ercitano sulla salute fisica e morale dei popoli. Dati questi compiti, essa interferisce con l'igiene sociale.
I. Nel campo delle malattie infettive, o di oscina etiologia o di origine esotossica. - Nel campo delle malattie infettive la m. s. opera mettendo in atto gli ausili terapeutici e profilattici ritenuti idonei a superare le malattie, a circoscriverne la diffusione, a riparare alle possibili menomazioni che esse comportano. Esistono malattie infettive che prevalentemente uccidono, come il colera e la peste; altre malattie infettive sono prevalentemente invalidanti, come la lox, la tubercolosi, la poliomielite anteriore acuta : a questo scopo la m. s. promuove l'istituzione di lazzaretti, lebbrosari, tubercolosari, ospedali celtici, ospedali per la cura dei postumi di poliomielite
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anteriore acuta, dei postumi di encefalite letargica, ecc.
Nel campo delle malattie di oscura etiologia i tumori maligni occupano un posto preminente e la m. s. interessa la pubblica opinione e gli organi responsabili all'apertura di istituti specializzati per la diagnosi precoce e la cura della molattia e fomenta le ricerche che mirano a chiarirne l'etologia.
Tra le malattie di origine esotossica si trovano il morfinismo, il cucainismo, l'alcoolismo; la m. s., in unione all'igiene sociale, provvede alla loro profilassi mediante la propaganda e promuovendo opportune disposizioni legislative; incita inoltre alla cura ricorrendo, se del caso, all'opera di istituti ospedalieri di disssuefazione all'uopo attrezzati. Preode poi in considerazione le industrie nelle quali i lavoratori sono esposti a contrarre - malattie da materiali di lavoro x. Tra queste si ricordano l'intossicazione cronica del piombo o saturnismo, che si ritrova tra i lavoratori di oggetti di piombo, di leghe e di composti di piombo; l'intossicazione da solluvi di carbonio, che si ritrova tra i lavoratori addetti alla estrazione di oli, grassi, essenze e resine mediante tale composto, tra quelli addetti al trattamento dell'ulcali cellulosa e successive operazioni fino all'essicamento, tra i lavoratori addetti alla vulcanizzazione a freddo del caucciù ecc.; l'intossicazione cronica da mercurio o idrargirismo, che si ritrova tra i lavoratori addetti alla fabbricazione di apparecchi di misura a mercurio; le intossicazioni da iodio, bromo, fluoro, ammonio, ecc.
Grande importanza ha assunto in questi ultimi tempi la silicosi, cui sono esposti i lavoratori di alcune industrie polverose, come quelle metallurgiche (operai sabbiatori), degli abrasivi, della ceramica, dei vetri. E dovuta al silicio e può essere causa di alterazioni polmonari invalidanti e di morte del malato. La m. s. detta opportune norme profilattiche e promuove l'istituzione di centri schermografici per la diagnosi precoce e la cura della malattia.
II. Nel campo delle malattie endocrine e in vari altri. - Nel campo delle malattie endocrine si ricorda il gozzo endemico, che in Italia si osserva nella Valle d'Aosta, nella Valtellina e nelle regioni finitime del Vallese e dell'Alta Savoia, ed è dovuto presumibilmente all'azione di sostanze organiche gozzigene, presenti negli strati di terreno di queste regioni, attraversate dalle acque potabili. Esso è causa di una sindrome che va sotto la denominazione di cretinismo endemico; piccole dosi di iodio, somministrate con l'acqua da bere, impediscono che la malattia insorga e che si aggravi e fa migliorare alcuni sintomi fisici e psichici.
T'utte le malattie possono assumere valore sociale. La loro importanza è in relazione con il numero dei casi, con la gravità delle manifestazioni morbose, con le condizioni di tempo e di luogo; p. ex., il colera e la peste hanno valore diverso in Italia e nelle regioni in cui si trovano endemiche; la febbre Q, sconosciuta nel passato, sta acquistando, in Italia, valore sociale dopo che vi è stato segnalato un aumento dei casi di cataratta congenita; è stato registrato un aumento dei casi di tumori maligni; è anche in aumento il numero degli infortuni sul lavoro.
III. M. S., Ma-
TERNITA E INFANZIA ED ALTRE FORSIE DI ASSISTENZA. - Altro compito della m. s. è di provvedere alla protezione della maternità. A tal unpo promuove l'istituzione di uffici di propaganda e dà incremento alla ostetricia sociale con l'apertura di dispensari per la sorveglianza medica della donna gestante, affiancati da servizi sociali diretti ad apportare alle donne bisognose l'appoggio materiale e morale necessari, affinché le prescrizioni mediche trovino attuazione; si occupa inoltre di fare istituire sale di maternità per potervi accogliere le gestanti che presentano complicazioni di indole medica, chirurgica od ostetrica.
