o atteggiamento antipapale è compendiato nell'Arnaldo da Brescia (1837), il suo capolavoro, privo tuttavia di fondamento storico. Il N., più che alle opere postume la Storia della Cusa di Sivevio in Italia (1873) e Il Vespro Siciliano (1882), deve la fama alle tragedie, per le quali derivò i versi da modelli classici (Polissena, Edipo nel bosco delle Eumenidi, Agamennone, Medeo), dalla storia (Antonio Foscarini, Giovanni da Procida, Lodovico Sforza, Arnaldo da Brescia, Filippo Strozzi), da vicende romanzesche o sentimentali (Merilde, Beatrice Cenci). Il teatro del N. è più vivo per gravità e solennità d'eloquio che per intima drammaticità. All'Indice l'Arnaldo da Brescia (decr. is genn. 1844).
BibL.: cd. : Opere di G. B. N., 8 voll., Milano 1860-80. Studi : A. Vannucci, Ricordi della vita e delle opere di G. B. N., Firenze 1886; M. Ostermann, Il pensiero politico di G. B. N. nelle tragedie e nelle opere minori, Milano 1900; F. Arcari, G. B. N. e la sua opera drammatica, ivi 1901; R. Guastalua, La vita e le opere di G. B. N., Livorno 1917; B. Croce, Fu poeta G. B. N.?, in Conversazioni critiche, III, Bari 1932, pp. 334-37; G. Mazzoni, L'Ottocento, Milano 1938, parte 2², pp. 829-34 e passim.
Manuscrit Lombardi-Lotti
NICCOLÒ. - Scultore del sec. xir, che dalla letteratura ferrarese settecentesca viene ritenuto originario di Ficarolo nel Polesine. Dimostra una concezione non più rudemente plastica ed astratta dalle accidentalità narrative, ma in parte pittorica, con riduzione degli incavi e dei risalti, uso di rilievi schiacciati, accenni a definizioni d'ambiente, migliore articolazione compositiva e drammatica, sottigliezza di motivi ornamentali, derivazioni iconografiche dalla scultura classica e modi calligrafici nelle pieghe, echeggianti le lumeggiature dell'arte pittorica bizantina.
Verso il 1135 N . eseguiva la decorazione sulla parte inferiore della fronte del duomo di Ferrara, in cui emergono, nel portale maggiore, il vivacissimo episodio della lunetta (S. Giorgio che uccide il drago), gli otto bassorilievi dell'architrave, con scene della vita di Cristo, e parecchi fregi ornamentali e formelle allegoriche e di satira realistica, nella strombatura. A un periodo successivo appartengono le decorazioni dei portali nel Duomo e nella chiesa di S. Zeno, a Verona, dove si accentua il pittoricismo del maestro. Nel primo di essi è notevole la lunetta con l'Adorazione dei Magi, nel secondo si ammirano, oltre alla lunetta, raffigurante S. Zeno che benedice il popolo veronese in armi, le rappresentazioni delle fatiche umane, del peccato, dei mesi e degli animali, cui si contrappongono, a sinistra del portale, i rilievi ispirati dalla vita di Gesù e dovuti a un Guglielmo, non meglio precisabile, che fu allievo di N., con evidenti doti narrative, ma alquanto inferiore al maestro. L'arte di N. ebbe continuatori nelle cattedrali di Piacenza e di Cremona, nella sagra di S. Michele, presso Susa, e perfino a Chamalières in Francia.
BibL.: M. G. Zimmermann, Oberitalische Plastik, Lipsia 1857, p. 77 sgg.; Venturi, III, p. 155 sgg.; F. Toesca, Storia dell'arte italiana. Il Medioevo, II, Torino 1927, pp. 761-63; D. M. Robb, N., a North Ital. sculptor of the 12 th cent., in The art boll., 12 (1930), n. 4; T.K.H. Nicolaus, a.v. in Thieme-Becker,
XXV, p. 449; A. Boeckler, Die Bronzetür von Verona, Marburgo 1931. p. 54 sgg.; G. Giovannoni e altri, La cattedrale di Ferrara, Ferrara 1932, pp. 170-79 e passim. Alberto Neppi
NICCOLÒ di Amiens. - Maestro medievale vissuto nella seconda metà del sec. xir, forse fino all'inizio del sec. xiri.
E autore di un'opera De arte catholicae fidei, pubblicata dal Pez (Thesaurus anecdot. noviss., I) e poi in PL 210, sotto il nome di Alano di Lilla. M. Grabmann dimostrò che essa appartiene a N. d'A. E un'opera teolo-gico-apologetica, mirante a dimostrare la verità della fede cattolica anche ai non cristiani. Caratteristico ne è il metodo geometrico, che parte da definizioni (della sostanza, della causa ecc.), postulati e assiomi, per dimostrare i teoremi della dottrina cattolica.
Bibl: M. Grabmann, Gesch. der schol. Methode, Friburgo in Br. 1909-11, p. 459 sgg.; Überweg, II, p. 247; P. Glorieux, Répertoire des maîtres en théologie de Paris au XIIIe siècle, I, Parigi 1933, n. 107; E. Gilson, La philosophie au moyen-âge, 2^{text {e }} ed., ivi 1944, pp. 316-18.
Sofia Vanni Revighi
?ICCOLÒ dell'Arca. - Detto anche N. da Bari o N. d'Apulia dal suo luogo di nascita. Scultore italiano n. intorno al 1435 e m. a Bologna nel 1494.
Dal 1469 al 1473 lavorò intorno all'Arca di S. Domenico (da cui il suo soprannome) aggiungendo alla parte preesistente di N. Pisano e scolari la cimasa con gli Evangelisti, l'Eterno Padre, il Cristo nel sarcofago fra due angeli e cinque santi. In quest'opera celebratissima N. fa rivivere in un mondo fantastico espressioni d'arte francr-fiamminga unita ad effetti di grazia squisitamente toscana. Forse del 1474 è il busto in terracotta raffigurante s. Domenico, nella medesima chiesa bolognese, in cui è facile notare un carattere minutamente descrittivo che trova riscontro in certi particolari più naturalistici dell'Arca, mentre la colossale Madonna di Piazza, del Palazzo comunale di Bologna, datata del 1478 , testimonia un nuovo momento stilistico del N. con riflessi dell'arte del Verrocchio. Esegui, sempre in Bologna, con grandiosità ampia ed equilibrata, l'aquila in terracotta per il portale di S. Giovanni in Monte, databile poco prima del 1481,

Niccolò dell'Arca - Statuetta di s. Floriano - Bologna, chiesa di S. Domenico.
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anno del completamento della facciata stessa. Capolavoro di N. è il gruppo in terracotta raffigurante il Compianto sul Cristo morto, nella chiesa bolognese di S. Maria della Vita, che risente delle influenze dell'arte ferrarese fiorita in Bologna con il Cossa e con il Roberti nell'ultimo trentennio del secolo. Tale influenza è soprattutto evidente nelle drammatiche figure delle Marie e del s. Giovanni che s'atteggiano rivelando la più intensa commozione mentre le vesti vengono agitate impetuosamente da un turbine di bufera. - Vedi tav. CXV.
