volume-08

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re; 3) "consostanziale (v.) al Padre ", espressione specialmente avversata dagli ariani e dai semiariani durante tutto il sec. iv e quindi tessera di ortodossia. "Consostanziale" significa qui che il Figlio è di natura cosí divina come quella del Padre. Si noti l'assenza di ogni sviluppo intorno allo Spirito Santo.

La "fede di N." venne sostenuta dai papi del sec. Iv: Giulio (Atanasio, Apol., 23.25), Liberio (Socrate, Hist. eccl., 4, 12; Ilario, Op. hist. fragm., V, 6: Pl. 10, 686) e Damaso (PL 13, 353), oltre che dai ss. Atanasio, Basilio, Gregorio Nazianzeno, Ambrogio, Ilario, e riconfermata dai Concili ecumenici di Costantinopoli (381), Efeso (431), Calcedonia (451), ecc. Si tratta della prima definizione dogmatica del magistero ecclesiastico.
3. I canoni. - Dei 20 canoni emanati dal Concilio la maggioranza riguarda la disciplina del clero. Viene stabilito: che sia escluso dal clero colui il quale volontariamente si mutila (can. 1); che non si diano troppo affrettatamente gli Ordini sacri ai convertiti (can. 2); che i chierici non coabitino con donne che non siano della famiglia o al riparo di ogni sospetto (can. 3); che l'elezione di un vescovo venga fatta da tutti quelli dell'eparchia e poi confermata dal metropolita, mentre la consacrazione va fatta almeno da tre vescovi (can. 4); che non sia tenuta in considerazione l'ordinazione del sacerdote indegno ordinato senza previe informazioni (can. 9); che i lapsi ordinati sacerdoti vengano sospesi (can. 10); che i vescovi, sacerdoti e diaconi non vadano trasferiti in un'altra chiesa (cann. 15-16); che i diaconi non amministrino la Comunione ai preti (can. 18).

Altri canoni regolano l'ammissione nella Chiesa degli apostati - si mostra particolare benevolenza verso quelli che hanno ceduto durante la persecuzione di Licinio - e dei cathari o novaziani e dei pauliniani. Per i primi viene stabilita la penitenza pubblica nella categoria degli audientes e dei substrati. Non deve essere negata la Comunione in pericolo di morte (can. 13). Viene severamente punita l'usura (can. 17) e si prescrive la preghiera in piedi la domenica e durante il tempo pasquale (can. 20).

Di notevole importanza sono i cann. 6 e 7 . Il primo consacra l'eccezionale situazione del vescovo di Alessandria, che ha diritti metropolitani sull'Egitto e anche sulla Libia e la Pentapoli, provincie civilmente diverse da quella egiziana. Anche Antiochia e le altre eparchie conservano gli antichi diritti. Il can. 7 prescrive che il vescovo di Aelia (Gerusalemme) abbia la presidenza onoraria senza pregiudizio dei diritti del metropolita. Questi canoni rispecchiano l'iniziale organizzazione della gerarchia orientale in metropoliti e vescovi semplici, generalmente sulla falsariga delle provincie civili. Alessandria e Antiochia sono le principali sedi, seguite da Gerusalemme. Costantinopoli non era stata ancora edificata.

In tempi posteriori anche i canoni del Concilio di Sardica furono attribuiti a N. Inoltre esistono canoni pseudoniceni, quelli cioè approvati probabilmente come "niceni», per iniziativa di s. Mārūtā di Majferget, dai vescovi persiani radunati nel Concilio di Seleucia-Cresi-. fonte (410; v. O. Braun, De sancta Nicaena Synodo, Münster 1898; id., Das Buch der Synhados, Stoccarda 1900; J. B. Chabot, Synodicon Orientale, Parigi 1902, pp. 17-36, 253-75). Questi stessi canoni hanno avuto larga diffusione nell'Oriente, sono stati tradotti in arabo e chiamati quindi «niceno-arabici».

Bibb.: per la storia, v. Hefele-Leclercq, 1, p. 386 sgg. (con bibl.); P. Batiffol, La paia constantiaienne, Parigi 1914; id., Les sources de l'histoire de Cunc. de Nixée, in Echos d'Orient, 26 (1927), pp. 5-17. Le Audecta Sacra Tarracaneusia pubblicarono il vol. 2 (1926) dedicato a N., nel quale v. fra l'altro K. Bihlmeyer, Das erste allgemeine Konzil 20 N. und seine Bedeutung, pp. 199-218; A. Vazzari, La S. Scrittura al Cunc. di N., pp. 349356; A. Mellon, Le Concile de Nixée dans la littérature capte, pp. 219-26. Cf. inoltre: G. Bordy, Sur la stititution du Cunc. de Nixée, in Recherches de science religieuse, 23 (1933), pp. 430450; L. Ortiz de Urbina, La politica di Costeutina nella contraversia aríana, in Atti del V Congresso interno degli studi bizantini, Roma 1936, pp. 284-98; E. Honigmann, Recherches sur les listes des Pères de Nixée et de Constantinople, in Byzantion, 11 (1938), pp. 429-49; id., La liste originale des Pères de Nixée, ibid., 14 (1939), pp. 17-76; id., The original lists of the members of the Council of N. The Robber-Synod and the Council of Chalcedon, ibid., 16 (1944), pp. 20-28; M. Gocmans, Het algemeen concilie in de IV eens, Nimaga 1941; Fliche-Martin-Frutax, III, p. 83 sgg. Per il Simbolo: A. d'Alès, Le dogme de Nixée, Parigi 1926; I. Ortiz de Urbina, El simbolo niceno, Madrid 1947; P. Comchet, "Symbole de N." ou "Psi de N."?, in Orient. Chr. Period., 13 (1947), pp. 423-33. Per i canoni: R. Marti, El Conc. de Ni la seva celebració i els seus cànons, in Anal. Sacra Turcat., 2 (1926), pp. 227-58. Ignacio Ortiz de Urbina
II. Secondo concilio di N. - VII ecumenico e l'ultimo ammesso dagli Orientali dissidenti.
I. Avvenimenti storici. - Il II Concilio di N. fu celebrato per porre fine alle persecuzioni iconoclaste che per iniziativa degli imperatori bizantini infierivano dal 726 ed erano state approvate dal conciliabolo di Hieria del 754. Finalmente l'imperatrice Irene, avversa all'iconoclastia, fece eleggere a patriarca bizantino Tarasio (784), il quale invitò subito l'Imperatrice, reggente per il suo figlio minore Costantino VI, a convocare un concilio generale (Mansi, XII, 986-89). Infatti il 29 ag. Irene convocava il papa Adriano I al Sinodo che doveva tenersi a Costantinopoli - diceva "decrevimus ut fieret universale concilium" - per confermare il tradizionale culto delle immagini (ibid., XII, 1984-86). Adriano accolse l'invito ( 26 ott. 785 ) annunziando l'invio di legati - essi furono Pietro arciprete di S. Pietro, e Pietro archimandrita di S. Saba a patto che in loro presenza fosse respinto il conciliabolo di Hieria e fosse concessa libertà sia al Concilio che ai legati anche per un onorevole ritorno nell'eventualità di un mancato accordo (ibid., XII, 1055-71). L'effettiva convocazione del Sinodo da parte di Irene viene confermata ancora dagli stessi Padri del Concilio a più riprese (ibid., 1051, 1113, 1001; XIII, 1, 130, 374). Tarasio invitò i patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, soggetti allora ai califfi. I messi del patriarca non riuscirono a prender contatto che con alcuni monaci egiziani, due dei quali vennero al Sinodo come rappresentanti dei 3 patriarchi con una lettera sinodica del defunto patriarca di Gerusalemme, Teodoro, in favore del culto delle immagini.