A queste si collegano le provvidenze dirette alla protezione materiale e morale dell'infanzia, tra cui hanno importanza i
consultòri per lattanti e divezzj, affiancati da refettori materni ed altri servizi sociali; i brefotrofi per l'assistenza dell'infanzia abbandonata; gli ospizi di rieducazione per l'infanzia traviata; gli orfanotrofi; i villaggi dei ragazzi; i comitati contro l'accattonaggio; i patronati scolastici; i ricreatori, ecc. La m. s. si occupa anche dell'assistenza materiale e morale del giovane (circoli giovanili, comitati di assistenza al soldato) e della giovane che si reca a lavorare lontano dalla famiglia (opere di protezione della giovane, circoli femminili). L'assistenza ai vecchi senza famiglia o bisognosi viene prestata negli asili per vecchi ed in ospedali per cronici. Particolare importanza ha la protezione del lavoratore nel suo lavoro; la m. s. vigila perché siano rispettati i regolamenti del lavoro, specialmente quelli destinati a proteggere il prestatore d'opera contro le malattie del lavoro e contro gli infortuni; consiglia inoltre l'orientamento professionale e nei lavori più rischiosi la selezione psicofisiologica.
IV. M. S. E ISPIRAZIONE MORALE. - Numerosi sono i problemi che s'impongono alla m. s. nel campo morale, fra i quali la moralizzazione dei pubblici spettacoli, dello sport, della cronaca quotidiana, della vèclame, ecc.
E ben evidente che non tutti i provvedimenti propugnati dalla m. s. possono trovare rapida attuazione, perché la soluzione di un problema suppone spesso quella di altri problemi complessi. Inoltre si deve tener conto
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che i mezzi necessari alla realizzazione delle provvidenze sociali debbono essere tratti dalle tasse e se il loro carico è troppo forte ne soffre tutta la vita economica. La m. s., per poter realizzare il proprio compito, ha bisogno di ispirarsi a motivi di indole superiore, onde trarre la forza propulsiva e la costanza necessarie al raggiungimento dei suoi fini. Il cristianesimo, che insegna ad amare i figli degli uomini come figli di Dio, è fonte inesauribile di energie morali utili allo scopo. Nell'attuazione del suo programma la m. s. deve evitare che una visione troppo unilaterale dei problemi sociali leda i diritti della personalità umana; è necessario tener presente che l'uomo ha un valore proprio prima di avere un valore sociale.
Bibl.: P. E. Sergent-L. Ribadeau Dumas-L. Rabonneix, Médicine sociale, Parigi 1925; G. e F. Klemperer, La clinica moderna, V, II, trad. it. di G. Michele-C. Gamma, Torino 1935; L. R. Levi, Istituzioni di legislazione sociale, Milano 1947; O. Vergani, La criminalità come problema di etica sociale, in Rivista di psicologia, 1-5 (1948), p. 82 sgg.; The proceedings of the ninth international Congress on industrial medicine, London 13 17 sept. 1948, Bristol 1949; E. Boganelli, Protezione del lavoratore attraverso la psicoterelca, in La tecnica professionale anno., 7-8 (1949), p. 66 sgg.; anon., Le cause di morte in Italia nel 1949, in Notiziario della Anon.ne sanitaria, 3 (1950), p. 366 sgg.; I Congresso nazionale di m. s. (Milano, nov. 1930), ibid., p. 375 sgg.; V. Crissfulli, Costituzione e protezione sociale, in Rivista degli infortuni e delle malattie professionali, 37 (1950), p. 2 sgg.; H. Grenet, Diritti e limiti della m. s. in rapporto alla persona umana, in Minerva medica, 41 (1950), p. 23 sgg.; Congresso internazionale di criminologia (Parigi, sett. 1930), ibid., p. 907 sgg.; J. D. Kershow, Introduzione alla m. s., Milano 1950; E. Rczza, Organizzazione per il benessere sociale in Svezia, in Annali della Sanità pubblica, II (1950), fasc. 4; G. Mazzoni-D. Guerrieri, Codice dell'assistenza sociale al lavoratore e della istruzione professionale, Bologna 1950.
Eleuterio Boganelli
MEDICO. - La professione del m. occupa, per eccellenza e importanza, il primo posto dopo quella del sacerdote.
Antichi testi deontologici quali, ad es., il celebre giuramento di Ippocrate (sec. Iv a. C.), la preghiera di Mosè Maimonide (1153-1204), ecc., testificano l'alto concetto in cui sempre venne tenuto l'esercizio della medicina e le doti morali di cui dev'essere ornato colui che vi si dedica (cf. G. Lami, Tre antichi testi deontologici, in Studium, 34 [1938], p. 42 sgg.). Accennando qui si dovett. fondamentali del m., si distinguono: I: la formazione, II: il rapporto con gli ammalati e III: le relazioni con i colleghi.
I. La formazione. - Si suol parlare della necessità, per il m., di una speciale vocazione. La cosa è vera nel senso che chi si dedica alla medicina deve possedere come indispensabili alcune doti di ordine fisico, intellettuale e morale e una particolare propensione a un genere di vita che, già a un esame esterno, si presenta cosi differente da ogni altra occupazione professionale.
