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o, essendo di certo spuric le due decretali attribuitegli dallo Pseudo-Isidoro. D'altra parte, intorno alla condotta di M. durante la persecuzione di Diocleziano han circolato voci sfavorevoli, che sono anche state raccolte in alcuni scritti e sembrano confermate dall'assenza del suo nome in documenti in cui ci si attenderebbe di trovarlo. Occorre quindi esaminare le varie testimonianze, negative e positive, per giudicare della consistenza di tali voci e della legittimità di avanzare dei dubbi.

Il nome di M. è omesso nella Depositio Martyrum, nel Martirologio geronimiano e nella maggior parte dei cataloghi papali dei secc. v-vir. Sta invece al suo posto nel Catalogus Liberianus e nella Depositio Episcoporum al 16 genn. Siccome però in tale giorno il Martirologio gerominiano riporta la deposizione di papa Marcello, qualche studioso ritiene che nella Depositio Episcoporum debba leggersi Marcello e non M.

I donatisti han ripetutamente accusato M. di debolezza nella persecuzione: consegna delle Scritture e offerta di incenso agli idoli. Questa accusa, lanciata verso il 400 da Petiliano, vescovo di Costantina, e ripetuta nel Chronicon donatista del 427, è stata raccolta e sviluppata al principio del sec. vi negli Atti delle pseudo Concilio di Sinuessa, i quali narrano come in seguito alla caduta di M. che aveva offerto incenso agli idoli, si radunarono 300 vescovi a Sinuessa per giudicarlo. M. dapprima negli, poi confessò il suo peccato. Ma poiché i vescovi si rifiutarono di condannare il vescovo della prima sede, M. si scomunicò e depose da se stesso. Un ulteriore sviluppo si ha nella Passió Marcellini, ora perduta, e da questa è passato verso il 530 nel Liber Pontificalis che racconta come M. sacrificò, poi dopo qualche giorno si penti e perciò fu decapitato insieme ad altri tre cristiani e il suo corpo venne sepolto dal prete Marcello nel Cimitero di Priscilla.

E lecito da queste testimonianze concludere la caduta di M. nella persecuzione? Sembra di no. Infatti, si deve senz'altro rigettare l'accusa proveniente dai donatisti, giacché essa compare un secolo dopo il fatto: gli stessi donatisti l'hanno taciuta alla Conferenza di Car-

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tagine del 4 II e s. Agostino, che la riporta, l'ha recisamente respinta come non provata. Il Liber Pontificalis non ha alcun valore in questo genere di notizie. Gli Atti del Concilio di Sinuessa sono una evidente falsificazione, fabbricata all'inizio del sec. vi, in occasione dello scisma laurenziano, per sostenere il legittimo papa Simmaco e per provare l'assunto : «prima sedes a nemine iudicatur». Non è affatto sicuro che nella Depositio Episcoporum debba leggersi Marcelli e non Marcellini. L'omissione del suo nome nella Depositio Martyrum si spiega benissimo pensando che sia morto di morte naturale, il che, se non è confermato, non è neppure negato dal passo di Eusebio: "Magxe λ λ Ivos... 6v π α mathrm{l} вúт6v 6 8ıвүи6s π × τ ε Ω γ ρ ε v " (Hist. eccl., VII, 32). L'omissione in molti cataloghi dei papi si può spiegare con la facile confusione dei due nomi e con il fatto che, molto probabilmente, non ci sarebbe stato un papa Marcello (v.) e sarebbe quindi inteso M. sotto il nome di Marcello. L'omissione, infine, nel Mar tirologio geronimiano significa solo che il suo culto era poco propagato. Del resto è certo che M. ha ricevuto il culto presso il suo sepolcro. Dunque la questione della caduta di M. non avrebbe alcun fondamento. Di conseguenza, non ha senso la teoria del Caspar che vede in quelle omissioni una "damnatio memoriae", simile a quella che era in uso nell'Impero. Nella Chiesa tale procedimento non fu mai in vigore, poiché la legittimità dei vescovi si fondava proprio sulla loro successione e continuità. E se dopo il sec. Iv invalse presso gli orientali, sotto l'influsso della corte bizantina, la espunzione del nome di qualche vescovo dai dittici liturgici, mai ne fu cancellato il nome dai cataloghi vescovili.

BibL.: Le lettere attribuite a M. in PL 7, 1083; Jaffé-Wattenbach, p. 23; Lib. Pont. I, pp. LxxiII sg., xcix, testo della 1 e ed., p. 72 sg., 2ᵃ ed., p. 162 sg.; Catal. Liber., ibid., p. 6; Depositio Episcop., ibid., p. 10; vari cataloghi dei papi, ibid., pp. 14-41; Acta SS. Aprilis, III, Anversa 1668, pp. 412-14; le accuse dei docatisti in s. Agostino, Contra litt. Petil., II, 92, 202 : PL 43, 323; De unico baptismo, cap. 16 : ibid., 610 : Atti del Concilio di Sinuessa in Mami, I, 1250; Th. Mommsen, Ordo et spatia episcoporum romanorum, in Neues Archiv, 21 (1896), pp. 350-53; L. Duchesne, Storia della Chiesa antica, trad. it., II, Roma 1911, pp. 58-60; E. Caspar, Geschichte des Papsttums. I, Tubings 1930, pp. 97-99; F. X. Seppelt, Der Aufstieg des Papsttums, Lipsia 1931, p. 70 sg.; E. Amano, Marcellin, in DThC, IX, 1999 sgg.; H. Leclercq, Mar. cellin, in DACL. X, 1762-73.

Vincenzo Monachino
MARCELLINO, PRETE. - Scrisse insieme con Faustino il cosiddetto Libellus precum. Il titolo originale è De confessione verae fidei, indirizzato (383-84) agli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio, per protestare contro le misure che erano state prese contro gli aderenti di Lucifero di Cagliari.

Questo scritto è la fonte principale per la storia del caso. La pubblicazione ebbe successo. In un rescritto dell'anno 384 Teodosio si dichiarava contrario alle misure contro i compagni di Gregorio di Elvira e di Eraclida di Ossitinco (PL 13, 107 sg.). Sul contributo di M. alla redazione di questo scritto non si sa nulla di preciso. Isidoro di Siviglia (De vir. ill., 14) menziona come il suo autore solo M., ma Faustino è conosciuto anche da altri scritti: Adversus arianos et Macedonianos (Gennadio, De vir. ill., 16), identico con De fide adversus arianos (PL 13, 37-80), e dalla Fides Theodosio imperatori oblata (ibid., 79-80). Così la parte di M. nella compilazione del Liber precum, che è del resto debitore a Gregorio di Elvira, rimane dubbia.

BibL.: L'edizione migliore del Liber precum si trova nella Collectio Avellana (delle epistole dei pontefici ed imperatori), a cura di O. Günther (CSEL, 35), Vienna 1895, pp. 5-44. Su Faustino, v. A. Wilmart, La tradition des opuscules dogmatiques de Foebadius, Gregorius Illiberitanus, Faustinus, ivi 1908. Sulla attribuzione del Liber precum da Isidoro a M. v. G., v. Driàlovski, Isidor und Ildefons als Literaturhistoriker, Münster in V. 1898, p. 22 sgg.

