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 ispira; ne sono manifestazioni il Palazzo Passionei di Urbino, quello ducale di Pesaro, ed altri. Francesco di Giorgio è l'autore del Palazzo della Signoria di Jesi

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e forse dello stesso Palazzo degli Anziani (prefettura) di Ancona. Artisti toscani operarono a Loreto (basilica della S. Casa), mentre l'influsso dell'urbinate Bramante si fa sentire nella stessa città natale (se a lui deve attribuirsi il S. Bernardino che la critica tende oggi a dare a Francesco di Giorgio), a Loreto, a Macerata (S. Maria delle Vergini) e nel bellissimo santuario di Macereto (Visso), opera costruita sotto la direzione del lombardo Filippo Salvi. Con l'«Imperiale» di Pesaro, eretta da Girolamo Genga da Urbino (che ingrandì un edificio preesistente), si crea il tipo della villa prebarocca, in cui l'elemento paesistico e scenografico acquista fondamentaleimportanza, mentre ad Ancona Pellegrino Tibaldi innalza il Palazzo Ferretti, il più bello della regione tra i numerosi costruiti nel corso del Cinquecento. Si rammenta infine l'opera architettonica di Cola dell'Amatrice, attivo in Ascoli. L'architettura militare lascia insigni documenti. Le rocche di Pesaro e di Senigallia sono prototipi di fortificazioni moderne in relazione all'affermarsi dell'artiglieria. In tal campo furono attivissimi nella regione Francesco di Giorgio, il Laurana e Baccio Pontelli.

L'architettura barocca non dà opere di importanza eccezionale, mentre nel Settecento Luigi Vanvitelli innalza numerosi monumenti, tra i quali si ricorda la bella chiesa del Gesù ed alcuni palazzi di Ancona che da lui dovrebbero discendere (Palazzo Jona ecc.).

3. Scultura. - Del periodo paleocristiano restano alcuni sarcofagi (quello di Gorgonio del sec. v, nel duomo di Ancona, ed altri) ed alcuni avori. Dell'arte - barbarica * restano notevoli esempi, tra i quali si citano l'ambone già nella chiesa della Misericordia di Ancona e la lapide di S. Vitaliano ad Osimo.

La scultura dell'età romanica mostra in generale elementi culturali simili a quelli che si riscontrano nell'architettura settentrionale, come, p. es., il portale di S. Maria della Piazza ad Ancona, opera di maestro Filippo, ed influssi bizantini, come i bellissimi plutei nel duomo pure di Ancona (sec. xir). Il nome di Giorgio Orsini ritorna come esecutore delle eleganti decorazioni delle sue architetture anconetane, tra le quali si ricorda il gruppo della Carità, nella Loggia dei Mercanti, una delle più raffinate sculture del Quattrocento. Ma nel Palazzo ducale di Urbino si raccolgono esempi splendidi di sculture rinascimentali (toscane e lombarde), nei camini e nei portali che lo ornano, opera di Domenico Rosselli, Ambrogio Barocci ed altri. Diffusi nelle M. gli esempi di scultura lignea nel Quattrocento, di influsso quasi sempre toscano-abruzzese, e qualche volta sotto l'ascendente di Francesco Laurana (gruppo dell'Amnunciazione nella Galleria di Urbino). Il migliore scultore marchigiano del Cinquecento è Federico Brandani da Urbino, attivo nella città natale, a Senigallia, a Piobbico, ecc. Si ricordano pure i fratelli Jacometti da Bicanati, autori di sculture in bronzo a Loreto, Osimo, Camerino, ecc., ed attivi tra la fine del sec. xvi e la metà del successivo.
4. Pittura. - Lunga e complessa è la storia della pittura nelle M. Tracce di affreschi primitivi, su due strati, si notano nella chiesa paleocristiana sotto S. Maria della Piazza ad Ancona; interessanti di-
pinti murali romanici si trovano a Fabriano ed a Pesaro. Dipinti pure romanici sono recentemente venuti alla luce nelle chiese di S. Gregorio e di S. Maria inter vineas ad Ascoli.

La scuola riminese ha lasciato numerose opere nella regione (Mercatello, Urbonia, Urbino, S. Agata Feltris) e gli imponenti affreschi del Cappellone di S. Nicola a Tolentino, attribuiti al Baronzio; e cosi la scuola bolognese ebbe notevolissima importanza nella storia pittorica della regione (politico di Andrea da Bologna a Fermo, affreschi ad Offida, ecc.); e la veneziana infine, già presente nel Trecento, s'affermò ancor più nel secolo successivo ed ebbe molto ascendente sulla formazione di scuole locali. Esse ebbero i centri maggiori a S. Severino (Jacopo e Lorenzo Salimbeni [v.]), a Fabriano (Allegretto Nuzi, Gentile ed Antonio), ed infine a Camerino, ormai di tendenze rinascimentali (Giovanni Boccati ed altri). Ad Urbino, nella seconda metà del Quattrocento, fiorì una scuola sotto l'influsso degli artisti venuti alla corte dei Montefeltro (Piero della Francesca, Melozzo da Forli, Pedro Berreguete, Giusto di Gand): massimi rappresentanti ne furono Giovanni Santi, la cui fama è oscurata da quella grandissima del figlio Raffaello, Timoteo Viti, Evangelista da Pion di Meleto. Per tutto il Rinascimento furono attivi nella regione artisti toscani e d'altre regioni, come i ricordati Pietro e Melozzo, e quindi il Signorelli a Loreto ed Arcevia, il Giambellino, il Crivelli (che fece delle M. la sua seconda patria) ed infine il Lotto, che vi lasciò gran parte delle sue opere. Insomma le M., pur non avendo dato vita ad una scuola di grande e decisiva importanza, parteciparono attivamente alla pittura rinascimentale e dettero i natali a due tra i più grandi artisti italiani: Gentile da Fabriano (v.) e Raffaello Sannio (v.). E da aggiungere che le M. sono ricche di affreschi, e molti ancora inediti. Tra gli artisti locali del Rinascimento si ricordano ancora Stefano Foldietti da Sanginesio, Lorenzo di Alessandro da S. Severino, Vincenzo Pagani, Pier Paolo Agabiti da Sassoferrato, Taddeo e Federico Zuccari, ed infine il grande pittore di transizione tra rinascimento e barocco, Federico Barocci da Urbino. Del Seicento basti citare G. B. Salvi detto, dal luogo di nascita, il Sassoferrato, e del Settecento Carlo Maratta (attivo soprattutto a Roma, nativo di Camerano in quel di Ancona). Il più noto artista marchigiano dell'Ottocento è l'anconitano Francesco Podesti, che eseguì anche in Vaticano numerosi affreschi. Si veda anche umbro-marchigiana, scuola. - Vedi tavv. II-III.

Bibl.: A. Ricci, Memorie storiche delle arts e degli artisti nella Marca di Ancona, Macerata 1834; L. Serra, L'arte nelle M., Pesaro 1529; id., s. v. in Zuc. Ital., XXII, pp. 233-237. Pietro Zampetti
MARCHESI, vicariato apostolico delle Isole. Comprende le isole M., scoperte nel 1595 , che fanno parte degli Stabilimenti francesi d'Oceania. Esso deriva dal vicariato apostolico di Polinesia o Oceania orientale, dal quale furono distaccate le isole ed erette in vicariato apostolico il 9 maggio 1848.

