a medaglia di FRANCESCO II DI CARRARA - Parigi, Gabinetto delle Medaglie. Al centro a sinistra: Recto e verso della medaglia di FILIPPO II DI SPAGNA, Jacopo da Trezzo (sec. xvi) - Parigi, Gabinetto delle Medaglie. Al centro a destra: Recto e verso della medaglia di ENRICO IV, Nicola Greinier (sec. xvII) - Parigi, Gabinetto delle Medaglie. In basso a sinistra: Recto della medaglia satirica rappresentante PAOLO III CON IL DEMONIO CONSIGLIERE - Parigi, Gabinetto delle Medaglie. In basso al centro: Recto e verso della medaglia dell' IMPERATORE CARLO III E DELL'IMPERATRICE MARIA AMELIA - Parigi, Gabinetto delle Medaglie. In basso a destra: Recto della medaglia di GOETHE, G. David (1829) - Parigi, Gabinetto delle Medaglie.
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CAPPELLA DEI PRINCIPI
Iniziata dall'arch. Nigetti (1604) - Firenze, chiesa di S. Lorenzo.
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(fol. Alinari)
Mezzi, famiglia - Ritratto di Giovanni de Medici. Dipinto attribuito al Bronzino - Firenze, Galleria degli Uffizi.
dendo le sue filiali in Italia e all'estero, e superando felicemente la crisi che travolse industrie e banche nei primi decenni del Trecento. Sebbene per la loro condizione sociale ed economica appartenessero al popolo grasso, i M. miravono a formarsi una clientela politica nel popolo minuto. Salvestro (1331-88) fu tra gli organizzatori del tumulto dei Ciompi, mentre Vieri di Cambio esercitò nel 1393 un'azione moderatrice.
Dei M. fin qui citati non si ha genealogia sicura. Questa incomincia solo con il ramo detto di Cafaggiuolo (dal nome di una loro possessione nel Mugello), del quale è riconosciuto capostipite Averando detto Bicci. Suo figlio Giovanni di Bicci (1360-1429), uno dei più ricchi banchieri d'Italia, si cattivò con le sue liberalità le simpatic popolari. Costrul la chiesa di S. Lorenzo e l'ospedale degli Innocenti; fece erigere da Donatello e Michelozzo, nel Battistero, una tomba a Giovanni XXIII. Ebbe due figli: Cosimo e Lorenzo.
Cosimo, detto il Vecchio (1389-1464), tolse agli Albizzi la supremazia politica e instaurò una signoria, dissimulata dalla sopravvivenza formale degli istituti repubblicani. La politica non gli fece trascurare gli affari, e alla sua morte lasciò il Banco in condizioni floridissime. Sebbene di scarsa cultura, protesse letterati ed artisti, dète incremento allo Studio fiorentino, costrul ville, palazzi, conventi, chiese. Congiunti di Cosimo furono Donato, vescovo di Pistoia, e Filippo, vescovo di Arezzo e poi di Pisa. Da Contessina de' Bardi Cosimo ebbe Giovanni, che gli premorì, e Piero, detto il Gottoso, che ereditò il grado paterno, ma per il debole carattere e la malferma salute mise in grave pericolo l'autorità della famiglia. Un figlio naturale di Cosimo, Carlo (m. nel 1492), tenne la prepositura di Prato. Da Piero e da Lucrezia Tornabuoni, donna della quale son celebrati il severo costume e la profonda religiosità, nacquero Giuliano, che fu ucciso nel 1478, e Lorenzo, detto il Magnifico (v.). Giuliano lasciò un figlio, Giulio, che fu papa Clemente VII (v.). Durante il governo di Lorenzo, il Banco fu liquidato, e si cercò di salvare il patrimonio familiare con investimenti fondiari. Lorenzo ebbe da Clarice Orsini sette figli. Delle femmine, Lucreria, maritata a Jacopo Salviati, procreò Maria, che sposò Giovanni delle Bande Nere; Maddalena ebbe da Franceschetto Cybo, Innocenzo, cardinale, ministro di Alessandro, poi di Cosimo I, e Lorenzo, capostipite dei CyboMalaspina. Dei maschi, Giovanni fu cardinale e poi papa Leone X (v.); Giuliano, duca di Nemours,
tenne con Giovanni il governo di Firenze dopo la restaurazione del 1512, e lasciò un figlio naturale, Ippolito, che fu nominato cardinale; Piero, che successe al padre nella signoria, fu cacciato nel 1494 e dopo vani tentativi di riscossa morì nella battaglia del Garigliano (1503). Figli di Piero e di Alfonsina Orsini furono Clarice, che sposò Filippo Strozzi, e Lorenzo, al quale Leone X procurò il Ducato di Urbino. Lorenzo ebbe da Maddalena de la Tour d'Auvergne Caterina (v.), che sposò Enrico di Valois e fu regina di Francia. Si ritiene che fosse figlio naturale di Lorenzo, Alessandro, il quale, nominato duca di Penne, ebbe nel 1530 il governo di Firenze, sposò una figlia naturale di Carlo V e fu ucciso nel 1537 dal cugino Lorenzino. Con Alessandro si spense la linea diretta di Cosimo il Vecchio.
Il fratello di Cosimo il Vecchio, Lorenzo, che fu tesoriere della Camera Apostolica, ebbe un figlio, Pierfrancesco, dal quale nacquero Lorenzo e Giovanni. Questi, dopo la morte del Magnifico, si dichiararono avversari di Piero e ne furono banditi; rientrati nel 1494, mutarono stemma e presero nome di Popolani. Da Giovanni e Caterina Sforza nacque Giovanni delle Bande Nere (m. nel 1506), il quale ebbe da Maria Salviati un figlio, che fu Cosimo I. Cosimo I (1519-74), dopo l'uccisione di Alessandro, s'impadroni del potere, ne allontanò gradatamente quei maggiorenti fiorentini che tentavano di ricostituire un governo oligarchico, e con l'appoggio di Carlo V instaurò un regime di rigido assolutismo. Si liberò da ogni possibile rivale, facendo uccidere Lorenzino, procurando che il fratello di lui, Giuliano, emigrasse in Francia (dove ebbe cariche ecclesiastiche), dando a Giulio, figlio naturale di Alessandro, un alto grado militare. Co-

Medici, famiglia - Ritratto di Cosimo I de' Medici - Poter
Patrise ·. Dipinto del Pontormo da medaglia - Firenze, Galleria degli Uffizi.
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simo I unificò il territorio con la conquista di Siena, creò una fiutta che partecipò alla battaglia di Lepanto, e istituì l'Ordine dei Cavalieri di S. Stefano, che per oltre un secolo tenne testa gloriosamente nel Mediterraneo ai corsari barbareschi. Sebbene legato alla Spagna, Cosimo riusci con la sua energia a conservare la massima autonomia che le condizioni dell'Italia potevano consentirgli. Nel 1569 ebbe da Pio V il titolo granducale.