Erik Peterson
MARCELLINO e PIETRO, santi, martiri. Uccisi a Roma nel 303 durante la persecuzione di Diocleziano. Nel Martirologio geronimiano sono commemorati il 2 giugno come sepolti nel cimitero ad duas lauros sulla Via Labicana, dove li ricordano tutti gli Itinerari del sec. vir. Anche i Sacramentari
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ida G. Marucchi. La cripta storica del SS. Pietro e Marcellino recentemente scoprila colla Via Labicana, in Nuovo bull. arch. crist., 1 (1888), loc. 13;
'Marcellino e Pietro, santi, martiri - "Marcellino et Petre p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p. p.

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figli ed altre quattro persone, fu accusato al preside Culciano; esposti alls. fiere e poi al fuoco, furono finalmente decapitati ed i loro corpi scppelliti presso Ossirinoo.

BibL.: Acta SS. Augusti, VI, Parigi 1868, pp. 12-15; P. Franchi de' Cavalicti, Della Passio ss. Marcelli tribuni..., in Nuova ball. di arch. crist., 11 (1905), pp. 237-67; id., Intorno alla Passio ss. M. tribuni et Petri militis, in Note agiografiche, fasc. viII (Studi e testi, 65). Città del Vaticano 1935, pp. 307-32; Martyr. Hieronymunum, p. 471: Martyr. Romanum, p. 363.

Agostino Amore
MARCELLO di Ancira. - Vescovo di Ancira (Ankara), m. ca. il 374, conosciuto nella storia del scc. Iv per avere egli, nella lotta contro l'arianesimo e nell'intento di salvaguardare la consustanzialità delle Persone divine, talmente insistito sull'unità di Dio da sviare nel modalismo (v.), negando la distinzione reale delle stesse Persone.

Nel 314 assiste come vescovo al Concilio di Ancira (Mansi, II, p. 534). Nel 325 è presente al Concilio di Nicea in cui sta dalla parte di Atanasio, opponendosi agli ariani (Atanasio, Apol. c. ar., 23 : PG 25, 288). Nel 335 a Tiro e a Gerusalemme si oppone alla deposizione di Atanasio e alla riammissione di Ario. Verso lo stesso tempo scrive contro il semiariano Asterio la sua opera maggiore (titolo originale dubbio) di cui Eusebio di Cesarea ha conservati parecchi frammenti nella refutazione che ne fece (Contra Marcellum: De ecclesiastica theologia). Nel 336 un Sinodo di Costantinopoli, composto in maggioranza di arianizzanti, condanna l'opera di M. come cretica, anatematizza M. stesso e, probabilmente già allora, lo depone; gli si rimprovera d'essere infetto di sabellianismo, d'insegnare che il Figlio di Dio ebbe principio con la nascita di Maria e che il suo regno finirà con la fine del mondo (Sozomeno, Hist. eccl., II, 33 : PG 67, 1028 sg.). Dopo la morte di Costantino (337) torna per breve tempo ad Ancira, ove hanno luogo dei torbidi (Atanasio, Apol. c. ar., 33 : PG 25, 304). Nel 338-39 viene nuovamente condannato da un Sinodo di Costantinopoli e accusato a Roma (ibid., 32, 301). Scrive una lettera al papa Giulio I (Epifanio, Haer., 72, 2: ibid., 42, 384-88); nell'estate del 339 è a Roma ove ottiene l'assoluzione da un sinodo romano (Atanasio, Apol. c. ar., 20, 32 : PG, 25, 280; 301). Nel 342-43 è presente al Sinodo di Sardica ed è nuovamente condannato dalla fazione ariana ( diario, frg. 3 : PL 10, 658 sgg.), ma assolto dagli occidentali (ibid. 2, 636-38). Negli anni seguenti subisce nuove reiterate condanne dagli orientali, in specie nel Sinodo di Antiochia del 345, nella formola detta macrostica o lunga (L. Hahn, Bibliothek der Symbolen, Breslavia 1879, § 159 n. 6, p. 194), in cui viene condannato assieme a Paolo samosateno, a cui lo si avvicina, e al proprio discepolo Fotino, vescovo di Sirmio e francamente sabelliano. Atanasio stesso, edotto dal caso di Fotino dei pericoli della teologia di M., lo abbandona, pur sempre con un certo ritegno verso l'antico amico (Ilario, frg. 2, 21 : PL 10, 650 sg.; Epifanio, Haer., 72, 4: PG 42, 388). Gli occidentali non sembrano ancora occuparsi di M. (Ilario, frg. 2, 22 : PL 10, 651), ciò che suscita i lamenti di s. Basilio (Ep. 69, 2 : PG 32, 432). Epifanio (Haer., 72, I : ibid., 42, 381) fa vivere M. fino ca. il 374; ma non si sa come egli abbia passato gli ultimi decenni della sua vita. Solo verso il 380 , papa Damaso, senza nominarlo, condannò le sue dottrine (Anatematismo, 8 : Mansi, III, p. 483 A; Teodoreto, Hist. eccl., V, 11, 5 : PG 82, 1221), mentre il Concilio di Costantinopoli (381) lo condannò nominalmente nel suo primo canone (Mansi, III, p. 560 A ).

Se è esatta la notizia di Girolamo (De viris ill., 86 : PL 23, 729), M. scrisse parecchie opere, specialmente contro gli ariani. Nessuna comunque ci è pervenuta; ma Martin (op. cit. in bibl.) gli ha recentemente attribuito l'opera De ecclesia che passa sotto il nome di Antimo di Antiochia (ed. G. Mercati [Studi e testi, 5], Roma 1905, pp. 87-98). La teoria di M., espressa con formole complicate e sottili, è un certo modalismo (v.) o trinitarismo monarchiano, con tinte adozianiste, in cui le persone della Trinità sono solo manifestazioni diverse di una unica persona secondo le diverse fasi dell'economia della salvezza, e si tende a fare di Cristo un puro uomo in cui inabita la virtù divina. Contro il pericolo di un arianismo di colore politeista, M. insiste anzitutto sul concetto di Dio come unità assoluta ( μ ° ν dot{α} ς ), unico prosopon, Padre; il quale ha bensì eternamente in sé un Logos, ma questo non è persona distinta, ma solo forza attiva ( ε ε dot{ε} ρ γ ε ε α ) dell'unico prosopon; e in questo senso M. intende l'omousios tra il Padre e il Verbo. Al momento della creazione del mondo questo Logos procede ( σ ρ α dot{α} ρ ρ τ τ α ) dal Padre, esteriorizzandosi come dot{ε} v dot{ε} ρ γ ε α α ( ρ α σ τ ι α ) dell'unico prosopon, per una certa dilatazione ( σ λ α τ ι σ μ dot{ς} ς, dot{ε} varkappa τ α σ ι ς ) che non introduce però in Dio nessuna distinzione di persone. Nell'Incarnazione questo Logos diventa Figlio; non che avvenga allora una vera generazione in Dio, ma solo perché la carne di Cristo è generata dalla Vergine, e in essa carne l' ε ε dot{ε} ρ γ ε ι α divina, che è sempre δ ν ν dot{α} μ ε nel Padre, è principio di tutte le operazioni. Come il Logos poi era in Dio prima della creazione, così lo spirito era nel Logos prima che Cristo, dopo la Risurrezione (Io. 20, 22), lo comunicasse agli Apostoli, e solo a partire da questo momento, procedendo dal Padre e dal Figlio, egli si è esteriorizzato come forza attiva nella Chiesa dell'unico prosopon divino. Così : "la Monade si è estesa in Triade" (frg. 67 : ed. E. Klostermann, p. 197, 32 sg.). Alla fine del mondo quella forza operatrice che si è estesa dall'unica Monade, si riassorbirà nuovamente in essa, e cosi svrà fine il regno, non del Logos, ma di Cristo (I Cor. 15,28 ) e dello Spirito. E contro questo ultimo punto di dottrina che le professioni di fede antimarcelliane e i simboli aggiunsero esplicitamente il concetto di Lc. 1, 33 : cuius regni non erit finis.

