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 Evangelista, santo - Inizio del Vangelo di s. M. (1, 1-30), cod. Alessandrino (A., ca. sec. v) - Londra, British Museum.

Alcuni cercano in questa casa il cenacolo (v.). Molti ravvisano M. in quel giovinetto (veavioxos) che, nella notte di Passione, seguiva Gesù, e che, per sfuggire all'arresto, lasciò il lenzuolo in mano agli sgherri. Questo episodio, ricordato solo dal secondo Vangelo ( M. 14, 51 sg .), sembra precisamente un contrassegno dell'autore. Non è probabile l'opinione di Adamanzio (PG 11, 1721) e di Epifanio (ibid. 41, 280.900), che vede in M. uno dei 72 discepoli di Gesù. Papia, riferendo le parole di Giovanni, dichiara che M. non fu discepolo di Gesù. Il Frammento muratoriano, dicendo che «neppure "Luca vide il Signore nella carne («Dominum tamen nec ipse vidit in carne»), sembra escludere che M. sia stato discepolo di Gesù, ammette però che abbia assistito a qualche fatto o discorso di Gesù; infatti comincia con le seguenti parole riguardanti M.: «[all]quibus tamen interfuit et ita posuit». Se si identifica M. con il giovinetto di cui sopra (Mr. 14, 52 sg .) la cosa è verosimile.

Da s. Paolo (Col. 4, 10) si sa che M. era cugino di Barnaba (v.), che lo condusse ad Antiochia verso il 44 e lo associò come ausiliare (óтqрéтes) nel viaggio intrapreso con Paolo nell'Isola di Cipro. Siccome M., giunto a Perge (v.), si era ritirato dalla comitiva per ritornare a Gerusalemme (Act. 13, 13), s. Paolo non lo volle con sé nella seconda spedizione apostolica (49-50). Per questo Barnaba si separò da Paolo e con il cugino M. si recò a Cipro (ibid. 15,39 ).

Probabilmente anche M., come Barnaba, era di stirpe levitica. Il Prologo monarchiano dice addirittura che M. "fungeva da sacerdote in Israele, essendo levita secondo la carne" e che, dopo la conversione, si sarebbe amputato il pollice per renderci irregolare ("ut sacerdotio reprobus haberetur»). In questo senso sarebbe da spiegare il titolo di xo λ 0 β 0 δ dot{α} α τ v λ 0 ς ("dal pollice corto») attribuitogli dai Philosophaemena ( 7,39 , 1: PG 16, 3334) e da un pro· logo antico antimarcionita, conservato in alcuni codici della Volgata; secondo altri quell'epiteto significherebbe solo che M. aveva dita corte, sproporzionate al resto del

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(fot. Anderson)
Marco Evangelista, santo - Immagine musiva di s. M. (sec. vi) - Ravenna, basilica di S. Vitsle.
corpo (E. Nestle, in Zeitschrift für neutest. Wissenschaft, 4 [1903], pp. 347), oppure che scrisse un Vangelo corto (V. Bartlet, in Journal of theol. stud., 6 [1905], pp. 121-24).

Tra il 61 e il 63 M. era a Roma come collaboratore di Paolo prigioniero (Col. 4, 10 sg.; Philem. 24). Nel 64, quando Pietro scrisse la sua prima lettera da Roma, era ancora nella capitale dell'Impero (I Pt. 5, 13). Siccome la tradizione lo presenta come discepolo e interprete di Pietro, che "gli aveva tenuto dietro da molto tempo" (Clemente Alessandrino: PG 9, 732), si può ritenere che abbia seguito Pietro nelle sue missioni in Palestina e Siria (forse già prima del 44) o dopo il suo ritorno da Perge o da Antiochia e Cipro (verso il 50). Verso il 66 M. era ancora in Oriente. In II Tim. 4, in Paolo prega Timoteo di prendere con sé M. e di condurlo a Roma, perché gli era "utile nel ministero".

Il resto della vita di M. è incerto. Erra certamente s. Girolamo (De viris ill., 8: PL 23, 623) scrivendo che M. morì nell'anno ottavo di Nerone ( 62 d. C.). Diversi scrittori (con Eusebio, Hist. eccl., 2, 16, 1 : PG 20, 173; Girolamo, De viris ill., 8; Epifasio, Huer., 51, 6; Martyr. Romanum al 25 apr.) ritengono che M. sia stato il fondatore o primo vescovo della Chiesa di Alessandria; forse però si tratta di un altro Marco, perché gli alessandrini Clemente e Origene non ne parlano. Le reliquie di s. M. si conservano nella sua basilica a Venezia dove furono trasportate nell'828. La festa di s. M. al 25 apr. non è anteriore al sec. ix.
II. Il Vangelo. - 1. Argomento e divisione. - I 16 capp. del secondo Vangelo si possono distinguere in tre grandi parti riguardanti : il ministero di Gesù in Galilea e nei dintorni (capp. 1-9), in Giudea (10-13), la Passione e il trionfo (14-16); tali parti sono precedute da un'introduzione e concluse da un'appendice.
a) Introduzione (1, 1-13). - M. omette i fatti della vita nascosta di Gesù raccontati da Matteo e Luca, si limita a riferire la preparazione alla vita pubblica, citando la testimonianza del Battista, ed accennando al Battesimo di Gesù ed alle sue tentazioni.
b) Parte prima (1, 14-9, 50). - M. sceglie episodi dal ministero di Gesù in Galilea e nei dintorni. Gl'inizi si svolgono a Cafarnao e nelle vicinanze ( 1,14 -3, 6); il ministero continua presso il lago di Genesareth (3, 77, 23); poi nelle regioni di Tiro e Sidone, a Bethsaida. Numerosi i miracoli narrati, specialmente liberazioni degli indemoniati.
c) Parte seconda (10-13). - M. riferisce episodi del viaggio verso Gerusalemme e in questa città : il viaggio, uscendo dalla Galilea, ricco di lezioni sul matrimonio, la verginità, le ricchezze ecc. (10, 1-52); l'entrata trionfale nella città e le susseguenti istruzioni (11-12, 44).
d) Parte terza (14-16, 8). - M. descrive la cena di Betania, l'ultima Cena, con la istituzione della Eucaristia (14, 1-31); l'orazione nell'orto con l'episodio del giovanetto (M.?), che sfugge agli sgherri (14, 32-52); il processo, la Crocifissione, la Risurrezione (14, 53-16, 1-8).
e) Appendice (16, 9-20). - Apparizioni alla Maddalena, a due discepoli, agli undici. Gesù invia gli Apostoli in tutto il mondo ed è assunto al cielo ( 16,9-20 ).
2. Sropo. - Sembra indicato esplicitamente dalle prime parole: "Inizio del lieto messaggio (evangelo) di Gesù Cristo, Figlio di Dio" (1, 1). L'autore vuole raccontare la prima fase di questo lieto messaggio, che presenta Gesù Cristo come "Figlio di Dio". Queste ultime parole mancano in alcuni codici ( mathrm{S} Θ 28 ) e in alcune versioni (armena e georgiana), ma si leggono negli altri migliori. Si devono quindi ritenere genuine.

