volume-08

Back to Volumes
rato un primo eroico tentativo, stava per iniziarne un secondo con maggiori speranze di successo, quando la morte lo colse. Continuano a fiorire in Verona i suoi Istituti per fanciulle abbandonate e per studenti poveri (con collegio universitario a Padova), diretti dal gruppo di sacerdoti che il M. stesso vi aveva preposto, e che recentemente si è organizzato come istituto secolare. L'opera missionaria del M. fu poi fatta rivivere e prosperare dal suo discepolo Daniele Comboni nell'Istituto Missioni africane di Verona. Si sono istruiti i processi ordinari per la sua beatificazione.

Bibl.: E. Crestani, Vita del servo di Dio d. N. M., 2ᵃ ed., Verona 1933; P. Albrigi, Breve vita del servo di Dio d. N. M., ivi 1946.

Agostino Capovilla
MAZZARELLO, Maria Domenica, santa: v. maria domenica mazzarello.

MAZZARINO, Giulio. - Cardinale, primo ministro di Francia, n. a Pescina (L'Aquila) il 14 luglio 1602, m. a Parigi il 9 marzo 1661. Suo padre, Pietro, di buona famiglia di Palermo, venuto a Roma presso uno zio gesuita, divenne amministratore dei beni in Abruzzo del principe Filippo Colonna; il M. visse a Roma in dimestichezza con i figli del principe, che lo mandò nel 1619, compagno al figlio Girolamo poi cardinale, in Spagna. Richiamato dopo due anni, si arruolò come capitano in un reggimento pontificio, inviato a custodire la Valtellina sino alla pace di Monzone (1626), e si occupò di missioni più diplomatiche che militari. Tornato a Roma si laureò in legge nel 1628 ; poi a Milano con il card. A. Barberini, quando papa Urbano VIII si sforzava di mantenere la pace in Italia, divenne l'intermediario viaggiante di queste lunghe e vane trattative tra Milano, Torino, Mantova. Il 29 genn. 1630 e altre volte ancora si incontrò a Lione con il Richelieu; il 26 ott. 1630 riuscì sotto Casale, lanciandosi fra le schiere già in moto, a far accettare un armistizio da lui appena concluso; episodio che ebbe una risonanza europea. Partecipò al Trattato di Cherasco ( 6 apr. 1631) e a quello segreto tra Francia e Savoia, per volontà di Urbano VIII che, sospettoso della Spagna, preferiva la presenza francese in Italia per bilanciare i poteri. Mandato a Parigi nel 1632, divenne ecclesiastico per poter restare nella diplomazia pontificia, ma senza ricevere mai nessuno degli Ordini maggiori; fu canonico di S. Giovanni in Laterano e vicelegato di Avignone, ma tornato a Roma nel 1636 s'accorse che la Spagna non avrebbe permesso la sperata nomina a cardinale. Perciò il 4 genn. 1640 divenne l'agente diplomatico principale del Richelieu, finché, su proposta di Luigi XIII, fu nel 1641 creato cardinale. Dal Richelieu morente fu designato quale successore e il giorno dopo la morte di lui il Re lo nominò primo ministro.

Il carattere mite di M. si rivelò subito nel suggerire al Re, già gravemente malato, la grazia del fratello Gastone d'Orléans e di altri grandi. Morto il Re il 14 maggio 1643, il M., designato da lui come primo nel Consiglio della reggenza per la regina vedova Anna d'Austria, indusse questa a chiedere al Parlamento di annullare le limitazioni poste alla sua autorità, e da essa venne confermato nell'alta posizione (18 maggio 1643). Sostenuto dalla

## Page 323

incrollabile fiducia della Regina (che ebbe certo per lui una affezione particolare, di cui però è romanzesco il voler precisare le forme) il M. diresse la politica francese fino alla morte. In cinque anni, colpendo sempre più duramente in Germania l'Imperatore, lo costrinse alla pace di Münster ( 24 ott. 1648) che diede alla Francia l'Alsazia austriaca e ridusse l'Impero ad un vuoto sistema federativo. Restava però in armi la Spagna, che il M. attaccò anche nello Stato dei Presidi occupando Portolongone ( 1646 ) come base contro Napoli e nel 1647 spingendo Francesco I duca di Modena ad assediare Cremona. Guerre, queste d'Italia, per il M. puramente diversive, poiché egli, come Enrico IV e Richelieu, credeva che gli interessi veri della Francia fossero verso il Reno e le Fiandre. La Spagna, rifiutando la pace, contava, più che sulle armi, sul profondo malcontento di tutte le classi di Francia per la guerra, più violento contro il governo di due stranieri (la Regina spagnola, il M. italiano). Il M. si era illuso di vincere l'ostilità interna con il trionfo sull'Impero : invece già il 26 ag. 1648 , per un atto di energia della Corona contro il Parlamento, Parigi si riempiva di barricate; cominciava cosi la prima Fronda, o Fronda del Parlamento, che non registrava gli editti regi di nuove tasse: tre mesi dopo il successo della pace di Vestfalia, la corte dovette fuggire da Parigi a St-Germain. Contro Parigi in rivolta, si poterono però usare le truppe di Germania guidate dal Condé, ma per cadere sotto le pre potenze di lui, per cui la Reggente lo fece arrestare ( 18 genn. 1650). Subito si diffuse in Francia la rivolta promossa dagli stessi principi, mentre gli Spagnoli penetravano nello Champagne con l'aiuto del principe di Turenne (dic. 1650); nel febbr. del 1651 il Parlamento, unendosi alla causa dei principi, emise un decreto di bando contro il M., il quale si ritirò a Brühl presso Colonia, donde segretamente dirigeva la Regina. Il M. esule rifiuta le offerte della Spagna e attende che le immancabili discordie fra i suoi nemici gli permettano di tornare a dirigere la politica francese verso quel successo in cui, egli straniero, ha una fiducia assoluta, benché ora molte sue conquiste vadano perdute. Nell'autunno del 1652 Parigi si ribella al Condé, che passa al nemico; vi torna il Re, ora maggiorenne, e il 3 febbr. 1653 , come in trionfo, il M. Nei sei anni successivi egli cerca di riprendere le posizioni perdute, fa risorgere in Lombardia la guerra del duca di Modena. Ma troppe rovine ha lasciato la Fronda e per piegare la Spagna egli deve ricorrere all'alleanza inglese (anche se il Cromwell ha fatto decapitare il Re, cognato di Luigi XIII) e promettergli Dunkerque, conquistata nel 1646. Cosi, disfatti alle Dune gli Spagnoli comandati dal Condé, si arriva alla pace dei Firenci (ir nov. 1659) che ridà alla Francia la Cerdagna e il Rossiglione, perduti nel 1493, oltre alcune città delle Fiandre e, con la mano di Maria Teresa, primogenita di Filippo IV, la speranza dell'eredità spagnola. L'Infanta rinunciava ad essa contro una dote di 500.000 scudi che non fu mai pagata. Per ottenere questo matrimonio, voluto dalla Regina, il M. si era recisamente opposto al Re che voleva sposare sua nipote Maria Mancini. Pochi mesi dopo il matrimonio del Re il M. moriva, e Luigi XIV, fedele al consiglio del suo maestro, non prese mai un primo ministro, ma ne assunse le funzioni e le fatiche.