I protestanti anglicani cercarono di penetrare nelle isole fin dal 1797 e il tentativo fu ripetuto nel 1823 e negli anni successivi con maggiore successo. I primi missionari della Società dei SS. Cuori di Gesù e Maria (Picpus)

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le toccarono solo nel 1838 e iniziarono il difficile lavoro di apostolato; dovettero però abbandonarle a causa della persecuzione e solo più tardi vi tornarono. Parecchi anni dopo poterono cominciare un proficuo lavoro, specialmente quando il governo francese si assicurò il dominio delle isole. Nonostante le difficoltà originate dai costumi della popolazione e dalle persecuzioni delle autorità francesi, la missione fece rapidi progressi. Purtroppo l'alcoolismo e le malattie vanno decimando la popolazione, che nel 1838 era di ca. 16.000 ab. ed ora è ridotta a ca. 5500 , di cui 2782 cattolici, assistiti da 6 missionari picpusiani, 6 suore e 29 catechisti. Vi sono 13 stazioni primarie, 10 secondarie, 4 chiese, 17 cappelle. Le scuole elementari educano 130 slunni.

Bipl.: S. Delmas, La religion ou le paganisme des Margui-
sions, Parigi 1927: id., Essai d'histoire de la Mission des Iles Mar-
quiers (Océanis) jusqu'en 1881, in Annales des Sacrés-Couurs, ivi
1929: MC, 1950, p. 477.
Saverio Paventi
MARCHESI, Luigi. - Liturgista, missionario di S. Vincenzo, n. a Roma il 15 nov. 1825 , m. a Firenze il 16 giugno 1872. Entrò nella Congregazione della Missione nel 1843, e vi emise i voti nel 1845.

Fu direttore della Pontificia accademia liturgica, consultore della S. Congregazione dei Riti, delegato della S. Sede a Parigi, per la riforma della liturgia gallicana, sulla quale scrisse la nota opera La liturgia gallicana nei primi otto secoli della Chiesa (2 voll., Roma 1867). Da ricordare ancora tra i principali scritti il De legittimitate Breviarii et Missalis Ordinis Cistercensis (I vol. in 4°, Roma 1868). Notevoli i lavori per l'ufficiatura dell'Immacolata e per il culto di s. Giuseppe.

Bipl.: [R. Rosset], Natives bibliographiques sur les écrivains de la Congr. de la Mission, Angouléme 1878: [P. Silva], La Congregazione della Missione in Italia (1647-1925), Piacenza 1925. pp. 148-40.

Annibale Bugnini
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(Int. Enc. Catt.)
MARCHE TIPOGRAFICHE - Frontespizio delle Quarctiones naturales di Alessandro d'Afrodisia, Venezia 1541, con la m. t. di Girolamo Scoto. - Esemplare della Biblioteca Vaticana.
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)

MARCHE TIPOGRAFICHE. - Le m. t. (o imprese, o insegne tipografiche) sono i segni simbolici usati fin dai primi incunaboli (l'esempio più antico è la Bibbia Maguntina di Fust e Schöffer, del 1462) come sigillo della paternità e dell'autenticità del lavoro degli stampatori e poi degli editori.

In origine esse figurano in fondo all'opera, dopo il colophon: ma ben presto mutano di sede, finché si stabilizzano nel frontespizio. Nel Quattrocento sono costituite generalmente da insegne araldiche o da disegni molto schematici (suggelli tipografici), di carattere geometrico (frequentissima la croce), e - solo negli ultimi anni accompagnati dalle iniziali del nome del tipografo. Con il Cinquecento la composizione si fa più complessa, finché tra la fine del sec. xVI e l'inizio del xvir si trasformano spesso in quadri raffiguranti scene allegoriche, sfondi architettonici, figure umane con significato simbolico, appesantite da fregi di varto tipo. Frequente è l'uso del motto, quasi sempre in latino.

E da tener presente che molti stampatori fecero uso di più m. t.: un esempio famoso è dato dai due tipi di "àncora" aldina.

Bipl.: F. Roth-Scholtz, Thesaurus symbolorum ac emblematum, i. e. insignia bibliopalarum et typographarum, Norimberga 1730: W. Roberts, Printer's marks, Londra 1893: A. Sorbelli, Intorno all'origine e al significato delle m. t., in Il risorgimento grafico, 20 (1923), pp. 240-45; G. Avanzi, a. v. in Enc. Ital., XXII, p. 211 sg.: G. Fumagalli, Bibliografia, 4² ed., Milano 1935, pp. 164-76. - Studi relativi alle m. t. di singoli paesi si vedano, oltre che nell'art. cit. di G. Avanzi, nell'appendice bibliografica del libro di D. Favs, Manuale degli incunaboli, Milano [1939]. p. 243 sg., cui si può aggiungere P. A. Tosi, Facsimile di alcune imprese di stampatori italiani dei secr. XV e XVI, ivi 1838; L. C. Silvestre, Marques typographygues, Parigi 1833-67; G. Bresciano, Insegne di tipografi e librai napoletani del XV e XVI sec., in Bollettino del bibliofilo, I (1919), pp. 94-96 e 129-56; A. Sorbelli, Le m. t. bolognesi nel sec. XVI, Milano [1923]; L. Bouland, Marques de livres anciennes et modernes, Parigi 1925.

Alessandro Pratesi
MARCHETTI, Giovanni. - Uomo politico e scrittore, n. a Senigallia il 26 ag. 1790, m. a Bologna il 28 marzo 1852. Nel 1848 fu ministro degli Affari Esteri nel gabinetto Mamiani. Amico e familiare di Pio IX, compose in suo onore poesie ed una cantata, musicata dal Rossini ed eseguita in Campidoglio per il capodanno 1847 .

Critico letterario e dantista, scrisse canzoni, odi e sonetti. Notevoli : la cantica Una notte di Dante, un'ode deprecante il traffico degli schiavi negri e quella in morte del figlio di Napoleone. Numerose le poesie religiose,

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(fts. Pont. acem. arch. videl) Marchi, Giuseppe - Pro-memoria autografo del p. G. M. inviato al papa Gregorio XVI - Archivio della Compagnia di Gesù.
tra cui un sonetto contro la Chiesa protestante. Tradusse elegantemente Attarreonte e Grazio.

BibL.: Opere: Poesie, a cura di A. Borgognoni, Firenze 1878. Studi: R. Barbiera, Il poeta degli schiavi, in Immortali e dimenticati, Milano 1901, pp. 213-24; L. Mancini, Spigolature marchettiane, Smigallia 1904; L. Grilli, Di G. M. e dell'opera tua, in Nuova antologia, 60 (1925), pp. 232-43; G. Mazzoni, L'Ottocento, I, Milano 1943, pp. 420-24. Lanfranco Fiore

MARCHI, Giuseppe. - Archeologo, gesuita, n. a Tolmezzo (Udine) il 22 febbr. 1795, m. a Roma il 22 febbr. 1860.