Cosimo I ebbe da Eleonora di Toledo dodici figli. Delle femmine, LuCrezia andò sposa ad Alfonso II d'Este; Isabella, moglie di Paolo Giordano Orsini, fu uccisa dal marito. Dei maschi, Giovanni, cardinale, e Garzia morirono a brevissima distanza, nel 1562, ciò che dette origine ad una infondata leggenda di tragedie familiari; Francesco I (1541-87), successo al padre, non ne ebbe né l'intelligenza né l'energia. Sposò Giovanna d'Austria e, rimasto vedovo, Bianca Cappello. Delle figlie di Francesco I, Eleonora si maritò con Vincenzo Gonzaga duca di Mantova, Maria (v.) con Enrico IV di Francia.

A Francesco I successe un altro figlio di Cosimo I, Ferdinando I (1551-1609). Questi, che abbandonò la dignità cardinalizia per sposare Cristina di Lorena, risollevò il prestigio del Granducato. Fu in amichevoli rapporti con Enrico IV ed ebbe parte notevole nella sua conversione. Costruì il porto di Livorno, protesse letterati e scienziati. Delle figlie di Ferdinando I, Caterina andò sposa a Ferdinando Gonzaga, Claudia a Federico Ubaldo della Rovere e in seconde nozze a Leopoldo d'Austria. Un figlio, Carlo, fu cardinale; l'altro figlio, Cosimo II (15901621) successe al padre. Cosimo II dedicò molte cure alla marina e al porto di Livorno; protesse il Galilei; ma da lui ha inizio la decadenza del Granducato. Da Cosimo II e da Maria Maddalena d'Austria nacquero Giovanni Carlo, che fu cardinale; Mattias, che partecipò alla guerra dei Trent'anni e a quella di Castro; Leopoldo, anch'egli cardinale, che favorì gli studi scientifici e fondò l'Accademia del Cimento; Ferdinando II (1610-70), che appoggiò l'attività del fratello Leopoldo, e cercò di risollevare l'economia depressa del paese stimolandone gli scambi commerciali. Figlio di Ferdinando II e di Vittoria della Rovere fu Cosimo III (1642-1723).
Negli ultimi anni del governo di Cosimo III, mentre le guerre di successione preparavano radicali mutamenti nella carta politica d'Europa, le Cancellerie straniere, prevedendo prossima l'estinzione della casa M., presero a considerare il Granducato come merce di scambio nel giuoco diplomatico. Il figlio primogenito che Cosimo III aveva avuto da Margherita Luisa d'Orléans, Ferdinando, premori al padre. Il fratello di Cosimo, Francesco Maria, aveva rinunziato alla porpora per sposare Eleonora Gonzaga, ma il matrimonio rimase infecondo. Così il Granducato passò all'altro figlio di Cosimo, Giangastone (16711737) uomo di notevole ingegno, ma di carattere indolente e di costumi corrotti. Poiché Giangastone non aveva figli, Cosimo aveva pensato di assicurare la successione alla figlia Anna Maria Luisa, vedova di Giovanni
Guglielmo, elettore palatino; ma le potenze, prima ancora della morte di Giangastone, destinarono il Granducato a Carlo di Borbone, poi a Stefano di Lorena. Dopo l'insediamento dei Lorenesi, Anna Maria visse in Firenze fino al 1743, rispettata da tutti, ma senza alcuna autorità politica. Nel 1737, cedendo i beni familiari al Lorenese, pattuì che le collezioni medicee non potessero mai essere portate fuori della città.
Altri rami dei M. si fanno risalire a un GIOVENCO (m. nella prima metà del sec. XIV), che sarebbe stato fratello del padre di Bicci. Da uno di codesti discese Ottaviano (1482-1546), che sposò Francesca Salviati, nipote di Leone X. Il loro figlio, Alessandro, fu arcivescovo di Firenze e papa Leone XI (1605); dall'altro figlio Bernarotito, che nel 1567 acquistò il feudo di Ottaiano, derivarono i principi di Ottaiano e duchi di Sarno. Alla loro stirpe appartenne quel LuIGI M. che fu ministro di Ferdinando IV di Borbone.
Ad un altro ramo infine appartennero la b. Fllippa (m. nel 1488); Gui-
DO, che fu arcivescovo e castellano di Castel S. Angelo durante il sacco di Roma; Giuliano, vescovo di Pisa (m. nel 1636); Raffaele (m. nel 1628), che fu ammiraglio dei Cavalieri di S. Stefano. Questo ramo, detto dei marchesi della Castellina, titolo che già possedevano nel 1629, esiste tuttora e si ritiene per agnazione crede legittimo della casata. - Vedi tav. XXXIV.
Bibl.: D. Moreni, Serie d'autori di opere risguardanti la celebre famiglia M., Firenze 1826; P. Litta, M., in Famiglie celebri italiane, Milano s. a.; G. Spini, Cosimo I de' M. e la indipendenza del principato mediceo, Firenze 1945; G. Pieraccini, La stirpe de' M. di Cafaggisolo, nuova ed., ivi 1948; R. De Roover, The M. Bank, Nuova York 1948.
Roberto Palmarocchi
MEDICI, Lorenzo de', detto il Magnifico. - N. a Firenze il 1° genn. 1449, m. a Careggi (Firenze) l'8 apr. 1492. Giovanissimo ancora aiutò validamente il padre Piero a sventare le insidie degli avversari, e nel 1466, in deroga ai limiti d'età sanciti dagli Statuti, fu ammesso nel Consiglio dei cento. Nel 1469 sposò Clarice Orsini. Alla morte di Piero, nel dic. di quell'anno, fu riconosciuta a L. e al fratello Giuliano l'autorità di primi cittadini; ma Giuliano si disinteressò completamente dei pubblici affari.
I contrasti interni che avevano turbato il governo di Piero convinsero L. della necessità di riorganizzare lo Stato e di rafforzare il regime; ma le riforme costituzionali furono attuate con prudente lentezza e a lunghi intervalli di tempo: nel 1470-71 e nel 1480. Solo negli ultimi anni gli affari esterni vennero quasi del tutto accentrati nella Cancelleria personale di L.; ma egli non giunse mai ad attribuirsi un potere formalmente assoluto.