Loofs ha tentato un certo momento, e non senza susseguenti variazioni e incertezze, di fare di M., assieme a Paolo samosateno, un rappresentante di quella che sarebbe stata la primeva genuina dottrina cristiana, specie di monarchiasmo modalista e adozianista. La fallacia metodologica essenziale di Loofs sta nel ritenere dottrina "cristiana ", opinioni emesse comunque un certo momento da "cristiani", senza tener conto né dei loro rapporti con i dati complessivi della Scrittura, né delle reazioni delle sfere responsabili della dottrina nella Chiesa, vescovi e romani pontefici, anche se questi condannarono espressamente tali opinioni come sviamenti. La dottrina di M. è essenzialmente, sebbene con sfumature sue proprie, il vecchio errore modalista, tante volte già prima condannato dalla Chiesa. Questo dimostra che se, nel caso di M., gli occidentali esitarono a lungo, la ragione ne va cercata non in una secreta connivenza di dottrine, ma nel non averne essi subito compreso il vero senso, e ciò sia per l'abile difesa orale che seppe farne M. con formole complesse e sottili, con proteste che si trattava solo di opinioni ipotetiche e non di affermazioni assolute (v. Ilario, frg. 2: PL 10, 636), sia per la benevolenza di cui la sua persona pro-

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fittò a lungo presso gli antichi compagni di lotta contro l'arianesimo.

Bibl.: I 129 frammenti dell'opera di M. sono stati nuovamente raggruppati da E. Klostermann nel IV vol. della sua ed. delle opere di Eusebio di Cesarea, in CB, IV, pp. 183-213. L'opera più recente su M., ma deformata da molte costruzioni aprioristiche nel senso di Loofs sullo sviluppo della dottrina cristologica e trinitaria nella Chiesa primeva, è quella di W. Gericke, Marcel von Ancyra. Der Logos-Christologe und Biblizist. Sein Verhältnis zur antischenischen Theologie und zum Neuen Testament, Halle 1940. A pp. 28-70 bibliografia critica delle opere anteriori dal 1794 al 1930. Tra queste si noti: Th. Zahn, Marcellus von Ancyra, Gotha 1887; F. Loofs, Die Trinitätlehre Marcels von Ancyra und ihr Verhältnis zur älteren Tradition, in Sitzungsberichte der K. preuss. Ahnd. der Wisenach., Berlino 1920, pp. 764-81; id., Marcellus von Ancyra, in Realencyel. für prot. Theol. u. Kirche, XII, pp. 239-63; id., Theophilus von Antiochien adversus Marcianem und die andern Quellen bei Irondus (Texte und Untersuchungen, 46, II), Lipsia 1930; G. W. Lampe, The exegesis of some biblical texts by Marcellus of Ancyra and Pseudo-Chrisusism's homily on Ps. 96, 7, in Journal of theological studies, 49 (1948), pp. 169-75; M. Richard, Un opuscule méconnu de Marcel évêque d'Ancyre, in Mélanges de science religiruse, 6 (1949), pp. 5-28.

Cipriano Vagaggini
MARCELLO, vescovo di Apamea, santo, martire. - Secondo le fonti orientali n. a Cipro da buona famiglia, m. nel 389 . Si avviò alla magistratura, poi, chiamato ad Apamea dal vescovo Giovanni, gli successe dopo il 38 I .

Durante i pochi anni del suo episcopato, si adoperò con grande zelo per abbattere l'idolatria e distruggere i templi. In una di queste azioni, nel borgo di Auloni presso Apamea, essendo rimasto alquanto in disparte dai soldati intenti ad abbattere un tempio, fu sorpreso da un gruppo di pagani che lo uccisero. Più tardi furono scoperti gli autori del misfatto, ma un Sinodo provinciale vietò che fossero puniti, come richiedevano i figli di M., poiché dovevano stimarsi onorati di essere figli di un martire. E venerato presso i Greci e i Latini il 14 ag.

Bibl.: Sozomeno, Hist. eccl., VII, 12; Teodaretto, Hist. eccl., V, 21; Synaxarium Constantinopolitanum, p. 891; Acta SS. Augusti, III, Parigi 1867, pp. 151-56; H. Delehaye, Saints et reliquaires d'Apame, in Anal. Boll., 23 (1935), pp. 252-56; Martyr. Romanum, p. 338.

Agostino Amore
MARCELLO, Benedetto. - Musicista, n. a Venezia il 24 luglio 1686, m. a Brescia il 24 luglio 1739. Conseguì la laurea in giurisprudenza per cui poté ricoprire importanti uffici pubblici. Fu membro del Gran Consiglio della Repubblica veneta, poi provveditore della Serenissima a Pola ed infine (nel 1738) camerlengo a Brescia.

Fin dalla gioventù si dedicò con passione allo studio della musica, seguendo gli insegnamenti di Antonio Lotti e del compositore lucchese Francesco. Gasperini. Coltivò dapprima il genere gaio e dilettevole delle cantate profane, dei madrigali e delle serenate. Scrisse anche concerti grossi a 5 strumenti, sonate per violoncello, per flauto e per clavicembalo. Più tardi tentò anche il genere teatrale con un melodramma a intreccio scenico-musicale: Arianna, rintracciato e pubblicato nel 1883 da Oscar Chilesotti. Scrisse anche oratóri, lamentazioni, mottetti e messe delle quali la più nota è quella a 4 voci ed organo, dedicata a papa Clemente XI. Compose pure un oratorio allegorico: Il trionfo della poesia e della musica nel celebrarsi la morte, la esaltazione e la coronazione di Maria.