A differenza di Matteo, che scrivendo per gli Ebrei voleva provare il suo assunto specialmente citando profezie avverate, il secondo Evangelista lo prova raccontando semplicemente i miracoli che mostrano il potere di Gesù sulla natura, le malattie, la morte e particolarmente sui demoni (è quest'ultima una caratteristica di M.).
3. Indole letteraria. - Pur avendo un sottinteso intento apologetico, il secondo Vangelo non ha il carattere di una apologia come il primo. E un racconto di fatti storici, dallo stile vivace e pittoresco. Riferisce le impressioni di un testimone oculare, che s'interessa dei particolari minuti. Mentre narra i fatti prodigiosi che dànno risalto alla divinità del Maestro, non trascura gli elementi che ne pongono in luce l'umanità : Gesù si rattrista, si adira ( 3,5 ; 10, 14), dorme ( 4,38 ), chiede chi l'ha toccato ( 5,30 ), soffre paura e tedio, si sottomette alla volontà del Padre (14, 34-36).

La lingua greca risente insieme di influssi semitici e latini. Se, come afferma la tradizione, il presente Vangelo è opera di un ebreo che scriveva in greco un libro destinato ai Romani, questi influssi trovano ovvia spiagazione. Tra i latinismi si notano: δ π γ dot{α} ρ ω ν(6,37) ; π tilde{γ} ν σ ι ς (12, 14); λ ε γ ι ω ω̂ ν(5,9.15) ; σ π ε ε σ ι λ α dot{τ} τ ω ρ(6,27) ; varphi ρ α γ ε λ λ ε ω (flagella, 13, 15); π ρ α ι τ ω dot{ρ} ρ ω ν ( 15,16 ); π ° δ ρ α dot{α} τ τ ς (quadrons, 12, 42); ecc.
4. Origine. - a) Argomenti esterni. - Siccome il secondo Vangelo è quasi tutto contenuto negli altri due sinottici (v.), è difficile dire se una citazione, fatta a senso, sia desunta da questo o da qualche altro Vangelo.

Il più antico testimone che attribuisce esplicitamente a M. il secondo Vangelo è s. Papis (v.), vescovo di Gerapoli. Ecco quanto scriveva (verso il 125): "Anche questo il presbitero (Giovanni) diceva: M. divenuto interprete di Pietro scrisse diligentemente, non però con ordine, tutte le cose fatte e dette dal Signore, che ricordava. Infatti non aveva udito il Signore e neppure aveva tenuto dietro a lui, ma, più tardi, come dissi, a Pietro, il quale faceva le didascalie secondo le necessità, non già con l'intento di fare una coordinazione ( σ hat{v} v τ α ξ ι ν ) dei loghia del Signore. Così che per nulla peccò M. scrivendo alcune cose così, come se ne ricordava. Di una cosa sola era preoccupato: di non tralasciare nulla di quanto aveva udito, o di aggiungervi alcunché di falso " (presso Eusebio, Hist. eccl., III, 39, 15).

Da questa testimonianza che, attraverso Papia, risale

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a Giovanni discepolo del Signore, si apprende che questo giustificava la mancanza di "coordinazione dei loghia" nel secondo Vangelo con il fatto che M. riferiva le didascalie di Pietro, fatte così, secondo le necessità. A quanto pare, si trattava della coordinazione logica dei discorsi : tale coordinazione si nota in Matteo, manca in M. Il Frammento muratoriano è giunto mutilato all'inizio, proprio dove parlava dei primi due Vangeli. Siccome dice che il terzo Vangelo è quello di Luca e il quarto quello di Giovanni, è ovvio che nelle linee perdute abbia parlato anche di M.
S. Ireneo, dopo aver detto che "Matteo, tra gli Ebrei nella loro propria lingua, pubblicò anche una scrittura di Vangelo, mentre Pietro e Paolo in Roma evangelizzavano e fondavano la Chiesa ", prosegue : "Dopo la dipartita ( ε čo δ o v ) di costoro, M., discepolo e interprete di Pietro, anch'egli le cose predicate da Pietro in iscritto a noi tramandò (Adv. hoer., III, 1, i: PG 7, 844). Il vescovo di Lione attribuisce certamente il secondo Vangelo a M., che cita più volte.

L'antico prologo latino, che attribuisce a M. l'epiteto di rolabodactilos, dice che questi, "divenuto interprete di Pietro, dopo la dipartita di costui scrisse questo (Vangelo) nelle regioni d'Italia" (cf. D. de Bruyne, in Revue bénédictine, 40 [1928], pp. 193-204).

Clemente Alessandrino informa che M. compose il Vangelo a Roma, pregato dagli uditori di Pietro. L'Apostolo lo avrebbe lasciato fare (in Eusebio, Hist. eccl., VI, 14, 6); altrove dice che la richiesto sarebbe pervenuta da certi cavalieri cesareani ai quali predicava Pietro a Roma (Hypotyp. in I Pt., 5, 13).

Altre testimonianze esplicite si leggono nelle opere di
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Marco Evangelista, santo - S. M. in atto di scrivere il Vangelo. Miniatura di scuola ferrarese (sec. 2v). Insipit del Vangelo di s. M. - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 10.

Origene (In Mt. tom I: PG 13, 829), Tertulliano (Adv. Marc., 4, 2: PL 2, 363), Eusebio (Hist. eccl., III, 24, 5-6), Girolamo (De viris ill., 8: PL 23, 643). Esse concordano sostanzialmente con quella di Ireneo.
b) Argomenti interni. - Nello stesso Vangelo si colgono diverse conferme delle testimonianze della tradizione. Questa informa che M. scrisse la predicazione di Pietro. Ora la predicazione di Pietro si estendeva dal Battesimo di Giovanni fino all'ascensione di Gesù (Act. 1, 21; cf. 10, 37-42), ed insisteva sui miracoli operati da Cristo (ibid. 2, 22; 1, 38). Tali sono appunto le caratteristiche del secondo Vangelo.

Inoltre il Vangelo di M. è la fonte più preziosa per una biografia di s. Pietro (P. De Ambroggi, S. Pietro Apostolo, Rovigo 1951, cap. 1). Il modo pittoresco di descrivere anche i particolari minuti dei fatti mostra che l'Evangelista ebbe a disposizione un testimone di prim'ordine, attento, impressionabile, come era Pietro; e la lingua di M., soffusa di colori semitici e latini, conferma quanto la tradizione storica attesta sulla sua origine.
5. Luogo, destinazione, data. - Sul luogo di composizione la tradizione è concorde per Roma (Clemente Alessandrino; Eusebio, Hist. eccl., 11, 15; Efrem, Diat., 286; Girolamo, De viris ill., 8).

La destinazione è indicata chiaramente da Clemente Alessandrino : per i Romani evangelizzati da Pietro. Che questi siano stati effettivamente i destinatari, risulta, oltre che dal carattere "petrino" del secondo Vangelo, anche dai latinismi che vi sono sparsi. Ai pagani, che non sapevano nulla delle profezie, era superfluo insistere su queste; Pietro e M. preferiscono dare maggior risalto all'argomento dei miracoli, specialmente a quelli sui demoni, in cui si potevano vedere gl'idoli sconfitti.

La data di composizione del Vangelo di M. non è facilmente determinabile. Si può dire cor sicurezza che la tradizione, moralmente unanim (la maggioranza dei codici greci, s. Ireneo, Origene, Epifanio, Girolamo) si accorda nell'asserire che M. è il "secondo" Evangelista, in ordine cronologico.