L. fu dapprima in cordiali rapporti con il papa Sisto IV che gli affidò la depositeria della Chiesa e dette aperto appoggio a Firenze quando, nel 1472, questa represse la ribellione di Volterra, riducendo la città ad una piena sudditanza. Ma l'amicizia fu turbata dai disegni di espansione
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nei quali Sisto IV si lasciò indurre dall'ambizioso nipote Girolamo Riario, bramoso di crearsi una signoria nell'Italia centrale. Il primo urto ebbe luogo nel 1473, quando il Papa, con l'aiuto dei Pezzi, rivali dei Medici, prevenne Firenze nell'acquisto di Imola. Il dissidio, divenuto sempre più aspro, ebbe il suo tragico epilogo nella congiura del 1478. Il 26 apr., durante una Messa in S. Maria del Fiore, i due Medici furono proditoriamente assaliti: Giuliano rimase ucciso, ma L. riusci a salvarsi. L'atrocità del fatto scatenò una furiosa reazione popolare, e alcuni capi della congiura, fra i quali l'arcivescovo Salviati, furono messi a morte. Ne segui la scomunica di L., l'interdetto fulminato contro la città e una guerra generale. Ferdinando di Napoli prese le armi per il Papa, e le operazioni militari volsero a svantaggio di Firenze, alla quale le sue alleate, Milano e Venezia, non dettero che scarsi aiuti. L. si trovò in gravi difficoltà, anche perché gli avversari abilmente dichiaravano di far guerra a lui e non alla città. Perciò nel dic. 1479 prese l'audace decisione di recarsi alla corte del suo più potente nemico, Ferdinando d'Aragona, per tentare un accordo. A Napoli riusci a convincere il Re, e ne riparti con la pace conclusa: un successo per il quale "tornò in Firenze grandissimo, s'egli n'era portito grande" (Machiavelli).
Nelle direttive di L. si delinea ora la cosiddetta politica d'equilibrio. Nella quale tuttavia conviene distinguere due fasi. Durante la guerra di Ferrara e fino alla pace di Bagnolo ( 1484 ), L. si propose lo stesso obbiettivo che era stato perseguito da Cosimo il Vecchio: mantenere bilanciate le forze degli Stati italiani, impedendo con un accorto giuoco di alleanze che ambizioni egemoniche mettessero in pericolo la pace. Ma quando nel 1485 i baroni napoletani, appoggiati dal nuovo papa Innocenzo VIII, si ribellarono al Re, dando origine a una nuova guerra generale, e L., vincendo le riluttanze dei suoi concittadini, volle che Firenze si schierasse con Milano e con Napoli contro la S. Sede, questo intervento ebbe un carattere assai diverso da quello del 1482. L. sapeva che qualsiasi governante italiano, quando si fosse visto perdente, non avrebbe esitato ad invocare l'aiuto straniero; sapeva che la nuova Francia, unificata sotto una potente monarchia, costituiva la minaccia più grave per la libertà della penisola, minaccia dalla quale gli Stati italiani non potevano sperare di difendersi se non unendo insieme tutte le loro forze. Perciò, mentre spronava gli alleati ad agire con la massima energia, evitò che Firenze si dichiarasse formalmente in guerra con la Chiesa, e intavolò e proseguì durante tutto il conflitto segrete trattative con il Papa, nel proposito di preparare una "vera pace». Il carteggio di L. rivela ora i suoi scopi vicini e lontani. Poiché un'Italia debole e discorde sarebbe facilepreda degliol-

(fot. Alinari)
Medici, Lorenzo de', detto il Magnifico - Medaglia di Niccolò Fiorentino (sec. xv) - Firenze, Museo nazionale, medagliere mediceo.
tramontani, occorre consolidare l'alleanza tra Firenze, Milano e Napoli; la quale però non deve essere che l'avviamento ad una Lega generale, nella quale entrerà il Papa, quando avrà rinunziato ai suoi piani di espansione. Infine anche Venezia dovrà aderirvi, per non estraniarsi definitivamente dalla vita politica italiana.

(ftst. Alinari) Medici, Lorenzo de', detto il Magnifico - L. il M. fra poeti e filosofi presso la statua di Platone. Dipinto di F. Furini - Firenze, Palazzo Pitti, Museo degli Argenti.
L'azione di L. ebbe pieno successo, perché, dopo la pace di Roma (1486), i suoi rapporti con il Papa divennero cordialissimi e la loro amicizia durò inalterata fino alla morte di L. Ne dètte prova Innocenzo VIII facendo sposare al figlio Franceschetto la figlia di L. Maddalena, offrendo nel 1488 la porpora cardinalizia a L. che la rifiutò, dandola poco dopo all'adolescente Giovanni. Persisteva tuttavia, pericolo permanente di nuovi conflitti, l'antagonismo fra Roma e Napoli, che Milano e Venezia fomentavano piuttosto che sedare. Per sei anni L. dovette vigilare, si può dire, ora per ora sulle mosse dei contendenti, spiarne le intenzioni, dissuaderli da qualsiasi atto che potesse produrre conseguenze irreparabili. E per sei anni, valendosi dell'incontrastato predominio morale che ormai esercitava in Italia, riusci a mantenere la pace. Pochi mesi prima della sua morte, nel genn. 1492, fu reso pubblico l'accordo che definiva l'annosa vertenza fra il Papa e il Re di Napoli. Così L. aveva compiuto la missione che si era assegnata, inducendo i governanti italiani ad un riconoscimento più o meno volontario dell'interesse comune.
Non meno originale della sua azione politica fu l'orma che L. impresse nella nostra letteratura.
La sua opera poetica è costituita da una raccolta di Rime; da un Comento sopra alcuni de' suoi sonetti; da due Selve d'amore; da tre poemetti: l'Ambra, gli Amori di Venere e Marte, La caccia col falcone; da due egloghe: il Corinto e l'Apollo e Pan; da nove capitoli incompiuti: Simposio ovvero I beoni; da Canzoni a ballo e Conti carnascioleschi; da sei capitoli filosofici: l'Alterazione; da Rime spirituali e Laudi; da una Rappresentazione de' ss. Giovanni e Paolo. Contestata è l'attribuzione di un idillio: La Nencia da Barberino. Recentemente gli è stata riconosciuta la paternità di una novella in prosa: la Novella di Giacoppo. Il suo vasto carteggio è ancora per la massima parte inedito.
A differenza degli umanisti del suo tempo, che prefe-
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rirono per lo più servirsi del latino, L. scrisse sempre in volgare, e nel Camento sopra alcuni de' suoi sonetti compose la più bella apologia, dopo quella di Dante, delle virtù tradizionali, delle magnifiche possibilità e del valore nazionale della lingua nostra. Dopo un breve periodo di imitazione stilnovistica e petrarchesca, L. è tra i primi ad immettere nella letteratura una gagliarda vena popolare. Il suo realismo non è mera riproduzione della natura: egli non silimita ad osservarla con occhio attenta, ma ne rivive lo spirito e la interpreta e traduce con espressioni universalmente umane.
