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a il governo, per evitare il pericolo di una forte opposizione cattolica in Parlamento, fece dichiarare ineleggibili i sacerdoti aventi cura d'anime e tra essi comprese anche i canonici: poiché il M. era appunto canonico della Cattedrale sassarese, la sua elezione non fu convalidata. Egli tornò allora agli studi e al ministero sacerdotale, fino a che, nel 1871, Pio IX lo creò arcivescovo di Sassari. Il M. resse l'arcidiocesi per altre un trentennio, ammirevole per lo zelo pastorale e profondo spirito di pietà. Soppressa la facoltà teologica nell'Università di Sassari, diede vita ad uno Studio teologico presso l'arcivescovado. Più volte Leone XIII insistette perché egli accettasse il cappello cardinalizio, di cui lo facevano degno i preziosi servizi resi, ma egli declinò sempre l'altissimo onore. Notevoli due suoi volumi di lettere pastorali (Milano 1893-94).

Bibl.: T. Sarti, Il Parlamento subalpino, Roma 1806; E. Parodi, In memoria di mons. D. M., Sassari 1905; D. Filia, La Sardegna cristiana, Sassari 1929, pp. 433 sgg.

Renzo U. Montini
MARONGIO-NURRA, Emanuele. - Arcivescovo di Cagliari, n. a Bessude il 28 marzo 1794, m. a Cagliari il 12 sett. 1866.

Già rettore del Seminario e vicario generale dell'arcidiocesi di Sassari, nell'ag. 1842 fu elevato alla cattedra arcivescovile di Cagliari. Geloso difensore dei diritti della Chiesa, si oppose energicamente alla applicazione delle leggi laicistiche del governo piemontese e nel 1850 comminò la scomunica contro i funzionari che avevano proceduto ad una perquisizione negli archivi della "Contadoria" arcivescovile per appurare i bilanci delle opere pie diocesane.

Fu allora costretto a lasciare la Sardegna e si trasferì a Roma, donde continuò a guidare spiritualmente il suo gregge attraverso una nutrita serie di lettere pastorali. Durante l'esilio, durato fino al 1866, attese alla traduzione e al commento della Regula pastoralis di s. Gregorio Magno (Torino 1858) e ad una dotta esegesi dei salmi davidici, rimasta inedita. Restituito alla sua sede il 1° marzo 1866, accolto in trionfo dal popolo cagliaritano, sopravvisse pochi mesi soltanto alla tarda riparazione.

Bibl.: E. Cano, Elogio funebre di mons. E. M.N., Cagliari 1866; P. P. Flores-Marongio, Memorie di mons. E. M.N., Sassari 1911; D. Filia, La Sardegna cristiana, ivi 1920, pp. 333412, 455-60.

Renzo U. Montini

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MARONITI. - Popolo cristiano di origine sira, distribuito specialmente nella Repubblica del Libano, in Siria, Palestina, Cipro ed Egitto.
I. S. Marone. - Di s. Marone si sa che viveva da anacoreta sopra un monte situato probabilmente nella regione di Apamea. Il dono dei miracoli propagò la sua fama e fece affluire la gente al suo eremo. Alla morte, essendo sorta tra i villaggi vicini una forte contesa per il possesso della venerata salma, gli abitanti del villaggio più grande ebbero il sopravvento e costruirono intorno a quella preziosa reliquia un tempio assai sontuoso (Teodoreto, Religiosa hist.: PG 82, 1418). Quivi s. Marone viene chiamato «il Grande», "il Sommo ", "il Divino" (loc. cit., 1395, 1431, 1454, 1491). S. Giovanni Crisostomo gli inviò una lettera scritta, come risulta dal contenuto, tra il 404 e il 407
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Maroniti - Intemo della cattedrale di S. Elia del M. - Aleppo.
e Teodoreto, scrivendo la sua opera tra il 423 e il 458 , parla di una chiesa di S. Marone già divenuta sontuosissima, e del culto che gli si prestava, il che fa ritenere giusto che s. Marone sia morto ca. il 410. La data della sua nascita rimane sconosciuta.
II. Il monastero di S. Marone. - Molti santi sono chiamati da Teodoreto discepoli di s. Marone. Fu probabilmente intorno alla suddetta chiesa che un monastero venne eretto, perché di quella chiesa non si parla più dopo Teodoreto, mentre del monastero parlano molti documenti. Abú 'l-Fidā' (m. nel 1331), nella sua storia preislamica (ed. H. Fleischer, Lipsia 1831, p. 113), dice che il monastero di S. Marone fu ingrundito da Marciano nel 452. Abú 'l-Fidā, che governò Homs, aveva vicino o dentro l'ambito della sua giurisdizione la regione di Apamea in cui si trovava il monastero. Secondo Pescopio di Cossrea (De aedificiis De. Iustiniani, V, Venezia 1729, p. 9), Giustiniano fece alcuni restauri nello stesso monastero, e secondo Eutiche, patriarca d'Alessandria, Eraclio nel 828 la visitò e gli legò dei beni (PG 111, 1089). Durante il regno di Eraclio, molte chiese di giacobiti passarono ai monaci maroniti ed Eraclio non volle che fossero restituite (Bar Ebreo, Chron. Eccl., I, Lovanio 1872, pp. 270-74). Nel ms. di Londra Brit. Mus. add. 17, 189, f. 126° si legge che esso fu acquisito nel 745 per il monastero di S. Marone (cf. F. Nau, Bulletin de st Luis des maronites, 1903, 3489). Timoteo I, patriarca nestoriano, scrisse nel 791 una lunga lettera ai monaci di s. Marone (Vat. Borgiano 81). Il patriarca giacobita Dionigi del Tellmahre (m. nell'845) dice : «i M. restarono come sono oggi : ordinano patriarca e vescovi dal loro monastero" (Chronique de Michel le Syrien, trad. J.-B. Chabot, II, Parigi 1910, p. 511 ).

Vi sono lettere pubblicate da Mansi (vol. VIII), la cui data varia tra il 517 e il 536 , nelle quali il posto o i termini delle firme di archimandriti o monaci di S. Marone provano che quel monastero nella Siria seconda era il principale o l'esarca. Da quanto precede risulta che, dalla metà del sec. v fino alla metà del ix, il monastero di S. Marone era fiorente e primeggiava.