Solo da un secolo si è modificato il giudizio degli storici francesi sul M. che volentieri riecheggiava i libelli della Fronda (Mazarinades) e le accuse delle Memorie di contemporanei contro l'odiato italiano. Si è riconosciuto che egli compl e sviluppò il programma del Richelieu e di Luigi XIII e rese possibile la grandezza del primo Regno di Luigi XIV, con la eccezionale devozione alla causa francese. L'esplosione di odio contro il M. non fu causata tanto dai difetti innegabili del suo governo (che erano quelli del Richelieu) quanto dal disagio creato dalla enorme pressione fiscale causata dalla guerra (e moltiplicata dal bestiale sistema di riscossione per appalto), dalle facili accuse al debole governo di due stranieri, e dal rancore di classi e uomini piegati ma non sradicati dal Richelieu. La Fronda riuní tutti questi egoismi sotto la spinta spagnola, e cosi il M. poté, liqui-
![img-39.jpeg](img-39.jpeg)
(1st. Braun)
Mazzarino, Giulio - Ritratto. Dipinto del Mignard.
dandoli, preparare il pieno assolutismo di Luigi XIV all'interno, come il primato della Francia in una Europa semidistrutta da quarant'anni di guerra.

Bim.: Fonti: Lettres pubblicate da A. Chéruel, 2 voll., Parigi 1872, e dallo stesso e dall'Avenel, 9 voll., ivi 1879-1905; vi sono poi altre raccolte minori e le Memorie dei personaggi del suo tempo. Biografie del sec. IVII: E. Benedetti, Raccolta di diverse memorie per scrivere la vita del card. M., s. n. t.; G. Priorato, Historia del ministerio del card. M., 3 voll., Colonia 1669. Inoltre V. Cousin, La jeunesse de M., Parigi 1863; A. Chéruel, Histoire de France pendant la minorité de Louis XIV, 4 voll., ivi 1879; id., Histoire du ministre de M., 3 voll., ivi 1882; L. Simeoni, Francesco I d'Este e la politica italiana del M., Bologna 1922; U. Silvagni, Il card. M., Torino 1928; M. Boulenger, M. soutien de l'Etat, Parigi 1930; V. Tornetta, La politica del M. verso il papato (1644-46), in Archivio storico italiano, 99 (1941), pp. 86-116; 100 (1942), pp. 93-134; H. Hauser, La prépondérance espagnole, 3ᵉ ed., Parigi 1948, v. indice. Luigi Simeoni

MAZZELLA, CAMILlo. - Gesuita, teologo e cardinale, n. a Vitulano (Benevento) il 10 febbr. 1833, m. a Roma il 26 maggio 1900. Studiò nel Seminario di Benevento diretto dai Gesuiti e, ordinato sacerdote nel 1855 , entrò nel 1857 nella Compagnia di Gesù. Insegnò a Lione (1860-67) teologia dogmatica e morale; indi passò allo stesso insegnamento negli Stati Uniti (Georgetown e Woodstock), donde nel 1787 fu chiamato da Leone XIII alla cattedra di teologia nell'Università Gregoriana per contribuirvi al rifiorire dalla scolastica. Fu creato cardinale nel 1886 e nel 1897 consacrato vescovo di Palestrina; lavorò instancabilmente nelle Congregazioni romane, specialmente degli Studi e dei Riti, delle quali fu preletto. Fu teologo chiaro e fecondo, buon esponente del movimento neotomista.

Fra le sue pubblicazioni si ricordano: De Deo creante (Roma 1880); De Religione et Ecclesia (ivi 1892); De Gratia Christi (ivi 1892); De virtutibus infusis (ivi 1894). Vanno ricordate inoltre: Risposta ad alcune questioni sopra il ritorno dei Greci scismatici alla Chiesa cattolica (ivi 1887) e l'opera anonima: Rosminianarum propositionum... trutina theologica (ivi 1887).

## Page 324

Bibl.: [S. Brandi]. Il card. C. M., vescovo di Palestrina, in Civ. Catt., 1900, 2, pp. 91-95.

Mario de Camillia
MAZZELLA, Orazio. - Teologo, arcivescovo, n. a Vitulano (Benevento) il 30 maggio 1860, m. a Benevento il 30 luglio 1939. Ordinato sacerdote il 22 sett. 1883, insegnò filosofia, scienze fisiche e teologia nel Seminario di Benevento, svolgendo contemporaneamente una fervida attività pastorale nella fondazione e direzione d'istituti di carità, assistenza, e cultura (Collegio Acheropita). Eletto vescovo titolare di Cuma l'ri febbr. 1896, funse da ausiliare dell'arcivescovo di Bari fino al 24 marzo 1898 , anno in cui fu trasferito alla sede arcivescovile di Rossano Calabro. Il 14 apr. 1917 divenne arcivescovo di Taranto e il I nov. 1934 arcivescovo titolare di Laodicea di Siria.

Scrisse : La questione operaia (Avellino 1898); Il divorzio nell'ordine sociale (Roma 1902); Il libero pensiero (Catania 1913); S. Tommaso e la filosofia di Aristotele (in Acta hebdomadaethamisticae, Roma 1924, pp. 9-28); La guerra nel dogma, nella morale, nella storia della Chiesa (Taranto 1936); I dogmi della Chiesa cattolica e il protestantesimo (ivi 1933) e altri opuscoli. L'opera maggiore sono le Praelectiones scholastico-dogmaticae (4 voll., Torino 1921, con successive edizioni), notevoli per l'erudizione (non sempre di prima mano) e la chiarezza.

Bibl.: anon., Per il genettiaro di S. E. mons. O. M., Bari 1896; anon., S. E. mons. O. M., Taranto 1935; anon., Mons. O. M., necrologio, in Acta Academiae Romanae S. Thomae, nuova serie, 6 (1940), pp. 259-61.

Goffredo Mariani
MAZZIERI PONTIFICI. - I m. p. (mazzerii Papae, servientes armorum), appartengono al personale subalterno della famiglia pontificia e sono cosi detti dalla mazza d'argento che portano nelle funzioni. Storicamente i m. p. ebbero i loro statuti confermati nel 1437 da Eugenio IV. Il 12 genn. 1617, poi, furono aggiornati nella forma, in cui ancor oggi si osservano.