Entrato fra i Gesuiti il 12 nov. 1815, insegnò lettere nei collegi di Terni, di Reggio Emilia, di Modena, e al Collegio Romano ( 1825 , e dal 1833 in poi). Ivi ebbe campo di esplicare una molteplice e intensa attività, anche come direttore della Biblioteca (1833-38) e del Museo Kircheriano (1839-60).

A Roma poté dedicarsi agevolmente all'archeologia profana e sacra; e il problema delle origini delle arti dell'Italia centrale lo indusse ad approfondire lo studio della antichissima manismatica. L'aes grave del Museo Kircheriano (Roma 1839) era appunto un primo arduo saggio di classificazione topografica e cronologica di tali monete, sulle quali tornò per illustrare quelle ritrovate a Vicarello (La stipe tributata alle divinità delle Acque Apollinari, ivi 1852). Nel 1842-43 ebbe parti importanti nella pubblicazione del Museo Gregoriano etrusco, specie per gli emendamenti da lui apportati, per diretto incarico pontificio, alla seconda edizione. Anche la Cista atletica (detta Fisoroni) del Museo Kircheriano (Roma 1848) si riconnette alle questioni sulla primitiva origine delle arti italiche. Ma già dal 1838 era notoria la sua competenza sulle antichità cristiane di Roma; nel 1849 iniziava sistematiche perlustrazioni agli antichi ipogei del suburbio. Affidatogli nel 1842 da Gregorio XVI il nuovo ufficio di conservatore dei sacri cimiteri, poté gradualmente ritogliere le catacombe romane dall'oblio e dallo squallore n, impedirne la distruzione dei monumenti e altri gravi abusi, palesarne agli studiosi di ogni nazione le successive scoperte e promuoverne fervidamente un severo studio analitico e comparativo. Gregorio XVI si compiacque visitare nel cimitero, allora detto di S. Agnese (ott. 1844), le esplorazioni dirette dal M., che iniziava cosi « una nuova era di studi intorno alle cristiane antichità... destando l'attenzione di tutta l'Europa " (De Rossi); preparando altresi e tracciando la via alla Commissione di archeologia sacra, nella quale ritenne, finché visse, con l'ufficio di conservatore, la direzione degli scavi. Della grande opera annunciata dal 1840, Monumenti delle primitive arti cristiane nella metropoli del cristianesimo, pubblicò solo la prima parte, Architettura cimiteriale (pp. 5-272) con 48 tavv., e altre 20 tavv. sull' architettura basilicale»
(1844-47): nell'ultimo fascicolo (pp. 237-72) e la relazione sul ritrovamento del sepolcro intatto del martire s. Giacinto (1845). Altre parti restarono sospese in seguito ai rivolgimenti del 1848-49, dei quali approfittò l'architetto lionese L. Perret per pubblicare una pretesa originale illustrazione artistica delle catacombe. Da parte sua il M. esdetta al p. Raffaele Garrucci l'abbondante materiale iconografico già raccolto, la pubblicazione delle pitture dei sepolcri di Vincenzo e Vibio, già edite come cristiane dal Bottari, e che il M. ricercò e ritrovò (1847). Ottenne da Pio IX di far trarre dal 1850 le copie di molte pitture cimiteriali; e le ordino insieme con le antiche sculture cristiane nel nuovo Museo cristiano lateranense, fondato nel 1854. Massima sua benemerenza fu di aver impegnato all'archeologia cristiana il giovane G. B. De Rossi riservandogli dal 1842 la raccolta delle iscrizioni, e facendone poi con assidue premure il suo più valido discepolo, collaboratore e successore. Nell'epigrafia latina il M. fu meditatamente ritenuto emulo del Morcelli; e moltissime iscrizioni
da lui composte celebravano importanti opere e avvenimenti privati e pubblici del pontificato di Gregorio XVI e di Pio IX. Non inferiori alle doti d'ingegno, di erudizione e di operosità furono in lui le virtù religiose e sacerdotali.

BibL.: P. E. Visconti, Commemorazione, del 1° marzo 1860, in Atti della Pont. acced. romana di archeol., 15 (1864), p. 134 sg.; Civ. Catt., 2° serie, 3 (1860, II, pp. 618-20; Summervand, V. coll. 528-31; G. Celi, Il p. G. M. dopo risquans anni, in Civ. Catt., 1910, I, pp. 308-22, 447-65; H. Leclercm, s. v. in DACL, X. coll. 1821-22; E. Kirschbaum G. M. (1795-1860) and G. B. De Rossi (1820-94), in Gregorianum, 21 (1940), pp. 263-606; R. Fausti, Documenti sull'azione innovatrice del p. G. M. (m. 1860) negli studi di archeologia, in Rendiconti della Pont. acced. romana di archeol., 19 (1943), pp. 105-79; id., Il p. G. M. (1793-1860) e il rinnovamento dell'archeologia cristiana, auspici Gregorio XVI e Pio IX (Miscellanea bisturine pontificiae, 7), Roma 1943, pp. 443-514. Romano Fausti

MARCHIAFAVA, Ettore. - Scienziato, anatomopatologo, clinico e umanista, n. a Roma il 3 genn. 1847, m. ivi il 25 ott. 1935. Nel 1871 iniziò la carriera ospitaliera nel Pio Istituto di S. Spirito, ove nel 1872, per pubblico concorso, conseguì la grande medaglia d'oro; nominato lo stesso anno assistente alla cattedra di anatomia patologica in Roma, vi divenne ordinario nel 1883, conservandola fino al 1922, maestro a italiani e stranieri per la genialità delle ricerche e degli studi.

Tra i suoi numerosi lavori e scoperte vanno ricordati quelli sull'arterite tubercolare e sull'arterite sifilitica del neonato; sulla glomerulo-nefrite produttiva epiteliale; sull'esito in induramento della polmonite; sulla degenerazione del corpo calloso e delle vie commissurali dell'encefalo nell'alcoolismo cronico, ecc. In modo particolare il suo nome rimane famoso per gli studi sulla malaria e per il grande trattato sull'argomento, da lui compilato in collaborazione con il suo allievo Bignami; il governo degli U.S.A. ne volle curare a propriospora la traduzione e la stampa, quale opera di Stato.
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(per cortesia del dott. R. Moretti)
Marchiafava, Ettore - Ritratto.

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Per le sue benemerenze scientifiche fu annoverato tra i soci delle più illustri accademie del mondo; nel 1933 la Società di medicina tropicale e d'igiene di Londra gli conferì solennemente la medaglia Patrick Manson. Fu senatore del Regno, presidente del Consiglio superiore della Sanità pubblica e vice-presidente dell'Accademia dei Lincei. Professò apertamente e fedelmente la sua fede cattolica; godé il pieno favore e l'augusta amicizia dei pontefici Pio X e Benedetto XV, che lo vollero consulente medico personale e ai quali fu sempre legato da devoto e fedele affetto. In ogni attività, non disgiunta dall'opera scientifica e pratica di medico, apparve sempre la sua bontà soccorritrice, cosicché l'opensa e assai lunga esistenza fu sempre illuminata dalla più benefica carità.

Biol.: M. Camis, E. M., in Nuove antologie, 382 (1935), pp. 29-30; A. Cesaria Dcmol, Commemorazione del socio nazionale E. M., in Atti Arc. Lincei, Rendiconti scienze fisiche, 23 (1936); G. Alberti, Ragguagli obsoleti, I, Sansepolcro 1941.