Un primo tentativo di inaugurare il Concilio nella chiesa dei SS. Apostoli a Costantinopoli (17 ag. 788) abortì per una sommessa degli iconoclasti. Più tardi, ristabilitasi la calma, il Concilio si aprì nella più tranquilla N. il 24 sett. 787 .

Le edizioni del Concilio di N. sono state fatte su tre manoscritti greci degli atti, due dei quali della Vaticana. Della prima versione latina fatta fare da Adriano I si conservano alcuni frammenti nei Libri Carolini. Essa era cosi sbagliata che Anastasio il bibliotecario ne compose un'altra nel sec. ix, omettendo però il resoconto dell'VIII seduta, sia perché gli sembrò di minor importanza, sia per velare il fatto che una donna, Irene, avesse tenuto un discorso ai Padri. Un'ulteriore versione latina (Colonia 1540) è meno perfetta di quella di Anastasio.

I Padri riuniti a N. erano ca. 350. Furono celebrate 8 sedute (sette nella chiesa di S. Sofia, l'ultima, più solenne, sotto la presidenza di Irene, a Costantinopoli il 23 ott., nel Palazzo della Magnaura). Il primo posto fu oc-

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cupato da Tarasio, ma i legati papali furono sempre i primi a sottoscrivere. Vicino all'ambone sedevano i commissari imperiali : il patrizio Petrona e il logotheta o cancelliere Giovanni.

Nella prima seduta, dopo un breve discorso di Tarasio, fu data lettura di una lettera di Irene in cui veniva garantita la libertà richiesta da Adriano e si ordinava la lettura delle lettere pontificie e di quelle delle Chiese orientali dominate dai califfi. Vennero poi discussi alcuni casi di vescovi iconoclasti che ora chiedevano la riconciliazione. La discussione, complicatasi con questioni sulla validità delle ordinazioni degli eretici, non si rivolse favorevolmente se non nella terza seduta. Nella seconda furono lette le lettere di Adriano I a Irene e a Tarasio, la prima però non integralmente poiché venne omessa l'ultima parte, in cui il Papa richiedeva la restituzione di alcuni possedimenti romani strappati durante la lotta iconoclasta, protestava contro il titolo di * ecumenico * datosi dal patriarca e si lagnava che a coprire questa carica fosse stato scelto un laico. La prima parte della lettera del Papa, dopo aver rilevato il primato di s. Pietro ereditato dai suoi successori, dichiarava che la sede romana aveva sempre favorito il culto delle immagini. A questo proposito Adriano raccontava le narrazioni su Costantino, in gran parte leggendarie, contenute nelle Gesta Sylvestri e adduceva esempi del Vecchio Testamento e testimonianze patristiche in favore delle immagini. La lettera del Papa a Tarasio ripetava in parte lo stesso contenuto. Alla domanda dei legati pontifici Tarasio rispose dichiarandosi favorevole al culto delle immagini. Nelle terza seduta fu letta una sua lettera sinodica in cui riconosceva i 6 concili ecumenici, lanciava l'anatema contro tutti gli eretici, comprese papa Onorio, e accettava il culto delle immagini. Lo stesso press'a poco veniva confermato nella sinodica di Teodoro di Gerusalemme che fu letta in seguito. La quarta e la quinta seduta furono dedicate a dimostrare l'utilità del culto delle immagini adducendo i casi simili del Vecchio Testamento, le testimonianze dei Padri e recenti casi portentosi. Nella sesta seduta fu prolissamente refutato il decreto iconoclasta del conciliabolo di Hieria. Finalmente nella settima seduta ( 13 ott.) fu promulgato il decreto dogmatico. Esso fu sottoscritto da tutti e tutti lanciarono anatemi contro gli iconoclasti. Tarasio in una lettera a Irene (Mansi, XIII, 404-405) comunicò all'Imperatrice il falice esito del Sinodo e lo stesso fu fatto da tutti i Padri in una lettera sinodica al clero di Costantinopoli (ibid., 407-14). Non si conosce invece nessuna lettera ufficiale indirizzata dal Sinodo al papa Adriano I. Nella solenne seduta ottava Irene tenne un breve discorso e dette ordine di leggere il decreto dogmatico e avuta risposta che tutti l'avevano accettato, anche essa e suo figlio lo sottoscrissero. Dopo la seconda lettura di alcuni testi patristici il Concilio si chiuse fra le solite acclamazioni.
2. Decisioni dogmatiche e disciplinari. - Nella settima seduta i Padri promulgarono all'unanimità il decreto dogmatico, il quale, dopo aver profossato il Simbolo costantinopolitano e aver lanciato l'anatema contro tutti gli eretici, non escluso Onorio, dichiarava che le immagini del Signore, della Vergine e dei santi venissero esposte un po' dappertutto.
«Più guarderà queste immagini e più lo spettatore ricorderà colui che è rappresentato e si sforzerà di imitarlo e si sentirà portato a dimostrargli riverenza e onorevole venerazione ( ἀ σ π α α μ ν̂ v xal τ η ε η τ ε ε ἠ v π ρ ° σ κ ν̂ v η σ ι v ) senza attestargli però la vera latria ( τ ἠ v ἀ λ ἠ ἠ v ν ἠ v λ α τ ρ ε i α v ) che solo a Dio spetta; ma gli offrirà in segno di venerazione incenso, lumi, come si fa per l'immagine della Santa Croce e per i Santi Vangeli e per i vasi sacri; tale era la pia abitudine degli antichi, poiché l'onore fatto a una immagine si rivolge a colui che essa rappresenta. Chiunque venera ( π ρ ° σ varkappa u v e l ) una immagine, venera la persona ivi rappresentata \%. Il decreto Ritiva scomunicando coloro che pensassero altrimenti e condannassero il culto dato tradizionalmente dalla Chiesa alle immagini della Croce e dei santi, ai Vangeli e alle reliquie dei mar-
tiri. Il decreto distingue chiaramente due gradi nel culto; uno di latria o adorazione riservato a Dio e un altro inferiore, relativo, dato alle immagini dei santi. Quest'ultima viene espresso mediante il vocabolo π ρ ° σ varkappa u v e l v che in tempi anteriori significò piuttosto la vera adorazione. Ma lo stesso Tarasio nella lettera a Irene (Mansi, XIII, 404-405) afferma l'equivalenza fra π ρ ° σ varkappa u v e l v e ἀ σ π α ζ̇ ζ ° θ α ι e che Anastasio tradusse rispettivamente per adorare" e salutare \%.

I 22 canoni disciplinari, emanati a quanto pare nella ottava seduta, sono, anche nella forma, un po' secondo lo stile delle Regole monastiche in cui si premette l'insegnamento evangelico da attuarsi nella pratica. I canoni riguardano molte questioni e tendono generalmente a restaurare la disciplina, specie fra i vescovi, rilassata durante la controversia iconoclasta.

