volume-08

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� stesso infami e, se persistono, devono essere scomunicatio colpiti di interdetto personale (can. 2356).

Bibs.: E. Glasson, Le mariage civil et le divarce, Parigi 1880; J. Gianzana, Codice civile, IV, Torino 1887. p. Leex sgg.; M. Covillard, Le mariage considéré comme contrat civil dans l'histoire du droit frangais, Parigi 1889; P. Sagnac, La législation civil de la Révolution, ivi 1898, p. 284 sgg.; R. Lemaire, Le mariage civil, ivi 1901; B. Melata, De potestate qua matrimonium regitur et de iure matrimoniali civili apud praecipuas nationes, Roma 1903, p. 39 sgg.; J. Duvic, Législation civile du Canada, le mariage et le divorce, Ottawa 1912; P. Gasparri, De Matrimonio, II, Roma 1932, pp. 312-23; V. Bertrand, Etat comparé des lois en ce qui concerne le mariage civil et le Mariage religieux de facto, in Revue trimestrielle de l'Institut de Belgique de droit comparé, 18 (1932), p. 138 sgg.; A. Ravà, Lezioni di diritto civile sul matrimonio, 3² ed., Padova 1933; C. B. Alford, Jus matrimoniale comparatum. Jus civile matrimoniale in statibus foederatis Americae septentrionalis cum iure canonico comparatum, Roma-Nuova York 1938; J. W. Goldsmith, The competence of Church and State over Marriage, Disputed points, Washington 1944; A. Leite, Competencia de Igreja e do Estado sobre o matrimonio, Porto 1946. Per la storia del m. c. in Italia cf. P. Pirri, Pio IX e Vittorio Emanuele II dal loro cartaglio privato. La lasizzazione dello Stato sardo (1828-26), I, Roma 1944, pp. 79-83 sgg., docc. nn. 24, 25, 26; E. Vitale, Il tentativo di introdurre il m. c. in Piemonte (1852-57), ivi 1951. Pietro Palazzini

MATRIMONIO MISTO : v. MISTA RELIGIONE, impedimento di.
«MATRIS SUB ALMAE NUMINE». - Inno dei Vespri nella festa dei ss. Sette Fondatori, d'autore ignoto, composto nel sec. xviri e corretto da mons. V. Tarozzi, segretario di Leone XIII per le lettere latine, quando nel 1888 furono canonizzati e ne fu estesa al festa alla Chiesa universale.

Canta la pia morte dei sette nobili fiorentini che, abbandonati gli agi terreni, si ritirarono sul Monte Senario ove fondarono l'Ordine dei Servi di Maria. Le ultime tre strofe sono una umile preghiera perché questi beati possessori della gloria celeste impetrino, per i dolori della Vergine, la pace del cuore. La dossologia finale si rivolge alla S.ma Trinità perché dia di poter seguire l'esempio dei padri.

Bibs.: G. Bossi, Gli inni del Breviario romano, Roma 1919, pp. 126-27; V. Tarozzo, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondov 1932, p. 184; A. Mirra, Gli inni del Breviario, Napoli 1947, p. 195.

MATRONEO. - La parte riservata alle donne nelle prime chiese cristiane (generalmente la navata destra o il transetto destro) separata dal resto della chiesa mediante transenne o velari. In architettura si dà questo nome alla galleria interna che sovrasta le navate laterali, originariamente destinata appunto a tale scopo. Secondo il Rivoira questa struttura sarebbe d'origine siriaca e deriverebbe dalle basiliche civili a duplice ordine (le chiese di Qanawāt e di
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ticolare costruttivo, il S. Vitale di Ravenna (vi sec.) e il S. Lorenzo di Milano, ritenuta generalmente del vi sec. Non restano esempi di m. nelle chiese a pianta basilicale dell'Esarcato, mentre a Roma lo si trova nella parte più antica di S. Lorenzo fuori le mura (vi sec.), in S. Agnese sulla Via Nomentana (vii sec.), e più tardi nella ricostruita chiesa dei SS. Quattro Coronati (xii sec.), che è il solo esempio di m. in chiese romane di età romanica, quando esso è invece uno degli elementi caratteristici dell'architettura lombarda, dove il modello di S. Ambrogio, con m. profondo, illuminato da monofore e affacciantesi sulla nave centrale con arcate della stessa ampiezza di quelle sottostanti, è imitato fedelmente in S. Michele di Pavia. Lo si trova, con grande varietà di aspetti, nell'Italia settentrionale : con loggiati a bifore (S. Donato di Genova); a quadrifore (duomo di Parma); a bifore o trifore o quadrifore riunite da un'arcata cieca in asse con l'arcata della nave, con un'elegante soluzione caratteristica (duomo di Modena e coeve cattedrali pugliesi). Però alcune volte (per es., nel duomo di Modena) questi m. sono solo apparenti e non praticabili, non servono ad accogliere i fedeli, ma sono determinati da ragioni estetiche e dalla necessità costruttiva di alleggerire la parte superiore della parete e di sostenere le spinte della visita. Fuori dell'influenza dell'architettura lombarda va ricordata la particolare soluzione della basilica di S. Marco di Venezia, in cui il piano superiore delle navatelle affaccia sull'interno della chiesa con semplici transenne, come un ballatoio. Quasi eccezionale è il m. nell'architettura romanica toscana, dove quello del duomo di Pisa, che gira anche intorno al transetto, rivela influenze orientali.

Oltralpe il m. è frequentissimo in età preromanica e romanica, e lo si trova fino in Scandinavia. Si ricorda nell'xi sec., in Germania: S. Orsola di Colonia; in Francia: le chiese abbaziali di Cériay-la-Perêt, di Mont-St-Michel, e di Jumièges, S. Remigio di Reims, S. Stefano di Nevers; in Inghilterra: le cattedrali di St. Albans, di Winchester, di Ely. Ne è continuato l'uso nell'architettura gotica, alla quale si addice per l'accentuazione di slancio delle navate e la riduzione delle

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pareti alla struttura portante; lo troviamo infatti già in Notre-Dame di Parigi e poi nelle altre maggiori cattedrali francesi, a Reims e Amiens. In Italia è invece assai raro nel 'Trecento; si trova nel S. Martino di Lucca. Esempio eccezionale della fine del Quattrocento è quello del duomo di Pavia, in cui però il m. è trasformato in galleria con proporzioni e rapporti rinascimentali. Non più usato nei secoli successivi, il m. è talvolta adottato attualmente allo scopo di aumentare lo spazio destinato ai fedeli, in chiese di imitazione romanica (S. Maria Addolorata a Roma), o modernamente rielaborate (S. Giuseppe a Hindemburg).

BibL.: G. T. Rivoira, Le origini dell'arebit. lombarda, I-II, Roma 1901-1907, passim; P. Tocsca, Storia dell'arte italiana, I. Torino 1927; II, ivi 1951, passim.