Biel.: Venturi, VI,
D. 763 seg.: I. B. Supino. La scultura in Bologna nel sec. XV. Bologna 1910, pp. 132-33, 203-206; C. Gnodi, N. dell' A., Torino 1942.
Mario Massaccesi
NICCOLÒ del
Cavallo: v. sARONCELLI, NICCOLÒ.
NICCOLÒ CuSANO. - Cardinale, filosofo e scienziato umanista, n. a Cues (Treviri) nel 1401, m. a Todi l'8 ag. 1464. Il suo vero nome è Nicolaus Criffts (Krebs = = granchion, figura passata poi nel suostemma cardinalizio).
Laureatosi in diritto in Italia, tornò in patria, fermandosi a lungo a Colonia, dove ebbe modo di scoprire non pochi codici di opere antiche greche e latine, fra cui anzitutto un codice contenente commedie di Plauto prima sconosciute (cod. Vat. lat. 3870). Fu perciò in rapporti con i più noti umanisti del suo tempo, il card. Albergati, Tomaso Parentucelli (poi Niccolò V), l'Aurispa, il Traversari, Enea Silvio Piccolomini (poi Pio II). Partecipò al Concilio di Basilea, dapprima come fautore della tesi che difendeva la superiorità del concilio sul papa: si volse poi alla tesi contraria, che non abbandonò più e di cui divenne strenuo difensore. Fu a Costantinopoli come presidente dell'ambasceria mandata dal Concilio per promuovere l'unione della Chiesa orientale greca con la Chiesa latina. Effetto dell'ambasceria fu il Concilio di Firenze, dove la fusione fu sancita. Amicissimo del card. Cesarini, legato del Papa al Concilio, N. C. dedicò a lui l'opera sua maggiore, De docta ignorantia, scritta nel viaggio di ritorno da Costantinopoli. Nominato cardinale nel 1450, fu da Niccolò V mandato come legato e visitatore apostolicu in Belgio, Boemia e Germania; sempre opponendosi a tutto ciò che era in contrasto non solo con la fede, ma anche con la disciplina ecclesiastica, non sempre allora rispettata. Tale opera appare tanto più importante, in quanto essa si attuò alla vigilia quasi della «Riforma». Cercò di combattere in Boemia l'ussismo. Se nel Concilio di Basilea N. C. fu fautore di una specie di compromesso, fissato nei Compactata, dalla S. Sede però non mai riconosciuto, più tardi reagì in modo energico contro lo spirito sempre più eterodosso, vivo in Boemia. Per consiglio di Pio II cercò di combattere, nel campo dottrinale, l'ialamismo, con l'opera Cribratio Alchorani.
Nel 1452 N. C. fu eletto alla sede di Bressanone. Qui si trovò di fronte a Sigismondo di Asburgo, conte
del Tirolo, che voleva allargare il proprio dominio contro i diritti anche d'ordine territoriale del vescovo. Soprattutto egli si trovò contro i nemici del papato, quali si erano rivelati a Basilea. Soffri persecuzioni, offese personali, prigionia. La lotta, che minacciò di diventare gravissima, finì per l'intervento di Pio II con un compromesso imposto anche dalla grave minaccia che incombeva sull' Europa dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi. Il C., pur rimanendo di diritto vescovo di Bressanone, fu chiamato a Roma dal Papa come suo vicario. Anche a Roma il C., uomo d'intemerati costumi, si trovò, per la sua intransigenza indomabile, in contrasto con l'indirizzo di vita di certe autorità anche ecclesiastiche. Morì pochi giorni prima di Pio II. Lasciò tutti i suoi beni all'incremento dell'ospedale di Cues da lui fondato e dotato di una preziosa biblioteca e dei suoi manoscritti. Fu sepolto a Roma in S. Pietro in Vincoli, dove ha il monumento, opera di A. Bregno.
Le opere più significative di N. C. sono: il De docta ignorantia, in cui è esposto il suo sistema di metafisica incentrantesi nella improporzionalità tra l'Infinito creante di Dio e la ragione dell'uomo; il De coniecturis, che svolge la soluzione del problema gnoseologico; Idiotor libri quattuor in cui si affronta ancora il problema del conoscere in quanto si traduce in direttiva di vita; vi si tratta anche il problema delle scienze, specie nel quarto libro, dal titolo De staticis experimentis; il De beryllo, nel quale si paragona il criterio della dotta ignoranza ad una lente (berillo), attraverso cui soltanto si può affermare la realtà delle cose, che nell'infinito trova la sua ragione di essere; il De ludo globi, in cui si paragona il travaglio del pensiero per la conquista della verità allo sforzo per raggiungere con una palla il centro di un congegno di nove cerchi disposti a spirale.
N. C. interessa profondamente la cultura come umanista, come filosofo e come scienziato. Le fonti dottrinali cui specialmente s'ispira sono le Enneadi di Plotino, le opere di s. Agostino, il De mystica theologia e il De divinis nominibus dello Pseudo-Dionigi, da cui derivò la dottrina della teologia negativa. In filosofia ebbe un pensiero originale, incentrantesi nel concetto d'infinito. Come nell'azione, dopo la deviazione dei primi tempi, di cui è documento l'opera sua De concordantia catholica, N. C. lottò sempre per Roma con Roma; così nel pensiero egli ebbe vivo il proposito, dettato dalla sua fede, di tracciare a se stesso e agli altri il cammino più sicuro che porti l'uomo al di là del potere discorsivo (ratio), all'affermazione per l'intuito dell'intelletto (intellectus), di Dio, uno e trino. L'infinità attuale di Dio non è dalla ragione umana attingibile in sé, e solo si può affermarla per mistica intuizione, che raccolga in un centro unico tutti i raggi dell'esistenza e risolva il processo della conoscenza in una immobile quiete. La fede quindi, che è appunto la concretezza di tale intuizione, come è momento necessario, fastigio supremo di tutto il conoscere umano, cosi è il determinante primo e ultimo dell'esi-
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stere. Tale immobile quiete, e cioè l'infinità attuale di Dio, in cui ogni differenza si annulla e le opposizioni coincidono (coincidentio oppositionem), agli uomini non è dato però di raggiungere. La "dotta ignoranza" è appunto la conoscenza del limite del pensiero umano. Tale ignoranza è "dotta" (l'espressione è già in s. Agostino e in s. Bonaventura), perché ben si vede la ragione di essa in funzione del fatto di essere l'uomo altro da Dio, alterità quindi rispetto all'Unità assoluta. Tale alterità, che non pone se stessa, è tra tutte le esplicazioni dell'Unità assoluta la più simile a Dio, ed è più simile perché, pur mancando essa del potere entificante agli effetti dell'osistere, che è solo di Dio, è però capace di ricostruire agli effetti della conoscenza il ritmo creativo di contrazione ed esplicazione, da unità a molteplicità, fino a superare ogni distinzione nel concetto d'infinità proprio dell'intelletto. Si superano così le distinzioni ancora compatibili con la ragione, come questa supera le distinzioni d'ordine sensibile. Tale processo d'unificazione appare trasparente nel procedimento matematico: il poligono regolare, che la ragione definisce differente dalla circonferenza, si identifica intellettualmente con essa se il numero dei lati si suppone infinito. Il processo gnoseologico dell'uomo rifà così, sempre agli effetti della conoscenza, per via ascendente quel ritmo ontologico che per via discendente si attua dall'Unità assoluta alla molteplicità dei reali. L'infinità attuale di Dio si contrao infatti nel mondo, che la contiene solo in potenza, e alla sua volta l'universo si contrae in ogni essere finito, in ogni sua parte che è perciò implicitamente il tutto.