Dal punto di vista fisico, a parte alcune specializzazioni della medicina che possono consentire una relativa regolarità di orari e tranquillità di prestazioni, per la caratteristica intrinseca della sua opera, il m., che deve esser pronto in qualsiasi circostanza e momento a prestare le sue cure, non potendo tener conto di stanchezza, di disgusto, di legittimo desiderio di svago, ha bisogno di una robusta costituzione fisica che, almeno in partenza, gli dia speranza di godere buona salute e non lo faccia troppo facilmente cedere al danno del riposo scarso e interrotto anche al termine di un'assillante giornata di lavoro, dei pasti irregolari e affrettati, di una vita che in larga parte si svolge in ambienti malsani, tra persone sofferenti e desiderose sempre di riversare su altri la pena dei propri mali. Si comprende che, in modo particolare, tali condizioni di vita dura son proprie dei medici d'avanguardia, cosi gli esercenti in "condotte" disagiate, gli ostetrici, i chirurghi, per i quali esiste al massimo l'elemento della fatica, dell'opera urgente e che si svolge in
condizione di particolare tensione nervosa. Al contrario la "specializzazione", particolarmente per alcune forme, consente condizioni di lavoro assai più tranquille; anche per esse, però, buone condizioni di equilibrio fisico sono necessarie, apparendo pur qui lati fortemente negativi (ad es., la sedentarietà per l'adontolatria, il dannosissimo assorbimento di radiazioni per il radiologo, ecc.).
Intellettualmente, il m., già all'inizio del suo lavoro, deve possedere una formazione scientifica proporzionata alla vastità e complessità del suo oggetto di lavoro, la malattia, e al soggetto paziente in cui esso si svolge, l'uomo, natura mista la cui conoscenza non s'esaurisce in quella del solo elemento materiale, ma vuole particolare intuito che giunga a penetrare anche nella parte immateriale e fin'anche nella spirituale. Già gli antichi avevano divinata la sublime altezza di una vasta coltura medica che abbracciasse tutta la varietà e gli aspetti dell'uomo infermo, compendiandola nell'aforisma: "il m. filosofo è simile agli dèi».
A parte la preparazione remota, non può il m. cristallizzarsi su un passato di studio e vivere sulla rendita delle cognizioni già acquisite, ma giornalmente deve seguire il progresso d'una scienza nel cui campo lavora uno studio di scienziati e sulle cui conquiste opera una legione d'infermi. Questo continuo perfezionarsi intellettuale del m., se rappresenta per lui una necessità dal lato sociale e (sia permessa la brutta parola) commerciale della professione, costituisce uno stretto dovere morale per il m. cattolico, in rapporto all'alta responsabilità della sua missione, sedare dolorem, che ha quasi del divino.
Alla scienza strettamente professionale il m. deve pure accoppiare un'accurata istruzione e formazione reli-gioso-morale, specialmente su quei punti (es., dottrina sul Battesimo e sul modo di amministrarlo, problemi concernenti il V, il VI e l'VIII comandamento, soluzione cristiana del problema della sofferenza, ecc.), che lo possono maggiormente interessare nella sua opera.
Prime tra le altre, sono necessarie al m. cattolico alcune doti morali: una grande bontà d'animo che gli faccia penetrare a fondo le intime sofferenze del prossimo e non solo le fisiche, e lo spinga a forseto guaritore o per lo meno consolatore; un non comune spirito di sacrificio che gli consenta di sopportare serenamente i disagi della professione, che in alcuni casi possono giungere allo stesso pericolo di vita, e l'assillante assedio degli infermi e dei loro famigliari; la fortezza necessaria per affrontare con decisione e pieno controllo di sé situazioni di emergenza, difficili e pienose; una moralità irreprensibile, frutto di un costante dominio dei propri istinti e passioni sregolate, onde non trascenda ad abusare dei privilegi della sua professione, peccando e divenendo occasione di scandalo e di peccato per quelli che a lui s'affidano; rettitudine d'intenzione, perché non abbracci la professione per soli motivi di lucro, ma, a parte il legittimo desiderio di ricavare da essa un onesto mezzo di sostentamento corrispondente alla dignità del proprio stato, coltivi la medicina in vista dell'elevatezza dei suoi fini sociali e morali.
Anima di tutte queste doti dovrà essere una concezione cristiana della vita e della professione.
II. Le relazioni con gli ammalati. - Base fondamentale delle relazioni tra m. e ammalato è quella della cura; il m. infatti non interviene che per curare. Non basta però vedere nell'ammalato solamente il caso clinico, oggetto di studio e di esperimento. Deve ricordare che ha dinanzi un uomo il quale non è soltanto corpo, ma ha un'anima la quale pure ha i suoi problemi, di regola acuiti dalla malattia, e che, per la sostanziale unità del compiosto umano, esercita un potente influsso sullo stesso fisico del paziente. Il m. deve quindi conoscere la psicologia dell'ammalato e procurare di guadagnarsene la fiducia e la confidenza onde poter curare, per quanto gli sarà possibile, insieme con le malattie del corpo anche quelle
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dell'animo (cf. P. Tournier, La medicina individuale, Roma 1947). Siccome però non tutti i problemi spi-rituali-morali sono di competenza del m. e, d'altra parte, non sempre l'ammalato ha con lui tanta confidenza da esporglieli, il m. stesso dovrà apprezzare l'opera del sacerdote, m. spirituale, e, quando ne sospetta o accerta nei suoi ammalati il bisogno, indirizzarli a lui. Il dovere di questa collaborazione medita all'opera del sacerdote diviene particolarmente grave in certe circostanze, come, ad es., nel caso di pericolo di morte.