Tommaso vescovo di Kéfarṭāb (sec. xi) dice che questo monastero sorgeva sulle rive dell'Oronte e vi dimoravano 800 monaci (ms. siriaco di Parigi 203, f. 97 v .
in al-Manārah, 7 [1936], p. 97). al-Nas'ūdī dice lo stesso, ma altrove precisa che era situato ad est di Hamāh e Sajzar, oggi Sajgar (Le livre de l'awertissement et de la revison, trad. Carra de Vaux, Parigi 1897, p. 211). Un antico manoscritto pubblicato da F. Nau (Opuscules Maronites, II, Parigi 1900, p. 22) ne è una conferma. Il monastero "consisteva in un grandioso edificio attorniato da più di trecento stanze abitate da monaci, e possedeva oggetti d'oro, d'argento e di pierre presione in gran quantità. Fu distrutto per le scorrerie degli Arabi e l'ingiustizia del sultano" (Mas'ūdī, loc. cit.). Una nota del manoscritto del British Museum add. 17. 189, che secondo il Wright fu apposta tra il ix e il x sec., dice che esso, prima in possesso dei m . del monastero, fu donato alla Chiesa dei Siri nel deserto del basso Egitto. Si presume che prima il monastero sia stato distrutto. Nessuna traccia ne è rimasta. Circa la testa di s. Marone conservata nella cattedrale di Foligno, v. P. Sfair, La Messa sivo-maronita. Cenno storico sui M. (Roma 1946, p. 114).
III. Espansione del M. - Il monastero di S. Marone e altri dipendenti diedero il nome di M. a quei cristiani aramei che intorno ad essi cominciarono a formare una comunità compatta (H. Lammens, in al-Mašriq, 6 [1903], p. 131). Prima si diffusero secondo al-Mas'ūdī (loc. cit.) in Apamea, Sajzar, Homs e Hamāh, e secondo Bar Ebreo (Chron. eccl., I, pp. 270-74) ed Eutiche (PG 111, 1078) anche in Gerapoli, Qinnašrin e al-'Awāsim. Nella seconda metà del sec. vir comincia l'emigrazione dei M. verso il Libano per forti rivalità con i giacobiti (H. Lammens, in al-Mašriq, 2 [1899], p. 267). Più tardi anche i califfi li perseguitarono (Dionigi di Tellmahre, in Chronique de Michel le Syrien, II, p. 511). Al principio devono avere abitato nel distretto di Batrūn, donde dilagarono in quello di Gubajl, ed erano numerosi come attestano le chiese da loro erette nei secc. viII, Ix e x. Quivi trovarono ed assorbirono molti cristiani, che come loro parlavano il siriaco ed erano stati evangelizzati dai monaci di s. Marone (H. Lammens, in al-Mašriq, 4 [1901], pp. 728, 1018; PG 82, 1428). Anche in Aleppo i M. sono assai antichi giacché Dionigi di Tellmahre (loc. cit., pp. 429-96) parla di una lotta tra loro e i melkiti. Ben presto si trovarono pure nella Mesopotamia. Bar Ebreo (Ta'rih muhtasar ad-duwal, ed. Şāh̄̄̄nī, Beirut 1890, pp. 219220) parla del maronito Teofilo di Edessa, capo degli astrologi di al-Mahdī (775-85) in Bagdad, che scrisse una storia e tradusse in siriaco l'Iliade e l'Odissea; e Ricoldo de Monte Crucis (Peregrinationes Medii Aevi quatuor, ed. Laurent, Lipsia 1873, p. 126), scrittore del sec. xiri, incontrò tra Mossul e Bagdad una comunità di M. con a capo un arcivescovo. Quanto a Cipro, vi sono due iscrizioni, l'una del 1141 e l'altra del 1154, che riguardano i M. di quell'isola (M. Le Quien, in Oriens Christianus, 3 [1740], pp. 49-76). Secondo L. Macheras (Chron. de Chypre,

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(par cortesia di mons. Sfairi Maroniti - Celebrazione della S. Messa nella cattedrale di S. Elia - Aleppo.
trad. fr., Parigi 1882, pp. 15, 16) essi giunsero a popolare colà 30 villaggi.

Da Gerusalemme, ove erano assai numerosi ed avevano parecchie chiese, i M. emigrarono a Cipro, come si è detto, a Rodi nel 1310 e a Malta nel 1530 (P. Mas'ad, ad-Durr al-mangūm, Libano 1863, p. 158; H. Lammens, in alMašriq, 6 [1903], p. 170 ).
IV. Istituzio-

NE DEL PATRIARCato. - Nel 685 i
M. elessero il loro primo patriarca. Cosi venne affermato dal patriarca maronita ad-Duwajhi detto nel 1670 (sulla cui autorità o meno cf. P. Sfair, La Messa siro-maronita, p. 120 sgg.) e confermato dal testo citato dagli annali di Dionigi di Tellmahrē (m. 845), conservati in gran parte nella cronaca di Michele Siro (ed. cit.), che fu trovata nel 1887. Il patriarca maronita portava il titolo di «antiocheno" prima di Innocenzo III, come risulta da un passo della bolla del medesimo Quia divinae del 3 genn. 1215 (ma sul titolo del patriarca maronita cf. P. Chebli, in Rev. de l'Orient chrétien, 8 [1903], pp. 138-39; G. Dib, in DThC, X, col. 28).

Quanto alla sede, i patriarchi tra l'anno dell'istituzione e il 1440 la cambiarono tredici volte (Synodus Montis Libani, anno 1736, III, VI, 5). Da quell'anno in poi, la sede fu Qannūbin, prima di fatto e più tardi per decreto del citato Sinodo del 1736. Il Sinodo di Bikurkl nel 1790 la trasferì in quello stesso monastero, e la S. Congregazione di Propaganda Fide confermò questa decisione l'11 giugno 1793 (P. Sfair, Codificazione can. orientale. Fonti, 1* serie, XII, n. 1155).
V. Sotto i Crociati. - Occupata Tripoli nel 1098, i Crociati domandarono ai fedeli Siri di quella parte del Monte Libano, discesi per congratularsi con loro, quale fosse la strada migliore per arrivare a Gerusalemme, e quindi seguirono la via della costa sotto la guida di alcuni di quei fedeli (Guglielmo di Tiro, in PL 201, 198-99). Come si è visto, detti fedeli non potevano essere che i M., e lo stesso Guglielmo altrove (PL 201, 855) li chiama M. aggiungendo: «... ed erano uomini forti e valorosi nel combattimento... e per i nostri furono utilissimi». Stabilitisi a Gerusalemme, i Crociati si impegnarono a occupare le città costiere che avevano oltrepassato senza espugnarle. Nell'occupazione di Tripoli e di Beirut, furono aiutati dai M. (H. Lammens, in alMašriq, 6 [1903], p. 214; G. Darjan, Nabḍat ta' rihijjah, Beirut 1919, pp. 79-80, ove cita autori arabi). Sotto i Crociati i M. vissero tranquilli, edificarono chiese e conventi (H. Lammens, in al-Mabriq, 4 [1901], p. 170; id., La Syrie, Beirut 1922, pp. 261262; E. Renan, Mission de Phénicie, Parigi 1864, p. 227) e cominciarono a fare uso delle campane (G. de Vitry, Historia Hierosolimitana, I, 1094; adDuwajhī, Annali, 1112), e i loro vescovi a portare
mitra, pastorale e croce pettorale (G. de Vitry, ibid.). Nel Libano i Crociati trovarono il sistema feudatario e lo mantennero (G. Darjan, loc. cit., pp. 8182). Quando il regno crociato tramontò, «un miscro avanzo del clero e popolo fedele si ritirò tra i gioghi inaccessibili del Libano abitati da M. cattolici... Il patriarca Simone accolse amorevolmente lo smarrito gregge, scrisse ad Alessandro IV e ne ottenne il titolo di Antiocheno" (B. Terzi, Siria sacra, Roma 1695, p. 52). Benedetto XIV nel Concistoro del 13 luglio 1744 parlò nello stesso senso.
VI. All'epoca dei Mambucchi. - Sotto i Mamelucchi (1291-1516) la Siria e il Libano insieme furono divisi in cinque parti chiamate vice-regni. Nel Libano, in ogni grosso centro di abitazione, vi era il muqaddam (prepossa) maronita, che governava sotto la dipendenza del n a^{°} i b o viceré di Tripoli. I muqaddamin (pl. di muqaddam) erano quasi indipendenti nei loro feudi, ricevevano il suddiaconato e tenevano in chiesa il primo posto dopo il sacerdote. Da ciò si comprende quale importanza abbia avuto allora il patriarca. Per timore di un ritorno dei Crociati, fino alla metà del sec. xv, i Mamelucchi sorvegliarono le coste; il che rendeva difficili le relazioni con la S. Sede (ad-Duwajhi, Annali, 1439 e Kitāb alibtiğăğ, di cui vi è una traduzione latina nel ms. Vat. lat. 7411, cap. 11, sotto il titolo di Vindicia Maroniterum). Più tardi, sembra che la situazione si sia cambiata, e fra' Gryphon fu tra i M. come legato pontificio dal 1450 al 1475 .
VII. Dopo l'occupazione turca. - Nel 1516 Selim I occupò il Libano. Nel 1527 il patriarca e l'episcopato invitarono Carlo V a liberare il pacse, promettendogli l'aiuto di 50 mila combattenti, ma invano (A. Rabbath, Documents inédits, II, Parigi 1910, pp. 616-23). Da Gubajl in giù, il Libano fu diviso in tre parti governate da tre principi non cristiani. Fahr ad-Din II dei Ma'niti ebbe il governo di Sūf nel 1585 , ma riusci ad allargare il territorio da lui controllato da Antiochia fino ad Aglūn e prepose ai distretti governatori della famiglia maronita Hāzin che lo aveva educato, e altri ancora. Questo principe druso costrui conventi per i Cappuccini nel S̄ūf (A. Rabbath, op. cit., pp. 464, 494), e Abū Nawfil Hāzin costrui la prima casa dei Gesuiti nel Libano a 'Aintūrā (Kisrawān: Lettres édifiantes et curieuses, I, Parigi 1829, pp. 221-23, 232 sgg.).

