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Près (Parigi) il 16 giugno 1717. Entrato nel monastero di Tolosa della Congregazione di S. Mauro (1667), si dedicò particolarmente allo studio del greco e dell'ebraico ed insegnò scienze bibliche in vari monasteri.

L'opera principale, preannunciata dal Divi Hieronymi prodromus (Parigi 1890), fu l'edizione delle opere di s. Girolamo: S. Eusebii Hieronymi Stridonensis presbyteri divina bibliotheca antehac inedita ( 5 voll., ivi 1693 1706), ben presto oggetto di dissensi e di aspre critiche. Nello stesso 1706 pubblicò, pure a Parigi, La vie de st Y_{e r} rôme prêtre, solitaire et docteur de l'Eglise. Si trovano ancora separatamente le sue annotazioni a tutto l'epistolario di s. Girolamo in PL 22, 1225-72.

Gli altri suoi numerosi scritti (cf. Ch. de Lama, Bibliothèque des écrivains de la Congrégation de St-Maur, Monaco 1882, pp. 110-13, nn. 297-320), sono per la maggior parte d'indole polemica ed apologetica, contrassegnati da un linguaggio vivace e mordace, e di ermeneutica.

Bibl.: F. Le Cerf de la Viéville, Bibliotheque historique et critique des auteurs de la Congrégation de St-Maur, L'Aia 1726, pp. 307-22; J.-B. Vanel, Nécrologe des religieux de la Congrégation de St-Maur décééés à l'abbaye de St-Germain-desPrès, Parigi 1896, pp. 112-13; F. Vigoureux, s. v. in DB, IV, col. 827: Hurter, IV, coll. 829-35; J. Baudot, s. v. in D'TSC, X, col. 181 sg . Adelberto Messinger

MARTIGNY, Jean-Alexandre. - Sacerdote, archeologo, n. a Sauveny (Ain) il 22 apr. 1808, m. a Bagé-le-Châtel il 19 ag. 1880.

Pubblicò, dopo dieci anni di studi, il Dictionnaire des antiquités chrétiennes (Parigi 1865, 1877 e 1899 [postumo]), considerato ai suoi tempi classico e fondamentale; ma le conoscenze dell'autore non vanno oltre gli studi del p. G. Marchi. Dal 1867 al 1879 curò la traduzione francese del Ballottino di archeologia cristiana di G. B. De Rossi. Da citare anche: Notice-historique, liturgique et archéologique sur le culte de ste Agnès (Parigi 1847) e, dei molti lavori pubblicati negli Annales de l'Académie de Mâcon, dal 1851 al 1854: Des symboles dans l'antiquité chrétienne; Etude archéologique sur l'Agneau et le Bon Pasteur; Le poisson considéré comme symbole chrétien.

Bibl.: Et. Millim, Notice sur l'abbé M., in Revue de la Soc. littér., du département de l'Ain, 9 (1880), pp. 190-94: trad. in Bull. di arch. crist., 5² serie, 5 (1880), p. 79; P. Allard, Mgr M. et les antiquités chrétiennes, in Lettres chrétiennes, 3 (1881-82), pp. 1-26; H. Leclercq, s. v. in DACL, X, II, coll. 2322-34. Carlo Carletti

MARTILLAT, Joachin Enjobert de. - N. nel 1706 a Clermont-Ferrand (Puy-de-Dôme) da una famiglia di vecchia nobiltà, entrò nel 1727 nel Seminario delle Missioni estere di Parigi, nel medesimo anno parti per l'Estremo Oriente e nel 1731 fu ordinato sacerdote a Juthia (Siam).

Nel 1732 si fissò nello Szechwan e per due volte ne fu allontanato dal vicario apostolico mons. Mullener, lazzarista, ma nel 1737 ottenne da Roma che il Seminario di Parigi vi potesse inviare i suoi missionari che prima avevano evangelizzato la zona. Il 2 ott. 1739 fu nominato vescovo titolare d'Ecrinea e vicario apostolico dello Yunnan. Mons. Mullener lo consacrò. Nel 1744 fu nominato anche superiore dello Szechwan, Heu-Kouang e Kutcheu e fissò il regolamento, ancora in vigore, delle vergini cinesi e delle catechiste. La persecuzione del 1745-46 e la malattia lo costrinsero nel sett. del 1746 a rifugiarsi a Macao, donde parti per la Francia il 6 genn. 1748. Nel 1753 fu nominato assistente al Soglio. Il 24 ag. 1755 morì a Roma dove da due anni ricoprivo l'ufficio di procuratore del suo Seminario delle Missioni estere ed è seppellito nella chiesa della Trinità dei Monti.

BibL.: A. Launay, Mémorial de la Société des M. E. P., II, Parigi 1916, pp. 434-35. Antonio Anoge

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MARTIN, ARTHUR. - Gesuita, archeologo, n. il 4 sett. 1801 a Auray (Morbihan), m. a Ravenna il 24 nov. 1856.

Entrato nella Compagnia di Gesù il 28 sett. 1819 a Montrouge, continuò il noviziato in Roma; tornato in patria e proscritti i Gesuiti dal governo, si dette alla predicazione in varie diocesi di Francia e nel Vallese. Poi, estratto dallo studio dei monumenti cristiani, insieme col p. C. Cahier pubblicò la Monographie de la cathédrale de Bourges (Parigi 1841-44), e i Mélanges d'archéologie, d'histoire et de littérature (ivi 1848-56), contenenti articoli su gli smalti di Aqairgrana e Colonia, su minis̀ture, su avori di Bamberga, Ratisbona, Monaco, Parigi, Londra ecc., su stoffe bizantine, su pitture, su bassorilievi carolingi e romanici. Pubblicò da solo altri scritti minori, contribuendo a far rivivere lo studio per gli antichi monumenti cristiani.

Bitil.: Sommervogel, V, coll. 619-21; H. Leclercq, s. v. in DACL, X, II, coll. 2334-43; J. Burnichon, La Camp. de Jésus en France, Hist. d'un siècle, 1813-2514, II, Parigi 1919, pp. 239-44.

Enrico Josi
MARTIN, Claude. - Benedettino della Congregazione di s. Mauro, n. a Tours il 2 apr. 1619, m. il 9 ag. 1696 nell'abbazia di Marmoutier (Tours), di cui era priore dal 1690 . Da sua madre, divenuta poi la ven. Maria dell'Incarnazione (v.), derivò il gusto della vita interiore, ed insieme l'attitudine alla vita attiva. Era undicenne quando la madre entrò in monastero, ed egli, rinunziando poi alla carica di segretario di Richelieu, entrò nella Congregazione di S. Mauro ( 15 genn. 1641) e vi esercitò enorme influenza come priore di varie abbazie (dal 1652), assistente del generale (1668-75), definitivo generale (dal 1672) e presidente di 5 Capitoli generali (1687-96). La Congregazione deve a lui non solo una più stretta osservanza, ma anche la sua salvezza nella crisi del 1682.