Come uomo, L., se non andò immune da contraddizioni e da colpe, dimostrò tuttavia nella serietà degli affetti familiari, nel suo tenore di vita alieno da ogni fastosità, di essere rimasto fedele alla popolana semplicità della sua stirpe, e alla solida educazione morale e religiosa ricevuta dalla madre, Lucrezia Tornabuoni. Se indulse all'uso del tempo scrivendo canti licenziosi, dette però sfogo alle più profonde aspirazioni del suo animo componendo rime religiose, delle quali la stessa mancanza di ricercatezze stilistiche attesta l'assoluta sincerità, ed esprimendo nella Rappresentazione de' ss. Giovanni e Paolo, che può considerarsi il suo testamento spirituale, una tristezza ispirata al senso della vanità delle pom-

(fol. Biblioteca Vaticana)
Medicina - Giuramento di Ippocrate - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. greco 64, f. 166 (sec. xI).
zione complessiva delle opere è quella a cura di A. Simioni. Bari 1912. Studi recenti sono citati in E. Bizzarri, Il Magnifico L., Milano 1930, e I. Marchetti, Stato Civile e lineamenti della Nencia da Barberino, in Aesono, 23 (1931), p. 415 segg.; cf. inoltre Arch. stor. ital., 107 (1949), tutto il fasc. II, pp. 103-242. Roberto Palmarocchi
MEDICI, Lorenzo de', detto Lorenzino. N. a Firenze il 23 marzo 1514, m. a Venezia il 26 febbr. 1548. E il tirannicida, uccisore del cugino Alessandro (notte dal 5 al 6 genn. 1537) del quale, forse per calcolo, era stato compagno di vizi e mezzano d'amore. Fuggiasco a Bologna, e, dopo la sconfitta di Montemurlo, in Turchia, in Francia, venne infine a Venezia, dove fu raggiunto dai sicari di Cosimo I. Fredde, artificiali le Rime, ma ben disegnata (sebbene derivi da Plauto e Terenzio) la commedia Aridosia con personaggi rilevati ed azione incisiva. Vigorosa, meditata, l'Apologia, in cui difende il proprio operato con esempi dell'antichità; prosa piena di nerbo, tra le più celebri della nostra letteratura.
Bibl.: Specialmente l'Apologia ebbe larghessima diffusione in monoscritti e stampe. Tra le moderne ed. : Opera, a cura di C. Teuli (pseudonimo di E. Camorini), Milano 1862; Aridosia e Apologia, a cura di F. Ravello, Torino 1917; ecc. Per la figura di Lorenzino sono da consultare, oltre le trattazioni storiche generali e speciali : L. A. Ferrai, L. de' M. e la società cartigiana del Cinquecento, Milano 1891; E. Rho, Lorenzino il tirannicida, Roma
Giuramento di Ippocrate - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. greco 64, f. 166 (sec. xi).
vigo 1928; R. Palmarocchi, L. de' M. senza rantanticismo, in La cultura, 12 (1933), p. 300 sgg.; R. Mazzucconi, Lorenzaccio (L. de' M.), Milano 1937.
MEDICINA. - Per m. s'intende qualsiasi espressione di difesa contro il male, sia essa basata su la conoscenza empirica o sia frutto di interpretazione e di speculazione fatta per combattere le malattie, alleviarne i sintomi dolorosi e, in un modo o nell'altro, rendersi ragione dell'entità morbosa.
Sotto tale punto di vista, l'arte salutare comprende sia il più crudo empirismo, proprio dei popoli primitivi e di quelli delle nostre campagne, sia le pratiche stregonesche, sia il ricorso al preternaturale e al soprannaturale, sia, infine, quel corpo di cognizioni, che forma il patrimonio della scienza attuale. Qui ci
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si occuperà solo di queste, perché veramente frutto del pensiero e perciò di maggiore interesse.
In origine l'interpretazione dei fenomeni patologici e del conseguente sforzo di allontanarli è stata inquadrata in un concetto religioso ed animistico. Cosi le malattie furono interpretate come effetto di punizione o di ira divina, quando non furono personificate in entità mi. steriose, invisibili, ma sensibili nei loro tristi effetti.
L'interpretazione naturalistica dei fenomeni biologici e fisio-patologici ha inizio nel sec. vi a. C. nelle scuole italiane (Bruzio, Sicilia) e specialmente per opera di Alcmeone di Crotone e Empedocle di Agrigento. Nasce allora il principio dell'esperimento biologico e nei primi tentativi d'indagine (v. anatomia; fisiologia) si formula la prima legge biologica dell'isonomia, che stabilisce la base della salute nell'armonia e proporzione delle parti costituenti l'organismo. Anche la m. pratica ha in Crotone un notevole impulso con Democede. Il dottrinario medico biologico, attraverso il concetto dell'elemento empedocleo, si trasforma nel principio umorale nella scuola di Coo dove Ippocrate (v.; 460 a. C.), delineando la perfetta figura del medico, moralmente e professionalmente getta le basi della vera m . Nasce la clinica e con essa la semaiotica; si scrivono i primi libri medici raccolti poi sotto la denominazione complessiva di Corpus Hippocraticum. Dalla Grecia la m. passa in Alessandria dove Erofilo ed Erasistrato fondano due celebri scuole. Dedicate queste prevalentemente allo studio anatomico e fisiologico, si ebbe, quale reazione, il sorgere della scuola empirica (sec. III a. C.) per opera di Fillino di Coo e di Sempione di Alessandria, scuola che, abbandonando

(da Villes d'art d. la Suisse, Neuchatel 1236, tev. 22)
Medicina - Stipo per medicinali: sul coperchio Esculapio e Igea (sec. IV d. C.) - Valère, Museo.
ogni dottrinario, si basò sul celebre tripode : autopsia, analogia, historicon. Le scuole alessandrine dopo qualche tempo degenerarono inquinandosi di magismo.
La m. in Roma si riallaccia, per la cronologia, all'epoca greco - alessandrina. Sorta con elementi autocioni di empirismo e di interpretazione magica e religiosa, Roma per seicento anni non ebbe medici riconosciuti, aiutandosi con la m. domestica, con le invocazioni agli dèi indigeni (etruschi, laziali), con le disposizioni di legge riguardanti la salute pubblica. Esponente della m. domestica è Catone il Vecchio. Nel 290 a. C. venne introdotto il culto di Esculapio dalla Grecia e dopo poco si eb-

(per cortesia di S. E. mers. P. Purchini) Medicina - Targa offerta all'Abbazia di Montecassino del Congresso medico del 1930, opera di A. Mistruzzi.
bero le prime immigrazioni di medici greci (Arcagate). Di oscura e dubbia personalità, questiprimigiramondo furono seguiti da migliori esponenti (Asclepiade), onde un editto di Cesare ( 46 a. C.) elargì la cittadinanza romana a quei medici stranieri che rimanessero a Roma; per opera loro sorsero in Roma tre scuole: la metodica, basata su principi atomistici, antiippocratici (Asclepiade, Temisone, Musa, Sorano d'Efeso, Celio Aureliano); la pneumatica, umorale ippocratica (Atenaio d'Attaleia); l'eclettica (Agatino da Sparta, Areteo di Cappadocia, Archigene d'Apamea, Rufo d'Efeso).