Il vescovo deve sapere a memoria il Salterio (can. 2); sarà deposto se viene eletto dal potere civile (can. 3); non potrà chiedere per sé metalli preziosi (can. 4); sarà deposto se è stato scelto per simonia (can. 5); non può portare abiti di lusso né profumi (can. 16) né potrà permettere il soggiorno di donne nella sua casa (can. 18). Una volta all'anno si terrà sinodo provinciale (can. 6). Si ritorni all'uso di mettere reliquie nelle chiese (can 7) e si raccolgano nell'episcopio di Costantinopoli tutti gli scritti iconoclasti (can. 9). Vi saranno economi sia nelle metropolie che nei monasteri (can. 11). Non si dia, a Costantinopoli, accoglienza ai chierici che si allontanano dalle proprie chiese (can. 10). Gli ebrei siano accettati purché non continuino a osservare il sabato e i costumi giudaici (can. 8). E invalida la donazione di beni ecclesiastici fatta dal vescovo o dagli igumeni in favore dei principi (can. 12). Pena la scomunica debbono essere restituiti alla Chiesa gli edifici convertiti ora in caravanserraglio (can. 13). Viene vietato ai chierici non ancora lettori * - il lettorato era oltre al suddiaconato il solo Ordine minore in Oriente - di leggere, nella liturgia, dal pulpito (can. 14). Nessun chierico deve avere a sua cura due chiese (can. 15). I monaci non abbandonino il proprio monastero per sfuggire all'ubbidienza (can. 17). Non si deve mettere come condizione all'ingresso nello stato ecclesiastico o monacale la consegna di una certa somma di danaro (can. 19). Vengono proibiti i monasteri doppi di uomini e donne (can. 20). Nessun monaco può per propria autorità trasferirsi in un altro monastero (can. 21). Il canone 22 dà norme al monaco e al chierico riguardo al mangiare presso donne o in case private.

Adriano I scrivendo nel 794 dichiarò di aver accettato il Sinodo di N. (vipsam suscepimus synodumv) benché ancora (dopo quasi 10 anni) non avesse inviato nessuna risposta alle autorità bizantine * metuentes ne ad eorum revertorentur errorem * (Jaffé-Wattenbach, 2483) : parole che vanno interpretate nel senso che il Papa non voleva dare una approvazione completa a tutto l'operato del Concilio prima che fosse stata eseguita la richiesta restituzione dei beni romani. I Franchi non accettarono subito le decisioni di N. sia per non aver capito il testo degli atti che per motivi politici. Nello stesso Oriente la recrudescenza dell'iconoclastia impedl una pacifica approvazione generale del Concilio di N. fino all'842. L'VIII Concilio ecumenico considerò quello di N. un sinodo universale.

BibL.: Hefele-Leclercq, III, 741-804; G. Fritz, s. v. in DThC, XI, coll. 417-41; Fliche-Martin-Frutaz, VI, pp. 114-30. Ignacio Ortiz de Urbina

NICEFORO I, patriarca di Costantinopoli, santo. - N. ca. il 758 a Costantinopoli da famiglia nobile, fu assunto come segretario della cancelleria imperiale e fondò, ancor laico, un monastero sulle rive del Bosforo asiatico, dove si ritirò per qualche tempo dedicandosi agli studi. Divenne direttore del grande ospedale di Costantinopoli sotto l'imperatore Costantino VI (780-97). Nell'apr. 806, dopo la morte del patriarca s. Tarasio, fu eletto, benché ancor laico, patriarca; ma i monaci zelanti, fra cui s. Platone ed il suo nipote s. Teodoro, furono malcontenti di

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(Int. Ene. Cull.)
Niceforo I, patriarca di Costantinopoli, santo - Breviarium historicum. Frammento - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 277, f. 182² (secc. 21-xII).
questa elezione a causa della infrazione contro la disciplina ecclesiastica. Perciò questi furono incarcerati per 24 giorni e più tardi condannati in un sinodo (809) perché non riconoscevano la riabilitazione ecclesiastica del sacerdote greco Giuseppe, che aveva benedetto sotto Tarasio le nozze adultere dell'imperatore Costantino VI.

La pace fra N. e i monaci ritornò quando, dopo la morte dell'imperatore Niceforo I (802-11), il patriarca rinnovò sotto Michele I (811-13) la sentenza di Tarasio contro il sacerdote Giuseppe e difese energicamente il culto delle sacre immagini contro il nuovo imperatore iconoclasta Leone V (813-20), mostrandosi pronto a subire l'esilio per causa della fede. Morì, infatti, in esilio, il 2 giugno 829 , non avendo voluto cedere ad un compromesso propostogli dal nuovo imperatore Michele II (820-29). N. ha lasciato scritti storici, apologetici, canonistici; si conserva anche la sua lettera al papa Leone III (PG 100, 169-200). La Chiesa bizantina e la romana lo venerarono come santo.

Bibl.: V. Grumel, Les regestes des actes du Patriarcat de Constantinople, I, n, Radiloy (Istanbul) 1936, nn. 374-407, pp. 230-40; R. Janin, Nicéphore de Constantinople, in DThC, XI, coll. 452-55; G. Ostrogorsky, Studien zur Geschichte des byzantinischen Bildentreites, in Historische Untersuchungen, I, Brezlavia 1929, passim.

Giorgio Hofmann
NICEFORO Gregoras. - Detto «Il filosofo», n. nel 1296 a Eraclea del Ponto nella Bitinia. Cominciò giovanissimo a svolgere nei suoi scritti problemi filosofici, teologici, scientifico-matematici, agiografici e ascetici. Cellhe laico, non volle mai accettare lo stato ecclesiastico e le dignità offertegli. Attaccatissimo ai Paleologii e loro familiare, ne segui la varia fortuna.

Dopo la fuga di Barlaam, N. G. sostenne il primato intellettuale a Costantinopoli, con il suo intervento nella questione della riforma del calendario (mandata a vuoto da Andronico II) e in quella dell'Unione delle Chiese, schierandosi sempre contro Roma, il cui primato e la cui
autorità nelle cose di fede mai riconobbe. Egli deve però la sua più grande celebrità alla tenace e dotta opposizione contro il palamismo, nelle cui pubbliche dispute sempre ottenne la palma dal 1347 al 1351 sullo stesso innovatore Palama, fino al Tó μ ° ς di anatema lanciato contro di lui e i suoi partigiani dall'imperatore Cantacuzeno. Relegato a casa sua seguitò a lottare attraverso i suoi scritti fino alla morte, all'inizio del 1360 .

Delle moltissime sue opere (non poche inedite ancora) la Storia bizantina e la sua Corrispondenza sono preziose per apprezzare lo stato turbulento del suo tempo. Non si deve però cercare nelle opere di N. un sistema dottrinale definito: per confutare Palama gli basta trincerarsi nella teologia tradizionale della semplicità divina.

Bial.: opere: Historia Byzantina nel Carpas Script. Hist. Byzant., 3 voll., Bonn 1829-55 e, con scritti filosofici, in PG 148-49; Lettere: R. Guilland, N. G. Correspondance, Parigi 1927, Studi: R. Guilland, Essai sur N. G., Parigi 1926; V. Laurent, s. v. in DThC, XI, coll. 455-67 con indicazione delle fonti.