Lontano dalle dispute teologiche, si occupò delle edizioni dei ss. Padri, intraprese allora dai suoi confratelli, e scrisse varie operette di meditazione e di preghiera che furono tradotte in latino: Les méditations chrétiennes (2 voll., Parigi 1669); Conduite pour la retraite du mois (ivi 1670); Pratique de la Règle de st Benoît (ivi 1674); Méditations pour la fête et pour l'octave de ste Ursule (ivi 1678), ed altre rimaste manoscritte. Ma pubblicò anche, ritoccandoli, gli scritti e le lettere della madre (ivi 1677-84).

Bitil.: La prima biografia è del notarino E. Martène, Vie du ven. p. d. C. M., Parigi 1697, la cui pubblicazione incontrò varie difficoltà. Oltre a tutte le storie letterarie dell'Ordine, cf. H. Bremond, Hist. litt. du sentiment religieux en France, VI, Parigi 1922, pp. 177-226; A. Jamet, Marie de l'Incarnation. Ecrits spirituels et hist., I, ivi 1929, pp. 72-100; H. Wilhelm, U. Berlière, A. Dubourg, Nouveau supplément à l'histoire littéraire de la Congrégation de St Maur, II, Maredsous-Gembloux 1931, pp. 61-63. Lettere inedite sono state pubblicate da Ph. Schmitz, Lettres de d. C. M. relatives à l'édition de st Athanase et de st Jean Chrysostome, in Revue bénédictine, 41 (1929), pp. 262-67; 358-66; id., Lettres relatives aux éditions des pères latins, ibid., 43 (1931), pp. 153-58; id. Lettres inédites de d. C. M. sur l'oraison, in Revue d'ascétique et de mystique, 13 (1932), pp. 146-63.

Grenata Orazi Ausenda
MARTIN, KONRAD. - Vescovo, n. il 18 maggio 1812 a Geismar (Eichsfeld), m. il 16 luglio 1879 a Mont-St-Guibert (Belgio). Nominato vescovo di Paderborn nel 1856, svolse indefessa attività apostolica. Nel 1857 fondò un secondo seminario per fanciulli a Heiligenstadt, nel 1859 il Convitto teologico a Paderborn. Si occupò anche intensamente dello sviluppo della Società bonifaciana, che presiedette dal 1859 al 1875 .

Al Concilio Vaticano fece parte della deputazione pro fide e della commissione pro postulatis e fu tra i più forti sostenitori dell'infallibilità pontificia. Durante il Kulturkampf lottò con energia contro l'esecuzione delle leggi di maggio. Arrestato nell'ag. 1874 dalle autorità
prussiane, nel genn. successivo dichiarato decaduto dalla dignità vescovile, ebbe per domicilio coatto la cittadina di Wesel. Fu nuovamente condannato a sei mesi di carcere per avere impartito a quattro sacerdoti la potestà di giurisdizione. Il M. fuggì in tempo in Olanda, donde passò in Belgio, a Mont-St-Guibert, dove sotto altro nome fu rettore fino alla morte di un pensionato per fanciulle, fondato da Paulina Mallinchrodt.

Bitil.: H. Brück, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland im neunzehnten Jahrhundert, IV, Magonza 1901, parte 1*, soprattutto pp. 366-72; F. Lauchert, s. v. in LThK, VI, coll. 988-89 (con bibl.).

Silvio Furlani
MARTIN, Paulin. - Orientalista e biblista, n. a Lecam (Lot, Francia) il 20 luglio 1840, m. a Amé-lies-les-Bains (Pirenei orientali) il 14 genn. 1890. Studiò teologia a Parigi (S. Sulpizio), dove fu dissepolo del Le Hir (v.), poi a Roma, dove coltivò anche il diritto canonico e le lingue orientali. Dall'ott. 1878 insegnò S. Scrittura e lingue orientali all'Istituto cattolico di Parigi, fino alla sua precoce morte. La sua considerevole opera tratta principalmente della lingua siriaca e della critica testuale del Nuovo Testamento.

Oltre a moltissimi articoli si devono citare: Oeuvres grammaticales d'Aboul'Faradj, dit Bar-Hebraeus (2 voll., Parigi 1872); Histoire de la ponctuation et de la massore chez les Syriens (ivi 1873); Introduction à la critique générale de l'Anc. Test. (3 voll., ivi 1887-98); Introduction à la critique textuelle du Nouv. Test. I. Partie théorique; II. Partie pratique ( 7 voll. in litografia riproducenti il suo corso all'Istituto cattolico dal 1882 al 1886).

Bitil.: E. Mangenot, M. l'abbé P. M., in Revue des sciences ecclésiastiques, 1891, pp. 431-51; O. Rey, s. v. in DB, IV, col. 828 sg .

Stanislao Lyonnet
MARTIN, RAYMOND-JOSEPH. - Domenicano, teologo medievalista, n. a Neerpelt (Belgio) il 27 sett. 1878, m. a Lovanio il 28 ag. 1949.

Religioso (1896), studiò filosofia a Lovanio, sociologia a Düsseldorf. Ordinato sacerdote a Colonia (1905), si laureò in teologia con la nota tesi De necessitate credendi et credendorum (Lovanio 1906).

Dal 1909 al 1940 spiegò la Summa theologica di s. Tommaso nello Studium domenicano di Lovanio. Nel 1921 fondò, con J. Lebon e J. de Ghellinck, lo Spicilegium sacrum Lovaniense, universalmente apprezzato per il rigoroso metodo scientifico. Nel 1922 divenne maestro in teologia. Dal 1940 al 1945, per causa della guerra, visse a Tolosa e diresse le monache domenicane dell'antico monastero di Prouille. Ritornato a Lovanio, riprese la collaborazione allo Spicilegium.

Innamorato di s. Tommaso, ne interpretò con acume e fedeltà il pensiero, cercando per tutta la vita d'illustrare i precedenti storico-dottrinali e gli influssi esercitati dal grande Dottore. La sua produzione scientifica, sparsa nelle principali riviste, lo colloca tra i migliori conoscitori della scolastica. Le opere principali sono: La controverse sur le péché original au début du XIVe siècle. Textes inédits, (Lovanio 1930); Oeuvres de Robert de Melun (3 voll., ivi 1932-47); Pierre Le Mangeur : De Sacramentis. Texte inédit (ivi 1937). Questi preziosi volumi costituiscono i nn. 10, 13, 17, 18, 21 dello Spicilegium sacrum Lovaniense.

Bitil.: L. Van Helmond, Notice biographique du p. R. 7. M. in Studia medievalia in honorem p. R. 7. M., Bruges 1948, pp. 7-8; G. De Brio-S. Brounts, L'amore scientifique de R. 7. M., ibid., pp. 907-37 (a pp. 27-37 elenco delle opere del M.).

Antonio Piolanti
MARTIN, Simon. - Teologo mistico, agiografo dei Minimi, n. a Parigi nel 1595, m. ivi il 19 dic. 1653. Entrò da giovane nell'Ordine dei Minimi e mostrò subito spiccata tendenza alla contemplazione. Giunse ad un grado di elevata perfezione, e morì in concetto di santità dopo straziante malattia sopportata con invitta pazienza.