In accordo con tali concezioni metafisiche stanno le dottrine cosmologico-scientifiche di N. C., il quale concepì la ricerca scientifica come il processo per rendersi consapevoli del ritmo entificante quale in concreto si attua nella realtà. L'infinità potenziale del mondo e delle cose vieta di arrestarci a un limite fisso, a un centro determinato del cosmo. Il mondo non può avere alcun centro né alcuna periferia, perché, per avere ciò, esso dovrebbe essere in relazione con qualche cosa di esterno, da cui vorrebbe limitato, e non sarebbe più l'intero mondo. Cade cosi la concezione tolemaica delle sfere incentrantisi nella terra, come centro appunto di un sistema cosmico finito. Ogni punto nell'infinito è centro, e siccome tutto si muove, anche la terra si muove nello spazio infinito. Il C. si applicò anche alla soluzione di problemi matematici, quali quello che riguarda il rapporto tra circonferenza e diametro, la superficie della cicloide, la quadratura del cerchio. Come geografo, egli disegnò per primo una carta geografica dell'Europa; amico di Paolo Del Pozzo Tiscanelli, si interessò della forma sferica della terra. Esposi i suoi studi di meccanica nell'opera De staticis experimentis, tanto apprezzata dagli scienziati venuti dopo di lui, tra cui Cartesio e Keplero.
Non c'è dubbio sulla purezza delle intenzioni di N. C., come è dimostrato anche dai numerosi discorsi e omelie, in cui appare in pieno la saldezza della sua fede. Egli fu certamente un antiaristotelico, inclinando piuttosto ad una concezione a carattere neoplatonico. Certe sue affezioni perciò, avulse dall'indirizzo generale del sistema, potevano facilmente prestarsi, come in realtà è avvenuto (basterebbe pensare a Giordano Bruno, suo grande ammiratore), ad interpretazioni panteistiche. Il Bruno invero tradì lo spirito della "dotta ignoranza", in quanto essa è affermazione di trascendenza, identificando l'infinito di Dio e l'infinito cosmico. Le vedute scientifiche di N. C. influirono sullo svolgimento delle scienze, in Galileo, Descartes, Keplero.
BNL.: edizioni: l'ed. per ora più completa delle opere di N. C. è quella curata da J. Lefèvre. Sacchus Faber Stapulensis. Basilea 1 969 . In Italia: ed. del De Facta ignorantia. Bari 1913. Un'ed. critica dell'Opera omnia di C., iniziata a Lipsia nel 1932, abbraccerà 14 voll. Sono uscii il I, che comprende una prefazione e il De docta ignorantia, il V (Idiota, De opiientia, De mente, De staticis experimentis), l'XI (De becyllo), il XIV (De concordantia catholicus). Di questa è uscita una trad. it. a cura di P. Rotta (Milano 1929). Studi: R. Schhedini, N. da Cusa ed i conciliari di Basilea alla scoperta
dei codici, in Rend. d. Reale Accad. dei Lincei, 2^{°} serie, 20 (1910); F. Fiorentino, Il risorgimento filosofico del Quattrocento. Napoli 1893. pp. 72 -130; E. Vansteenkertche, Le card. Nicolas de Cuse. L'action, la pensée. Parigi 1920 (studio esauriente); M. C. Settignani, L'elemento matematico applicato allo studio dell'infinito nel "De docta ignorantia" di N. C., in Rit. di filos. neoscolast., 14 (1922). pp. 202-29; P. Rotta, Il card. N. da Cusa. La vita ed il pensiero. Milano 1928; M. Losacco, La dialettica del C., in Rend. della R. Acc. dei Lincei, classe di scienze morali, 6² serie, 4 (1928). pp. 16-38; A. Hermet, Il C., Milano 1929; G. Saïta, La religione nel pensiero di N. da Cusa, in Annali dell'Università di Pisa, 12 (1929). pp. 42-60; T. Battaglia, Il significato dell'opera politica di N. da Cusa, in Studi in onore di Filippo Virgili, Roma 1935. pp. 96-112; R. Lazzarini, Il «De ludo globi e la concezione dell'uomo nel C., Roma 1938. pp. 1-42; P. Rotta, N. C., Milano 1942 (con ampia bibl.); R. Orsili, Il problema della conoscenza nel "De coniecturis" di N. da Cusa, in Sophia, 1941. pp. 247-59.
Paolo Rotta
NICCOLÒ di Lira (lat. Lyranus). - Esegeta francescano, n. a Lyre (Normandia) ca. il 1270, m. a Parigi nell'ott. del 1349. Nel 1292 entrò nell'Ordine dei Minori; dal 1308 fu maestro di teologia a Parigi, dal 1319 al 1324 ministro provinciale della provincia di Francia e dal 1324 della Borgogna. Svolse la sua attività letteraria specialmente dal 1326. E chiamato doctor planus o utilis.
Le sue opere genuine sono 12, le dubbie o pseudepigrafe 54. Principali, delle prime, Postillae perpetuae in Vetus et Novum Testamentum (postilla litteralis), complicate da Moralitates o Moralia (postilla moralis). Inoltre De differentia translationis nostrae et Hebraica litteris Veteris Testamenti; Probatio adventus Cloristi; De visione dictinae essentiae ob animabus sanctis a corpore separatis.
Di queste opere esistono più di 100 codici e più di 100 edizioni. Soprattutto la grande fama di N. e la stragrande diffusione della Postilla si spiega dal fatto che egli ha esposto chiaramente e brevemente il senso letterale della S. Scrittura, con piena conoscenza dell'ebesico. Non fu il primo nell'esporre il senso letterale nel medioevo, però ha liberato l'esegesi dalle eccessive divisioni e sottodivisioni allora in uso, che cegionavano spesso più confusione che chiarezza, riducendo a più sobria misura sia l'analisi del testo, sia le citazioni di luoghi più o meno paralleli.
BNL.: Wadding, Scriptores, pp. 178-79; Sbaralca, II, pp. 276281; H. Labranov, Biographie et qveres de Nicolas de Lyre, in Etudes franciscaines, 16-17 (1906-1907); 19 (1908); 32 (1923), v. indici; Padri Maurini, Histoire littéraire de la France, XXXVI, pp. 325-400; F. Vernet, s. v. in DThC, IX, coll. 1410 1422; F. Schwendinger, De vaticiniis messianicis apud Nicolauw de Lyro, in Antonianum, 4 (1929), pp. 3-44, 129-66; P. Glorieux, Répertoire des molires en théologie de Paris au XIIIe xixie. II, Parigi 1933, pp. 215-31; A. Vaccari, S. Tommaso e Lutero nella storia dell'esegesi, in Civ. Cart., 1933. in, pp. 40, 43; C. Spica, Esquisse d'une histoire de l'eseqèse latine au moyen âge. Parigi 1944. pp. 335-42.