I Ma'niti furono quasi del tutto indipendenti, accontentandosi la Turchia dei tributi. Ci fu però qualche persecuzione ma non da parte dei Ma'niti, che dominarono fino al 1697 , bensì da parte del pasció turco di Tripoli. Così i più influenti notabili M., Abū Karam al-Hadati ( 1640 ) e Jūnis Abū Rizq ( 1697 ), salirono il patibolo dopo aver ripetutamente rifiutato l'abiura (ad-Duwajhi, Annali, 1840 e 1897; J. De la Roque, Voyage de Syrie..., II, Parigi 1722, p. 263). Nel 1695 sorse l'ordine degli Antoniani M. e nel 1700 quello degli Antoniani di s. Isaia.

Tramontati i Ma'niti successero loro i musulmani S̄ihāb, che governarono il Libano fino al 1841 . Sotto costoro, che assumevano dei m. quali ministri, consiglieri, segretari, ecc., i M. godettero pace e sicurezza (C.-P. Volney, Voyage en Syrie et en Egypte, I, Parigi 1825, p. 467). I melchiti convertiti al cattolicesimo in Aleppo nel 1725, il patriarca Tanās nel 1726 e il patriarca siro Garwah nel 1783 ripararono nel Libano per sfuggire alle persecuzioni. I patriarchi armeni cattolici dal 1739 fino alla seconda metà del sec. xix abitarono in Kisrawān. Nel 1736 si tenne il Sinodo maronita, i cui atti sono fino ad oggi il codice ufficiale del patriarcato. Benedetto XIV lo approvò in forma speciale nel 1742 . Vi si trova inserito il privi-

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legio che il patriarca nel suo Sinodo elegga i vescovi, e l'ordine di Innocenzo III (Quia divinae, 3 genn. 1215) che i sacerdoti adoprino i paramenti latini. Caduti i Sihāb, la Turchia istituì nel Libano due prefetture (qä’ionnaqämäi), l'una drusa e l'altra maronita. Ma vi furono torbidi, che culminarono nel 1860 in massacri di cristiani, fra cui i tre fratelli Massabki beatificati da Pio XI (ro luglio 1926). Nel 1861, in seguito all'intervento delle potenze europee, fu dato al Libano un nuovo organico, per cui i M. vissero in pace fino alla prima guerra mondiale.

Nel 1865 fu fondata la Congregazione dei missionari libanesi, detti anche Krsimiti dal luogo di origine. Per lo stato attuale v. Libano.
VIII. La questione dell'ortodossia dei M. E stata ormai abbandonata la tesi che faceva i M. nell'antichità difensori del monofisismo. Infatti, per tacere dei «monaci di s. Marone» fatti martiri dai monofisiti severiani nel 517 (v. Mansi, VIII, 426), si conservano lettere del sec. vi (cd. F. Nau, op. cit., pp. 343 sg., 367 sg.) in cui monaci monofisiti chiamano i M. "germogli di Leone" e aderenti al Concilio di Calcedonia. Inoltre Bar Ebreo nel Chron. eccl., p. 269 sg., ispirandosi a Dionigi di Tellmahrē (m. nell'845), parla di contese fra M. e monofisiti.

Vi sono invece tuttora molti dotti che ammettono essere stati i M. un tempo aderenti al monotelismo. Sembra però che i testimoni citati non siano tanto validi e che le prove in contrario abbiano il loro peso.

Si adduce Timoteo di Costantinopoli (PG 86, 65), il quale però scrisse ca. il 600 , prima cioè che divampasse il monotelismo : egli fa i M. avversari anche del IV Concilio, il che non può esser vero, come si è testé veduto. Nella stessa affermazione concorda s. Germano di Costantinopoli, il quale poi si contraddice ammettendo che i M. respingono i Concili V e VI, pur ammettendo il IV. Si aggiunga che l'autore, ultranonagenario (PG 98, 82), scriveva questi ricordi in prigione senza aiuto di scritti. S. Giovanni Damasceno giura di non voler avere niente a che fare con gli eterodossi, specie con i M. (PG 94, 1432), e in una lettera, alludendo al "qui crucifixus est", dice: "Noi maronizziamo se aggiungiamo..." (PG 95, 33). E strano tuttavia che lo stesso autore nel suo elenco di oltre 100 eresie (PG 84, 679-80) non ricordi i M. Per di più la prima citazione sembra poco conforme al contesto (v. G. S. Assemani, Bibl. iuris orientalis canonici et civilis, V, Roma 1766, p. 502), e la seconda viene riportata nei mss. 1829 e 2442 di Parigi e nel monsocritto che servì per l'ed. di Basilea con mapovforqucv "deliriamo" anziché μ α ρ α v i σ α μ ε ν. Meno sicurezza ancora offre la dubbia testimonianza di Abū Qurrah, non esente da contraddizioni e tramandata in una copia fatta nel 1735 dal vescovo melchita B. Finān (ed. C. Bāāā, Beirut 1904). Trascurabile è poi quella di Eutiche (Sa'id ibn al-Bitriq; cf. PG 111, 1078), dal quale dipende Guglielmo di Tiro (PG 201, 212) e tanti posteriori, che mescola evidenti errori intorno ai M. (PG 201, 845-56), convertiti secondo lui nel 1181, proprio quando il regno latino tramontava! Innocenzo III, nella bolla Quia divinae ( 3 genn. 1215), parla invece della conversione dei M. nel 1203 davanti al card. Pietro. I M. avrebbero ammesso il primato del Papa, il Filioque (ma nessuno mai attribuì ai M. le eresie che si oppongono a questi dogmi); le due volontà, ecc. Si noti però che questa bolla è indirizzata insieme ai Greci e ai M. Non è anche da escludere che allora i papi non fossero bene informati circa la dottrina dei M. (v. G. Dandini, Missione al Patriarca e M. del Monte Libano, Cesena 1656, p. 98). Il b. U. de Romania, generale dei Domenicani, in una enciclica riferisce all'Ordine nel 1256 che i Domenicani avevano convertito i M. da molti anni scismatici (B. M. Reichart, Monumenta Ordinis Praedicatorum historica, Roma 1897). Così si avrebbero tre conversioni in men di una generazione! Riguardo poi agli