Giuseppe de Ninno

## MARCHIGIANA, SGUOLA: v. umbro-mar-

chigiana, scuola.

MARCHISIO, Clemente. - Sacerdote, fondatore delle Figlie di S. Giuseppe, n. a Racconigi (Torino) il 1° marzo 1833 , m. a Rivalba Torinese il 16 dic. 1903.

Ordinato sacerdote nel 1856 e passato due anni sotto il sapiente magistero di s. G. Cafasso, fu vice parroco a Canbisso e a Vigone, indi dal 1860 prevosto a Rivalba Torinese, dove per 43 anni lavorò indefessamente per il suo gregge. Ad impedire che le fanciulle andassero a prestar servizio a Torino, da dove tornavano meno buone, fondò per esse nel 1871 un laboratorio di tessiture; ne scelse poi, fra le migliori, alcune che lo dirigessero; di qui il nuovo Istituto delle Figlie di S. Giuseppe (1877). Ma avendo constatato, predicando in varie parrocchie, la povertà e indecenza degli indumenti sacri e il fatto che la materia del Sacrificio veniva mistificata fino a renderlo nullo, diede all'Istituto un altro compito, cioè di preparare il vino per la Messa, le candele, i lini e i paramenti necessari al culto. L'ideale tanto piacque, che l'Istituto si propagò presto in moltissime diocesi. Del M. è stata introdotta la causa di beatificazione nel 1944.

Biol.: D. Franchetti, Il santo prevosto di Rivalba Torinese, d. C. M., Torino 1933: AAS, 36 (1944), pp. 367-69.

Celestino Testore
MARCIA. - Favorita dell'imperatore Commodo dal 183, dopo essere stata la concubina di Ummidio Quadrato, nipote di Marco Aurelio. Dione Cassio (Historia romana, LXXII, 4) ha lasciato scritto: «Di M. si narra che avesse una viva simpatia per i cristiani e facesse loro gran bene, essendo onnipotente sull'animo di Commodo».

Tale testimonianza è confermata dai Philosophumena di Ippolito ( 9,12 ), che raccontano un atto di benevolenza di M. a favore dei cristiani di Roma detenuti ai lavori forzati in Sardegna per causa della loro fede, ai quali fece dare la libertà per ordine di Commodo.

Il fatto, narrato da un contemporaneo, rivela l'atteggiamento di M. verso i cristiani. Da ciò si è voluto concludere che fosse cristiana, ma Dione Cassio accenna semplicemente alla simpatia che questa aveva per i cristiani e Ippolito la dice "amante di Dio", indicando cosi che proteggeva i cristiani, come Poppea, favorita di Nerone, proteggeva i Giudei (cf. Giuseppe Flavio, Antig. Iud., XX, 8, 2). L'educazione ricevuta da Giacinto, certamente cristiano e forse prete, pur ispirandole una forte attrattiva per la religione cristiana, non le aveva dato l'animo di praticarne i comandamenti. Non v'ha dubbio che M. abbia protetto apertamente i cristiani e che sia riuscita a limitare non poco la persecuzione contro di essi, cosi che Eusebio (Hist. recl., V, 21) poté scrivere che sotto Commodo la Chiesa ebbe pace e tranquillità e a Roma specialmente il cristianesimo poté diffondersi anche nelle alte classi sociali.

Biol.: C. Pasciucco, M. concubina di Commodo, S. Maria Capua Vetere 1902; F. Bassani, Commodo e M., Venezia 1902; P. von Rohden, Commodus, in Pauly-Wissowa, II, coll. 2464-81. Benedetto Pesci

MARCIANO, santo. - N. da nobile famiglia romana, emigrata a Costantinopoli agli inizi del sec. v, fu piamente educato ed istruito. Si ascrisse al clero di quella città e fu ordinato sacerdote con l'ufficio il economo generale della chiesa. Alla morte dei genitori si diede con maggior ardore alla vita di perfezione, adoperandosi per la costruzione di parecchie chiese a Costantinopoli e dando splendido esempio di virtù. Fu sepolto nella chiesa di S. Giovanni Battista. Festa, presso i Greci e i Latini, al io genn.

Biol.: Acta SS. Ianuarii, I, Parigi 1863, pp. 609-19; Synax. Constantinop., pp. 379-81; Martyr. Romanum, p. 13.

Agostino Amore
MARCIANO, IMPERATORE D'ORIENTE. - N. forse in Tracia ca. il 390, di umili condizioni, si apri una via, come allora soleva avvenire, nella milizia, e la sua singolare fortuna diede la stura ad una quantita di storielle, predizioni, sogni, prodigi.

Anche il re dei Vandali, Genserico, di cui era caduto prigioniero, lo avrebbe rilasciato per avere avuto rivelazione del suo brillante avvenire. La verità è che egli si guadagnò la stima del potente magister militum Flavius Ardabur e del figlio di lui Aspar, e fu loro vicino non solo nei campi di battaglia, ma anche presso la corte a Costantinopoli, dove la necessità di una forte personalità si faceva sentire. Il prestigio invero della memoria di Teodosio I aveva fatto tollerare a Ravenna e Costantinopoli due scialbe figure di discendenti, per i quali avevano più o meno governato due donne: Galla Placidia, madre di Valentiniano III, a Ravenna, Pulcheria, sorella di Teodosio II, a Costantinopoli. Quando nel 430 Teodosio II morì, Pulcheria, sapendo di non poter rimanere sola alla testa dello Stato, elesse a suo sposo, col patto che egli rispettasse i suoi voti di verginità, il sessantenne M. Alla scelta dovette certo esser consenziente Aspar, che, barbaro, non sarebbe stato facilmente tollerato sul trono di Roma, mentre M. era per lo meno nato entro i confini dell'Impero.
M. diede subito segno di quelle che furono le caratteristiche del suo governo: alto sentimento della dignità dell'Impero e retta fede cristiana. Notificò infatti ad Attila, re degli Unni, che l'Impero non intendeva più versare il tributo che Teodosio II aveva accettato di pagare, e comunicò ossequiosamente al papa Leone I la propria elezione. Sebbene vissuto fra le armi proclamò di voler per quanto possibile conservare la pace, e a questo programma si attenne, pur non avendo mancato di marciare contro gli Unni, per alleggerire la loro pressione sulle regioni occidentali dell'Impero, e avendo difeso i confini delle province di Siria e d'Egitto contro i Saraceni e i Blemmii di Nubia. L'intermesso tributo agli Unni permise di ridurre le tasse straordinariamente gravose per questa età. Le relazioni con la parte occidentale dell'Impero furono come di consueto non del tutto cordiali, in parte per colpa dei meschini Angusti d'Occidente, in parte perché M. mirava ad affermare un suo primato nella difesa dell'Impero, giustificato anche dalla catastrofe del sacco di Roma per opera di Genserico.