Trovandosi egli nella chiesa dei SS. Apostoli, una lastra di pietra sepolcrale gli si spezzò sotto i piedi, per cui cadde nella tomba sottostante. Uscito illeso, promise di dedicare il suo talento musicale a soggetti religiosi. Pertanto, tra il 1724 e il 1727 compose e musicò una parafrasi dei primi 50 salmi di David, su testo italiano di G. Ascanio Giustiniani, e la intitolò Estro poetico-armonico. Ogni salmo comprende recitativi, arie e coro. Il numero delle voci varia da salmo a salmo; vi sono quindi duetti, terzetti e il coro è a 2,3 ed anche 4 voci. V'è sempre un basso continuo per l'organo accompagnatore, mentre per alcuni salmi sono messe le parti per due viole e un vio-
![img-1.jpeg](img-1.jpeg)
(frr. Pont. esmw. accs. crist.) Marcello I, papa, santo - Affresco appartemente alla serie dei pontefici nella basilica di S. Paolo (sec. IX) - Roma.
loncello. Il M. in tale opera si giovò anche di antiche melopee ebraiche che aveva forse ascoltate nelle sinagoghe veneziane. Esso costituisce un complesso di cantate di nobile fattura ed ispirate alle buone tradizioni della musica sacra, benché la maniera stilistica del 'roo vi affiori ogni tanto. B. M. scrisse anche due pregevoli trattati: uno sulla Teoria musicale ordinata alla moderna pratica e Il teatro alla moda, ossia metodo sicuro e facile per ben comporre ed eseguire le opere italiane in musica (1720?). In quest'ultimo scritto, polemico e satirico, il M. espone con un umorismo vivace e pungente le condizioni del mondo teatrale del suo tempo: le mode, i gusti, i capricci, gli arbitrii, le sciocche incongruenze dell'ambiente, il servilismo di poeti e delle cantanti, tutto ciò insomma che rappresentava la decadenza nella produzione melodrammatica della prima metà del sec. xviII.

Bibl.: G. Sacchi, B. M., Venezia 1789; C. Chilesotti, I maestri del passato, Milano 1882, pp. 83-91; L. Busi, B. M., Bologna 1884; E. Fondi, La vita e l'opera letteraria del musicista B. M., Roms 1909; A. Della Corte, La morale d'una satira, in Il pianoforte, 2 (1921), p. 33 sgg.; A. D'Angeli, B. M. Vita e opere, Milano 1940.

Lavinio Virgili
MARCELLO I, PAPA, santo. - Romano d'origine, successe a Marcellino nella Sede Romana, dopo alcuni anni di sede vacante, a causa dapprima della persecuzione di Diocleziano e poi dell'instabilità politica. Il suo pontificato dovrebbe porsi negli aa. 308-309; è meglio tuttavia non voler precisare troppo la cronologia.

E probabile che M. sia stato il presbitero-capo già durante la vacanza. Il Lib. Pont., I, p. 164 fa di M. il riorganizzatore della Chiesa romana dopo i guasti della persecuzione con l'attribuirgli la divisione della città in 25 titoli, per la preparazione dei catecumeni al Battesimo e dei fedeli caduti alla Penitenza e per la cura dei sepolcri dei martiri, e in genere dei cimiteri cristiani. La persecuzione di Diocleziano, come già quella di Decio, aveva prodotto un grande numero di «lapsi». Quando M., conscio del suo dovere, volle imporre loro la penitenza, il partito lassista capeggiato, come attesta l'epigramma damasiano (A. Ferrua, op. cit. in bibl., n. 40, p. 181), da uno che aveva apostatato al tempo della pace, provocò gravi disordini in seno alla comunità cristiana. L'imperatore Massenzio, vedendovi un pericolo per l'ordine pubblico,

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(fol. Gus. fot. naz.)
RITRATTO DI CLEMENTE IX.
Roma, Pinacoteca Vaticana.

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![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(1st. Jilumri)
PIVIALE RICAMATO, DONO DI NICCOLO IV AD ASCOLI (1288-92) - Ascoli Piceno, Pinacoteca.

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![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(fot. Goh. fot. naz.)
![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(fot. Goh. fot. naz.)
In alto: CENTRO ORNAMENTALE DI VÒLTA A STUCCO di Federico Brandani (sec. xvi) Urbino, Palazzo ducale. In basso: TRANSITO DELLA VERGINE. Tavola di scuola marchigiana (sec. xiv) - Ancona, Pinacoteca.

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![img-6.jpeg](img-6.jpeg)

In alto e in basso: EPISODI DELLA VITA DI S. MARCO. Musaico della fine del sec. (int. Anderson) Venezia, basilica di S. Marco. XII.

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mandò M. in csilio, ove morì. Il suo corpo fu trasportato a Roma e deposto nel cimitero di Priscilla.

A M. ascrive il Liber Pontificalis la fondazione del cimitero di Novella sulla Via Salaria. A lui si deve, con tutta probabilità, la fondazione del Titulus Marcelli, a spiegare la cui origine sorse poi la leggenda, raccolta nella Passio Marcelli (Acta SS. Ianuarii, II, pp. 3-14) e nel Lib. Pont., I, p. 164, che Massenzio avrebbe trasformato la chiesa in scuderia e vi avrebbe condannato M. a far da stalliere, nel qual servizio morì di strapazzi. Il Martirologio e il Breviario romano lo ricordano il 16 genn.

Ciò è quanto narrano le fonti riguardo a M. Non sarà però fuori luogo porsi la domanda: è proprio sicuro il pontificato di M. ? La questione è stata esaminata dal Mommsen, studiando i dati cronologici forniti dal Catalogo Liberiano e dall'Index che sta a base dei vari catalogi papali dei accc. v-cti. Il Liberiano, seguito dal Liber Pontificalis, pone Marcellino e M. e registra tra l'uno e l'altro una vacanza di 7 anni, 3 mesi e 25 giorni, il che porterebbe l'inizio del pontificato di M. al 311-12, l'Index invece ha un solo Papa, che nel catalogo 5° è chiamato Marcellino, negli altri M. Questo ed altri fatti fanno suggerire la soppressione del pontificato di M. Tale conclusione sembra conficrmata dalle seguenti constatazioni: la Depositia episcoporum, il Chronicon di Eusebio e quello di s. Girolamo, Ottavo di Milevi e alcuni storici orientali posteriori riportano solo il nome di Marcellino; s. Agostino invece con alcuni storici orientali solo quello di M. Inoltre, i vari documenti parlano di un solo sepolcro, di Marcellino o di M., nel cimitero di Priscilla; fa eccezione il Liber Pontificalis, che parla di due sepolcri, ambedue però in Priscilla. I documenti liturgici, infine, conoscono una sola festa. Tutti i documenti dunque, eccettuato il Liberiano e il Liber Pontificalis, che da esso dipende, attestano un solo pontificato. Orbene, non può mettersi in dubbio il pontificato di Marcellino, iniziato ben otto anni prima della persecuzione. Sarebbe quindi quello di M. che dovrebbe essere cancellato. Si nega con ciò anche l'esistenza di M. ? No. Egli può essere stato il fondatore del cimitero di Novella e del Titulus Marcelli e può anche aver avuto funzioni direttive durante l'interregno e come tale può aver preso qualche iniziativa per la penitenza dei «lapsi», e siccome le sue funzioni durarono alcuni anni può essere stato creduto da qualcuno come vero papa. Non deve neppure far meraviglia che nei documenti siano stati confusi i due nomi, giacché simile confusione si nota per molti altri nomi aventi suono identico o simile. Tutto, perciò, sembra suggerire la soppressione del pontificato di M.