Gl'indizi interni permettono di concludere che il Vangelo fu scritto prima della distruzione di Gerusalemme ( 70 d. C.). Non vi è alcun cenno a tale fatto come avvenuto, nel discorso escatologico ( M. 13) : anzi, dalla conclusione di tale discorso (vv. 14-23), risulta il contrario.

La tradizione si accorda nel supporre che il secondo Vangelo sia stato composto prima della morte di s. Pietro. Siccome dal confronto dei Vangeli sinottici ( v ) risulta che Luca dipende da M., è ovvia la conclusione che M. scrisse prima del 63. In quell'anno terminava il biennio della prigionia romana di Paolo, e Luca concludeva bruscamente e pubblicava gli Atti, composti dopo il terzo Vangelo. Resta da spiegare il testo di s. Ireneo, citato sopra, dal quale si potrebbe dedurre che M. pubblicò il suo Vangelo dopo la morte di Pietro e Paolo. Nel greco suona così : Mectá δ dot{ε} τ dot{ε} ν τ o dot{τ} τ ω ν dot{ε} ξ ° δ o ν, Mápxos δ μ α vartheta η τ η̂ ς xal dot{η} μ α γ ν ω τ η̂ ς П́ ε τ ρ ε ω, xal α dot{τ} τ dot{α} ς τ dot{α} dot{α} dot{η} dot{η} dot{ε} τ ρ ° α xepu σ σ dot{α} μ ε ν α dot{ε} τ γ ρ dot{α} ρ ω ς dot{η} μ hat{imath} ν π α ρ α δ dot{ε} δ ω χ ε ν. Non è il caso di insistere sul fatto che dot{ε} ξ ° δ ° ς significa propriamente "dipartita", per concludere che M. scrisse, non già dopo la morte, ma dopo la partenza dei due Apostoli dalla Palestina. Non serve neppure la scappatoia di alcuni che (con Kaulen) vorrebbero leggere in Ireneo μ ε τ dot{α} δ dot{ε} τ dot{η} ν τ o dot{τ} τ ω ν dot{ε} κ δ ° σ τ α ( = dopo la "pubblicazione" di questo, ossia del Vangelo di Matteo) invece di μ ε τ dot{α} δ dot{ε} τ dot{η} ν τ o dot{τ} τ ω ν dot{ε} ξ ° δ ° ν ( = dopo la "dipartita" di costoro). Si noti tuttavia che Ireneo non dice che M. scrisse il Vangelo "dopo la morte di Pietro e Paolo, ma che "ci tramandò in scritto" ( dot{ε} γ γ ρ dot{α} ρ ω ς dot{η} μ hat{imath} ν π α ρ α δ ε δ ° α ε ν ) le cose predicate da Pietro: questa espressione sembra riguardare la pubblicazione definitiva, con l'appendice ( 16,9-20 ) che sembra aggiunta più tardi.

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(Int. Alinari)
Marco Evangelista, santo - Statua di s. M., opera di Donatello (1413) - Firenze, chiesa di Orsanmichele.

Ireneo, poi, non si preoccupava molto dell'esattezza cronologica; la sua testimonianza non può quindi essere decisiva per una data tardiva del secondo Vangelo.

Tenendo conto dei diversi elementi, la maggioranza degli studiosi cattolici, e molti acattolici con J. Wellhausen e A. Harnack, ritengono che il Vangelo di M. sia stato composto tra la seconda missione apostolica di Paolo (conclusa nel 53) e prima della pubblicazione del Vangelo di Luca (62-63). Entro questo decennio, dopo la composizione del Vangelo di Matteo (v.), si può cercare con probabilità la data d'origine del secondo Vangelo.
6. Integrità. - Diversi acattolici sostengono che M. non scrisse tutto il libro che a lui si attribuisce, ma solo una parte (Protomarco), che sarebbe stata poi completata da successivi redattori.

Si può rispondere che i testimoni della tradizione non conoscono altro Vangelo di M. all'infuori del presente. Tutti i papiri (compreso il P 45, della prima metà del sec. III), tutti i codici, tutte le versioni attestano che il Vangelo di M. fu sempre identico a quello giunto sino ad oggi.

Si può far questione solo sulla genuinità (non sulla canonicità) dell'appendice ( 16,9-20 ), che manca nel cod. Vaticano II (che però lascia un insolito spazio in bianco dopo 16,8), nel Sinaitico (S), nelle versioni siro-sinaitica, sa'dica, georgiana, armena antica. Mancava pure in diversi codici citati da Eusebio e s. Girolamo. Si trova invece nei codici C Δ 33 mathrm{~W} Θ mathrm{~A} ecc., nell'antica latina (meno il codice bobbiese k), nella Volgata, nelle altre siriache, nella bobairica, nella gotica e in molte citazioni di Padri (Ireneo, Giustino, Taziano, Epifanio, Crisostomo, ecc.). Alcuni codici secondari hanno un finale più breve ( Ψ [044] 099, 0112); oppure una finale allungata con l'inserzione di un loghion dopo il v. 13 (Freer loghion del cod. W). Gli argomenti interni contrari alla genuinità si riducono alla rottura del nesso logico fra il v. 8 e il 9 , ed alle differenze di stile ove affiorano reminiscenze lucane. Non
mancano tuttavia indizi in favore della genuinità. Infatti è improbabile che l'Evangelista abbia voluto troncare l'opera con un γ dot{α} dot{ρ}, senza raccontare nulla delle apparizioni e dell'Ascensione, tanto più che il tema della predicazione di Pietro si estendeva fino a quest'ultimo punto (Act. 1,21). Si potrebbe ritenere che M., per una ragione che sfugge, aveva lasciato sospeso il Vangelo dopo il v. 8. Qualche amanuosae lo copid e lo diffuse così incompleto. Frattanto fu pubblicato il Vangelo di Luca e M. stesso sunteggio (o fece sunteggiare) l'ultimo capitolo di quel Vangelo per completare il suo. Così si spiegherebbero le differenze di stile e la mancanza dell'appendice in alcuni codici, mancanza che da altri fu supplita diversamente.
7. Direttive della Pontificia commissione biblica. - In data 26 giugno 1912 la Pontificia commissione biblica pubblicò nove risposte riguardanti l'autore, il tempo di composizione e la verità storica dei Vangeli secondo M. e Luca (AAS, 4 [1912], pp. 463-65; Denz-U, 2155-63). Per quanto riguarda M., vi si indicano gli argomenti della tradizione che costringono ad affermare con certezza che M., discepolo ed interprete di Pietro, è autore del Vangelo che gli è attribuito (ad I), si dichiara che le ragioni addotte contro la genuinità di Mc. 16, 9-20 non dànno il diritto di escluderne la canonicità o l'ispirazione e non dimostrano che M. non ne sia l'autore (ad II). Quello di M. è il secondo Vangelo in ordine cronologico (ad V); non si può posticiparne la data fin dopo la distruzione di Gerusalemme; M. scrisse secondo la predicazione di Pietro (ad VIII), merita fede storica (ad IX).