Arduino Kleinhans
NICCOLÒ da Osimo. - Teologo e predicatore francescano, n. a Osimo nella seconda metà del sec. xiv, m. a Roma ca. il 1453. Nel 1438, nominato da Eugenio IV custode di Terra Santa, vi rinunziò in seguito a contrasti.
Durante il vicariato generale di s. Bernardino (14381441), N. lo fiancheggiò efficacemente e mentre reggeva come vicario la provincia di S. Angelo di Puglia, compose la Declaratio super regula Fratrum Minorum, approvata poi dal generale dell'Ordine, Guglielmo da Casale (1439), e da s. Bernardino inviata alle province dei Minori
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Osservanti nel 1440 (edd. in Speculum Minorum, Roma 1509; Monumenta Ordinis Minorum, Salamanca 1511 ; Firmamentum trium Ordinum, Parigi 1512). Dentro la stessa osservanza sembra che N. favorisse la corrente più rigida, per. hé g à nel 1440 egli lavorava presso Eugenio IV per la totale separazione dai Conventuali e quando questa fu concessa con la bolla Ut sacra del 1446, N. la difesa tenacemente dagli attacchi dei Conventuali; e nel 1453 fece parte della commissione nominata da Niccolò V per l'esame e difesa della bolla Ut sacra Scrisse inoltre Supplementum Summae Magistrutiae seu Pisanellae (Genova 1473 e 1474); Quadriga spirituale, terminata nel 1442 (ed. postuma, Jesi 1475); Operetie valgari (ed. G. Spezi, Roma 1865).
BibL.: Wadding, Annales, X, pp. 139-41; XI, pp. 45-54, 115-18, 126-27; XII, pp. 34 e 199; Sbarales, II, p. 266 sgg .; A. Tertzeri, s. v. in DThC, XI, coll. 628-31, Martino Bertagna
NICCOLO I, PAPA, santo. - Figlio di Teodoro
regionario, diacono di Leone IV, alla morte di Benedetto III ( 17 apr. 858) fu eletto e consacrato papa ( 24 apr.), presente l'imperatore Lodovico II. Fu uno dei più eminenti pontefici che tennero il governo della Chiesa; illustre per gli importanti problemi che si trovò a dover risolvere, superando gravi ostacoli sia politici sia ecclesiastici.
Particolare importanza davanti la pubblica opinione ebbe il divorzio di Lotario II, re di Lotaringia, fratello di Lodovico II, Lotario, voglioso di sposare Valdrada, tontò portesti per ripudiare la legittima moglie Tourberga. Appoggiato dagli arcivescovi Guntero di Colonia e Tietgaudo di Treviri ebbe sentenza favorevole in due sinodi; un terzo, tenuto a Metz nel giugno 869 , alla presenza dei legati papali, confermò le sentenze precedenti. N. annullò quelle sentenze e sottopose a penitenza i due arcivescovi ed i loro complici. Costoro ricorsero a Lodovico II che mosse dal Beneventano contro Roma; di fronte alle violenze di lui, N. non piegò e Lodovico dovette ritirarsi, dopo essersi messo in pace con il Papa. La controversia del divorzio non cessò che con la morte di Lotario (ag. 869) che era stato anche scomunicato.
Di grandissima importanza per le relazioni con l'Impero e l'episcopato bizantino furono la controversia a proposito di Fozio (v.) e la celebrazione dell'VIII Concilio ecumenico.
N. si trovò pure a dovere opporsi alle prepotenze ravennati che duravano dal tempo di Leone IV, per opera di Giorgio duca dell'Emilia e di suo fratello Giovanni arcivescovo, che opprimevano soldati e pellegrini e pretendevano di non sottostare all'autorità pontificia. L'arcivescovo fu scomunicato e riparò presso Lodovico II a Pavia; ma N. si portò a Ravenna per giud.care i due fratelli e Giovanni si trovò costretto a presentarsi a Roma, dov'era stato citato e a dare ragione e soddisfazione al Papa del suo operato (861-62). Episodio clamoroso fu anche quello che pose di fronte Incmaro arcivescovo di Reims e N. a proposito di Rotado, vescovo di Soissons, che aveva appellato a Roma. N. rivolse le sue sollecitudini alle province danubiane che dipendevano dal patriarcato romano sino dall'antichità e provvide ad inviare i vescovi Formoso di Porto (v.) e Paolo di Populonia presso i Bulgari per i quali scrisse una celebre Responsio ad consulta Bulgarorum. Protesse le missioni iniziate dai ss. Cirillo e Martidio (v.) presso gli Sluvi della grande Moravia. E sorse a difesa di quelle della Danimarca scrivendo al re Hörík (864) che sembrava propenso per il cristianesimo (Jaffé-Wattenbach, n. 2758). M. il 13 nov. 867 . Fu inserito nel Martir. romano da Urbano VIII nel 1630. Festa il 13 nov.
BibL.: le lettere di N. in PL 119, 769-1200, cf. Denz-U, nn. 526-35; Lib. Pont., II, nn. 151-72; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, Parigi 1911, p. 234 sgg.; E. Perels, Die Briefe Papst Nikolaus I., in N. Archiv., 37 (1912), pp. 537586; id., Papst Nikolaus I. und Anastasius Bibliothecarius, Berlino 1920; id., Papst Nikolaus I. im Streit zwischen Le Mans und St. Calais, in Papsttum und Kaisertum, Berlino 1926, pp. 146162; I. Haller, Nikolaus I. und Pseudoisidor, Stoccarda 1926; A. Cavallin, S. N. I, difensore del primato romano contro Fozio, in La scuola cati., 68 (1940), pp. 23-42; F. A. Norvood, The political pretension of pope Nicholas I, in Church History, 15 (1946), pp. 271-85; Fliche-Martin-Frutaz, VI, pp. 379-500; A. Frugoni, La Chiesa di N. I, in Humamitas, 4 (1949), pp. 495-501, 603-609;
V. Dvornik, Le schisme de Photius. Histoire et ligende, trad. frane. Y. Congar, Parigi 1950, passim. Romualdo Paolucci
NICCOLO II, PAPA. - Alla morte di Stefano X (29 marzo 1058), la nobiltà romana pretese eleggere un Benedetto X che non fu riconosciuto dalla parte migliore del clero e del popolo ; questa, con la protezione di Goffredo, duca di Lorena e Toscana, fratello di Stefano, e l'intervento di Ildebrando ritornato di Germania, elesse in Toscana (genn. 1059), Gherardo di Borgogna, vescovo di Firenze, col nome di N.
In Sutri, in un'adunanza solenne cui intervennero il duca Goffredo e Guiberto cancelliere per l'Italia, Benedetto fu deposto e N. riconosciuto come pontefice. Questi entrò tosto a Roma e fu installato in S. Pietro il 24 genn.; visitò le Marche e costituì Desiderio abate di Montecassino, creato cardinale, vicario per il Beneventano e la Campania.