Verso la Chiesa di Roma M. fu assai ossequente, come certo voleva la piissima donna che lo aveva chiamato all'Impero, e come dichiararono gli epiteti con i quali è salutato di Christianissimus Imperator, di Studiosissimus ecclesiasticae pacis, di Custos fidei. Volle infatti, a riparare le violenze del Concilio di Efeso (v.) del 449 (il l rocinium Ephesinum come lo chiamava il papa Leone I), adunare il Concilio di Calcedonia (v.) in cui fu condannata l'eresia monofisita di Eutiche, ed ebbero pieno riconoscimento le direttive dogmatiche inviate dal papa Leone I al patriarca di Costantinopoli Flaviano (tomos di Leone I). Ma in Palestina e in Egitto le decisioni prese contro Eutiche suscitarono violente opposizioni.

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MARCILlat, Guglielmo - L'Annunclazione. Affresco (1522) - Arezzo, Duomo.
Una quasi improvvisa morte, che naturalmente non mancò di suscitare sospetti di veneficio, tolse di vita M., il. 26 genn. 457 , dopo 7 anni di governo (450-57).

Bibl.: O. Seeck, Geschichte des Untergangs der antiken Welt. VI. Berlino 1920: E. Stein, Geschichte des spätrömischen Reiches. I, Vienna 1928, p. 46 s .

Roberto Paribeni
MARCIANO e NICANDRO, santi, martiri. Intricatissime sono le notizie che li riguardano. Sono commemorati in giorni e luoghi diversi, soli o insieme ad altri, come martiri di Tomi e Durostorum nella Mesia, di Thmuis in Egitto, di Venafro e Atina in Italia.

Senza dubbio le notizie riguardanti l'Italia sono state mutuate dall'Oriente; più difficile è la scelta tra la Mesia e l'Egitto. Molto probabilmente si tratta di un sol gruppo di martiri e precisamente della Mesia. In favore di quest'opinione stanno il Breviario siriaco, utilizzato dal Martirologio geronimiano, che li commemora il 5 e 10 giugno e la Passio (BHL, 6870-72) che si ricollega ad un gruppo di scritti antichi, semplici ed autentici, di martiri delle regioni danubiane. Secondo questa Passio M. e N. erano soldati; durante la persecuzione di Diocleziano furono condotti dal preside Massimo e nonostante ogni esortazione e minaccia si mantennero costanti nella fede, rifiutando anche il donativo militare che loro spettava. Furono perciò condannati e decapitati.

Bibl.: Acta SS. Iunii, IV, Parigi 1867, pp. 213-23; A. Dufourcq, Etude sur les Gesta martyrom romains, II, ivi 1907, pp. 243251; P. Franchi de' Cavalieri, I ss. M. e N. d'Egitto e gli omonimi di Mesia, in Note agiografiche, IV (Studi e testi, 24), Roma 1912. pp. 141-57; H. Delehaye, Saints de Thrace et de Mésie, in Anal. Boll., 31 (1912), pp. 270-72; id., Les martyrs d'Egypte, ibid., 40 (1922), pp. 54-60; id., Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 249 sg.; Martyr. Romanum, pp. 224. 242; D. Mallardo, Il calendario marmoreo di Napoli, Roma 1947, pp. 6971, estratto da Ephemerides liturgicae, 1944-46.

Agostino Amore
MARCILLAT, Guglielmo di Pietro de. - Pittore, n. in Francia nel Castello di La Châtre, presso Marcillat, donde derivò il nome, m. ad Arezzo nel 1529, secondo il Vasari, che fu suo allievo, all'età di sessantadue anni. Come monaco domenicano si trovava a Roma verso il 1505, ed esegui vetrate per il Pa lazzo Vaticano, andate distrutte durante il sacco della città per trarne i piombi.

Restano invece, di queste prime opere note del maestro, le vetrate delle trifore bramantesche di S. Maria del Popolo, con scene della vita di Maria, legate ancora
alla tradizione francese ma profondamente influenzate dalle ricerche spaziali e prospettiche del Rinascimento. Queste opere - gli acquistarono fama e nome e comodità della vita \%. Ebbe anche riconoscimenti ufficiali e fu nominato canonico di S. Agostino e priore del chiostro benedettino di St-Mihiel. Dal 1515 al 1518 lavorò a Cortona, dove resta fra l'altro la bella vetrata della chiesa del Calcinoio. Dopo un breve soggiorno a Roma si trasferì ad Arezzo, dove rimase ininterrottamente dal 1522 alla morte, continuando la serie delle vetrate del Duomo, già iniziate a Cortona e tuttora in loco, e intraprendendo la decorazione della vòtta, di cui la navata centrale era ultimata nel 1525 e che comprende Storie del Vecchio Testamento, le Virtis e i putti, con forti ricordi michelangioleschi e raffaelloschi, inferiori di qualità alle vetrate in cui il suo talento di colorista e la sua abilità tecnica riesce a sorprendenti risultati, in un mirabile accordo di architetture, spazio, figure e colore. Ad Arezzo lavorò anche per le chiesse di S. Francesco, S. Domenico e dell'Annunziata: mandi-opere al S. Domenico di Perugia e a S. Agostino in Monte S. Savino.

Bibl.: M. Salmi, Guglielmo di Pietro di M., in Thieme-Becker, XV, pp. 260-61; G. Sinibaldi, Guglielmo di M., pittore di affresco, in L'arte, 29 (1926), pp. 267-76; M. Donati, Dell'asticstà di G. de M nel Palazzo Vaticano, in Rend Pont. Ar. d'Arth., 23-26 (1950-51), pp. 1-10.

Eugenio Battisti
MARCIONE, ERETICO. - N. nel Ponto ca. l'85, m. a Roma nella seconda metà del sec. II. Sulla sua vita privata non si sa niente di sicuro, ma pare che sia stato noleggiatore (Tertulliano, De praescr. 30, lo chiama: naveterus), professione che in quell'epoca rendeva (v. M. Rostovtzeff, Gesellschaft und Wirtschaft im römischen Kaiserreich, II, Lipsia s. d., p. 367 sg .) e che spiega come «in primo calore fidei»
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MARCILlat, Guglielmo - In alto: Natività della Vergine. In basso: Annunciazione. Vetrata su cartone di G. M. - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo.

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(Tertulliano, Adv. Marc. 4, 4) era in grado di fare un dono di 20.000 sesterzi alla comunità di Roma (Tertulliano, De praescr. 30). Nell'anno 144, data storica per i suoi aderenti, lasciò la Chiesa sotto l'influenza dello gnostico Cerdone (Tertulliano, Adv. Marcian. 1, 2), e la comunità gli restitui il denaro (Tertulliano, De praescr. 30). Si è oggi male informati sulle dottrine dello gnostico sinuaco Cerdone.