Bibli per l'introduzione generale: R. Cornely, Historica et critica introductio in v. utrisugae Testamenti libros, III, Parigi 1897, pp. 80-118; R. Cornely-A. Merk, Introductionis in S. Scripturae libros compendium, ivi 1929, nn. 345-51; H. Höpfi-B. Gut, Introductionis... compendium, III, 4² ed., Roma 1938, nn. 92-136; H. Simon-G. Dorado, Praefectiones biblicae Nov. Test., I, 6 ed., Torino 1944, nn. 43-62 (con bibl.). Tra i commentatori di M. si notano: s. Girolamo, Tractatus 9 in Mc., ed. G. Morin, in Anecd. Moreds., 3 (1897, II), pp. 317-70; due commenti falsamente attribuiti a s. Girolamo sono editi in PL 30, 560-67 e 389-644; s. Beda Ven. (PL 92, 133-302); Teofilatto (PG 123, 488-681); Eutimio Zigabene (PG 129, 769-852); s. Alberto Magno, Expositio in Mc., Lione 1651; s. Tommaso d'Aquino (nella Catena aurea). Tra i cattolici recenti: J. Knabenbauer, in Curios S. Scripturae, 2° ed., Parigi 1907; M. Sales, in La S. Bibbia, Nuovo Test., I, Torino 1914, pp. 135-201; M.-J. Lagrange, in Etniles bibliques, 4° ed., Parigi 1924; G. Re, in S. Vangelo tradotto dal testo greco e commentato, Torino 1929; J. Huby, in Verbum salutis, 20° ed., Parigi 1929; L. Pirot, in La Ste Bible, IX, Parigi 1935; A. Vaccari, La S. Bibbia tradotta dai testi originali con note a cura del P. Istituto Biblico di Roma, VIII, Firenze 1950, pp. 135-88. Tra gli acattolici: A. Loisy, Parigi 1912; A. Plummer, 4° ed., Cambridge 1920; H. L. Strack-P. Billerbeck, in Kommentar zum Neuen Test. aus Talmud und Midrasch, II, Monaco 1924.

III. Iconografia. - S. M. evangelista viene raffigurato come un vecchio, spesso calvo, con il libro del suo Vangelo nelle mani, avendo accanto un leone, suo simbolo di evangelista; talvolta si vede seduto su un trono, come lo rappresenta in modo assai tipico una scultura quattrocentesca sulla porta d'ingresso principale della chiesa a lui dedicata in Roma ove è anche una tela di Melozzo da Forli che lo raffigura nell'atto di scrivere il suo Vangelo. Non di meno nel musaico bizantino del x sec., posto sopra il portale principale della basilica di S. Marco a Venezia, egli è a sinistra di Cristo ancora senza i suoi caratteristici attributi distintivi, sebbene una scritta indichi il suo nome. Nel musaico poco posteriore nella cappella di S. Isidoro della stessa basilica egli appare già con il suo Vangelo nelle mani.

L'iconografia di s. M. ebbe anzitutto un ricchissimo sviluppo nell'arte veneta; la basilica di S. Marco a Venezia presenta numerosi esempi di diversi tipi delle sue raffigurazioni, fino ad un musaico rinascimentale eseguito nel 1545 su un cartone disegnato da Tiziano. La basilica contiene anche nella cappella di S. Zeno dei musaici del xirxiII sec. con un ciclo di scene tolte dalla leggenda dell'Evangelista.

Innumerevoli sono le raffigurazioni di s. M. nell'arte veneta del Rinascimento. Da citare per l'arte del tardo Quattrocento il trittico di Bartolomeo Vivarini nella chiesa dei Frari a Venezia, dove nel centro troneggia s. M.,

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e, per il primo Cinquecento, la pala d'altare di Tiziano nella chiesa di S. Maria della Salute con s. M. in trono e quattro santi.

Grandissimi maestri veneti hanno anche spesso illustrato sia la leggenda del Santo, sia i suoi miracoli, sia la storia della traslazione del suo corpo da Alessandria a Venezia. Si ricordano: La predica del Santo a Alessandria, dipinta da Gentile Bellini ora nella Pinacoteca Brera di Milano, e le tele del Tintoretto all'Accademia di Venezia con la traslazione del corpo di s. M. ed un suo miracolo, nonché alla Pinacoteca di Brera Il rinvenimento del corpo di s. M.

Bibl.: K. Künstle, Ihonographie der Heiligen, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 434-35. Witold Wehr
IV. Folklore. - La data in cui cade la festa del Santo ( 25 apr.) spiega il carattere delle varie usanze e credenze popolari relative al Santo stesso, tutte più o meno collegate con la vita agreste nel periodo primaverile. A Venezia, di cui il Santo è patrono, s'usa ancora per la sua festa presentare un botton di rosa (bocolo) alle ragazze: l'uso ha ispirato una commovente leggenda. In Sicilia si benedicono la campagne come per le rogazioni e i contadini riportano e dividono tra le famiglie fiori benedetti. Sempre in Sicilia il Santo è considerato come patrono del vento, anzi il volgo identifica in s. M. il vento che di solito spira in quel giorno, cioè lo scirocco; donde il proverbio - S. Mercu è lu lupu di la campagna». Una graziosa leggenda romana, immaginata forse per spiegare l'uso di un'offerta di primizie, racconta che M. per accontentare il desiderio di un papa, fece maturare miracolosamente le ciliege, pur essendo ancora d'aprile. Protettore dei notai, dei canestrai e dei muratori, è invocato per un buon raccolto. Come risulta da numerosi proverbi, nel suo giorno si traggono presagi per il tempo o per la maturazione delle frutta, o si dànno consigli per la caccia, il pascolo, l'allevamento del baco da seta. Vedi tav. IV.

Bibl.: G. Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo 1881, pp. 250-52; G. Zanazzo, Novelle, favole e leggende romanesche, Torino 1917, pp. 419-20; D. Olivieri, Vita ed anima del popolo veneto, Milano s. a., p. 51; S. La Sorsa, Calendario agricolo popolare, Bari 1951, pp. 73-75. Paolo Toschi

MARCO di Gerusalemme, santo. - E commemorato nel Martirologio romano il za ott. come martire, ma non consta di questa sua qualifica; nell'antichità non ebbe culto alcuno e fu inserito nel Martirologio di Adone.

Fu il primo vescovo di Gerusalemme dopo la distribuzione della città avvenuta sotto Adriano. Nel 135 infatti gli Ebrei, che a più riprese avevano tentato di scuotere il giogo della dominazione romana, guidati dal demagogo Bar Kôkhêbhâ' si ribellarono ancora una volta; ma furono vinti presso Bethar e dispersi. Fu allora assolutamente vietato ai medesimi di metter piede in Gerusalemme, che divenne una colonia romana ed abitata da soli pagani. Anche la comunità cristiana, composta fino a quel tempo di convertiti dal giudaismo, fu dispersa, e a poco a poco poté ricostituirsi con elementi provenienti dal paganesimo; di questa nuova comunità fu appunto primo vescovo M. Niente si conosce della sua attività; sembra sia morto sotto Antonino Pio, nel 156.