Mario Zocca
MATTANIA. - Nome di vari israeliti menzionati nella Bibbia (ebr.: Mattanjāhu e Mattanjāh; contratto Matnaj, in Esd. 10, 33. 37; Neh. 12, 19; 5 dono di Jahweh s).
I. Re di Giuda: v. SEDECIA. - 2-7. Sei giudei che rimandarono le straniere che avevano sposate (Esd. 10, 26 sg . 30.33 .36 sg.). - 8. Famiglia levitica della stirpe di Aasph (I Par. 9, 15; II Par. 20, 14; 29, 13; Neh. 11, 17.22; 12, 8.35; 13, 13). - 9. Levita dei figli di Haman (I Par. 25, 4.16). - 10. Levita portiere (Neh. 12, 25). - 11. Capo di famiglia sacerdotale della classe Ioiarib (Neh. 12, 19).

BibL.: F. Zorell, Lexicon hebraicum, Roma 1944, p. 488; L. Marchal, Les Paralipomènes (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 4), Parigi 1940, pp. 109, 188; A. Médebielle, Esdras-Néhémie, ivi 1949, pp. 324 sg., 373, 379.

Francesco Spadafiora
MATTATIA (ebr. Mattithjāh[ ū] «dono di Jahweh»; Settanta Matva θ i α ς; Volg. Mathathias). -

Sacerdote della stirpe di Ioarib che iniziò la ribellione al progetto di Antioco IV Epifane di ellenizzare i Giudei. Invitato a compiere atti idolatrici dai messi del Re, giunti a Modin (v.) sua patria, M. uccise un giudice apostata insieme all'inviato regio ed abbatté l'ara. Costretto a nascondersi, iniziò la guerriglia, aiutato subito dagli asidei (v.). Ma la sua attività fu molto modesta; essa fu continuata ed estesa dai suoi cinque figli (v. maccaibij. Le brevi notizie biografiche su M. sono raccolte in I Mach. 2, 1-70.

Portarono inoltre questo nome un levita, figlio di Sellum, discendente di Core (I Par. 9, 31; 15, 18; 16, 5), un figlio di Idithun (I Par. 23, 3. 21) e un sacerdote con moglie straniera al tempo di Esdra (Esd. 10, 43), distinto dall'omonimo di Neh. 8,4. Angelo Penna

MATTEI, Alessandro. - Cardinale, n. a Roma il 20 febbr. 1744. Fu eletto arcivescovo di Ferrara da Pio VI (1777) e cardinale nel 1782. Allo scoppio della Rivoluzione Francese ospitò molti preti fuggiaschi. Quale plenipotenziario del Papa, firmò il Trattato di Tolentino ( 15 febbr. 1797).

Nel Conclave, da cui uscì eletto Pio VII, fu tra i papabili, sostenuto dal card. Herzan, che vedeva in lui il maggiore rappresentante del legittimismo antirivoluzionario. Fu vescovo di Palestrina nel 1804. Rifiutatosi di assistere alle nozze di Napoleone con Maria Luisa d'Austria, venne dall'Imperatore confinato a Rethel nelle Ardenne, dove scrisse un trattatello ascetico sugli esercizi spirituali secondo il metodo di s. Ignazio. Nel 1814, caduto Napoleone, tornò a Roma e fu decano del S. Collegio. M. a Roma il 20 apr. 1820.

BibL.: L. Madelin, La Rome de Napoléon, Parigi 1906, passim; G. Bezzi, Il prima conflitto tra Napoleone e la S. Sede, Torino 1927, passim; J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, I. Monaco 1953, passim.

Gennaro Auletta
MATTEI, StanisLao. - Dell'Ordine dei Minori Conventuali, musicista, n. a Bologna il ro febbr. 1750, m. ivi il 12 maggio 1825. Allievo del p. G. B. Martini, nell'ag. del 1770, ancora diacono, fu nominato coadiutore del suo maestro (con diritto di successione)
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(per cortesia di mens. A. P. Fruta)

Matroneo - M. nella basilica di S. Agnese (sec. viI) - Roma.
nella direzione della cappella musicale della chiesa di S. Francesco in Bologna. Subentrò, alla morte di lui, nell'insegnamento del contrappunto e della fuga presso il Liceo musicale dei Filarmonici bolognesi, "la migliore scuola che in quei tempi vantava l'Italia».

Il M. compose molta musica, specialmente ecclesiastica, improntata allo stile castigato del maestro: corretta e tradizionale, ma alquanto compassata ed accademica. L'insegnamento assorbì quasi interamente l'attività del M., e dalla sua scuola, molto reputata e frequentata, uscirono illustri musicisti, tra cui Giovanni Pacini, Gioacchino Rossini, che ne serbò grato e vivo ricordo, e Gaetano Donizetti. Degna di considerazione è la pubblicazione Pratica di accompagnamento musicale sopra i bassi numerati (Bologna 1825-30), più volte in seguito ristampata.

BibL.: F. Canuti, Vita di S. M. Bologna 1829; id., Osservazioni sulla vita di S. M., ivi 1830; J. A. de la Fage, Notice sur la vie et les ouvrages de S. M., Parigi 1839; D. Sparacio, Il p. S. M., in Miscell. francese:, 20 (1919), pp. 43-49; D. Stella, Sorio dei maestri di cappella Minori Conc., ibid., 22 (1921), pp. 134-38; 23 (1922), pp. 122-41. Lavinio Virgili

MATTEI GENTILI, Paolo. - Giornalista e uomo politico, n. a Pennabilli (Pesaro) il 15 ott. 1874, m. a Roma il 28 nov. 1935. Entrò, giovanissimo, nel Circolo universitario cattolico fondato da R. Murri e collaborò a La vita nova e Cultura sociale; in seguito assunse la direzione de L'Ateneo. Laureatosi in legge, nel 1907 fu direttore del Corriere d'Italia.

Costituitosi il grande raggruppamento della stampa cattolica, grazie soprattutto al conte Giovanni Grosoli Pironi, fu a capo del gruppo e fondò L'Italia di Milano. Riassunse poi la direzione del Corriere d'Italia che mantenne sino alla fine del giornale nel 1929. Entrato nella vita politica, fu tra i fondatori della Democrazia Italiana, poi Partito Popolare Italiano. Deputato per Ancona nella 25ᵃ legislatura, rappresentò le Marche anche nella 26ᵃ, 27ᵃ e 28ᵃ legislatura. Nel 1923, nella discussione sulla legge elettorale, avendo dissentito dalla politica del Partito, ne fu espulso. Nel 1924, dopo la secessione dell'Aventino, fondò con E. Martire e Carapelle il Centro Cattolico Nazionale. Nel luglio 1924, quale sottosegretario

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(pt. almeri)
Matteo d'Acquasparta - Sepolcro. Opera di Giovanni di Cosma (1302). L'affresco di fondo con la Vergine in trono e il cardinale presentato a lei da s. Francesco, è attribuito a Pietro Cavallini - Roma, chiesa di S. Maria in Aracoeli.
di Stato al Ministero della giustizia e degli affari del culto, promosse la riforma della legislazione civile in materia ecclesiastica, e costitul sotto la sua presidenza una commissione di giuristi e di esperti, ai cui lavori parteciparono, sebbene non in veste ufficiale, tre rappresentanti della Curia romana, per studiare insieme i problemi di ordine politico ed amministrativo, relativi ai rapporti dello Stato con la Chiesa : preambolo ai Patti Lateranensi che erano stati sempre l'obiettivo della attività giornalistica e politica del M. G. Fu nominato senatore del Regno il 10 marzo 1934. La sua opera di scrittore è consacrata in numerosi articoli su giornali e riviste ed in 3 romanzi: I Cenci (Milano 1901; 2 ed. Treviso 1908); Verso la nuova aurora (Firenze 1901); Attraverso il prisma (Milano 1904).