Nel curare l'ammalato, il m. onesto non si permetterà mai di suggerire rimedi o di praticare interventi moralmente riprovevoli. Se lo facesse, oltre la violazione della legge di Dio, potrebbe in qualche caso incorrere anche in sanzioni gravi ecelesiastiche e civili. Le sanzioni civili lasciano però spesso impuniti casi moralmente condannabili. Così, ad es., in Italia sarebbe punibile severamente il m. (cf. artt. 545-55 Cod. pen.) che procurasse aborti criminali; è discusso invece se ciò valga anche nel caso di aborto terapeutico. Il diritto canonico colpisce, com'è naturale, lo stesso aborto terapeutico con la scomunica (can. 2350 \ 1 ).
In quest'urti i Codici penali, come in quello italiano, pene grevi sono pure comminate contro il m. che somministri medicinali pericolosi (artt. 445 Cod. pen.), ecc. Anche quando però non sono minacciate sanzioni positive, il m. deve tener presente le norme dal diritto naturale e ricordarsi del severo conto che dovrà rendere a Dio. Non gli è quindi lecito cooperare, ad es., all'eutanasia (v.) e alla sterilizzazione (v.), alla fecondazione artificiale (v.) in quei modi che sono proibiti dalla morale cattolica. La richiesta da parte del cliente non vale a giustificare azioni che sono in sé disoneste perché contro natura. Ma non basta, specialmente per il m. cattolico, che si limiti, in questi casi, a non intervenire; deve anche svolgere una positiva opera di apostolato distogliendo il paziente dal proposito di ricorrere a simili interventi e inculcando sani principi morali il cui rispetto giova non solo all'anima, ma anche al corpo. Un campo di particolare delicatezza e nel quale il m. può moltissimo, è quello sessuale; molti disordini e danni possono essere evitati, mentre d'altra parte conseguenze anche assai gravi possono esser causate da poca prudenza o da disonestà della sua condotta.
Altro dovere del m. è quello che gli onorari non vadano al di là dei limiti della giustizia e della carità, specialmente con ammalati poveri. Il rilasciare certificati di compiacenza, più o meno falsi, tanto più se dietro essoi compensi, costituisce insieme sbuso di professione, frode e furto che ricadono addirittura sotto la sanzione della legge penale. Su nessun infermo il m. tenterà esprimenti che, o per sua imperizia o per insufficiente conoscenza degli effetti dell'intervento o delle sostanze impiegate, possano riuscire nocivi; la prova sarà consentita solo nel caso che l'ammalato sia ormai ritenuto certamente prossimo a morire ed esista una fondata speranza che il rimedio, della cui efficacia si dubita, possa riuscirgli di qualche utilità.
In ogni caso, valga per ogni intervento del m., si tratti della somministrazione di medicine o d'interventi chirurgici, il principio che la sua opera sia, se non necessaria, per lo meno utile; se prevedibilmente non riesce a guastre possa almeno migliorare le condizioni di salute o diminuire le sofferenze, senza inferire all'infermo un pericolo o un danno che sia maggiore di quello che la stessa malattia sia capace di produrre. Il rispetto alla dignità della persona umana e alla libertà individuale esige che, almeno implicitamente, esista il consenso dell'infermo o, in caso di sua incapacità, delle persone che ne hanno di diritto la tutela.
Un dovere particolarmente grave del m. verso i suoi infermi è quello del segreto professionale; esso, a differenza del segreto sacramentale, può esser sciolto in determinate circostanze in cui siano in questione interessi d'un ordine superiore (v. segreto professionale). In questi ultimi tempi il m. è stato chiamato anche a un'opera più
immediatamente sociale nelle diverse opere di assistenza. Qui il suo compito è particolarmente delicato e consiste nel conciliare in sano equilibrio gli opposti interessi degli assistiti e degli istituti previdenziali. Dovrà quindi tenersi lontano tra i due opposti interessi, da un'eccessiva severità e da una larghezza irragionevole, entrambe ingiuste. Si guardi, inoltre, dal considerare gli ammalati come numeri qualsiasi, senza prendersi una cura seria delle condizioni di ciascuno.
III. Relazioni con i cullsephi. - Usi qui il m. la massima correttezza e cordialità ricordando che la critica verso i colleghi, anche se giustificata, tanto più la denigrazione per bassi motivi di invidia, di gelosia, di interesse, oltre che offendere la carità, spesso la giustizia, sempre il senso di colleganza professionale, ha spesso tristi riflessi sulla stima e la fiducia che i malati debbono nutrire genericamente della persona del m. Né creerà sleali concorrenze o disoneste alleanze allo scopo di accaparrarsi i clienti; piuttosto gareggerà onestamente con i colleghi in sana emulazione, mediante lo studio assiduo e un alto senso di responsabilità morale.