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Sue opere principali: Les souffrances de Jésus Christ (Parigi 1630); Les actions admirables de Jésus Christ (ivi 1630); Le Martyrologe romain traduit en français e Le martyrologe des saints de France (ivi 1638); Les exercices pour les dix jours (ivi 1644); Méditations sur les Epistres et les Évangiles des dimanches et festes selon le Missel romain (ivi 1664); Les vies des saints dont on fait l'office dans le cours de l'anné et des plusiers d'autres plus celebres (2 voll. in-fol., Parigi 1648). Quest'opera, riveduta ed ampliata dal p. Giry (v.), ebbe numerosissime edizioni. M. pubblicò inoltre parecchie altre vite di santi o venerabili.

Bibl.: R. Thuillier, Diarium patrum, fratrum et sororum O. M. provinciae Parisien., II, Parigi 1709, pp. 290-93; G. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, II, Roma 1922, pp. 567-69.

Gennaro Moretti
MARTINA, santa, martire. - Sconosciuta a tutte le fonti antiche fino al sec. viri, è ricordata per la prima volta nel Lib. Pont. nella vita di papa Adriano I (772-95). Ivi è detto che questo Pontefice fece dei doni alla chiesa dedicata a M., che sorgeva presso il Foro romano al posto dell'antico Secretarium Senatus. Nel cod. Bern. del Martirologio geronimiano M. è commemorata il 28 genn., ma si tratta di un'aggiunta posteriore; nel Martirologio romano il 30 genn.

La Passio, di nessun valore, è un rifacimento di quella di s. Taziana (BHL, 7989). Secondo questa leggenda, M. era una giovane nobile, vivente al tempo di Alessandro Severo, figlia di un consolare e diaconessa; fu condotta davanti all'Imperatore, che voleva costringerla a sacrificare ad Apollo, ma la martire, pregando, ottenne da Dio un terremoto che uccise alcuni pagani e distrusse l'idolo, dal quale uscì un diavolo. Ricondotta al tempio di Artemide, un fulmine abbatté la statua della dea; M., inutilmente torturata, fu poi decapitata e seppellita nella VI { }ᵃ regione.

Bibl.: Acta SS. Ianuarii, I, Parigi 1863, pp. 11-19; P. Franchi de' Cavalieri, S. M., in Römische Quartalschrift, 17 (1903), pp. 222-36; C. Hülsen, Le chiese di Roma nel medioevo, Roma 1927, p. 381; M. Armellini, Le chiese di Roma dalle loro origini sino al sec. XVI, ed. C. Cecchelli, ivi 1942, pp. 203-205; Martyr. Hieronymianum, p. 21; Martyr. Romanum, p. 2.

Agostino Amore

## "MARTINAE GELEBRI PLAUDITE NO-

MINI n. - Inno nel Matutino della festa di s. Martina, composto da Urbano VIII.
S. Martina, giovane patrizia romana, soffrì il martirio sotto Alessandro Severo e fu sepolta ai piedi del Campidoglio. Il suo corpo fu ritrovato nel 1634 sotto il pontificato di Urbano VIII, il quale ne incluse la festa nel Breviario e ne compose gli inni.

L'ode invita vivamente i Romani a celebrare in modo degno questa loro illustre concittadina, che, sprezzati onori e ricchezze, va incontro ad atroci sofferenze.

Bibl.: M. Barberini (Urbano VIII), Poemata, Roma 1642, p. 102; G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, ivi 1856, p. 226; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione x. x., p. 68; M. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 188.

Silverio Mattei
MARTINELLI, Giorgio Maria. - Fondatore degli Oblati Missionari di Rho (dioc. di Milano), n. a Brusimpiano il 9 maggio 1655, m. a Rho il 2 nov. 1727.

Oblato dei SS. Ambrogio e Carlo (25 luglio 1679), fu ordinato sacerdote il 22 sett. 1680; insegnò grammatica e retorica nei seminari di Celana e di Monza e nel Collegio Elvetico (1679-86); fu retore del Seminario di Arona (19 luglio 1692-24 apr. 1694) con l'incarico di erigere la colossale status di S. Carlo, detta il S. Carlone di Arona, già in cantiere da 80 anni ; fu inoltre per diciannove anni direttore spirituale del Seminario Maggiore di Milano (16861692, 1694-1707). Uomo di zelo e di virtù sacerdotali non comuni, propagò l'uso degli esercizi spirituali tra gli Oblati dei SS. Ambrogio e Carlo, il clero secolare e le religiose e diede un forte impulso alle missioni nelle parrocchie, soprattutto piccole e povere. A tale scopo ottenne dall'arcivescovo Benedetto Erba Odescalchi di poter istituire a Rho un collegio di Oblati Missionari (fine
![img-19.jpeg](img-19.jpeg)
(per cortesia di mens. A. P. Fratus) Martinelli, Giorgio Maria - Voto di permanenza nel collegio di Rho con firma autografa del M. - Rho (Milano), Archivio del collegio.
del 1714, cretto canonicamente il 4 apr. 1721) di cui fu prefetto, poi prevosto a vita; stabili che i missionari dovessero sempre prestare gratuitamente la loro opera. E in corso le causa di beatificazione.

Tra le opere date alle stampe si segnalano: la Divozione al Sogro Cuore di Nastro Signore Gierò Cristo (Milano 1698, versione del francese della notissima opera del p. G. Croiset) e Le vie dello spirito battute con molti nuovi pensieri, utili e necessari all'adempimento dell'ecclesiastiche obbligazioni (2 voll., Venezia 1727).

Bibl.: G. Borgonovo, P.G.M.M. Memorie biografiche, Milano 1912; [A. P. Frutas], Positio super introductione causae et super virtutibus ex officia compilata (S. Rittum Congr., Sectio Historica), Città del Vaticano 1951 (raccolta sistematica delle fonti relative al M.).

A. Pietro Frutas

MARTINENGO, Domenico. - Missionario di S. Vincenzo, n. a Savona il 17 dic. 1816 , ivi m. il 1 ott. 1875. Entrato nella Congregazione della Missione a Savona il 9 ag. 1835 , emise i voti il 15 ag. 1837. Compì gli studi a Sarzana e al Collegio Alberoni di Piacenza. Sacerdote, diresse le conferenze e i ritiri al clero nella diocesi di Casale Monferrato; poi insegnò lettere a Sarzana e a Finale Marina.

Colpito da grave malattia, dedicò gli ultimi anni alla pubblicazione di utili opuscoli (La parrocchia; La verití vera; Agli operai, ammonimenti e ricordi; Il Concilio Vaticano, ecc.) per la diffusione della buona stampa tra il popolo. A questo scopo fondò anche una Società per la diffusione di buoni libri. Rimasta incompiuta, fu completata dal fratello Francesco la nota opera di M., Pio VII in Savona, memoria storiche (Torino 1888).

Bibl.: [E. Rosset], Notices bibliographiques sur les écrivains de la Congr. de la Mission, Angoulême 1878; anon., Notice sur monsieur Dominique M., in Annales de la Congr. de la Mission, 42 (1877), pp. 225-34.

Annibale Bugnini
MARTINENGO, Maria Maddalena, di Barco, beata. - Clarissa cappuccina, n. a Brescia il 5 ott. 1687, m. ivi il 27 luglio 1737. Beatificata il 18 apr. 1901. Festa il 27 luglio.