## Emmanuele Candel

NICEFORO CALLISTO XANTHOPOULOS. - Poche informazioni si hanno sulla vita di questo scrittore ecclesiastico bizantino. Da cenni di date, alcune vaghe altre precise, che si leggono nelle sue opere, edite o manoscritte, si può ritenere con probabilità che sia vissuto dal 1256 al 1335 ca. Fu sacerdote nella chiesa di S. Sofia a Costantinopoli (Cod. Miscell. gr. 79, della Bibl. Bodleiana di Oxford, e PG 145, 609 C) e, più tardi, monaco con il nome di Nilo (Cod. Vat. Reg. Suec. 182, f. 1).

Opre. - Un elenco completo e definitivo delle opere di N. C. è prematuro; le opere note si possono classificare in: 1. Scritti storici. - L'opera che ha immortalato N. è la sua Ecclesiastica Historia (PG 145, 559; 146; 147, 1-448) in 18 libri. Comincia dalle origini del cristianesimo e termina con la morte di Foca (618). La prima lettera di ogni libro forma l'acrostico Nıxnóópoo K ν λ λ íctov. Dalla dedica all'imperatore Andronico II Paleologo (12821328), si può conoscere la posizione teologica di N. C. nei confronti dei Latini (PG 145, 592). Il valore storico di quest'opera è molto ineguale; il giudizio dipende dal ritrovamento delle fonti utilizzate. Lasciò anche un catalogo dei vescovi e patriarchi di Costantinopoli : Enarratio de episcopis Byzantii (PG 147, 449-68); un poemetto De excidio Hierusalem (PG 147, 601); una vita di s. Nicolò di Mira, ecc. 2. Scritti liturgici. - Si conoscono di lui : a) :l Triodion in cui spiega l'origine e la disposizione delle principali feste del Triodon nel calendario liturgico (Venezia 1639 e 1650); il Pentecostarion aggiuntovi è di dubbia autenticità; b) una Ermeneia o spiegazione di termini liturgici; c) un commento (Exegesis) elc тoós δ v α β α θ μ o ́ ς тóv óxтó δ γ ἀ v (Cod. Miscell. gr. 79, f. 5); d) un altro commentario dell'inno del tropario di s. Cosma il Melode alla Vergine : 'E ξ ἠ γ η σ ι ς eis τ ἠ v τ μ ι ω τ ε ἐ ρ α v, κ τ λ (Cod. Miscell. gr. 79, f. 181, e Cod. gr. Roe 3, f. 131, della Bodleiana di Oxford); e) un riassunto del Triodon in versi giambici, (i §§ 2-6 furono pubblicati da Athanasiadis, 'E ρ μ η v ε i α eis π o ́ ς δ v α β α θ μ o ́ ς τ η̃ ς óxтó δ γ ρ ° α π α ρ ἀ τ o ν̃ mathrm{N} ι κ η- varphi ἀ ρ ° mathrm{u} mathrm{K} α λ λ i σ τ o u π ° ν̃ δ α v vartheta σ π α ἀ λ ° ν [Gerusalemme 1862], criticamente difettosa). 3. Scritti esegetici. - Sulla S. Scrittura N. C. lasciò una Zóvop̄ıs θ ε i α ς Г ρ α varphi η̃ ς (PG 147, 607-24) e un riassunto in versi giambici della storia ebraica dal tempo dei Maccabei: Z̃uvotтı α ἠ π ρ δ ς θ ε i α v Г ρ α varphi η̃ v (ibid. 623-32).

Bibl.: C. De Boer, Zur Kenntnis der Handschr. der griech. Kirchenhistoriker, cod. Barocc. 142, in Zeitschrift für Kirchengesch., 6 (1884), pp. 478-94; Krumbacher, 138-291 sgg., 427, 668, 678, 680, 718 sgg. (per quanto riguarda la biografia di N. C. è improciso); J. Bidez e L. Parmentier, De la place de Nicéphore Callistas Xanthopoulos dans la tradition manuscrite d'Euagrisi, in Rev. de l'Instruction publique en Belgique, 40 (1897), pp. 161-78; Sp. Lampros, Catalogue of the manuscripts on Mount Athen. Cambridge 1900; J. Mercati-P. Franchi de' Cavalieri, Codices Vaticani Graeci, I, Roma 1923, codd. 162, 166; Gletmer, Die Progymnasmata des N. C. X., in Byzantinische Zeitschrift, 3 (1935), pp. 1-2, 255-70.

La Storia Ecclesiastica di N. C. fu pubblicata in latino da J. Lange a Basilea nel 1555 (non 1553); in francese nel 1567;

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in tedesco da Fugger von Kirchberg nel 1388 a Ingolstadt; in greco-latino da Fronton Le Duc (Ducaeus) a Parigi nel 1630. Martiniano Roncaglia

NIGETA Bizantino, detto anche varphi λ λ ós varphi s e δ ι δ ἀ α α λ ς. - Di pochi anni posteriore al patriarca Fozio, fiorì nella seconda metà del sec. IX.
N., la cui vita rimane ignota, è un brillante dialettico e polemista, come dimostrano i suoi trattati contro i musulmani : Refutazione del libro di Maometto e delle 2 epistole degli agareni all'imperatore Michele III; contro gli Armeni: Confutazione della lettera del re di Armenia; e contro i Latini: Capita syllagistico XXIV. Questo ultimo opuscolo, edito da S. Pissidios, Bıß入ív π α λ ós α ε ν ν 'Pavtouoü Eтq入lтeuoıs (Lipsia 1758, pp. 230-48), fu pubblicato una seconda volta da J. Hergenröther, Monumenta grueca ad Phatium eiusque historiam pertinentia (Ratisbona 1869, pp. 84-138); gli altri si trovano in PG 105, 588-684.

Bibl.: J. Hergenröther, Phatius. Patriarch von Konstantinopel, II, Ratisbona 1868, pp. 643-50; Krumbacher, p. 78; M. Jugie, Theologia Dogmatica Christimonum Orientalium, I, Parigi 1926, pp. 200-17; id., De Processione Spiritus Sancti, in Lateranum, nuova serie, 2 (1936), pp. 315-16. Maurizio Gordillo

NIGETA, David di Paflagonia. - Questo nome ricorre nei manoscritti per designare uno scrittore bizantino del sec. IX-x benché già gli antichi storici, come Allacci nella sua diatriba de Nicetis, si domandino se si tratti di uno o di due scrittori.