Birl.: V. Carrasi, De medico et eius erga aegrom officio, Ravenna 1581; Quaderno dei m., Il II Convegno dei m. cattolici, Firenze 16-18 ott. 1932, Supplementi di Studium (marzo 1933), Roma 1933; G. Coronedi, Qualche spunto di morale medica professionale, in La moralità e le professioni, Firenze 1934, pp. 101-14; F. Leoncini, I problemi attuali della professione medica che interessano il pensiero e la vita cristiana, in Atti del I Convegno nazionale dei laureati cattolici, Roma 1937, pp. 123-42; C. Zavitschi, Il m. cattolico, Milano 1938; H. Noldin, Summa theologica moralis, II, Lipsia 1939, n. 743 sg.; H. Bon, Medicina e religione, Roma 1940 (con abbond. bibl.); A. Majoochi, Vita di chirurgo, Milano 1941; E. Toffoletto, Valore morale e apologetico della medicina, in Vita cristiana, 13 (1941, vi), pp. 499-516; B. Masci, A orecizio della persona umana, Firenze 1942 (con qualche riserva); A. Azile, Il m. e la morale cristiana, in VI Corso Cristologico, La morale di Cristo e le professioni, Roma 1942, p. 243-53; A. Pensa, Contiguo professionale del m. cattolico (Quaderos medici, 2), Roma 1947, p. 28 sg.; L. Seremin, Dizionario di morale professionale per i mathrm{~m} .{ }⁶⁰ ed., Roma 1949; S. Battisti, Arte sanitaria e morale, in Perfice Muncis (Medicina e morale), 24 (1949), p. 33 sg.; S. S. Pio XII, Discorso ai partecipanti al IV Congresso Internazionale dei m. cattolici, in AAS, 41 (1949), pp. 337-61; E. Scavo, Orientamenti deontologici in chirurgia, Corso di deontologia medica delI A. M. C. I, Roma 1950, pp. 337-61. Luigi Morondolini
MEDINA: v. ISLAM.
MEDINA, Bartolomeo. - Teologo domenicano, n. a Medina Rioseco (provincia di Valladolid) nel 1528, m. a Salamanca il 30 dic. 1580. Religioso a Salamanca, insegnò nel Collegio di Alcalá e di Salamanca, prima alla cattedra di Durando e poi alla cattedra primaria di teologia ( 1576-80 ).
Pubblicò il commento alla 1²-2²⁶ della Sum. Theol. (Salamanca 1577), che ebbe molte edizioni. Scrisse pure un commento In tertiam partem a quaestione I ad IX (ivi 1578) e una Breve instruction de comme se ha de administrar el Dacramento de la Penitencia (ivi 1580).
M. è considerato il padre del probabilismo perché per primo affermò che nella vita morale si può seguire una opinione probabile sine reprehensione et vituperatione, anche se l'opinione opposta sia più probabile. E probabile è l'opinione, che è sostenuta da uomini dotti ed è fondata su ottimi argomenti ( v ea opinio probabilis est, quam asserunt viri sapientes et confirmant optima argumenta v : Erp. in Sum. Theol. I²-I²⁰, 5, 19, a. 6, concl. 3). La sua dottrina, quasi per mezzo secolo accettata e difesa dai Domenicani e dai Gesuiti, sia in Spagna (Bahia) che in Italia, in Belgio e in Francia, fu poi dai primi abbandonata, specialmente quando Alessandro VII impose al Capitolo generale dei Domenicani (1656) di rigettare le proposizioni lassiste, di cui più tardi ( 1665 -66) ne condannò 45 (Denz-U, 1101 1145). Sulle altre vicende v. probabilismo.
Birl.: Quétif-Echard, II, pp. 236-57; P. Mandonnet, Le décret d'Imnocent XI contre le probabilisme, Parigi 1902, pp. 84-88; A. Martier, Histoire des maîtres généraux de l'Ordre des Prères précheurs, VII, ivi 1914, pp. 176-80; M. M. Gorce, s. v. in DThC, X, coll. 481-84; J. G. Menendez Reigada, El pseudo probabilismo de fray B. de M., in La Ciencia tomista, 20 (1928, t), pp. 35-37;
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V. Beltran de Heredia, Los manuscritos de los teologos de la escuela salmantina, ibid., 22 (1930, II), pp. 339-40; I. De lllic, B. De Medina et les origines du probabilisme, in Ephem. Theol. Lovan., 7 (1930), pp. 46-83; M. Gorge, A propos de B. de M. et du probabilisme, in Revue de science, relig., 1930, p. 480 sgg.; J. Tornus, Sur Vorgeschichte der Moralsysteme von Vitoria bis Medina, Paderborn 1930.
Alfonso D'Amato
MEDINA, Miguel. - Teologo francescano, n. a Belalcazar (Cordova) nel 1489, m. a Toledo il 1° maggio 1578 . Studiò e poi insegnò S. Scrittura nelI'Università di Alcalá. Nel 1562 fu inviato da Filippo II al Concilio di Trento, ove difese la dottrina delle indulgenze e il celibato ecclesiastico, e dove iniziò, per incarico dei cardinali legati, la confutazione delle Centurie di Magdeburgo. Nel 1571 fu eletto, a Roma, definitivoe generale dell'Ordinr.