Bial.: Lib. Pont., I, pp. scix-c. 6 sg. (cat. lib.); 14-41 i vari cataloghi; 72-74 (I red.); epigramma di Damaso, in A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 40, p. 181; la leggenda, in Acta SS. Ianuarii, II, Anversa 1643, pp. 3-14 e B. Mondratius, Sanctuarium, II, pp. 169-73; Th. Mommsen, Ordo et spatia episcoporum Romanorum, in Neues Archiv. 21 (1806), pp. 332 337; J. P. Kirsch, Die römischen Titelkirchen im Altertum, Paderborn 1918, pp. 77-80; E. Caspar, Kleine Beiträge zur ältern Papstgeschichte, I. Die römischen Bischöfe der diabletianischen Verfolgung, Marcellinus und Marcellus, in Zeitschr. für Kirchengeschichte, 46 (1927), pp. 321-33; id., Geschichte des Papsttums, I. Tubinga 1930, pp. 99-101; V. Monachino, La cura pastorale a Milano, Cartagine e Roma nel sec. IV, Roma 1947, pp. 282. 298-300; E. Amann, s. v. in DThC, IX, col. 1991 sg.; H. Leclercq, s. v. in DACL, X, coll. 1723-60. Vincenzo Monachino

MARCELLO II, PAPA. - N. a Montepulciano il 6 maggio 1501, m. a Roma il 1° maggio 1555. Figlio di Ricciardo Cervini, scrittore della Penitenzieria Apostolica sotto Innocenzo VIII, fece i suoi studi a Siena.

Mandato poi a Roma per ultimarli, Clemente VII lo incaricò di compiere quella correzione del calendario che il padre Ricciardo aveva iniziato al tempo di Leone X : il lavoro fu portato a termine nel 1525 . La peste del 1526 fece richiamare M. presso la famiglia, e la guerra della Lega di Cognac gli impedì, per allora, di tornare a Roma. Fervido cultore delle discipline umanistiche, M. tradusse in italiano il De amicitia di Cicerone, in latino Euclide e altri autori greci; già durante quel primo soggiorno romano egli si era fatto molti amici fra i letterati e gli scienziati del tempo, con i quali mantenne cordiali rapporti per tutta la vita. Trasferitosi nuovamente a Roma nel 1531, vi rimase un anno, accolto con particolare bencvolenza dal card. Farnese. Questi, dopo la sua elezione al papato, lo chiamò presso di sé e gli affidò l'educazione del nipote, il giovane card. Alessandro.

Quando nel 1538 la direzione degli affari di Stato fu da Paolo III assegnata al cardinal nipote, M., come primo segretario di questo, esercitò una funzione di primaria importanza nella politica pontificia. Nel 1539 M. accompagnò il card. Alessandro nella sua legazione alla corte imperiale. Nello stesso anno il Papa gli assegnò l'amministrazione del vescovato di Nicastro, che egli permutò l'anno seguente con quella di Reggio Emilia. Il 10 dic. 1539 M. fu nominato cardinale, con il titolo di S. Croce in Gerusalemme. M. rimase a Bruxelles fino al sett. 1540. Nelle sue funzioni di vescovo, M. esplicò una intensa attività riformatrice, e nella relazione sulle cose di Germania additò nella decadenza del costume ecclesiastico la causa principale della alienazione dei Tedeschi dalla Chiesa. Nel 1541 accompagnò il Papa al Convegno di Lucca con Carlo V, e due anni dopo fu mandato come legato dall'Imperatore. Nel 1544 mutò nuovamente la sua sede vescovile, passando da Reggio a Gubbio. Nel 1545 fu uno dei tre legati pontifici al Concilio di Trento, dove combatté strenuamente i sostenitori della superiorità del Concilio sul Papa ed ebbe parte preminente nelle questioni dogmatiche. A Trento M. fu anche tra i più energici oppositori delle proposte dell'Imperatore in merito alle
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(fot. Alinari)
Marcello II, papa - Ritratto del card. Cervini, poi M. II, attribuito al Pontormo - Roma, Galleria Borghese.

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materie da trattare e all'ordine dei lavori, resistendo a lusinghe e a minacce; ciò che più tardi gli valse, da parte di Carlo V, l'esclusiva nominale nel Conclave che segui alla morte di Paolo III. Nel 1548 Paolo III lo incaricò di riordinare la Biblioteca Vaticana, della quale poi Giulio III lo nominò bibliotecario a vita. Membro della Congregazione dell'Inquisizione romana sotto Paolo III e Giulio III, M. fu da quest'ultimo eletto presidente della Commissione per la riforma ecclesiastica, ma avendo apertamente disapprovato la politica nepotistica del Papa, dovette ritirarsi a Gubbio. Il 10 apr. 1555 M . fu eletto papa.

Nel suo brevissimo pontificato, M. dimostrò la ferma intenzione di attuare rigidamente quei principi riformatori ai quali si era ispirata la sua attività di prelato. Vietò le feste dispendiose che si solevano celebrare in occasione delle nomine papali, rimandò l'esame di tutte le petizioni di privilegi e di grazie, limitò il numero e ridusse il trattamento dei familiari, fissò norme severissime per il conferimento di uffici ecclesiastici, ordinò che la giustizia fosse amministrata imparzialmente senza ingerenze estranee. Per eliminare ogni sospetto di nepotismo, proibi ai suoi parenti di recarsi a Roma e di risiedervi; deliberò inoltre di promulgare una bolla che comminasse gravi pene a chi alienasse beni ecclesiastici a favore di congiunti. Nella guerra di Siena tentò di compiere opera pacificatrice, rifiutando aiuti militari agli assediati e consigliandoli a cessare una inutile resistenza, mentre esortava Cosimo I a trattarli con mitezza. La morte improvvisa impedì a M. di proseguire in quell'azione riformatrice che egli riteneva un impegno inderogabile per qualsiasi pontefice.

Durante le cerimonie della Settimana Santa, M., già dal tempo del Concilio convinto della necessità di riformare la musica sacra, aveva sdegnosamente deplorato il carattere dei canti che avevano accompagnato la celebrazione del Venerdì Santo. Il Palestrina, che era uno dei cantori, ne fu indotto a comporre una Messa, che la morte del Papa gli impedì di presentargli e che per tali circostanze fu più tardi intitolata Missa papae Marcelli.

Bibl.: Pastor, VI, pp. 303-40 e passim; G. B. Mannucci, Il Conclave di papa M., Siena 1921; A. Mercati, Prescrizioni pel culto dicino nella diocesi di Reggio Emilia del vescovo card. M. Cervini, Reggio Emilia 1933; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I, Brescia 1949, passim. Roberto Palmarocchi

MARCELLO di Tangeri, santo, martire. - Centurione della Legione Traiana, decapitato a Tingia (Tangeri) nella Mauritania il 30 ott. del 298, perché, nauseato del contegno dei suoi commilitoni pagani, aveva gettato le insegne militari e si era proclamato cristiano. Il suo martirio è perciò da iscriversi alla persecuzione militare del periodo dioclezianeo, provocata da Galerio.