Monaca l'8 sett. 1705, dai più umili uffici fu eletta maestra delle novizie (1723-32), abbadessa (1732-34, 17361737), vicaria (1734-36). Nel 1714 emise il "gran voto" di tendere a ciò che fosse di "maggior perfezione"; esercitò una penitenza corporale assai rigida, raggiunse i più alti gradi della contemplazione; prezioso documento della sua pietà ed esperienza mistica: l'Autobiografia, scritta nel 1725-26. Delle sue opere manoscritte è stata tratta una Raccolta di avvertimenti spirituali (Venezia 1779; 2° ed. ivi 1781); estratti dagli Esercizi spirituali, Dialoghi, Lettere, Documenti spirituali (Trento 1905); Lumi per i superiori (Treviglio 1926).

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BibL.: F. Roncallo-Perolini, Dissertazione intorno al male, morte ed aghi di ferro ritrovati nel cadavere, Brescia 1746; De b. M. M. M. bio-bibliographia, in Analecta Ordinis Mio. Capuccinarum, 16 (1906), pp. 174-79; Antonino da Bergamo, Vita della b. M. M. M., Milano 1900; Benedetto da Alatri, L'Escarestia e la Vergine. Stadio e commento sopra la rivelazione fatta alla b. M. M. M. delle specie eucaristiche nel Seno di Maria Assunta in cielo, 2² ed., Roma 1904; Isidoro da Milano, D. Bartolomeo Chitti di Marone e la b. M. M. M., in L'Italia franciscano, 22 (1947), pp. 233-43; id., Il mistero natalizio nella contemplazione della b. M. M. M., ibid., 23 (1930), pp. 363-78.

## Ilarino da Milano

MARTINETTI, Piero. - Filosofo, n. a Pont (Aosta) il 21 ag. 1872, m. ivi il 22 marzo 1943. Fu professore di filosofia nell'Università di Milano dal 1904 al 1933. Carattere schivo e sdegnoso, ebbe della filosofia e del filosofare un senso religioso; pensatore di vasta e solida cultura filosofica, di metodo rigoroso e di forti capacità di sintesi storica e teoretica, insieme con il Varisco (v.) è la figura più rappresentativa dell'idealismo critico italiano. La filosofia indiana, Plotino e il manicheismo per l'antichità, Spinoza, Kant e Schopenhauer per l'età moderna: queste le filosofic e i filosofi di cui maggiormente sentì l'influenza e che elaborò a contatto con il pensiero contemporanco, soprattutto tedesco.

L'opera sua principale resta l'Istroduzione alla metafisica (Torino 1904; 2° ed., Milano 1929), nella quale il M. svolge sistematicamente una sua teoria della conoscenza, accompagnata da un esteso excursus storico, che è un vero modello. La critica della conoscenza non è «un esame formale dei procedimenti conoscitivi del pensiero da parte del pensiero stesso, ma l'esame critico della conoscenza in generale, che abbraccia tutta la realtà, con lo scopo di eliminare punti di vista metafisici insufficienti per coglierne uno superiore" (Introdus., pp. 40-51). La realtà non è né rispecchiamento di un oggetto in sé nel soggetto (realismo acritico), né produzione del soggetto (idealismo trascendentale) : ma è la coscienza medesima che, considerata nella sua molteplicità e nell'indipendenza degli elementi coscienti che la costituiscono, è il mondo, l'oggetto; considerata nell'unità della sintesi complessiva è l'io, il soggetto (ibid., p. 110 ).

La molteplicità dei soggetti particolari rimanda a un'unità, al Soggetto assoluto, nel quale i soggetti tendono a immedesimarsi : la vita nell'Assoluto, in Dio, è il fine supremo della coscienza religiosa. Il processo del conoscere è "ascesi " dal sensibile all'intellegibile, processo di "liberazione" dal male e di ritorno al tutto (panteismo neoplatonizzante con forti influenze spinoziane e schopenhaueriche, oltre che orientali). Ma l'Assoluto non può essere colto da nessuna forma intellettiva, e pertanto tutte sono l'espressione relativa o parziale dell'Assoluto stesso, che permane al di là di ogni forma possibile di conoscenza. L'Uno non può essere espresso che per mezzo di "simboli", cioè di rappresentazioni immaginative o razionali inadeguate e relative di cui ciascuna è una fede. Pertanto la fede religiosa per il M. è un grado (il più alto) della filosofia e si risolve nella razionalità della filosofia stessa con l'esclusione intransigente di ogni sapere rivelato o soprannaturale.

Non la necessità razionale, ma il caso si oppone alla libertà, anzi «la libertà non solo non esclude, ma implica la necessità, perché esclude la contingenza" (La libertà, Milano 1928, p. 338 ). "La libertà è la esplicazione autonoma di un soggetto cosciente, che implica la concatenazione causale. La libertà di spontaneità o pratica non è ancora la libertà morale. Questa non è un'assurda facoltà del bene e del male; essa è una cosa sola con la potenza, con la dignità dell'animo retto" (ibid., p. 401), che è rispetto ed adempimento della legge morale. Ma l'ordine che l'uomo tende a realizzare nella conquista graduale della libertà resta sempre un ideale, che è reale in Dio, che la coscienza religiosa pensa come la totalità e la perfezione assoluta. Non un Dio personale (altrimenti non si spiegano più né la responsabilità né la libertà dell'uomo), ma una impersonale Ragione, da pensare come una vera
omnitudo realitatis, in cui i vari momenti della ragione sono conservati indistruttibilmente. "L'essenza e il principio della libertà dell'uomo è dunque nella sua personalità divina, nell'essere suo assoluto così come è coessenzialmente nella Ragione assoluta" (ibid., p. 491).

In un sistema così rigidamente panteista, la filosofia non può essere intesa che come profonda religiosità, sete del divino che è in noi e che è la stessa essenza di Dio, a cui aspiriamo ad assimilarti. Da un lato perciò il M. risolve la religione nella filosofia, la fede nella ragione (Ragione e fede, Milano 1934, p. 44); e, dall'altro, critica tutte le confessioni religiose e, fra tutte, più aspramente il cattolicesimo e propugna la costituzione di piccole Chiese libere e indipendenti, spoglie da ogni esteriorità di pratiche religiose, concordanti sui punti fondamentali della morale evangelica e sulla fede "razionale " in una Realtà trascendente : insomma una forma di deismo. Gesù Cristo (come si legge in Gesù Cristo e il Cristianesimo, opera che denuncia una deplorevole incomprensione del cristianesimo e del cattolicesimo e il partito preso di limitarsi a fonti protestanti) sarebbe una specie di profeta (fra tanti) del trascendente, triste e pessimista circa la redenzione dell'umanità dal male e fiducioso in una specie di risultato finale del mondo come annullamento delle apparenze fenomeniche nel Tutto. Sono all'Indice: G. Cristo e il Cristianesimo; Ragione e Fede; Il Vangelo con introduzione e note (decr. 3 dic. 1937).