Nel solenne Concilio di riforma celebrato nel Laterano nell'apr. emanò il decreto riguardante l'elezione del pontefice, in cui, pur riconoscendo l'amore ed il rispetto dovuto al re di Germania, le prime parti rano demandate ai cardinali vescovi; a questi dopo aver deliberato dovevano associarsi nell'elezione gli altri cardinali e quindi il resto del clero ed il popolo; nella scelta doveva essere preferito un membro del clero romano; in caso di tumulti l'elezione poteva tenersi anche fuori di Roma, e l'elerto aveva senz'altro i piani poteri pontificali. Nell'estate N. si portò a Montecassino e di là a Melfi dove tenne un concilio : i principi normanni Riccardo di Aversa e Roberto Guiscardo giurarono fedeltà al Papa, gli prestarono giuramento quali vassalli ed ottennero l'investitura : il primo quale principe di Capua, il secondo quale duca di Puglia e Calabria; Benevento rimaneva sotto il diretto dominio papale. Tenuto un nuovo concilio in questa città, N. con un esercito normanno, che lo aiutò ad assoggettare le terre ed i castelli intorno a Roma, ritornò a Roma. Per sostenere la lotta che la + Pataria - (v.) di Milano aveva ingaggiato contro il vescovo Guido, simoniaco e concubinario, N. inviò il card. Pier Damiani e il milanese Anselmo di Burgio, vescovo di Lucca, riuscendo così a ricondurre la Chiesa milanese in soggezione alla romana. Mentre la reggenza alleatasi all'episcopato tedesco prendeva posizione ostile alla riforma, N. mori in Firenze il 27 ag. 1061.
Bibl.: L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, Parigi 1911, p. 291 sgg.; A. Clavel, Nicolas II et son avoure disciplinare, Lione 1906; A. Fliebe, La Reforme grégorieune, I, Lovanio 1924, p. 309 sgg.; B. Schmeidler, Zum Wahldehret Papst Nikolaus II. vom Jahre 1039, in Hist. Vierteljahrzehr., 31 (1938), pp. 554-60. Romualdo Paolucci
NICCOLÒ III, PAPA. - Giovanni Gaetano, figlio di Matteo Rosso Orsini e di Perna Caetani, cardinale diacono di S. Nicola in Carcere. N. nel secondo decennio del sec. xiri, eletto papa il 25 nov. 1277 a Viterbo, successore di Giovanni XXI. Si propose di tener alta l'autorità della Chiesa romana, tenendola al di sopra delle opposte fazioni che straziavano le città italiane e mirò a condurre una politica nazionale per dar ordine e pace a tutta la penisola.
Perché l'inframmettenza di Carlo d'Angiò era causa di rivalità, fece in modo che a questo fosse tolto il vicariato di Toscana che teneva a nome dell'Impero e per mezzo del card. Latino Malabranca, suo nipote, mise pace in Firenze (1280). Da Rodolfo d'Asburgo fece riconoscere i diritti che la Chiesa romana aveva sulla Romagna e vi mandò come rettore il nipote Bertoldo Orsini. Favori il matrimonio fra Carlo Martello (cf. Dante, Paradiso, VIII, 49 sgg .; IX, 1-12), nipote di Carlo d'Angiò, con Clemenza, figlia di Rodolfo d'Asburgo, allo scopo di eliminare ogni ragione di gelosia fra i due sovrani. Per mettere stabile ordine nelle contrastanti tendenze delle famiglie e del popolo romano, non volle che al termine del decennio fosse rinnovato al re Carlo l'ufficio di senatore, ma volle che fosse conferito a lui stesso, e stabili che in avvenire fosse esercitato da uno o da due senatori ogni anno ( 16 sett. 1278). Amò costruire sia nella Basilica Vaticana, dove era stato arciprete, sia al Laterano, dove restaurò il
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BUSTO DI S. DOMENICO. Terracotta policromata. Bologna, chiesa di S. Domenico.
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SEPOLCRO DI PAPA NICCOLÒ V - Grotte Vaticane.
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(Itri. Andrinos) Niccolò IV, papa - N. IV (minnacchisto insans) alla Vergine imporonata. Musalco di Jacopo Territo (ca. 1293) Roma, abside della basilica di S. Maria Maggiore.
patriarchio e riedificò la cappella del Sancta Sanctorum. Il favore verso i suoi nel distribuir loro uffici ecclesiastici e civili, per servirsene nell'esecuzione dei suoi disegni, gli procurarono l'accusa di nepotismo e di simonia, di cui si fece Dante eco non imparziale (Inferno, XIX). M. di epoplessia a Soriano il 22 ag. 1280.
Bim.: Fra Salimbene, Cronica, in MGH. Script., XXXII, p. 62 e passim; Tolomeo da Lucca, in RIS.XI, col. 1179; F. Savio, N. III, in Civ. Catt., 1894, 1(v: 1892, 1-1) (v. indice); J. Gey, Les registres de Nicolas III, 3 fascc., Parigi 1808-1916; A. Demesio, Papst Nikolaus III., Münster 1903; K. Balthasar, Geschichte des Armutsstrates, Münster in V. 1911, p. 82 sgg.; G. Barraclough, The Chancery ordinance of Nicholas III, in Quellen und Forschungen, It. Arch. (1934), pp. 192-230.
Romualdo Paolucci
NICCOLÒ IV, PAPA. Girolamo, nato di umile famiglia a Lisciano presso Ascoli Piceno, entrò giovanissimo tra i Frati Minori e tenne presso di loro
diversi uffici. Nominato provinciale di Dalmazia da s. Bonaventura nel 1272 fu subito incaricato da Gregorio X , insieme con tre compagni, di condurre presso Michele VIII Paleologo, imperatore di Costantinopoli, i negoziati per la riunione della Chiesa d'Oriente.
Morto nel frattempo s. Bonaventura, frate Girolamo fu eletto a succedergli come ministro generale ( 20 maggio 1274) ed a Lione il 24 giugno in pieno Concilio diede relazione dell'avvenuta unione con l'Oriente. Impiegato in missioni di pace, fu creato da Niccolò III ( 12 marzo 1278) cardinale di S. Pudenziana; alla morte di Onorio IV, dopo dieci mesi d'interregno, nei quali frate Girolamo si adoperò coraggiosamente per condurre a termine l'elezione del successore, fu eletto egli stesso il 22 febbr. 1288 con il nome di N. IV. Si adoperò con grande fervore per le missioni fra i Mongoli nella Persia e fra i Cinesi ed i Tartari e per la riunione della Chiesa cattolica con i dissidenti d'Oriente. Tentò di arginare anche con sue forze armate l'invasione dei Mamelucchi d'Egitto contro quanto rimaneva del Regno di Gerusalemme, ma non poté impedire la caduta di S. Giovanni d'Astz, ultimo baluardo della cristianità (1291). Nominato dai Romani loro senatore, ebbe premura di mettere pace in Roma fidandosi per questo specialmente di Giovanni Colonna. Incoronò a Rieti Carlo II d'Angiò ( 29 maggio 1289), rilasciandogli il diploma d'investitura, e guardandosi bene dal favorire la faziosità dei guelfi. Ad Orvieto pose la prima pietra del Duomo; a Roma costruì un palazzo a S. Maria Maggiore e vi soggiornò; per sua cura quella Basilica fu ornata di musaici, come furono riparati quelli del Laterano. M. a Roma il 14 apr. 1292; Sisto V gli eresse poi il monumento a S. Maria Maggiore.