I m. p., attualmente in numero di nove, sono nominati dal pontefice per mezzo di monsignor maggiordomo e formano collegio (con cariche interne di decano e segretario), che interviene alle funzioni, in cui celebra o a cui assiste il papa o in sede vacante il S. Collegio, ed è agli ordini dei maestri delle cerimonie. In queste funzioni due m. p. stanno sempre presso l'ingresso della quadratura dei banchi o del presbiterio della cappella alla custodia della porta della transenna (che chiudono durante i discorsi, che ivi si pronunciano) non lasciandovi entrare nessuno. Altri m. p. accompagnano, oltre monsignor sacrista, anche i personaggi, che devono lavare le mani al pontefice. Nelle processioni e benedizioni sostengono le aste del baldacchino, per consegnarle e poi riceverle dai prelati referendari della Segnatura Apostolica, che devono portarle. Noi pranzi pubblici del papa due di essi accompagnano lo scalco e due il coppiere pontificio. Essi portano sempre la mazza, da cui traggono il nome, alzata e poggiata sulla spalla destra e la sostengono con la mano destra; quando la portano calata la pongono sotto il braccio sinistro.

L'abito dei m. p. consiste in un sottabito e vestito
nero con bordi di velluto nero, soprana paonazza con finte maniche pendenti di saia o panno trinato come sopra, collare di merletto, spada al fianco con elsa d'acciaio e fibbie alle scarpe. La mazza è d'argento, lavorata ad ornati e reca nella sommità lo stemma del pontefice, che nominò il singolo m . p.

Bibl.: G. Lunadora, Relazione della Corte di Roma, Bracciano 1650, pp. 16, 302; G. Mabillon, Museum Italicum, II, Parigi 1724, p. 280; G. B. Gattico, Acta selecta caercmonialia S. R. E., I, Roma 1752, p. 167; Moroni, XLIV, p. 37 sgg.; T. Ortolan, Cour romaine,
![img-40.jpeg](img-40.jpeg)

Mazzieri pontifici - Gruppo di m. p.
in DThC, III, col. 1982. Guglielmo Felici

MAZZINGHI, Angelo Agostino, beato. - Carmelitano, n. a Firenze ca. il 1380 , m. il 17 ag. 1438 . Di nobile famiglia, cotró nell'Ordine carmelitano il 1413 nel Convento delle Selve presso Firenze, dove poco prima feste Jacopo di Alberto aveva introdotto la stretta osservanza, unita poi a quella di Mantova.
M. ne fu il maggiore sostegno. Più volte priore di detto convento, nonché di quello di Firenze, si distinse nelle opere di apostolato, come direttore di anime, confessore delle monache del Portico e, soprattutto, come predicatore popolare.

Narrano autori coevi che mentre il M. predicava furono veduti cadere dei fiori dalla bocca di lui. Sùbito venerato come santo, il papa Clemente XIII ne confermò il culto il 3 marzo 176 r . Le sacre spoglie ora riposano sotto l'altare maggiore del Carmine di Firenze.

Bibl.: P. Caioli, Il b. Angelino, Firenze 1938.
Bartolomeo M. Xiberta
MAZZINI, Giuseppe. - I. Vita. - N. a Genova il 22 giugno 1805 , m. a Pisa il 10 marzo 1872 , figlio di Giacomo, professore di patologia medica dell'Università genovese, e di Maria Drago. Ebbe educazione religiosa, sotto la guida dei sacerdoti De Scalzi e De Gregori, noti giansenisti, dai quali era diretta la madre, che nutrì per il figliolo una speciale tenerezza e lo incoraggiò nelle sue iniziative e nelle dure vicende della vita. Frequento il corso di filosofia, letteratura e legge, quando, appena laureato in giurisprudenza, il 6 apr. 1827, venne aggregato alla Carboneria dal condiscepolo Pietro Torre, e si diede con ardore ad intensa azione di propaganda, iniziando altresì la sua attività giornalistica su l'Indicatore genovese e, soppresso questo periodico, su l'Indicatore livornese fondato dal Guerrazzi. Il 13 nov. 1830 , al ritorno da un viaggio di propaganda in Toscana, venne arrestato, dietro denunzia di un finto cospiratore, tal Raimondo Doria, confidente di polizia. Tra il confino e l'esilio, scelse quest'ultimo, e cominciò così una vita randagia che trascorrerà tutta tra cospirazioni, agguati e miseria, fino alla morte.

Partito da Genova si portò a Ginevra, e qui dall'esule lombardo Giacomo Ciani venne invogliato a recarsi a Lione, dove si stava organizzando la nota infelice spedizione di esuli in Savoia, ma ivi trovando poco promet. tenti i preparativi che si facevano, prosegui per la Corsica, insieme ad un altro animoso cospiratore, Borso de Car-

## Page 325

minati, sperando di poter ivi organizzare un'irruzione su l'Italia centrale. Ma, l'impresa andata a vuoto, ripartì per Marsiglia, e vi fondò nel 1831 la società segreta * Giovine Italia *, ed il periodico dallo stesso titolo, per la diffusione dell'idea e del programma. Ebbe la sorte di attirare al suo seguito molti degli elementi più fattivi che militavano nella Carboneria, sicché la Giovine Italia rapidamente si diffuse in molte città d'Italia; ma scoperte dalla polizia le file della congrega di Genova, seguirono arresti e condanne (Jacopo Ruffini si suicidì in carcere) e lo stesso M., costretto a partire da Marsiglia, dovette di nuovo rifugiarsi a Ginevra. Qui assecondo l'idea di Antonio Gallenga, di un attentato alla vita di Carlo Alberto, e armò di un pugnale, ma invano, la mano del giovane temerario. Anche una nuova spedizione in Savoia, organizzata dalla Giovine Italia, d'intesa con esuli polarchi e con la Carboneria (1834), riuscì in un disastro, di cui si fa ricadere la causa principale al tradimento del nizzardo Gerolamo Ramorino, cui n'era stato affidato il comando, ma dovuto soprattutto ad impreparazione e alle disposizioni negative se non ostili del popolo. Il M., come pure il Ramorino e il Garibaldi, fu processato e condannato a morte in contumacia, e, rifugiatosi a Berna, lasciò la prima idea della Giovine Europa (apr. 1834). Questa, considerando la nazionalità come un problema non solo italiano, ma europeo, comprendeva un piano di organizzazione segreta esteso a tutte le nazioni soggette a servitù, le quali avrebbero dovuto stringersi, con azione concorde, in un patto federativo per la propria indipendenza. Il periodico La jeune Suisse, fondato nel 1834 , è il primo portavoce di questa idea, per la quale M. lavorò indefessamente finché, espulso dalla Svizzera, dovette cercare scampo a Londra, dove giunse il 13 genn. 1837 .

Qui lo attendeva una vita ancor più misera e stentata di quella condotta in Svizzera, e dovette ricorrere ai più umili ripieghi per procurarsi il pane. Solo grazie alla tenacia di volontà, riuscì a far accogliere in riviste inglesi suoi articoli e studi di argomento artistico e letterario, diretti sempre a far apprezzare le glorie, la miseria e i bisogni del proprio paese. In quegli anni iniziò la pubblicazione degli scritti di Ugo Foscolo, rimasti inediti a Londra, incominciando dal commento alla Divina Commedia, edito in due volumi nel 1842 e 1843 ; ma soprattutto attese alla riorganizzazione della Giovine Italia e della rivista relativa, e stabili a Parigi con l'aiuto di Giuseppe Lamberti e di altri amici (tra i quali anche dei delatori come Michele Accursi) un centro di irradiazione che fu attivo fino al 1848. A Londra fondò una scuola popolare per giovani connazionali che non avevano chi si prendesse cura della loro formazione letteraria e morale.