La Passio (BHL, 5253) riproduce il testo latino elaborato da un redattore che ebbe tra le mani gli atti ufficiali del processo e che fu testimonio oculare del fatto. Fu pubblicato la prima volta da T. Ruinart. Festa il 30 ott.

Bibl.: Acta SS. Octobris, XIII, Parigi 1885, pp. 274-84; H. Delehaye, Les Actes de st Marcel le Centurion, in Analecta Boll., 41 (1923), pp. 257-78; Martyr. Romanum, pp. 484-85.

Benedetto Pesci
MARCELLO e APULEIO, santi, martiri. - Confuse ed intricate sono le notizie che li riguardano. M. è certamente un martire di Capua, A. invece è sconosciuto alle antiche fonti agiografiche. Il primo è commemorato nel Martirologio geronimiano il 7 ott. e la sua immagine era riprodotta nei musaici della chiesa di S. Prisco a Capua. Alla stessa data tutti e due sono ricordati nel Sacramentario gelasiano e in un calendario del sec. vit. La notizia del Marti-
rologio romano proviene da quello di Adone che confuse i due Santi con gli omonimi della Passio Nerei et Achillei.

La Passio Marcelli et Apuleii, della quale esistono tre diverse redazioni, ha confuso martiri omonimi di Roma, Tangeri e Càscara (Mesopotamia) creando un enorme confusione. Secondo la più antica versione, M. era un centurione timorato di Dio e dedito alle opere di bene. Scoppiata la persecuzione di Tiberio, insieme con il servo A. fu mandato dall'Imperatore, di cui era stato precettore, nelle Puglie. Giunto però a Capua fu fermato dal preside Draconzio. In occasione delle feste per l'Imperatore M. abbandonò l'esercito e si dichiarò cristiano. Il preside lo inviò quindi al prefetto del pretorio Aureliano che lo fece decapitare. Anche A. volle seguire l'esempio del padrone ed ebbe la stessa sorte.

Bibl.: Acta SS. Octobris, III, Parigi 1868, pp. 826-32; H. Delehaye, Les actes de st M. le centurion, in Anal. Boll., 41 (1923), pp. 279-87; Lanzoni, p. 190 sg., 194 sg.; Martyr. Hieronymianum, p. 544; Martyr. Romanum, p. 439 sg.; D. Mallarda, Il calendario marmoreo di Napoli, Roma 1947, p. 77 (estratto da Ephemerides liturgicon, 1945-46).

Apostino Amore
MARCH, Auslas. - E il poeta più rappresentativo del rinascimento catalano, n. a Valenza nel 1397 ca., m. ivi nel 1459.

Le sue 128 poesie divise in Cants de amor, de la mort e morals, più che a un petrarchista fanno pensare a un trovatore in ritardo, così evidente è l'influsso dei poeti di Provenza. Cantò l'amore, ma con angoscia e rimorso e solo si rasserenà con la morte della donna amata. Il vertice della sua ascensione religiosa è segnata dal Cántico espiritual: ansiosa brama di morte e invocazione a Dio perché il poeta possa contare e salvarsi. Lo stile, prevalentemente severo, talora assume movenze di chiara eleganza, mentre, tra sottigliezze di pensiero e complessità metriche, sviluppa un'assidua e spietata esplorazione interiore, frutto della famigliarità di M. con la scolastica. Notevole la sua devozione alla Vergine. Dei poeti catalani, dopo il Llull e prima del Verdaguer (v.) nessuno ha raggiunto la sua fama e la sua grandezza.

Bibl.: Ed.: A. M., Obras a cura dell'Institut d'estudis catalans, Barcellona 1907; Obras d'A. M. a cura di A. Papis, 3 voll., ivi 1908-1909. Studi: L. Nicolau D'Olwer, Resum de literatura catalana, ivi 1927, p. 31 sgg.; autori vari, Le génie d'oc et l'homme mediterranéen, Marsiglia 1943, pp. 177 e 183-85.

Sergio Zanotti-*
MARCHANT (Marchantius), Jacques. - Teologo, sacerdote della diocesi di Liegi, n. a Couvin (Namur) ca. il 1585 , m. ivi nel 1648 . Dal 1616 fu parroco del suo villaggio nativo e dal 1630 arciprete di Chimay. E fra i più celebri scrittori di teologia pastorale del suo tempo.

Scritti : Hortus pastorum sacrae doctrinae floribus polymitus exemplis selectis adornatus (3 voll., Mons 1626-27); Candelobrum mysticum (trattato dei Sacramenti, ivi 1629); Tuba sacerdotalis (trattato dei vizi capitali, ivi 1632); Resolutiones pastorales de praeceptis, vitiis capitalibus et de Sacramentis (ivi 1635); Rationale evangeliaantium (2 voll., ivi 1637); Vitis florigera de palmitibus electis odorem spiraus suavitatis (vite dei santi, 2 voll., ivi 1639); Opuscula pastoralia de diversis sive commixtum migma (2 voll., ivi 1641-45). Una traduzione francese dei suoi scritti fu edita dal Vivès (13 voll., Parigi 1865-67).

Bibl.: T. J. Lamy, s. v. in Biographie nationale de Belgique. XIII, coll. 447-50; C. I. Couvin, 2 M., cavi de Couvin et doyen du Concilie de Chilmay, in Rev. diocés. de Namur. 4 (1949), pp. 380-87.

Jaroslav Skarvada
MARCHE. - Le M. (o la Marca), cosiddette dalla posizione di confine che nell'alto medioevo il paese aveva rispetto ai possessi bizantini, corrispondono al versante adriatico dell'Appennino fra i fiumi Foglia e Tronto, che le definiscono rispettivamente verso la Romagna e l'Abruzzo.
I. Geografia. - All'interno i limiti della regione fisica coincidono con lo spartiacque fra Adriatico e Tirreno,

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(propr. Enc. Coll.)
Marche - 1) Confini di Stato; 2) confini di regione; 3) confini di province; 4) confini di circoscrizione ecclesiastica; 5) strade; 6) ferrovie; 7) oratori; 8) pievi; 9) badie.
ma quelli amministrativi in più luoghi se ne allontanano. Le M. sono un paese di colline e di medie montagne, che s'affaccia al mare con una costa bassa ed importuosa, salvo che in corrispondenza al promontorio del Conero, dove il litorale descrive un gomito (grecamente detto ankon, onde il moderno Ancona). Nell'interno la regione risulta di una serie di crinali orientati in senso normale all'asse dell'Appennino, separato da valli le cui acque hanno carattere più di torrenti che di fiumi.

L'economia delle M. è essenzialmente agricola ( 66,6 \% della popolazione vi è impegnata), ma con crescente partecipazione di attività industriali e commerciali. Oltre ai cercali vi sono diffuse le colture della barbabietola da zucchero, della vite e dei bozzoli. Nell'allevamento prevalgono i bovini ed i suini. Tra le industrie predominano le tessili (estificio e canapificio a Jesi), la cartaria (Fabriano), le alimentari e le chimiche.