BibL.: H. Rubeus, Vita Nicolai Papae IV.... nunc primum edita, Pisa 1761; Potthast, II, pp. 1826-1912; E. Langlois, Les registres de Nicolas IV, 2 voll., Parigi 1886-93; O. Schiff, Studien zur Gesch. Nicolaus' IV., Berlino 1897; I. Norden, Das Papsttum und Byzanz, Bofino 1903; R. Morghen, Il card. Matteo Rosso Orsini, in Arch. della Soc. rom. di stor. patrio, 46 (1923), pp. 271372; A. Tostacr, s. v. in DThC, XI, coll. 236-41; A. Mercoli, Frammento di un registro di N. IV, Roma 1931; G. Digard, Philippe le Bel et le St-Siège de 1283 à 1304, 2 voll., Parigi 1936. Pio Paschini
NICCOLÒ V, ANTIPAPA: v. RAINALUCCI, PIETRO di CORVARO.
NICCOLÒ V, PAPA. - Tommaso Parentucelli, n. a Sarzana il 15 nov. 1397, m. a Roma il 24 marzo 1455. A servizio, a Bologna, del vescovo N. Albergati, lo accompagnò nelle missioni all'estero, a Roma e Firenze; morto l'Albergati, Eugenio IV, allora a Firenze, lo creò vicecamerlengo e il 22 nov. 1444 vescovo di Bologna dove, essendo la città in rivolta, non poté insediarsi. Mandato dal Papa due volte in Germania, al ritorno dalla seconda missione, nel dic. 1446, ebbe la porpora in premio di aver conciliato col Papa la Lega dei principi elettori. Nel Conclave, morto papa Eugenio, al terzo giorno fu inaspettatamente eletto dai 24 cardinali presenti, per la mitezza del carattere, la vita esemplare, l'esperienza diplomatica; grato al suo protettore, prese il nome di Niccolò.
Nel suo non lungo papato si preoccupò anzitutto di spegnere le reliquie dello scisma, già assai ridotto, di mantenere la pace, specie nello stato ecclesiastico, infine di soccorrere Costantinopoli. Con concessioni ottenne che l'antipapa di Basilea Felice V rinunciasse ( 7 apr. 1449) nel Concilio allora rifugiato a Lisanna, e gli ultimi padri il 25 si scioglievano. Già N. V, il 19 genn. 1449, aveva fatto bandire per il Natale il Giubileo che ebbe un grande successo; durante l'anno N. V canonizzò s. Bernardino da Siena così popolare in Italia (m. nel 1445); l'anno fu funestato dalla peste che infierì nell'estate. Promosse la riforma della vita ecclesiastica, specie in Germania con visite del card. Cusano e di s. Giovanni da Capistrano. Mantenne la pace nel suo Stato, allontanando i condottieri, e specie lo Sforza, ricomprando Jesi, confermando vicari molti signori, graziando i Savelli, gli Orsini, i Colonna, concedendo una larga autonomia a Bologna e a Roma; pagò i debiti del suo predecessore. Il 16 marzo 1452 incoronò Federico III d'Austria imperatore romano. Episodio doloroso per N. V fu la congiura di Stefano Porcari, da lui già così generosamente perdonato, e lo ferì il rimpianto mostrato dagli umanisti per la sua esecuzione. N. V cercò di soccorrere Costantinopoli, ma la mancata riunione delle due Chiese, le guerre italiane ed europee resero vano ogni suo sforzo. Caduta la città, egli cercò in un congresso a Roma di pacificare l'Italia, ma invano. Negli ultimi due anni la sua attività fu assai diminuita dalla gotta che lo spense nel 1455 : è sepolto nelle Grotte vaticane. N. V fu l'iniziatore del mecenatismo papale verso le lettere e le arti; morendo lasciò ben 807 codici latini raccolti in tutta Europa; progettò il rinnovamento della Città Leonina e la sua fortificazione contro le frequenti rivolte di Roma: la ricostruzione di S. Pietro, in conformità alle nuove tendenze artistiche; nella città restaurò strade, acquedotti e monumenti; la morte troncò quasi tutti questi grandi progetti. - Vedi tav. CXVI.
Bim.: fonti : per la vita di N. V cf. Vespasiano da Bisticci, in Vita di uomini illustri, e B. Platina, in De vita et gestis Pontificum Romanorum ad Sistum IV, ambedue in molte edd.; G. Manetti, Vita Nicolai V, in RIS, III, it, Milano 1734, coll. 907-60; cf. inoltre S. Infessura, Diario della città di Roma, passim, varie volte pubblicato. Opere : Le storie generali della città di Roma, quali quella del Gregorovius, Reument, ecc.; v. anche Pastor, I, con minuta bibl. Inoltre: P. Paschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940, v. indice; e Fliche-Martin, XV. Parigi 1951, pp. 13-38.
Luigi Simeoni
NICCOLÒ da Poggibonsi. - Viaggiatore francescano del sec. xiv, di cui si conosce solo quanto egli stesso dice nel suo Libro d'oltremare, scritto in Italia, su appunti presi durante quattro anni di viaggi in Oriente.
Partito da Firenze nel marzo 1346, s'imbarcò a Venezia il 6 apr. dello stesso anno. Tra varie difficoltà raggiunse e visitò la Terra Santa, la Siria, la Caldea, fino a Bagdad, passando poi in Egitto. In 264 capitoli descrive, in volgare italiano, il suo viaggio e i monumenti e luoghi visitati. L'opera fu edita integralmente, dopo edizioni parziali, da Alberto Bacchi, Libro d'Oltremare di fra N. da P. (Bologna 1881), in 2 voll.
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Nicca - Sedi episcopali dei vescovi presenti al Concilio di N.
Bibl.: oltre alla citata ed., cf. A. Franco, Cenui su N. de P., in Eureciaz. sulla letterat. relig. in Italia nei secc. XIII e XIV, di G. Mazzoni, Firenze 1903, pp. 298-300 (studio sui codici); Sbaralea, III, p. 731; G. Golubovich, Bibl. bibbibl. della Terra Santa e dell'Oriente francese., V. Quaracchi 1927, pp. 1-27. Alberto Ghinato
NICEA. - Antica città della Bitinia, oggi semplice villaggio, fondata nel 316 a. C., con il nome di Antigoneia, nella Frigia dell'Ellesponto, sul lago Ascanio.