Coerente ai suoi principi politici e religiosi, M. vide con diffidenza l'entusiasmo patriottico che si suscitò intorno a Pio IX al principio del suo pontificato, nondimeno si sforzò di orientarlo in armonia coi suoi ideali. A tale intento, nel 1846 , pubblicò in un giornale inglese l'articolo The Pope and the italian question, additando quale avrebbe dovuto essere la linea di condotta di Pio IX; e allo stesso scopo scrisse al Papa una lettera aperta, con la data 7 sett. 1847 , che, per mezzo di amici, fece giungere nelle di lui nomi, mentre questi passava in carrozza per le vie di Roma. Ma non potendo confidare di condurre Pio IX sulla via desiderata, consentì nel metodo delle dimostrazioni e delle manifestazioni clamorose, diretto a volgere i concetti della politica papale conforme al programma della Giovine Italia. Scoppiata la rivoluzione delle Cinque giornate a Milano, M. vi accorse prontamente, e per tre mesi diresse il quotidiano L'Italia del popolo ( 20 maggio 1848), bene accetto al governo provvisorio e in rottura con Carlo Cattaneo, che lo accusava di tradimento. Ma volgendo a male le sorti della guerra (ag. 1848) passò a Lugano, poi a Marsiglia, e di qui il 15 marzo 1849 giunse a Roma, dove il 12 febbr. era stata proclamata la Repubblica.

Come membro della Costituente prese parte ai lavori dell'Assemblea e il 29 marzo, insieme con Saffi e con Armellini, fece parte del triumvirato di governo, divenendone la mente e il braccio, resistendo, con energia
![img-41.jpeg](img-41.jpeg)
(1ot. Alinari)
Mazzini, Giuseppe - Ritratto.
e moderazione insieme, agli elementi più intemperanti, che sempre più prendevano piede. Si sforzò, per quanto le condizioni anormali della cosa pubblica lo permettevano, d'incarnare nel governo repubblicano le idee politicosociali sempre unacemente propugnate, venendo ancora una volta in rottura coi suoi stessi compagni di fede, che lo riguardavano come un allucinato, che non vedeva altra via di salute che quella scritta nel suo cervello.

Il 12 luglio, dopo aver protestato contro il voto dell'Assemblea di cessare la resistenza, lasciò la città, e dopo soste a Marsiglia e a Ginevra ritornò a Londra, e fondò nel luglio 1850 un Comitato democratico europeo, del quale facevano parte Ledru-Rollin per la Francia, Ruge per la Germania, Darasz per la Polonia, e altri per altri paesi, ma l'iniziativa non ebbe grande successo. Invitato da alcuni agitatori milanesi a prender la direzione dei moti che si volevano suscitare contemporaneamente in varie città d'Italia, non tardò a portarsi in Svizzera, per essere presente sul posto: ma il mono, scoppiano il 6 apr. 1853, e tosto represso, lasciò un'amara sequela di processi, di impiccagioni e di recriminazioni. Non ebbero esito migliore altri simili conati nel 1854 e nel 1855 del mazziniano partito d'azione, né quello, di maggior portata, organizzato nel Napoletano nel 1857, d'accordo con Nicola Fabrizì e Carlo Pisacane, che costò a quest'ultimo la vita. Tutte queste disdette nocquero in modo decisivo al prestigio personale sulla capacità organizzativa di M., per cui si vide abbandonato anche dagli amici più fidi, come Bertani, Manin e Bixio. Egli, ritornato a Londra, ed ivi fissata la sua sede stabile, diede in luce un nuovo periodico: Pensiero ed azione ( 1° sett. 1858), prendendo posizione contro la politica di Cavour, di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II. Dopo l'armistizio di Villafranca, fece clandestinamente una apparizione a Firenze per organizzare un piano di occupazione delle Marche e dell'Umbria e di tutta l'Italia meridionale, per proclamarvi la repubblica; un disegno simile tentò di attuare nel giugno 1860 in Genova, ma sempre senza esito; tuttavia vide assai di mal animo che Garibaldi, accantonando la causa repubblicana, mettesse la spada a servizio di Vittorio Emanuele, collaborando con opere concrete alla unificazione italiana. Ciò creò

## Page 326

fra i due agitatori una rottura, che si sanò solo nel 1864 , in occasione del viaggio del condottiero a Londra. Ci fu un momento in cui M., viste fallire tutte le sue iniziative, non sarebbe stato alieno di venire ad un ravvicinamento con la monarchia e con il re; ma le relazioni condotte per mezzo di una terza persona con Vittorio Emanuele nel 1863 non ebbero seguito; M. continuò sul suo rigido repubblicanesimo e finché gli durarono le forze attese a suscitar moti locali con sempre minor seguito e successo. A tal fine il ro ag. 1870 partì da Genova per la Sicilia, quando, arrestato a Napoli, veniva rinchiuso nel Forte di Gaeta. Liberato se ne tornò a Londra e fondò il periodico Roma del popolo ( 9 febbr. 1871); nel febbr. 1872 lasciò l'Inghilterra, e giunto a Pisa fu sorpreso da malattia mortale che lo spense in pochi giorni, ospite di Giovannetta Nathan Rossello. La salma fu sepolta nel cimitero di Staglieno a Genova.
II. M. PUBBLICISTA. - L'attività di M. come pubblicista (dispersa nei molti periodici da lui fondati, compresi anche i pochi opuscoli separati, come I doveri dell'uomo, e I fratelli Bandiera, anche questi apparsi dapprima su periodici a puntate), è interamente coordinata all'ideale patriottico e umanitario che formò l'oggetto supremo di tutta la sua vita. Non vi è nella storia del Risorgimento un'altra figura che abbia servita la causa nazionale con un ardore di dedizione, una incrollabile fortezza di fede, ed un disprezzo dei vantaggi e della tranquillità propria pari a lui. Per questo, anche dovendosi fare, sulle dottrine, sulla condotta, e sull'opera stessa del M., dal punto di vista cattolico, le più ampie riserve, non si può non ammirare l'uomo che servì il suo ideale con una dedizione che ha dell'eroico.

Coordinando l'attività molteplice e febbrile svolta da lui in condizioni tanto dure e difficili, con i concetti ispiratori, quale ora ampiamente risultano da copiosissimi carteggi, e dagli scritti, diligentemente raccolti nella edizione nazionale, si vedrà, tra il pensiero e l'azione di M., correre stretta connessione e armonia. Non può dirsi che egli avesse una mente dotata di qualità speculative e filosofiche eccezionali e che i concetti filosofici ai quali si ispira siano proprio originali e profondi. Quel che spiega il potente fascino esercitato da lui con i suoi scritti va ricercato soprattutto nella forma calda, concitata, avvincente, con accenti imaginosi di veggente.