Bibl.: Eusebio, Hist. eccl., IV, 6; V, 12; Acta SS. Octobris, IX, Parigi 1869, pp. 477-84; Martyr. Romonom, p. 468. Agostino Amore

MARCO, Gnostico. - Discepolo di Valentino, insegnò, secondo Ireneo (Haer., I, 7, 4, ed. W. Harvey, p. 121, I, 13, 5 dell'ed. A. Stieren, p. 154), in Asia, forse nei tempi di s. Ireneo. Caratteristica è la sua speculazione sulle lettere dell'alfabeto e sui numeri.

Ireneo incontrò aderenti di M. nella valle del Rodano e questa fu l'occasione per cui egli si occupò della gnosi. Le notizie su M. presso Ireneo hanno un interesse speciale perché fanno conoscere usi e formole liturgiche. Le formole liturgiche sono in parte trasmesse anche nella lingua aramaica, il che fa supporre che questa gnosi
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(Int. Pont. comm. arch. crist.)
Marco, papa, santo - Affresco nella serie dei ponnifici nella antica basilica di S. Paolo (sec. Ix) - Roma.
era diffusa in Siria, o in un ambiente giudeo-cristiano. I marcosiani facevano il Battesimo in acqua, ma conoscevano anche una unzione postbaptismale. Interessanti sono anche le loro preghiere per i morti, che dovevano facilitare il passaggio delle anime fra le potenze nemiche nei cielo. Un cenno di s. Ireneo, benché polemico, testimonia la credenza della setta della trasmutazione eucaristica. M. si credeva profeta e comunicava anche il dono della profezia ad altri (Haer., I, 7, 2, ed. Harvey, p. 117, I, 13, 3, ed. Stieren, p. 147).

Bibl.: La migliore spicgazione della speculazione di M. presso M. Segnard, La gnose valentinienne et le témoignage de st Irénée, Parigi 1947, p. 358 sg. Sulla liturgia v. W. Bousset, Hauptprobleme der Gnosis, Gottings 1907 (v. indice s. v. Marcuoier). Si veda anche per la speculazione di M.: F. Dornseiff, Das Alphabet in Mystik u. Magie, 2a ed., Lipsia 1925, p. 126 sg.; C. I. Scholen, Les grands courants de la mystique juive, Parigi 1930, p. 78. Erik Peterson

MARCO, papa, santo. - Fu romano di nascita e figlio di Prisco, resse la Chiesa romana per ca. nove mesi, dal 18 genn. al 7 ott. 336 . Poco si sa delle sue gesta; sembra che non si sia occupato affatto della controversia ariana, essendo certo spuria la corrispondenza con s. Atanasio attribuitagli dallo Pseudo-Isidoro.

Il Liber Pontificalis gli attribuisce la concessione del pallio e la prerogativa al vescovo di Ostia di consacrare il nuovo vescovo di Roma. Egli costruì due basiliche: l'una in città, il Titulus Marci, rivenuta alla luce negli scavi eseguiti recentemente; l'altra sulla Via Ardeatina, ora scomparsa. La sua deposizione nel cimitero di Balbina al 7 ott. è indicata nella Depositio episcoporum; sotto la stessa data lo commemorano il Martirologio e il Breviario romano.

Bibl.: Lib. Pont., I, pp. 80 sg., 202-4; la corrispondenza spuria, in Jaffé-Wattenbach, I, p. 30 e PL 8, col. 854; Acta SS. Octobris, III, Anversa 1770, pp. 886-903; J. P. Kirsch, Die römischen Titelkirchen im Altertum, Paderborn 1918, pp. 87-90; V. Monachino, La cura pastorale a Milano, Cartagine e Roma nel sec. IV, Roma 1947, pp. 280, 300; per gli scavi recenti. A. Ferrus, La basilica di papa M., in Civ. Catt., 99 (1948), itt. pp. 503-13. Vincenzo Monachino

MARCO della Tomba. - Missionario e indianista, n. in data non precisabile a Tomba (Senigaglia); giovane entrò nell'Ordine dei Cappuccini e partì nel 1755 per l'India settentrionale; ivi lavorò a Bettiah, Patna e Chandernagor. Nel 1773 ritornò in Europa. Nel 1781 si portò altra volta nella stessa missione

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(lat. Alinor)
Marco Aurelio, imperatore romano - Trionfo di M. A. Rilievo nel Palazzo dei Conservatori - Roma.
divenendone nel 1786 viceprefetto, e poi nel 1801 prefetto. M. il 7 giugno 1803 a Bhangulpore.

Nell'Introduzione al viaggio per l'India espose le vicende della sua vita missionaria dal 1755 al 1774 con gli avvenimenti politici dell'India settentrionale. I suoi scritti principali sono: Trattato geografico del Nepal e del Tibet; Descrizione dei sistemi religiosi nell'Indostan; Traduzione in lingua italiana dei sacri libri Argiun Ghita, Lanka, Mul Pangi e del Giansagr, raccolti da A. De Gubernatis (Scritti del p. M. della T. [Firenze 1878]), che ne fece notare l'importanza per la storia degli studi orientali.

Bibl.: P. Amat, Gli illustri viaggiatori italiani, Roma 1885, pp. 369-88; Anal. Ord. Min. Cap., 6 (1890), p. 350 ; Stroit, Bibl., VI, nn. 607, 608, 618, 619; VIII, nn. 1207; 1379, 2215; G. da Fermo, Gli scrittori cappuccini delle Marche, Jezi 1928, p. 75; C. da Terzorio, Le missioni dei Cappuccini, Roma, 1032. IX, passim.

Callisto Lopinot
MARCO di Weida. - Predicatore e scrittore ascetico domenicano, n. nel 1450, m. prima del 13 luglio 1516. Si distinse a Lipsia e a Eger nell'insegnamento, nella predicazione e nello scrivere cose pie. La sua teoria rosariana dipende da Alano e da Michele François (v.), insistendo sul carattere di confraternita e sul numero di 150 Ave, senza la serie dei 15 misteri di data posteriore.

Scrisse : Der spiegel des ehelichen lebens (inedito nella Biblioteca in Wolfenbüttel); Ein nutzliche lehre u. sonderlich aussiegunge des heyl. Vater unssers (Lipsia 1502, 1516, 1520, Ratisbona 1883); Der spiegel hochloeblicher bruderschaft des rosenkrantz Marie (Lipsia 1515).

Bibl.: N. Paulus. Morbus v. B., in Zeitschr. f. hath. Theol., 26 (1902), pp. 247-62; G. Lôhe, Die Kapitel der Prov. Saxonia 1313-40, Yechta 1930, pp. 9 e 61.