Alessandro Matei Gentili
MATTEO d'Acquasparta. - Detto anche, in antichi documenti, M. Lombardo. Teologo francescano, n. verso il 1240 , m. a Roma il 29 ott. 1302, sepolto in Aracaeli. E creduto della famiglia dei Bentivegna, fratello del card. Bentivegna e di Angelario vescovo di Todi. Dal convento di S. Fortunato di Todi passò allo Studio di Parigi, dove fu baccalaureo biblico nel 1268-69 o 1269-70, e baccalaureo delle Sentenze nel 1271-72.

Insegnò qualche tempo nello Studio generale di Bologna. Nel 1279 successe a G. Peckam, eletto arcivescovo di Canterbury, nell'ufficio di lettore del S. Palazzo, e vi rimase fino al 1287 quando divenne generale dell'Ordine. Durante il suo breve generalato riformò gli statuti dello Studio di Parigi, condannò frate Nicolò de Ghiotelle, già provinciale di Francia, per il suo opuscolo contro la dichiarazione sulla regola minoritica di Nicolò III, Exiit qui seminat; ridonò libertà agli Spirituali, specialmente a Giovanni da Parma e Pier Giovanni Olivi, che assegnò allo Studio di S. Croce a Firenze. L'atteggiamento di prudente moderazione nel governo dell'Ordine procurò a M. d'A. lo sfavorevole apprezzamento di Dante (Paradiso, XII, 124-26). Creato cardinale prete del titolo
di S. Lorenzo in Damaso il 16 maggio 1288, conservò il governo dell'Ordine fino al Capitolo generale di Rieti, nel 1289. In quest'anno, se non già alla fine del 1288 , fu eletto penitenziere maggiore e nel 1291 vescovo di Porto e S. Rufina. Cardinale e legato del Papa, ebbe parte importantissima negli affari ecclesiastici del suo tempo; si adoperò per comporre le discordie fra Guelfi e Ghibellini, e il dissidio fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, rivendicando al Papa la plenitudo potestatis, anche con discorsi famosi : ad Orvieto l'11 luglio 1297 in occasione della canonizzazione di Luigi IX, re di Francia, e nella Basilica Lateranense il 6 genn. 1300 in occasione del grande Giubileo, e nella risposta in Concistoro ai legati di Filippo il Bello, l'anno 1302.

Né minore è l'importanza di M. d'A. nella storia del pensiero teologico e filosofico del sec. xiri, anche se non ha un proprio sistema. Propende per il Dottore serafico, di cui si dimostra fedele discepolo, e dalle opere di lui spesso attinge letteralmente. Continuatere, cosi, di quella corrente agostiniana, che nell'Ordine aveva predecessori, oltreché in Bonaventura, in G. de Barlo, in G. di Bruges e in G. Peckam. Profondità di pensiero e straordinaria chiarezza di esposizione fanno di M. d'A. uno dei più insigni maestri della scuola francescana prescotista.

Ricca la sua produzione letteraria, di cui una parte notevole è conservata nei codici autografi delle biblioteche di Assisi e di Todi. Le opere scritturistiche comprendono alcuni Introitus, l'esposizione dell'Ecclesiaste, le Postillue in Ps. I-50, in Job, in Apoc. Più numerose le opere a carattere teologico e filosofico: Comment. in I-II, IV Sent., Concordantiae li. Sent. per alphabetum, Breviloquium de Sima Trinitate, Tract. de aeterna Spiritus S. processione, Quodlibeta VI, ecc. Si conservano pure di lui ca. 200 Sermones dominicales et festivi. Di tutta questa vasta produzione sono edite solo le Quaestiones de fide et de coqquitione, Quaestiones selectae de Christo, Quaestiones de Gratia, nella Bibliotheca Frane. Schol. Medii Aesi, I-II, XI (Quaracchi 1903, 1914, 1934) e qualche altra questione pubblicata in studi speciali.

Bibl.: M. Grabmann. Die philosophische und theologische Erkenntnislehre des Kard. M. von A., Vienna 1906; E. Longpre, s. v. in DThC, X, coll. 375-89; P. Glorieux, Répertoire des maîtres en théologie de Paris ou XIII siècle, II, Parigi 1934, pp. 102-107; V. Doucet, Fr. M. ab A. Ouarsi, disput. de gratia, cum introductione critica de magisterio et scriptis eiusden Doctoris, Quaracchi 1935. Per la vita e l'attività politica: C. Ghirardacci, Della historia di Bologna, I. Bologna 1602, p. 415 sgg.; C. Clementini, Raccolto isterico della fondatione di Rineino, parte 10, Rimini 1614, p. 322 ; A. Tori, La chiesa di S. Francesco in Siena ed i Pircolomini, in Bull. senese di storia patria, 1 (1894), p. 81: L. Oliger, Alcuni documenti per la storia dell'Inguificazione francescana in Toscano, in Studi francescani, serie 30, 3 (1931), pp. 195-96 (due lettere di M. d'A.); V. Doucet, L'enseignement parisien de M. d'A., in Arch. Franc. hite., 28 (1935), pp. 568-70; B. Buchatti, ibid., 13 (1920), p. 135; R. Giordani, in Anal. Franciscana, IX, Quaracchi 1927, pp. 376 sg., 395-97. Per la tradizione monoscritta dei sermoni: C. Piana, Assunghio B. V. M. apud scrittore saec. XIII, Sebenico-Roma 1942, p. xxit, nota 22; C. Balié, Códices monoscritos de las Bibliotecas espaliolas en torno a la muerte y Asunción de la Virgen, in Actas del Congreso Mariano Franc.-Español, Madrid 1948, p. 231. Per la dottrina: J. Auer, Die Entwicklung der Guadenlehre in der Hochscholastik mit besonderer Beruechsichtigung des Kard. M. d'A., Friburgo in Br. 1942.

Celestino Piana
MATTEO, vescovo di Albano. - Cardinale, n. a Laon ca. il 1085, m. a Pisa il 28 dic. 1134.

Prima cistercense a St-Martin-des-Champs a Parigi, passò poi ai Ciumiacensi (1122), attratto da Pietro il Venerabile, che lo condusse con sé a Roma, dove Onorio II nel 1126 lo creava cardinale vescovo di Albano e lo inviava l'anno seguente come suo legato in Francia. Ivi raccolse vari sinodi: a Troyes, Rouen, Reims nel 1128, a Châlon e a Parigi nel 1129. Contro l'antipapa Anacleto prese le parti di Innocenzo II, da cui fu inviato in Germania, ove celebrò un sinodo a Magonza. Caduto in disgrazia del Pontefice, fu richiamato a Roma; dopo il Concilio di Pisa (1134), fu inviato con s. Bernardo a Milano per ricondurre all'obbedienza del Papa gli aderenti di Anacleto. Di ritorno, morì a Pisa.

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Bibs.: La biografia scritta dall'amico Pietro il Vencrabile, in PL 189, 913-36; Hist. Litt. de la France, XIII, Parigi 1814. pp. 31-55; U. Berlière, Le curd. M. d'A., in Revue biovédic. tine, 18 (1901), pp. 113-40, 279-303; Heble-Leclere, V. 668672; Fliche-Martin, Hist. de l'Eglise, IX, Parigi 1848, p. 48 sgg.