È superfluo dire che il cristianesimo del M. è la negazione dell'autentico cristianesimo e del cattolicesimo nella sua totalità. Basti pensare che per lui il cristianesimo primitivo si ritrova non corrotto solo in Marcione e in Mani. Il M. filosofo e soprattutto metodologo della problematica filosofica è indubbiamente superiore al M. "teologo" di una "Ragione", in cui il mondo, sua apparenza, si annulla senza altro motivo che l'irrazionale e assurda necessità della Ragione stessa.

BibL.: G. Gentile, Saggi critici, 1² serie, Lanciano 1924. pp. 177-91; M. F. Sciacca, M., Brescia 1943 (con bibl., pp. 182184); U. A. Padovani, M. maestro, in Giorn. di metal., 6 (1930), pp. 167-79; F. Alessio, L'idealismo religioso di P. M., Brescia 1930 (bibl. pp. 183-87).

Michele Federico Sciacca
MARTINI, Antonio. - Arcivescovo di Firenze, traduttore e commentatore della Bibbia, n. a Prato il 20 apr. 1720, m. a Firenze il 31 dic. 1809.

Compì gli studi medi nel patrio Liceo Cignognini; si laureò in lettere a Pisa nel 1748. Nominato nel 1751, dal re Carlo Emanuele III, preside della Congregazione dei 12 sacerdoti addetti alla basilica di Supergo, diresse lodevolmente quell'Istituto di alta cultura ecclesiastica fino al 1765 , anno in cui ottenne dal Re l'esonero con il titolo di consigliere di Stato e una pensione sull'abbazia di S. Giacomo in Bessa, per poter attendere con maggior agio alla versione ed al commento della Bibbia. Aderendo all'invito del card. Vittorio Amedeo delle Lanze intendeva così attuare il desiderio di Benedetto XIV, espresso anche con il breve del 13 giugno 1757, che permetteva le versioni della Bibbia in volgare, purché munite di note desunte dai ss. Padri e dai dotti autori cattolici.

Per le vicende della sua versione, apparsa tra il 1769 e il 1778 contraffatta dai giansenisti, v. bibbla. L'edizione definitiva, pubblicata a Firenze tra il 1702 e il 1792 , viene riprodotta fino ad oggi e sopravvive pure nella versione commentata ed aggiornata da M. Sales e G. Girotti (finora 10 voll., Torino 1918-42).

Dopo essere stato proposto da Vittorio Amedeo III all'episcopato di Bobbio, venne nominato da Pio VI all'arcivescovato di Firenze, che tenne dal 25 apr. 1781 fino alla morte.

Oltre alla S. Bibbia (Napoli 1771-81 e molte altre edizioni), approvata con breve di Pio VI del 17 marzo 1778,

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il M. scrisse tra l'altro: Istoria e concordia evangelica spiegata al popolo (Firenze 1812; in latino, Milano 1829); Istruzione sopra il Simbolo degli Apostoli (Milano 1814); Responsio atque declaratio contra libr. ab episc. Collenti circa quaestionem de decisivo voto prael. (1787), in cui nega al parroci il voto decisivo. Edizione generale: Opera omnia (ro voll., Milano 1830; 32 voll., Venezia 1833-35).

BibL.: anon. (secondo il Guasti, è da identificare in G. Tavelli). Apologia del breve del sommo pontefice Pio VI a mons. M., arcto, di Firenze, ovvero dottrina della Chiesa sul leggere la S. Scrittura in lingua
volgere (Pavia 1784; di tinta giansenistica); C. Guasti, Storia aneddota del volgarizzamento dei due TestamentiIstio dall'ab. M., in Rassegna noz., 23 (1883). pp. 233 282: Hurter, V. p. 603: S. Minacchi, Italiennes (versions) de la Bible, in DB. III, coll. 10321034: A. Vitti, s. v. in Enc. Ital., XXII, p. 444 sg.; G. Piovano, La versione e il commento della Bibbia di A. M., in Scuola catt., 87 (1929, II), pp. 327-27 (con bibl.).

Pietro De Ambroggi
MARTINI, ARturo. - Scultore, n. a Treviso l'i: ag. 1899, m. a Milano il 22 marzo 1947. Dopo la scuola dello scultore Carlini a Treviso e quella di Urbano Nono a Venezia, passò a Monaco da Adolfo Hildebrand. Nel 1921 partecipò al movimento dei valori plastici e, quattro anni dopo, tenne a Milano la prima mostra personale.

Alla I Quadriennale romana del 1931 ebbe il premio nazionale per la scultura, e i più ampi riconoscimenti italiani e stranieri alla XVIII Biennale internazionale di Venezia (1932). Nel 1929 accettò l'insegnamento all'Istituto superiore per le industrie artistiche alla Villa reale di Monza e, negli ultimi anni (1942), la cattedra di scultura all'Accademia di belle arti di Venezia. Superato il naturalismo, M. rappresenta, dopo Medardo Rosso, la voce più notevole e viva del primo Novecento italiano: le sue esperienze e le sue conquiste, di un nuovo linguaggio ardimentoso e tradizionale, popolare e artistico, sono manifeste nella Spasa felice (1929), Il pastore (1930), La lupa (1931), La convalescente (1932), Il Tobioio (1934), Donna che nuota sott'acqua (1941), Tito Livio (1942). Nelle sue sculture alcune volte è come un'idea elementare, talora invece un carattere indagato fino al punto di raggiungere un umorismo quasi goffo ma psicologicamente vero, altre volte lo studio analitico di una bellezza formale, spesso un prevalere violento della materia o un sogno remoto di epoche preistoriche, sempre un ritmo musicale elegiaco e personalissimo. Sull'arte cristiana e sulla sua arte M. scrisse: «Cristo rappresenta per noi la figura più grande e più espressiva. La visione totale dell'essere si stabilisce con l'Incarnazione; con Cristo nasce per noi l'espressione, cioè l'antitesi della olimpicità greca.

- Come cristiano sento che il mio mondo comincia con il Presepio: nacque in quel giorno il più vago e misterioso racconto. Nel cristianesimo rappresento la parte più viva di me. Avanti al tema religioso gli artisti divengono
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Martini, Anturo - S. Carlo Borromeo in atto di comunicare gli appostati. Milano, Arengario.

1907 cortesia di mons. G. Fallani Milano, Arengario.

MARTINI, Francesco di Giorgio. - Pittore, scultore, architetto, ingegnere militare, n. a Siena nel 1439, m. nel nov. 1501 (la maggior parte dei documenti lo chiama semplicemente Francesco di Giorgio).