Annali di Dionigi di Tellmahrē (op. cit., II, p. 412), si è voluto accettare (cf. S. Vaillhé, L'Eglise maronite du IV au IXe siècle, in Echos d'Orient, 9 [1906], p. 261) che Eraclio propose al patriarca giacobita Atanasio il Camelliere (m. nel 631) l'accettazione dell'Ecthesi, nel Sinodo di Mabbūg, ottenendola anche dai monaci m. Si osservi però l'anacronismo, essendo stata promulgata l'Ecthesi nel 638. Bar Ebreo invece, dipendendo dallo stesso Dionigi, afferma che Eraclio ottenne da essi l'adesione al IV Concilio (Chron. eccl., col. 274).

Quello che si apprende dalle fonti è che il diotelismo penetrò soltanto nel 727 e non per via ufficiale nel Libano, che era occupato dagli Arabi e non comunicava con Costantinopoli prima d'allora, e che fra i M. e i massimiti vi fu un certo malinteso, perché questi erano accusati da quelli come fautori in Cristo di due volontà capaci di discordia, mentre la tesi dei M. accentuava l'unità morale delle volontà senza scapito della loro duplicità fisica. Tale è la dottrina, p. es., del celebre Kitāb al-hudā (ed. P. Jahed, Gunjah 1935) vero codice dei M. durante il medioevo.

IX Principali scrittori. - H. Lammens (La Syrie, p. 111) afferma che il documento circa la disputa tra M. e giacobiti davanti a Mu'āwijah, pubblicato da Th. Nöldeke (Mansi, VIII, 426), sia il più antico della letteratura maronita. Ma vi è la lettera dei monaci m. al papa s. Ormieda pure citata. Dalla mentovata lettera di Timoteo I risulta ancora che i monaci m. gli avevano scritto, e che prima di lui erano stati in corrispondenza con il suo predecessore. Tutte queste lettere sono andate perdute, come pure le opere di Teofilo di Edessa menzionato da Bar Ebreo (loc. cit.) e quelle di Qaja, di cui parla al-Mas'ūdī (loc. cit.). Appartengono pure alla letteratura maronita il surriferito Kitāb al-hudā, tradotto nel 1058, ma scritto anteriormente da un ignoto che viene qualificato nella prefazione del traduttore per «il padre santo», i citati Dieci capitoli di Tommaso di Kēfartāb, le opere di G. Ibn Qilā̄̄ (m. nel 1516) e quelle di Farhāt (v.). Grande contributo ha dato alla cultura il Collegio Maronita di Roma (v. collegi ecclesiastici) con il patriarca S. ad-Duwajhi (m. nel 1704), Abramo Ecchellense, P. Benedetti (v.) o Mubārak, gli Assemani Fausto Naironio (m. nel 1711) e tanti altri. Dei secc. xix-xx sono degni di menzione, Fares Sidjāq, i Bustānī, i Sarrūni, il carmelitano padre Anastasio (Anistās), i vescovi G. Debs e G. Darjān, G. Gubrān e A. Rīhānī.

Bibl.: Oltre alle opere citate v.: G. Debs. al-Gämi al mufaq̧al, Beirut 1905; P. Dib. L'Eglise maronite, Parigi 1930; P. Sfair, La Messa sire-maronita annotata. Cenno storico tui m., Roma 1946.

Pietro Sfair
X. Il RITO MARONITA. - E un ramo del rito sirooccidentale. Nella sua origine rito particolare del monastero fondato sulla tomba di s. Marone, al principio del sec. v si sviluppò li similmente al rito della regione antiochena; ma rimanendo ortodosso, durante le lotte cristologiche, in mezzo a molti monasteri passati al monofisismo, ha dovuto conservare un carattere suo proprio. Di questi antichi tempi è stata tramandata un'anafora propria ai Maroniti, chiamata dalla sua prima parola: Šarrar, pubblicata nel Messale del 1592-94 con il testo intero, e utilizzata dall'edizione del 1716 in poi il Venerdì Santo nella Messa dei Presantificati (cf. lo studio del testo di H. Engberding, Urgestalt, Eigenart und Entwicklung eines altantiochenischen eucharistischen Hochgebetes, in Oriens Christianus, 7 [1931], pp. 32-48); inoltre probabilmente anche la recensione propriamente maronita dell'anafora dei Dodici Apostoli (cf. A. Raes-A. Rücker, Anaphorae Syriacae, I, Roma 1940, pp. 205-27).

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E certo che quel rito non si è bizantinizzato come quello dei melkiti, ma quanto a formole, gesti, costruzione di uffici, si è regolato secondo l'uso, da lungo tempo in evoluzione, del rito siro-occidentale. Documenti per seguire quello sviluppo mancano. Al sec. xir, nel contatto con i Crociati, subisce le prime infiltrazioni latine, abbastanza facilmente riconoscibili : forma del Battesimo, Cresima riservata al vescovo, mitra e anello per i vescovi, amitto per i sacerdoti, uso delle campane (cf. bolla di Innocenzo III del 1215, Quia divinae sapientiae e altri documenti, in T. Anaissi, Bullarium Maronitarum, Roma 1911).

Manoscritti liturgici dei secc. xv e xvi manifestano un marcato influsso del rito siro, reso evidente da una serie di orazioni e inni in diversi uffici che fanno doppio uso con le antiche formole (in particolare nel Pontificale), dal sec. xvi in poi, dopo la fondazione del Collegio Maronita a Roma e la formazione di sacerdoti nei seminari occidentali in un nuovo influsso latino: specie di confiteor nella Messa, parole della consacrazione tradotte letteralmente dalla Messa romana, cambiamento nella epiclesi in maniera di far perdere a questa formola il suo senso primitivo, nuove feste nel calendario, benedizione di una chiesa distinta dalla sua consacrazione, uso del corporale, della palla, composizione di una nuova anafora, più breve, e ispirata in alcune delle sue preghiere al canone della Messa romana e perciò intitolata, dal suo autore A. Iscandar, Anafora della Chiesa romana. Il Sinodo del Monte Libano del 1736, dopo quelli del 1580 e 1596 , nonostante un debole tentativo di raddrizzamento, dovuto, fra gli altri, al patriarca ad-Duwajhī, non poté fermare il movimento. Si è dovuto aspettare questi ultimi anni per trovare uomini coraggiosi, imbevuti di spirito liturgico, per operare sotto la guida della gerarchia un radicale cambiamento d'indirizzo; ne è la prova il Rituale di Beirut del 1942, che ristabilisce in grandissima parte il rito secondo gli antichi codici. Si prepara l'edizione del Pontificale e del Messale secondo gli stessi principi.