Angelo Walz
MARCO AURELIO (Marcus Aurelius Antoninus), imperatore romano. - Imperatore e filosofo, n. a Roma il 26 marzo 121, m. a Vindobona il 17
marzo 180. Di nobile famiglia spagnola, rimasto orfano di padre, fu adottato e accolto in casa del nonno Marco Annio Vero. Ebbe maestri diversi (Ricordi, I, i); efficacia particolare ebbero su lui gli stoici (Diogneto, Rustico), spingendolo a una rigida austerità (ibid., I, 6). L'imperatore Adriano lo adottò nel 136. Nel 138 Adriano designò successore Antonino Pio, zio di M. A., imponendogli di adottare il nipote, e L. Commodo; assunse allora il nome di M. A. Vero. Dal 139 al 161 percorse il cursos honorum, vivendo a corte, sotto l'efficace e onesta guida di Antonino. Con Cornelio Frontone attese a lungo agli studi retorici, finché il rigido stoico Rustico e la lettura di Epitteto lo soggiogarono del tutto. Il 7 marzo 16i Antonino Pio morendo mostrò di designarlo come solo successore. Egli si associò L. Commodo, il quale, però, si disinteressò del governo. Su M. A. venne pertanto a gravare un immane compito. L'Impero era travagliatissimo : assalti di barbari, ribellioni, pestilenze, inondazioni, carestie, difficoltà finanziarie. Nel 162 si mossero i barbari del nord; dal 161 al 166 i Parti impegnarono ingenti forze militari; le quali, al loro ritorno, portarono la peste, che fece strage in tutto l'Impero. Nel 166 i barbari assediarono Aquileia. I due Imperatori condussero la campagna dal 166 al 169 , anno in cui morì Commodo. M. A., rientrato a Roma, vendette all'asta le suppellettili del Palazzo imperiale, arruolò schiavi e fuggiaschi e ripartì nel 170 per la dura guerra che durò sino al 175 , e che è ricordata dalla colonna monumentale. A questa guerra risale l'episodio della pioggia ristoratrice, che gli scrittori pagani hanno attribuito a Giove pluvio, mentre gli scrittori cristiani l'hanno tramandata come un vero miracolo, dovuto alle preghiere dei soldati cristiani della legio fulminata (v.). Frattanto il luogotenente Avidio Cassio si proclamava imperatore in Oriente; M. A. vi si recò: giunse a ribellione domata con l'uccisione di Cassio, perdonò i colpevoli ed iniziò un viaggio per riordinare le province orientali. Rientrato a Roma, conferì il tribunato all'unico figlio rimastogli, Commodo. Nel 178 la guerra lo richiamò al nord; la peste, che decimava l'esercito, lo colse e ne morì, designando Commodo per successore. Le ceneri furono portate a Roma, fra l'universale compianto.

Durante i diciannove agitatissimi anni d'impero, attese a grandi riforme all'interno dello Stato, ad opere di pubblico bene, non escluse istituzioni di beneficenza, fra cui le puellae Fountainnoe (da Faustina moglie dell'Imperatore) per il soccorso dell'adolescenza bisognosa. Tutta la sua legislazione è inoltre ispirata a un sincero umanitarismo stoico verso i deboli e gli schiavi. Resta, incongrua e indelebile macchia, la persecuzione dei cristiani, che il suo attaccamento alla religione tradizionale e il suo razionalismo stoico gli impedirono di comprendere. Ricordandoli espressamente (Ricordi, XI, 3), ne scambia la serena e incrollabile fermezza per esibizionismo teatrale; accennandovi forse indirettamente (ibid., III 16), li ritiene stei e immorali. Non mutò però sostanzialmente le prescrizioni giuridiche a loro riguardo. Fra le vittime più illustri vanno ricordati i celebri martiri di Lione (v.). Non mancarono condannati alle miniere di Sardegna e Corinto (Eusebio, Hist. eccl., IV, 23, 10). Le apologie di Giustino (150), di Melitone di Sardi (172), di Atenagora (177), presentate allo stesso Imperatore, non valsero a mutarne l'animo. La radicale antitesi dottrinale tra stoicismo e cristianesimo, nonostante l'estrinseca concenanza di alcune norme etiche, precluse ogni comprensione e fu sanguinosamente fatale ai cristiani sotto l'Imperatore filosofo.

I Ricordi (Tà ε i ς è α v γ i o · Discorsi con se stesso o), pare risalgano agli ultimi anni di M. A. Il quale, pur fra

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le guerre e gli affari, trovava modo e tempo di raccogliersi nella riflessione filosofica. Sono annotazioni occasionali, che M. A. elabora in forma personalissima, rivestendo di profonda umanità, di sconsolata mestizia, di vivissimo sentimento religioso le teorie stoiche da lui professate. La vita, con le sue angosce e le sue tragedie, pone forniidabili problemi, che esigono un'inevitabile soluzione, da ricercarsi nel conoscere l'essenza delle cose, cioè nella metafisica. La ragione libera dalle vanità superficiali, inortrando il reale, composto di causa e di materia in necessaria e razionale evoluzione. Nell'armonia del tutto, scompaiono le dissonanze singole. Il mondo attuale, ed in esse ogni singolo, sono un aspetto e un momento dell'ordine universale ed eterno. L'universo è animato da un λ hat{δ} γ_{0} ς-π ν ε η̂ μ α che lo pervade e lo vivifica; questo λ hat{σ} γ_{0} ς è divino, è Dio. Sono frequenti i dubbi e le esitazioni sugli dèi, nelle ipotesi alternative fra una concezione spiritualistica e razionale e un meccanicismo atomistico. - La opere degli dèi sono piene di provvidenza - (Ricordi, II, 3). La divinità pervade e vivifica il mondo in un'unione intrinseca ed abita particolarmente nell'uomo la cui ragione è parte viva del λ hat{σ} γ_{0} ς universale. La morale di M. A. è essenzialmente e profondamente razionale; insistendo sulla situazione privilegiata della mente, porta alla valorizzazione e all'esaltazione di una morale spiccatamente interiore, la quale esige impegno, serietà e fermezza. M. A., romano e imperatore, accentua e sviluppa gli aspetti sociali dello stoicismo. Cio che vale nell'uomo è lo spirito, partecipazione del logos divino: l'animo è mortale, nella sua individualità diatinta. La felicità del saggio sta nel dominio continuo e vigile di sé.

L'esaltazione dello spirito nello stoicismo marcaureliano (come nello stoicismo in genere) è in realtà soltanto apparente, poiché lo spirito vi si riduce, nella sua essenza profonda, a materia. Né l'ideale supremo del saggio fu raggiunto, come lo stesso M. A. confessa in una serie di interrogativi rimasti senza risposta (Ricordi, XI, i). La metafisica acriticamente accolta era in fondo in contraddizione con l'etica professata, e i frequenti accenti di ispirazione pessimistica sono di questo interiore dissidio una conferma. In M. A. è una voce ulteriore del drammatico tormento dell'uomo classico sospeso tra il logos ardentemente cercato e invocato e il pathos vissuto e sofferto.

BibL.: Notizie biner, in : C. Frontone, Epistolarum ad Marcom Comarem et invicem libri V. La legislazione in F. Hānel, Corpus legum cce., Lipsia 1857, pp. 114-32. Dei Ricordi: l'editio primogus è quella curata dallo Xilander, Basilea 1539; D. ino, Mure: Aureli Commentariorum quos cibi ipsi scripili libri XII a cura di H. Schenk!, Lipsia 1903; di H. I. Tiranov, Parigi 1925; I Ricordi, testo greco e traduzione italiana a cura di C. Mezzentini, Torino 1948. Delle traduzioni è celebre quella di L. Ornato, rived. e pubbl. da G. Fischioni, ivi 1853 ; altre due tradd. a cura di U. Moricea, ivi 1923 e 1934. Studi : E. Renan, Mare-Aurele et la fin du monde antique, Parigi 1882, vers. it., Milano 1937. Roma 1946; G. Negri, I Ricordi di M. A. e le Confessioni di s. Agostino, in Meditazioni vagabonde, Milano 1897, pp. 97-224; J. Dar-tique-Peyrou, Marc-Aurile dour ses rapports avec le christianisme, Parigi 1897; F. W. Bussel, Marcus Aurelius and the later Stoics, Edimburgo 1910; M. Eberlein, Kaiser Marcus Aurelius und die Christen, Breslavia 1914; Clayton Dove, M. A. A., his life and times, Londra 1930; U. v. Wilamowitz-Moellendorf, Kaiser Marcus, Berlino 1931; R. Paribeni, L'Italia imperiale, Milano 1938, pp. 383-402, 417-40; G. Soleri, M. A., Brescia 1947.

