volume-08

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901 (in armeno); M. Nurlkhan, Il servo di Dio abate M., ivi 1914; G. Hofmann, Il servo di Dio M. nel secondo centenario della morte, in Civ. Catt., 1949, II, pp. 409-20; Mizell, Pazmareb, 1950, nn. 7-12.

Gorabed Amaduni
MECHITARISTI. - Jeromonaci armeni, chiamati così dal nome del loro fondatore Mechitar (e.). Benché la denominazione iniziale fosse stata "Monaci armeni di s. Antonio abate", tuttavia, ancora in vita il fondatore, vennero chiamati pure M., titolo poi divenuto comune.

Le Costituzioni hanno l'impronta dell'organizzazione degli Ordini regolari occidentali, con elementi disciplinari armeni e con la finalità peculiare dell'apostolato fra gli Armeni, sotto la triplice forma: missioni, attività intellettuale per mezzo della stampa e dell'educazione della gioventù. Al consiglio degli assistenti generali presiede un abate generale, ad vitam.

Nel 1773, un movimento di scissione guidato da due
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(fot. Ferrucci)
Mechitaristi - L'Em.mo Cardinale Gregorio Pietro XV Agagistrion, Patriarca di Cilicia cegli Armeni, mentre pontifica a S. Lazzaro per le feste centenarie dell'abate Mechitar.

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monaci, diede luogo ad un ramo autonomo di M., stabiliti prima a Trieste, e, dall'inizio del sec. xix, a Vienna.

Ambedue le Congregazioni hanno spiegato intensa attività missionaria, educativa e culturale a beneficio della nazione armena. Oltre le due case madri di Venezia e di Vienna, ove risiedono i due rispettivi abati generali, e ove da secoli funzionano due efficienti tipografie, diverse stazioni missionarie, scuole e collegi dei M., dispersi nelle principali città dell'antico Impero ottomano, dell'Armenia Caucasica e della diaspora, della Siria, del Libano, dell'Egitto, ecc... ne incidono l'opera benefica.

Nel campo intellettuale i M., benché pochi di numero, hanno in loro attivo una produzione notevole in qualità e in quantità senza pari nella nazione : più di tre mila opere; due riviste mensili, Pazmasob e Handès-Ansorya (la prima ha superato già un secolo di vita) illustrano periodicamente il movimento culturale armenistico. Nel campo educativo sono celebri i due secolari Collegi liceali di Samuci Moorat e di Raphael di Venezia, diretti dai M. di Venezia.

Bib.: V. Langlois, Notice sur le cquvent Arménien de l'lle de St-Lazare, 1° ed., Venezia 1869; B. Sarkiswan, Bicentenaria attivita letroraria dell' Ordine mechitarista di Venezia, (vi 1903 (in armeno); id., Bicentenaria attivita scolastica dell' Ordine mechitarista di Venezia, ivi 1936 (in armeno); Mechitar, in Pazmasob, 1901, nn. 7-9; id., G. Marinelli, Angoli d'Oriente in Venezia, ivi 1939; M. A. van den Oudenrijn, Eine armenische lund in Abendlund, Venezia 1940. Per i M. di Vienna: v. Ingisian, s. v. in LTNK, VII, pp. 52-35, con bibliografia.

Garabed Amaduni
MEDA, Felice (Felix), beata. - Clarissa, n. a Milano ca. il 1378, m. a Pesaro il 30 sett. 1444. In breve fece rapidi progressi nella pietà e negli studi apprendendo anche la lingua latina. Morti i genitori, a 10 anni cmise il voto di castità e nel 1400 entrò nelle Clarisse di S. Orsola in Milano. Fu provata da orribili tentazioni e persecuzioni diaboliche. Eletta abbadessa nel 1425 , nel 1439 passò a Pesaro per la fondazione di un nuovo monastero, dove morì illustre per il dono dei miracoli. Pio VII, il 14 sett. 1808, concezze Messa e Ufficio della beata.

Bib.: Arno SS. Septemberi, VIII. Roma 1865, pp. 751769; A. M. Bonucci, Vita della b. F. M., Pesaro 1883; L'aureola serafica, IV, Quaracchi 1900, pp. 268-72; Wadding, Annales, ad an. 1412 n. 7, 1439 nn. 29-35, 1444 nn. 59-60; Martyralogium Franciscanum, Vicenza 1939, pp. 382-83. Felice da Mareto

MEDA, Filippo. - Statista e pubblicista, n. a Milano il 1° genn. 1869, m. ivi il 31 dic. 1939. Studente di liceo cominciò a pubblicare articoli su giornali e riviste (Corriere della domenica, Eco della gioventù, Eco di s. Luigi, ecc.), fu membro attivissimo delle organizzazioni cattoliche e promotore della Piccola Biblioteca scientifico-letteraria. Nel 1891 si laureò in lettere nella R. Accademia scientifico-letteraria di Milano e l'anno dopo in giurisprudenza a Genova.

Fondo l'Associazione degli elettori cattolici con il giornale L'elettore cattolica (1891) e poco dopo fu chiamato da d. Davide Albertario alla redazione dell'Osservatore cattolico. Ne divenne direttore nel 1902 e quando (1907) l'Osservatore si fuse con la Lega lombarda fu direttore dell'Unione fino alla trasformazione in Italia (1912). Scrittore fecondo e versatile, collaborò intensamente alla Nuova antologia, La scuola cattolica, Rassegna nazionale, Vita e pensiero e fondò nel 1919 la rivista politico-sociale Civitas, durata fino al 1925. Ideatore e propugnatore della formola «preparazione nell'astensione» per rispetto al «non expedit» (nel 1904 rifiutò la candidatura a Rho), fece parte del gruppo di cattolici deputati entrati in Parlamento nel 1909; ma già fin dal 1902 era membro del Consiglio provinciale di Milano. Fu rieletto nella XXIV legislatura (1913) e fu ministro delle Finanze nei gabinetti Boselli e Orlando ( 10 giugno 1916-19, giugno 1919). Fu ancora rieletto nella XXV legislatura come deputato del Partito popolare italiano : il 4 giugno 1920 declinò l'invito a formare il governo e
accettò il portafoglio del Tesoro nel gabinetto Giolitti (ag. 1920-2pr. 1921). Fu autore di un lodato progetto di riforma tributaria, rimasto lettera morta per l'avvento del fascismo. Nel 1924, dissentendo dall'atteggiamento del suo partito, non si ripresentò alle elezioni e si dedicò alla professione forense, allo studio e al giornalismo. Cattolico esemplare, ebbe da Pio XI questo elogio : " de re catholica multipliciter benemerito".

Opere principali: Fatti e idee (Milano 1898); Discorsi parlamentari (ivi 1913); Nella storia e nella vita ( 7° ed., Firenze 1914); Intermezzo (Lecco 1916); Starie brevi (Milano 1920); La riforma generale delle imposte dirette sui redditi (ivi 1920); Pensiero e azione (ivi 1921); Uomini e tempi (ivi 1921); Lungo la via (ivi 1923); Il socialismo politico in Italia (ivi 1924); Stati cattolici (ivi 1926); I cattolici italiani nella guerra (ivi 1928); Universitari cattolici italiani (ivi 1928); S. Agostino (ivi 1930).