La popolazione vive in prevalenza sparsa (la relativa percentuale, 55 \%, è la più alta fra le regioni italiane); mancano perciò grossi agglomerati urbani. Solo Ancona e Pesaro oltrepassano i 50 mila ab. Ancona è il maggior porto dell'Adriatico dopo Venezia e Bari.

Bibl.: L. V. Bertarelli, Guida d'Italia del T. C. I.: le M., { }² ed., Milano 1937.

Giuseppe Caraci

| Province e capoluoghi(popolazione in 1000 ab. [1949]) |  |  | Popolazione |  |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
|  |  |  | Censimento (1936) | Valutazione <br> al 1949 |
|  |  |  |  | begin{aligned} & text { assoluta } \ & text { (1000 } \ & text { ab.) } end{aligned} |
| Ancona (82) | 49 | 1938 | 372.229 | 391 | 192,1 |
| Ascoli Piceno (46) | 72 | 2090 | 303.869 | 324 | 145,5 |
| Macerata (30) | 57 | 2774 | 290.057 | 296 | 104,5 |
| Pesaro (32) |  |  |  |  |  |
| - Urbino (24) | 67 | 2893 | 311.916 | 326 | 107,8 |
| Marche | 245 | 9695 | 1.278 .071 | 1337 | 131,8 |

II. StORIA. - Le M. furono abitate, fino dai tempi più antichi, da popoli di stirpe italica: principale, quello dei Piceni. La religione cristiana dovette essere predicata nel Piceno assai presto. Ma varia è l'opinione dei dotti intorno all'epoca in cui le città singole delle M. ricevettero la luce del Vangelo. Però dai santi propagatori della fede, dei quali, per altro, gli atti non sono sempre sicuri, sembra indubitato che sul principio del sec. iv si sia raggiunto nella

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MarchE - Arcata del ponte di Diocleziano sul Metauro. Fossombrone.
regione il pieno trionfo del cristianesimo: nel 492 il pontefice s. Gelasio I si oppose al diffondersi della eresia pelagiana.

Durante le invasioni barbariche, venuta a scindersi l'unità amministrativa, i vescovi e le abbazie rimasero quasi le sole autorità riconosciute dalle popolazioni e assommarono in sé anche i poteri civili. Questo stato di fatto, dopo la cacciata dei Longobardi, indusse evidentemente prima Pipino e poi Carlomagno a far donazione di quelle terre alla Chiesa ( 752 e 774), la quale, per altro, non poté avvalersene subito né costituire allora uno Stato che rendesse effettiva tale donazione. Già allora era sorto quale elemento disgregatore il feudalesimo. All'avvento degli imperatori di stirpe tedesca (961) cominciano ad affacciarsi i primi nomi di "marca", dal germanico Mark, cioè a confine * : si seguono, in ordine di tempo, la marca di Camerino, di Fermo, di Ancona, ecc. Oltre le famiglie feudali, concorsero a scalzare l'autorità dei vescovi e dei monasteri i Comuni: più potente degli altri quello di Ancona, che ebbe una notevole attività levantina, tenne testa a Venezia e resisté vittoriosamente al Barbarossa. La vita religiosa ebbe allora nuovo largo impulso ad opera soprattutto dei Francescani e dei Domenicani, e dovunque sorsero grandiosi templi, conventi e santuari, fra cui celeberrimo quello di Loreto.

Nello stesso tempo dei Comuni, si affermarono, nella regione, alcune grandi famiglie feudali. Cosi i Montefeltro estesero il proprio dominio a Gubbio, a Urbino, a Cagli e a Fossombrone; i signori di Varano si fecero padroni di Camerino e di molti altri luoghi; i Malatesta affermarono la loro preponderanza nel tratto compreso tra Pesaro ed Osimo, e per breve tempo dominarono anche Ancona. Ma la S. Sede non rinunciò mai ai diritti che le derivavano su quelle terre dall'antica donazione, e non lasciò passare mezzi né occasioni per riaffermarli e reclamarne
il rispetto, tanto di fronte all'autorità imperiale, quanto di fronte ai Comuni e ai signorotti locali. Alla metà del sec. xiv, di fronte a nuove usurpazioni e defezioni politiche, il card. legato Egidio D'Albornoz, con azione energica, metodica, illuminata, riusci a ristabilire nelle M. la pienezza dell'autorità pontificia: rimase allora memorabile il codice fondamentale dello Stato ecclesiastico, conosciuto con il nome di Custitutiones Aegidiones e approvato a Fano da un parlamento generale (1357).

Anche nel secolo seguente, cessato lo scisma d'Occidente, la S. Sede continuò l'opera di assistenza e di tutela dei suoi territori e, più o meno presto, riusci ad affermare ovunque la sua supremazia. Solo per un periodo di breve durata (1433-44) poterono resistere e mantenersi la signoria di Francesco Morza, estesa a quasi tutte le M., e un po' più a lungo quelle, più limitate e circoscritte, di suo fratello Alessandro a Pesaro e di Sigismondo Malatesta a Fano (1463). All'inizio del sec. xvi, Cesare Borgia, combattendo con il valore e con la perfidia, abbatté altri signorotti locali insofferenti di ubbidienza. Nel 1532, per opera del card. Benedetto Accolli, il comune di Ancona capitolava, rinunziando alla propria autonomia; più tardi, nel 1545 , la signoria di Camerino, sotto il governo di Ottavio Farnese, rientrava nello Stato pontificio; infine, nel 1631, anche il ducato di Urbino, con Pesaro e Senigallia, dopo l'estinzione della famiglia della Rovere, ritornava a far parte dei domini territoriali della Chiesa.

Così l'unità politica ed amministrativa delle M. venne, allora, pienamente ricostituita e rimase pressoché inalterata per oltre un secolo e mezzo, cioè sino alla fine del sec. xviII, precisamente sino alla primavera del 1798. Allora le M. furono occupate dai repubblicani francesi, comandati dal generale Berthier, e più tardi, dopo varie vicende ( 1808 -15), annesse al I Regno d'Italia e divise nei tre dipartimenti del Metauro, del Musone e del Tronto. Nel 1815 , alla restaurazione, restituite dall'Austria insieme alle altre province, tornarono a far parte dell'antico Stato pontificio e vi rimasero per altri 45 anni, fino a che l'invasione delle M. da parte dell'esercito sardo, la battaglia di Castelfidardo (v.) e l'assedio di Ancona (v.) obbligarono i pontifici alla capitolazione (ai sett. 1860).
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(fot. Anderson)
MarchE - Arco di Augusto - Fano.

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Poco dopo le M. divenivano province del nuovo Regno d'Italia: erano rimaste sotto la devozione e sotto l'ubbidienza della S. Sede per oltre mille anni.

