale fu scelta la chiesa di S. Francesco Saverio del Collegio dei Gesuiti, rimasta allora libera dopo la soppressione della Compagnia di Gesù. I vescovi però risiedettero nel castello di Svätý Krté nad Hronom fino al 1943, quando il nuovo vescovo A. Skrabik trasferì la
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(per cortesia del p. M. Lacko)
Neosolio, diocesi di - Chiesa parrocchiale (sec. xvili).
residenza a N. Dei vescovi di N. il più illustre è Stefano Moyses (1850-69). Nella diocesi si trova il santuario mariano di Staré Hory, dove si venera la a Madonna delle montagne slovacche { }².
Statistiche (1948) : superfice 5424 kmq., cattolici 231.078 su 312.350 ab., parrocchie 119, sacerdoti diocesani 202, case religiose maschili 7 con 60 religiosi, femminili 17 con 303 religiose.
Bibl.: Katoliche Slovensko (Slovacchia cattolica), Tirnava 1933, pp. 17-29; Schematismus dioecesis Neosoliensis pro anno 1945, Banska Bystrica 1945.
Michele Lacko
NEOT, santo, eremita. - N. in Cornovaglia da nobile famiglia, legato da parentela con il re inglese Alfredo, si fece monaco a Glastonbury. Ordinato sacerdote, passò a vita eremitica, in un luogo solitario nel Huntingdonshire, dove poi sorse il monastero (cella) di Eynesbury, che si vuole fondato da lui di ritorno da un viaggio a Roma, compiuto prima dell'877, anno circa della sua morte. Festa il 31 luglio.
Bibl.: una Vita scritta da un contemporaneo è andata perduta: Acta SS. Iulii, VII, Parigi 1868, pp. 330-40; G. H. Doble, S. N., Patron of St. Neot, Cornwall, and St. Neot, Huntingdonshire, Exeter s. d. (1929); G. Mc N. Rushforth, The Windous of the church of St. Neot, Cornwall, ivi 1937.
Alberto Ghinato
NEP. - Abbreviazione per Novaja ekonomičeshaja politika (a Nuova Politica Economica { }² ). Quando, in conseguenza della guerra civile e del comunismo di guerra (tentativo di immediata realizzazione totale del comunismo), la Russia si trovò di fronte al crollo economico, Lenin si vide costretto a modificare la rotta economica.
Rimasero statizzate l'industria pesante ed il commercio estero, mentre, entro certi limiti e nel commercio al mi-
nuto, fu di nuovo tollerato il capitale privato. La N. venne decisa al X Congresso del Partito bolscevico, nel marzo 1921, e si estese fino all'epoca dell'industrializzazione e del I piano quinquennale. Venne abolita definitivamente nel 1928. La deviazione dalla teoria comunista, che stava alla base della N., ebbe per conseguenza il sorgere di una forte opposizione all'interno del Partito che scoppiò con particolare violenza dopo la morte di Lenin (v. bolscevismo; internazionale; lenin).
Bibl.: G. Manscorda, Il bolscevismo, 4² ed., Firenze 1942; E. Lo Gatto, Storia della Russia. II, Firenze 1946 (con bibliografia); E. Hanisch, Geschichte Sowjetrusslands, Friburgo in Br. 1951.
Gustavo A. Wetter
NEPAL. - I. Geografia. - Il N. si stende sul versante meridionale (sezione mediana) dello Himalaya, che lo delimita dal Tibet.
Fra le valli attraverso le quali le acque scendenti dall'elevata chiostra montana (almeno quattro vette vi oltrepassano gli 8000 m ., fra queste è l'Everest, m. 8880, la più alta del globo) corrono al Gange, spicca per abbon-danza di colture (cereali, tabacco, semi oleaginosi, frutta), per intensità di allevamento e numero di centri abitati, quella percorsa dal fiume Gandok. In essa trovano posto, con la capitale del piccolo ( 140.000 kmq .) Stato, Katmandu ( 110.000 ab.), gli altri maggiori insediamenti umani: Patan (105) e Bhagdson (95).