Bibs.: A. Novelli, F. M., in La scuola cattolica, 68 (1928), pp. 43-63; anon., s. v. in Enc. Ital., XXII, p. 675; A. Fioachi, F. M., in Civ. Catt., 1940, it. pp. 104-10; F. Olgisti, F. M., in Rto. internaz. di scienze sociali, 48 (1940), pp. 50-51; G. Malseni, F. M., in Vita e pensiero, 31 (1940), pp. 5-10; G. Micali, F. M. e l'opera sua di scrittore, Parma 1940; L. Sturzo, F. M., in Il Popolo lombardo, 16 ott. 1940; G. Sironi, L'opera di F. M., in La Scuola Cattolica, 78 (1930), pp. 57-62.

Augusto Moreschini
MEDAGLIA. - La parola m. deriva dal latino metolla ed indicava nel medioevo il mezzo denaro od obolo. Quando questo cadde in disuso, il termine rimase ad indicare una moneta fuori della circolazione, sicché per estensione fu poi chiamata m. ogni moneta antica, specialmente romana o greca. Intesa nel senso moderno, m. indica un pezzo di metallo solitamente di forma rotonda, coniato o fuso, e commemorante per tipi e leggende un personaggio od un avvenimento. Ciò che caratterizza la m., oltre le particolarità di stile, di tecnica e di tipi, è soprattutto la sua possibilità di essere emessa anche da privati, elemento questo che la differenzia nettamente dalla moneta, sempre diretta emanazione dell'autorità statale, qualunque essa sia. Sotto questo aspetto, la m. moderna si differenzia anche dai medaglioni romani, recanti costantemente al dritto l'effigie dell'imperatore o di uno dei suoi famigliari, cui l'imperatore aveva concesso il diritto di effigie, e al rovescio tipi allusivi alle imprese dell'imperatore o ai fasti politici, militari, religiosi dell'Impero.

La prima m. dell'epoca moderna si può ritenere quella fusa da Vittore Pisano detto il Pisanello (v.) per Giovanni VIII Paleologo nel 1438, in occasione della venuta del Paleologo in Italia per il Congresso di Ferrara. Questa data segna l'inizio di quell'arte medaglistica che tante opere insigni diede nel Rinascimento, giacché i pochi esemplari che si conoscono anteriori all'opera del Pisanello, se pur si possono considerare m., cioè pezzi monetiformi fuori della circolazione e di carattere commemorativo, rimangono tuttavia esempi isolati senza alcun rapporto stilistico o tecnico con la successiva produzione del Quattrocento. Così infatti si debbono considerare

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i due medaglioni d'oro, di cui si conservano copie antiche in argento, menzionati ai primi del sec. xv negli inventari della collezione del duca di Berry e rappresentanti al dritto, uno l'imperatore Costantino, l'altro l'imperatore Eraclio, e al rovescio scene allusive alla leggenda della Croce. Distanti per stile e tecnica dalle creazioni del Pisanello sono anche le m . fatte coniare nel rypo, per la riconquista di Padova, da Francesco II da Carrara e recanti al dritto i ritratti, fortemente influenzati dai scatcrzi romani, rispettivamente di Francesco I e di Francesco II, nonché le m. coniate, ad imitazione dell'antico, dai Sesto, una famiglia di incisori della Zecca veneziana, imitatori di monete antiche e supposti autori delle m. dei Carrara.

Iniziatasi nel 1438 con la m. di Giovanni VIII Paleologo, l'attività del Pisanello prosegue per ca. 20 anni in varie città d'Italia. L'artista è a Mantova, Ferrara, Napoli, ove ritrae sulle sue m . principi e condottieri, uomini politici e letterati, tra i più famosi dei suoi tempi. Si ricordano, tra le altre, le m. di Gian Francesco Gonzaga di Mantova, di Niccolò Piccinino, di Lionello d'Este, di Cecilia Gonzaga, di Alfonso d'Aragona. Ritrattista insigne, curò molto anche i rovesci, preferendo in particolare la rappresentazione degli animali, che disegnò spesso in arditi scorci.

Il successo dei lavori del Pisanello diede grande popolarità alla m . sicché molti artisti seguirono le sue orme, pur non avendo il maestro creato una vera e propria scuola. Il migliore tra gli italiani del Quattrocento, dopo Pisanello, è Matteo dei Pasti di Verona, attivo dopprima a Ferrara (m. di Guarino Veronese) e poi, dopo il 1446 , a Rimini (m. di Sigismondo Pandolfo Malatesta, di Isotta degli Atti), ove lavorò molti anni al servizio dei Malatesta. Risente dell'influsso del Pisanello, ma è a lui inferiore, sia nel rendimento dei ritratti che nella composizione dei rovesci. Degli altri artisti basterà citare solo i maggiori, raggruppandoli secondo i luoghi d'origine o secondo le scuole cui appartennero. A Ferrara sono da ricordare Antonio Marescotti e, più tardi, Costanzo, autore della m. di Maometto II; a Mantova, dove l'attività del Pisanello aveva creato numerosi seguaci, lavorarono, tra gli ultimi decenni del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, Bartolomeo Talpa, Pier Iacopo Alari Bonacols detto l'Antico, Gian Cristoforo Romano, Bartolomeo Melioli, raffigurando in prevalenza personaggi della famiglia Gonzaga. Il maggiore dei mantovani fu Sperandio Savelli, attivo a Ferrara, Bologna e Venezia e che mostra nei suoi ritratti un grande vigore, spesso però privo di grazia, oltre una certa freddezza nella composizione e concezione dei rovesci.

Ancora di questo periodo sono Gianfranco Enzola parmense, autore dei primi tentativi di m. coniate; Giovanni Boldu e Marco Guidizani, veneziani; Giulio della Torre e Giammaria Pomedelli, veronesi, la cui attività si estende però ai primi decenni del Cinquecento. A Firenze lavorarono Bertoldo di Giovanni, allievo di Donatello, e Niccolò di Forzore Spinelli, detto Niccolò Fiorentino, l'artista più eminente della scuola fiorentina : a lui si attribuiscono, oltre un certo numero di m. di personaggi italiani, anche alcune dedicate a personaggi francesi del seguito di Carlo VIII.

A Roma furono attivi Andrea Guazzalotti da Prato, cui si deve una serie di m. papali da Niccolò Va Sisto IV; Cristoforo di Geremia mantovano e il nipote Lisippo, autore il primo anche di una bella m. di Alfonso V d'Aragona e principale esponente della scuola romana volta soprattutto all'imitazione dei modelli antichi. A completare il quadro del Quattrocento si ricordano ancora Francesco Francia e Bologna e il Caradosso a Milano e a Roma operanti, in parte, anche nel sec. xvi, entrambi autori di m. coniate.