Generalmente prevalse l'opinione di un solo personaggio e cioè di N. David, che Loparev fece vescovo di Dadybra in Paflagonia. Recentemente Vogt ha sostenuto che sono da distinguersi N. di Paflagonia, discepolo di Areta di Cesarea e di Fozio, con il quale rivaleggia in eloquenza, che visse sotto Leone VI (886-912), e N. David, uomo politicante la cui attività si prolungò fino all'Impero di Niceforo Foca, e si distinse per la sua avversione contro Fozio. L'uno e l'altro erano laici. Questa opinione, che
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(fol. Enc. Catt.)
Niceta Bizantino - Refutatio epistolae regis Armeniae, amanuense Emanuele Greco (sec. 201) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 388, f. 1514.
l'autore si riprometteva di svolgere nel Corpus Bruxellense, sembra da ritenersi come più probabile.
N. David è l'autore della biografia del patriarca s. Ignazio. Gli altri scritti sarebbero opera di N. di Paflagonia, e cioè le 20 orazioni panegiriche pubblicate da Combefis, alle quali Vogt aggiunse altre due in onore degli apostoli Pietro e Paolo, l'esegesi alle poesie di s. Gregorio di Nazianzo e forse anche il commentario a s. Luca, del quale rimangono brevi frammenti.

La biografia di s. Ignazio è riprodotta in PG 105, 488-573. Nello stesso volume ( 15-488,573-78 ), sono raccolti altri scritti. Le omelie dei ss. Pietro e Paolo si trovano in Orientalia Christiana Analecta (71 [1931], pp. 24-96).

Bibl.: L. Allatius, Diatriba de Nicetis, in A. Mai, Nova Patrum Bibliotheca, VI, 2, Roma 1853, pp. 3-8; Krumbacher, pp. 167 168; Ch. Loparev, Libita-David Paflagonjanin, in Vizant iishli V'rementi, 19 (1912), pp. 143-51; A. Vogt, Paulgyrique de si Pierre. Paulgyrique de si Paul. Deux discours inédits de N. de Paphlagonie (Orient. Crist. Anal., 71), Roma 1931; F. Dvornik, The Phatian Schism, Cambridge 1948, pp. 274-75. Maurizio Gordillo

NIGETA MARONENSE. - Teologo bizantino del sec. xir. Oriundo di Maronea nella Tracia, ebbe alcune cariche ecclesiastiche a Costantinopoli. Fiori al tempo di Manuele Comneno (1143-80), ma era già metropolita di Tessalonica nel 1133.

I suoi celebri Dialoghi sulla processione dello Spirito Santo furono già citati nel r177 da Ugo Eteriano (De haeresibus, capp. 18-19: PL 202, 388-89). In essi la conoscenza dei Latini è perfetta e si concede (cosa importante nella teologia bizantina) che lo studio approfondito dei Padri porta all'eguaglianza fra la formula greca δ i α 'roũ Tioũ e la latina ex Patre Filioque. Tuttavia si pretende che questa parola debba sparire dal Simbolo tradizionale. Il primo dei sei Dialoghi e frammenti degli altri editi da Hergenröther (PG 139, 169-222) e da N. Festa; i tre seguenti in Bestarione (9-14 [1912-16]), restando ancora inediti il quinto e sesto Dialogo nel Vat. gr. 1115 e nel Laurent. gr. plut. XXXI, 37.

Bibl.: A. Palmieri, N. di Maronea e i suoi Dialoghi sulla processione dello Spirito Santo, in Bestarione, 3² serie, 9 (1912), pp. 80-98; M. Jugie, N. de Maronée, in Echos d'Orient, 26 (1927), pp. 408-16; id., s. v. in DThC, XI, coll., 473-77.

Emmanuele Candal
NIGETA di Remesiana. - Così denominato dalla città all'oriente di Nisch in Serbia. Vescovo ed amico di Paolino di Nola (v. P. Fabre, St Paulin de Nole et l'amitié chrétienne, Parigi 1949, p. 221 sg.). Autore di inni ecclesiastici, interessato al canto ecclesiastico.

Della sua opera principale : 6 libretti «instructionis» (ad competentes) si è conservato interamente solo il I. V De symbolo (ed. Burn, v. bibl., p. 38 sg.), importante per la storia della interpretazione del Simbolo (v. F. Kattenbusch, Das apostolische Symbol, Lipsia 1894-1900, v. indice). Del I libro «qualiter se debeant habere competentes» (Burn, p. 6 sg .) esistono 3 frammenti; del II "de fide unicae maiestatis» (Burn, p. 10 sg .) due frammenti lunghi (polemica contro ariani e macedoniani). Del IV: "adversus genethliologiam" e del VI: "de agni paschalis victima», non ci sono nemmeno frammenti. Gennadio (De viris illustribus, 22) loda il «simplex et nitidus sermo» dell'autore. Inoltre sono da attribuire a N. due sermoni «de vigiliis servorum dei» e «de psalmodiae bono» ed il piccolo trattato: «de diversis appellationibus [Christi]». Gennadio conosce di N. "Ad lapsam virginem». Molti l'identificano con lo scritto pseudo (?) ambrosiano, De lapsu virginis consecratae (PL 16, 367-84, ed edizione di I. Cazzaniga, Incerti auctoris, De lapsu Susannae [de lapsu virginis consecratae], Torino 1948). L'attribuzione a N. dell'inno: Te Deum laudamus (ipotesi di G. Morin e di Burn) non sembra giustificata.

Bibl.: A. E. Burn, N. of Remesiana. His Life and Works, Cambridge 1905; I. Zeiller, Les origines chretiennes dans les provinces danubiennes de l'Empire romain, Parigi 1918, p. 349 sg. Ed. critica di C. H. Turner, N. of Remesiana "De vigiliis and "De psalmodiae dono", in Journal of theolog.studies, 22 (1920-21), p. 305 sgg., 24 (1922-23), p. 225 sg. Sul trattato pseudo ambro-

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(tot. Ene. Catt.)
Niceta di Remesiana - Allocutio 2. Nicetae de ratione fidei Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 314, f. 169² (1439).
siano v. I. Cazzaniga, Note ambrosiane. Appunti intorno allo stile delle amelie virginali, Milano-Varese 1948 ("sempre più esitante verso i propugnatori di N. 2).

Erik Peterson
NICETA. Stethatos. - Detto anche dai Latini "Pectoratus», monaco di Studion, n. ca. il 1000, m. dopo il 1054. Svolse la sua attività nel campo della spiritualità e nella controversia contro gli Ebrei, gli Armeni ed i Latini. La sua dottrina spirituale si ispira alla tradizione di s. Massimo il Confessore. Come polemista, N. prese parte alla lotta contro il card. Umberto ed i legati romani al tempo di Michele Cerulario, nel 1054. Il suo intervento viene spesso sottovalutato più del giusto; sembra infatti che N . sia stato il primo ed il principale teologo antilatino in questo periodo.
N. lasciò numerosi scritti, in parte ancora inediti, il cui elenco completo si trova in Th. Disdier (v. bibl.). Tra le sue opere di spiritualità le principali sono: Vita di Simeone il Nuovo Teologo (ed. I. Hausherr, op. cit. in bibl.); Capita practica, physica et gnostica (PG 120, 815-1009); Il Paradiso spirituale (recentemente ed. da M. Chalendard, Parigi 1943).

Come polemista scrisse almeno quattro trattati contro gli azzimi, dei quali si conoscono soltanto: uno Sul pane fermentato ed azzimo, contro gli Armeni e contro i Latini (in J. Hergenröther, Monumenta graeca ad Phobium eiusque historiam pertinentia, Ratisbona 1869, pp. 129-44), il Libello contro i Latini riportato in latino dal card. Umberto (PL 143, 973-84), in greco da A. Demetrakopoulos ("Eexληφωνστικη Βηδλεοδήκη, I, Lipsia 1866, p. 18-36) ed in edizione critica col titolo di Antidialogo da A. Michel (Humbert und Kerullarios, II, Paderborn 1930, pp. 322-42) e la Sintesi contro i Latini
sulla Processione dello Spirito Santo, fatta conoscere da A. Michel (ibid., pp. 371-409).