La fondazione di queste scuole si aggira dal 50 a. C. al too d. C. L'elemento romano è rappresentato da Celso, autore del De re medica (23-35 d. C.) e da Plinio, naturalista più che medico. La massima espressione della m. in età romana è data da Galeno (v.; 138-201), eclettico che riunì quanto c'era di buono nei vari dottrinari e ne costitui uno che rimase inattaccabile per 15 secc. e più. Mentre in Oriente si prosegue con le scuole bizantine di cui furono esponenti Oribasio, Ezio, Alessandro e Paolo (secc. IV-viI).
In Occidente, dopo la breve parentesi del Regno di Teodorico, in cui, per merito di Cassiodoro (v.), anche la m. fu in auge, la cultura si disperde. La si ritrova però ancora nelle scuole monastiche dove si coltivano orti di semplici, s'istruiscono monaci infirmari, si aprono infermerie ed ospedali. Anche nelle scuole cattedrali si studia la «fisica ", cioè anche la m. Tale movimento di m. monastica (v. monachismo) e chiericale non ha lunga vita (sec. viI-x) e si conclude con il sorgere della m. laica, di cui esempio più noto fu la scuola salernitana, chiericolaicale sul principio, laica in seguito. Essa dà sue prime notizie intorno al sec. x, ed il suo periodo di splendore si chiude nel sec. xirı con il sorgere delle università. Ogni disciplina medica e chirurgica vi fu coltivata con grande onore; tra i migliori suoi esponenti: l'arcivescovo Alfano, Guarimpeto diacono, Pietro chierico, il monaco Costantino l'Africano, la famiglia dei Plateari, dei Ferrari, i chirurgi Ruggero e Rolando, gli oculisti Zaccaria, Benvenuto Grafeo, gli urologi Ursone, Gille di Corbeil e Mauro.
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Né mancarono donne: l'ostetrica Trotule, Abella, Calenda, ecc. L'opera più nota fu il Regimen Salernitanum. Coeva alla scuola salernitana fu quella di Montpellier che ne fu rivale ed ebbe anch'essa ottimi cultori se pure minor fama.
Parallelamente si sviluppava in Oriente la scuola araba continuatrice anch'essa della cultura classica attraverso le scuole che i nestoriani e la scuola di Atene, chiusa da Giustiniano, avevano fondato in Siria, Mesopotamia, Persia. Gli Arabi dettero incremento alla terapeutica e all'alchimia, che dette origine alla farmacia, e scrissero notevoli opere divenute fondamentali in Occidente, quando l'arabismo vi fu introdotto specialmente per opera di Costantino l'Africano. Principali esponenti ne furono Mesue il Vecchio e Serapione il Vecchio (secc. ix-x) per il primo periodo, Blazes (850-923), Avicenna (980-1037), Abulcasis (1013-1106) per il secondo, Averroè (1126-98), Avenzoar (1113-62), Maimonide (11351204) per il terzo. L'arabismo si introdusse in Europa specie nelle scuole di Montpellier e di Padova.
Con il sorgere delle università, la m. trovò la più naturale e sicura espansione. Fu celebre la scuola di Bologna, dove insegnò Taddeo degli Alderotti (1223-95) instauratore del metodo clinico; Torrigiano dei Torrigiani (m. nel 1327); Buono, Dino e Tommaso del Garbo. L'anatomista Mondino de' Liuzzi (1270-1326) vi introdusse lo studio anatomico sul cadavere; Ugo e Teodorico de' Borgognoni (1205-98) vi insegnarono e praticarono la chirurgia introducendo importanti modifiche nella cura delle ferite.
Al pari della bolognese, ebbe fama la scuola di Padova, di tendenze averroistiche; vi insegnavano Pietro d'Abano (1250-1316), i S. Sofia, i Dondi dell'Orologio, ecc. La chirurgia in Italia ebbe i massimi esponenti in Guido Lanfranchi (secc. xill-xiv) e Guglielmo da Saliceto (1210-77), oltre il già citato Teodorico.
All'estero si resero famose le scuole di Montpellier dove insegnò Arnaldo da Villanova (1235-1315), uno degli assertori della libertà del pensiero scientifico al pari di Ruggero Bacone (1214-92). Chirurgi stranieri furono Henry de Mondeville, Guy de Chauliae (n. nel 1300), Jean Yerman, ecc.
Il Rinascimento si annuncia con la revisione dei classici specialmente in anatomia (v.) e con la scoperta della circolazione del sangue (v. fisiologia). In m. Teofrasto Paracelso (1493-1541) rivoluziona il vecchio pensiero instaurando il concetto chimicobiologico e G. Fracastoro ( 147^{8-1553} ) dà la prima notizia del mondo microbico nel suo De contagione et contagiosis morbis. Sono da ricordare inoltre F. Ingrassia (1510-80), G. B. Codronchi (1547-1628) e F. Fedele per la m. legale; G. Cardano (1501-76) per la psichiatria e criminologia, G. Mercuriale, G. Trunconi, O. F. Ferrari, ecc. per la pediatria. La chirurgia vanta i nomi di A. Paré (1510-90), di M. Santo (n. nel 1488) per l'operazione della pietra; di C. Bartiseh per l'oculistica (1583); di B. Maggi per le amputazioni, ecc. In ostetricia si introduce la cesarea su donna viva.
Il vero rinascimento scientifico ha inizio nel sec. xvir per opera principalmente di G. Galilei con l'instaurazione del metodo sperimentale. L'anatomia allarga i suoi confini nell'indagine microscopica (v. anatomia) e la fisiologia getta le sue prime basi. In m. si profilano i due orientamenti iatrochimico e iatromeccanico con a capo, rispettivamente, G. B. von Helmont (1577-1644), F. de la Bue (1614-72), S. Santorio (1561-1636) e A. Borelli (1608-79), mentre l'indirizzo clinico ippocratico viene ripreso da T. Sydenham (1624-89). Medici degni di ricordo sono G. Baglivi (1668-1707), L. Bellini (1643-1704), G. M. Lancisi (1654-1720) ed altri. Ha inizio l'anatomia patologica; la chirurgia si rinnova nella cura delle ferite per merito di C. Magati (1579-1647). Chirurgi degni di ricordo sono pure M. A. Severino (1580-1636), P. E.
Dionis (m. nel 1718), F. Hildanus (1560-1634). In ostestricia si hanno l'invenzione del forcipe per merito di P. Chamberlen (1647) e l'opera di F. Mauriceau (16371709), di S. Mercuri ed altri. In psichiatria va ricordato P. Zacchia ( 1584-1659 ) che fu prevalentemente medico legale, autore del primo trattato organico in tale materia. Nella dermatologia D. Cestoni (1637-1718) e G. C. Bonomo scoprirono l'origine parassitaria della scabbia (acaro); in terapia, l'azione antipiretica della corteccia della china (1640) sul quale argomento F. Toti scrisse la sua celebre opera. B. Ramoszini (1633-1714) fu instauratore dell'igiene professionale. F. Folli ideo il sistema della trasfusione del sangue (1654) e venne introdotta in pratica la tecnica dell'iniezione endovenosa.