Giacomo Soleri
MARCO y CATALAN, JuAN-Francisco. - Cardinale, n. a Bello (Saragozza), il 24 ott. 1771, m. a Roma il 15 marzo 1841. Nominato arciprete del Capitolo di Saragozza (1814) fu nel 1816 chiamato a Roma, come uditore di Rota per la Spagna.

Nel 1826 Leone XII lo nominò governatore di Roma. Creato dallo stesso Pontefice cardinale diacono, nel Concistoro del 13 dic. 1828 , il suo nome ebbe vasta risonanza nel Conclave del 1831 quando, ritenendosi prossima la elezione al pontificato del card. Giacomo Giustiniani,
egli, a nome del re di Spagna, pronunciò la formola esclusiva contro il porporato.

Del M. furono pubblicate, in Roma (1829), le Decisioni rotali emanate dal 1817 al 1828, in due grossi volumi, per cura dell'avvocato Nicola Salvadori.

BibL.: Moroni, XLII, pp. 262-65; L. Alpago Novello, Il Conclave di Gregorio XVI, Venezia 1924, pp. 25, 31, 32, 33.

Mario de Camillis
MARCO ibn al-Kanbar. - Sacerdote copto, m. nel 1208. Sostenne la necessità della confessione auricolare contro l'abuso della cosiddetta confessio ad thuribulum. Ebbe come principale avversario Michele, metropolita di Damietta, la cui autorità fece prevalere lungo tempo questo abuso nella Chiesa copta. Presero invece le sue difese altri monofisiti, e cioè l'armeno Abù Sall ed il patriarca giacobita Michele Siro.

Bibl.: G. Graf, Ein Reformveruch innerhalb der baptischen Kirche im 20.älften Jahrhundert, Paderborn 1923, pp. 26-34; M. Jugie, Monophysite (Eglise Capte), in DThC, X, coll. 5286-88. Maurizio Gordillo

MARCO e MARCELLIANO, santi, martiri. Sono commemorati nel Martirologio geronimiano il 18 giugno. Alla stessa data la loro Messa si trovò nei Sacramentari gelasiano e gregoriano. Gli Itinerari del sec. vir li ricordano sulla Via Ardeatina, e giacenti sotto l'altare di una basilica sopraterra; il Salisburgense aggiunge ch'erano gemelli e diaconi.

Si è preteso di aver identificato il loro sepolcro, ma nessuna delle ipotesi avanzate può ritenersi sicura. Le poche notizie che riguardano il loro martirio, sono date da quel romanzetto agiografico che è la Passio s. Sebastiani : si può quindi dire che niente si conosce di positivo.

Il Martirologio geronimiano indica i loro sepolcri nel cimitero di Balbina sulla via Ardeatina, mentre il catalogo dei cimiteri ii pone in un cimitero di Basilio sulla Via Ardeatina, che è del tutto sconosciuto.

Nel 1903 G. Wilpert ritenne di poter identificare il cimitero rinvenuto presso l'allora monastero dei Trappisti, oggi Istituto S. Torcisio, sulla Via Appia, come il cimitero di Marco, Marcelliano e Damaso ricordato nel Lib. Pont. per i lavori compiutivi dal papa Giovanni VII (705-707); ma in quel tempo l'espressione coemeterium sta per basilica; i due martiri sono indicati sepolti sulla Via Ardeatina nel cimitero di Balbina non ancora identificato; i pellegrini del VII sec. hanno visitato il loro sepolcro in una basilica sopraterra e non in un cubicolo sotterraneo, nel quale invece O. Marucchi volle riconoscere il sepolcro dei "confessores saneti quos Grassia misit " che Damaso annovera nel gruppo di s. Callisto.

Il cimitero scoperto nel 1903 era in parte già noto al De Rossi; consta di un'area sopraterra e di una regione sotterranea che iscrizioni sarcofagi e pitture assegnano al sec. Iv.

Bibl.: Acta SS. Iunii, IV, Parigi 1867, pp. 468-70; O. Marucchi, La memoria dei ss. M. e M., in Nuovo ball. arch. crist., 5 (1899), pp. 5-19; G. Wilpert, La scoperta delle basiliche cimiteriali dei ss. M. e M. e Damaso, ibid., 9 (1903), pp. 43-58; O. Marucchi, Discussione critica sul luogo recentemente attribuito ai sepolcri..., dei martiri M. e M., ibid., 11 (1905), pp. 191-230; Martyr. Hieronymianum, p. 324; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, ivi 1942, p. 64.

Agostino Amore
MARCOLINI, Francesco. - Libraio, editore e tipografo, n. a Forlì nei primi anni del sec. xvı e m. in Venezia dopo il 1559. Stabilitosi in questa città, fra il 1535 e il 1559 (salvo intervalli negli anni 1541 e 1546-49), vi esercitò l'arte tipografica stampando numerose edizioni di opere italiane e alcuni libri musicali.

Fra i molti autori prescelti sono P. Aretino, L. Ariosto, P. Bembo, D. Cavalca, F. Petrarca e particolarmente A. F. Doni, uno dei fondatori dell'Accademia Pellegrina, della quale il M. fu segretario e tipografo. Al

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M. sono assegnate ca. 150 edizioni, stampate quasi tutte in caratteri corsivi di varie grandezze; esse hanno notevole importanza per la correttezza dei testi, per l'abbondanza delle illustrazioni e per la rarità degli esemplari. Va ricordata in modo particolare l'opera Le ingeniose sorti ( 1540 e 1550 ) uno dei più bei libri figurati del ' 500.

Biss.: G. Friedländer, Le Sorti di F. M.... Eine bibliographische Notiz als Gelegenheitsschrift, Berlino 1833 (bio-bibliografia, l'edizione 1200, i collaboratori, descrizione e chiave del gioco): G. Zaccaria, Catalogo di opere stampate per F. M., Fermo 1830 e Appendice e correzioni, ivi 1823 (contiene anche le Memorie biografiche, di R. De Minicis); S. Casali, Annali della tipografia veneziana di F. M., Forlì 1861 (fondamentale); A. Mambelli, F. M. e P. Aretino, in Forum Livii, 5 (1930), pp. 121-20; L. Servolini, F. M. da Forlì, in Accademie e biblioteche d'Italia, 12 (1940), pp. 15-21. Giannetto Avanzi