Nella popolazione ( 7 milioni di ab., densità 50 a kmq.), etnicamente mista (indigeni mongoloidi e genti asie venute dalla fittissima regione indiana), l'elemento dominante è rappresentato da una tribù di indù bellicosi, i Gurka, che assoggettarono il paese nel sec. xviII e vi crearono una forte monarchia indipendente, contrapponendosi, anche per la religione (induismo), alla massa aborigena (buddhisti; v'è un enorme numero di sacerdoti viventi in tempii e cenobi).
Il N. costituisce un principato ereditario, retto da una oligarchia militare; il territorio è precluso alla penetrazione europea.
Bibl.: P. London, N., Londra 1928; H. Davis, N., Land of mystery, ivi 1942.
Giuseppe Caraci
II. Evangelizzazione. - All'inizio del sec. xvili, nel N., allora soggetto al dominio dell'imperatore Mogol, i Cappuccini avevano eretto alcuni ospizi per poter penetrare nel Tibet. La prima fondazione fu a Katmandu : seguirono poi Patan e Batgao. Con l'esercizio della medicina si aprirono la via alla conversione di quei popoli. Nell'ospizio di Batgao i padri cappuccini aprirono una chiesuola. Fra gli aa. 1737-55 i bambini battezzati in articulo mortis raggiunsero il numero di 607 mila. Non si sa quanti furono i Battesimi di adulti, però risulta che le missioni del N. in quel tempo erano fiorenti (Bullarium Ordinis Min. Cop., VII, Roma 1752, p. 252). Più tardi la guerra fatta dal Re dei Gurka agli altri regni del N. mise in pericolo l'avvenire della missione.
Nel 1766 vi erano soli 7 padri. Vinta la guerra nel 1769, il re dei Gurka intimò ai missionari di andar via. Allora i padri cappuccini raccolsero i cattolici, passarono con loro l'Himalaya e si fermarono a Bettiah. Uscendo dal N., i missionari credevano ad una tregua, ma le porte di questo Regno furono chiuse irrevocabilmente a qualsivoglia penetrazione straniera. Con decreto di Propaganda, in data 19 maggio 1893, tutto il Regno di N. fu aggiunto alla prefettura apostolica di Bettiah, oggi diocesi di Patna. Ma fin ad oggi nessun missionario ha potuto più evangelizzare la terra di N.
Bibl.: Clemente da Terzorio, Le missioni dei Minori Cappuccini. Sunto storico, XI. Indie orientali, Roma 1935, passim. Nicola Kowalsky
NEPHTHALI (ebr. Naphtälf). - Secondogenito di Giacobbe, nato da Bala, schiava di Rachele.
Il suo nome è interpretato in Gen. 30, 8 come "gara", allusione alla pena di Rachele, per lungo tempo sterile a confronto della sorella Lia; dalla radice pil(mipl'al), Set-
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tanta Neqba λ[ε](ξ ε). N. è il capostipite della tribù omonima. E menzionato solo con i suoi quattro figli nell'elenco dei figli di Giacobbe trasferitisi in Egitto (Gen. 46,24 ) e nel profetico addio del padre, al decimo posto (Gen. 49, 21).
