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el sangue, con lo scopo di escludere da ogni privilegio i discendenti dagli ebrei. Fino al sec. xvili si conservò questa antipatia verso i m.; ed ancora oggi nell'isola di Majorca essa non è del tutto sparita.

BibL.: Amador de los Rios. Historia social, politica y religiosa de los judios de España, Madrid 1872; F. Vernet, Juifs et Chrétiens, in DFC, II, coll. 1678-82; J. Guiraud, Si-Office, ibid., IV, coll. 1991-1122; A. Bonilla y San Martin, Historia de la filosofia española, II, ivi 1911; M. Monendez y Pelayo, Historia de los Heterodoxos españoles, III, ivi 1917, p. 160 sge. Giuseppe M. Pou y Martí

MARSHALL, Thomas William. - Controversista cattolico, n. il 19 giugno 1818 a Greenwich, m. il 14 dic. 1877 a Surbiton (Surrey). Anglicano, studiò al Trinity College di Cambridge, prese quindi gli ordini e fu nominato curato a Swallowcliffe e Anstey (Wiltshire).

Nel 1844 pubblicò Notes on the episcopal polity of the holy catholic Church. L'anno successivo si converti alla fede cattolica. Dal 1847 al 1860 fu ispettore delle scuole cattoliche inglesi, incarico che gli rese possibile nel 1859 la pubblicazione dell'opera Tabulated reports on roman catholic schools, inspected in the south and Cast of England and in South Wales. Il M. si occupò soprattutto della storia delle missioni cattoliche e l'opera sua più importante sono i tre volumi Christian mission (1862), che ebbero varie edizioni e traduzioni. Si ricordano Christianity in China (1858) e Catholic missions in southern India (1865), scritto in collaborazione con il gesuita W. Strickland. Nel 1873 negli Stati Uniti tenne varie conferenze sulla religione cattolica. Ritornato in patria, pubblicò Protestant journalism (1874), e collaborò al Tablet con una serie di scritti di vario argomento religioso (Religious contrasts, 1875-76; The protestant tradition, 1876; Ritualism, 1877, incompleto).

BibL.: T. Cooper, M., in Dict. of nat. biogr., XII, p. 1134 (con bibl.); K. Hofmann, s. v. in LThK, VI, col. 974. Silvio Furlani
MARSI, diocesi di. - In provincia de L'Aquila, in Abruzzo. Si estende nella regione intorno al lago
di Fucino, ora prosciugato, per 16.28 I mathrm{kmq}. ; ha una popolazione di 125.000 ab., dei quali 124.700 cattolici. Conta 85 parrocchie, servite da 105 sacerdoti diocesani e 28 regolari; ha i seminario, 6 comunità religiose maschili e 30 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 265). La diocesi comprende 30 comuni in provincia de L'Aquila. In origine suffraganea di Chieti, divenne poi immediatamente soggetta alla S. Sede.

Il nome della diocesi è quello d'una delle più antiche popolazioni dell'Italia centrale. Una tarda passio (BHL, 7789) pone in questa regione il martirio dei ss. Simplicio, Costanzo e Vittoriano del tutto ignoti agli antichi documenti. Il Lanzoni (I, pp. 364-65) ritiene che il vescovo Vaticanus che sottoscrisse al Sinodo del 501 fosse vescovo dei M., probabilmente con residenza a Caelena, presso il Fucino. Un Ioannes Marsicanus è al seguito di papa Vigilio a Costantinopoli nel 351 (Jaffé-Wattenbach, nn. 930, 935). S. Gregorio narra che i Longobardi misero nella terra dei M. monaci e diaconi (Dialogi, IV, 21 e 23). Ma solo le bolle di Pasquale II (1114) e di Clemente III (1118) fissarono i confini della diocesi.

La prima sede vescovile fu in S. Benedetto, con cattedrale S. Sabina, chiesa ora distrutta ma che si riteneva fosse stata eretta sulle rovine del Campidoglio dell'antica città di Marruvium. Benedetto IX aveva diviso la diocesi, ma Stefano X (1057-58) la riunì. Gregorio XIII con la bolla In suprema dignitatis del 1° genn. 1580 trasferì la sede in Pescina, elevando a cattedrale la chiesa della Madonna della Neve che prese il nome di S. Maria delle Grazie e fu finita nel 1596 dal vescovo B. Peretti. La residenza vescovile è in Avezzano. Partono della diocesi è s. Sabiniano ( 29 ag.).

Fra i vescovi si ricordano: s. Berardo dei conti di M., poi cardinale al tempo di Pasquale II; Nicola da Celano (1254); il vescovo Jacopo (1276); Angelo Maccapani (1445); il card. Marcello Crescenzi (1533); Matteo Colli, che trasferì la sede a Pescina (1596); G. Paolo Caccia (1648); D. Pietra che restaurò il Seminario di Pescina (1664); F. Corradi) (1680) e N. De Vecchi (1719).

La diocesi ebbe un fiorente sviluppo di edifici sacri, purtroppo in parte totalmente distrutti dal terremoto del 1915. Si ricordano ad Alba Fucense, città degli Equi, l'ambone nella chiesa romanica di S. Pietro, opera dei mormorari romani Giovanni e Andrea. A Luco dei M. la chiesa romanica di S. Maria delle Grazie, ricostruita nel sec. xiri sul tempio della dea Angizia. A Magliani del M., l'antica Malleanum, la chiesa di S. Luca, autori i maestri Giovanni e Martino. Facciata ogivale del ' 400 con portali di tipo cistercense del sec. xv, quattro rilievi del sec. xiri e rosone del sec. xv; fu ricostruita dopo il terremoto del 1915. Nella parrocchiale S. Maria di Loreto statua lignea della Madonna con il Bambino (sec. xv). In Ortucchio, la chiesa di S. Orante (monaco venuto dalla Calabria, m. nel 1451), già di S. Maria (bolla di Pasquale II, 25 febbr. 1115). In Rosciolo si segnala S. Lucia in Valle Porcianeta, chiesa romanica anteriore al 1080, con abside poligonale del 1200, a tre ordini di colonnine, iconostasi, tabernacolo trilobato, ambone con scene di Giona, opera di Roberto e Nicodemo di Guardiagrele. La chiesa di S. Maria delle Grazie ha la data del 1456 nell'architrave; portale romanico del sec. xiri; restaurata nel 1935. A Scurcola Marsicana gli avanzi della chiesa di S. Maria della Vittoria eretta da Carlo d'Angiò dopo la battaglia di Tagliacozzo in cui visse Corradino di Svevia ( 23 ag. 1268). Notevole ivi una scultura in legno d'ulivo policroma del sec. xiri. A Trasacco (Trans Aquas) la chiesa dei SS. Rufino e Cesidio a tre navate e una quarta aggiunta nel 1618; una statua lignea di S. Cesidio (1425); fonte battesimale romanico nel tesoro e una Croce processionale del sec. xv.