BibL.: I. Hausherr, Un grand mystique byzantin. Vie de Sindon le Nouveau Théologien (Orient. Christ. Anal., 42), Roma 1928; M. Th. Disdier, Nicetas Sthethatos. in DThC. XI, coll. 479486; A. Michel, Die vier Schriften des N. S. über die Azymen. in Byzanz. Zeitnite., 35 (1935), pp. 308-36; M. Jugie, Le schisme byzantin, Parigi 1941, pp. 200-202. Maurizio Cordillo
NICHILISMO. - Sotto il termine n. s'intende comunemente quel vasto movimento rivoluzionario costituito per la massima parte da giovani intellettuali che scosse profondamente la vita russa per parecchi decenni del sec. xix ed ancora all'inizio del sec. xx. In un senso più stretto e più esatto, si tratta di una corrente di pensiero che prevalse tra la gioventù studiosa russa, in grandi linee tra il 1860 ed il 1870 , con tendenze rivoluzionarie e terroristiche in politica, con aspirazioni ad un tempo individualiste e collettiviste, con ideologie filosofiche intransigentemente materialiste e razionaliste. Il termine n. è stato forgiato dal Turgeniev ed i « nichilisti» si chiamavano invece generalmente « realisti», in onore alle loro tendenze antireligiose ed antiidealistiche, nonché alle loro simpatie veristiche e utilitaristiche sul piano artistico-letterario.

Il n. si è nutrito di pensiero rivoluzionario e materialistico occidentale, ma s'identifica in Russia con una curiosa "mistica capovolta", che riusci a trascinare migliaia di giovani alla lotta. La mancanza di una vita politica libera e l'essenza di un forte ceto medio vivente della pura pria attività e della propria iniziativa, furono le cause principali che spinsero notevole parte della pioventù intellettuale russa verso l'estremismo. Si tendeva a combattere la tradizione in tutti i suoi aspetti, si ravvisava nella religione il nemico mortale, si aspirava ad una libertà illimitata ed in certo qual modo anarchica, ma si idealizzavano poi fanaticamente nuovi idoli, nuovi eroi, futili mode. Un fondo "ascetico", di origine forse slavobizantina, spinge questi giovani rivoluzionari all'avversione per l'arte, per la filosofia, per il mondo classico, di cui il popolo non potrebbe "servirsi" e che sarebbero "diversivi" escogitati dal vecchio mondo per allontanare le nuove generazioni dalle scienze esatte e dai problemi sociali. L'amore libero viene predicato come sfida e in odio alla vecchia società, ma - tratto davvero caratteristico - la predizzazione di questa dottrina è generalmente disgiunta presso i nichilisti da ogni desiderio di voluttà. Il fermento della gioventù studiosa si comunicò anche a numerose donne e ragazze, che portarono nel movimento un grande spirito di sacrificio e di coraggio, ma anche accenti di violenza, di primitivismo e di esaltazione. Il libro che in certo qual modo rivelò alla Russia ed all'Europa questo originale e complesso fermento rivoluzionario fu il romanzo di Turgeniev Padri e figli. L'« ideale positivo» dei giovani nichilisti era peraltro rappresentato da vari personaggi del romanzo Che fare? del rivoluzionario Cernyševskij. Secondo gli esponenti del pensiero "realistico" la letteratura dipende dalla società e deve servire alla società : è un grande onore ed un grande elevamento per la letteratura servire una nobile causa. Il valore dell'arte, secondo Pisarev, Dobroljubov, Cernyševskij, può apprezzarsi secondo il contributo al bene sociale. Il concetto di utile viene a sostituirsi cosi al concetto di bello. In nome della giustizia e della futura "libertà integrale», si viene preannunciando intanto una spietata tirannia per l'arte e per la cultura. Sul piano politico, sotto i colpi dei « nichilisti» cadevano numerosi i rappresentanti del vecchio regime : granduchi, generali, poliziotti. Tuttavia, su questo specifico piano, più che di n. - termine alquanto vago e generico - bisognerebbe parlare dei « narodniki» (populisti) e specialmente della loro ala rivoluzionaria, di varie scuole e sfumature socialiste, degli anarchici. All'inizio del sec. xx, il socialismo rivoluzionario riprese parecchi spunti caratteristici per il n. dell'Ottocento. Come il n., esso fu infatti rivoluzionario e libertario, oscillante fra il socialismo e l'individualismo,

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fra la massa "arretrata" dei contadini e le minoranze operaie, organizzato clandestinamente e romanticamente nel sottosuolo, dedito agli attentati, contemporaneamente materialista, volontarista e pragmatista (il caratteristico eclettismo, insomma, ricco di formole facili ed attraenti, che doveva fare cosi potentemente presa sulla gioventú russa). Il n. preparò spiritualmente e materialmente il terreno alla Rivoluzione bolscevica, che peraltro ne soffocò energicamente i residui individualistici e libertari, in nome del Partito unico, dello Stato forte e del capo indiscusso.

Bibl.: W. Giusti, Due secoli di pensiero politico russo, Firenze 1943: E. Lo Gatto, Storia della Russia, II, Roma 1946 (con vasta bibl.), Wolf Giusti

NICOBARE. - Gruppo di isole nel golfo del Bengala a nord dell'isola di Sumatra; dodici di esse sono abitate da una popolazione di ca. 10.000 ab.

L'arcipelago delle N. rimase politicamente indipendente fino al 1869 , quando l'Inghilterra ne prese possesso. Il primo tentativo di evangelizzazione fu fatto da Gherardo Cortenovis, vicario apostolico di Ava-Pegú (Birmania), che ivi mori (1794). Nel 1835 due missionari delle Missioni Estere di Parigi, Paolo Supriès e Alessandro Calabert, si recarono alle N. Causa le febbri furono costretti a lasciare le Isole, dopo aver battezzato un solo bambino in articolo morto. Oggi le N. appartengono alla diocesi di Malacca.

Bibl.: A. Launay, Histoire des missions de l'Inde, I, Parigi 1898, pp. 239-318. Nicola Kowalsky

NICODEMO. - Nobile giudeo, discepolo di Gesù, ricordato nel Vangelo di s. Giovanni : era un fariseo, principe dei Giudei (Io. 3, 1), maestro in Isracle (ibid. 3, 10), membro del sinedrio (ibid. 7, 50), ricco ed influente (ibid. 19, 39).
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(Ist. Enc. Catt.) Niceta, Stethatos - Physicurum capitum centuria II - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. gr. 25. f. 186^{°} (1523).
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(Ist. Abbazia di Solesmes) Nicodemo - Scultura in pietra locale della fine del sec. 20. Particolare del Sepolcro di N. Signore - Solesmes, chiesa abbaziale.