L'ordinazione generale della Messa e molte delle sue formole e gesti consueti sono identici a quelli del rito siro-occidentale. L'Ordo communis o parti fisse è però suo proprio (cf. E. Renaudot, Liturgiarum Orientalium collectio, II, Parigi 1716, pp. 12-29); l'inizio è un poco intricato; soltanto due lezioni scritturistiche; uso di otto anafore nelle ultime edizioni; l'orazione della frazione separata dalla frazione stessa riportata dopo il Pater noster, come dai Latini; Comunione dei fedeli sotto una specie, ostic come quelle dei Latini e di pane azimo, ma questa particolarità potrebbe essere antica.

Per i Sacramenti esistono spesso formulari propri ai Maroniti, anche se la struttura dell'Ufficio è simile a quella dei Siri.

L'Ufficio divino, diviso in sette ore, è composto di pochi salmi, di molte composizioni poetiche che appartengono allo stesso genere di quelle sire: qālā, bavotā, madraāā, sāgīta. Si distingue un Ufficio festivo, il quale fu stampato una sola volta e soltanto in parte, e l'Ufficio feriale, il quale, stampato spesso, serve alla recita privata del Breviario, ma contiene soltanto pochi Uffici. Si può paragonare un calendario del 1673 (cf. R. Griveau, Un ancien calendrier de l'Eglise maronite, in PO 10, 345-56) con il Calendario attuale (cf. N. Nilles, Kalendarium utriusque Ecclesiae, I, Innsbruck 1896, pp. 485-89) per constatare come oggi i santi riempiano molti, non tutti i giorni dell'anno ecclesiastico. Questo è diviso in periodi liturgici come quello dei Siri. La prima lingua liturgica è il siriaco, la seconda, almeno in teoria, l'arabo (v. la legislazione del Sinodo del 1736, in Mansi, XXXVIII, 120, parte 2^{text {a }}, cap. 13, n. 11).

Il Messale e il S̄abīmīd ( = Ufficio feriale) hanno avuto molte edizioni; gli altri libri liturgici molto meno; il Pontificale, il Proprio della Quaresima e il Tešmešt (contiene una cinquantina di Uffici per le feste) ancora nessuna.

BibL.: P. Dib. Etude sur la liturgie maronite, Parigi 1910 (unica opera d'insieme, esaurita, ma riassunta dallo stesso autore in DThC, X, coll. 128-32). In arabo l'opera antica del patriarca

Stefano ad-Duwajhī. Mandirat al-wudās ( · Lampada dei santuari 1), 2 voll., Beirut 1895-96; esiste in arabo una spiegazione dei riti (Mābu'ir al-poatiā̄, ivi 1909), attribuita al patriarca Giovanni Muro, il quale sarebbe vissuto nel sec. vir : è ispirata dalla spiegazione della Messa di Dionigi bar Ṣalibi e non fu redatta prima del sec. xiri. Versione latina di molti testi in J. A. Assemani, Codex liturgicus, Parigi 1902. Per le anafore cf. E. Renaudot, Liturgiarum Orientalium collectio, Parigi 1716; Roma 1940. Per tutti i Sacramenti: M. Denzinger, Ritus Orientalium..., Würzburg 1883 ; S. Euringer, Die verschollene dritte römische Ausgabe des maronitischen Messde von Yobre 1783, in Jahrb. für Liturgienissnuech., 8 (1929), pp. 239-46; J. M. Haussons, Institutiones liturgicos de retibus orient., II-III, De Missa, Roma 1930-32; G. Cochin, Modo furile di seguire la Messa siro-maronita, ivi 1943. Sulle versioni arabe dei libri liturgici maroniti: G. Graf, Geschichte der christl. arab. Literatur, I, Città del Vaticano 1944, pp. 193 sg., 657-61; ottima versione con note di P. Sfair, La Messa siro-maronita, Roma 1946; A. Racs, Introductio in liturgiam orieutalem, ivi 1947; M. Rizli. De la liturgie Maronite, in Proche-Orient Christian, I (1951), pp. 71-85.

Alfonso Racs
MAROT, Clément. - Poeta francese, n. a Cahors il 23 nov. 1496, m. a Torino il 12 sett. 1544. Faggio dei Villeroy, fu poi valet de chambre di Francesco I, godendo le buone grazie del re, che intervenne in suo favore ogni qualvolta si trovò nei fastidi provocati dalla sua pungente satira.

Accusato di aderire al movimento riformatore, abbandonò la Francia (1534), riparando in Italia, successivamente a Ferrara ed a Venezia. Rimpatriato nel 1536, venne accolto nuovamente a corte, ove rimase fino al 1542, allorché, sospettato ancora una volta per la traduzione dei Salmi, si vide costretto a fuggire dapprima in Svizzera, quindi di nuovo in Italia, rifugiandosi presso i Savoia a Torino, ove poco dopo morì. Poeta sensibile, raffinato, sente i turbamenti di una età densa di « inquisitudine» religiosa. Pur essendo la sua fama legata essenzialmente alla sua lirica, il M. è tipica figura dei gruppi « riformatori» francesi.

BibL.: D. Magrini, C. M. e il petrarchismo, in Miscellanea di studi critici pubblicati in onore di G. Mazzoni, I. Firenze 1907, pp. 485-502; W. de Lerber, L'influence de C. M. aux XVIIe et XVIIIe siècles, Losanna 1920; P. Villey, Recherches sur la chronologie des oeuvres de M., Parigi 1923; id., Les grands écrivains du XVIe siècle, I; M. et Rabelais, ivi 1923; P. A. Becker, C. M., sein Leben und seine Dichtung, Monaco 1926; J. Plattard, M., sa carrière politique, aux oeuvres, Parigi 1958; Ch. E. Kinch, La poésie satirique de C. M., ivi 1941; P. Jourda, M., ivi 1950.

Niccolò Del Re
MAROTO, Felipe. - Canonista, n. a Garcillán (Segovia) il 26 maggio 1875, m. a Roma l'1 1 luglio 1937. Adolescente, entrò nella Congregazione dei Figli del Cuore di Maria (Claretiani); fu ordinato sacerdote il 13 maggio 1900.