BibL.: Eubel, I, pp. 327-28; II, p. 186; III, p. 236; IV, p. 232; P. F. Kehr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1908, pp. 239290; I. C. Gavini, Storia dell'architettura in Abruzzo, MilanoRoma 1927-28; V. Mariani, Sculture lignee in Abruzzo, Roma 1930.

Enrico Josi
MARSICO NUOVO, diOCESt di: v. POTENZA, diOCESt di.

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(per cortesia del pres. F. Denait)
MarsigLIA, ARCIDIOCESI di - Pianta archeologica di M.
MARSIGLIA, ARCIDIOCESI di. - Città capoluogo del dipartimento Bouches-du-Rhône in Francia.

Ha una popolazione di ca. 900.000 ab. L'arcidiocesi è divisa in 4 arcidiaconati e comprende 110 parrocchie, servite da 321 sacerdoti diocesani e 220 regolari, piccolo e grande seminario, 26 comunità religiose maschili e 50 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 265).

La diocesi fu prima suffraganea di Arles, poi di Aix, soppressa dalla Rivoluzione Francese nel 1801 e ristabilita nel 1822. Pio IX concesse al vescovo di M. in data 1° apr. 1851 il privilegio del Sacro Pallio; Pio XII con la cost. apost. Inter conspicuas del 30 genn. 1948 elevava la chiesa di M. al grado e alla dignità arcivescovile, promovendo ad arcivescovo l'attuale vescovo mons. J. Delay (AAS, 40 [1948], pp. 309-11).
I. Storia. - Fondata dai Focesi verso il 600 a. C., M. è la più antica città della Gallia. A partire da quell'epoca le sue relazioni commerciali con il Mediterraneo orientale, lo Ionio, l'Attica, l'Egitto, e quindi la Magna Grecia e l'Italia sono documentate da esportazioni di ceramiche. Annientata da G. Cesare nel 49 a. C., essa non brillò durante l'Impero e non conservò che il suo acalo di Nizza, mentre il resto del territorio era passato sotto la colonia di Arles, fondata nel 46, che, con la sua diocesi, si estese nel sec. v fino alla costa di Hyères.

Nel 310 Costantino se ne impadronisce e da allora l'importanza del suo porto cresce fino all'età merovingica a detrimento di Arles, di Narbona e di Fréjus, finché la città, immune dagli attacchi dei Visigoti, attira la cupidigia dei re Franchi che dal vi sec. ne fanno il loro porto mediterraneo. Sidonio Apollinare, vescovo di Clermont, attesta nelle sue lettere l'attività del porto, emporio commerciale della Gallia per gli scambi con il Levante. Le relazioni con la costa dell'Asia Minore rendono verosimile l'esistenza a M., prima della pace costantiniana, di una comunità cristiana, come si rileva dall'iscrizione trovata nel 1837 nel cimitero a sud di Lacydon (Saint-Victor) in cui è questione del supplizio del fuoco di due marsigliesi, Sarrius Volusianus, figlio di Eutiche, e Fortunatus, i quali nell'altra vita godranno il refrigerium. Il carattere cristiano dell'iscrizione è attestato dal simbolo del-
l'àncora; essa forse può risalire alla persecuzione del 177 che decimò la comunità cristiana di Lione e di Vienne sotto Marco Aurelio.

Alla chiesa di M. spettano anche l'epitafio perduto, segnalato dal Peiresc a Aubagne (probabilmente proveniente dal «locus Gargarius»), che ricorda un Q. Vetinius Eunectus, con il simbolo del pesce, e forse un graffito su intonaco a Saint-Remy ("locus de Glanum") nelle Alpilles con un pesce e con due volte la parola i χ vartheta ω̂ ς. Il sarcofago di La Gayolle, rappresentante il pescatore, il buon Pastore e l'àncora, è un'opera di importazione della metà del III sec., della quale non si conosce la provenienza e che fu adoperata in una «memoria» cristiana del sec. vi a La Gayolle.

Le leggende agiografiche fanno parola del martirio di s. Vittore, ufficiale dell'esercito imperiale, ucciso sotto Massimiano, patrono poi dell'abbazia del v sec. che deve probabilmente identificarsi con Vittore di Alessandria. Leggenda è pure quella di Lazzaro quale primo vescovo di M. che sarebbe sbarcato sulle coste della Provenza dopo la morte del Redentore, in compagnia delle sante donne Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Maria Salomè.

Oresio, primo vescovo sicuro, assiste nel 314 al Concilio di Arles; egli è accompagnato da due rappresentanti del castellum di Nizza che dipendeva strettamente da M. e manterrà la sua indipendenza episcopale fino al v sec. contro il nuovo vescovo di Cimiez, capoluogo della provincia delle Alpi Marittime. La Chiesa di M. subisce il contraccolpo dell'ostracismo di cui la città era stata colpita sotto l'Impero e restò al margine dell'organizzazione delle nuove città ecclesiastiche. Essa formava un terreno chiuso nel vicariato delle Gallie, la cui prefettura nel 395 fu trasferita da Arles a Treviri. Il suo vescovo Proculo (380428) entrò in conflitto di giurisdizione metropolitana prima con Aix (v.), che era stata elevata a metropoli della II Narbonese, poi nel 398, al Concilio di Torino, rivendicò le chiese della nuova provincia di M. nelle quali alcuni vescovi erano stati consacrati da lui. Lazzaro, vescovo d'Aix, deposto nel 411, alla caduta di Costantino III, si rifugiò presso Proculo, e fu certo inumato nell'abbazia di S. Vittore; al suo epitafio (PP. Lazarus), ora perduto ma trasmesso dal Peirese, si deve indubbiamente la localizzazione a M. della tradizione di s. Lazzaro. Lo stesso Proculo entrò in conflitto con Patroclo, vescovo di Ar-
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(per cortesia di mons. A. P. Frutas)
Marsiglia, arcidiocesi di - I Cappuccini di M. durante la peste del 1720-21. Particolare di un'incisione di J. Rigaud - Assisi, Museo francescano.

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(St. Jllnari)
FACCIATA POSTERIORE di un'ara dedicata da un tal T. C. Faventino al mito di Marte. Nel primo riquadro in alto: Marte si appressa a Rea Silvia addormentata presso il Tevere; nel secondo, la vestale con i due gemelli; nel terzo, l'esposizione dei due neonati nel fiume mentre Marte armato contempla, dio protettore, la scena, da un poggio (il Palatino?) un pastore (Faustolo?) sta in osservazione; nel quarto la lupa, tra due pastori stupiti, allatta i gemelli (II-III sec. d. C.) - Roma, Museo Vaticano.

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A sinistra: LE ARTI LIBERALI. Porta intarsiata in legno, su disegno di Francesco di Giorgio Martini Urbino, Palazzo ducale. A destra: ANGELO PORTACERO. Bronzo di Francesco di Giorgio Martini Siena, altar maggiore del Duomo.

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les (v.) nel 417 costituito da papa Zosimo primate delle chiese delle provincie viennese e narbonense.