Alberto Ghinato
MATTEO, Apostolo, Evangelista, santo. - Autore del primo Vangelo.
I. L'Apostolo. - Dal Nuovo Testamento si conoscono pochi particolari intorno a M. Il nome, nei codici greci più antichi, è scritto Mavbaloc, in quelli più recenti Mavbaloz, nella Volgata Mattheus. L'originale aramaico sembra Mattaj (abbreviazione di Matnaj, Mattanjāh) e significa «dono di Jahweh»; altri, con J. Knabenbauer, pensano alla radice 'émeth, per cui M. significherebbe «fedele». Si sa dai Sinottici che la sua vocazione avvenne a Capharnaum (Mt. 9, 9-10). I passi paralleli, Mc. 2, 13-14 e Lc. 5, 27-28, dànno al pubblicano, chiamato allora il nome di Levi e Marco aggiunge la paternità : Levi di Alfeo. Le circostanze analoghe che in tutti e tre i Sinottici precedono il fatto (guarigione del paralitico) e lo seguono (pranzo in casa del convertito, questioni con i farisei e con i discepoli di Giovanni Battista) inducono a concludere che il pubblicano chiamato aveva due nomi semplici : M. e Levi. Suo padre Alfeo sembra doversi distinguere dall'omonimo padre di Giacomo il Minore. Nei cataloghi degli Apostoli, Mc. 3, 18 e Lc. 6, 15 collocano M. al settimo posto, Mt. 10, 3 e Act. 1, 13 all'ottavo. Null'altro di speciale conservano gli scritti del Nuovo Testamento intorno a M.

Dalla tradizione conservata da Eusebio (Hist. eccl., III, 24,6 ) risulta che dapprima M. predicò agli Ebrei di Palestina, per i quali compose il suo Vangelo, poi si recò presso altre genti. Quali siano queste altre genti è incerto. Pensano all'Etiopia Rufino (Hist. eccl., I, 9: PL 21,
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(Int. Oriandini)
Matteo, Apostolo, Evangelista, santo - Miniatura di Evangeliorio greco (sec. x) - Modena, Biblioteca Estense, ms. greco 1, fol. 11ᵛ.
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(per cortesia del datt. B. Dezenkert)
Matteo, Apostolo, Evangelista, santo - Rilievo con l'evangelista M. (sec. xili) - Parigi, Louvre.
478), s. Eucherio (Instruct. ad Salon., I, 2 : PG 50, 809), Socrate (Hist. eccl., I, 19: PG 67, 126) e il Breviario romano (xi sett., lectio V). Altri indicano il Ponto, la Persia, la Siria, la Macedonia, l'Irlanda. Sebbene siano state tramandate diverse passiones apocrife di s. M., non è certo che egli sia morto martire. Lo gnostico Eracleone, citato e non contraddetto su questo punto da Clemente Alessandrino, esclude il martirio cruento di M.

La Chiesa latina lo festeggia al 21 sett.; la bizantina al 16 nov.; la copta al 9 ott. Come evangelista ha per simbolo un uomo (alato). Si raffigura con il libro, oppure con i supposti strumenti del martirio (spada o lancia).
II. Il primo vangelo. - i. Argomento e divisione. I 28 capitoli del primo Vangelo sono raggruppati diversamente dai vari commentatori. E preferibile la divisione che tiene conto insieme delle idee dominanti e dei cambiamenti di situazione.
a) Infanzia e preparazione alla vita pubblica di Gesù (1,1-4,11). - La genealogia (1, 1-17), la concezione e la nascita da una Vergine (1, 18-25), l'adorazione dei Magi (2, 1-12), la fuga in Egitto, la strage degli innocenti, il ritorno a Nazareth (2, 13-23) dimostrano che Gesù è il Messia preannunciato dai profeti. Il Battista, precursore predetto dai profeti, lo presenta come Messia, lo battezza (cap. 3). Gesù nel deserto vince il tentatore citando le Scritture (4, 1-11).
b) Il Messia si manifesta in Galilea (4, 12-15, 20). a) Iniziando la vita pubblica a Capharnaum e nella regione di Zabulon e Nephthali, Gesù avvera la profezia d'Ir. 4, 12-17; sceglie quattro pescatori e con essi percorre la Galilea, predicando l'avvento del regno messianico (4, 23-25). β ) Con il discorso della montagna, Gesù si manifesta come legislatore che perfeziona la legge mosaica e fissa gli statuti del regno messianico (capp. 5-7). y) Con una serie di guarigioni miracolose (capp. 8-9) Gesù si manifesta come il Messia predetto da Isaia, che prende sopra di sè le umane infermità (cf. 8, 17 con

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(tot. Ainuari)
Matteo, Apostolo, Evangelista, santo - Scultura di L. Ghiberti e Michelozzo (1422) - Firenze, Orsanmichele.

Is. 53, 4). In questi capitoli M. riferisce anche alcuni miracoli sulla natura e sulla morte (la tempesta sedata: Mt. 8, 23-34; la resurrezione della figlia di Iair: ibid. 9, 18-26), che invitano a riflettere sul carattere messianico di Gesù. 8) Il Messia organizza il suo regno scegliendo ed istruendo i 12 Apostoli (cap. 10). 2) Contro l'incredulità dei Giudei Gesù risponde mostrando i suoi miracoli che adempiono le profezie, rivendica la missione del Battista e la sua citando testi profetici (cap. 11); alle accuse degli increduli risponde adducendo esempi e detti biblici (cap. 12). 8) Il Messia manifesta i caratteri del suo regno parlando con parabole e adempiendo così le profezie (cap. 13). 3) Con altri miracoli conferma la sua missione messianica (cap. 14) contro le tradizioni farisaiche opposte al senso genuino delle Scritture (15, 1-20).
c) Il Messia si manifesta nei dintorni della Galilea (15, 21-18, 35). - a) Presso Tiro e Sidone compie una serie di miracoli (15, 21-16, 12). β ) Presso Cesarea di Filippo promette a Pietro, che lo confessa Figlio di Dio, il primato nella sua Chiesa, predice la sua passione redentrice, raccomanda lo spirito di sacrificio (16, 13-28). Trasfigurandosi e risanando il lunatico, conferma il suo carattere messianico. In Galilea Gesù predice ancora la sua Passione ed istruisce gli Apostoli (17, 23-18, 35).
d) Viaggio verso Gerusalemme e ministero in Giudea (capp. 19-25). - a) Prosegue l'istruzione degli Apostoli: attraversando la Perea, Gesù raccomanda le virtù cristiane, predice per la terza volta la sua Passione, a Gerico guarisce due ciechi (capp. 19-20). β ) Entra in Gerusalemme cavalcando un asinello, compie le profezie e si manifesta come Messia-Re; purifica il Tempio, discute con i farisei, i sadducei, gli scribi; preannuncia la venuta e la conclusione del regno messianico (capp. 21-35).
e) Passione, morte e resurrezione del Messia (capp. 2628). - a) Il Sinedrio vuole la morte di Gesù; la cena in Bethania la preannuncia; Giuda vende il Maestro per trenta monete d'argento, avverando una profezia (26, 1-16). Si avverano altri vaticini nell'Ultima Cena, con il sangue dell'alleanza, nel Gethsemani con la dispersione degli Apostoli, con la tristezza del paziente e la cattura
(26, 16-56). A Caifa Gesù ricorda l'oracolo di Daniele, proclamandosi Messia e Figlio di Dio, mentre Pietro lo rinnega, avverando una predizione del Messia (26, 57-75). β ) Giuda, agitato da rimorsi, restituisce le trenta monete, che servono, avverando un'altra profezia, ad acquistare il campo del vasaio (27, 1-10). Gesù dinanzi a Pilato si proclama Re (27, 11-31). Sul Calvario è crocifisso come Re dei Giudei, mentre si compiono le profezie di Ps. 21 (Mt. 17, 11-20). La morte del Redentore è accompagnata da prodigi che ne attestano la divinità (27, 51-56). γ ) Gesù risorto appare alle pie donne. Invano i sinedriti ricorrono alla frode per nascondere il prodigio. Il Risorto conferisce agli Undici la missione di ammaestrare e battezzare tutte le genti (cap. 28).
2. Scopo e indole storico-letteraria. - Da questo schema risulta chiaro lo scopo inteso dall'Evangelista. Vuole dimostrare con le profezie che Gesù è il Messia promesso nel Vecchio Testamento, che è Figlio di Dio, Re, fondatore del regno messianico (Chiesa, Regno dei cieli), perfezionatore dell'antica Legge. A lui si deve prestare fede, pena l'esclusione del regno messianico. Perciò l'Evangelista dispone i fatti e i discorsi in ordine sistematico, piuttosto che cronologico: si noti l'accostamento dei miracoli (capp. 8-9), delle parabole (cap. 13), dei discorsi in cinque gruppi conclusi dalla formula ripetuta 5 volte "quando terminò Gesù questi discorsi" (7, 28; 11, 1; 13, 53; 19, 1; 26, 1 : in quest'ultimo caso precisa : "quando terminò tutti questi discorsi \% ). Per questo scopo usa formole di transizione assai vaghe (vève, tunc, senza un preciso nesso temporale), preferisce raccogliere i discorsi del Maestro sorvolando sui particolari secondari dei fatti, raccontati pittorescamente da Marco.