MARCOMANNI. - Popolazione germanica, di cui si possono seguire le vicende durante l'Impero Romano. Universalmente accettata la chiara etimologia del nome : uomini delle zone di confine, in rapporto da principio a tribù d'altro nome o forse anche d'altra stirpe (Celti?). Si ha di loro una prima menzione, quando prendono parte insieme ai Suebi di Ariovisto alle spedizioni oltre Reno, intraprese in seguito alla chiamata dei Sequani in lotta con gli Edui, e insieme ai Suebi ricacciati da Cesare (De bell. Gall., I, 31-58). Furon di nuovo battuti dalle legioni romane, quando Druso marciò sino all'Elba (Dione Cassio, Hist. Rom., LV, 10 a) e in seguito a questa pressione romana si spostarono verso sud-est, più addentro nella Germania verso la Boemia. Ne rialzò le sorti un abile e valoroso loro capo Maroboduo che, raccogliendo intorno a sé anche altre tribù germaniche, riuscì a formare uno Stato potente tra il Danubio, l'Elba e l'Oder. A tal segno che Augusto ne fu preoccupato, e pensò ad una grossa spedizione contro di loro da affidarsi a Tiberio e a Senzio Saturnino. Il disastro di Varo nella Germania inferior fece sospendere piani troppo ardimentosi nell'interno della Germania. Il cherusco Arminio, vincitore di Varo, tentò di avere con sé Maroboduo, al quale inviò, per comprometterlo, il capo di Varo, ma Maroboduo rimise quel macabro trafco ad Augusto. Rimase così in buone relazioni con i Romani ai quali chiese ospitalità, quando discordie intestine e lotte con altre tribù germaniche lo obbligarono a fuggire dalla sua patria. Tiberio favorì l'unione dei M. con i Quadi, fidando nell'autorità dei capi che la diplomazia romana riusciva a far loro accettare. Le inimicizie sorsero, quando i M. si affermarono più decisamente sulla riva sinistra del medio Danubio.

Li combatté Domiziano, più di una volta infelicemente, nonostante le ripetute acclamazioni imperatorie. Solo durante l'impero di Marco Aurelio si venne alle grandi, ostinate guerre. Nel 166 torme innumerevoli di barbari, operando simultaneamente su tutta la linea del Danubio, riuscivano a sfondare in più punti le difese romane e a irrompere come un torrente distruggitore nelle province della riva destra. I Quadi e i M. meglio armati e organizzati degli altri giunsero sino a valicare le Alpi, distrussero Opitergium (Oderzo) e posero l'assedio ad Aquileia. Le milizie cittadine (pretoriani, urbani, classiari) uniche disponibili, perché buona parte delle legioni erano state inviate in Oriente contro i Parti, erano sanguinosamente sconfitte. E solo il rapido ritorno dei due Imperatori (Marco Aurelio e Lucio Vero) dall'Oriente arrestò l'ondata furiosa. Disgraziatamente le legioni ricondotte indietro dalle regioni orientali portavano seco la peste. La guerra fu rivolta specialmente contro i nemici più temibili: Quadi e M., e fu guerra lunga e sanguinosa (166-72). Dell'accanimento con cui fu
combattuta fanno fede, nella scarna miseria delle fonti letterarie, le notizie della morte sul campo di illustri comandanti romani (Furio Vittorino e Macrinio Vindice, prefetti del pretorio; Marco Claudio Frontone, governatore della Mesia) e in forma indiretta il carattere feroce e disperato che si rivela nei rilievi della colonna antonina. Nel 172 i Germani chiesero e ottennero la pace, consentendo a ricevere presidi romani entro i loro confini. Si parlò anche di una provincia Marcomannia e Sermazia che ebbe se mai effimera vita. Nel 177 infatti riarse la guerra, interrotta dalla morte di Marco Aurelio a Vindobona il 17 marzo dell'anno 180, e abbandonata subito dal figlio e successore Commodo, ansioso di correre a Roma per assicurarsi la corona imperiale. Si comprende perciò, che la pace concessa dovette essere abbastanza mite, e d'altra parte le gravi perdite che tanto lunghe guerre dovevano aver inflitto, fecero si che il nome dei M. non si sentisse più con speciale risalto tra quelli delle altre popolazioni germaniche. Il cristianesimo dovette penetrare tra loro presso a poco quando si fece strada tra altri Germani. Non se ne hanno sicure notizie, né può esser preso alla lettera quanto narra Paolino nella Vita Ambrosi, 36 (FL 14, 42) che cioè «Frigitil quaedam regina Marcomannorum», avendo sentito delle grandi virtù del Santo, "Christo credidit... missis Mediolanum muneribus ad ecclesiam per legatos postulavit, ut scriptis ipsius qualiter credere debuit, informaretur». Se veramente per mezzo di a. Ambrogio sia giunto tra i M. il cristianesimo, esso non sarebbe stato inficiato di arianesimo come fu la fede dei Goti e di parecchie popolazioni germaniche.

Biss.: K. V. Mülkenhoff, Deutsche Altertumskunde, Berlino 1870-91: Stralcosch-Grassmann, Geschiche der Deutschen in Österreich-Ungarn, Vienna 1895; E. Petersen, A. Domaszewski, G. Calderini, Die Marcus-Säule, Berline 1896; L. Schmidt, Geschichte der deutschen Stämme, II, ivi 1918, p. 176. Roberto Paribeni

MARCONI, Guglielmo. - Scienziato, n. a Bologna il 25 apr. 1874, m. a Roma il 20 luglio 1937. Dimostrò fin dalla sua giovinezza una spiccata ten-
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(fot. Fxlixi)
Marconi, Guglielmo - G. M. compie esperimenti alla stazione
Radio Vaticana.

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Mabconi, Guglielmo - G. M. all'inaugurazione della stazione Radio Vaticana alla presenza di Pio XI (12 febbr. 1931).
denza per lo studio della fisica sperimentale. Venuto a conoscenza a 16 anni delle esperienze che nel 1886 avevano condotto Hertz a realizzare onde elettromagnetiche quali prevedeva l'elettrologia di Maxwell, si dedicò senz'altro al loro studio.

In quel tempo la tendenza dei fisici era di produrre analoghe onde sempre più corte; Hertz era riuscito a ridurre fino a 80 cm . la lunghezza delle onde generate con i suoi dispositivi; Righi a Bologna riusci a produrre onde di pochi millimetri. M., pur apprezzando quei risultati di grande interesse fisico, intuil genialmente che per inviare segnalazioni a stazioni lontane occorrevano onde diverse da quelle fino allora impiegate nei laboratori di fisica; perciò, trasferitosi nella villa paterna di Pontecchio, cominciò le sue esperienze. Il primo notevole progresso realizzato fu quello dell'impiego di un'antenna per la produzione e la recezione delle onde e dell'aver fatto intervenire la terra come parte del suo dispositivo. Cosl in breve tempo M. poté trasmettere segnali a distanze di qualche centinaia di metri, e poi giungere ai 1700 . Egli intuil poi che per girare ostacoli, p. es., una collina, era opportuno impiegare onde di lunghezza assai maggiore di quelle in uso nei laboratori : cosi riusci a trasmettere segnali fino a 2400 m . con una collina interposta. A questo punto M. prese il suo primo brevetto ( 1896 ) e cominciò i perfezionamenti intesi allo sfruttamento industriale del suo lavoro, recandosi in Inghilterra, ove aveva parenti disposti ad aiutarlo. Aveva allora 22 anni.

Dopo una serie di riuscite esperienze sotto gli auspici di sir William Preece, con l'as