Fra i suoi vescovi più insigni si ricordano Venerio (431-52), Onorato (495 ca.), s. Teodoro (566-91), Screno (596-601) ammonito da s. Gregorio circa le pitture nelle chiese; Mauronzio nel sec. viII; Onorato II che iniziò il restauro dell'abbazia di S. Vittore; Pietro di Montlaur (1214-29) che fondò nel 1214 la prima cappella di Notre Dame-de-la-Garde, i cardd. Guglielmo Sudre (1361-66) e Filippo de Cabassole (1356-68) mecenate di F. Petrarca; mons. C. Seyssel, che intervenne al Concilio Lateranense del 1513; il card. Innocenzo Cibo (1517-30), Eustazio Gault (1639-40) oratoriano e il benefico suo fratello J. B. Gault (16421643); mons. De Belzunce che si prodigò durante la peste del 1720 ; J. B. de Belloy (1733-1801) poi cardinale arcivescovo di Parigi; E. de Mazenod (1837-61) fondatore degli Oblati di Maria Immacolata; P. Cruice (1861-65) fondatore dell'Istituto di studi superiori per Parigi.
II. Monumenti - I grandi monumenti cristiani di M. ancora esistenti sono la Cattedrale e l'abbazia di S. Vittore. La loro fondazione ubbidisce alle leggi dell'urbanismo paleocristiano che ha situato gli edifici del nuovo culto nelle città dove la vita pubblica continuò nell'ambiente antico fino all'epoca merovingica. La Cattedrale dedicata alla Madonna è chiamata la Major, per distinguerla da un'altra chiesa pure dedicata alla Vergine, Notre-Dame des Accoules, costruita alla periferia della città, all'estremità delle mura di cinta greco-romane presso l'ansa dell'Ource, non lontano dalla Porta Gallicana che immetteva sulla strada litoranea.

La posizione della Chiesa di M. fin dal iv sec. è attestata dalla presenza del battistero, di cui si è riconosciuta la pianta nel 1850 , quando esso venne demolito per far posto alla nuova cattedrale; situato a nord della chiesa, era all'esterno a pianta quadrata con una rotonda centrale a volta e cupola su otto colonne e con un deambulatorio iscritto in un ottagono di 23 m . di diametro. Ma all'epoca merovingica M. venne attaccata o occupata volta a volta da Ostrogoti, Visigoti, Burgundi, Franchi e Saraceni e divisa tra il potere civile e religioso (città bassa e città alta); si rifugiò nella parte meglio difesa, cioè l'acropoli del monticello di St-Laurent (castrom Bobonis); la sede vescovile più esposta agli attacchi dei pirati sembra sia stata trasferita sul posto dell'abbazia di S. Vittore, a sud di Lacydon, dove la chiesa è nota come «Notre Dame et St-Victor». Il Capitolo non riprese l'antica sede che alla fine del sec. x, quando Guglielmo il Liberatore, dopo aver scacciato i Saraceni dalla costa dei Mori, poté rimettere poce in Provenza. La Cattedrale, dopo essere stata per qualche tempo a Notre-Dame des Accoules, alla fine del x sec. risorse dalle rovine e fu interamente ricostruita sul tipo delle chiese romaniche, verso il 1150 . Essa è di tipo provenzale, a tre navi; la crociera del transetto porta una cupola; l'abside, preceduta da un coro in comunicazione con le navi minori, è decorata con una arcata posata su colonnette. Purtroppo essa è stata mutilata dopo il 1850 per far posto alla nuova Cattedrale. Dell'antica costruzione è rimasto un paliotto marmoreo del xir sec. rappresentante la Vergine assisa tra s. Lazzaro e s. Cannat, vescovi di M. Nel sec. xv Francesco Laurana e Tommaso di Como, scultori alla corte del re Renato, costruirono per il Capitolo l'altare di s. Lazzaro che ne racchiude il reliquiario (1474-81).

Gli altri edifici paleocristiani di M. sorsero nei suoi cimiteri suburbani. Uno di essi, quello della «plaine de St. Michel» sulla strada per l'Italia, era situato intorno alla chiesa di s. Stefano; ed è noto per l'incontro ivi avvenuto nel 581 tra il duca Gundulfo e il rettore Dynamius. Sulle sue rovine, nel sec. xvr, fu costruita la chiesa di Notre-Dame-du-Mont. Più celebre è l'abbazia di St-Victor, fondata da Giovanni Cassiano, per le reliquie di s. Vittore. Cassiano, chiamato a M. dal vescovo Proculo poco tempo dopo che s. Onorato aveva fondato il monastero di Lérina, stabili due monasteri sulla riva meridionale del

Lacydon, l'uno sotto la protezione di s. Vittore, per gli uomini; l'altro, per le donne, fu trasferito nel medioevo entro la città sul posto del Foro, con la denominazione di S. Salvatore.

L'abbazia di St-Victor comprendeva due chiese, l'una dedicata alla Madonna, l'altra agli apostoli Pietro e Paolo: esse furono consacrate nel 440 da Leone Magno. Di questa primitiva fondazione rimane soltanto quella della Madonna, che fu conglobata nelle costruzioni di un nuovo edificio al momento del restauro del sec. xi e della ricostruzione del xiri. Era di forma basilicale a tre navate precedute da un atrio; il tetto era sostenuto da colonne di granito; di piccole dimensioni, sembra abbia costituito la memoria contemente le reliquie del fondatore; era in comunicazione con il cimitero e con un oratorio, scavato nella roccia, in cui erano conservate le reliquie di s. Vittore; divenne celebre all'età romanica per le leggende di s. Lazzaro e della Maddalena. Al xiv sec. Guglielmo Grimoard, già abate di S. Vittore, divenuto papa Urbano V, iniziò l'ingrandimento della chiesa (1363). L'antico coro fu ampliato mediante un'abside a volta con ogive e con piattaforma superiore fortificata. S. Vittore fu veramente il patrono di M., che nel medioevo portò il motto «Massiliam vere Victor civesque tuere».

L'importanza dell'Abbazia offuscò quella della sede vescovile. La sua scuola di teologia e di letteratura costituì un centro di vita religiosa e intellettuale, alla quale fece capo la tendenza condannata più tardi sotto il nome di semi-pelagianismo. Per le reliquie venerate nella chiesa, la sua necropoli (in parte esplorata nel 1942) divenne la rivale degli Aliscamps di Arles. Officine di scultura funeraria mantennero durante una parte del sec. v la tradizione plastica della scuola di Arles (v.); ad esse si deve attribuire il bell'altare cristiano ora conservato al Museo Boréiy, decorato con colonne, agnelli e traici vitinei.

Altre chiese da ricordare sono: la chiesa di St Cannat o dei Predicatori, con abside e campanile del sec. xviI; la chiesa di St Ferréol o degli Agostiniani della fine del sec. xv, con vòte rifatte nel sec. xix; la chiesa di Notre-Dame-du-mont-Carmel (secc. xvI-xviI); la chiesa di s. Teodoro. La chiesa di S. Vincenzo de' Paoli, detta anche dei Riformati, dall'antico convento degli Agostiniani, fu eretta su disegno di mons. Pouguet tra il 1849 1890. La chiesa del S. Cuore sul Prado eretta in seguito al voto di mons. H. de Belzunce durante la peste del 1720; egli consacrò la città di M. al S. Cuore il 4 giugno 1722. La chiesa è stata solo di recente finita e aperta al culto.