Egli parte dal principio che all'Italia, non per orgoglio nazionalistica, ma per missione affidatale da Dio, spetta una funzione civilizzatrice preminente sulle altre nazioni : quella di «trasformare le condizioni sociali e politiche d'Europa e del mondo intero». I tre grandi popoli, grecolatino, germanico e slavo che abitano l'Europa, sono destinati a fondersi in un'unica famiglia, formando un nodo di congiunzione da cui dipende la salvezza e la prosperità del mondo. Da questo concetto nacque in lui il disegno della Giovine Europa, la quale doveva essere, in definitiva, distinta in tre rami, Giovine Germania, Giovine Polonia e Giovine Italia, riunite in un comitato centrale, con «un ordinamento federativo» per il coordinamento dell'azione. La Giovine Svizzera fondata nel 1834 non era che un primo passo, per influire sugli altri paesi.
III. Dio e popolo. - Fin dal momento in cui egli lanciò l'idea della Giovine Italia, adottò come sintesi del suo programma due formole: «Dio e l'Umanità e « Dio e il Popolo», affermando che da questi concetti la nuova società da lui divinata doveva attingere e dedurre "tutte le sue credenze religiose, sociali, politiche, individuali». Egli ripudiava, come ormai vieta e sorpassata, la formula della Rivoluzione Francese «Libertà, Uguaglianza, Fratellanza ", mentre quella da lui proposta voleva essere un passo in avanti e comprendere in un solo concetto tutte le manifestazioni della vita nazionale, armonizzando con le conquiste del passato quelle dell'avvenire, illuminate al raggio della luce religiosa.
IV. Dio. - Va notato come il M. stabilisca la sua concezione fondamentale sopra basi trascendentali; egli protesta espressamente che «l'ideale è fuori di noi, è supremo su tutti noi; non è creazione, è scoperta dell'intelletto »;
e con pari energia afferma la sua fede nella spiritualità e immortalità dell'anima e reagisce quindi sia contro l'idealismo immanentistico in voga fin dai suoi tempi, sia contro il ponteiaton. Dal concetto di Dio, supremo legislatore, profondamente impresso nell'animo suo, il M. deduce ogni legge di progresso. Pertanto, "il grido Dio lo vuole, Dio lo vuole delle Crociate - egli afferma - può solo convertire gl'inerti in attivi, dar animo ai paurosi, entusiasmo ai calcolatori, fede a chi respinge col dubbio ogni umano concetto». Il M. si gloria di essere stato il primo a reagire al filosofismo del sec. xviIi con il promuovere la ricostruzione morale dei valori demoliti dalla Rivoluzione Francese, con il richiamare in vigore la "santa autorità", che era spenta in Europa, con il dare ad essa potenza d'« iniziativa ", e predicando il fallimento della filosofia illuministica e l'emancipazione dall'influenza francese.
V. Popolo. - Dal concetto di Dio il M. deriva il principio della legge morale universale e immutabile. Iddio informa il nostro modo di esistere, e insieme esercita sull'universo, come sui singoli individui, sia fisici sia morali, un afflato continuo, che essi hanno il dovere di assecondare, e da cui emana come da sua sorgente la legge del progresso. Tra umanità (popolo) e progresso (Dio operante sul mondo) concepisce una relatività si necessaria e perpetua, da affermare che "l'unico interprete della legge divina sia il popolo, il popolo uno e indivisibile, che non conosce caste e privilegi, se non quelli del genio, e della virtù"; inoltre che "l'umanità è il verbo vivente di Dio». "Lo spirito di Dio la feconda e si manifesta sempre più puro, sempre più attivo d'epoca in epoca in essa ". "Dio s'incarna successivamente nell'umanità ". Per significare questo intimo nesso che esiste tra Dio e popolo non trova formola più adeguata che quella del Corano, accomodata al suo scopo: «Dio è Dio e il popolo è il suo profeta».
VI. Religione. - Si comprende da ciò come il M. abbia alterato radicalmente il concetto tradizionale di religione. La religione non si fonda sopra un codice esterno quale è quello della Rivelazione e del magistero ecclesiastico. Tutte le religioni positive, buone in sé, in quanto e limitatamente al tempo in cui esprimono il vero sentimento dell'anima umana, rappresentano solo uno stadio dell'umanità, nel suo perenne evolversi e progredire sotto l'afflato dello spirito di Dio. "Abbiamo sètte, non Chiesa, - egli afferma - filosofie imperfette, contradditorie, non religione, non credenza collettiva che congiunga i fedeli sotto un segno e ponga armonia fra i loro lavori».

L'idea che il M. s'era formata del cristianesimo lo rivela figlio inconsapevole di quell'illuminismo contro il quale protestava di reagire. Il cristianesimo è da lui considerato una religione individualistica, antisociale; una religione la quale per il fatto stesso di porre "per fine la salvezza dell'individuo, per mezzo la credenza in un essere intermedio tra Dio e l'individuo, per condizione la Grazia, per dogma la caduta e la Redenzione per opera altrui, non può fondere società, che, avendo pure lo stesso fine, abbia per mezzo la credenza nella vita collettiva dell'umanità, sola intermediaria tra Dio e l'individuo, per condizione le opere proprie compite sulla terra, per dogma il progresso \%. E espressa in queste parole, nella forma più esplicita, la profonda antitesi che esiste tra il concetto di società religiosa, quale è insegnato dalla dottrina cattolica, e quello che il M. professa. Questi attinge tuttavia ad una verità teologica, quella del corpo mistico della Chiesa e dell'azione dalla Grazia sulle anime, il pensiero che forma il nocciolo della sua dottrina. Non può sfuggire la stretta analogia che "ha fra l'idea mazziniana della influenza vivificatrice esercitata da Dio sulla umanità, e l'azione dello Spirito Santo sulla Chiesa; tra la divinizzazione umana quale la concepisce il M., e quella che si opera per mezzo della Grazia; tra l'incarnazione di Dio nell'umanità per la progressiva elevazione e salvezza di essa, e la incarnazione del Divin Verbo per la redenzione e salute degli uomini. Ciò chiaramente dimostra come il M. non si spogliò mai del tutto di quei