La tribù di N. era tra quelle settentrionali. Nella divisione a sorte della terra di Canaan, dopo la conquista sotto Giosuè, essa ebbe il territorio a occidente del lago di Merom (el-Hüleh, con limite nord, all'incirca all'altezza della città di Cades, che le apparteneva) e del lago di Genesareth (cf. Deut. 33, 23, ove si allude pure alla fertilità del luogo), tra Dan a nord, Aser a nord-est, Zabulon a ovest, Issachar a sud. Ebbe importanza all'epoca dei Giudici (v.), in cui con Zabulon (Judc. 4, 6; 5, 18; cf. Is. 8, 23; Ps. 68, 28) compì l'impresa guidata moralmente da Debora e militarmente dal nephthalita Barac (v.) contro Iabin e Sisara (Iudc. 4), ed esaltata nel celebre cantico (Judc. 5; cf. già Gen. 49, 21). N. e Zabulon sono ricordate anche come partecipi dell'impresa di Gedeone contro i Madianiti (Judc. 7, 23). I Nephthaliti ebbero in seguito la sorte comune alle tribù settentrionali, dapprima staccatesi nel «Biagno d'Israele», poi rovinate dalla deportazione in Assiria (cf. I Par. 5, 26).
Giovanni Rinaldi
NEPI e SUTRI, Diocesi di. - Nel Lazio, in provincia di Viterbo, immediatamente soggette alla S. Sede. Hanno una superfice di 782 kmq . con una popolazione di 63.854 ab., ripartiti in 35 parrocchie, con 61 sacerdoti secolari e 46 regolari, 14 comunità religiose maschili e 35 femminili. Hanno il Seminario maggiore comune alle altre diocesi dell'alto Lazio, alla Quercia presso Viterbo.
N. è la Nepete o Nepet degli Etruschi; fu conquistata dai Romani nel 383 a. C. e divenne il baluardo contro il Cimino. Il cristianesimo a N. entrò nell'età precostantiniana. Una Passio, non molto anteriore al sec. xi, pone al 24 ag. un Tolomeo vescovo Pentapolis et Tusciae e un Romano vescovo di N., suo discepolo, sotto Claudio. Si tratta probabilmente di Claudio II (268-70), poiché gli agiografi della Tuscia Suburbicaria avevano il costume di collocare i loro martiri sotto questo Imperatore, Mu, con il tempo, si volle risalire a Claudio I (41-54), cioè alla prima metà del sec. i, e si parlò di Tolomeo e Romano come di due protomartiri dell'Occidente. Questi, secondo la Passio, sarebbero stati decollati in civitate Pentapoline e sepolti poco discosti, nel predizio della matrona Savinilla. La civitas Pentapolis sarebbe da identificare con N. Ciononostante, i due pretesi martiri nepesini sono sconosciuti a tutte le antiche fonti martirologiche (cf. BHL 6984-87): Tolomeo e Romano ricorrono tra i nomi dei martiri romani.
Sulla via, venendo da Roma, prima di giungere a N., nel 1540 fu trovato un antico cimitero cristiano, sotto la chiesa di S. Tolomeo, che fu detta a catacomba di Salviniùs. . Al suo tempo M. A. Boldetti vi poteva ancora contare 360 loculi; G. B. De Rossi lo giudicò della fine del in o del principio del iv sec. F. Ughelli e P. Gema, dopo Romano, nella serie dei vescovi di N. pongone Milianus, Claudius II ed Eulalius senza addurre prove. Il nome del vescovo più antico oggi noto è quello di «Proiectitius» che sottoscrisse gli atti del Sinodo romano del 489. N. con la cattedrale di S. Maria rimase autonoma fino al 12 dic. 1435, quando Eugenio IV, a causa della miseria alla quale era stata ridotta la mensa vescovile, la unì alla diocesi di S. (v.). Da allora il vescovo fu detto di S. e N. o di N. e S., con residenza annuale alternata. Il più celebre nella serie delle due diocesi unite è il domenicano Michele Ghisleri, poi papa, santo Pio V (v.).