Nel Cinquecento si manifesta in breve il decadere dell'arte della m. Il processo della coniazione, che già nel secolo precedente aveva trovato i suoi primi maestri nel Francia, nel Caradosso e in altri ancora, acquisita ora sempre maggiore importanza, soprattutto con le m. papali. Ad esso apporta il contributo della sua arte anche Benvenuto Cellini, autore di m. fuse, ma notevole so-
prattutto in quelle coniate per Clemente VII, con rovesci che riecheggiano temi classici. I centri principali nel Cinquecento sono Firenze, Roma, Milano e un po' meno Venezia. A Firenze sono attivi, oltre il Cellini, Pietro Torregiano e Francesco da Sangallo, scultori, Pastorino da Siena, Gian Paolo e Domenico Poggini, Pier Paolo Galeotti detto Romano. A Roma predomina, come si è detto, la coniazione, preferita nelle m. papali per il suo minor costo e per la maggiore rapidità del procedimento. Tra gli artisti che convengono da ogni parte d'Italia per lavorare nella Zecca pontificia si deve ricordare Giampietro Crivelli milanese, Giovanni Bernardi, il fiorentino Domenico Poggini e soprattutto Alessandro Cesati, il miglior rappresentante della scuola romana, al quale successe nella Zecca pontificia G. Antonio de' Rossi milanese. Nel nord, dove continua a prevalere la tecnica della fusione (fa eccezione la scuola padovana con Valerio Belli e Giovanni Calvino, famoso falsificatore di monete romane), si trovano la scuola veneziana, con Andrea Spinelli, e, importantissima, la scuola milanese, cui appartennero Leone Leoni, autore di pregevolissime m. (fra cui quelle di Carlo V), Iacopo Nizzola di Trezzo, anch'egli al servizio dell'Imperatore e poi di Filippo II e Antonio Abondio, il maggiore esponente della scuola, attivo soprattutto all' estero (Praga e Vienna) dove lavorò al servizio di Massimiliano II e Rodolfo II.

Nella prima metà del sec. xvir continua la tradizione cinquecentesca, soprattutto per merito di Gaspare Mola, autore di m . medicee e papali tra le migliori del tempo. Dopo questo artista però l'arte della m. decade in un'abilità puramente tecnica e meccanica, da cui non vanno del tutto esenti neppure gli artisti che lavorano per la Zecca pontificia. Tra essi sono tuttavia notevoli Gaspare Morone, Mola, nipote del già nominato Gaspare Mola, e gli Hamerani, una famiglia di medaglisti di origine tedesca che operarono per più generazioni nella Zecca di Roma : Alberto e Giovanni nel sec. xvir, Ermenegildo e Ottone nel successivo. Lavorarono ancora a Roma Francesco e Antonio Travani, i fratelli Giuseppe e Stefano Ortolani e Filippo Crapanese, medagliata di Clemente XIV. A Firenze si distinse Massimiliano Soldani Benzi, autore di molte m . fuse di membri della famiglia granducale.

Con la fine del secolo e con il successivo si risente ovunque l'influsso della m. francese : da ricordare tra i maggiori esponenti di quest'ultimo periodo della medaglistica italiana: L. Manfredini, incisore della Zecca di Milano, T. Mercandetti, F. Pertinati e G. Girometti.

Anche in altre nazioni, oltre che in Italia, fiori dal Cinquecento in poi l'arte della m., quasi ovunque sotto l'influsso dell'arte italiana. La sola Germania infatti può vantare una medaglistica originale e indipendente. In questa nazione si costituirono ben presto due scuole : una ad Augusta dove prevalse la tecnica della fusione, l'altra a Norimberga dove le m., in prevalenza coniate, furono spesso opera di orefici. Alla prima scuola appartennero nel sec. xvI Hans Schwarz, Hans Daucher, Hans Keh, Friedrich Hagenauer; alla seconda Ludwig Krug, Matthes Gebel, Hans Reinhart, e altri. Nel secolo successivo scompare quasi del tutto la m. fusa e pochi sono gli artisti di qualche importanza : si ricordano Sebastiano Dadler, Johann Höhn, George Schweicker, Philip Heinrich Müller. Il periodo barocco segna in Germania un fiorire dell'arte della m., la cui produzione continua nei secoli successivi fino all'epoca moderna.

In Francia, tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, si hanno le m. emesse dalle città per la visita del Re e della sua corte. Nel sec. xvi la m. rivela l'influsso degli artisti italiani che lavoravano in Francia. Tra i medaglisti francesi meritano di essere ricordati Jean Goujon e, più tardi,' Guillaume Dupré e Jean Warin, il migliore tra gli artisti francesi del Seicento.

Al tempo di Luigi XIV risale una serie di m. volte ad illustrare gli avvenimenti più importanti del regno: collaborarono a questa serie Ch. J. François Cheron già medaglina alla corte papale, Jean Manger, Joseph Roettier. Posteriori sono Jean Duvinier, Simon Curé e Jean Leblanc, autori anch'essi di m . ufficiali, volte a commemorare personaggi illustri o avvenimenti importanti. Dopo un

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periodo di decadenza si ha nell'Ottocento una rinascita della m. francese, la cui influenza si fa sentire anche sugli artisti italiani contemporanei.

Anche in Olanda la m. risente dell'influsso italiano: tra gli artisti attivi nel sec. xvı emergono Quintin Metsys e Jean Second, un po' più tardo è Jacques Jonghelnick. Superiore a tutti è Stefano d'Olanda la cui sigla Stehf appare su m. fiamminghe e straniere. Notevole, per i ritratti, è anche Corrado Bloc. Si ricordano ancora nel Seicento Adrian Waterlooe e Jean de Montfort.

In Spagna non si ha una scuola vera e propria di medaglisti; in Inghilterra m. di artisti inglesi si hanno solo con Enrico VIII e i suoi successori. Lavorano in questo periodo in Inghilterra anche artisti stranieri, come il fiammingo Simon van de Passe e i francesi Nicolas Briot e Jean Warin; fra gli inglesi, nel Seicento, sono da ricordare Thomas Rawlins e soprattutto Abraham e Thomas Simon. Con l'avvento della casa di Hannover vengono in Inghilterra anche artisti tedeschi e solo nella seconda metà del Settecento si hanno medaglisti inglesi, fra i quali però il solo importante è Thomas Perigo, di origine italiana. - Vedi tav. XXXIII.

BibL: in generale: F. Lenormant, Monnaies et médailles, Parigi 1884; L. Forrer, Biographical dictionary of the medaillist. Londra 1904-90; G. F. Hill, Medals of the Renaissance, Oxford 1920; M. Bernhard, Medaillen und Plakatien, Berlino 1920; J. Rebelen, La médaille et les médaillears, Parigi 1927. Sulla m. italiane: A. Armand, Les medailleurs italiens des XVe et XVIe siecles, Parigi 1883; A. Heus, Les médailleurs de la Renaissance, ivi 1883; C. v. Fabricze, Medaillen der italien. Renaissance, Lipsis s. a.; G. H. Hill, A corpus of italian medals of the Renaissance before Cellini, Londra 1930; G. Hubich, Die Medaillen der italien. Renaissance, Stoccarda e. Berliun s. a.