Fra i santuari più venerati nella diocesi si ricorda quello che sovrasta la città a 152 m . sul mare di Notre-Dame-de-la-Garde, fondato nel 1214; ivi fu costruita una grande chiesa nel 1544, rinnovata nel 1864 da H. Esperandieu.

Nella chiesa di S. Vittore è molto venerata la statua di Notre-Dame-des-Confessions o des Martyrs; inoltre il santuario di Notre-Dame-du-Sacré-Coeur a ChateauGombert.

Tra gli edifici pubblici si ricordano l'Ecole des Beaux Arts e la Biblioteca municipale con preziosi manoscritti e incunaboli, le Musée des Médailles con una raccolta numismatica unica di monete massaliote e provenzali e dell'Ordine dei Cavalieri gerocolimitani; i musei des Beaux Arts, di storia naturale, Grobet Labadie, Canrun (1916) o delle arti decorative nell'Hôtel de Montgrand, du Vieux Marseille nel parc Amable, Chanot de la Ma-

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(fol. Rpacri
Marsiglia, arcidlocesi di - Facciata della Cattedrale, disegno di L. Vaudoyer (1852-72) e H. Esperandieu (1873-92).
rine et de la France d'outre mer, d'Archéologie nello Château Borely, des Pénitents-Noirs fondato dal vescovo di M. mons. Champairer con oggetti delle antiche confraternite. - Vedi tav, XIV.

Biol.: E. Le Blant, Catalogue des monuments chretiens du Musée de Marseille, Parigi 1894; J.-H. Albanès, Gallia christiana novissima, II, Montebéliard 1899; Eubel, I, pp. 329-30; II, p. 187; III, pp. 237-28; IV, p. 234; F. Boustan, La Major et le premier baptistère de Marseille, Marsiglia 1905; L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, I, Parigi 1907, p. 274; E. Duprat, Les relations de la Provence et du Levant du Ve siècle aux Croisades; id., L'abbaye de Saint-Victor et la Palestine au temps des Croisades, in Congres frangais de la Syrie, Marsiglia 1919, fasc. 2^{text {a }}; id., SaintVictor: Histoire des légendes saintes de Provence, in Mémoires de l'Institut historique de Provence, 1943; G. de Manteyer, Les origines chrétiennes de la IIe Narbonnaise des Alpes Maritimes et de la Viennole, Gap 1904; L. H. Labande, L'église de Marseille et l'abbaye de Saint-Victor à l'époque carolingienne in Mélanges F. Loi, Parigi 1925, pp. 59 492; J. Ganahof, Notes sur les ports de Provence du VIIIe au Xr siècle, in Revue historique, 1928; M. Clerc, Massalia. Histoire de Marseille dans l'antiquité, II, Marsiglia 1929, pp. 408-73; H. Leclercq, Marseille, in DACI., X. coll. 2204-93; F. Benoit, Saint-Victor et la Major, in Congres archéologique Aiv et Nice, 95^{text {e }} sessione, 1932, pp. 157-206; id., L'abbaye de Saint-Victor et la Major, Parigi 1936; id., Le Musée des Cryptes à Saint-Victor, in Mémoires de l'Institut historique de Provence, 1934; id., Cinestières paléochrétiens de Provence, in Cahiers archéologiques, 2 (1947), pp. 7-15; E. Griffe, La Gaule chrétienne à l'époque romaine. 1. Des origines chrétiennes à la fin du IVe siècle, Tolosa 1947; id., Les premières paroisses de la Gaule, in Bulletin de littérature ecclésiastique publié par l'Institut catholique de Toulouse, 1949, n. 4; J.-R. Palanque, Les premiers évêques d'Aix, in An. Bolland., 68 (1949), pp. 377-84; id., Les métropoles ecclésiastiques en Provence au VIe siècle, in La Provence historique, 3 (1951), pp. 105-43.

MARSILI, Luigi. - Agostiniano, umanista, n. a Firenze ca. il 1342, m. ivi il 21 ag. 1394. Addottoratosi in teologia a Parigi, dopo aver molto viaggiato in Italia e in Francia tornò a Firenze nel 1379, dove i suoi confratelli lo elessero superiore della provincia di Pisa e la Signoria gli affidò onorevoli incarichi. Ne chiese anche due volte a Bonifacio VIII la nomina a vescovo di Firenze, ma invano, essendo egli inviso perché aveva scritto l'abito agostiniano (Seniles, XIV, vi) e di nuovo nel 1373, accompagnando il dono di un codice delle Confessioni di s. Agostino, già appartenente ad un altro agostiniano, Dionigi da Borgo S. Sepolcro (Seniles, XV, viI); i migliori ingegni di Firenze lo chiamavano padre e maestro, raccogliendosi intorno a lui nel convento di S. Spirito in discussioni di questioni ardue e peregrine. La Signoria gli fece erigere un monumento in S.Maria del Fiore.

Bial.: opere: alcuna lettere furono edite in Lettere del b. Giovanni delle Celle, a cura di B. Serio, Roma 1845; Lettera contro i vizi della corte del Papa, ed. F. Selmi, Torino 1862; Commento a una canzone di F. Petrarca (Italia mia), Bologna 1863; Cancone di F. Petrarca (O aspettata in ciel) con il commento di L. M., Lucca 1868. Studi: Il Paradiso degli Alberti. Ritrass e ragionamenti del 1389 , romanza di G. du Picto, Stelza, 86-88, a cura di A. Wesselofsky, Bologna 1867; F. Del Secolo, Un teologo dell'ultimo Trecento, L. M., Trani 1898; C. Casati, Notizie intorno a L. M., Lavere 1900; A. Della Torre, Storia dell' Accad. platonica in Firenze, Firenze 1902, pp. 174-80; U. Mariani, Il Petrarca e gli Agostiniani, Roma 1946, pp. 73-96.

Ligo Mariani
MARSILIO di IngHEN. - Occamista, discepolo di G. Buridano e successore di questo, nella seconda metà del sec. xiv, nella Facoltà delle arti a Parigi e in quella di teologia. Nel 1367 e nel 1371 fu rettore della stessa Università. Intorno al 1383 passò all'Università di Heidelberg, allora fondata e della quale fu il primo rettore. M. nel 1396.

Nominalista, ammette tuttavia che ai concetti risponda una qualche somiglianza negli individui della stessa specie. Se si può dimostrare con la ragione l'esistenza di Dio, altrettanto non può dirsi della creazione della materia. Ma il suo nome, come quello di Buridano (v.) e d'Alberto di Sassonia (v.), è legato soprattutto alla dottrina fisica degli impetus, per spiegare il movimento locale, e al metodo, iniziato da Tommaso Bradwardine (v.) e perfezionato da Nicola di Oresme (v.), che introduce nello studio dei fenomeni fisici il concetto della "proportio" matematica, ossia della funzione, onde anche M. è ricordato fra i precursori di Leonardo e di Galileo.