Iniziò attività di artista non ancora venticinquenne nella pittura e le sue prime opere, p. es., le Storie di Giuseppe e Susanna nella Pinacoteca di Siena, rivelano la sua discendenza dal Vecchietta. Nel 1464 lo si trova impegnato in un'opera di scultura. Nel 1489 è già attivo in lavori idraulici per la città di Siena, senza tralasciare la pittura e la miniatura, derivando elementi anche da Girolamo da Cremona (Madonna dei terremoti, Annunciazione della Pinacoteca di Siena). Si unisce quindi in società con Nerosciio (Storie di s. Benedetto agli Uffizi, varie anconette di Madonne), ma se ne sciogna nel 1473. Nelle opere compiute in questo frattempo si notano anche rapporti col mondo fiorentino (Lippi, Baldovinetti, Pollaiolo, Botticelli), ma assimilati solo in parte, come si vede nell'Incoronazione della Vergine (1472) della Pinacoteca di Siena, nell'Assedio di Betulia eseguito nel 1473 su suo disegno nel pavimento del duomo di Siena e nelle due Notività ora nella Pinacoteca (1475) e nella chiesa di S. Domenico (ca. 1489) sempre a Siena. Nel 1477 il M. è già in Urbino, ed è verosimile che, poco dopo il 1472, lavorasse nella parte del Palazzo ducale innalzata da Luciano Laurana. Vi si stavano compiendo le opere di decorazione scultorea (fregi, peducci) e le porte intarsiate (quella con le Arti liberali e i Trionfi, anteriore al 1474, fu certamente eseguita au disegni del Senese).

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Questi dunque, verosimilmente col compito di fornire modelli ai decoratori, si trovò a contatto con un mondo assai complesso, in cui le esperienze veneto-lombarde e fiorentine (attive in Urbino con Ambrogio Barocci, Francesco di Simone Ferrucci, Domenico Rosselli ed altri) non erano disgiunte dagli insegnamenti di Piero della Francesca e del Laurana. Però l'interesse di F. di G. per l'architettura doveva essersi acceso prima del suo arrivo in Urbino, forse in occasione del viaggio a Roma compiuto nel 1464 col Vecchietta.

Certo nel disegni dei suoi codici giovanili l'artista già si rivela studioso delle fabbriche romane e fin da allora egli dovette formare, sulle orme del Vecchietta, la sua personalità di architetto. Tuttavia non vi è edifizio che gli si possa assegnare con certezza prima del soggiorno in Urbino. Qui, invece, le sue prime opere possono riconoscersi nel convento degli Zoccolanti (artiguo alla più tarda chiesa di S. Bernardino), e nei lavori del Palazzo Ducale, seguendo con molta libertà i disegni lasciati da Luciano Laurana (torre quadrangolare sovrapposta al prospetto occidentale del Palazzo, loggiato al piano nobile sul cortile del Pasquino, copertura delle sale al piano nobile del Castellare, sistemazione del giardino pensale). Dopo queste prove, F. di G. M. continuò ad operare anche in qualità di pittore (miniature del codice Urbinate latino 508 nella Biblioteca Vaticana) e di scultore (rilievo con la Deposizione della chiesa del Carmine a Venezia). Allo stesso momento creativo vanno avvicinate la Flagellezione della Galleria nazionale di Perugia e la Discordia del Museo Vittoria e Alberto di Londro (terracotta) e della collezione Chigi-Saracini di Siena (stucco). Opere pressocché dello stesso periodo, nel campo dell'architettura militare, furono le Rocche di Sassotorvaro, di S. Leo, di Serra S. Abbondio, del Tavoleto, di Cagli e di Mondolfo, tutte nelle Marche. Morro Federico da Montefeltro ( 1482 ), F. di G. alternò la sua residenza tra Urbino, Siena, Milano e Napoli. A Siena fu nominato ingegnere della Repubblica nel 1485 e capomaestro del Duomo dal 1498 alla morte, e progettò il nuovo coro della Cattedrale e vi pose gli angeli ed i chernibi porta-candelabri : i primi da lui stesso scolpiti, i secondi eseguiti, forse su suoi disegni, dal Cozzarelli. A Milano fu chiamato nel 1490 per consigli sulla staticità del Duomo in rapporto alla costruzione del tiburio. A Napoli svolse opera di architetto militare al servizio di Alfonso di Calabria, e nel 1495 fece brillare con successo la prima mina. In Urbino attese, dal 1482 a varie riprese, alla costruzione di due chiese, volute per disposizione testamentaria dal duca Federico: il Duomo e S. Bernardino. L'uno andò distrutto nel sec. zviti, ma dai rilievi che se ne conservano dimostra di rievocare nelle sue forme il progetto elaborato dall'architetto per la chiesa di S. Maria del Calcinaio presso Costona (1484). S. Bernardino, invece, è una costruzione piuttosto tarda (ma è stato opinato che un primo progetto ne fu dato forse dall'artista allorché da giovine egli innalzò l'attiguo convento). Tuttavia l'elaborazione definitiva di detto progetto non poté aver luogo senza un incontro con il Bramante, dal quale dipendono taluni aspetti che in S. Bernardino sono presenti. Ancora ad Urbino, al tempo di Guidobaldo, il Senese costruì le stalle del

Palazzo Ducale, che impegnavano un grandioso edifizio ora semidistrutto, il convento di S. Chiara e la parte posteriore del Palazzetto Luminati. Infine sono da ricordare il Palazzo della Signoria di Jesi, parte del Palazzo degli Anziani di Ancona e parte di quello Ducale di Giubbio.

Le sue esperienze architettoniche formano la base del suo Trattato d'architettura (di cui il miglior codice sta nella Bibl. nazionale di Firenze e redazioni minori a Torino, a Siena e in Vaticano) e ne differenziano profondamente il contenuto dai dettami di Vitruvio, a cui F. di G. s'ispira nel disciplinare la materia.-Veditav. XVI.

Bibl.: Perla bibl. anteriore al 1943, cf. A. S. Weller, Fr. di Giorgio, Chicago 1943; R. Papini, Fr. di Giorgio architetto, Firenze 1946; M. Salmi, Il Palazzo Ducale di Urbino e Fr. di Giorgio, in Studi artistici urbanati, I (1949), p. 9 sgg.; C. Maltese, Opere e saggiorni urbanati di Fr. di Giorgio, ibid., p. 57 sgg.; P. Rotondi, Contributi urbanati a Fr. di Giorgio, ibid., p. 83 sgg.; P. Sanpaolesi, Aspetti dell'architettura del' 200 a Siena e Fr. di Giorgio, ibid., p. 137 sgg.; C. Brandi, Quattrocentistrionari, Milano 1949; P. Rotondi, Ancora un'opera sconosciuta di Fr. di Giorgio in Urbino, in Commentari, I (1950), fasc. 3°; P. Ro-
tondi, Il Palazzo ducale di Urbino, ibid., 1950. Pasquale Rotondi

MARTINI, Giambattista. - Dei Frati Minori Conventuali, musicista e musicologo, n. a Bologna il 24 apr. 1706 , m. ivi il 3 ag. 1784.

Nominato nel 1725 direttore della cappella musicale di S. Francesco in Bologna, nel 1729 fu ordinato sacerdote. Compose molta musica sacra: Litanie ed antifone mariali a 4 voci con organo ed altri strumenti ad libitum, stampate nel 1734, 15 messe complete ed altre composizioni staccate ma riferentisi alla Messa, musiche per la Settimana Santa, per l'Ufficio dei morti e parecchi momenti. In tali composizioni religiose il M. si dimostrò spirito piuttosto conservatore. S'attenne ai modelli della polifonia classica, rifuggendo dallo stile allora in voga: esagerato nelle coloriture pittoriche, nell'impiego degli strumenti e nelle effusioni sentimentali. Scrisse anche degli oratori : l'Assunzione di Salomone al trono d'Israello, Il sacrificio di Abramo e a sul soggetto S. Pietro. Compose pure 12 sonate per organo e cembalo (stampate nel 1724), Duetti da camera (1763), arie e cantate profane su testi anche del Metastasio, sinfonie, concerti e un concertino con cembalo e cello obbligati e accompagnamento di violini.