## Page 327

principi fondamentali che gli erano stati istillati con la educazione cristiana ricevuta in gioventù (né è privo di significato il fascino ch'egli sempre subl dalla figura e dalle dottrine di Gioacchino da Fiorel). Dallo scetticismo e dall'ateismo egli confessa non essere stato sfiorato che per breve tempo, durante gli studi universitari. Il sistema religioso del M. non è che il travestimento del cristianesimo, umanizzato e spoglio del suo carattere positivo, gerarchico e soprannaturale. Tra il popolo e Dio non deve esserci alcun mediatore: «noi abbiamo un solo padrone in cielo, che è Dio; un solo interprete delle leggi sue sulla terra, ch'è il popolo. Liberate il paese da cardinali, primati e da quanti trafficanti di menzogne formano l'aristocrazia del clero!». Come la fede, così il sacerdozio vuole essere umanizzato, laico; «il più saggio e il più virtuoso fra i credenti» deve essere eletto sacerdote dal popolo, «auspice la libertà di coscienza e di elezione». I dogmi della nuova fede non saranno più idoli e fantasmi, «ma il vero, la virtù, il genio»; la sorgente di questa nuova fede non dovrà cercarsi nel magistero gerarchico, nel Papa e nei concili, bensì nel popolo stesso, che costituisce "la legge viva del mondo» ed è investito di tale autorità che quando "dichiara che tale è la sua credenza, dovete piegare la testa e astenervi da ogni atto di ribellione». Il trionfo della rivoluzione protestante, nel pensiero di M., segna l'inizio dell'agonia del papato e della Chiesa. Essa oggi non sarebbe che "una istituzione incadaverita e maschera di religione»; e per tre secoli almeno non avrebbe esplicato altra missione fuori di quella d'inceppare la divina missione affidata da Dio all'Umanità. Egli si rappresenta il papato e la monarchia come due spettri brancolanti nelle tenebre, che si dànno appoggio a vicenda per non precipitare nel baratro, e occupata Roma, raccomandava agli amici di agire in modo da «rendere impossibile ogni vita al papato fra le sue mura"
VII. La questione sociale. - La giustizia sociale, quale il M. la concepisce, si dovrebbe raggiungere per mezzo di associazioni libere di lavoratori e con il riconoscimento all'operaio del frutto integrale del suo lavoro. Dovrebbe essere compito dello Stato e degli enti potstatali o liberi provvedere i capitali necessari a dette associazioni mediante istituti di credito e fondi nazionali speciali, da costituirsi con l'assorbimento di beni ecclesiastici, demaniali e di terre incolte, e da sostenere con una saggia riforma tributaria, ristretta ad una sola tassazione sul reddito, e con esenzione di quanto è necessario alla vita. Alle riforme d'ordine sociale dovrebbero andar unite riforme anche quelle degli altri rami della vita pubblica, e in particolare dell'istruzione, che il M. concepisce come una funzione propria e inalienabile dello Stato, avendo esso, più che il diritto, un dovere preciso di formare cittadini secondo la propria forma ed ideale. Questo però non deve attuarsi in forma rivoluzionaria, bensì con riforme progressive e metodiche. Per quanto egli sia rimasto, in tutta la vita, un repubblicano intransigente e un sostenitore convinto di riforme democratiche, tuttavia si schierò apertamente contro il sistema marxista e la concezione materialista della vita sulla quale questo si fonda, e propugnò tenacemente, come uno dei compiti specifici dello Stato, quello di prevenire la lotta di classe con opportune provvidenze e riforme. Appunto per ciò nel 1864, in occasione della fondazione a Londra della prima internazionale proletaria, venne in aperta rottura con Marx, Bakunin e i loro aderenti, i quali pertanto fecero di tutto per precludergli ogni influenza sulla classe operaia.
VIII. Il lavoro. - Il M. considera il lavoro come un gold che imprime al frutto di esso una impronta personale incancellabile, e rende sacra e inviolabile la proprietà; esso insieme è come un "simbolo della vocazione umana" in ordine al progresso e alla civiltà. Il lavoro, quindi, va soggetto alla legge morale che domina l'individuo e la società; e costituisce un dovere al quale l'individuo e la società si devono prestare con rendersi idonei mediante il perfezionamento delle facoltà fisiche e morali, che può renderlo facile e proficuo. Quegli poi che × è disposto a dare pel bene di tutti ciò ch'el può di lavoro x, ha diritto ad una retribuzione tale, da metterlo
![img-0.jpeg](img-0.jpeg)
(fol. Gab. (ot. naz.)
Mazzini, Giuseppe - Ultima pagina della lettera autografa per la morte di Chiazzi (zo luglio 1871) - Roma, Museo del Risorgimento.
in grado di sviluppare la propria esistenza "sotto gli aspetti che la definiscono", vale a dire per il maggior rendimento possibile. Il prezzo del lavoro non deve essere valutato dalle durate materiale di esso, bensì dalla difficoltà, dal dispendio di energie, dall'utilità sociale ecc.; e in base a tali fattori deve assicurare all'operaio un salario corrispondente alle esigenze familiari.

Bibs.: Meritano di essere segnalati A. Lodolini, Bibliografia mazziniana, Milano 1932, e per gli anni posteriori gli spogli sistematici del Giornale storico e letterario della Liguria e della Rassegna storica del Risorgimento. Gli scritti del M. uscirono la prima volta in 3 voll. : Scritti letterari di un Italiano. Lugano 1847, seguirono Prose politiche, Livorno 1848 ( x * ed. ampliata, GenovaFirenze 1849), quindi Scritti editi ed inediti raccolti dal M. stesso, corredati di cenni autobiografici, e continuati da A. Saffi e da altri amici in 18 voll., Milano-Roma 1861-71. Veramente esemplare è la ed. nazionale di Scritti editi ed inediti, curata da M. Menghini, Imola 1906-42, in 93 voll., oltre altri 3 di Appendici, divisi in 3 sezioni: Politica, Letteratura, Epistolario. Lo stesso M. Menghini ha curato altresi l'ed. del Protocollo della Giovane Italia, Imola 1916-22. Anche dell'Epistolario erano già prima apparsi parecchi voll. a cura di diversi raccoglitori: D. Giuristi, G. Mazzatinti, I. Rinieri ecc. Delle molte biografie, per le più apologetiche, si segnalano: F. Donaver, Vita di G. M., Firenze 1903; J. White Mario, Dalla vita di G. M., Milano 1908; G. Salvemini, M., Catania 1913; A. Codignola, M., Torino 1946; M. Saponaro, M., Milano 1946. Per la speciale competenza degli autori aggiungonsi i cenni di M. Rosi nel Dizionario del Rilentimento nazionale, III, pp. 343-55 (comprende cenni del padre e della madre), e di M. Menghini, s. v. in Enc. Ital., XXII, pp. 647-52, con scelta bibl. Sul sistema filosofico, religioso e sociale del M., F. Donaver, Il sentimento religioso di G. M., in Rassegna nazionale, 31-36 (1890), vari autori; T. Gallorati Scotti, G. M. e il suo idealismo politico e religioso, Milano 1904; G. Salvemini, Il pensiero religioso, politico e sociale di G. M., Messina 1903; F. Landegne, G. M. e il pensiero giansenico, Bologna 1921; A. Levi, La filosofia politica di G. M., ivi 1922. Altri studi parziali notevoli: H. Gruber, G. M., massoneria e rivoluzione, vers. it. di E. Polidori, Roma 1901, uno dei pochi libri scritto con diligenza pari ad un rigido senso cattolico; esso serve a far conoscere quanto del sistema ideale elaborato da M. sia passato a far parte del concettualismo massonico, soprattutto in Italia. Ma benché la massoneria esaltí M. come un suo profeto e patriarca, pure l'indole di lui, indipendente e autoritaria, non era tale da soffrire le strettoie massoniche. Con essa infatti M. non ebbe che incontri momentanei, e ne parla con accento di disgusto. A. Luzio, G. M., Milano 1903; id., G. M. carbonaro,