Sostenne una lunga polemica con Domenico Soto, O. P., che con le Amotationes (Salamanca 1554) aveva censurata la dottrina del francescano Giovanni Wild (Ferus) scrivendo l'Apologeticum locorum quorumdum 7. Fert (Alcalá 1558). Soto rispose e M. replicò, tentando una riabilitazione generale del Wild. Citato davanti alla Inquisizione di Toledo, fu incarcerato per tutto il tempo del suo processo di lunga durata ( 1572 -78). Già gravemente infermo, fu riportato nel Convento di S. Juan de los Reyes, ove morì. Dopo la morte fu riabilitato dal S. Uffizio, ed il suo Apologeticum, come le opere del Wild, furono tolte dall'Indice nella revisione del 1900.
Delle sue opere quattro toccano argomenti trattati al Concilio di Trento: Christianae paraenesis sive de recto in Deum fide libri septem (Venezia 1564); Disputatio de indulgentiis adversus nostrae tempestatis haereticos (ivi 1564); Explanationes in quartum Symboli apostolici articulum (ivi 1564); De sacrorum hominum continentia (ivi 1559). Scrisse pure in volgare, con stile chiaro ed elegante: Tractado de la christiana y verdadera humildad e l'Exercicio de la verdadera y christiana humildad (Toledo 1570).
BibL.: P. Sauca, El p. M. M. y las Centurias de Magdeburgo. in Archivo ibero-americano, 19 (1923), pp. 75-90 (con doc. inediti); V. B. de Heredia, Domingo de Soto, Juan Fero y M. de M., in Ciencia tomista, 23 (1933), pp. 41-67; B. Oromi, Los Praesiscanos españoles en el Concilio de Trento, Madrid 1947, pp. 264-81; G. M. Pou y Marti, I Frati Minori nella seconda e terza epoca al Concilio di Trento, in Il Concilio di Trento, 3 (1947), p. 15 sg.; R. Varesco, I Frati Minori al Concilio di Trento, in Arch. Francis. histor., 41 (1948), p. 146 sg.
Gaudenzio Melani
MEDINGEN (Mödingen). - Monastero medievale di Domenicane, nella diocesi d'Augusta; dal 1843 appartiene alle Francescane di Dillingen.
Un quarto d'ora distante da M. si trova il monastero di Maria M. esistente dal 1239, arricchito di una nuova costruzione nel 1246 da Artmanno IV conte di Dillingen. Sottoposto ai provinciali domenicani di Germania, ebbe patroni i vescovi di Augusta, i duchi di Baviera e di Pfalz-Neuburg. Contando, nel 1260, 70 monache, la comunità fondò un monastero a Obermedlingen. Enrico (v.) da Nördlingen fece di M. un centro degli Amici di Dio e diresse la b. Margherita Ebner (m. nel 1351).
Fu riformato ( 1468 ) nell'osservanza; ma nel 1546, il monastero soccombette ai protestanti. Restaurato nel 1616 , amplista la chiesa (1716-18) e la cappella della b. Ebner (1755), un gioiello di rococó, la comunità fu secolarizzata nel 1802-1803. Le Francescane di Dillingen si dedicano alle educande e al culto della b. Ebner.
BibL.: H. Wilms, Das älteste Verzeichnis d. deutschen Dominikanerinnenklöster, Lipsia 1928, pp. 32-33. C. Jedelhauser, Gesch. d. Klosters u. d. Hofmark Maria M., von d. Anfängen im 13. Jahrh. bis 1696, Vechta 1936; F. Zockf, Maria-Mödingen, in LThK, VI, col. 915; I. Schöttl, Klosterwirche M., Monaco 1942. Angelo Walz
MEDIOEVO. - Termine che nella storiografia della civiltà europea indica i secoli che corsero tra l'età antica e l'età moderna.
## I. StORIA.
Sommario: I. Il valore del termine. - II. Limiti cronologici del m. - III. Caratterizzazione del m. - IV. I rapporti romano-germanici. - V. La funzione della Chiesa e del Papato. VI. L'Impero. - VII. Il monachesimo. - VIII. Le lotte della Chiesa per la libertà. - IX. L'espansione della Chiesa. - X. Chiesa e Impero. - XI. La cultura. - XII. Nuovo spirito e nuovi orizzonti. - XIII. Arte.
I. Il valore del termine. - Il termine è consacrato da una tradizione ormai secolare per indicare il periodo che nello sviluppo storico della civiltà romano-europea sta fra l'età antica e l'età moderna. Già nel Rinascimento si profila la coscienza del distacco esistente tra la civiltà classica ed il suo rinnovarsi, separati da un'età intermedia contrassegnata dalla rovina dell'Impero romano e di tutta la civiltà antica, dalla decadenza delle lettere e delle arti, dalle invasioni di popoli barberi. Così tra gli splendori della civiltà greco-romana e quelli del Rinascimento il m . fu valutato come età non solo di transizione, ma anche di barbarie, di ignoranza, di oscurità. Tale giudizio negativo venne respinto dallo storicismo del sec. xix che giudicò il m. età piena di attività spirituali ed economiche di altissimo valore, età ricca di un faticoso ma prezioso travaglio costruttore, fondamentale per lo sviluppo della civiltà. E dunque da respingere l'idea che il termine m . possa essere usato per indicare età di transizione e di oscurità esistenti nel corso di altre civiltà (egiziana, giapponese, ecc.); l'uso, determinato da analogie esteriori e fallaci, è del tutto sconsigliato per gli errori e gli equivoci che comporta.