Franco Panvini - Rosati

## MEDAGLIA ANNUALE: v. PAPA.

MEDAGLIA MIRACOLOSA. - Ha origine da una apparizione della Madonna ( 27 nov. 1830) a s. Caterina Labouré (v.), Figlia della Carità.

La Vergine era in piedi con un vestito bianco-aurora ed un velo bianco che le scendeva ai lati fino a terra. I piedi calpestavano un serpente, poggiando sopra un globo che si vedeva per metà. Dalle mani scendevano raggi luminosi. Attorno alla figura della Vergine si leggeva a carattere d'oro: «O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi». Una voce le disse : "Fa' coniare una medaglia su questo modello. Le persone che la porteranno benedetta riceveranno grandi grazie, specialmente portandola al collo. Le grazie saranno abbondanti per le persone che avranno fiducia». Poi parve che il quadro si voltasse ed apparve la lettera M sormontata dalla Croce, con una grassa riga alla base, e, al disotto della lettera, i cuori di Gesù e di Maria.

Le prime medaglie furono coniate con il consenso dell'arcivescovo di Parigi, mons. de Quélen, nel giugno 1832. Da allora il culto della m. si diffuse rapidamente, e, per i grandi prodigi che compiva, fu detta dal popolo " miracolosa». Celebre la conversione dell'ebreo Alfonso M. Ratisbonne, avvenuta a Roma, nella chiesa di S. Andrea delle Fratte il 20 genn. 1842, ricordata ogni anno con festa liturgica (Madonna dei raggi). Pio IX arricchì la medaglia di indulgenze; Leone XIII ne concesse la festa (23 luglio 1894); Pio X (8 luglio 1909) approvò l'Associazione della m. m. Da questa apparizione trae origine anche l'Associazione delle Figlie di Maria (v.). Dal 1927 ha avuto inizio a Filadelfia (Stati Uniti) la pia pratica della Novena perpetua della m. m., che si tiene ogni lunedi. Essa va ampiamente diffondendosi anche in Italia. Al santuario della m. m. di Filadelfia è unita l'Opera della Medaglia, che ha un bollettino con una tiratura di oltre 300.000 copie mensili.

Bim..: G. Aladai, La médaille miraculouse, Parigi 1878; A. Campanale, La m. m nella storia e nella teologia cattolica, Lecce 1928; E. Cassinari, Il primo centenario della m. m., Roma 1930; id., La m. m., ivi 1950.

Annibale Bugnini
MEDAN, vicariato apostolicod di. - Comprende tutta la parte occidentale dell'isola di Sumatra (In-
donesia). Il 30 giugno 1911 dal vicariato apostolico di Batavia (oggi Djakarta) fu distaccata la detta isola di Sumatra, con le altre isole adiacenti, ed eretta in prefettura apostolica di Sumatra, affidata ai Minori Francescani Cappuccini della provincia olandese.

Il 27 dic. 1923 dalla medesima prefettura di Sumatra vennero staccate le isole di Banka e Billiton, assieme all'arcipelago di Riouw, per l' erezione di due prefetture di Banka e Billiton, nelle isole omonime, e quella di Bengulen (oggi Palembang). Il rimanente territorio, comprendente le residenze civili di Atjeh, Sumatra, Tapanuli, Sumatra's Westkust, le isole minori e il distretto di Indragoi (arcipelago Riouw) assunse la denominazione di prefettura apostolica di Padang. Il 18 luglio 1932 questa missione venne elevata a vicariato apostolico e il 23 dic. 1941 ricevette il nome odierno di vicariato apostolico di M. Il p. Dionigi della Natività e fr. Redento della Croce, entrambi carmelitani, furono i primi missionari che approdarono nell'isola di Sumatra (s. 1638). Vi subirono il martirio assieme ad altri 59 compagni il 29 nov. 1638 e furono beatificati nel 1900 . Nella seconda metà del Seicento vi giunsero i Francescani e nel 1703 i Testini.

Gli abitanti di questa regione sono di diverse genti, aventi ciascuna una propria lingua. Le principali sono : i Minangkabau nella parte meridionale, gli Atjeh nella parte settentrionale, i Malaii nella parte orientale, i Batak nella parte centrale e i Nias nell'isola omonima. La lingua malaica, diffusa in tutte le regioni dell'Indonesia con il nome di lingua indonesiana, è la lingua ufficiale della nuova Repubblica di Indonesia.

Riguardo alla religione, eccetto i Batak e i Nias, sono tutti maometrani fanatici. I Batak e i Nias sono in parte protestanti, in parte pagani, e molti sono inclini alla religione cattolica. La popolazione di questa missione è di ca. 6.000 .000 , di cui 35.524 cattolici, 5.000 .000 maomettani; 400.000 pagani; 500.000 protestanti di sète luterane. Vi sono 46 sacerdoti esteri; 17 fratelli esteri; 82 suore estere; 6 seminaristi minori; 44 catechisti; 98 maestri e 107 maestre; 36 infermiere; un ospedale; 2 orfanotrofi; 18 scuole elementari; 6 scuole medie; 6 professionali; una magistrale; 202 edifici sacri. Vi si pubblica un giornale dal titolo Kong Po, con una tiratura di 1000 copie.

BibL.: AAS, 3 (1911), pp. 347-48; 24 (1932), p. 398; MC, 1990, p. 432; Archivio della S. Congr. Prop. Fide, Relatio quinquennalis 1945-50, pos. prot. n. 3440/30; id., Prospectus status missionis 1949-50, pos. prot. n. 3438/30. Edoardo Pecoraio

MEDARDO, santo. - N. nel Vermandois, nella seconda metà del sec. v. La pietà, lo studio e la carità verso i poveri furono la caratteristica della sua giovinezza. Verso il 540 fu eletto vescovo della civitas Veromanduorum, dove rimase fino alla morte, cioè al 557 ca.

Il re Clotario fece seppellire onorificamente il corpo di M. nella signoria di Crovy, presso Soissons; il figlio Sigeberto vi edificò una basilica dedicata al Santo, dove più tardi sorse la celebre abbazia benedettina. Dopo la morte, M. fu venerato come uno dei più grandi tsumaturghi del suo tempo. S. Gregorio di Tours ha nelle sue opere preziosi accenni sulla vita, la morte e i miracoli di M. (Hist. Francorum, IV, 19, 21, 52; IX, cap. 9; De Gloria Confessorum, cap. 95; Vitae Patrum, XIX, 2). I documenti più attendibili intorno alla vita di M. sono costituiti da una Vita in versi attribuita a Venanzio Fortunato (BHL, 5863), ed una Vita in prosa redatta da un anonimo fra il 593 e il 612 , sotto il regno di Tzodeberto II (BHL, 5864). Se ne celebra la festa l'8 giugno.