Fu sede dei re di Bitinia e passò sotto la dominazione romana nel 74 a. C.; nel 29 a. C. vi fu eretto un temp o in onore di Roma e di Augusto. Quale governatore vi risiedette Plinio il Giovane nell'anno iII. Rovinata da un terremoto ca. il i 12 , fu ricostruita da Adriano ca. il 120 . Fu incendiata dagli Sciti nel 259 e restaurata da Claudio il Gotico. Il gruppo dei martiri Cosconio, Zenone e Melanippo sono ricordati a N. il 19 genn. nell'Epitome siriaca e nel Martirologio geronimiano; Policarpo nel Martirologio siriaco è al 27 genn.; al 9 giugno il Martirologio geronimiano pone: «in Nicaea civitate Diomedia», come nel Synax. Constantinop. (p. 739); la stessa Passio ricorda la città di N. (BHG, 2, 548-52). Anche il gruppo di Teodota martire e figli sembra appartenere a N.; il Martirologio geronimiano al 2 ag. e al 2 sett. dà « in Bithynia civitate Nicaea Theodota cum tribus filiis». come la Passio (BHG, 2, 1781). Vestigia del culto del martire Neofita, ricordato nel Sinassario di Costantinopoli al 21 genn., sono state ritrovate a N. (O. Wulff, Die Koimesishirche in Nicaea und ihre Mosaiken, Strasburgo 1903, pp. 20, 182). Non si conoscono i suoi vescovi anteriori alla pace costantiniana. A N. furono tenuti i Concili ecumenici del 325 e del 787 . Venne occupata definitivamente dai Turchi nel 1333. Le rovine della chiesa di S. Sofia, a tre navate, indicano almeno quattro differenti fasi costruttive; le murature più antiche risalgono alla primitiva costruzione nella quale si tenne il Concilio del 787 ; il secondo periodo sembra del x sec.; il terzo periodo risale ai secc. xI-xII; il quarto periodo all'epoca dei Paleologi (xiII sec.).
La chiesa della Dormizione della Vergine (Kvipyms 785 Ilaveryos) fu costruita a cupole, ad imitazione della chiesa di S. Sofia di Costantinopoli. La data della sua
fondazione ha dato luogo a molte discussioni e mentre, in un primo tempo, si era ritenuto che fosse sorta dopo il terremoto, tra il 1059-67, in seguito agli studi di Ch. Diehl, O. Wulff, H. Grégoire, Th. Schmitt e G. De Jerphanion, la data si è arretrata tra l'viit e il vi sec. I ruderi però ebbero molto a soffrire della guerra greco-turca. Sull'arco d'apertura dell'abside, dentro un grande cerchio, si erge il trono con suppedaneo; sul cuscino è posato un manto e il libro gemmato; sopra, nel mezzo di una croce da cui partono sette raggi, si libra lo Spirito Santo nimbato in forma di colomba (insignia Christi). A guardia del trono, due per lato, stanno le figure maestose di quattro angeli nimbati, slati, stringenti ciascuno un labaro in cui è scritto il trisagio (AITOC, AITOC, ATIOC). L'abside ebbe una duplice decorazione musiva. In un primo tempo ebbe nel centro una grande croce; in un secondo tempo, dall'alto dell'abside, si sprigionava dalla mano divina un triplice raggio che investiva la Madonna velata stante su ricco suppedaneo, tenendo davanti a sé il Bambino con il nimbo crucigero. Nel pavimento, dietro l'altare, fu riadoperata un'iscrizione del tempo di Michele III (858). In sette monogrammi, o nessi, si leggeva l'iscrizione: "Madre di Dio, ricordati del tuo servo, monaco, presbitero egumeno \%. Alcuni ritennero che il nome del monaco fosse Giacinto, altri Naucratios. Nella navata la decorazione musiva era del IX o x sec. Il pavimento era a intarsi marmorei e musaici; il nartece era decorato con musaici del sec. xi.
Bibl.: O. Wulff, Die Koimesishirche in Nicaea und ihre Mosaiken, Strasburgo 1903: R. Janin, Nicée, Etudes histor. et topogr., in Eidos d'Orient, 28 (1925), pp. 482-90; H. Grégoire, Le véritable nom et la date de l'egl. de la Dormition à Nicée. Un texte nouveau et décisif, in Mélanges H. Pirenne, I, Bruxelles 1926, pp. 171-74; id., Encore le monastère de Hyacinthe à Nicée, in Byzantion. 5 (1929-30., pp. 287-93; Th. Schmitt, Die Koimesishirche von Nihala. Das Bauserh und die Mosaiken, Berlino 1927. Enrico Josi
I. Primo Concilio di N. - Venne celebrato nel 325 per definire la fede contro l'arianesimo, per liquidare lo sciama provocato da Melezio in Egitto e per stabilire definitivamente la data della Pasqua.
1. Cenni storici. - Non si conservano gli atti del
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Concilio, ma è impossibile che non sia stato fatto il verbale di una assemblea cosi solenne presieduta dall'Imperatore e che doveva aver effetti anche nella legislazione civile.
Del resto ci sono allusioni a tali atti in s. Girolamo (Dial. c. Lucifer., 20), in Teodoreto (Hist. eccl., 1, 6) e in Sozomeno (Hist. eccl., 2, 21). Dei documenti ufficiali oggi restano: il Simbolo, i canoni, la lista dei vescovi elencati per province (ed. H. Gelzer-II. Hilgen-feld-O. Cuntz, Patrum nicaenorum nomina, Lipsia 1898) e una lettera sinodica indirizzata alle Chiese di Egitto, Libia e Pontapoli conservata da Socrate e da Teodoreto (ed. L. Parmentier [CB, 19], p. 38). Altre fonti importanti del Concilio di N. sono Eusebio di Cesarea, Atanasio, Epifanio, Rufino, Socrate e Sozomeno.
Costantino, divenuto imperatore dell'Oriente dopo la vittoria su Licinio (autunno del 323), si trovò dinanzi al dilagare dell'arianesimo (v.), sorto alcuni anni prima ad Alessandria ma ormai infiltratosi in molte province orientali. Desideroso sempre di concordia, Costantino, poco istruito nella religione cristiana, volle dirimere la contesa invitando al silenzio sia Ario che il vescovo Alessandro d'Alessandria. A questo scopo scrisse due lettere (Eusebio, In Vitam Constantini, 2) una delle quali fu portata ad Alessandria dal vescovo di Cordova, Osio, consigliere di Costantino. Fallito questo tentativo di concordia, l'Imperatore, sentendosi sempre il Pontifex maximus, convocò di propria iniziativa un Sinodo da tenersi a N. e al quale dovevano recarsi, facendo uso del corriere imperiale, tutti i vescovi cristiani (ibid., 3, 4-5; Socrate, Hist. eccl., 1, 5).
Che sia stato proprio Costantino a convocare il Concilio senza chiedere il consenso della Sede Romana si deduce: 1) dal fatto che egli convocò anche di propria iniziativa, prima e dopo N., altri Sinodi (Roma, Arles, Tiro, Gerusalemme); 2) dalle testimonianze positive dello stesso Concilio (Teodoreto, Hist. eccl., 1, 9), di Costantino (In Vitam Constantini, 3), di Socrate (Hist. eccl., 1, 8) e di Sozomeno (Hist. eccl., 1, 17). Rufino dice che Costantino prese la decisione "ex sacerdotum sententia" (Hist. eccl., 1, 1), alludendo probabilmente ai consiglieri ecclesiastici imperiali. L'ariano Filostorgio dice che l'idea venne da Alessandro di Alessandria a Osio e da Osio a Costantino (Hist. eccl., 1, 7). Il primo e tardivo documento che fa intervenire Silvestro papa nella convocazione del Concilio è il Liber Pontificalis (ed. Duchesne, I, p. 171; v. anche p. 75). Lo stesso si dice dell'affermazione fatta dal VII Concilio universale ( 787 ) a N. Si aggiunga l'impossibilità quasi materiale, per la scarsezza di tempo, di inviare da Nicomedia a Roma una missione imperiale per domandare l'approvazione pontificia. Nel cod. Parigino str. 62 (sec. viII-IX) vi è una versione siriaca di una lettera attribuita a Costantino, il quale segnala come luogo di un Sinodo N., accessibile anche agli occidentali. Si tratta di un documento di autenticità molto dubbia. Del resto nessun autore bizantino allude a tale scritto.