II. Limiti cronologici del m. - I limiti cronologici del m. romano-europeo sono tuttora oggetto di discussione tra gli studiosi della cosiddetta periodizzazione, dotata da presupposti religiosi, politici o economici. L'erudito tedesco Cristoforo Keller (Cellarius) che per primo, pare, nel 1688 pubblicò una Historia Medii Aevi, la comprese tra l'età di Costantino e la conquista turca di Costantinopoli (313-1453), unendo due date di valore diverso, uno religioso ed uno politico. In altri schemi di periodizzazione, nessuno di valore assoluto, si usa per l'inizio la data della cessazione degli imperatori romani di Ravenna ( 476 ) o quella della discesa dei Longobardi in Italia (568), inizio del frazionamento politico della penzada, o quella del trionfo dell'islamismo nel Mediterraneo ( 700 cs .); per la fine del periodo si usa di solito la data della discesa di Carlo VIII in Italia (1494) o quella della scoperta dell'America (1492) o della rivoluzione religiosa di Lutero (1517) o delle pace di Cambrai (1529).
D'altra parte gli studi moderni hanno mostrato l'impossibilità di ammettere una soluzione di continuità tra il m. e l'epoca che lo segue e lo precede. Per il Fustel de Coulanges vi è continuità tra l'età imperiale e quella delle monarchie romano-barbariche; per il Dopsch le invasioni barbariche non rompono il processo storico del germanezimo tra Cesare e Cachomagno; per il Firenze solo nel sec. viri vi sarebbe stata nel Mediterraneo quella rivoluzione economica che avrebbe determinato il vero m., cioè l'età dell'economia naturale, senza sbocchi. Cosi tra m. e Rinascimento oggi si vedono legami prima ignorati, per la religiosità caratteristica del Rinascimento, per certi atteggiamenti rinascimentali del m.; così anche la "Riforma" cattolica e la "pseudo riforma" luterana mostrano vitali legami con il m.
III. Caratterizzazione del m. - Il problema della continuità si lega strettamente con quello più grave di un'età medievale avente suoi caratteri ben netti ed inconfondibili. Giacché lo studio del periodo rivela in apparenza aspetti tra loro opposti e persino contradittori, oltre che il succedersi di età aventi caratteri propri: l'età delle monarchie romano-barbariche, dell'Impero carolingio, del feudalesimo, dei comuni e delle monarchie di tipo nazionale. Tuttavia non pare dubbio che l'età medievale abbia nel suo complesso un carattere unitario: l'unione stretta esistente in essa tra civiltà romana e religione cristiana per cui sulla nuova fede viene a poggiare il
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Medicevo - Le torri dette Garisenda e degli Asinelli (sec. xit) - Bologna.
continuarsi della romanizzazione della società europea in tutte le manifestazioni pubbliche e private.
L'unità del mondo romano si perpetua nel m., ma non viene più giustificata dalle armi e dal diritto di Roma, bensì dalla nuova religione che trasforma il vecchio vaporoso universalismo etico dello stoicismo in un nuovo universalismo religioso sgorgante dalla fratellanza universale nell'amore di Dio, Padre comune. La Romània cristianizzata straripa dal limes imperiale e tende ad abbracciare tutti i popoli barbari a cui arriva la fede di Cristo. Nel periodo in cui età antica ed età medievale ancora si confondono (secc. iv-v), il cristianesimo si presenta come la religione romana per eccellenza, la religione imperiale a cui lo Stato romano dà appoggio e da cui lo riceve, ma già un nuovo alone di civiltà subromana cristiana circonda il vecchio mondo imperiale. Scompaiono nel 476 gli imperatori di Ravenna con la loro organizzazione politica della tradizione diretta di Roma; ora la grande capitale romana d'Oriente vede rivolgere a sé gli occhi e le menti di tutte le popolazioni cristiane, romane e barbariche.
Il passaggio dall'età antica alla medievale è contrassegnato dalla formazione di questo schema politico religioso costantinopolitano: l'organizzazione ecclesiastica è contenuta nei quadri dell'organizzazione imperiale, così come i nuovi organismi politici romano-barbarici si allineano nella dipendenza giuridica e morale del potere imperiale di Costantinopoli. Tale unità romano-cristiana è però intaccata dalla tendenza dei regni barbarici ad affermarsi in indipendenza e dal formarsi delle Chiese nazionali ariane, contro la cui opposizione viene ad infrangersi il conato dell'imperatore Giustiniano di ricostituire l'unità imperiale. Conseguenza di questo contrasto
è la frattura profonda che si manifesta nella Románia nel sec. viII: a Bisanzio si contrappone Roma, all'ellenismo resiste la latinità; vicino al mondo slavobizantino si presenta il mondo latino-germanico in cui le tradizioni romano-italiane della lingua, della scrittura, delle lettere, delle arti, del diritto, dell'economia persistono fortissimamente.