Il vecchio pensiero medico, non ancora vinto, nel sec. xvir riaffiora nell'opera di G. E. Stahl (1660-1734), animista, e in parte in F. Hoffmann (1660-1742). Da questo, attraverso W. Cullen (1712-90) e G. Brown (1735-88), prende vita il concetto dell'importanza del sistema nervoso nella determinazione dei fenomeni vitali, fino a giungere alla teoria sovvertitrice di G. Rosori, dello stimolo e del contro stimolo ( 1766-1837 ), che si oppone all'umoralismo ippocratico. Così esplode il conflitto che è la crisi tra il vecchio pensiero e quello moderno. Un ritorno ad antichi concetti si ha nell'astrologismo di F. Mesmer (1734-1815) mescolato a intuizioni di magnetismo, mentre S. Hahnemann (1755-1843) crea l'omeopatia (v.) in netto contrapposto alla m. ufficiale. Per merito di G. B. Morgagni l'anatomia patologica si pone a fianco della clinica.
L'indirizzo ippocratico è seguito da E. Boerhaave (1668-1738) e da van Swieten (1700-72), mentre in Italia si distinguono D. Cotugno e G. B. Borsieri (1723-87). Nella semeiotica va ricordato che per opera di L. Auenbrugger si ebbe l'introduzione della percussione (1781). La chirurgia progredì per merito di A. Scarpa (17521832), di G. A. Brambilla (1728-1800) che fu chirurgo militare, di J. e W. Hunter, P. Port, L. Heister, ecc. L'ostetricia si sviluppa specialmente in Francia per merito di N. Puzos (1686-1753), A. Levret (1703-80), G. Palfyn (1650-1730). In Italia sono da ricordare P. Assalini (17591840) e F. Asdrubali (1756-1832); in Inghilterra W. Hunter e W. Smellie. L'oculistica si perfeziona specialmente nella operazione della cataratta (G. Daviel e A. Maitre Jean). Il trattamento degli alienati diventa umanitario per merito di V. Chirurgi (1759-1820) mentre F. Pinel (1745-1826) studia più teoricamente la pazzia e G. Gall (1758-1828) crea la frenologia (v.). L'organizzazione dell'igiene pubblica trova un tenace assertore in P. Frank (1745-1821) autore di un trattato di m. politica. Si diffonde e si afferma la idroterapia, mentre la elettroterapia fa i primi passi. La m. preventiva acquista un'arma preziosa contro la epidemie di vaiolo, nella vaccinazione scoperta da E. Jenner (1749-1823) nel 1796. In tal modo la m. si avviava verso la definitiva sistemazione che doveva verificarsi nel sec. xix.
Lo sviluppo dell'anatomia patologica sempre più intimamente collegato con la clinica, la instaurazione della scienza microbiologica modernamente intesa, i progressi della semeiotica, l'applicazione cosciente dell'antisepsi e la scoperta dell'asepsi, l'attuazione della narcosi chirurgica, il raffinarsi della tecnica, il moltiplicarsi dello strumentario, lo sviluppo delle scienze collaterali e molte altre ragioni ancora fecero sì che la m. finalmente, nel sec. xix, riuscisse a emanciparsi da un passato cui era ancora, a sua stessa insaputa, tanto vincolata.
A parte gli sviluppi della biologia, della fisiologia, della anatomia che moltissimo contribuirono a quello della m., due principalmente furono gli artefici della sua nuova vita: l'anatomia patologica e la microbiologia. La clinica, per suo conto, ebbe a trarre vantaggi preziosi della ascoltazione, introdotta da G. Laënnec (1781-1826) con lo stetoscopio e con i vari esami di laboratorio che, iniziati con il Cotugno nel secolo precedente, ebbero nascita ufficiale con il Bright e con il Fehling. Nel 1895 G.
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Roentgen (1845-1923) scopre i raggi X, aprendo un nuovo campo alle indagini. La batteriologia viene elevata a scienza da L. Pasteur (1822-95) su le precedenti scoperte di microbi, di cui A. Bassi (1773-1856) ebbe la priorità. A R. Koch (1843-1910) si dovette il perfezionamento della tecnica e la scoperta di numerosi agenti patogeni, tra cui quella della tubercolosi. L'anatomia patologica ebbe assertori come il Laënnec, R. Virchow (1821-1902), instauratore della patologia cellulare, il Cruveilhier, lo Charcot, ecc.
Da E. Metchnikoff (1845-1916), H. Buchner, E. Behring (1854-1917) hanno inizio gli studi sull'immunità che, per merito di quest'ultimo, conducono alla scoperta della sieroterapia. Intanto la clinica medica vanta i nomi gloriosi: G. Laënnec, G. Skoda, G. N. Corvisart, F. Broussais, R. Bright, M. Bufalini, S. Tommasi, G. Baccelli, A. Cardarelli, A. De Giovanni, A. Murri, C. Forlanini, al cui nome è legata la cura del pneumotorace (1882); la neuropsichiatria moderna riconosce in M. Charcot (1823-93) il principale instauratore, mentre C. Lombroso, (1836-1909) fonda la moderna criminologia; la dermatologia nasce nelle scuole di F. Hebra (1815-80) e di P. Unna (1850-1929), mentre F. Ricord (1799-1889) pone la classica differenza tra blenorragia e sifilide. La chirurgia si avvantaggia della scoperta dell'antisopsi, situata da E. Bottini (1837-1905) e G. Lister (1827-1912), ma già precorsa in ostetricia da J. F. Bonmelveis (1818-65), e dalla narcosi attraverso i tentativi di O. Wells (gas esilarante), Jackson e Morton (etere), Simpson (cloroformio). Conseguenza degli studi di Pasteur, l'antisopsi cede il posto all'asopsi, mentre la farmacologia entra in un campo nettamente sperimentale; viene ideata la siringa per iniezioni da Pravaz nel 1851 e G. Baccelli nel 1890 riprende l'uso delle iniezioni endovenose. Gli studi di P. Ehrlich sugli arsenobenzoli aprono la via al nuovo campo della chemioterapia di cui i sulfamidici sono la più recente conquista. L'endocrinologia, assunta a tanta importanza attualmente, ebbe origine nel 1889 con le esperienze di Brown-Séquard di ringiovanimento delle cavie mediante iniezione di estratti testicolari. La sviluppo dell'idroterapia si ricollega al nome di V. Priessnitz (1799-1851); nel 1898 i coniugi Curie scoprono il radium, mentre l'elettro-roentgen-terapia assumeva maggiore e migliore sviluppo. La m. preventiva si sviluppa nel campo della profilassi antimalarica con la scoperta di G. B. Grassi dell'agente trasmettitore, la zanzara anofele, e con la descrizione del ciclo vitale del parassita malarico degli uccelli (R. Ross) e dell'uomo (Grassi).