## Page 328

Torino 1920; id., Carlo Alberto e M., ivi 1923; id., Profili biografici e bazzetti storici, 2 voll., Milano 1927; G. Gentile, I profeti del Risorgimento, Firenze 1923; id., M. e la nuova Italia, Roma 1934; A. Monti, Un nuovo volto di M., Milano 1942; Il pensiero di M. Scritti di vari autori, a cura del Comitato per le onoranze, 1940; E. Morelli, G. M., Roma 1950. Pietro Pirri

MAZZOCCHI, Alessio Simmaco. - Dottissimo biblista, filologo, archeologo, n. a S. Maria di Capua il 22 ott. 1684, m. a Napoli il 12 sctt. 1771. Canonico teologo a Capua (1712) e quindi a Napoli, dove l'arcivescovo Spinelli lo volle inoltre rettore del Gran Seminario, si dedicò all'esegesi biblica. Molto stimato dal re, che lo propose per un arcivescovato, sempre rifiutato dal M., accettò l'insegnamento della S. Scrittura e della teologia nella R. Università.

Tra i molti suoi scritti filologici, archeologici e letterari, occupa il primo posto lo Spicilegium Biblicum, pubblicato in 3 voll. a Napoli : esegesi letterale della Genesi (I: 1762); Esodo e altre pericopi del Vecchio Testamento (II: 1766); Vangeli, Atti e pericopi di s. Paolo (III: 1778; cf. Introd., I, p. xvir sgg.). Avuti i commenti del Calmer, appena pubblicati, vi premise una vera introduzione generale, sul canone ecc.; in numerosi excursus trattò a lungo le questioni più dibattute.

M. fu il primo a scoprire e a valutare la legge del parallelismo ebraico, che chiamò "epesegesi" (I, pp. 44 sg., 67,168,224 sgg.: note a Gen. 4,23 sg.; 11, 4; 49, 10 sg.; II, pp. 102 sg., 268 : note a Num. 23, 7; Is. 63, 1) già nell'opuscolo inedito De poesi Hebraeorum del 1740; mentre il libro di R. Lowth, cui veniva attribuita tale scoperta, è solo del 1753. Propugnò la retta pronunzia del tetrapramma (Jahrach).

I principali scritti archeologici di M. sono: una Dissertatio historica de cathedralis Ecclesiae Neapolitanae semper unicae variis diverso tempore vicibus (Napoli 1751). Il M. fu il primo a far conoscere la scoperta avvenuta nel 1742 del calendario scolpito su due lastre di marmo. In vetus marmoreum S. Neapolitanae Ecclesiae Kalendarium commentarius ( 3 voll., ivi 1744-55). Pubblicò anche il testo Actorum Bononensium s. Ianuarii et soc. martyrum (ivi 1759). Altri scritti: Commentariorum in reg. Herculanensis Musei aeneas tabulas Heroaleenses, pars I et II (ivi 1754-55); Opuscula (3 voll., ivi 1771-1824).

BibL: F. Serai, Commentariolus de rebus A. S. Mazochii (Opuscula..., 1), Napoli 1771 (con la biografia e l'elenco di tutte le opere edite ed inedite del M. a pp. xv-xxi); U. Bonamartini, L'esegesi nella S. Scrittura, in Biblica. 6 (1925), pp. 424444; id., La pronunzia del tetrapramma secondo A. S. M. e G. Ugdalena, in Acta P. Acad. S. Thomae Aq. et rel. cath., 9 (1944). pp. 193-224; M. Feinadoc, Estudios sobre el paralelismo de la poeria hebrea. In Ilustración del clero, 34 (1941), pp. 5-12.

Francesco Spadafora
MAZZOCCHI, Domenico e Virgilio. - Domenico. - Sacerdote e musicista, n. a Civita Castellana l'8 nov. 1592, m. a Roma il 20 genn. 1665. Laureato in filosofia e in utroque iure, divenne famigliare dei principi Aldobrandini, Pamphili e del card. Mancini.

Fu insigne contrappuntista e diede vigoroso impulso al genere madrigalesco, trasformandolo con nuove idee e nuove armonie: inventò vari segni musicali, che passarono nell'uso comune.

Le sue opere sono: Musiche morali (Roma 1625); Mottetti (ivi 1628); Madrigali (ivi 1638); Tutti i certi latini del papa Urbano VIII posti in musica (ivi 1638); Lettera ed apologia del difensore di Veio (ivi 1654); Veio difeso (ivi 1663).

Virgilio. - Musicista, fratello di Domenico, n. a Civita Castellana il 22 luglio 1597, m. a Roma l'8 ott. 1646. Prese gli Ordini minori studiò musica sotto la guida del fratello.

Fu maestro della chiesa del Gesù in Roma, poi della Cappella Lateranense, del Seminario Romano, ed infine per 17 anni della Cappella Giulia nella Basilica Vaticana; si rese celebre per un nuovo tipo di scuola da lui creata e per la grandiosità dei suoi cori. Nel 1636 scrisse l'opera
comica: Chi soffre, speri, su parole del card. Rospigliosi; compose inoltre molta musica sacra, salmi, mottetti, messe ecc.

Bibl.: L. Allacci, Drammaturgia, Roma 1666, p. 202; G. Baini, Memorie storico-critiche della vita e delle opere di Pier Luigi da Palestrina, II, Roma 1828, pp. 42-43; A. Solerti, Le origini del melodramma, Torino 1903, p. 248; A. Cardinali, Ormi biografici di Domcnico e Virgilio M., Subiaco 1926.

Goffredo Mariani
MAZZOCCHI, Lorenzo. - Servita, teologo, n. a Castelfranco Veneto nel 1490, m. ivi l'8 sett. 1560. Dottore della Sorbona, penitenziere apostolico, combatté gli errori di Lutero. In varie circostanze Paolo III apprezzò il suo valore, soprattutto in uno storico contraddittorio, che il M. ebbe con gli eretici a Ferrara, il 28 ott. 1520. Eletto priore generale dell'Ordine il 2 giugno 1554, divenne teologo del Concilio di Trento, ed ebbe larga parte nella redazione del decreto sulla giustificazione.