Inviato a Roma, conseguì all'Apollinare la laurea in utroque iure nel 1903 e fu subito chiamato ad insegnare nella stessa Facoltà giuridica, di cui fu anche decano. Il suo insegnamento, protrattosi fino al 1934, fu molto apprezzato per chiarezza, profondità, vastità di conoscenze giuridiche; notevolissima soprattutto la sua competenza in materia matrimoniale e beneficiale. Fu consultore di varie SS. Congregazioni (S. Uffizio, Religiosi, Concilio, Propaganda e Seminari) e spiegò particolare attività nella Commissione che preparò la redazione definitiva del CIC; nel 1935 fu chiamato a far parte della Commissione per l'interpretazione autentica del CIC. Ha lasciato numerosi scritti di gran pregio nella rivista Apollinaris e nel Commentarium pro religiosis et missionaris, del quale fu primo direttore. La principale opera sua è costituita dalle Institutiones iuris canonici ad normam novi codicis (Madrid 1918), rimaste purtroppo incompiute; fra gli ultimi suoi studi va ricordata la comunicazione: Regulae et particularee constitutiones singularum religionum ex iure Decretalium usque ad Codicem, in Acta Congressus Iuridici Internationalis, IV, Roma 1937, p. 205 sgg. Nella Congregazione Claretiana ebbe le cariche di maggiore importanza; vice procuratore generale dal 1906, procuratore generale dal 1912 al 1934, e da quest'anno fino alla morte Superiore generale.

BibL.: Necrologio, in Apollinaris, 10 (1937), p. 324 sgg.; elenco degli scritti, ibid., p. 627 sgg. Servo Goyenèche

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MAROZIA. - N. nell'892 a Roma da T'cofilatto, vestararius pontificio e magister militum, e da Teodora, donna autorevolissima. Andò sposa al franco Alberico marchese di Camerino e duca di Spoleto (915), dal quale ebbe il figlio Alberico II. Morto Alberico, passò in seconde nozze con Guido di Toscana (926), accrescendo cosi in Roma la sua già tanto grande potenza.

Questa unione determinò il timore e il risentimento del papa Giovanni X, che si accordò con il fratellastro di Guido, Ugo di Provenza. M. lottò contro il Papa e i suoi sostenitori, riuscendo ad eliminarli (928). Morto Giovanni X, assassinato in carcere, M., che nel frattempo si era proclamata senatrix e patricia di Roma, fece eleggere il figlio Giovanni, che divenne Pontefice con il nome di Giovanni XI (931). A torto vennero attribuite a M. illecite relazioni con papa Sergio III. Vedova per la seconda volta, offrì la sua mano al cognato re d'Italia, Ugo di Provenza, fratello uterino di Guido; ma il nuovo matrimonio fu accolto come offesa alla morale e alla religione, Ugo tuttavia venne a Roma e sposò M. (932). Durante le feste nuziali Alberico II, avendo ricevuto dal re un grave affronto, sollevò popolo e nobili e, mentre Ugo si salvava con la fuga, M. fu fatta prigioniera e gettata dal figlio in carcere, ove mori nel 937.

BibL.: F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel M. E., I, Roma 1900, pp. 875-79; P. Fedele, Ricerche per la storia di Roma e del papato nel rec. X, in Arch. della Soc. romana di storia patria, 34 (1911), p. 393 sgg.; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VII, Parigi 1948, p. 35 sgg. Romualdo Paolucci

MARPRELATE, Martin, controversia di. Con lo pseudonimo di M., che significa "flagellatore di prelati " (dall'inglese mar e prelate) viene indicato uno scrittore puritano del sec. XVI, autore di vari libelli contro la gerarchia anglicana e contro i suoi vescovi.

Quando Enrico VIII d'Inghilterra si separò da Roma, oltre a molte dottrine e cerimonie della Chiesa cattolica, volle specialmente conservare l'episcopato, nonostante ciò dispiacesse ad alcuni. Durante il regno di Maria Tudor (1553-58), molti protestanti inglesi, che si erano rifugiati nella Svizzera, si erano imbevuti delle dottrine andigerarchiche del calvinismo. Ritornati quindi in Inghilterra alla morte della Regina, sperarono di riformare la Chiesa anglicana, sul modello calvinista o presbiteriano, che consideravano più conforme al cristianesimo primitivo e più puro : donde il loro nome di «puritani». La regina Elisabetta ( 155^{8-1603} ), pur essendo più incline al regime episcopale che, a differenza di quello calvinista o presbiteriano, le dava la possibilità di dominare la Chiesa con la scelta dei vescovi, tuttavia al principio procedette con cautela; però verso la fine del suo regno e dopo la sconfitta dell'«Armada " spagnola, sentendosi sicura, cominciò una vera persecuzione contro i puritani del regno. Si valse per questo dell'arcivescovo di Canterbury, G. Whitgift (1583-1604), il quale volentieri fece suoi i disegni della Regina, non tanto a motivo della dottrina dei puritani sulla predestinazione, essendo egli stato l'autore degli articoli di Lambeth (v.), prettamente calvinisti, quanto invece per la loro intensa propaganda contro il regime episcopale. Fece pubblicare leggi draconiane contro gli autori e gli stampatori di opuscoli puritani. Resistettero alcuni uomini come G. Udall, G. Penry, G. Thockmorton, i quali, sfidando leggi e castighi severissimi e trasferendo la loro stamperia, con grandi pericoli e rischi, da un luogo a un altro, continuarono la lotta contro l'episcopato per mezzo di opuscoli o libelli firmati da M. M. : ebbe così inizio la « controversia di M. M. ". Sette furono gli opuscoli pubblicati sotto questo pseudonimo, tutti scritti in tono scherzoso, abile e molte volte volgare, ma che mettevano a nudo le miserie dell'episcopato anglicano. I vescovi risposero prima con un opuscolo serio, scritto dal vescovo di Wincester T. Cooper, ma poi, vedendo che il popolo s'interessava di più ai libelli dei marprelatisti per il loro stile brillante e mordace, si valsero dell'opera di scrit-
tori popolari come il Lyly ed il Nashe, perché con le stesse armi combattessero l'avversario. La controversia durò propriamente un anno, dal 1588 cioè al 1589 . I marprelatisti infatti, perseguitati instancabilmente dalla polizia ecclesiastica e secolare, furono scoperti; la loro stemperia fu scovata e confiscata, gli stampatori imprigionati, torturati e multati. Dei principali promotori, poi, l'Udall mori in prigione; il Penry poté fuggire in Scozia, ma, ritornando in Inghilterra, nel 1592 fu impiccato; il Throckmorton, che pare sia stato il principale autore degli scritti, fu prima condannato, ma venne in seguito perdonato per l'appello che egli fece ai lord cancelliere.

BibL.: E. Arber, An introductory shetch to the M. M. controversy, Londra 1878; A. Pierce, An historical introduction to the M. tracts, ivi 1908; id., The M. tracts, ivi 1911; G. Bonnard, La controverse de M. M. 1588-89, Ginevra 1916; W. Pierce, John Penry, his life, times and writings, Londra 1923; A. F. Pearson Scott, Church and State: political aspects of sixteenth century puritanism, Cambridge 1928; altra bibl. in F. W. Bateson, The Cambridge bibliography, I, ivi 1940, pp. 388-94.

Camillo Crivelli
MARQUETTE, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Michigan negli Stati Uniti. Contiene la penisola settentrionale dello Stato di Michigan, con una superficie di 16.28 I miglia quadrate e 323.544 mathrm{ab} ., dei quali 91.034 cattolici. Conta 93 parrocchie, 40 cappelle, 40 missioni e 21 stazioni; ha 146 sacerdoti diocesani e 25 regolari, i seminario, 5 comunità religiose maschili e II femminili; 6 high schools diocesano e parrocchiali e 24 scuole parrocchiali; nel 1949 vi furono 338 conversioni.