BibL.: J. Corblet, Notice historique sur le culte de st Médard, Amiens 1836; L. Lefebvre, St M., Parigi 1864; Acta SS. Innii, II, Parigi 1867, pp. 72-103; S. M. Becu, Dissertation sur quelques dates et quelques faits contestés de la vie de st M., in Comptes rendus et mémoires de la Commission d' archéologie, II, Noyon 1867, pp. 307-20; L. Duchesne, Faites épiscopaux de l'ancienne Gaule, III, Parigi 1915, p. 102; H. Leclercq, s. v. in DACL, XI, coll. 102-80. Emanuele Romanelli

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MEDELLIN, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e città capoluogo del dipartimento di Antioquia nella Colombia. Ha una superfice di 15.000 kmq., con una popolazione di 800.000 ab. tutti cattolici. Conta 64 parrocchie servite da 275 sacerdoti diocesani e 91 regolari; un seminario conciliare, 23 comunità religiose maschili e 145 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 267).

La città fu fondata nel 1675 dagli Antioqueni a 1500 m . di fianco alla Cordigliera centrale in una vallata fertilisaina; è un centro commerciale e industriale data la ricchezza mineraria del distretto. La diocesi fu creata da Pio IX il 4 febbr. 1868. Il papa Leone XIII la elevò ad arcidiocesi il 24 febbr. 1902, distaccandola dalla provincia di S. Féde Bogotá. La Cattedrale fu iniziata nel 1890 su disegno di C. Carré. La Cattedrale è in stile romanico; il Seminario è opera del salesiano G. Buscaglione.

La chiesa della Vera Cruz risale al 1682. Ha un fiorente collegio dei Gesuiti.

BibL.: Enc. Eur. Am., XXXIV, pp. 19-23. Enrico Josi
Universitá. - La Pontificia Università Boliveriana fu fondata il 15 sett. 1936 da mons. Tiberio de J. Salazar y Herrera, arcivescovo titolare di Rizeo e amministratore apostolico dell'arcidiocesi di M.

Il nucleo iniziale fu costituito dalla Facoltà di diritto e scienze politiche. Seguì la sezione di baccellierato, allora sotto il nome di Facoltà di filosofia e lettere, e cominciò a funzionare la sezione preparatoria. Il 22 febbr. 1937 ne fu riconosciuta la personalità giuridica dal governo nazionale, per mezzo della Risoluzione esecutiva n. 48 dello stesso anno. Il governo approvò posteriormente gli statuti, i regolamenti e i programmi delle diverse facoltà, per mezzo della Risoluzione n. 653 del 16 ott. 1938. Nel 1938 si creò la Facoltà di architettura e urbanesimo; nel 1951 ha incominciato a funzionare pure quella di ingegneria elettrica. Inoltre l'Università ha una scuola di commercio, e comprende pure un circolo femminile di studi che mantiene la Facoltà femminile di arte e di decorazione del Collegio del S. Cuore. L'Università non ha trascurato il suo lavoro nel campo sociale : istruisce gratuitamente nel circolo notturno gli operai, accoglie giovani poveri nei laboratori dove imparano i mestieri di meccanico, elettricista ed ebenista.

Per decreto 16 ag. 1945 la S.Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi insigni l'Istituto, dopo nove anni dalla sua fondazione, del titolo di Pontificio. Come organo ufficiale si pubblica la rivista Universidad Pontificia Boliveriana, considerata come una delle più serie pubblicazioni dell'America latina, e alla quale collaborano distinti pensatori. E per la Facoltà di diritto e scienze politiche c'è la Revista de Facultad de derecho y scienzias politicas, che, appena iniziata, ha già una grande accoglienza. Oggi l'Università di M. conta 4 facoltà maschili; un'altra, quella femminile, di Arte e decorazione, è sotto la sua alta direzione, e i relativi titoli accademici sono conferiti in nome dell'Università Pontificia Boliveriana. I titoli concessi dall'Università sono attualmente riconosciuti dal governo nazionale, il quale dà all'Università stessa un contributo finanziario. Cominciò con 70 alunni e 25 professori di diritto. Oggi ha 2000 studenti di tutta la nazione e di alcune nazioni vicine; perciò si era ora costruendo la Città universitaria per 5000 studenti su di un'area di 20 ettari, di proprietà dell'Università.

Felice Henao Botero
MEDIA (assiro māt Ma-da-a-a). - Parte nordovest dell'altopiano iranico, fra l'Arasse, il Caspio, il deserto centrale, i confini della Perside e della Susiana (Elam) e le catene dello Zagros: paese con popolazione relativamente densa già da tempi preistorici, che, dopo che i Medi vi ebbero stabilito il loro predominio, determinò la storia del I millennio a. C.

Il paese si prestava assai bene come fondamento di una grande potenza: «buono di uomini e di cavalli»,
ricco di metalli e di uomini di mestiere nelle "città" o piuttosto piccole borgate. Ma il fondo del popolo erano i pastori, vigorosi e feroci. Le poche vere città erano all'incrocio delle vie carovaniere: come Ecbatana (Hangmatana), controllante il commercio verso l'ovest, e Raga (a sud di Teherān), controllante il commercio verso nord ed est.

La conoscenza della storia della M. è basata su fonti lacunose: la letteratura avestica (specialmente yatt e yama: indicazioni vaghe, ad eccezione della Videodot, e Legge antidetroniace s), racconti greci (in parte favolosi), annali assiri (i più ricchi d'informazioni). Mancano ancora i siti scavati e l'illustrazione pratica che essi dànno alla cronologia e alla storia.

La lingua dei Medi è conosciuta soltanto da nomi propri; era vicina a quella persiana, cosi da non aver bisogno di interpreti, e insieme a quella degli Sciti, Saki (nella Russia e Siberia del sud) e degli Indoarioni; appartene al ramo orientale della famiglia indoeuropea. La religione era, almeno in parte, monoteistica.

Come fu occupata la regione da parte dei Medi (dal sec. xili al ix a. C.)? Ancora nei secc. ix e viil i nomi propri di quella regione rappresentano un miscuglio di nomi subarei, aramnici e medij e come vassallo del gran re di Ninive qualcuno assunse persino un nome assiro. Fu una migrazione effettuata su lunga scala, nella quale influi il sistema "feudale" dei pastori dell'Asia centrale: i capi delle orde con i loro cavalieri vennero ad occupare le torri ed i castelli, donde regoli già stabilitisi nella terra controllavano le vallate, e divennero i loro successori. Dietro di essi arrivavano i pastori ed i greggi, i quali si mescolavano con la popolazione indigena di pastori e sedentari. In via pacifica, poi, si unirono famiglie di signorotti nuovamente entrati e di signorotti indigeni; in tale miscuglio i Medi ebbero il sopravvento.