La maniera come Harnack ha descritto i rapporti tra Cerdone e M. non è soddisfacente. Harnack ha voluto negare le relazioni di M. con la gnosi, ma questo tentativo non è riuscito. L'idea del Dio straniero non è caratteristica per M. solo, ma, per tutta la gnosi, la distinzione fra un Dio giusto ed ingiusto non è ugualmente esclusiva di M. (cf. Didymus, De Trinit., III, 42 : PG 39, 392, riguardo a Menandro e Sétornilo), e il punto di partenza di M. nella sua discussione con i presbiteri romani : la similitudine evangelica dell'albero buono e cattivo (Tertulliano, Adv. Marc., I, 2), si spiega solo con una tradizione gnostica che identificava i due alberi nel paradiso con quelli della parabola evangelica; pertanto la relazione di M. con la gnosi è innegabile. In quelle misura M. abbia sostenuto speculazioni gnostiche (p. es., quelle che gli attribuisce l'armeno Eznik) non si può dire con certezza, ma che M. sia stato un "biblioteca ", come lo ritiene Harnack, non è verosimile. Nel libro di I. Bidez e Fr. Cumont, Les muges hellénisés (I, Parigi 1938, p. 231) è notata l'affinità di alcune idee iraniche con quelle di M. D'altra parte l'autorità assoluta che M. attribuisce a s. Paolo (in contrasto ai Dodici) non si spiega che con la teoria gnostica che Paolo era "pneumatikos" di natura (cf. Didymus, in PG 39, 1672). Per i marcioniti Paolo siede alla destra e M. alla sinistra di Dio (Origene, In Luc. hom., 25, ed. Rauer, Lipsia 1930, p. 162, 6 sg.), e questo significa: sia Paolo, sia M. sono di natura "pneumatikoi ", ossia appartenenti all'albero buono. M. è autore di un'opera intitolata: Anthitheseis, in cui il Dio del Vecchio Testamento è in opposizione a quello del Nuovo Testamento. Il libro portò, pare, anche il nome di Proevangelium. Un tentativo di ricostruire il contenuto dell'opera si riscontra in Harnack, Markion (2a ed., Lipsia 1924, p. 256 sg.). Si possono constatare anche qui, p. es., nella polemica contro gli insetti (cf. Harnack, op. cit., p. 270) idee iraniche, ugualmente nella teoria che il demiurgo non sapeva niente dell'esistenza del Dio superiore (cf. Zataparlim, 1, presso Zachner, in Bulletin of the School of Orient. Studies, 9 [1937-39], p. 577). L'opera punta sulla "novità" del Vangelo ed enuncia la tesi che mentre il Demiurgo era conosciuto da Adamo e dagli altri, il Padre di Cristo era sconosciuto. Il Dio del Vecchio Testamento è giusto, quello del Nuovo Testamento è buono, il primo bellicoso, il secondo pacifico, il primo ha creato questo mondo visibile, il secondo non ha creato nulla o ha creato solo il mondo invisibile, il primo vuole sacrifizi, il secondo si contenta di inni e lodi. M. non si saziava di dir male della presente creazione, che era, secondo lui, un "quid malum", prodotto da una materia cattiva (hyle) per opera di un demiurgo "giusto" (Clamente Al., Strom., III, 3, 12). I patriarchi e i profeti nulla seppero dal Dio buono, identificato con il Cristo (Spirito), che nel 15° anno di Tiberio si manifestò sotto la forma di un corpo apparente e che nel suo descensus ai morti non liberò i giusti, ma Caino, i Sodomiti, gli Egiziani ecc. Questo Gesù, che è "straniero" nel mondo del Creatore, rimase ignoto anche ai suoi discepoli, che mantennero contatti con la religione giudaica e con il mondo del Creatore. Pertanto a M. sembrò necessario di ricostruire, sulla base di Luca, un nuovo Vangelo, a cui mise accanto, nel suo canone del Nuovo Testamento, brani sotiti dalle epistole paoline, purgate secondo la tendenza della sua dottrina. Questo Vangelo è quello di Paolo, che da Dio fu chiamato dopo il fallimento dei Dodici. Si può emettere l'ipotesi che anche la vocazione di M. si era resa necessaria dopo l'oscuramento della dottrina paolina nella Chiesa. Forse M. era al corrente della teoria di un profetismo continuato, come si rileva nella predicazione di Mani. Secondo i Kephalaia dei manichei appaiono, dopo Paolo, altri
"giusti", che cercano di riparare i mali della Chiesa. Si è pensato a M. e può essere che la dottrina esposta nèi Kephalaia si basi sull'affermazione di M. stesso. La setta marcionita ammetterà fra i suoi aderenti solo coloro che si astenevano dall'uso matrimoniale, praticavano digiuni severi, astinenza dal vino e dall' carne e altre opere ascetiche, portavano vestiti neri di penitenza. Sulla storia della setta cf. Harnack, op. cit., p. 153 sg.; a p. 177 sg. anche sulle sue ramificazioni.

BibL.: Il libro di Harnack rimane il lavoro principale per la raccolta del materiale. L'inquadramento storico non soddisfa e la valutazione teologica, che avvicina M. a Lutero, è erronea. Delle pubblicazioni recenti sono da ricordare: G. Quisnel, De bronnen van Tertullianus adversus Marcionem (tesi di laurea). Utrecht 1943; E. C. Blackman, Marcion and his influence, Londra 1943.

Erik Peterson
"Adversus Marcionem ". - Poema in cinque libri contro l'eresia di M., a torto attribuito a Tertulliano.

Il manoscritto originale che servì a G. Fabricius per la prima edizione (Basilea 1564) è perduto. Per la ricostruzione del testo sono importanti due centones attribuiti ad un Victorinus nel codice Vat. Regin. 582 (secc. IX-X). Il poema non insegna nulla di nuovo su M. e contiene anzi errori. La data è molto discussa. Mentre K. Holl (Gesammelte Aufsätze zur Kirchengeschichte, III, Tubinga 1928, p. 13 sg.) pensava al sec. v (ca. 475-525), M. Müller (Untersuchungen zum Carmen adversus Marcionem, Lipsia 1936) si è espressa di nuovo per il sec. iv. Ma i forti argomenti di Holl non sembrano essere confutati. Isidoro di Siviglia (De viris illustr., 8) conosce un Victorinus episcopus, che avrebbe composto "versibus duo opuscula admodum brevia", uno contro i manichei e l'altro contro i marcioniti. Non appare possibile identificare l'opusculum admodum breve del Victorinus con il presente Carmen adversus Marcionem in 5 libri. Secondo Holl, l'autore sarebbe vissuto in Gallia.

Bibl.: edizione del testo con commentario in M. Müller, lor. cit. : v. anche: C. Bursian, Jahrbücher über die Fortschritte der klassischen Altertumswissenschaft, 221, p. 83 sg. Sui centoni del Carmen adversus Marcionem v. A. Mai, Classici auctores, V. Roma 1833, p. 382 sg.; A. Quà, Victorini versus de lege Domini. Programm., Krefeld 1894. Cf. inoltre W. Brandes, in Wiener Studien, 12 (1890), p. 310 sg.

Erik Peterson
MARCO, vescovo di Aretusa. - Seguace di Arlo, partecipò nel 341 al Concilio di Antiochia e l'anno successivo fece parte della legazione che si recò a Treviri presso Costante.

Nel 343 fu con la fazione orientale radunata a Filippopoli, dopo aver abbandonato il Concilio di Sardica, e partecipò ancora al Sinodo del 351 contro Fotino. Nel 359 redasse la formula omoiana approvata nel Concilio di Rimini, e partecipò poi al Concilio di Seleucia. Durante la restaurazione pagana sotto Giuliano l'Apostata fu sottoposto ad atroci tormenti dai suoi concittadini perché aveva distrutto un tempio. Viveva ancora nel 363 , ma dovette morire poco dopo.
S. Gregorio Nazianzeno e Teodoreto lo lodano per lo zelo della religione, ne esaltano la saggezza e la pietà e lo dicono pieno di ogni virtù. La Chiesa greca l'unora come martire e lo commemora il 28 marzo.