I primi sacerdoti che penetrarono nella penisola del Michigan furono i gesuiti Raymbault e Jogues, i quali piantarono la croce sulle rive del fiume St. Marys nel 1641; nel 1660 vi giunse il p. R. Ménard e nel 1665 il p. C. Allouez. Nel 1668 vi si fissò una missione; essa divenne sempre più fiorente. Nel I Concilio nazionale del maggio 1852 si raccomandò che nel Michigan settentrionale si erigesse un vicariato apostolico; che infatti venne eretto da Pio IX, con breve del 29 luglio 1833 , separandone il territorio da Detroit e nominando primo vicario apostolico mons. T. Baraja, con il titolo di vescovo delle Amazzoni in partibus, e con residenza a Sault Ste Marie, che nel 1837 fu creata diocesi. Il 23 ott. 1865 la sede fu trasferita a M. con il titolo di Sault Ste Marie e M. Altri vescovi furono mons. I. Mrak (1869-78), F. Eis (1899-1922), J. Nussbaum (1922-35), J. C. Plagens (19351940), F. J. Magner (1940-47); l'attuale è mons. T. L. Noa (1947). Il papa Pio XI con la cost. apost. Ad aeternam christifidelium salutem del 22 maggio 1937 sottrasse la diocesi di M. dalle provincia ecclesiastica di Milwaukee, facendola suffraganea di Detroit.

La Cattedrale è dedicata a s. Pietro.
BibL.: A. J. Bezck, History of the diocese of Sault Ste Marie and M., Houghton 1906: id., in Cath. Enc., IX, pp. 689-90; AAS, 29 (1937), pp. 391-93; The Official Catholic Directory 1930, Nuova York 1950, pp. 424-26. Enrico Josi

MARQUETTE, JACQUES. - Gesuita, missionario ed esploratore, n. a Laon il 10 giugno 1637, m. nell'odierna Ludington il 18 maggio 1675 . Visse dal 1666 nelle missioni indiane del Canada, prima con gli Algonchini, poi con gli Uroni a Trois Rivières e a Sault Ste Marie, e nel 1670 nella missione dello Spirito Santo. Possedeva sei dialetti ed era amatissimo dalle varie tribù.

Fin dal 1670 desiderò di penetrare nelle regioni del Mississippi, oltre le terre già scoperte dai Francesi, e ne aveva raccolte notizie, soprattutto dagli Illinois, più a sud, e ne aveva anche trattato con i superiori e il governatore. Questi, finalmente, decise la spedizione, affidandola all'attivo commerciante di Québec, L. Jolliet, e assegnandogli a compagno il M. Le canoe partirono dalla missione di S. Ignazio il 17 maggio 1763 , rasentarono le sponde nordoccidentali del lago Michigan e attraverso la Green Bay, il Fox River, il lago Winnebago entrarono

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nel Wisconsin, che sfociava appunto nel Mississippi, raggiunto il 17 giugno; indi scesero lungo l'ampia corrente fino alla confluenza dell'Arkansas. Per timore dei vicini Spagnoli e delle nuove tribù indiane, Jolliet e M. non osarono avanzare di più e il 17 luglio ripresero la via del ritorno, risalendo l'Ohio e l'Illinois e raggiungendo verso la fine di sett. la Green Bay e il lago Michigan. Mentre il Jolliet continuava per Québec a portare le notizie, il M. cadde malato di dissenteria nei pressi dell'odierna Chicago. Un tentativo di fondare una missione presso gli Indiani dell'Illinois, nell'inverno 1674-75, gli tornò fatale; e finì la vita mentre cercava di tornare a Mackinac, alla missione di S. Ignazio.

Lo scopo di sapere se il Mississippi sboccava nel golfo di California, come credevano i Francesi, o più ad oriente nel golfo del Messico, era stato raggiunto. Il M., durante il viaggio e dopo annotò con cura quanto aveva visto, tribù, luoghi, fauna e flora e le avventure toccate, deducendone le prospettive di futuri commerci. Gli Americani lo considerarono sempre come lo scopritore del Mississippi; diedero il suo nome ad una città (ora anche centro di una diocesi : «Sault Ste Marie e M. »); i Gesuiti eressero a Milwaukee l'Università M.; nel 1904 sorse a Nuova York la M.-League, associazione di laici per tener desto l'interesse verso le missioni cattoliche tra i pellerossa e provvederle dei mezzi necessari spirituali e materiali; nel 1887 la sua statua, opera dell'italiano S. Trentanove, fu collocata nel Campidoglio di Washington; e altre riproduzioni in bronzo collocate a Marquette, Michigan e nell'isola di Machinac.

Bibl.: Il giornale del viaggio di M. fu pubblicato in parte da M. Thévenot, in Recueil des voyages (Parigi 1681); interamente da G. Shea, Récit des voyages et des découvertes du p. 7. M., Nuova York 1852 e A. Hamy, Au Misiisipi, Parigi 1903; più criticamente da R. G. Thwaites nella serie The Jesuit Relations and Allied Documents, LIX, Cleveland 1900, p. 207 sgg. Studi: G. Shea, Discovery and Exploration of the Misiisipi Valley, Nuova York 1852; Sommervogel, V. coll. 260-61; C. Rochemontela, Les Yémites et la Nouvelle France au XVIIe siècle, III, Parigi 1896, pp. 1-40; R. G. Thwaites, Fth. 7. M., Nuova York 1904; P. Tacchi-Venturi, Il p. G. M., ardito esploratore del Misiisipi, in Riv. ill. dell'Esposio, mission. vaticana, Roma 1922, pp. 698-704; Fr. B. Steck, The Jolliet-M. Expedition, Quincy 1928; G. J. Garraghan, The folliet-M. Expedition of 1673, in Thought, 4 (1929), pp. 32-71; M., Death Site of Ft. M., in MidAmerica, 22 (1940), pp. 223-25; J. Delangler, The 1674 Account of Discovery of the Misiisipi, ibid., 26 (1944), pp. 301-24; id., The Récit des voyages et des découvertes du p. 7. M., ibid., 28 (1946), pp. 173-94, 211-58.

Celestino Testore
MÁRQUEZ, Juan. - Scrittore ascetico e teologo agostiniano, n. a Madrid nel 1565 , m. a Salamanca nel 1621. Emise i voti religiosi il 9 luglio 1581, studiò a Toledo, dove nel 1588 ottenne il grado di maestro e fu professore di teologia nell'Università di Salamanca dal 1597 al 1600 e dal 1603 fino alla morte. Occupò diversi uffici nell'Ordine, fu predicatore del re Filippo III e consultore del S. Uffizio.

Scrisse in stile classico: Los dos estados de la espiritual Hierusalem, Medina del Campo 1603; El gobernador cristiano, Salamanca 1612 (di contenuto etico-politico, molte volte stampato); Origen de los frailes armitaños de 1. Agustin, ivi 1618 (vers. italiana di P. I. Rampini, Tortona 1620). Lasciò anche scritti agiografici ed uno in difesa della Immacolata Concezione. Restano inediti i suoi commenti a s. Tommaso.