Nel periodo preimperiale il paese mancava dunque d'unità politica. Vi erano solamente demana ("casa"), vis (i tribù!) e foithra ("distretto"), ma non ancora dalıyu ("terra"), dominati tutti dagli airiaman, i "cavalieri" (assiro con l'epiteto dannūti = "i forti "), la classe regnante che si era stabilita sui fienets e verezens, le classi inferiori. Perciò gli Assiri avevano soltanto da fare con i regoli, cioè i signorotti "feudali" controllanti qualche strada di commercio, e perciò più influenti. Quelli facilmente si sottomisero, all'avvicinarsi di un esercito assiro, per vivere quindi in piena libertà quando si alontanò. A tale stato gli Assiri seppero rimediare fondando colonie e facendo di parte della M. una loro provincia; mai però riuscirono ad organizzarla efficacemente e ancora meno a stabilirne i confini.

La prima incursione assiro è riferita da Salmanasar III nell' 836 : un certo numero di regoli della terra Mada si sottomise, a sud-est del Lago di Urmia. Un secolo più tardi (737) Theglathphalasar penetrò fino al "Monte di lapidazzuli", il maestoso Demavend a nord di Teherēn. Dopo che Samaria fu presa da Sargon ( 722 a. C.), parte degli Israeliti venne deportata "nelle città della M.", cioè nelle colonie assire della provincia di M. Sargon inoltre, nel 715 , deportò il regolo medio Daisăku a Hamāh nella Siria, con i suoi cavalieri vassalli. Di lui i Greci fecero il fondatore della dinastia meda, con il nome Deioce.

Il vero fondatore della dinastia fu però Ciassare I (Uakłatar). Pagando ancora il tributo a Sargon (nel 714), sotto Sennacherib si diede ad attaccare e saccheggiare le colonie assire all'intorno di Harbār, nello Zagros (nel 702). Quindi l'invasione dei Gimmirrai e degli Išguzai (Cimmerici e Sciti) danneggiò tutti e due: l'Assiria perse le regioni intorno al Lago d'Urmia, note per l'allevamento di cavalli di razza, e, volendo rimediare, fece vaste esezie in M., penetrando fino alla terra di Patularri, sulle sponde delle acque salate del Lago Centrale, asportando specialmente i numerosi greggi di cavalli.

Fondatore dell'Impero medo si può dire Kšathritha o Fravartis (Fraorte), originariamente regolo di Kar Kašši, che regnò dal 675 al 653 . Oltre a darsi sistematicamente all'attacco delle colonie assire,

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riusci a stabilire una intesa stabile fra Medi e Cimmerici, diretta contro l'Assiria. Persino seppe fare suo vassallo Āriyaramna, figlio di Hahamiš (da cui discende la dinastia degli Achemenidi), che aveva introdotto i suoi Persiani nella Perside, come narrò in una tavoletta d'oro, allora portata ad Ecbatana, già fortificata in maniera stupenda (cf. il libro di Giuditta). Infine Fravartiš arrischiò battaglia con Assurbanipal e perdette battaglia e vita (653); i Persiani si fecero indipendenti.

La M. risorse sotto Ciassare II (ca. 625-585), che, unendo la tecnica degli Sciti con quella degli Assiri, riorganizzò l'esercito medo a perfezione, dividendolo in lancieri, arcicri e cavalieri. Finirono subito le incursioni degli Assiri. Ciassare sottomise un'altra volta la Persia (Perside ed Anšan), nonostante la sovranità degli Assiri. Persino discese dalle montagne dello Zagros per assediare Ninive. Ma Sin-šar-iškun seppe muovere gli "Sciti" alleati di lui (così fonti greche; più esatto forse è di pensare al popolo degli Ummān Manda, allora entranti nella storia). Sembra che Ciassare fosse costretto a sottomettersi ad essi. Ma già nel 616 si liberò, traendoli in parte a sé, strinse alleanza con Nabopolassar, che allora aveva tolto all'Assiria tutta la Babilonia, e trasportò la guerra in terra nemica. L'alleanza significava che era suonata l'ultima ora dell'Assiria.

Le guerre seguenti mostrano la M. come la più grande potenza del tempo, e ad essa si devono poi i successi seguiti : la conquista della città di Aššur nel 614, di Ninive nel 612, di Haran, ultimo centro degli Assiri, presa nel 610 e difesa negli anni susseguenti. L'alleanza fu sigillata con il matrimonio di Nabuchodonosor con Amyhia e la M. ricevette l'Assiria ed i territori del nord. In altre spedizioni militari Ciassare sottomise i Cardusi, fra il Caspio e l'Elburs, e persino i Parti, nell'Irān dell'est. Una lunga guerra con Alliatte di Lidia ( 590-585 ) finì con una pace di compromesso, estendendo la M. fino al Halys. Si fece pure un'alleanza con la Lidia, e Ciassare diede in sposa un'altra figlia a Creso, principe creditario, poi ultimo re della Lidia sul trono di Sardi.

Poco dopo l'apogeo crollò la potenza meda. Ištumegu (v. astiage), l'ultimo re, diede la figlia Mandanes in sposa a Cambise I, suo vassallo di Persia. Nacque da tale unione Ciro (v.) il Grande, salito al trono di Persia nel 559. Le sue mire non erano soltanto l'indipendenza, ma persino il trono della M. Assicuratosi la fedeltà di tutta la sua terra e di certe tribù mede, strinse alleanza con Nabonide, che andò ad attaccare Haran, allora in possesso dei Medi. Nel 553 Ciro venne citato da Astiage alla corte di Ecbatana; non si presentò, il che significava rivolta, e Astiage mosse l'esercito contro di lui. Ma l'esercito di Astiage si rivoltò contro il suo capo, lo fece prigioniero e lo condusse a Ciro, che s'affrettò ad andare ad Ecbatana per metter mano sui suoi tesori.

Così nel 550 finì l'indipendenza dei Medi. Mada divenne la prima satrapia. Ma i Persiani la consideravano come una parte della patria, ed i Medi godevano degli stessi diritti d'onore dei Persiani, essendo i più alti uffici accessibili ad essi. Ecbatana rimase una residenza favorita dei re achemenidi.

Biel: F. Gabrieli, Medi e M., in Enc. Ital., XXII, pp. 688689 (tratta anche il tempo persiano ed ellenistico della M.). Sidn. Smith, Cambridge ancient history, III-IV, Cambridge 1925-26, v. indice; F. W. König, Alteste Geschichte der Meder und Perter (Der Alte Orient, 33, III-iv), Lipsia 1934; E. E.

Herzfeld, Archaeological history of Iran, Londra 1935, pp. 1-43; G. G. Cameron, Histoire de l'Iran antique, Parigi 1937; A. T. Olmstead, History of the persian empire, Londra-Nuova York 1948, pp. 16-38.

Pietro Nober

## MEDIA ANNATA : v. ANNATA.

MEDIANICHE MANIFESTAZIONI: v. ME. TAPSICHICA.
"MEDIATOR DEI». - Parole con cui comincia l'enciclica di Pio XII, data il 20 nov. 1947 (AAS, 39 [1947], pp. 521-95), sulla sacra liturgia. Può ritenersi un complemento dell'encicl. Mystici corporis (v.), poiché il Sommo Pontefice risponde alle ulteriori istanze (segnalate da mons. Gröber fin dal 1943, v. bibl.) del moderno movimento liturgico, intimamente connesso con la rinascita degli studi ecclesiologici. La risposta è data indirettamente, con incisi attenti, concepiti come parti dell'ampio sviluppo dottrinale, che è condotto con logica serrata e sostenuto da una larga e chiara informazione.