Altre tracce delle sue opinioni si trovano nel decreto dei Sacramenti in genere ed in quello della Confermazione. Inviò ai predicatori dell'Ordine una lettera enciclica sulla predicazione: Ecclesiastes nostrorum temporum (Roma 1553). In seguito a calunnie fu rinchiuso nelle prigioni del S. Uffizio, ove parafrasò in versi latini tutto il Salterio con i cantici Magnificat, Benedictus e il Simbolo atanasiano. Compose anche un Dialogus inter carnem et spiritum: Carmen consolatorium de ingrato carceris otio, canzoni italiane sull'Ave Maria, Regina cocli e Salve Regina. Riconosciuta la sua innocenza, fu liberato dal carcere e compose l'inno saffico In gratiarum actionem. Lasciò anche: Conciones quadragesimales, Sermones de sanctis e Quaestiones theologicae et morales.

Bibl.: Series chronologica priorum generalium Ord. Serv. B. M. V., in Catalogus patrum ac fratrum Ord. Serv. B. V. M., Roma 1895, p. xvi sgg.

Gabriele M. Roschini
MAZZOLA BEDOLI, Girolamo. - Pittore, n. a Moile (oggi S. Lazzaro), in provincia di Parma, verso il 1500 , e m. ivi nel 1569. Ebbe fin dalla prima gioventù contatti con il Parmigianino, che si intensificarono dopo il 1529 , quando sposò una sua cugina, Caterina Elena Mazzola (dopo il 1540 il B. aggiunse al suo cognome originario quello di M.).

La sua prima opera certa e in cui si palesano suggestioni manieristiche, desunte dal Parmigianino, accanto a spunti originali, è la Concezione di Maria (1533) nella Galleria di Parma, cui seguirono le due Annunciazioni delle Pinacoteche di Napoli e dell'Ambrosiana (Milano), la S. Tecla del duomo di Mantova e la S. Chiara della Pinacoteca di Napoli. Dopo il 1535, M. B. eseguì l'ancona di S. Filacola per la chiesa di S. Giovanni Evangelista a Parma, lo Sposalizio di s. Caterina (Pinacoteca di Parma) e altre opere, oggi a Monaco, Budapest, ecc. Intorno al 1540 furono dipinti la pala di S. Alessandro e due sportelli d'organo, alla Steccata di Parma. In seguito l'artista si orientò verso il Correggio, come dimostrano il polittico, già nel convento di S. Martino dei Bocci e ora nella Galleria di Parma, la vòtta della navata centrale nel Duomo, con il catino del presbiterio, le vòtte a botte, a settentrione e a mezzadì, nella Steccata, con le relative conche absidali. Nella produzione di M. B. sono fin troppo appariscenti le lambiccate superfetazioni del manierismo cinquecentesco, divenute con lui, in certi tratti, quasi la caricatura dei vezzi e delle ampollosità del Parmigianino. Inoltre, ben di rado egli riesce ad organizzare in persuasiva visione unitaria i diversi elementi costitutivi del suo stile composito. Ma non mancano, tuttavia, nel corso discontinuo di quest'arte decadente, momenti di autentica ispirazione, sostenuta da valori formali, cromatici e luministici singolarissimi. Basterà citare i nuovi accorgimenti spaziali, le trasparenze opaline, i contrasti di tono e la figura eretta e fluida della Vergine nella Concezione, il nobilissimo arcangelo librato in aria e il putto di schiena, controllato, nell'Annunziata del Museo di Napoli, lo sfondo del paesaggio boschivo e il gesto affettuoso della Vergine, nella Madonna col Bam-

## Page 329

![img-1.jpeg](img-1.jpeg)

Mazzola Bedoli, Girolasio - S. Chiara - Napoli, Pinacoteca del Museo nasionale.
bino e s. Giovanni (Museo di Napoli), il vivace Gesù infante, che sgambetta sui cuscini, e il s. Bruno, giovane frate, che s'affaccia da una porta in lontananza, nell'Adorazione della Pinacoteca di Monaco, la gagliarda S. Chiara, di struttura quasi cubista, dallo sguardo magnetico, che solleva con la sinistra il reliquiario prezioso di cristallo, il pensoso ritratto dell'antiquario, con la clessidra sul tavolo, nella Galleria di Parma.

Bibl.: Venturi, IX, II, pp. 718-38; L. Fröhlich-Bum. Parmigianino und der Manierismus, Vienna 1921, pp. 100-14; id., s. v. in Thieme-Becker, XXIV, pp. 312-13; E. Bodmer, Il Correggio e gli Emiliani, Novara 1943, pp. xxix-xxx e tavv. 63-71. Alberto Neppi

MAZZOLINI, Silvestro (Prierias). - Teologo domenicano, n. a Priero (Cuneo) nel 1456, m. a Roma nel 1527. Religioso a Genova nel 1471, studiò a Bologna dove si addottorò in teologia (1498); in seguito ebbe molti uffici nell'Ordine. Nel 1515 Leone X lo nominò maestro dei SS. Palazzi. Come tale si trovò all'avanguardia nella lotta contro Lutero.

Appena divulgate le 95 tesi ( 31 ott. 1517), il M. scrisse: In praesumptuosas M. Lutheri conclusiones de potestate papae dialogus (Roma 1518), in cui con uno stile talora mordace, e con solidi argomenti, espose la dottrina cattolica sulla Chiesa, il Papa e le indulgenze. Lutero rispose con un'invettiva. Il M. replicò in tono conciliante con l'Epitome respassionis ad M. Lutherum (ivi 1519) e poi con l'opera più vasta: Errata et argumenta M. Lutheri recitata, detecta (ivi 1520, Firenze 1521, Roma 1527), in cui riprende le tesi sull'autorità del Papa.

Il M. scrisse altre opere. Si citano: Confiatum ex angelico doctore s. Thoma volumen primum (Perugia 1519), un vasto com-
mento alla Summa rimasto incompleto e specialmente la Summa summarum quae Silvestrina dicitur (Roma 1516), che ebbe ca. 50 edizioni.

Bibl.: F. Michalski, De Sylv. Pr. Vita et scriptis, Münster 1892; F. Lauchert, Die italienischen Gegner Luthers, Friburgo 1912, pp. 7-30; J. Taurisano, Hierarchia O. P., Roma 1916, pp. 50-51; F. Stugmüller, Framitico de Victoria y la doctrina de la gracia en la escuela salmantina, Barcellona 1934, pp. 19-23; Registrum litter. fr. Thomae de Via Cajetani O. P., ed. A. de Meyer (Monum. O. P. hist., 17), Roma 1933, pp. 80, 230, 251, 261, 267, 368, 270-71, 274; Magistrarum ac Procuratorum O. P. Registro litter. minera, ed G. Meerseman-O. Planzer (Monum, O. P. hist., 21), ivi 1947, p. 70.

Alfonso D'Amato
MAZZOLINO, Lodovico. - Pittore, n. a Ferrara ca. il 1480 , m. ivi fra il 27 sett. 1528 e il 22 dic. 1530. Subì principalmente l'influenza di L. Costa, ma per le preferenze cromatiche si avvicina a Dosso Dossi e al Garofalo e nelle tipologie e nelle finte architet. ture dei suoi quadri sacri risente dei tedeschi e fiamminghi coevi.

Lavorò senza interruzione a Ferrara, per la corte estense, dal 1504 al 1524, e si trasferì