Nel territorio della diocesi di N. erano gli antichi monasteri di S. Biagio, di S. Benedetto e di S. Elia. Gli ultimi due nella Valle Suppentonia, non lungi da Castel S. Elia (v.), al quale l'ultimo ha dato il nome. Gregorio
Magno (Dial., 1, 7, 8) rammenta l'abate Anastasio del monastero della Valle Suppentonia, che con molta probabilità deve identificarsi con uno dei predetti. Del monastero di S. Elia è conservata la Basilica medievale con i notissimi affreschi e una collezione unica di parati, recentemente sistemata in una sala antigua alla chiesa parrocchiale. Il Santuario pontificio della Madonna ad rupes, custodito dai Frati Minori della provincia di S. Croce in Sassonia, che deve la sua sistemazione al p. Bernardo Däbing, morto vescovo di N. e S. nel 1917, è situato sulla rupe e ha origine da una delle grotte che nel sec. vi cogitarono una laura di monaci.
Bist.: Ughelli, I. p. 1096 sgg.: N. Nardini, La cattedrale vescovale di S. Tolomeo in N., la pentapoli nepisina et il vero sito degli antichi Veienti, Falisci e Capenati, Roma 1677; Cappelletti, VI, p. 195 sgg.: Moroni, XLVII, p. 278 sgg.: [G. Ranjhiasci], Memorie o siano relax, istor. sull'origine dell'antichiss. città di N., Todi 1845-47; id., Supplem. o siano addiz. alla prima parte delle Mem. istor., con la serie di vescovi nepisini, Roma 1851; P. F. Kehr, Italia Pontif., II, Berlino 1907, pp. 176-81; Lanzoni, pp. 231-32; Martyr. Romanum, p. 357.
Benedetto Pesci
NEPOTISMO. - Termine che designa l'eccessivo favore dimostrato da alcuni pontefici verso membri della propria famiglia con la concessione di dignità ecclesiastiche, privilegi, domini temporali o faute rendite nello Stato pontificio ed altrove in Italia.
Il fatto, che ha la sua radice nell'umana prepensione verso i propri famigliari, risponde anche in certi momenti storici alla necessità di difesa contro intrighi di fazioni interne o di potenze straniere, con il ricorrere per sostegno a membri validi della propria famiglia o con il farli potenti a questo scopo. Si trovano esempi sin dal sec. x ed anche Innocenzo III, pur tanto austero, si avvalse dell'ascendente della sua famiglia, i Conti, ed in particolare del fratello Riccardo, per infrenare il comune di Roma, accanto nelle sue pretese contro il papato dopo la rivoluzione del 1142. E troppo nota l'irosa invettiva di Dante contro Niccolò III «cupido in avanzar gli Orsatti»; ma è anche vero che il Papa ubbidiva in questo ad un suo piano politico di pacificazione e di riordinamento del suo Stato e dell'Italia. Altrettanto si deve dire di Bonifacio VIII, che Dante associò così tragicamente con Niccolò III, e che nella sua parentela scercò cardinali ed uomini di governo per condurre a termine i suoi disegni e combattere gli avversari, particolarmente i Colonna.
Il n. vigoreggiò in alcuni dei papi avignonesi e particolarmente in Clemente V ed in Clemente VI, che suscitò gli sdegni del Petrarca nelle Epistulae sine titulo. Perciò nel Conclave del 1352, con una speciale capitolazione, si intese escludere i congiunri del futuro papa dalla Curia e dall'amministrazione dello Stato. Però nei tumulti dello scisma Urbanq VI ricorse ai suoi parenti Prignano, e Bonifacio IX ai suoi Tomacelli; come anche Martino V ebbe il concorso dei Colonna e dei loro clienti nell'opera instauratrice ed epuratrice di Roma e dei suoi dintorni e nel tenere in freno i condottieri di ventura. Cessati i travagli dello scisma e delle sue conseguenze, si vede un gruppo di pontefici preoccuparsi del collocamento in Curia dei propri parenti : cosi Callisto III con i Borgia, chiamati dalla Spagna a Roma. Con Sisto IV si fece anche un passo avanti, perché egli non solo largheggiò con i parenti Della Rovere, Sansoni, Basso, ma favorì le mire di Girolamo Riario nel formarsi una signoria in Romagna a danno dei signori della regione. Il n. ebbe poi la sua più clamorosa espressione in Alessandro VI, che costituì il figlio Cesare Borgia gonfaloniere della Chiesa, si preoccupò di creargli una posizione eminente sino a formargli uno Stato ereditario nell'Italia centrale, che Giulio II rovesciò poi senza pietà. Leone X si adoperò a conquistare il ducato d'Urbino, compreso negli Stati pontifici, per il nipote Lorenzo de' Medici, togliendolo a Francesco Maria della Rovere, e maggiori mire aveva nell'Italia sesten-
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(fot. Pont. Camm. Arch. Sacro)
Nereo e Achilleo, santi, martiri - Colonna di ciborio con il martirio di s. N. (fine del sec. iv) - Roma, cimitero di Domitilla.