La m. attuale segna un ritorno alla tendenza ippocratica, tanto da esser detta neo-ippocratica. D'altra parte, l'alto perfezionamento della tecnica e delle scienze collaterali alla m . forniscono tali ausili alla clinica da renderne assai facilitato e più ridotto il compito. Le basi fondamentali della m. del sec. xx sono ancora quelle della fine del secolo precedente, con l'aggiunta di una più ampia conoscenza dei fenomeni fisio-patologici; una minuziosa investigazione dei reperti anatomopatologici, una sottile sperimentazione nel campo della patologia generale e della clinica permettono una più esatta interpretazione della patogenesi dei fenomeni morbosi; intanto i progressi della batteriologia e gli studi ancora in atto sugli ultravirus aprono nuovi orizzonti alle conoscenze biologiche generali, ampie probabilità di modificare taluni concetti classici etiologici e patogenetici, efficaci mezzi di cura con sieri e vaccini. Intanto la parassitologia illumina sempre meglio punti oscuri sulla trasmissione di alcuni morbi e sulla conoscenza dell'agente causale e dell'ospite intermedio, rendendo più facile ed efficace la lotta contro la parassitosi.
Su tali basi, un balzo innanzi hanno fatto le conoscenze patologiche e i mezzi curativi delle malattie del sangue, dei suoi elementi morfologici, degli or-
gani emopoietici (midollo osseo, milza, glandole linfatiche), prima assai limitate. Similmente le malattie dell'apparato renale divengono assai meglio note per merito delle progredite conoscenze chimicobiologiche e del perfezionato esame funzionale. Inquadrate nel moderno concetto di "allergia", l'asma bronchiale, la pollinosi, le intolleranze alimentari, l'urticaria, le crisi anafilattiche e le malattie da siero, le idiosincrasie mostrano una base patogenetica comune; le malattie degli organi a secrezione interna (v. endocrine, glandole) hanno aperto un nuovo orizzonte allo studio della patologia e della costituzione. Collateralmente, sempre più vasta importanza assumono le cosiddette malattie da carenza, dovute a difetto di vitamine (v.) la cui conoscenza, giorno per giorno, si estende, scoprendo insospettati orizzonti.
La chirurgia, per l'elevata perfezione raggiunta dallo strumentario d'indagine e di lavoro e dalla raffinatezza tecnica, si slancia ai più arditi interventi nel campo neurologico, polmonare, circolatorio.
La profilassi e l'igiene, ricche degli aiuti della microbiologia, della parassitologia, della climatologia, dell'epidemiologia, riescono ad evitare il diffondersi delle malattie infettive; mentre la terapia, agguerrita di mezzi sempre più efficaci, fino agli antibiotici (penicillina, streptomicina, cloromicetina, ecc.) in continuo perfezionamento riesce vittoriosa su un largo raggio di malattie infettive.
Bitti.: H. F. Garrison, An Introduction to the history of medicine with medical chronology, etc., Filadelfia-Londra 1929; M. Laignel-Lavantine, Hist. génér. de la médicine, Parigi 1936; P. Diepgen, Medicin u. Kultur, Stoccarda 1938; A. Pazzini, Storia della m., 2 voll., Milano 1947; A. Castiglioni, Storia della m., 2 voll., 2ᵃ ed., Milano 1948.
Adalberto Pazzini
MEDICINA PASTORALE. - Particolare disciplina che, mediante lo studio dei rapporti intercorrenti tra la m. e la morale, vuol fornire al sacerdote quelle conoscenze di m., che a lui possono essere utili per la comprensione di particolari argomenti di teologia morale e di diritto canonico. E qui la parola m. è presa nella sua accezione più vasta, cioè come "la scienza che dallo studio dell'uomo fisico e psichico, sano e malato, e dalle circostanze ambientali che lo circondano, vuol conoscere le condizioni dell'equilibrio biologico, per conservarlo nello stato di sanità o ripararlo negli squilibri morbosi».
La legittimità dei rapporti tra morale e m. si fonda sull'identità del soggetto materiale, l'uomo, sia pur differente dal lato formale, d'ordine spirituale per quanto riguarda la prima, d'ordine materiale-immateriale (fisicopsichico) per la seconda. Ora, di quanto è intima, nel rapporto di forma e sostanza, l'unione della parte spirituale con la materiale in noi, di tanto sono stretti e profondi i rapporti tra la m. e la morale e segnata la legittimità della m. p. come scienza a sé, con un proprio oggetto di studio.
Dal punto di vista giuridico l'opera del sacerdote si svolge in una particolare forma, apparentemente più solenne, se non più comune, quando egli fa da giudice nei tribunali diocesani o in quelli apostolici della Segnatura e della Rota o decide in via amministrativa alcune questioni di spettanza delle SS. Congregazioni (Sacramenti, Riti, S. Uffizio, ecc.) per risolvere problemi, di cui quelli connessi con argomenti d'indole medica saranno da lui penetrati a pieno, giungendo a darne un esatto giudizio, solo se sarà in possesso della parte medica dell'argomento (p.es., nelle cause della Rota per le dichiarazioni di nullità di matrimonio; della Congregazione dei Sacramenti in tema di dispensa "super rato"; della Congregazione dei Riti per determinare il carattere di miracolosità di una guarigione nei processi di canonizzazione). Il giudice, in
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tali casi, si vale dell'opera di periti tecnici nei corrispondenti oggetti; ma una conoscenza specifica, sia pure d'ordine generale, gli è pure sempre necessaria per pesare il valore degli argomenti, accettarli o respingerli.
A parte tale attività giuridica, il sacerdote, più comunemente, è giudice quando nel tribunale della Penitenza posa la colpa apprezzandone la gravità nel grado di responsabilità o, anche in fòro esterno, deve risolvere casi di coscienza che vertano su materie d'indole medica, o tracciare una norma a nuove attività sociali connesse agli sviluppi della scienza biologica (p. es., circa le applicazioni pratiche dell'eugenica, la fecondazione artificiale, la cura delle malattie mentali per mezzo della psicanalisi, della narcanalisi, delle operazioni demolitive sugli emisferi cerebrali); questioni che il sacerdote moralista, prima di sentenziare, deve studiare e ben conoscere dal lato medico.
Dal punto di vista educativo, il sacerdote è in particolare colui che addita la via e i mezzi della virtù. Non va dimenticato che essenzialmente la sua opera si svolge in un piano soprannaturale e che nel guidare le anime sulle vie della perfezione si mezzi dei quali egli dispone sono poggiati sull'azione della Grazia * (A. Gemelli, La direzione spirituale e le anomalie mentali, in Rito. del clero, 31 [1950], p. 278); ma non si possono tuttavia trascurare i contributi naturali che la pedagogia e la m., scienze umane, possono fornire. Né può, in pratica, tracciarsi un confine netto tra normale e anormale e nell'infinita varietà dei tipi individuali, cui il sacerdote educatore rivolge la sua opera, non è raro imbattersi nella anormalità larvata, che richiede anche il contributo della m. Si può osservare che sacerdote e medico richiedono entrambi e su diverse strade una preparazione faticosa e lunga, tale da non permettere d'essere posseduta a fondo dallo stesso uomo se non eccezionalmente; non si vuol dire, però, qui che il direttore spirituale debba fare diagnosi, e ogni medico sa bene come ciò sia arduo, di anomalia o infermità mentale; ma sospettare che nel caso singolo l'individuo, in esame e in guida, è sui limiti o già fuor dei limiti della normalità e dirigerlo al medico psichiatra e con questo procedere associati in concorde azione; e questo potrà il sacerdote soltanto se della sua cultura generale farà parte la m. p.