Bibl.: Sozomeno, Hist. eccl., V, 10: Teodoreto, Hist. eccl., III, 5; s. Gregorio Nazianzeno, Oratio IV, 88-90: PG 35, 616-21; Tillemont, VII, 367-70; Synax. Costantinop., p. 565 sgg.

Agostino Amore
MARCO d'Aviano. - Cappuccino, n. ad Aviano il 17 nov. 1631, m. a Vienna il 13 ag. 1699. Ordinato sacerdote si dedicò alla predicazione, esercitando un vivo ed irresistibile fascino su folle incalcolabili.

Nel 1683 cooperò alla liberazione di Vienna assediata dai Turchi mantenendo la pace fra i comandanti e spingendoli a tempestiva azione. Fu consigliere, incitatore e paciere durante gli assedi e le battaglie di Budapest (1684), di Neuhäusel (1685), Budapest (1686), Mohacz (1687) e Belgrado (1688). Per potenziare la guerra antiturca cooperò nel 1684 all'entrata di Venezia nella Lega Santa e alla sua conservazione malgrado la pratica defezione polacca.

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(per cortesia del p. G. Crisostomo da Cittadella, O.F.M. Cap.) Marco d'Aviano - Ritratto d'ignoto eseguito subito dopo la morte (1699) - Padova, Convento dei Cappuccini.

Per 20 anni consigliere di Leopoldo I, con il prestigio della santità e con mirabili intuizioni esercitò benefico influsso sul governo dell'Impero e nei frequenti attriti di giurisdizione. Compose alcuni opuscoli ascetici al suo tempo molto diffusi.

BibL.: L. A. da Porrentruy, E. da Beaulieu, Apostolo, diplomatico e guerriero. Il p. M. d'A. cappuccino, vers. it., Padova 1921; M. Hèyret, P. Markus von A., Monaco 1931; id. Markus von A. O.F.M. Cap. Sein Briefwzchief nach dem Hauptinhalt und den geschichtlichen Zusammenhdugen, 4 voll., Monaco 1937-46; Gio. Crisostomo da Cittadella, P. M. d'A. nella sua predieazione, Padova 1943; id., Biblioteca dei FF. Min. Cappuccini della Provincia di Venezia, ivi 1944, pp. 186-95; Pastor, XIV. II, pp. 128-29 Giancrisostomo da Cittadella

MARCO da Bologna, beato. - N. a Bologna dalla famiglia senatoria dei Fantuzzi ca. il 1405 , m. a Piacenza il 10 apr. 1479. Studiò a Bologna dove a 27 anni entrò tra i Minori Osservanti. Fu discepolo del b. Giacomo Primadizi e di s. Bernardino da Siena.

Fornito di particolari doti di governo, fu vicario generale degli Osservanti per ben tre volte (1452-55; 1464-67; 1469-72), visito tutte le provincie dell'Ordine e diffuse l'Osservanza difendendola, a Roma, dai violenti attacchi cui era fatta segno. Visitò nel 1464 la Terra Santa e le missioni francescane limitrofe. Per l'ufficio che tenne fu a contatto con i più eminenti francescani dell'epoca, particolarmente con s. Giovanni da Capistrano e s. Giacomo della Marca, e fu stimato assai dai pontefici Nicolò V, Callisto III, Pio II e Paolo II il quale nel 1471 voleva innalzarlo al cardinalato, ch'egli per unulta ricusò. Gli ultimi anni della sua vita furono impegnati in un intenso apostolato col predicare nelle principali città d'Italia e coll'erigere Monti di Pietà a beneficio dei poveri. Il culto fu approvato da Pio IX nel 1868. Festa il 10 apr.

BibL.: Acta SS. Martii, III, 1865, p. 683; Raffaelangelo da Faenza, Vita del b. M. Fantuzzi, Bologna 1869; Leone de

Clary, Aureola serafica, I, Quaracchi 1898, pp. 791-805; B. Bughetti, Quo anno et die b. Marcus Fantuzzi de Bononia obierit, in Arch. franciar, histor. 2 (1909), pp. 537-47; P. Sevesi, Storia dell'Ordine francescano, I, Milano, 1942 v. indice; cf. inoltre Wadding, Annales, X-XV, passim. Alberto Ghinato

MARCO, Diacono, agiografo. - Da quando Baronius inserì grandi parti della Vita di Porfirio, vescovo di Gaza, di M. nei suoi Annales Ecclesiastici questo scrittore - rimasto in Oriente sconosciuto ad uno studioso come Fozio - suscitò il più grande interesse in Occidente. Però furono suscitati già nel sec. xvir dubbi riguardo all'autenticità del racconto, formulati principalmente da N. de Tillemont.

Queste esitazioni verso il carattere storico della Vita conducevano negli ultimi tempi alla scoperta, che l'originale opera del diacono M. è stata rielaborata da un autore posteriore. E stato lui, p. es., che ha scritto l'introduzione in imitazione della introduzione alla Historia religiosa di Teodoreto; questo rimaneggiatore ha cercato di sopprimere anche i rapporti fra Porfirio e gli Origenisti, ecc. Però non è possibile distinguere nella Vita quello che faceva parte dell'opera originale di M. e quello che si deve attribuire alla rielaborazione. L'interessantissimo scritto che descrive con vivacità la lotta contro il paganesimo nella città di Gaza tratta di una persona storica, che visse nei tempi di Eudossia e di s. Giovanni Crisostomo. Porfirio, che era presente al Sinodo di Diospolis (415) è morto nel 420 . La distruzione del tempio di Marnas, che sta al centro del racconto, è un fatto storico (v. s. Girolamo, Epist. 107 ad Laetam [CSEL, 4, p. 292]; id., in Isaiam, VII, 17: PL 24, 241 D).

BibL.: edizione critica: Marc le diacre, Vie de Porphyre, ed. H. Grégoire et M. A. Kugener, Parigi 1930 (con ricco commentario). Sulla traduzione georgiana, v. P. Peeters, in Analecta Bollandiana, 39 (1941), p. 63 sg. Sulla vita di M., v. Abel, in Conférences de St-Etienne, Parigi 1910, p. 226 sg. Erik Peterson

MARCO l'Eremita. - Scrittore ascetico e dogmatico. Fozio (Bibl., cod. 200) conosceva di M. nove scritti, senza parlare della sua persona. Niceforo Callisti lo menziona nella sua Hist. eccl., 14, 30, 53, 54 (PG 146) accanto a Nilo ed Isidoro di Pelusio come discepolo di s. Crisostomo, una notizia che si trova già nel Cbronicon di Giorgio Hamartolos (PG 110, 734 B); allora M. sarebbe vissuto nella prima metà del sec. v. In ogni modo non si deve confonderlo con il Marco della Historia Lausiaca, 20 sg.