L'enciclica esordisce dal concetto di liturgia come culto pubblico della Chiesa, di cui descrive l'origine e lo sviluppo omogeneo, costantemente diretto dall'autorità gerarchica (parte 19); considera poi come centro della liturgia la s. Messa, di cui illustra l'essenza (immolazione sacramentale), la partecipazione dei fedeli, l'integrazione nel banchetto eucaristico e nel culto di adesazione (parte 20); studia in seguito il prolungamento del culto eucaristico nella laus perennis del Divino Ufficio, di cui spiega l'intimo significato nella luce dei cicli concernirici di Cristo, della Vergine, dei santi (parte 30). Il cospicuo documento si chiude con una esortazione sulla pietà individuale (complemento del culto pubblico) e sullo spirito e l'apostolato liturgico (parte 4° ).

La grande enciclica (è la più ampia di tutte quelle emanate finora) è costellata di gravi affermazioni dog-matico-liturgiche, p. es., sulla natura della liturgia, sull'essenza della Messa, sulla partecipazione dei fedeli al Sacrificio eucaristico, sull'armonia dell'opus operatum (pietà oggettiva) e l'opus operantis (pietà soggettiva), sulla pietà individuale, sull'essenziale distinzione tra sacerdozio gerarchico dei preti e sacerdozio mistico dei fedeli (regale sacerdotium), sulla infondata distinzione tra il Cristo storico e il Cristo pneumatico, sulle esagerazioni di alcuni centri liturgici, sul progressivo sviluppo delle forme liturgiche, sui rapporti tra la Croce e l'Altare, sulla presenza di Gesù Cristo nell'anima giusta.

Risposta diretta al memorandum di mons. Gröber, l'enciclica è una solenne presa di posizione della Sede Apostolica nell'ormai secolare movimento liturgico, di cui non arresta il corso benefico, ma corregge le deviazioni e disciplina le tendenze. E una continuazione dell'insegnamento pontificio, iniziato con l'encicl. Mystici corporis : l'uno e l'altra formano due vistosi pannelli di uno stesso dittico.

Biel: M. Hanssens, La liturgia nell'encicl. M. D., in Civ. Catt., 1948, 1, pp. 579-94; II, pp. 242-55; F. Cavallera, L'encycl. M. D. et la spiritualité, in Revue d'ucétique et de mystique, 24 (1948), pp. 3-30; I. Thomas, La doctrine sacrificielle de l'encycl. M. D., in Les questions liturgiques et paroissiales, 29 (1948), p. 150 sq.; B. Ebel, Das Mysterium und die Liturgie im Lichte der Eusihliha M. D., in Anima, 3 (1948), pp. 294-307; J. Froger, L'encycl. M. D. sur la liturgie, in La pensée catholique. Cahiers de synthèse, 7 (1948), pp. 56-75 (riproduce i punti più importanti del memorandum di Gröber, che spiegano l'origine e il significato dell'enciclica; A. Michel, Sur la présence de l'oeuvre réémpérie dans le mystère du culte chrétien, in L'ami du clergé, 58 (1948), pp. 593-98; id., Les antécédents de l'encycl. M. D. en Allemagne à propos de la présence du Christ dans l'âme juste, ibid., 60 (1950), pp. 257-67; A. Thiry, L'encycl. M. D. sur la liturgie, in Nouvelle revue théologique, 80 (1948), pp. 113-46; F. Carpino, Il pubblico sacerdotale di Pio XII alla luce della sua dottrina sul sacerdozio, Roma 1949 (importante per la comprensione storico-ideologica di alcuni incisi dell'enciclica); A. Bernareggi, Il movimento liturgico da Pio X alla M. D., in La scuola cattolica, 78 (1950), pp. 81-102 (con bibl.); J. M. Hanssens, Une présentation luthérienne de l'encycl. M. D., in Gregorianum, 31 (1950), pp. 590-

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604: A. Michel, Sur la présence de l'humanité du Christ glorieux dans les justifiés, in L'ami du slergé, 60 (1950), pp. 91-93; B. Cappelle, Autour de l'encycl. M. D., in Les questions liturgiques et paroissiales, 31 (1950), pp. 12-17 (exame critico dei commenti alla M. D.); id., La Communion pendant la Messe d'après l'encycl. M. D., ibid., 31 (1950), pp. 166-70; vari autori, Commento alla M. D., in Revista Eclesiastica Brasileira, II (1951), pp. 1-224 (tutto consacrato all'argomento). Antonio Polanti

MEDIAZIONE DI CRISTO: v. REDENZIONE.
MEDIAZIONE DI MARIA S.ma. - Perché uno sia mediatore si richiede: 1⁰ che sia medio tra due estremi, dai quali si distingue, pur avendo con essi qualcosa in comune; 2° che congiunga i due estremi, comunicando all'uno le cose dell'altro (Sum. Theol., 3°, q. 26, a. 2, ad 3). Verificata la prima condizione si ha la mediazione ontologica; verificata la seconda si ha la mediazione morale.

Uno solo, secondo s. Paolo, è il mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo (I Tim. 2, 5): «Poiché uno solo è Dio, uno solo è anche il Mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù». Così insegna con i Padri il Magistere della Chiesa (cf. Conc. Trident., sess. V; Denz-U, n. 790). In Cristo solo infatti si verificano perfettamente le due condizioni richieste per la m.

Ma questa m. principale e perfetta di Cristo non esclude una m. secondaria e subordinata, qual'è quella che Iddio ha voluto concedere a Maria, indissolubilmente unita al Mediatore in tutta l'opera mediatrice. Essa infatti è stata lo strumento di cui si è servito il Verbo Incarnato per rendersi Mediatore universale. Ciò avvenne per mezzo dell'Incarnazione redentrice la quale non si verifichi se non in seguito al libero consenso dato dalla Vergine. Maria venne così intimamente legata, quale Mediatrice secondaria e subordinata, al Mediatore principale e perfetto, in tutta l'opera mediatrice. Anche nella Vergine pertanto si riscontrano, in modo secondario e subordinato, tutte le condizioni che si richiedono per un mediatore: prima di tutto la ragione di «media» tra i due estremi (tra il Creatore e le creature), poiché come semplice creatura dista infinitamente dal Creatore e si avvicina alle creature; e come vera Madre del Creatore si può dire che disti infinitamente (in senso morale) dalle creature e si avvicina al Creatore, in quanto entra nell'Ordine della Unione ipostatica. Si riscontra inoltre in lei l'ufficio di congiungere i due estremi, ossia, il Creatore con le creature, poiché presentò al Creatore i meriti e le soddisfazioni delle creature, e distribuisce alle creature i doni, ossia, tutte le grazie del Creatore.