Necessarie ancora al sacerdote educatore sono le cognizioni circa le questioni riguardanti la funzione procreatrice, sia dal lato dell'attività del singolo, che di quella mutua nel rapporto matrimoniale, cioè i problemi della educazione della castità e dell'esercizio fisico del matrimonio cristiano. Ora il sacerdote prudentemente, ma sufficientemente erudito su tali argomenti, più prontamente e chiaramente potrà in confessione o fuori penetrare il senso di quanto a lui si dice o si richiede, con maggiore esattezza e delicatezza saprà interrogare, con più efficacia redarguire o consigliare.
Può dirsi che da principio la m. p. ha origini comuni con la m. legale, con cui essa qua e là ha un percorso parallelo. La m. legale, infatti, si pone come oggetto la collaborazione alla ricerca della verità ai fini della giustizia; in alcuni campi biologici cerca di risolvere i problemi di capacità e di responsabilità giuridica; si occupa di problemi più particolarmente sociali di previdenza e assistenza (prevenzione e assicurazione degli infortuni sul lavoro, delle malattie professionali, forme di assistenza per gli invalidi e i vecchi, i tubercolosi e i malati in genere). A parte questo settore della m. legale, d'ordine più squisitamente sociale, si vede bene quanta sia la somiglianza dell'oggetto tra la m. legale e la m. p.: l'atto umano in funzione di giustizia per la prima, in funzione di morale per la seconda; capacità e responsabilità giuridica per l'una, capacità e responsabilità morale per l'altra; miraggio di una perfetta giustizia individuale e sociale per la m. legale, di una sempre maggiore perfezione morale, individuale e collettiva, per la m. p. E infatti tale parallelismo di oggetti è dimostrato dal sovrapporsi di alcuni campi dei loro studi : conoscenza dell'individuo nelle sue caratteristiche somato-psichiche nelle differenti età della vita; circostanze e stati di menomazione fisica e particolarmente mentale, capaci questi ultimi di modifi-
care la facoltà d'intendere e di volere e corrispondentemente la responsabilità giuridica e morale, e capaci di determinare l'atto in direzione viziosa.
Non meraviglia, quindi, lo svolgimento storico comune prima, contemporaneo poi e collaterale delle due scienze. Infatti, mentre nei primi secoli dopo il Mille si vedono stabilirsi i primi rapporti formali fra la m. e il diritto e confusamente fra la m. e le morale, successivamente si assiste all'affermarsi ben chiaro di una collaborazione medico-canonico-morale. Nelle Decretali di Gregorio IX (1234) sotto il titolo De probationibus si parla di accertamenti medici in fatto di nullità matrimoniale e Giovanni XXII (1316-34), riordinando definitivamente quel tribunale che prese il nome di S. Rota, nella decretale Ratio iuris exigit (1331) parla di perizie mediche, che affianchino l'opera del tribunale.
Ma uno studioso di m. pastorale si ha solo nella prima metà del Seicento, allorché il romano P. Zacchia (v.) svolge nelle Quaestiones medico-legales ( 3 voll., Lione 1701) un ordinato corpo di dottrine, non soltanto medico-legali e igieniche, ma anche medico-pastorali. L'opera della Zacchia fece testo fino ai primi dell'Ottocento e per il suo indiscusso valore e perché la m. rimaneva tuttora ancorata a vecchie posizioni di dogmatismo scientifico. A parte ciò, anche in questo intervallo di tempo largamente si afferma il connubio tra la m. e la morale. P. es., nella Teologia morale di s. Alfonso Maria de Liguori (1748) tutta la trattazione morale "de sexto" e quella sul matrimonio si appoggia su conoscenze mediche e su conoscenze di m . p. Così pure, tra le altre, nelle monografie di P. Florentinius (De hominibus dubiis baptizandis, Lione 1658) e di F. E. Cangiamila (Sacra embryologia, Palermo 1758) sulle questioni dell'animazione fetale e il Battesimo endouterino del feto. Nell'ultima parte dell'Ottocento compaiono opere organiche e a impostazione più moderna, che si valgono del sempre maggiore progresso della m.; p.es., la Pastoralmedicine del Von Olivers (Friburgo 1892) e la Medicina pastoralis di C. Capellmann (Parigi 1893). Nel corso di questi ultimi anni non sono poche le opere pubblicate sull'argomento (v. bibl.), in gran parte di valore, che tengono conto dei più recenti progressi della m. e si sono arricchite delle più recenti questioni medico-morali. Di queste ormai si tratta pubblicamente in riviste specializzate o generiche, in conferenze, in congressi, ecc.
Bibl.: C. Capellmann, M. pastoralis, Parigi 1893; vers. spagn., M. pastoral, rifatta dal dr. Bergmann e rivista da P. Lehmkuhl, 3ᵃ ed., Barcellona 1913; P. da Barbens, Introductio patholo-ica ad studium theologiae moralis, ivi 1917; J. Antonelli, M. pastoralis, 4 voll., 3ᵃ ed., Roma 1932; L. A. Muthyvero, Dénatalogia médica, Madrid 1934; G. Payen, Dénatalogie médicale d'après le droit naturel, Sciancal 1955; E. Bon, M. e religione, Torino 1940; V. Palmiori, M. legale canonistica, Città di Ca-stello-Bari 1946; J. Pujtula, De m. pastorali, Torino 1948; L. Scremin, Dizionario di morale pedesituale per i medici, 4ᵃ ed., Roma 1940; G. Gorin, La m. legale nei suoi momenti storici e nel suo sistema, ivi 1949; A. Niedermeyer, Handbuch der speziellen Pastoralmedizin, finora 4 voll., Vienna 1949-51; G. de Ninno, Questioni medico-morali, 4ᵃ ed., Roma 1951; E. Boganelli, Corpo e spirito, ivi 1951.
Giuseppe de Ninno
MEDICINA SOCIALE. - E quella parte della medicina che mira a riparare alle dannose conseguenze che fattori di indole fisica, chimica, biologica, culturale esercitano sulla salute fisica e morale dei popoli. Dati questi compiti, essa interferisce con l'igiene sociale.
I. Nel campo delle malattie infettive, o di oscina etiologia o di origine esotossica. - Nel campo delle malattie infettive la m. s. opera mettendo in atto gli ausili