trionale. Non fu da meno di lui Paolo III, che costituì per il figlio Pier Luigi un ducato a Castro, dove i Farnese avevano i loro possessi ereditari, aggiungendovi il governo perpetuo di Nepi, Ronciglione e Caprarola, e poi nel 1545 gli diede in feudo la signoria di Parma, Piacenza e Guastalla, che appartenevano alla S. Sede, ma erano esposte alle mire ambiziose dei principi circostanti. Con lui termina questa forma di n. Paolo IV tolse ai nipoti Carafa quanto aveva loro concesso, quando s'accorse della loro indegnità. Il vento di riforma ormai potente in seno alla cristianità e le mutate condizioni politiche dell'Italia liberarono la Chiesa da una tendenza generalmente deplorata; Pio V con bolla Admonet nos ( 29 marzo 1567), vietando l'investitura di domini papali, ne impedi giuridicamente il ritorno. Più difficile da sradicare fu quello che fu chiamato il piccolo n., consistente nell'ingrandire la propria famiglia con dignità, redditi e possedimenti ecclesiastici e civili. Esso assunse un particolare aspetto con l'istituto del "cardinal nipote ", detto anche "cardinal padrone", che compare nel primo decorrere del sec. xvi ed assume forma definitiva con Pio IV, per cui un membro della famiglia, di solito un nipote, era a capo della segreteria pontificia e di tutta la Curia, arbitro quindi dei favori pontifici. Gli Aldobrandini, i Borghese, i Barberini, i Pamphili ripetono da questo le loro fortune; e l'abuso provocò la cost. Romanum decet pontificem di Innocenzo XI, pubblicata da Innocenzo XII, il 22 giugno 1692, con cui si intendeva impedire ai papi di arricchire i parenti e si abolivano uffici e dignità riservate sino allora a costoro. Con Pio VI si ebbe un momentaneo rifiorire del n. in favore dei Braschi, ma i suoi successori seppero mantenersene estranei.
BibL.: G. Brunengo, Alcune riflessioni sopra il n. dei Papi, in Civ. Catt., 7 serie, 2 (1898, 11), p. 395 sgg.; Pastor, passim; L. Stefanini, La Chiesa cattolica, Messina 1944, p. 278 sgg.; G. B. Scapinelli, Il memoriale del p. Oliva S. I. al card. Cibo sul n. (1676), in Rivista di storia della Chiesa in Italia, 2 (1948), p. 262 sgg.
Ettore Rota
NEPOZIANO, santo. - Nipote di Eliodoro, vescovo di Altino, e amico di s. Girolamo, visse nella seconda metà del sec. iv.
Da giovane abbracciò la carriera militare; ma poi, distribuiti i beni ai poveri, si consacrò a Dio. In un primo momento meditò di ritirarsi a vita ascetica in Oriente o in una delle isole descrte della Dalmazia; ma l'affetto e la venerazione per Eliodoro lo trattennero in patria. Iniziato alla vita ecclesiastica, divenne prete e rimase ad Altino come coadiutore dello zio.