Bibl.: G. de Santiago Vela, Ensayo de una bibl. iberoamericana de la Orden de 2. Augustin, V, Madrid 1920, pp. 174-231; I. Monasterio, Estudios sobre el P. M., in La Ciudad de Dio, 14-17 (1887-89); id., Mistigos agustinos españoles, I, El Escorial 1929, pp. 296-313; M. Cardenal Iracheta, 7. M., Madrid 1950 (con ricca antologia).

David Gutiérrez
MARRACCI, Ippolito. - Mariologo, n. a Lucca il 17 genn. 1604 e m. a Roma, a S. Maria in Campitelli, il 18 maggio 1675; religioso della Congregazione dei Chierici regolari della Madre di Dio.

Compose, secondo la biografia manoscritta del fratello Luigi, 115 opere, di cui pubblicate 31. Degne di
nota quelle che raccolgono notizie su scritti e scrittori mariani : Pontifices maximi mariani (Roma 1642), Apostoli mariani (ivi 1643), Reget mariani (ivi 1654), Fundatores mariani (ivi 1643), Purpura mariana (ivi 1654), Artistites mariani (ivi 1656), Caesares mariani (ivi 1656). Inoltre: Bibliotheca mariana ( 2 voll., ivi 1648), raccolta di dati bibliografici su 3000 autori e più di 6000 opere; Polynuthea mariana (Colonia 1683) con un'appendice di altri 1000 autori.

Bibl.: F. Sarteschi, De scriptoribus Congregationis Matris Dei, Roma 1733, pp. 135-46; Hurter, IV, coll. 27-29; J. II. Schütz, Summa mariana, III, Paderborn 1913, pp. 624-27; F. Ferraironi, I fratelli M., in L'osservatore romano, 89 (1949), n. 250 .

Vito Zollini
MARRACCI, Lodovico. - Orientalista e teologo, n. a Torcigliano di Camaiore (Lucca) il 6 ott. 1612, m. a Roma il 5 febbr. 1700. Entrò nella Congregazione dei Chierici regolari della Madre di Dio, ove sostenne diversi uffici; ebbe delicati incarichi nella Curia.

Buon conoscitore delle lingue classiche, si applicò particolarmente allo studio dell'ebraico, aramaico e arabo. Ebbe una parte di prim'ordine nella preparazione della versione araba della Bibbia, in armonia con la Valgata, iniziata nel 1624 e stampata in 3 voll. nel 1671, promossa dalla S. Congregazione di Propaganda ad uso delle Chiese orientali. Attese per 40 anni alla grande opera: Alcorani textus universus (Padova 1698), in due tomi in-fol., dei quali il primo con il titolo: Prodromus ad refutationem Alcorani (pubblicato separatamente nel 1691, in 4 voll.) e dove tratta di Maometto secondo le fonti arabe e ne confuta la dottrina: nel secondo dà il testo arabo del Corano, la traduzione latina, il commento dei passi oscuri e la confutazione; lavoro fondamentale largamente sfruttato dagli editori successivi del Corano. Attese pure alla correzione del Breviario siriaco; tradusse la Paracletica in St.am Deiparam Virginem Mariam di s. Giovanni Damasceno (1685); Lo stendardo ottomannico (Roma 1683). Scoprì la mistificazione delle famose tavole di Granata che si volevano attribuire a s. Giacomo il maggiore.

Bibl.: F. Sarteschi, De scriptoribus, Congregationis Clericorum Regularium Matris Dei, Roma 1723, pp. 193-204; C. Erra, Memoria de religoni per pietà e dottrina iniquei della Congreg. gregazione della Madre di Dio, ivi 1760, pp. 45-60; E. Denison Ross, in Bulletin of the School of oriental languages, 2 (1921), pp. 117-23; G. Gabrieli, Gli studi orientali e gli Ordini religiosi in Italia, in Il pensiero missionario, 3 (1931), pp. 303-10, 312-13; C. A. Nallino, Le fonti arabe manoscritte dell'opera di L. M. sul Corano, in Rendiconti R. Accad. dei Linevi, classe scienze morali storiche, 6a serie, 7 (1932), pp. 303-49; L. Bonelli, Il Corano, Milano 1948, introduzione.

Bonaventura Mariani
MARRANI. - Così erano chiamati nella Spagna i convertiti dall'islamismo - ed erano ben pochi ma specialmente dal giudaismo, senza sincera adesione alla religione cristiana.

Poco prima del medioevo, nonostante l'opposizione dei re visigoti, numerosissimi erano gli ebrei in Spagna. A causa di tale opposizione e per superarla, si ebbero molte conversioni finte, certamente non favorite dalla Chiesa, la quale, invece, nel Concilio toledano del 633 aveva riprovato il decreto del sovrano Sisebuto che lasciava ai giudei l'alternativa di abbracciare la fede cattolica o di uscire dal regno, e s'era anche opposta ad un simile ordine del re Wamba. I Concili XII e XIII di Toledo favorirono piuttosto con privilegi la conversione spontanea dei figli d'Israele. Tuttavia con l'aumento di questi neocristiani non crebbero le loro buone relazioni con gli altri cattolici, i quali sospettavano che essi proteggessero la conquista della nazione da parte dei maomettani africani, come purtroppo successe nel 711.

Durante la secolare crociata dei nuovi regni cristiani della penisola per la cacciata dei saraceni si

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sveglia spesso il furore popolare contro l'usura e l'oppressione economica esercitata dagli ebrei e la sfiducia verso i neo-convertiti. Non si può ricordare senza orrore la quasi continua strage di ebrei durante tutto il sec. xiv compiuta da fanatica plebaglia, eccitata dal racconto esagerato di crimini contro i cristiani. Si capisce che moltissimi seguaci della legge mosaica domandassero il battesimo unicamente per evitare la morte o la persecuzione, mentre internamente conservavano l'odio alla religione dei dominatori. Molti tuttavia abbracciarono sinceramente la dottrina evangelica per la predicazione meravigliosa di s. Vincenzo Ferreri, protettore a Valenza di quanti erano ingiustamente perseguitati, o per i libri scritti in quel tempo a favore della fede di Cristo anche da parte di parecchi ebrei convertiti.

L'istinto d'unità religiosa giustamente manifestata nella seconda parte del sec. xv a misura che si completava la conquista cattolica del mezzogiorno della penisola, svegliò l'animosità contro i m., cioè i finti neo-convertiti : incredibile era l'antagonismo esistente tra i cristiani vecchi e nuovi. A questo stato d'animo deve in gran parte l'origine il tribunale dell'Inquisizione spagnola, eretto nel 1482 dietro istanza dei sovrani cattolici con bolla di Sisto IV, in virtù della quale tante sentenze capitali furono emesse contro gli ipocriti giudaizzanti.

Il popolo conservò una profonda avversione ai cristiani discendenti dagli antichi ebrei, così che negli statuti di concessione di titoli nobilizri o di aggregazione a confraternite si esigeva sempre la prova della purità del sangue, con lo scopo di escludere da ogni privilegio i discendenti dagli ebrei. Fino al sec. xvili si conservò questa antipatia verso i m.; ed ancora oggi nell'isola di Majorca essa non è del tutto sparita.

BibL.: Amador de los Rios. Historia social, politica y religiosa de los judios de España, Madrid 1872; F. Vernet, Juifs et Chrétiens, in DFC, II, coll. 1678-82; J. Guirau