Edizioni: Expositio sup. Anal. priorn, Venezia 1516; Textus dialectices de suppositionibus ecc., Vienna 1512 e 1516; De generat. et corrupt., Venezia 1518; Abbrev. libri Physicorum, ivi 1521; Quaestiones subtilissimne super 8 II. Physicorum secundum nominalium viam (di dubbia autenticità), Lione 1518 ; Quaestiones sup. quatuor ll. Sententiarum, Strasburgo 1501.

Bial.: P. Duhem, Etudes sur Léonard de Vinci, III, Parigi 1913, pp. 403-405; id., Le système du monde, IV, ivi 1916, pp. 164 168; G. Ritter, Studien zur Spätscholastik, I. M. e. Inghem und die ohnamistische Schule in Deutschland, Heidelberg 1921; A. Maier, Die Impetustheorie der Scholastik, Vienna 1940, p. 140 292; id., An der Grenze von Scholastik u. Naturwissenschaft. Essen 1943, passim; id., Die Vorläufer Galileis im 12. Jahrb., Roma 1949, passim.

Bruno Nardi
MARSILIO da Padova. - Scrittore politico, n. a Padova nel 1275-80 da Bonmatteo dei Mainardini

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notaio dell'Università, m. nel 1342-43 presso la corte imperiale di Monaco. Fino al 1312 dimorò nella città natale, conseguendo il titolo di medico e partecipando alle lotte politiche suscitate dalla discesa di Arrigo VII in Italia e dalle ambiziose conquiste di Cangrande dalla Scala. Subì certamente l'influsso di Pietro d'Abano e fu amico dello storico e poeta Albertino Mussato, cui si devono le poche notizie biografiche sulla sua dimora patavina.

Fra il sett. 1312 e il maggio 1313 fu maestro e poi rettore all'Università di Parigi (H. Denifle, Chart. Univers. Paris., II, Parigi 1892, p. 158), dove strinse intima amicizia con Giovanni di Jandun. Si recò in seguito presso l'Università di Oricans (Defensor pacis, II, cap. 18, § 6) e presso la Curia papale di Avignone (ibid., cap. 24, § 17). Tornato in patria, ottenne da Giovanni XXII due benefici ecclesiastici, con bolle del 16 ott. 1316 e del 5 apr. 1318. Ma questo non gli impedì di dare tutta la sua cooperazione alla lotta antipapale del partito ghibellino, capitanato da Matteo Visconti : e forse a lui si riferiva il lamento del Pontefice, contenuto nel Breve ad Jordanum de Insula del 29 apr. 1319 (L. Guérard, Archives de la Guascague, 2² serie, fasc. II, p. 135). E probabile che la questa anno delineasse i tratti fondamentali del suo sistema politico-ecclesiastico, che tanto risente della viva esperienza dei liberi comuni italiani, soprattutto della vicina Venezia. Fallita la politica di Matteo Visconti, egli credette più prudente ritornare a Parigi, dove divise il suo tempo tra la professione di medico e gli studi teologici. Giovanni di Jandun gli fu di validissimo aiuto, per una più compiata conoscenza delle nuove tendenze politiche francesi, per una più precisa formulazione del suo pensiero e infine per la raccolta di quel vasto materiale teologico e scritturistico, che la polemica dei Francescani Spirituali aveva già abbondantemente elaborato. Non fu perciò difficile a M. stendere rapidamente in pochissimi mesi, appena venne a conoscenza della condanna papale di Ludovico il Bavaro, il testo definitivo del Defensor pacis (M. Goldast, Monarchia S. Romani Imperii, II, Hannover e Francoforte 1610, pp. 154-312; C. W. Previté-Orton, Cambridge 1928; R. Schale, in MGH, Fontes iuris Germanici antiqui in usum schol., VIII, Hannover 1932-33: ed. critica). Il manoscritto fu terminato il 24 giugno 1324 (Defensor pacis, III, cap. 3, fine): il nome dell'autore fu appena adombrato sotto l'appellativo di Anthenorides (ibid., I, cap. 1, §6), indicante la sua origine patavina (cf. Virgilio, Eneida, I, 242). Il titolo voleva indicare il proposito e il contenuto del libro: "poiché in esso si espongono le cause da cui dipende la conservazione della pace e tranquillità dello Stato e le ragioni per cui i conflitti sorgono, si impediscono e si tolgono" (Defensor pacis, III, cap. 3, inizio). L'opera, divisa in tre Dictiones, oltreché un'esposizione della dottrina filosofica dello Stato, si presentava come una violenta polemica contro la tesi della supremazia papale. Essa passò tuttavia, per circa due anni, inosservata, tanto che M. poté tenere nel 1326 un corso di S. Scrittura. Ma nell'estate dello stesso anno M., insieme con il Gianduno, accusato di essere egli pure autore del libro, fu costretto a fuggire. I due ripararono a Norimberga per chiedere protezione a Ludovico, a cui l'opera era stata dedicata. Il Re, dopo qualche prudente riserva, li accolse come consiglieri, e li volle con sé nella sua impresa italiana (1327-28). A Roma M. fu nominato vicario ecclesiastico della città, ed ebbe la soddisfazione di veder applicati i principi del Defensor pacis nell'elezione popolare dell'Imperatore, nella deposizione di Giovanni XXII e nella nomina dell'antipapa. Infondata è la notizia della sua nomina ad arcivescovo di Milano.

Dopo l'infelice conclusione della campagna italiana, M. visse fino alla morte presso la corte imperiale di Monaco, come consigliere e medico. Nel 1341-42 prese parte alla polemica sulla giurisdizione imperiale nelle cause matrimoniali, occasionata dal matrimonio del figlio dell'Imperatore. La sua morte dovette succedere subito dopo, se il papa Clemente VI parlò di lui come di persona già
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(1st. Enit)
Marsilio da Padova - Historia Guelforum et Guebellinorum. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 2042, f. 83 (sec. xiv).
defunta, in un discorso del 10 apr. 1343. M. subì varie condanne ecclesiastiche come eretico, prima e dopo la morte (Denz-U, 495 sgg .).
M. scrisse anche: De translatione Romani Imperii (M. Goldast, op. cit., II, pp. 147-53), immediatamente posteriore al Defensor pacis che lo preannunzia (II, cap. 30, § 7) : esso non è che un rifacimento in senso antipapale del trattatello omonimo di Landolfo Colonna; De iurisdictione Imperatoris in causis matrimonialibus (M. Goldast, op. cit., II, pp. 1286-91) : è un semplice memoriale intorno alla polemica per il matrimonio del figlio dell'Imperatore, scritto nel 1341-42; Defensor minor (N. Valois, Comptes vendus de l'Académie des inscriptions et belles lettres, Parigi 1903, pp. 601 sgg.; C. K. Brampton, Birmingham 1922) : ribadisce con molta energia i principi del Defensor chiarendone alcuni punti particolari, tra cui la giurisdizione in materia matrimoniale, il che fa supporre che sia stato redatto nel 1342, utilizzando forse materiale precedente.