Biel.: M. Lonnardi, Series rectarum marchiae Aecenotanae, Recanati 1824; L. Valerio, Le M. dal 15 sett. 1860 al 18 genn. 1861, Milano 1861; A. Alessandrini, I fatti politici delle M. dal genn. 1839 al plebiscito, Ancona 1867; Collezione di documenti storici antichi inediti ed editi rari delle città e terre marchigiane ecc., ivi 1870-84; Archivos storico per le M. e per l'Umbria, Foligno 1884-89; Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le province delle M., Ancona 1895-1931; Le M. illustrate nella storia, nelle lettere e nelle arti, Fano 19011902, Senigallia 1906; G. Eirmini, Costituzioni egidiane dell'anno 1237. Roma 1912; id., Studia Piscina, Fano 1912-32; id., I Parlamenti nello Stato della Chiesa antcriarcuente alle Costituzioni egidiane, Roma 1931; F. Filippiini, Il card. Esidio D'Albornoz, ivi 1933.

Eridio Michel
III. Regione
conciliare. - La Regione conciliare delle M. abbruccia con poche variazioni il territorio della regione civile, cioè le quattro province di PesaroUrbino, Ancona, Macerata, Ascoli, dal fiume Tavullo al Tronto. Le diocesi che la compongono sono 26 , ma i vescovi sono solamente 19 per ché sono unite le seguenti diocesi sotto un solo presule: Fabrianoe Matelica, Osimoe Cingoli, Maceratae Tolentino, Montalto e Ripatransone, S. Severino e Treia, Cagli e Pergola, S. Angelo in Vado e Urbania, senza parlare di Ancona e Numana, non esistendo in questa ultima sede null'altro che una parrocchia, senza curia né Capitolo.

La città di Loreto è inoltre eretta dall'i i ott. 1935 in amministrazione apostolica (affidata al nunzio apostolico in Italia, che vi è rappresentato da un suo vicario con carattere episcopale). Esistono nella regione due province ecclesiastiche: quella di Fermo che ha come suffraganee le diocesi di Macerata e Tolentino, di Montalto e Ripatransone e di S. Severino; e quella di Urbino che ha come suffraganee le diocesi di Cagli e Pergola, di Fossombrone, del Montefeltro, di Pesaro, di Urbania e S. Angelo in Vado e di Senigallia. Sono invece immediatamente soggette alla S. Sede le arcidiocesi di Ancona e Numana e di Camerino, e le diocesi di Ascoli Piceno, di Fabriano e Matelica, di Fano, di Jesi, di Osimo e Cingoli, di Recanati-Loreto e di Treia.

Le Conferenze episcopali vengono indette e presiedute dal nunzio, in sua assenza dal metropolita di Urbino.

Le M. hanno per le cause di nullità di matrimonio un unico tribunale, quello di Fermo, di cui l'arcivescovo locale è il moderatore (motu proprio: Qua Cura, 8 dic. 1938; Normae della S. Congregazione dei Sacramenti, 10 luglio 1940). Il tribunale di appello è il Tribunale regionale etrusco di Firenze.

Per il liceo e la teologia i chierici delle diocesi di Ancona, di Fabriano e Matelica, di Fano, di Jesi, di Osimo e Cingoli, di Montalto e Ripatransone, di Urbino, di Cagli e Pergola, di Fossombrone, del Montefeltro, di Pesaro, di San Severino e Treia, di Urbania e S. Angelo in Vado e di Recanati e Loreto frequentano il Pontificio seminario regionale marchigiano «Pio XI» di Fano. Le restanti diocesi provvedono invece ciascuna da sé alla istruzione dei propri seminaristi.

Biel.: Annuario Pontificio, 1951, pp. 993, 1110, 1192.
Vittorio Bartoccetti
IV. Arte. i. Premessa. - Testimonianze del periodo preistorico e delle civiltà del bronzo e del ferro furono rinvenute in numerose necropoli sparse nella regione e riunite in gran parte nel Museo nazionale di Ancona, ove sono anche raccolti importanti oggetti risalenti alle civiltà piceua, greca, etrusca, gallica e romana, che nel territorio ebbero ad esercitare in successivi periodi il loro influsso.

Scarse le testimonianze architettoniche delle civiltà preromane; numerose ed imponenti, sparse per tutta la regione, quelle riferentesi alla civiltà di Roma. Si ricordano l'arco di Traiano e i resti dell'anfiteatro ad Ancona; ad Ascoli un "Templum in antia" (oggi chiesa di S. Gregorio), il ponte di Porta Cappuccina, la cosiddetta Porta Gemina; a Fano la porta di Augusto, e così via. Esistono inoltre importanti rovine di centri distrutti, come quelli di Urbs Salia (Macerata) e di Faleria (Ascoli). Nelle M. infine si trova la famosa Galleria del Furlo, fatta costruire da Vespasiano nel 76 dopo Cristo per rendere più comoda la Via Flaminia nel tratto di quella stretta gola.
2. Architettura. - Del periodo paleocristiano esistono i resti di due chiese del sec. v, al di sotto di quella romanica di S. Maria della Piazza di Ancona. L'architettura romanica trionfa in tutta la regione e vi lascia interessanti manifestazioni con influssi lombardi e bizantini, i quali ultimi giustificano la presenza di organismi dalle piante complesse a sviluppo centrale, come il duomo di Ancona.

Si ricordano ancora S. Maria di Porto Novo (Ancona), S. Vittore (Genga), S. Claudio al Chienti (che si fa risalire anche al sec. vi), S. Urbano di Apico, la badia del Furlo, la già menzionata S. Maria di Ancona ed infine il battistero di Ascoli. Al periodo di transizione fra romanico e gotico appartiene S. Elena presso Serra S. Quirico, mentre un 'illustre esempio di gotico primitivo è fornito dall'abbazia di Chiaravalle, risalente alla fine del sec. xir. Ad Ascoli, Ancona, Fano si trovano i maggiori monumenti di architettura civile romanica. L'architettura gotica offre il suo più bell'esempio con il S. Francesco di Ascoli, mentre appartengono alla seconda metà del sec. xv le facciate del S. Agostino e del S. Francesco di Ancona, opera del dalmata Giorgio Orsini. Al periodo gotico risalgono infine notevoli esempi di architettura militare, tra i quali, per tutti, si rammenta, benché restaurato, con le sue mura e con la sua rocca, il castello di Gradara.

L'avvento del Rinascimento determina una nuova fioritura architettonica. Ad Urbino spetta la prima manifestazione, in ordine di tempo, di quella nuova civiltà artistica, cioè il portale della chiesa di S. Domenico, opera del fiorentino Masaccio (1450). Nella stessa città, nella seconda metà del secolo, sorge il più solenne, grandioso e puro esempio di architettura civile rinascimentale: il Palazzo ducale, opera di Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini ed altri. La nuova bellezza dell'edificio determinò il diffondersi di una corrente che ad essa si ispira; ne sono manifestazioni il Palazzo Passionei di Urbino, quello ducale di Pesaro, ed altri. Francesco di Giorgio è l'autore del Palazzo della Signoria di Jesi

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e forse dello stesso Palazzo degli Anziani (prefettura) di Ancona. Artisti toscani operarono a Loreto (basilica della S. Casa), mentre l'influsso dell'urbinate Bramante si fa sentire nella s