Per dimostrare la sua tesi l'Evangelista sceglie dalla catechesi apostolica i fatti e i detti più probativi, controllabili dai lettori ebrei che ne erano stati testimoni diretti o indiretti. E vero che cerca di adattare le profezie ai fatti (usando talora accomodazioni), ma non modifica i fatti per adattarli alle profezie. Se avesse avuto questo intento, attribuitogli da certi razionalisti, avrebbe inventato fatti più conformi alle profezie.

L'autore non intende tracciare una storia o biografia completa di Gesù, ma raccogliere dalla storia conosciuta dai lettori i documenti atti a provare la sua tesi. Il valore storico risulta confermato dalla conoscenza accurata della topografia e dei costumi palestinesi che l'autore suppone noti ai lettori.

Lo stile del primo Vangelo, giunto in greco, risente fortemente del sottostante testo semitico. I gusti semitici risaltano dalla paratassi o coordinazione delle frasi (4, 255, 2; 8, 14 sgg.), dal parallelismo ( 6,1-6,16-18 ; 7,7-8. 24-27; ecc.), dalle strofe con ritornelli propri dello stile orale semitico ( 7,24-25.26-27; 11, 21-24), dalla disposizione dei fatti a gruppi di tre, di cinque o di sette, e da altri artifici usati dagli Ebrei.
3. Origine. - L'analisi del contenuto, lo scopo inteso dall'autore, lo stile e la struttura letteraria inducono a concludere che questo Vangelo si deve a un ebreo palestinese, ben informato di quanto racconta, che scrive specialmente per dimostrare ai connazionali, che conoscevano le Scritture, il carattere messianico-divino di Gesù di Nazareth.

La tradizione, che nelle questioni storiche ha valore predominante, conferma e precisa questi dati. Dalle citazioni implicite dei Padri apostolici si può dedurre che il primo Vangelo era conosciuto alla fine del sec. I ed all'inizio del 11. Si confronti, p. es., la I ai Corinti, scritta da s. Clemente Romano ca. il 95 , con M. in questi punti : "Siate misericordiosi e otterrete misericordia" (I ai Corinti, 13, 2 con Mt. 6, 14.15; 7, 1.2.12); "Gusi a quell'uomo, meglio che non fosse nato" (I ai Corinti 46, 8 con Mt. 26, 24; 18, 6). Altri paralleli interessanti si notano nella Didachè ( 8,2 con Mt. 6,9 sgg.; Did. 9, 5 con Mt. 7, 6; inoltre molti altri passi elencati da F. X. Funk, Patres Apostolici, I, Tubinga 1901, p. 640). La cosiddetta Epistola di Barnaba cita (4,14) con la formola "sta

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scritto» l'espressione "molti sono i chiamati, pochi gli eletti" che si legge in Mt. 20, 16 e 22, 14. S. Ignazio ha molte espressioni che si accordano con M. (cf. specialimento Ad Polyz., 2, 2 con Mt. 10, 16). S. Palucarpo (Ad Philipp., 7, 2) desume da Mt. 26, 41. Per queste ed altre allusioni a Mt. da parte dei Padri apostolicı cf. F. X. Funk, op, cit., pp. 640-52. S. Giustino ha una cinquantina di citazioni di M., addotto senza nome d'autore, ma come Evangelo oppure come Memoriali degli Apostoli. Anche gli eretici Cerinto, Carpocrate, gli
chioniti, gli apostici Valentino e Basilide e il pagano Celso conoscono il Vangelo di M. Questi antichissimi testimoni citano il libro, ma non il nome dell'autore, forse perché nei codici più antichi mancava il titolo "secondo M. ( α α τ dot{α}      operatorname{Mat} vartheta α i ̄ o v) ".

Il più antico testimone che attribuisce esplicitamente con il nome dell'autore un'opera a M. è s. Papia, vescovo di Gerapoli, che era stato condiscepolo di s. Policarpo alla scuola di Giovanni "il

Preabitiero" (l'Apostolo ?). In un frammento della sua
![img-3.jpeg](img-3.jpeg)

MATTEO. APOSTOLO. EVANGELISTA, santo - Vocazione di s. M. Affresco di ignoto giottesco riminese (sec. XIV) - Ravenna, chiesa di S. Maria in Porto.

Paolo in Roma evangelizzerano e fondavano la Chiesa" (Adv. haer., III, i : PG 7, 844).

Una testimonianza indipendente da quelle di Papia ed Ireneo risale a s. Panteno (m. ca. il 200). Secondo Eusebio (Hist. eccl., V, 10, 3), Panteno, recatosi in India ("Arabia felice»), vi avrebbe trovato il Vangelo di M. scritto in caratteri ebraici : ve lo avrebbe lasciato l'apostolo Bartolomeo. Inoppugnabili sono le testimonianze di Clemente Alessandrino (Strom., I, 21 : PG 8, 890), di Origene (presso Eusebio, Hist. eccl., VI, 25, 3), di Tertulliano (Adv. Marc., 4, 2: PL 2, 363), di Eusebio (Hist.eccl., III, 24, 56), di s. Girolamo (De viris ill., 3: PL 23,643 ).