N. morì ancor giovane nel 396 e s. Girolamo, dopo avergli dedicato una lettera sui doveri dei chierici e dei sacerdoti (Ep., 52), ne tessé l'elogio funebre in un'altra mirabile lettera ad Eliodoro (Ep., 60). Il Martirologio geronimiano, seguito dal Notkero, ne commemora la festa l'11 maggio.
Bibl.: Acta SS. Maii, Parigi-Roma 1866, pp. 626-28; C. Hole, s. v. in Dictionary of christion biography, IV, Londra 1887, p. 24; F. Cavallera, St Jérôme, I, Lovanio 1922, pp. 182184; Martyr. Hieronymianum, p. 247. [Emanuele Romanelli
NEPVEU, François. - Scrittore spirituale, n. a St-Malo il 29 apr. 1639, m. a Rennes il 17 febbr. 1708. Entrato nella Compagnia di Gesù (1639), insegnò grammatica ed umanità, retorica e filosofia. Fu superiore a Nantes (1679), rettore di Vannes (1684), Orléans (1694 e 1700), Rouen (1697) e Rennes (1704). Per parecchi anni fu direttore di ritiri spirituali.
Il suo nome è passato alla storia per la composizione di pregevolissime opere spirituali, tra cui : De l'amour de Notre-Seigneur Jésus-Christ et des moyens de l'acquérir (Nantes 1684); Méthode facile d'oration réduite en pratique (ivi 1684); Pensées et réflexions chrétiennes pour tous les jours de l'année (Parigi 1695); L'esprit du christianisme, ou la conformité du chrétien avec Jésus-Christ (Parigi 1700). Queste opere ebbero numerose ristampe e furono tradotte nelle principali lingue.
Bibl.: Sommervogel, V, coll. 1625-35; G. Bocro, Menologio di pie menorie d'alcuni religiosi di Compagnia di Griti, II, Roma 1859, pp. 306-307.
Arnaldo M. Lanz
NEREO e ACHILLEO, santi, martiri. - Sono commemorati nel Martirologio geronimiano il 12 maggio; gli Itinerari del sec. vir li ricordano sepolti nella chiesa di S. Petronilla presso il cimitero di Domitilla sulla Via Ardeatina. Ignoto è il tempo ed il genere del loro martirio, ma probabilmente furono uccisi nella persecuzione militare di Diocleziano.
Papa Damaso compose in loro onore un carme, dal quale si ricava che N. ed A. furono soldati, addetti al tribunale di un giudice ed incaricati delle esecuzioni capitali; improvvisamente si convertirono, abbandonarono la milizia, e confessando la fede cristiana meritarono la gloria eterna. Secondo la rappresentazione di una colonnina, tuttora esistente, e che dovette esser posta sull'altare costruito sul loro sepolcro, furono decapitati. Nel sec. vi in loro onore fu dedicato il Titulus de Fanciola che sorgeva presso le terme di Caracalla, il cui clero aveva l'amministrazione del cimitero di Domitilla.
La loro sepoltura in questo cimitero, e precisamente nella chiesa di S. Petronilla, creduta per la rassomiglianza del nome figlia dell'apostolo Pietro, spinse la fantasia di un agiografo a scrivere tra il sec. v ed il vi una Passio dei presenti martiri in assoluto contrasto con l'epigramma di papa Damaso.
Bibl.: Acta SS. Maii, III, Parigi 1866, pp. 4-16; G. B. De Rossi, L'elogio damasiano dei martiri N. e A., in Bull. arch. crist., 2^{°} serie, 3 (1874), pp. 20-26; id., Insigni scoperte nel cimitero di Domitilla, ibid., 6 (1875), p. 7 sgg. e tav. 4; P. Franchi de' Cavalieri, I ss. N. ed A. nell'epigramma damasiano, in Note agiografiche (Studii e testi, 22), III, Roma 1909, pp. 43-55; J. P. Kirsch, Die römischen T