Storico e bibliofilo insigne, fu membro dell'Accademia bolognese dei filarmonici e dell'Arcadia di Roma con il nome di Aristosseno Anfioneo. Esperto conoscitore della dottrina musicale e dei segreti della composizione, sapeva infilare a decine, uno dopo l'altro, canoni su testi vari. Il suo carteggio è interessante per la mole e l'importanza degli argomenti trattati. Riscoise con passione e pazienza un notevole complesso di manoscritti musicali, incunaboli e stampe pregiate, passate, alla morte, in parte a Vienna nella Biblioteca di corte ed in parte (la più ragguardevole) alla Biblioteca del Liceo musicale bolognese, che tuttora s'intitola a lui. Opera pregevolissima sono i 3 voll. della Storia della musica (Bologna 1757-81) con illustrazioni ed esemplificazioni importanti. Inoltre : L'esemplare, ossia saggio fondamentale pratico di contrappunto sopra il canto fermo (1774); Saggio fondamentale di contrappunto fugato (1775) con copiosa antologia musicale

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dei sece. xvı e xvıı; Compendio della teoria dei numeri per uso del musico o Regole per gli organisti per accompagnare il canto fermo (1756). Lasciò pure memorie storiche assai erudite, alcune stampate (Napoli 1785).

Bibl.: F. Parisini, Della vita e delle opere del p. M., Bologna 1887; L. Busi, Il p. G. B. M., ivi 1891; G. Gandolfi, Elogio di G. B. M., ivi 1913; V. Premoli, Due lettere del p. Sacchi al p. M., in Rito, musicale it., 21 (1914), p. 728 sgg.; D. Speranio, Il p. G. B. M., in Miscell. francese., 17 (1916), pp. 158 sgg.; 18 (1917), p. 23 sgg., 101 sgg.; A. Panchard, Ein italien. Musik-theoretiker, P. G. B. M., Lugano 1941.

Lavinio Virgili

MARTINI, Raimondo: v. Raimondo martini.

## MARTINI, Si-

mone (Simone di Martino). - Pittore, n. a Siena, secondo il Vasari nel 1284, m. ad Avignone nel 1344. Insieme con Pietro ed Ambrogio Lorenzetti è uno dei maggiori esponenti di quella scuola senese che, iniziata alla fine del ' 200 da Duccio di Boninsegna, si svolge, non senza reciproci influssi, accanto alla scuola giotesca fiorentina, per tutto il ' 300 e buona parte del ' 400 . Egli compie la transizione dal romani-co-bizantino al gotico già iniziata da Duccio e crea una corrente pittorica che, rifluita in Francia tramite l'opera dello stesso S. M. e dei seguaci ad Avignone, contribuisce in larga misura alla formazione di quella nuova fase della pittura d'oltraipe (nota sotto il nome di "gotico internazionale") che si matura nei primi decenni del ' 400 e si diffonde subito anche in Italia.

L'attività documentata del M. s'inizia con l'affresco della Maestà (Siena, Palazzo pubblico). Dipinto nel 1315, quando il pittore aveva, secondo la probabile cronologia vasariana, già trent'anni, esso rivela un artista compiutamente formato ed in grado di competere con l'ancor vivo Duccio di Boninsegna, autore del polittico della Maestà del Duomo. Se nulla si sa degli esordi di S., le opere rimaste indicano chiaramente come egli si sia educato nella cerchia di Duccio dal quale trasse non solo lo schema compositivo e taluni elementi tipologici della Maestà, ma anche e soprattutto il valore di certe notazioni plastiche che a Duccio venivano dalla sua educazione classiconeoellenistica. A tale convincimento sono ispirate le moderne attribuzioni riferite al periodo giovanile del M. : opere che, o implicano, come il trittico di Boston (Museum of Fine Arts, Crocifissione tra a. Nicola e s. Gregorio) una collaborazione con il maestro (al quale spetterebbe la parte centrale), o palesano chiari influssi di lui, come il Redentore della Vaticana, quello di Napoli (Pinacoteca) e la Maestà di Massa Marittima (Cattedrale), generalmente ascritta a Segna di Bonaventura, seguace diretto di Duccio.

Da Duccio, S. M. trasse anche l'impulso ad osservare i modi della pittura gotica francese, penetrati in Italia attraverso le opere di ministori e di pittori vetrai, e ne apprese l'elegante linearismo che gli servì a superare le ultime sopravvivenze bizantine ancora presenti nel maestro. L'arte del M. ondeggia, dolcemente inquieta, tra accenti di più rigoroso plasticismo e di più persuasiva spazialità e delicati intarsi di colorismo in superfice. I primi
sono evidenti nella Maestà, tanto più costruita ed articolata che non l'analoga composizione duccesca; i secondi appaiono nella pala del S. Ludovico che incorona Roberto d'Angià (Storie del Santo nella predella, firmata: Napoli, Pinacoteca, già in S. Lorenzo Maggiore) databile al 1317 ed eseguita probabilmente a Napoli dove il Re angioino, proprio in quell'anno, assegnava una pensione al pittore, e dove questi ebbe certo modo di appesfondire la sua conoscenza della cultura gotica francese largamente diffusa in quella corte; e ricompaiono pochi anni appresso, nel 1321, nella parziale ridipintura che Simone esegui delle figure centrali della Maestà (la Madonna con il Bambino e le due sante più vicine), che presentano una consistenza pittorica molto più tenue del rimanente della composizione. In questo periodo centrale della sua attività, tuttavia, Simone tende più spesso a fondere i motivi della sua visione in un elegante compramusso, tra il ritmo lineare e la delicata evidenza del rilievo, come appare nel polittico del Museo di Pisa (firmato e documentato all'anno 1320; già in S. Caterina) in quello di Orvieto (Museo Civico, firmato e con-
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(fot. Anderson)
Martini, Simone (Simone di Martino) - Miracolo e morte di s. Ludovico di Tolosa. Predella dell'Incoronazione di Roberto di Napoli - Napoli, Museo, Pinacoteca.
trassegnato da una data poco leggibile, già in S. Domenico) ed infine in quello di Boston (collezione Gardner, già ad Orvieto, collezione Mazzocchi) : opere tutte per le quali si discute la probabilità di un intervento del cognato Lippo Memmi.

Una menzione a parte merita l'affresco di Guidoriccio da Fagliano (1328, Siena, Palazzo Pubblico) : in quanto che sull'effetto cromatico dei bianchi e dei neri, risaltanti nella gualdrappa del cavallo e nelle vesti del cavaliere, domina il senso illimitato dello spazio.