Idea fondamentale del Defensor pacis è che la Chiesa e lo Stato appartengono a due mondi del tutto differenti : della pura spiritualità e interiorità in rapporto al fine eterno, e degli interessi naturali ed esteriori in rapporto al fine terreno (I, cap. 19; II, cap. 2). Teoricamente, quindi, separazione netta ed essenziale; ma di fatto completa subordinazione della Chiesa allo Stato, in quanto essa deve compiere la sua missione spirituale nell'ambito della vita terrena. Prima del cristianesimo, il sacerdozio pagano era una semplice funzione statale, sorta dalla necessità di fingere un'autorità divina che assicurasse una più completa ubbidienza alle leggi dello Stato (I, cap. 5, §§ 10-13). Dopo Cristo, il sacerdozio continua a rappresentare questa funzione statale, ma resa più efficace dalla Rivelazione divina che la determina (I, cap. 6). La pretesa, da parte della Chiesa, di essere

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arbitra della vita terrena degli Stati è la causa di tutto il grave disordine sociale (I, cap. 19).

Lo Stato è un organismo, che nell'armonica cooperazione delle sue parti funzionali è capace di dare ai cittadini la piena autosufficienza di una perfetta vita umana su questa terra (I, cap. 4). La materia sociale si è venuta man mano differenziando, sotto la spinta di esigenze naturali; la causa formale invece deriva dalla ragione, che unifica tutte le volontà di determinate materie sociali in rapporto al bene comune (I, capp. 7 e 17, §8-11). Questa volontà unitaria si esprime concretamente in pubblica assemblea, composta dai cittadini o dalla loro "pars valentior ", e diventa legge che è la forma o anima dell'organismo statale (I, cap. 15, §6-7). Essendo la legge essenzialmente coattiva (I, cap. 11), l'assemblea deve anche eleggere un potere assolutamente unitario che la eseguisca e difenda (potestas coactiva seu iudicialis). Sorge così la figura del principens o monarca, quale prima e fondamentale parte funzionale dell'organismo statale: la sua autorità è dal popolo ed è sempre sotto il giudizio del popolo (I, cap. 14-18). Suo primo compito è di far sorgere le altre parti funzionali necessarie all'autosufficienza dello Stato e di controllarne poi la loro armonica cooperazione al bene del tutto (I, cap. 15, § 8-10). Esse sono: la militare, la pecuniativa e la sacerdotale (opere liberali), l'agrionia e l'artigiana (opere servili; I, cap. 5). I doctores invece costituiscono l'elemento essenziale o "pars valentior" del corpo sociale.

La Chiesa è la società di tutti i cristiani, che con l'osservanza interiore della legge divina rivelata tendono al fine eterno (II, cap. 2). Gesù Cristo ha istituito il sacerdozio, dandogli il mandato di insegnare questa legge, compiere la transustanziazione eucaristica ed esercitare la "potestas clavium" (II, cap. 6) : non gli ha conferito tuttavia alcun potere coattivo sui fedeli (II, capp. 3-4), e da esso esige la perfetta povertà evangelica (II, capp. 11-14). Tutti i sacerdoti essenzialmente sono uguali, senza reale differenza fra vescovi e preti e senza limiti territoriali al loro ministero (II, capp. 15-17). S. Pietro non ebbe alcun primato sugli altri Apostoli, ed è molto dubbio che sia mai venuto a Roma (II, cap. 16). Dovendo però la Chiesa vivere sulla terra ha dovuto necessariamente darsi un'organizzazione o economia. Non essendo stata stabilita da Cristo, questa si deve attuare secondo le norme della ragione. E quindi all'assemblea di tutti i cristiani o concilio generale, che appartiene interpratore autenticamente la legge rivelata, e anche stabilire le norme fondamentali dell'economia ecclesiastica (II, capp. 20-21). E sorta così la divisione in Chiese particolari e, in vista di speciali benemerenze, il conferimento di un primato pastorale alla Chiesa romana (II, cap. 18, § 22). Il concilio locale delle singole Chiese nomina il vescovo, anch'esso, con primato puramente pastorale (II, cap. 17, § 22, § 6).

Quanto ai rapporti fra Chiesa e Stato, tutti i cristiani, e particolarmente i sacerdoti sono soggetti, nei loro atti esterni, al potere coattivo dei principantes statali, anche se infedeli (II, capp. 4-5). Non avendo la Chiesa ricevuto alcun potere coattivo nemmeno verso i suoi membri, essa per vivere deve appoggiarsi allo Stato. Il principans dello Stato ha il dovere di convocare i concili, di dirigerne i lavori e di eseguirne le deliberazioni; inoltre il compito di amministrare i benefici, che servono al sostentamento delle Chiese e dei poveri (II, cap. 22). Il suo potere coattivo riguarda solo gli atti esterni, e quindi non può perseguitare gli infedeli ed eretici se non quando rappresentino un danno alla pubblica tranquillità (II, cap. 8, 10); deve invece estendere il suo controllo su tutti i sacerdoti, determinando chi, quanti e come debbano esercitare il ministero, perché questo si mantenga sempre in perfetto equilibrio con le altre funzioni statali (II, capp. 15-17).

Nelle esposte dottrine il M. pretende vedere un beneficio per la libertà spirituale della Chiesa. La Chiesa infatti con i suoi doctores influisce nell'elaborazione stessa della legge statale; e il corpo legislativo, composto da cristiani (più grave è la situazione della Chiesa nelle regioni non cristiane) ha sempre il diritto di vigilare sull'operato del principans. Il concilio ecclesiastico e il corpo
legislativo terreno composto di fedeli vengono di fatto a identificarsi (II, capp. 171, 187, 21). La dottrina della "pienitudo potestatis papalis " rappresenta il culmine della usurpazione del clero contro lo Stato, iniziatasi dal tempo di Costantino: è necessario che la Chiesa ritorni soggetta allo Stato, affinchè questo abbia la pace (significato del Defensor pacis) ed essa rappresenti un vero strumento di elevazione spirituale degli uomini in rapporto al fine eterno (II, capp. 22-30; III, capp. 1-3).

Non si può comprendere pienamente il pensiero di M., senza inquadrarlo nell'ambiente storico. Definitivamente scomparsa la concezione unitaria politica del medioevo, di cui Dante, qualche anno prima, era stato l'ultimo e anacronistico assertore, stavano sorgendo i singoli Stati, tendenti a trovare in se stessi la loro piena autosufficienza, e quindi a subordinare al proprio controllo la Chiesa e la sua forza spirituale, politica ed economica. M. seppe delineare la fisionomia di questo nuovo organismo statale che si andava affermando e divenire così un precursore della concezione laica dello Stato. Anche se in lui sono evidenti le fonti aristoteliche e medievali precedenti, la sua teoria politica ha delle accentuazioni del tutto nuove, che preludono a posizioni moderne.

Le sue dottrine ecclesiologiche sono nell'ambito della vera eresia, e, benché non molto originali, ebbero grande risonanza per la loro forza sistematica, influendo direttamente su Occam (v.), Wiclef, Hus e sullo sviluppo delle teorie conciliari.