Il Concilio si aprì, secondo Socrate (Hist. eccl., 1, 8), il 20 maggio 325 nella grande sala del Palazzo imperiale di N. nella Bitinia. Vi assistettero ca. 300 vescovi (secondo Eustazio, ca. 270; secondo Eusebio, 250; secondo Costantino, più di 300 ). Il numero di 318 , dato da Atanasio (Ad Afros, 2), non privo di riminiscenze bibliche, è rimasto tradizionale, dimodoché molto spesso in Oriente il Concilio di N. si chiamò quello "dei 318 Padri ". I vescovi erano in prevalenza orientali di tutte le province; fra essi, s. Alessandro di Alessandria, s. Eustazio di Antiochia, s. Leonzio di Cesarea in Cappadocia, s. Atanasio, allora discorso e poi vescovo alessandrino, Eusebio di Cesarea in Palestina, Eusebio di Nicomedia e Marcello di Ancira. Fra gli occidentali primeggiava Osio di Cordova, Silociario del Papa, insieme agli inviati pontifici, i presbiteri Vito e Vincenzo. V'erano anche Ceciliano di
Cartagine, un vescovo gallo e un altro calabrese. Non mancò neanche un vescovo persiano.
La presidenza del Concilio fu doppia: una onoraria, tenuta da Costantino, il quale, seduto in mezzo all'assemblea su di un trono d'oro, dirigeva i lavori consigliando la concordia; l'altra presidenza, quella legittima, ecclesiastica, era tenuta in nome di papa Silvestro (In vitam Const., 3, 7) da Osio e dai legati romani (Gelasio di Cizion, Hist. Conc. Nic., 2, 5). Il Concilio fu inaugurato da Costantino con un breve discorso, in cui invitava tutti alla concordia nella fede (In vitam Const., 3, 12). Poi crminciarono i lavori. Si parlò subito del Simbolo e dei canoni. Lo scisma provocato ad Alessandria da Melezio di Licopoli, il quale pretendeva essere il vescovo "della Chiesa dei martiri" e aveva costituito ad Alessandria una sua piccola gerarchia, fu risolto (v. la lettera sinodale conservata da Socrate, Hist. eccl., 1, 9) confinando Melezio a Licopoli e sospendendone ogni funzione vescovile. Quanto al suo clero, esso avrebbe potuto, previa riordinazione, figurare dopo il clero già esistente. Per la celebrazione della Pasqua (v.) fu stabilito (v. la stessa lettera) che tutti abbandonassero l'usanza giudaica di festeggiarla il 14 nistr, anche se anteriore all'equinozio, e invece seguissero l'uso romano e alessandrino di celebrarla sempre dopo l'equinozio. Non si vede però dalle fonti contemporanee se sia vero, come afferma s. Leone in una lettera a Marciano (PL 54, 1055), che il Concilio di N. abbia incaricato la sede alessandrina di fissare per tutta la Chiesa la data dell'equinozio nei singoli anni.
Il Concilio si chiuso, a quanto sembra, il 19 giugno. Prima di separarsi, i Padri assistettero ai vicennalia di Costantino, il quale ossequili i vescovi con un solenne pranzo. I recalcitranti Ario, Teogni di Marmariae e Secondo di Tolemaide furono esiliati nell'Illirico.
Non è da ammettere che il Concilio di N. sia stato convocato e radunato una seconda volta nel 327. Un cosi grande avvenimento sarebbe stato riferito dagli autori contemporanei, i quali invece non ne parlano. Alcuni testi, in cui vi sarebbe qualche accenno al fatto, vanno interpretati altrimenti (Bardy).
2. Il Simbolo. - La «fede di N. ", come si apprende dai testimoni Eusebio, Atanasio e Marcello di Ancira, dalle antichissime versioni latine e sirische e dall'uso costante della Chiesa, suonava cosi :
* Crediamo in un Dio Padre onnipotente, creatore di tutto il visibile e l'invisibile; e in un Signor Gesù Cristo il Figlio di Dio, Unigenito, generato dal Padre, ossia dalla sostanza ( ε ε v η̃ ς oú σ α̃ ς ) del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non fatto, consustanziale al Padre ( ἀ α ° ἀ σ ° ν v η̃ Ĩ α τ ρ i ), mediante il quale tutto fu fatto, quello che è nel cielo e quello che è nella terra; il quale per noi uomini e per la nostra salvezza discese e si fece carne, si fece uomo, pati e risuscitò il terzo giorno, salì ai cieli, verrà a giudicare i vivi e i morti; e nello Spirito Santo.
Quelli poi che dicono v'era [un certo periodo] quando non era ( η̃ ν toтt σ̃ τ ε oủ η̃ ν ) e non era prima di essere generato e che osano dire che fu fatto dal nulla o da un'altra hypostasis o usia, o che il Figlio di Dio era creato o mutevole o cambievole ( τ ρ ε τ τ ἐ ν η̃ ἀ ν α λ λ ı α τ ἐ ν ) vengono anatematizzati dalla Chiesa cattolica *,
Una falsa interpretazione di una lettera di s. Basilio (Ep. 244: PG 32, 924) e di un testo di s. Ilario (Fragm. hist., 2, 35: PL 10, 658 AB) ha indotto alla sbagliata conclusione che il Simbolo sia stato composto rispettivamente da un certo Ermogene e da s. Atanasio. Gli ariani (Atanasio, Hist. arian. ad monachos, 42) l'attribuirono con più ragione a Osio. Ma il vero sembra essere che la formula sia stata composta un po' da tutti i vescovi o forse da qualche comitato.
Fu proposta prima una formola di fede, probabilmente da Eusebio di Nicomedia, la quale per i suoi errori fu subito respinta con sdegno. Successivamente Eusebio propose il Simbolo battesimale di
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Cesarea, il quale fu accettato come base. Non è invece sicura una dipendenza del Simbolo di N. da quello di Gerusalemme.
Il Simbolo di Cesarea non apparve sufficientemente chiaro e dopo vivaci discussioni furono introdotti incisi nettamente ordiniani, e cioè : 1) "dalla sostanza del Padre ", per rilevare la vera generazione del Verbo, il quale non procede dalla volontà del Padre come "olevano gli ariani; 2) "generato non fatto", per respingere l'errore che faceva il Verbo "creatura" del Padre; 3) "consostanziale (v.) al Padre ", espressione specialmente avversata dagli ariani e dai semiariani durante tutto il sec. iv e quindi tessera di ortodossia. "Consostanziale" significa qui che il Figlio è di natura cosí divina come quella del Padre. Si noti l'assenza di ogni sviluppo intorno allo Spirito Santo.
La "fede di N." venne sostenuta dai papi del sec. Iv: Giulio (Atana