Tutti questi testimoni si accordano nell'attribuire esplicitamente all'apostolo M. il primo Vangelo. Anche un prologo priscillianista della fine del sec. iv conferma questa tradizione (cf. F. L. Cross, The priscillianist prologues, in Expository times, 48 [1939], p. 188 sg.).

Non v'era motivo perché la tradizione attribuisse il primo Vangelo all'apostolo M., piuttosto che ad un altro apostolo, se non la realtà del fatto; un ipotetico falsario avrebbe scelto il nome di un apostolo più in vista. E vero che da un testimone oculare si potrebbe attendere una descrizione più vivace dei fatti, ma si noti che M. esclude di proposito i particolari non interessanti direttamente il suo scopo.

Come conferma della genuinità del Vangelo di M. giova sottolineare l'interesse speciale che l'autore, a differenza degli altri Evangelisti, pone al denaro : è l'unico che parli delle trenta monete d'argento (Mt. 26, 15; 27, 3-10): «M. scrive di denaro e di monete in dodici passi del suo Vangelo, mentre Giovanni solo in due. Il pubblicano e... l'aquila. M. menziona l'oro sin dal precepto di Gesù Bambino a Betlemme, è l'unico fra gli Evangelisti a riferire anche la riscossione e il pagamento miracoloso dell'imposta per il Tempio da parte di Cristo e di Pietro (17, 24-27), solo nel suo Vangelo si leggono le parabole del tesoro che giaceva nascosto in un campo, e del commerciante che cercava perle nobili (13, 44-46)... dei talenti (18, 23 sgg.; 20, i sgg.; 25, 14 sgg.) v. O. Hophan, Gli Apostoli, Torino 1950, p. 168.
4. Il testo originale e la versione greca. - La tradizione si accorda nell'attestare che M. scrisse nella lingua degli Ebrei. Questa non era più l'antica lingua ebraica (come pensano Schegg, Belser, Cladder e altri), ma l'aramaica, detta anch'essa comunemente "ebraica" nel Nuovo Testamento (Io. 5, 2; 19, 17; Act. 21, 40), negli scritti di Flavio Giuseppe (Antiq. Iud., III, 10, 6; Bell. Iud., V, 4, 2; ecc.) e dagli antichi scrittori cristiani. M. intendeva scrivere per il popolo nella lingua allora usata dai suoi connazionali palestinesi, non nella lingua ebraica dotta, conosciuta solo dai rabbini.

Non è sostenibile l'ipotesi proposta da Erasmo e ripetuta dal card. Gaetano e da molti razionalisti moderni che il greco sarebbe la lingua originale del primo Vangelo.

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E vero che in diversi punti il greco di M. sembra migliore letterariamente di quello di Marco, ma un'analisi più accurata lascia intuire i numerosi semitismi nascosti sotto la versione greca, che pure aspira ad una certa eleganza. E vero anche che nel primo Vangelo diverse citazioni del Vecchio Testamento sono desunte dalla versione greca dei Settanta; ma queste possono essere state adattate dal traduttore greco, che usava precisamente quella versione. Si noti pure che tra gli scrittori del Nuovo Testamento M. ha il maggior numero di citazioni conformi al testo ebraico. Talora le citazioni sono a senso.

Il testo originale semitico, usato dalle comunità cristiane palestinesi, scomparve assai presto con lo scomparire di tali comunità, alcune dalle quali finirono nell'eresia. Forse ne rimasero tracce nei cosiddetti Vangeli (apocrifi) degli Ebrei, dei nazarei, o degli ebioniti (v.).

La versione greca, secondo s. Papia (loc. cit.), in un primo tempo «fu compilata da ciascuno secondo che era capace». Sembra però che verso la fine del sec. 1 fosse già divulgata la versione che si potrebbe dire ufficiale, citata dalla Didaché e dall'Epistola di Barnaba.

Siccome la Chiesa ha sempre considerato senza discussioni queste versione come Vangelo di M., si deve dire che tale versione era sostanzialmente conforme al testo aramaico primitivo. Infatti anche nella versione greca si nota che gl'insegnamenti, i fatti, i caratteri della figura di Cristo sono presentati dal punto di vista di uno scrittore ebreo che scrive direttamente per connazionali palestinesi.

Si può ammettere che il traduttore greco abbia inserito alcune modificazioni accidentali nella traduzione di certi brani resi a senso, nella sostituzione delle citazioni desunte dai Settanta, nell'aggiunta di qualche spiegazione, nell'inversione di qualche parte, nell'adattamento del testo di M. a quello del Vangelo di Marco, che sembra sia stato tenuto presente. Nonostante queste ed altre modificazioni accessorie, la sostanza della versione greca di M. corrisponde al testo originale aramaico perduto.
5. Destinazione e data. - La tradizione, riassunta e conservata da Eusebio (cf. Hist. eccl., III, 24, 5-6), attesta che M., dopo aver predicato agli Ebrei di Palestina, prima di allontanarsi scrisse per loro un Vangelo nella lingua patria.

Che M. abbia scritto per gli Ebrei convertiti è attestato anche da Ireneo, Origene e s. Girolamo (nei passi citati): alcuni (con Cladder, Gächter, Grandmaison) pensano che abbia scritto contro gli Ebrei (increduli), intendendo cosi il π ρ δ ς 'Iov δ alous di Ireneo. Altri, meglio, ritengono che M. abbia avuto di mira principalmente i connazionali convertiti, senza escludere l'intento apologetico di convertire quelli ancora increduli.

Lo scopo e l'indole storico-apologetica del Vangelo, che risultano dall'esame del contenuto, confermano questa destinazione più vasta.

Poiché non consta quando M. abbia lasciato la Palestina per recarsi ad evangelizzare le Genti, resta incerta la data di composizione del suo Vangelo. Chi sostiene che tale partenza avvenne assai presto, fondandosi su una tradizione incerta che la fissa a 12 anni dopo l'Ascensione ( 42-45 a. C.), fa risalire a quest'epoca la composizione del testo originale di M. Ma tale data, presentata da alcuni apocrifi (Kerygma Petri; Actus Petri cum Strophe; Acta Iohannis) è ben lungi dall'essere confermata. S. Girolamo, nella sua recensione del Chronicon di Eusebio, dice che M. scrisse il Vangelo nel terzo anno di Caligola (41 d. C.: PL 27, 577-78).

Si può dire con sicurezza che M. scrisse per il primo tra gli Evangelisti, prima della caduta di Gerusalemme ( 70 d. C.). Certi razionalisti, pretendendo che l'allusione alla distruzione di Gerusalemme contenuta in Mt. 22, 7 e 24, sia un vaticinio post eventum,
vorrebbero spostare la data del Vangelo dopo il 70. Ma tutto il carattere letterario e storico lascia supporre che all'epoca della composizione del Vangelo il Tempio di Gerusalemme sussistesse ancora e che l'estilità dei Giudei increduli fosse ancora assai viva. Dopo quella data, che segna la dispersione dei Giudei, non v'era motivo perché si scrivesse per gli Ebrei in Palestina un Vangelo come quello di M.