Data quest'intima e indissolubile unione di Maria Mediatrice a Cristo Mediatore in tutta l'opera mediatrice, ne segue che la m. di M. S.ma si estenda tanto quanto si estende la m. di Cristo. Orbene, la m. di Cristo, secondo s. Paolo, abbraccia due fasi distinte : la Redenzione (la m. terrestre) e la intercessione (la m. celeste), ossia, la distribuzione di tutte e singole le grazie e frutti della Redenzione (cfr. I. Bover, Pauli doctrina de Christi mediatione Mariae mediationi applicata, in Marianum, 4 [1942], pp. 8189). Anche la m. di M. S.ma quindi abbraccia, in modo secondario e subordinato, due fasi : la cooperazione alla Redenzione (v. CORREDENTRICE) e la cooperazione alla distribuzione di tutte le grazie, frutto della Redenzione. Questa seconda fase è basata sulla prima. Chi coopera infatti ad acquistare un tesoro, è giusto che cooperi anche a disporre del medesimo. Che la Madonna sia mediatrice universale, ossia cooperi alla distribuzione di ciascuna grazia a ciascun individuo particolare nel senso che Iddio non concede a nessuno grazia alcuna senza l'intervento di Maria, è una dottrina insegnata ripetutamente dal Magistero ordinario della Chiesa, specialmente dagli ultimi Sommi Pontefici, e ammessa comunemente dai teologi. La stessa festa di Maria Mediatrice di tutte le grazie, istituita nel 1921
da Benedetto XV dietro istanza del card. D. Mercier, per le diocesi del Belgio e per tutte quelle che ne avrebbero fatta regolare richiesta, da celebrarsi al 31 maggio, viene a comprovare praticamente la morale certezza di questa singolare prerogativa mariana. Pio XI, confermando la dottrina e la festa della m. di M., chiama la Vergine: «gratiarum omnium apud Deum sequestram» (lett. Cognitum sane, 14 genn. 1926: AAS, 18 [1926], p. 213). Pio XII ricollega la m. di M. non più soltanto al merito corredentivo di lei, ma anche al fatto della sua gloriosa Assunzione, della sua regalità (encicll. Miserentissimus, 8 maggio 1928: AAS, 20 [1928], p. 178; Mystici corporis Christi, 29 giugno 1943 : ibid., 35 [1943], p. 247 sgg.).

Oltre al Protovangelo (Gen. 3, 15) nel quale Maria appare associata a Cristo in tutta l'opera della salvezza, e perciò non solo nell'acquisto ma anche nella distribuzione di tutte le grazie, si possono trovare nel Nuovo Testamento alcuni eloquenti indizi di questo disegno divino. Tutte le grazie infatti sono o di ordine spirituale o di ordine materiale. Ora tutte le grazie dei due ordini furono secondate da Gesù Cristo per mezzo di Maria. La prima grazia spirituale (la santificazione del Battista) fu data, come attestò Elisabetta, per mezzo di Maria (Lc. 1, 41-45). La prima grazia d'ordine materiale (la conversione dell'acqua in vino alle nozze di Cana) fu concessa per l'intercessione di Maria (Jo. 2, 1-11). Queste due grazie, sembrano indicare una legge generale della Provvidenza nella distribuzione di ogni grazia, quella legge enunziata così bene da s. Bernardo e ripetuta dalla Chiesa. La tradizione cristiana, del resto, incominciò ad esprimere di buon'ora, praticamente, questa verità. Basti ricordare il papiro egiziano scoperto recentemente e ritenuto, dai periti, del sec. III, nel quale è contenuta la nota preghiera "Sub tuum præsidium ". In essa si esprime la viva fiducia nella universale intercessione di Maria: "Non sdegnare le nostre suppliche, ma liberaci dai pericoli». Sembra una eco anticipata dell'inno Aco Maria stella, dell'inizio del sec. IX, nel quale si chiede: "Tieni lontani i mali nostri, impetraci tutti i beni". Questa universale m. di M. S.me nella distribuzione di tutte le grazie è stata espressa dai Padri e scrittori con le metafore di acquedotto, collo, vita, porta ecc. (cf. I. Bover, De universali B. Marine V. Mediatione metaphorica testimonia, in Marionum, 3 [1941], pp. 201-37). E discusso se nella m. mariana, oltre la causalità morale (quella di intercessione), sia da ammettere anche la causalità fisica strumentale.

Data la solidità della base su cui poggia la m. universale di M. S.ma nella distribuzione di tutte le grazie da ca. un trentennio, per opera specialmente del card. D. Mercier, si è determinato un forte movimento in favore della definizione solenne da parte del Romano Pontefice.

Bibl.: F. X. Godts, De definibilitate mediationis universalis Deiparse, Bruxelles 1904: I. Bittrenisux, De mediatione universali B. M. V. quoad gratiae, Bruges 1926; A. Campanale, La Mediatrice universale di tutte le grazie, Venezia 1933; V. Iacono, Maria S.ma Mediatrice di tutte le grazie, Pompei 1937; E. Druwé, La médiation universelle de Marie, in Maria. Etudes sur la ste Vierge per cura di H. du Mansur, I. Parigi 1949, pp. 419572 (trattazione completa); D. Bortetto, Maria nel domma cattolico, Torino 1949, pp. 392-461. Gabriele Roschini

MEDICI, FAMIGLIA. - Arricchitisi con la mercatura e con la banca, i M. acquistarono, nel sec. xv a Firenze, la supremazia politica, in forma di lavvata signoria. Questa si trasformò, dopo il 1530 , in una monarchia assoluta che governò la Toscana, con successione dinastica, per due secoli. I M. dettero alla Chiesa romana molti vescovi e cardinali, e tre papi: Leone X, Clemente VII, Leone XI. Anche Pio IV era un Medici, dei M. di Marignano; ma le origini di questa famiglia, alla quale appartenne la madre di s. Carlo Borromeo, sono oscure, e mancano elementi positivi per provarne la discendenza dallo stesso stipite di quella dei M. fiorentini.

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(da J. Babelon, La médaille el les médailleurs, Parigi 1927, tavo. 4 e 11 n. 2)
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(da J. Babelon, op. cit., tavv. 14, 7 e 19, 2)
![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(da J. Babelon, op. cit., tavv. 14, 1 e 26, 7)
In alto al centro: Recto é verso della medaglia di GIOVANNI VIII PALEOLOGO, Pisanello (1438) - Parigi, Gabinetto delle Medaglie. Ai lati: Recto e verso della medaglia di FRANCESCO II DI CARRARA - Parigi, Gabinetto delle Medaglie. Al centro a sinistra: Recto e verso della medaglia di FILIPPO II DI SPAGNA, Jacopo da Trezzo (sec. xvi) - Parigi, Gabinetto delle Medaglie. Al centro a destra: Recto e verso della medaglia di ENRICO IV, Nicola Greinier (sec. xvII) - Parigi, Gabinetto delle Medaglie. In basso