Il trattato De lege spirituali tratta della legge spirituale secondo Rom. 7, 14. In connessione con questo scritto sta l'operetta De Poenitentia, che predica la necessità della Penitenza anche per i perfetti fra i monaci. Il De Baptismo contiene una polemica contro gli errori dei messaliani riguardo a questo Sacramento. Altri scritti sono Praecepta salutaria ad Nicolaum monachum; Disputatio cum quodam considère; Consultatio intellectus cum sua ipsius anima; De inianio; In Melchisedek, polemica contro una eresia che affermava la divinità di Melchisedek nel senso che sarebbe stato una teofania del Verbo non ancora incarnato. Di M. è anche un'opera polemica contro i nestoriani. Nel centro del suo interesse sta la lotta contro i messaliani (v. H. Dörries, Symeon o. Mesopotamien [Texte und Untersuchungen, 35, 1], Lipsia 1941, pp. 95, 444 sg.; E. Klostermann, Symeon und Macarius, Berlino 1943, p. 8, n. 1).

BibL.: Manca un'edizione critica dei suoi scritti. Il cod. Moso, 178 contiene un testo migliore di quello pubblicato in PG 65. Sulla traduzione in lingua siriaca v. A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 91 sg. Per M. in lingua araba, v. G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur, I (Studi e testi, 118), Città del Vaticano 1944, p. 400 sg. Studi: I. Kunze, M. Eremita, Lipsia 1895; id., n. v. in Realencykl. für Theologie und Kirche, XII, pp. 280-87; H. Dörries, s. v. in Pauly-Wissowa, XXVII, coll. 1867-69; I. Opitz, ibid., Suppl. VI, col. 281; E. Peterson, Die Schrift des Eremiten M. über die Taufe und die Messalianer, in Zeitschr. f. Neutest. Wissenschaft, 33 (1932), pp. 273-88; I. Hausherr, L'errone fondamentale de la logique du messalionisme, in Orientalia Christiana periodica,

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1 (1932), pp. 328-60; H. Rahner, Ein messalianisches Frogment über die Taufc, in Zeitschr. f. buch. Theologie, 61 (1937), p. 266 sg.; C. Jürsen, Dasein und Wesen der Erbciinde wsch. M. Eremita, ibid., 62 (1938), pp. 76-91; M. Viller-H. Rahner, Azzere und Mystik in der Väterzeit, Friburgo 1939, p. 175 sg. Sui mulchieselechiani presso M. v. H.-Stock, Die sogenannten Melchizedebinner, Lipsia 1928, p. 35 sg.

MARCO, Eugenico. - Arcivescovo d'Efeso, celebre polemista scismatico bizantino, n. a Costantinopoli il 1391 o 92, in. ivi nel 1444. Monaco dal 1418 nell'isola d'Antigone e quindi nella stessa Costantinopoli, cominciò ad avere in vista il futuro Concilio dell'Unione e preparò numerosi scritti, rispondenti ai problemi teologici da discutersi previamente per volontà dell'Imperatore. Nominato poi presule di Efeso (1437), fu eletto dai Patriarchi d'Antiochia e di Gerusalemme, dietro proposta di Giovanni VIII Paleologo, loro procuratore al Concilio.

Nelle sedute di Ferrara, si hanno tre sue discussioni sul Purgatorio contro il parere generale, che però non mancano d'interesse. A Firenze poi iniziò dal febbr. 1439 quella sua tattica ostruzionistica di dispute sterili sulla liceità del Filioque e sull'autenticità dei testi patristici. Caratteristica fu l'orazione da lui pronunciata il 17 marzo, dopo la quale, pur rimanendo a Firenze, non volle più assistere alle sedute e mano ancora sottoscrivere al Decreto dogmatico dell'Unione ( 6 luglio 1439). Ritornato in patria, ebbe a soffrire dai Turchi ad Efeso e l'arresto a Lemnos per due anni da parte dell'Imperatore. Rientrato alla fine libero a Costantinopoli, vi si spense presto, lavorando ancora accanitamente fino all'ultimo giorno contro l'Unione fiorentina.

Fecundissimo scrittore, ma poco profondo, M. lasciò opere ascetiche, scritturistiche, oratorie, liturgiche e perfino epigrammatiche oltre la numerosa corrispondenza epistolare. Deve però la sua fama agli scritti polemici. Contro i Greci è il più esteso dei suoi volumi, Katá vĭz alpázzass vŭre 'A κ u v δ ıvотtŭv, dove impugna Manuele Caleca e si mostra partigiano aperto di Gregorio Palamas. Contro i Latini scrisse almeno i 18 trattati raccolti dal Petit nella PO (v. bibl.), i discorsi di Firenze, le epistole dogmatiche ai personaggi più in vista dopo il Concilio e, il suo testamento dove incoraggia Giorgio Scholarios nella lotta per l'« Ortodossia» di fronte a Roma.

Bibl.: S. Petridès, Le symonire de Marc d'Ephèse, in Revue de l'Orient chrétien, 15 (1910), pp. 97-107; L. Petit, Documents relatifs au Concile de Florence: I. La question du Purgatoire a. Ferrater. II. Oeuvres antioxnclliaires de Marc d'Ephèse, in PO 15, 1-170: 17, 307-524; V. Grumel, Marc d'Ephèse, in Estudis franciscans, 36 (1925), pp. 425-48; L. Petit, Marc Eugenicus (con recensione particolareggiata delle opere), in DThC, IX, coll. 1968-86.

Emmanuele Candal
MARCO Evangelista, santo. - Discepolo di s. Pietro e di s. Paolo, autore del secondo Vangelo.
I. L'Evangelista. - Il nome completo dell'Evangelista era "Giovanni soprannominato M." (Act. 12,12.25; 15,37). Talora è chiamato solo « Giovanni» (ibid. 5.13), più spesso soltanto "M." (ibid. 15, 39; Col. 4, 10; Philem. 24; I Pt. 5, 13); aveva quindi un nome ebraico e un soprannome latino.

Tutti gli antichi scrittori e la maggioranza dei moderni ritengono che Giovanni-M. sia da identificarsi nel M. al quale si attribuisce il secondo Vangelo. Distinsero Giovanni-M., discepolo di Pietro, da M. discepolo di Paolo, tra i cattolici: G. Baronio, il Maldonado, Patrizi, Danko e recentemente D. De Bruyne (in Revue bénédictine, 40 [1928], pp. 201-204); tra i protestanti : Grozio e Schloiermacher. Ma i dati riguardanti il M. di Pietro e il M. di Paolo si possono facilmente conciliare.

Sua madre si chiamava Maria, abitava a Gerusalemme, nella casa dove poi si radunavano i fedeli e nella quale si recò Pietro liberato dal carcere (Act. 12, 12). Siccome s. Pietro lo chiama "M., figlio mio" (I Pt. 5, 13), è probabile che lo abbia battezzato personalmente.
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(da British Nuscum, The codex Alexandrinus, Londra 1717) Marco Evangelista, santo - Inizio del Vangelo di s. M. (1, 1-30), cod. Alessandrino (A., ca. sec. v) - Londra, British Museum.

Alcuni cercano in questa casa il cenacolo (v.). Molti ravvisano M. in quel giovinetto (veavioxos) che, nella notte di Passione, seguiva Gesù, e che, per sfuggire al