Siccome s. Ireneo (loc. cit.) afferma che M. "pubblicò anche una scrittura di Vangelo ( α α i ́ ~ τ ρ α varphi η ́ v ~ ε ξ ε ́ ve γ α ε v ~ ε ξ α γ γ ε i ́ ω ς ), mentre Pietro e Paolo in Roma evangelizzavano e fondavano la Chiesa" ( τ ° tilde{text { H }} mathbf{I} mathbf{I} boldsymbol{ρ} boldsymbol{ρ} boldsymbol{α} α α i τ ° tilde{text { I }} I α tilde{ω} λ ω ν dot{ε} v 'Pú μ η ς ε ξ α γ γ ε λ ι ζ η ι ε ́ v ω v α α i vartheta ε μ ε λ ι σ dot{ν} τ ω v τ η v ε ε α λ η σ i α v i; alcuni esegati, fondandosi sul genitivo assoluto, pensano che M. abbia scritto solo dopo l'arrivo a Roma di Paolo, ossia dopo il 61. Rispondono altri che il genitivo assoluto non avrebbe un senso temporale, ma si dovrebbe risolvere in un'avversativa, cosi : da una parte, tra gli Ebrei, M. non solo evangelizzava oralmente, ma pubblicava anche una scrittura di Vangelo; dall'altra, in Roma, Pietro e Paolo evangelizzavano e fondavano anche la Chiesa. Non s'insisterebbe tanto sul sincronismo, quanto sul diverso modo di evangelizzare, a voce od anche in scritto.

Altri invece, pur ammettendo il sincronismo, pensano che Ireneo abbia aggiunto il nome di Paolo a quello di Pietro, ad unelum unius, asserendo che M. scrisse quando Pietro (aiutato poi da Paolo) evangelizzava in Roma e vi fondava la Chiesa. Comunque s'intenda questo passo di Ireneo «d'incerta e controversa interpretazione» (come asserisce la Pont. Comm. Biblica), non vi sono motivi seri per ritardare l'origine del primo Vangelo fin dopo il 60.

La data più probabile, che tiene conto sia degli elementi tradizionali, sia di un certo sviluppo della storia della Chiesa supposta dal primo Vangelo, sembra da porsi tra gli anni 50 e 60 , meglio intorno al 55 .

Il Cladder fissa la data tra gli anni 50-59, al massimo fino al 62; A. Merk verso il 50, L. Pirot al 45-50; Höpfl-Gut al 50-60; G. Ricciotti al 50-55. L. Tondelli pensa che la stesura definitiva dev'essere di pochi anni anteriore al 70 , ma la composizione primitiva deve risalire molto più addietro.
6. Direttive della Pont. Commissione Biblica. - Il 19 giugno 1911 furono pubblicate sette risposte della Pont. Commissione Biblica sull'« autore, il tempo di composizione e la verità storica del Vangelo secondo M. n. Eccone le idee essenziali :
a) Si può e si deve affermare con certezza che M., apostolo di Cristo, è autore del Vangelo divulgato sotto il suo nome per i seguenti motivi : il consenso universale risalente ai primi secoli della Chiesa attestato dalle testimonianze esplicite dai Padri, dai titoli dei codici e delle versioni antichissime, dai cataloghi trasmessi dai Padri, dagli scrittori ecclesiastici, dai sommi Pontefici, dai concili, dall'uso liturgico della Chiesa orientale ed occidentale.
b) La tradizione conferma che M. fu il primo evangelista e che scrisse il primo Vangelo nella lingua patria, usata dagli ebrei palestinesi ai quali era diretto.
c) Non si può ritardarne la composizione dopo la caduta di Gerusalemme; la testimonianza di s. Ireneo non costringe a respingere l'opinione più tradizionale, che fissa la composizione del Vangelo di M. anche prima dell'arrivo di Paolo a Roma.
d) Non si può ritenere che M. abbia scritto solo una raccolta di discorsi del Signore, che abbia poi servito da fonte a un autore anonimo.
e) Si può provare con certezza che il Vangelo greco di M. sia identico, quanto alla sostanza, a quello scritto in lingua patria dello stesso Apostolo: ne è prova l'uso ecclesiastico universale.
f) Non è lecito negare fede al primo Evangelista per il fatto che questi ha di mira lo scopo prevalentemente dogmatico e apologetico di mostrare ai Giudei che Gesù è il Messia predetto dai profeti, nato dalla stirpe davidica, e per il fatto che non sempre si attiene all'ordine crono-

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logico nel disporre i fatti e i detri. Non si può neppure affermare che i racconti delle gesta e dei discorsi di Cristo abbiano subito una certa alterazione o adattamento sotto l'influsso delle profesie del Vecchio Testamento e dello stato alquanto adulto della Chiesa, e che quindi non siano conformi alla verità.
g) In modo particolare sono destituite di solido fondamento le opinioni di quelli che dubitano della storicita dei primi due capitoli, nei quali si parla della genealogia e dell'infanzia (v.) di Cristo, come pure di certi passi molto importanti per il dogma, quali quelli che riguardano il primato di Pietro (MI. 16, 17-19), la forma del Battesimo con la missione universale di predicare conferita agli Apostoli (MI. 28, 19-20), la professione di fede degli Apostoli nella divinità di Cristo (Mi. 14, 33). Cf. AAS, 3 (1911), pp. 294-96; Enchir. bibl., Roma 1927, n. 401 sgg .; Denz-U, n. 2148 sgg.

Bial.: Manuali recenti con molta bibl.: R. Cornely, Historica et critica introductio in sacros utrinsque Testamenti libros, III, Parigi 1897 (rist. 1925), pp. 7-80; H. Höp8-B. Gut, Introductionis... compendium; III: Introductio specialis in Novum Testamentum, Roma 1940, nn. 46-91; H. Simon-G. G. Dorado, Proclamisous Biblicae: Nov. Test., I. Torino 1947, nn. 23-42. Commentatori principali. Tra i Padri e gli antichi scrittori: Origene (PG 13, 835-1600); s. Giovanni Crisostomo (PG 57 58); s. Cirillo Alessandrino (frammenti: PG 72, 363-474); Taufilato (PG 123, 143-488); Eutimio Zigabeno (PG 129, 112 766); s. Girolamo (PL 26, 15-218); s. Ilario (PL 9, 917-1078); s. Bede Venerabile (PL 92, 9-132); Rabano Mauro (PL 107, 727-1156); Walsfrido Strabone (PL 114, 63-178); Pascasio Radberto (PL 120, 31-994); Bruno di Asti (PL 165, 63-314). Nell'epoca della scolastica: Catena aurea (1261-64, Anversa 1612); s. Tommaso d'Aquino (s. 1259-ec.), Expositio in Mattis, Anversa 1612; s. Alberto Magno (s. 1260), Enarrationes in Matth., Lione 1651; ecc. Tra il 1500 e il 1800: A. Tostatus, Venezia 1507; card. Gaetano, iv) 1530; Dionigi Certonino, Colonia 1543; J. Maldonatus, Pont-1-Mousson 1596; C. a Lapide, Roma 1669; A. Calmet, La Ste Bible, Parigi 1707-16; A. Martini, La S. Bibbia, varie edizioni. Tra i cattolici recenti: J. Knabenbauer-A. Merk, in Cursus S. Scripturae, Parigi 1892-93; 3⁴ ed., iv) 1922; M. Sales, La S. Bibbia, Nuovo Test., I. Torino 1911, pp. 1-134; M.-J. Lagrange, in Etudes bibliques, Parigi 1922; A. Durand, Eeung. selon si Matthieu, ivi 1924; G. Re, Il S. Vangelo di Gesù Cristo tradotto dal testo greco e commentato, Torino 1929; D. Buzy, in La Ste Bible, ed. L. Pirot, IX, Parigi 1935. Tra gli acatolici: A. Loisy, Ceflinda 1907; A. Plummer, Londra 1909; G. Luzzi, Firenze 1914; H. L. Strack-P. Biller. beck, Kommentar zum Neuen Test. aus Talmud und Midrasch, I, Monaco 1922.