Da più di un secolo la storiografia è unanime nel riconoscere a Simone gli affreschi con le Storie di s. Martino nella cappella dedicata a questo Santo della chiesa inferiore di S. Francesco in Assisi. Riferibili al periodo compreso tra il polittico pisano e l'affresco del Guidoriccio, gli affreschi ripresentano vigorosi gli elementi plastici della prima redazione della Maestà, accompagnati da spunti prospettici altrettanto efficaci e da uno studio vivace degli interni abitati e dei costumi, che doveva essere seme, nell'arte senese, di una corrente di gusto largamente diffusa, alla quale aderirono per primi i due Lorenzetti. Agli affreschi della cappella di S. Martino vanno uniti due affreschi con figure di Santi, in funzione di palittici, anch'essi nella chiesa inferiore, le vetrate della cappella di S. Ludovico, il cui disegno spetta con ogni probabilità allo stesso Simone, mentre per quelle della cappella di S. Martino si ammette per lo più l'intervento della scuola; il trittico di Altomonte (Calabria), recentemente pubblicato dal Paccagnini, nel quale però solo la parte centrale rappresentante un S. Ladislao si può con probabilità ascriveze a Simone; ed infine il paliotto del Beato Agostino Novello (Siena, S. Agostino) che, reintegrato nell'aspetto primitivo da un felice restauro, viene oggi, dopo agitate vicende d'attribuzione, almeno in parte (la figura del Santo), concordemente riconosciuto come opera del M.

Un'altra vetta è raggiunta con l'Annunciazione degli Uffizi (datata al 1333 e recante, oltre il nome di Simone, anche quello di Lippo Memmi al quale devono spettare le figure laterali di S. Ansano e Giuditta; già nel Duomo) preludente con immediata evidenza alle opere dell'ultimo

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periodo nelle acute spezzature dell'orlo del manto, che ritmicamente accompagnano, accentuandolo, il sensitivo ritrarsi della Vergine all'angelico annuncio.

Nel 1339 Simone partì per Avignone, dove strinse amicizia con il Petrarca, per il quale dipinse un ritratto di Laura, e dove con ogni probabilità rimase fino alla morte. L'evoluzione stilistica, preannunciata dalla pala degli Uffizi, ore si precisa in una ricerca del movimento drammatico e dell'espressione patetica, per la quale spesso si è invocato l'influsso di P. Lorensetti. Scomparsi o ridotti a frammenti quasi illeggibili gli affreschi dell'atrio della cattedrale di Avignone (scomparso il S. Giorgio che libera la principessa di cui rimane una descrizione; rovinatissimi la Madonna e angeli e il Cristo benedicente), tali caratteri appaiono soltanto nelle drammatiche scene del polittico Stefaneschi (disperso tra i Musei di Anversa di Berlino e del Louvre, firmato), nelle guizzanti figurette dell'Allegoria virgiliana nel Codice Ambrosiano, la corrucciata S. Famiglia del Museo di Liverpool (firmata e datata 1342), e nelle opere che vengono generalmente ascritte a questo periodo, quali l'Annunciata Stroganoff (Leningrado, già a Roma), il S. Giovanni Evangelista Bekoff (Parigi) : l'incanto trasognato si è rotto per dar luogo ad una realtà vivace ed agitata e, a volte, corrucciata e convulsa.

Oltre i citati, vanno sotto il nome di Simone i seguenti dipinti: Altenburg, Museo Lindenau, S. Giovanni Battista; Avignone, Museo Calvet, due frammenti di un affresco che rappresentava forse un'Annunciazione; Bruxelles, Collezione Stoclet, Cristo benedicente, Madonna Annunciata; Cambridge, Museo Fitzwilliam, S. Michele tra s. Ambrogio e s. Agostino (trittico); Cambridge (USA), Museo Fogg, Crocifisse; Nuova York, Metropolitan Museum (già a Roma, coll. Sterbini), S. Giovanni Evangelista; Orvieto, Museo dell'Opera del Duomo (già in S. Francesco), Madonna con il Bambino (parte centrale di polittico alla quale, secondo il Toesca, va unito il pannello Liechtenstein con la S. Caterina); Roma, Museo di Palazzo Venezia, Madonna e Bambino (per lo più assegnata a Lippo Memmi); S. Casciano, chiesa della Misericordia, Crocifisso; Firenze, Settignano, collezione Berenson, S. Lucia, S. Mad-
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(Vol. 201001) Martini, Simone - S. Antonio e s. Francesco. Affresco nella chiesa inferiore di S. Francesco - Assisi.
dalena (pannelli di polittico); Siena, Pinacoteca, n. 36, Crocifisso; Siena, Palazzo pubblico, Croce dipinta; Venezia, collezione privata, Redentore (cuspide di polittico); Vienna, collezione Liechtenstein, S. Caterina. - Vedi tav. XVII.

BibL.: F. Mason Perkins, s. v. in Thieme-Becker, XXXI (1937), p. 64 sgg. con la bibl. precedente; A. De Rinaldia, S. M., Roma 1938; P. Pecchiai, Annotazioni alla vita vasariana di S. M., I, Milano 1938, p. 441 sgg.; A. Peter, Quand S. M. est-il venu en Avignon, in Gazette des beaux arts, 1939, p. 123 sgg.; A. H. Cornette, Introduction aux maltres anciens du Musée Royal d'Anvers, Anversa-L'Aia 1939, p. 1 sgg.; E. Carli, Difesa di un capolavoro, allegato al n. 182 di Demus, 1943; P. Bacci, Fenti e commenti per la storia dell'arte senese, Siena 1944, p. 113 sgg.; E. Carli, Capolavori dell'arte senese, Firenze 1946, p. 32 sgg.; L. Coletti, I primitivi, II, Novara 1946, p. 227 sgg.; G. H. Edgell, A Crocifision by Duccio with wings by S. M., in The Burlington Magazine, 86 (1946), p. 107 sgg.; O. Morisani, Pittura del Trecento in Napoli, Napoli 1947, p. 17 sgg.; A. Santangelo, Catalogo del Museo di Palazzo Venezia, I, Dipinti, Roma 1947, pp. 25-27; G. Paccagnini, An attribution to S. M., in The Burlington Magazine, 90 (1948), p. 75 sgg.; [C. Brandi], Catalogo della VI mostra dell'Istituto centrale del Restauro, Roma 1949, p. 13 sgg.; L. Coletti, The early works of S M., in The Art Quarterly, 12 (1949), p. 291 sgg.; P. Toesca, Il Trecento, Torino 1951, p. 519 sgg. Amalia Mezzetti

MARTINIANA, Carlo Giuseppe Filippo della. - N. a 'Torino il 19 giugno 1724, m. a Vercelli il 7 dic. 1802. Fattosi prete, fu direttore di spirito nell'Università di Torino; nel 1757 vescovo di S. Giovanni di Moriana. Pio VI nel Conclatore del 1° giugno 1778 lo creò cardinale e nell'anno successivo lo nominò arcivescovo di Vercelli.

Si incontrò poi con Pio VI quando, nel viaggio di deportazione in Francia, il 23 apr. 1799, sostò a Crescentino presso Vercelli e fu l'ultimo porporato che si incontrò con quel Pontefice. Il 20 maggio 1800 , appena ritornato dal Conclave di Venezia, ebbe lo storico abboccamento nel quale Napoleone, primo console, manifestò il proposito di regolare i rapporti con la Chiesa, preludio al Concordato. Pio VII si affrettò a secondare tale buona disposi