Recatosi di notte ad intervistare Gesù, ne ebbe la rivelazione sulla necessità di rinascere dall'alto (con il Battesimo) e sulla persona dell'Unigenito salvatore, disceso dal Cielo (ibid. 3, 1-21). Difese Gesù dinanzi ai sinedriti, che pretendevano condannarlo senza ascoltarlo, e ne fu insultato come galileo (ibid. 7, 50-5). Con Giuseppe d'Arimatea (v.) imbalsamò il corpo di Gesù, recando ca. 100 libbre di mirra e aloè (ibid. 19, 39-40).

Il resto della sua vita è incerto. Se ne parla negli apocrifi Atti di Pilato (v.) o Vangelo di Nicodemo. Il suo corpo sarebbe stato scoperto assieme a quello di s. Stefano e di Abibone a Caphargamala. Cosi secondo la leggendaria Epistula Luciani ad omnem Ecclesiam (PL. 41, 807 sg.) e il Martirologio romano al 3 ag. I Menologi greci e quello di Sirleto lo ricordano al 15 sett. I Serviti e i Passionisti lo commemorano al 27 marzo, i copti al 25 luglio. Non vi sono prove per identificare il presente N. con il rabbi Naqdimôn ben Gurjôn che secondo il Talmud sarebbe vissuto fino alla caduta di Gerusalemme. Una leggenda cristiana attribuisce a N. il Sacro Volto venerato e Lucca.

Bibl.: A. Molini, Nicodème, in DB. IV, coll. 1614-16; U. Holzmeister, Grundgedanke und Gedankengang im Gespräche des Herrn mit Nicodemus, in Zeitschr. f. hoth. Theol., 45 (1921), pp. 527-48. Pietro De Ambrogg i

NICODEMO di Mammola, santo. - Asceta ca-labro-greco, n. a Cirò ca. il 900 , m. nei pressi d i Mammola il 25 marzo 990. Da giovane abbracciò l'istituto monastico basiliano nella famosa eparchia monastica del Mercurion (Calabria settentrionale), sotto la guida spirituale di s. Fantino, che fu anche maestro di s. Nilo di Rossano.

Visse una vita di grandi asprezze, insieme con s. Antonio di Gerace, in un bosco del Monte Celerano, dove dormiva sulla nuda terra e si cibava di castagne e lupini. Molti monaci andarono a mettersi sotto la sua direzione, sicché il Cellerano fu trasformato in una laura monastica.

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Ma N., desideroso di solitudine, si ritirò prima presso Gerace e poi a quattro miglia da Mammola, dove fondò un celebre monastero, che dopo la sua morte prese il suo nome. La festa liturgica ricorre il 12 marzo. Mammola lo ha acclamato suo patrono fin dal 1630 .

BibL.: A. Agresta, Vita di s. N. abbate dell'Ordine di s. Bosilio, Roma 1677; G. Fiore, Calabria illustrata, II, Napoli 1743. pp. 62-66; D. Martire, Calabria sacra e profana, I, Cosenza 1876, pp. 271-78; Aromolo, Vita di s. N. di Ciro, Ciro 1901; anon., S. N. abate pretestore di Mammola (900-990), Grantaferrata 1932 .

Francesco Russo
NICOLA (Nucólasc «vincitore del popolo»). Diacono, dal nome ellenistico, l'ultimo dei 7 ordinati dagli Apostoli a Gerusalemme (Act. 6, 5). Era un "proselita antiocheno", quindi non era di stirpe ebraica. S. Epifanio (Haer., I, 21, 1: PG 41, 390) ed altri lo ritengono uno dei 72 discepoli di Gesù.
S. Ireneo (Cuocra haer., I, 26, 3: PG 7, 687) indaga il nome di N. con la setta dei nicolaiti e con s. Ippolito (Philosophumena, 7, 8) e lo ritiene responsabile dell'origine di tale setta dai costumi depravati.

Clemente Alessandrino (Strom., III, 4: PG 8, 1232), seguito da Eusebio (Hist. eccl., III, 29 : PG 20, 277), ritiene che N. visse castamente e che, più tardi, i suoi discepoli avrebbero frainteso una sua espressione poco prudente, riguardante la necessità di «maltrattare la propria carne" (di mortificare le passioni), come se il diacono permettesse di "abusare" della propria carne. Invece, secondo s. Epifanio (Haer., 1, 25), N. in un primo tempo avrebbe lasciato la moglie per vivere nella perfezione, ma poi l'avrebbe ripresa per vivere disordinatamente. Nessuna Chiesa attribuisce a N. fama di santità.

BibL.: anon., Nicolas, in DB, IV, coll. 1616-18.
Pietro De Ambroggi
NICOLA d'Autrecourt. - Teologo e filosofo, n. all'inizio del sec. xiv a Autrecourt (diocesi di Verdun), m. dopo il 1350 . Conseguiti i titoli «magister in artibus», "baccalaureus in theologia et in legibus», insegnò teologia alla Sorbona. Nel 1340 Benedetto XII lo chiamò ad Avignone per rispondere della sua dottrina sospetta, che nel 1346 venne candannata. I suoi scritti furono pubblicamente bruciati a Parigi ed egli dovette ritrattare gli errori nel 1347. Divenne nel 1350 decano del Capitolo di Metz. Posteriormente non si hanno sue notizie.

Gli scritti più importanti sono il commento del 1. I delle Sentenze e della Politica di Aristotele, nove lettere al teologo francescano Bernardo d'Arezzo e il trattato Exigit Ordo executionis, dal quale furono estratte le proposizioni condannate. Di questi scritti si possiede la prima e la seconda lettere a Bernardo d'Arezzo, una lettera di un certo Egidio con frammenti della risposta di N. e il trattato Exigit ritrovato da A. Birkenmayer in un manoscritto della Biblioteca Bodleiana di Oxford (Can. Mini. 43, ff. 1^{text {a }}-24ᵃ ) e pubblicato da R. O' Donnell in Medieval studies, I (1939), p. 179 sgg.
N. impersona lo spirito critico della corrente filosofica, denominata «moderna» in antitesi alla filosofia di Aristotele e di s. Tommaso. Tutta la sua opera è caratterizzata dalla opposizione all'aristotelismo e dal rigore nel dedurre dall'occamismo le estreme conseguenze. A base del suo pensiero sta la teoria occamista della conoscenza. La certezza è data dalla evidenza immediata, che si ha con l'osservazione sperimentale, fonte della conoscenza, e con il principio di identità, criterio della verità. Sperimentato che una cosa esiste, per il principio di identità non si può da essa concludere ad un'altra cosa, ma si deve affermare di essa soltanto che è ciò che è. L'applicazione di tale principio alla critica dell'idea di causa, di sostanza, di fine e di perfezione portò a gravi conseguenze. Il nesso tra causa ed effetto non è necessario ed evidente, ma è una constatazione empirica della. successione di due fatti. Perciò è solo probabile che, date le stesse cause, si riproducano i medesimi effetti. Dagli accidenti, conosciuti con i sensi, non si può dedurre la sostanza, che non è constatata. Né una cosa può dirsi fine e più perfetta di un'altra.