Bibl.: J. Sullivan, Marsilius of Padua and Willism of Ocham, in Americ. hist. rev., 2 (1896-97), pp. 409 sgg., 593 sgg.; N. Valois, Histoire litt. de la France, XXXIII, Parigi 1906, pp. 528 623; E. Emorton, The "Defensor pacis " of Marsilius of Padua, Cambridge 1920; C. W. Previté-Orton, Marsilius of Padua. Doctrines, in Engl. hist. rev., 1923, p. I sgg.; id., Introduction alla ed. cit. del Defensor pacis; id., Marsilius of Padua, in Proceedings of the British Academy, 1935, pp. 137-83; F. Battaglia, M. da P. e la filosofia politica del medioevo, Firenze 1928; id., Sul "Defensor pacis " di M. da P., in Nuovi studi di diritti econ. e polit., 2 (1929), pp. 128 sgg.; J. Rivière, s. v. in DThC, X, coll. 153 177; J. Halter, Zur Lebensgeschichte des Marsilius von Padua, in Zeitschr. für Kirchengesch., 48 (1929), pp. 166-97; M. Grabmann, Studien über... Kirche und Staat, Monaco 1934, passim; R. Scholz, Einleitung al testo critico cit. del Defensor pacis; id., Marsilius von Padua und die Genesis des modernen Staatsbewusstseins, in Hist. Zeitschriftt, 1937, pp. 88-103; id., M. und Dante, in Deutsches Dante-fahrb., 1942, pp. 139-74; G. De Lagarde, Une adaptation de la politique d'Aristote au XIV siècle, in Rev. d'hist. de droit franc. et etrang., 1932, pp. 2227-69; id., La naissance de l'ésprit laique, II. Marzile de Padoue ou le premier théoricien de l'Etat laique, St-Paul-Troix-Chateaux 1934; id., Marzile de Padoue et Guillaume d'Ocham, in Rev. des sciences rel., 1937, pp. 168-85, 428-54; A. Passerin d'Estrèves, La filosofia politica medievale, Torino 1934; id., The mediaeval contribution to political thought, Thomas Aquinas, Marsilius of Padua, Richard Hooker, Oxford 1939. Vari autori, M. da P., studi raccolti nel VI centenario della morte, a cura di A. Cheschini e N. Bobbin, Padova 1942.
Tullio Piscentini
MARTA, santa, martire : v. MARIO, MARTA, AUDIFACE e ABACO, santi, martiri.

MARTA, santa. - Sorella di Lazzaro (v.) e di Maria di Bethania. Il nome in aramaico significa «signora ". E menzionata per la prima volta da L c. 10, 38-42 in un villaggio della Galilea, ove ospitò Gesù, e si " affannava " a preparargli una degna accoglienza, mentre la sorella Maria sedeva tranquilla ad ascoltare il Maestro. M. protestò presso Gesù, ma Gesù le rispose: "M., M., tu ti affanni e t'inquieti di molte cose; c'è bisogno di poche, anzi di una sola. Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta ". Con queste parole Gesù non condannava la vita attiva, ma ne moderava gli eccessi, anteponendole la vita contemplativa.
M. fu testimone della resurrezione di Lazzaro (Io. 11, 20-40) a Bethania. Al dolce lamento di M. ("Se fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto"),

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Marta, santa - Scultura lignca di scuola veronese (sec. 521) - Verona, Museo di Castelvecchio.

Gesù rispose : «Io sono la resurrezione e la vita...». M. avvertì la sorella. In occasione del banchetto di ringraziamento offerto a Gesù, che aveva risuscitato Lazzaro, M. presiedeva i servizi (Jo. 12, 2).

Nel 1187 si credette di scoprire a Tarascona la tomba di s. M. Nacque la leggenda che M. vi fosse giunta dalla Palestina con il fratello e la sorella e vi avesse ucciso un mostro. In un discorso attribuito a torto a s. Ambrogio si identifica M. con l'emorrissa del Vangelo (PL 17, 698). Nel Martirologio Romano è commemorata al 29 luglio. E patrona delle casalinghe e degli ospizi. Si raffigura con il mazzo di chiavi o con arnesi di cucina; talora con accanto un dragone, o l'acquasantiere.

BibL.: H. Lesêtre, Marthe in DB. IV, col. 825 sg.; L. Duchesne, Faites épisc. de l'ane. Gaule, I, 2° ed., Parigi 1007, pp. 321-59. Pietro De Ambroggi
MARTE (Mars). - Divinità italica e romana. La diffusione del suo culto, anteriore all'egemonia romana e quindi indipendente da essa, è dimostrabile non solo tra i popoli latini, ma anche tra gli Umbri, Sabini, Osci; in Etruria, dove si chiama Maris, il suo culto è probabilmente dovuto all'influsso italico. In molti calendari dell'Italia non ancora romanizzata figura un mese dedicato a M. (corrispondente al martius, marzo, romano).

A Roma il suo centro di culto più antico era l'ara Martis nel campus Martius. Nella regia si custodiva una lancia, simbolo del dio : prima di partire in guerra, il condottiero la scuoteva, invocando il dio con le parole: Mars vigila! A lui sono sacri anche i dodici scudi (ancilia) che la leggenda concepiva come copie di un originale caduto dal cielo, ordinate dal re Numa al fabbro Mamurio Veturio per nascondere l'originale. I Salii, sacerdoti di M., li portavano in giro, adoperandoli nelle loro danze rituali, nei periodi sacri al dio; i giorni in cui essi erano in movimento (ancilia movere) e non riposti (ancilia condere) nella regia, avevano un carattere pericoloso (dies religiosi). Benché M. non sia privo di notevoli riferimenti alla vita agraria (viene invocato nel Carme arcaico degli Arvali, mentre nel culto privato gli si sacrifica per la salute dei buoi e in occasione della lustrazione dei campi), l'aspetto che prevale nel suo culto è quello di dio guerriero: come tale, egli verrà identificato con il greco Ares. Per i Romani, lo Stato
deve a M., padre di Romolo e Remo, la sua nascita; anche presso gli altri Italici, M. ha la funzione del supremo protettore del popolo. I suoi animali simbolici - lupo, picchio, toro - guidano i popoli nelle migrazioni e lotte (cf. il nome degli Irpini da hirpus= lupo e dei Piceni da picus = picchio). A Roma l'importanza grandissima del dio risulta dalla posizione del suo sacerdote, fiamen Martialis, che è il secondo dei tre flamini maggiori dopo quello di Giove, nonché dalle numerose feste che gli son dedicate nel più antico calendario. Queste sono : i due Equirria, l'Agonium del 17 marzo, i Quinquatrus, il Tubilustrium, l'october equus, l'Armilustrium (marzo e ott. sono i periodi culminanti). Particolarmente caratteristico è il rituale dell'october equus: il cavallo vincitore di una corsa sacra viene sacrificato dal fiamen Martialis; con il suo sangue si bagna il focolare della regia, mentre il resto si conserva come ingrediente del suffimen per purificare il popolo nella festa dei Parilia.