Pietro De Andrroggi III. Iconografia. - S. M. evangelista viene raffigurato quale vecchio dignitoso con barba, di solito accompagnato dal suo simbolo, l'angelo, oppure da esso ispirato dal cielo; come apostolo non ha nessun attributo figurativo di carattere speciale. Talvolta ha un libro nelle mani. Le più antiche immagini conosciute del Santo sono nei musaici rorennati di S. Vitale e S. Apollinare in Classe (vi sec.). Frequentissims, con gli attributi ormai tradizionali, è la sua rappresentazione nell'arte romatica, mentre per il ' 300 si può vedere quale esempio il s. M. dipinto nel 1328 da B. Daddi, che si conserva agli Uffizi. Segue la stessa tipologia Lorenzo Ghiberti, aiutato da Michelazzo, nella statua del 1422 di Orsanmichele a Firenze. Sul battente sinistro del Trittico Portinari di Hugo van der Goes degli Uffizi, s. M. è dipinto in atto di reggere una grande lancia nella mano destra.

Tra le raffigurazioni dell'età barocca di s. M. isolato, si citano in primo luogo la tela del Caravaggio sull'altare della cappella Contarelli a S. Luigi dei Francesi a Roma, e quella, dello stesso maestro, che si conserva a Berlino nel museo dell'imperatore Federico. La Pinacoteca Vaticana possiede un s. M. che scrive il Vangelo, opera tarda di Guido Reni. Un quadro con lo stesso soggetto, dipinto dal Guercino, si trova nella Pinacoteca Capitolina a Roma. Nella chiesa superiore della basilica di Assisi affreschi della scuola romana del tardo Duecento raffigurano cinque scene dell'apostolato di s. M. in Africa.

Un intero ciclo di otto scene con la leggenda di s. M. era stato affrescato nel Trecento da un ignoto riminese nella chiesa di S. Maria in Porto presso Ravenna, distrutta nella seconda guerra mondiale. Il principale avvenimento della leggenda di s. M., ossia la sua vocazione all'apostolato, fu anche dipinta da Vittore Carpaccio in S. Giorgio
![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(let. Anderson)
Matteo, Apostolo, Evangelista, santo - S. M. e l'Angelo. Dipinto del Caravaggio (1592) - Roma, chiesa di S. Luigi dei Francesi.
degli Schiavoni a Venezia; la sua morte di martire fu soggetto di un musaico del xili sec. nella basilica di S. Marco a Venezia. Tutte e due queste scene hanno trovato la loro più famosa interpretazione pittorica nelle due grandi tele laterali della cappella Contarelli in S. Luigi dei Francesi a Roma, capolavori del Caravaggio, dipinti tra il 1592 e il 1598. - Vedi tav. XXVIII.

Bial.: K. Künstler, Iconographie der Heiligen, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 445-47.

Witold Wehr
IV. Vangelo di M. - Apocrifo, detto anche libro dell's Origine della b. Maria e dell'infazia del Salvatore ". Due lettere spurie dei vescovi Cromazio e Eliodoro a s. Girolamo con la risposta, che gli servono da introduzione, l'attribuiscono a M. apostolo. S. Girolamo ne avrebbe ritrovato e tradotto in latino l'originale ebraico.

Consta di due parti : la prima (capp. 1-24), detta Historia de nativitate Mariae et infantia Salvatoris, è sostanzialmente affine al Protovangelo di Giacomo (v.), con notevoli amplificazioni ed aggiunte, ma non consta se ne dipenda. La seconda (capp. 25-42) segue il Vangelo di Tommaso ed è intitolata De miraculis infantiae Domini Jesu Christi.

E l'unico apocrifo che racconti (capp. 18-24) i miracoli operati da Gesù nel viaggio e soggiorno della S. Famiglia in Egitto. Tende a sviluppare i prodigi che ha in comune con il Protovangelo di Giacomo. Nei capp. 25-42 racconta la vita prodigiosa di Gesù ritornato dall'Egitto, ora sulla rive del Giordano, ora a Cafarnao, ora a Nazareth, rimaneggiando in un crescendo di oravaganze il Vangelo di Tommaso. Si nota qua e là qualche spunto meno ortodosso. Il Vangelo di M. è stato composto in Occidente tra il sec. v e il vi, certo non prima del sec. iv.

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L'apocrifo De nativitate Mariae, tra le opere di s. Girolamo (Epist. 50 : PL 30, 307-15), è un adattamento della prima parte del Vangelo di M., con la tendenza a sintetizzare, attenuare ed a renderlo più ortodosso con alcune leggere aggiunte ed in un latino discretamente elegante. E riprodotto nello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvois e nella Legenda aurea di Jacopo da Voragine. Si ritiene dell'epoca carolingia.

Un altro apocrifo, che coincide in buona parte con il Vangelo di M. ed il Vangelo di Tommaso, è il Vangelo dell'infanzia del Salvatore relativo alla nascita di Maria ed alla nascita ed infanzia di Gesù, pubblicato da James in due recensioni notevolmente divergenti: il ms. di Hereford (sec. xIII) e il ms. Arundel. Il primo l'attribuisce a Giacomo, l'altro a M. Sulla sua origine però, se dipenda cioè dal Vangelo di M., dal Protovangelo di Giacomo o dal Vangelo di Pietro, non si è fatta ancora piena luce.

Bibl.: J. C. Thilo, Codex apocryphus Novi Testamenti, I, Lipsia 1832, p. 337 sgg.; id., Liber de infantia Mariae et Christi Saluatorii, Halle 1869; C. Tischendorf, Evangelia apocrypha, Lipsia 1876, p. 31 sg.; Ch. Michel, Evangelies apocryphes, I (H. Hemmel-P. Lejay, Textes et documents...), Parigi 1924, pp. 216-xxII, 53-139; R. M. James, Latin Infancy Gospel: a neto text, with a parallel version from Irish, edited with introduction, Cambridge 1927; Jacopo da Voragine, Leggenda aurea, trad. it., Roma 1938, pp. 382-84; M.-J. Lagrange, Un nouvel Evangelie de l'enfance édité par M. R. James, in Revue bibl., 27 (1928), pp. 244-57; G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi, I, Firenze 1948, pp. xxiv-xxvi, 152, 259 (testo latino e versione italiana); J. B. Frey, in DBs, I, col. 483.

Bonaventura Mariani
V. Arvi in M. - Apocrifo, pubblicato con il titolo di Martyrium Matthaei da Lipsius-Bonnet (op. cit. in bibl., II, II, pp. 217-62), in greco ed in un testo latino molto scadente. Forma un gruppo omogeneo con gli Acta Andreae et Matthiae in urbe anthropophagorum (rifacimento