La teoria di N. sulla conoscenza precludeva la via alla cognizione naturale di Dio con il principio di causalità e di finalità. Egli modificò i concetti classici di materia e di anima; superata la metafisica e la fisica aristotelica, si ricollegò all'atomismo epicureo, spiegando la generazione e corruzione dei corpi con l'associazione e dissociazione degli atomi. L'anima è composta di uno spirito, detto senso, e di un altro, detto intelletto che, diagregandosi gli atomi del corpo, continuano ad esistere. E assicurata cosi l'immortalità dell'anima e la retribuzione futura. Il carattere essenziale della dottrina di N. è lo sperimentalismo, dal quale sosturisce lo scetticismo, che si riscontra nei suoi scritti. Egli è scettico riguardo alle cose non constatate con l'esperienza. Per la cognizione della verità, vuole che gli uomini, piuttosto che allo studio di Aristotele, si applichino alla constatazione dei fenomeni naturali.

BibL.: H. Deniffe, Discussio et reprobatio errorum magistri Niralui, in Chartularium Univers. Ports., II, Parigi 1891, n. 1124; J. Lappe, Nilodaus von Autrecourt, sein Leben, seine Philosophie, seine Schriften (Beiträge zur Gesch. der Phil. des Mittelalters. 6, 10, Münster in V. 1908; E. Gilson, La philosophie au moyenâge, II, Parigi 1922, pp. 110-22: P. Vignaux, Nicolas d'Autrecourt, in DTBC, XI, col. 561 sgg.; C. Giacom, Confichna di Occam, II, Milano 1941, p. 666 sgg.; R. J. Weinberg, Nicolaus of Autrecourt, Londra 1948; M. Dal Pra, N. di A., Milano 1951; Oberweg. II, p. 783 .

Vincenzo Carboni
NICOLA di BARI : v. NICOLA di MIRA.
NICOLA di Clamanges (Nicola Polllevilain). - Teologo, n. a Clamanges ca. il 1362, m. a Parigi nel 1437. Insegnò teologia a Parigi dal 1381 ; nel 1397 è ad Avignone, segretario pontificio; nel 1425 di nuovo a Parigi, dove riprese l'insegnamento.

Si distinse per la cultura letteraria e teologica, per lo zelo con cui sollecitò il rinnovamento interno della Chiesa e i suoi caldi appelli all'apostolato. Assai noto come autore di trattati e opuscoli relativi ad alcuni problemi ecclesiastici (De novis festinitatibus non instituendis; De corrupta Ecclesiae statu [di dubbia autenticità]), o politici (De lapse et reparatione iustitiae), è particolarmente degno di nota per i brevi trattati De fructu eremi; De fructu rerum divinaram, e soprattutto per il De studio theologico e per il copiosissimo epistolario. Convinto d'aver contribuito più di ogni altro alla rinascita dell'antica eloquenza in Francia (cf. Epist., 48), N. di C. resta uno dei tipi più rappresentativi di quegli umanisti francesi che seppero congiungere la fedeltà alla tradizione teologica con il gusto letterario.

BibL.: edizioni : Opera sumia, ed. J. M. Lydius, 2 voll., Leida 1813, da completare con L. d'Achery, Spicilegium, I, Parigi 1723, pp. 473-80 (De studio theologico); St. Baluze, Miscellanea, VI, 10 1713, p. 339; E. Deniffe, Chartularium numeris tatis Parisiensis, III, ivi 1897, pp. xxxi-xxxvi, 631-33. Studi : A. Münte, N. de C., sa vie et ses écrits, Strasbourgo 1846; A. Coville, Recherches sur quelques écrivains du XIVe et du XVe siècle, Parigi 1932; id., Le traité de la ruine de l'Eglise (De ruina et reparatione Ecclesiae) de N. de C., ivi 1936; A. Combes, Sur les «Lettres de consolation» de N. de C. d Pierre d'Ailly, in Arch. d'hist. doctr. et litt. du moyen-dge, 13 (1942), pp. 359-89; F. Simone, La co scienza della rinascita negli umanisti francesi, Roma 1940, passim.

Andrea Combes
NICOLA (Pruntzlein) di DinkelSBühl. - Teologo, n. a Dinkelsbühl ca. il 1360, m. a Vienna il 17 marzo 1433. Magister theologiae nel 1409, fu tre volte decano della Facoltà teologica e nel 1405-1406 rettore dell'Università viennese, di cui fu considerato un secondo fondatore, poiché con il suo insegnamento filosofico e giuridico (fino al 1431) la rese un'autorità nelle questioni giuridiche e politiche.

Fu canonico del duomo di S. Stefano e ivi venne sepolto davanti all'altare di S. Giovanni Evangelista. Dal 1406 al 1414 fu istruttore del duca Alberto V di Austria e fino alla morte suo confessore. Nel 1405 venne mandato come legato presso l'antipapa Innocenzo VII a Roma, Partecipò (1414-18) al Concilio di Costanza come legato del duca Alberto V e vi tenne un celebre discorso dinanzi all'imperatore Sigismondo per la fine dello scisma. Fu membro della commissione che elesse Martino 8 ( 8 nov. 1417) e indirizzò al neoeletto una solenne allocuzione. Presiedette l'interrogatorio di Girolamo di Praga; nel 1422-24 insegnò nel monastero di Melk, ma

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(Int. O. Hinter)
Nicola della Flue (della Rupf), santo - N. della F. Dipinta del 1492 - Chiesa di Sochseln.
poi ritornò a Vienna. Combatté energicamente contro le eresie di Wycliff e di Huss. La sua fama di predicatore durò a lungo e fu salutato dai contemporanei Lux Sueviae.

Delle sue numerose opere (manoscritti a Vienna, Monaco, Melk, Subiaco) poche sono state stampate, tra cui : Postilla evangeliorum dominicalium (Strasburgo 1496); Collecta et proedicata de Passione D. N. Iesu Christi (Spira 1473).

Biel.: M. Kropf, Bibliotheca Mollicensis, Vienna 1747, pp. 184187; J. von Aachbach, Geschichte der Wiener Universität, I. 201 1865, pp. 430-40; Fr. Schäffener, Nikolaus von Dinkelshühl als Prediger, in Theologische Quartalschrift, 112 (1934), pp. 405-39, 516-47 (con essuriente bibl.).

Hermine
Hühn-Steinhausen
NICOLA di
Ermanno (Nils
Hermansson, lat.
Nicolaus Hermann-
ni), santo. - Svedese, n. a Skäninge nel 1326, m. a Linköping il 2 maggio 1391; studiò a Parigi e a Orléans ove divenne dottore utriusque iuris. Fu canonico, poi (1374) vescovo di Linköping.

Fu consigliere di s. Brigida e precettore dei figli di lei; padre dei poveri e degli oppressi, fermo sostenitore della Chiesa contro i re Magnus, Håkan e Alberto, difensore del celibato ecclesiastico, poeta e liturgista. Si adoperò per la canonizzazione di s. Brigida e ne accolse il corpo, quando fu trasportato da Roma a Wadstana. Non si ha conferma della sua canonizzazione da parte di Giovanni XXIII.

Gli si attribuiscono una parafrasi dei Moralia Gregorii, alcune Revelationes Birgittae, e il Birgittae officium, raccolta d'iani dedicati a vari santi e alla stessa Brigida (tra questi ultimi il bellissimo Rosa rorans bonitatem, stella stillans claritatem, Birgitta, vas gratiae! Rora coel