I luoghi di culto più antichi di M. sono tutti fuori del pomerio: così l'ara Martis in campo e il santuario a Porta Capena, dove l'esercito si raduna prima di andare al fronte.

Nell'epoca di Augusto il culto nuovo di Mars Ultor (vendicatore di Giulio Cesare) assume un'importanza straordinaria; al suo tempio, costruito in solo pricato da Augusto, si trasferiscono vari privilegi del tempio capitolino di Giove. - Vedi tav. XV.

Bibl.: G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2² ed., Monaco 1912, p. 141 sgg.; G. Hermansen, Studien über den italischen und römischen Mars, Copenaghen 1940; G. Dumézil, Naissance de Rome, Parigi 1944, p. 38 sgg. Angelo Brelich

MARTELLI, Pier Jacopo. - Letterato, n. a Bologna il 28 apr. 1663 , m. ivi il 10 maggio 1727. Professò eloquenza nella sua città. Nel 1713 accompagnò in Francia mons. Aldovrandi, ministro apostolico, e soggiornò a Parigi nove mesi, pubblicandovi un Dialogo sopra la tragedia antica e moderna (1714). Stampato a Roma (1715) il suo Teatro, fu chiamato a Bologna ad occupare il posto, che tenne fino alla morte, di maggior segretario del Senato.

Il M., ingiustamente noto ai posteri quasi soltanto per il verso "martelliano" (settenario doppio), è uno dei più fecondi e ingegnosi scrittori del primo Settecento. Avversato dal Gravina e dal Maffei, si vendicò con il Femia sentenziato (1724), in versi sciolti che piacquero ai Parini. Scrisse melodrammi, commedie, tragedie; coltivò anche la lirica e la satira : notevoli il suo Canzoniere (1712) e Il Secretario Cliternale (1717), sette satire in terza rima, nelle quali finge d'insegnare a un nobile idiota, il baron di Cervara, la maniera di diventar letterato : prepariniano esempio di continuato insegnamento ironico. Tentò anche l'epica: attese negli ultimi anni al Carlo Magno, che, se fosse compiuto, avrebbe la palma tra i poemi epici del Settecento. Tra le sue prose argute e vivaci, non va dimenticato Il vero parigino italiano, tre dialoghi lucianeschi, scritti in difesa dell'onore nazionale.

BibL.: edizioni: Opere, 7 voll., Bologna 1729-33. Studi: I. Carini, L'Arradia, I, Roma 1891, p. 186 sgg.; A. Restori, Il Carlo Magno , poema inedito di P. 7. M., Cremona 1891; G. Toffanin, L'eredità del Rinascimento in Arcadia, Bologna 1924, pp. 249-66; B. Croce, 7 versi di Teresa Zani; Le prose di P. 7. M., in Letter. ital. del ' 700 , Bari 1949, pp. 58-92.

Giulio Natali
MARTÈNE, EDMOND. - Benedettino Maustino, scrittore e liturgista francese, n. a St-Jean-de-Losne il 22 dic. 1654, m. a St-Germain-des-Prés il 20 giugno 1739. Dal monastero di St-Rémy (1672) passò a quello di St-Denis e poi di St-Germain, dove ebbe a guida il Mabillon.

Frutto di intense ricerche è l'opera De antiquis monachorum ritibus, libri V (Lione 1690); seguito, come complemento, dal Commentarius in Regulam s. Benedicti (Pa-

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## MISCELLANEA EPISTOLARUM

BT
DIPLOMATUM
FRECEITUM THEODERICI REGIS GOTHORUM
abrella discussio da nubifolium
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(do E. Martinc - U. Durand, Thesaurus novus ancedotorum, I. Parigi III, p. 1, dopo gli indirfi Martène, Edmono - Incipit dell' Altercatio inter Theopóllum et Simonem, con incisione riproducente i due autori che introducono in biblioteca un gruppo di prelati.
rigi 1690: PL 66, 251-932). Seguirono altre opere storiche, quali la Histoire de l'abbaye de Marmoutier (Parigi 1692) e la Vie du xén. père d. Claude Martin (Tours 1697); ma il più importante lavoro del M. è il De antiquis Ecclesiae ritibus libri IV, seguiti dal Tractatus de antiqua Ecclesiae disciplina (Lione 1706). E una raccolta preziosa di svariati usi liturgici e di testi, che nulla ha perduto ancor oggi della sua importanza. Negli ultimi anni della vita preparò una seconda edizione di questa opera monumentale in 4 voll. (Anversa 1736-38). Nuove materiale raccolse nei numerosi viaggi fatti dal 1709, attraverso la Francia e il Belgio con il confratello Ursino Durand, visitando più di 100 cattedrali e capitoli e 800 abbezie, e lo distribuì poi nei volumi della Gallia Cristiana e nelle opere: Thesaurus novus anecdotorum ( 5 voll., Parigi 1717); Voyage littéraire de deux religieux bénédictins (2 voll., ivi 1717). Un nuovo viaggio in Germania gli fornì altro materiale per la Veterum scriptorum et monumentorum amplissima collectio ( 9 voll., ivi 1724-33). Suo è anche il VI vol. degli Annales Ordinis s. Benedicti (ivi 1739). Dai manoscritti lasciati furono poi tratte le vite edificanti di monaci maurini: Vies des justes ( 3 voll., ivi 1924-26 a cura di B. Heurtebize) e l'Histoire de la Congrégation de St Maur ( 5 voll., ivi 1928-31). Queste opere e la numerosa corrispondenza fanno del M. un erudito d'eccezione, dotato d'una grande capacità di lavoro e d'un fine intuito critico.

BibL.: D. Tassin, Histoire littéraire de la Congrégation de St-Maur, Bruxelles 1770, p. 226 sgg.: P. Guéranger, Institutions liturgiques, II, Parigi 1880, p. 112 sgg.: J. B. Vanel, Nécrologe des religieux de la Congrégation de St-Maur, ivi 1896, pp. 18092; L. Hafain, Correspondance de d. E. M. avec le baron G. de Crausier, in Bulletin de l'Institut d'archéologie, 27 (1898), pp. 19308; H. Bremond, Histoire du sentiment religieux en France, VI, Parigi 1923, pp. 177-226; H. Wilhelm-U. Berlière, Nouveau supplément à l'histoire littéraire de la Congrégation de St-Maur, Maredsous 1931, pp. 48-57; H. Leclercq, s. v. in DACL, X, coll. 2297-2322.

MARTIANAY, Jean. - Esegeta e patrologo benedettino, n. a St-Sever-Cap (Guascogna) il 30 dic. 1647, m. a St-Germain-des-Près (Parigi) il 16 giugno 1717. Entrato nel monastero di Tolosa della Congregazione di S. Mauro (1667), si dedicò particolarmente allo studio del greco e dell'ebraico ed insegnò scienze bibliche in vari monasteri.

L'opera principale, preannunciata dal Divi Hieronymi prodromus (Parigi 1890), fu l'edizione delle opere di s. Girolamo: S. Eusebii Hiero