IV. I bAPPORTI ROMANO-GERMANICI. - In questo ambiente romanizzato vivono le popolazioni germaniche mescolate con le popolazioni romane: si mescolano, ma non si fondono. Certo le invasioni barbariche del sec. v hanno avuto grande importanza : furono distrutti in buona parte i centri culturali romani; fu tolta ai popoli provinciali la possibilità di risorgere con le loro forze dal ma. rasma in cui si trovava l'Impero, si da avviarsi alla costituzione di una comunità concorde dei popoli romani e romanizzati. Dopo le invasioni, Romani e Germani convivono sopportandosi a vicenda, conservando ciascun popolo le proprie leggi e costumanze; li associa il sistema economico romano in cui i Germani si installano senza distruggerlo o trasformarlo.
Sui rapporti tra le due razze nel m. due opposte concessioni si contrastano il campo. I germanisti affermano che di fronte all'impuridire della civilta romana soltanto gli elementi etnici germanici potevano apportare quella vitalità fresca e vigorosa a cui si deve quanto di vivo, di nuovo è nella civiltà medievale. Si oppongono i romanisti negando la germanizzazione: le popolazioni romane avrebbero conservato le loro tradizioni di vita e di civiltà; le invasioni non avrebbero determinato la germanizzazione ma solo un imbarbarimento, un ritorno alle condizioni di quelli che non erano più i popoli germanici ammirati da Cesare e da Tacito, ma solo i residui delle lunghe lotte che per secoli avevano funestato i paesi nordici e che erano scampati alla bufera dell'invasione unnica. Attualmente si tende ad un giudizio più equo: l'influsso del germanesimo sarebbe diverso secondo le zone : forte nei paesi di nessuna o superficiale romanizzazione, meno sensibile e fin trascurabile nei paesi di profonda romanizzazione.
Difficile del resto, se non impossibile, è la valutazione degli apporti etnici in una civiltà nuova, così originale, come la medievale : la differenza etnica lentamente sfuma in una semplice distinzione di classi sociali; nel sec. viII, in Italia come in Gallia, non vi sono più vincitori e vinti, ma solo proprietari. Perdura infatti l'organizzazione terriera romana: il m. come l'antichità continua ad essere dominio di aristocrazie fondiarie e militari su masse di coloni, servi, piccoli proprietari.
V. La funzione della Chiesa e del Papato. Nel livellamento di popoli e di classi, funzione precipua viene compiuta dalla Chiesa cattolica per mezzo del suo centro, il Papato, e dell'episcopato delle province. Schiacciate dalle monarchie germaniche ariane, le varie Chiese dell'occidente, anziché a Costantinopoli, si appoggiano alla Sede Apostolica di Roma, la cui superiorità ora appare rifugio e difesa. Cosi romanità e cattolicità vengono a corrispondersi in modo perfetto distinguendosi e dalla Romània bizantina e dalla barbarie ariana: una nuova unità romana viene a formarsi in Occidente : la comunità di tutti i popoli che venerano nel papa di Roma il maestro di fede ed il capo morale. La tradizione apostolica già aveva fatto della Sede romana la guardiana della più pura ortodossia : detentrice dei poteri spirituali, si affermava come la sorgente inesauribile di una nuova vita, animatrice e consolatrice delle popolazioni private della guida giuridica degli imperatori.
Questa Romània occidentale latina subisce grandi trasformazioni tra il sec. viI e l'viII. Vecchie province imperiali come l'Africa, la Spagna, la Sicilia e la Sardegna sono travolte dall'ondata islamica; scompaiono inoltre le Chiese ariane d'Italia, di Spagna,
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di Gallia; l'opera missionaria iniziata dalla Sede romana sotto l'impulso di Gregorio Magno porta alla Chiesa nuove masse germaniche di fedeli; nuove province episcopali sorgono oltre il Reno e il Danubio, unite a Roma dal solo giuramento di fedeltà che i vescovi prestano al papa.
Così si delinea un nuovo mondo cristiano in cui si associano paesi di tradizioni romane e paesi di tradizione germaniche: un impero religioso, una Res publica christiana, erede e continuatrice della Res publica romana, prefigurazione della futura Europa divisa politicamente ma unita moralmente. Il Papato romano in essa domina con il suo magistero e con i suoi poteri spirituali, ma poi l'insufficienza dei poteri pubblici, le concessioni imperiali avute da Costantino a Giustiniano - diritto di proprietà, immunità fiscale, privilegio di fòro - lo portano ad esercitare nella società europea una funzione politica preminente. A rafforzare questa funzione concorse grandemente la formazione dello Stato temporale in Roma, sorretto dalla ricchezza patrimoniale della Chiesa romana, dal prestigio morale e religioso dei papi, dalla loro attività sociale ed umanitaria. Il governo ierocratico che sorge così in Roma (cui darà particolare fondamento giuridico la falsa "donazione di Costantino", composta tra il 750 e il 760 ) diventa base e garanzia del sistema giurisdizionale cattolico e trova la spinta ad estendere la sua autorità su tutti i paesi che obbediscono ai suoi vescovi.
VI. L'Impero. - All'ombra di questo universalismo romano religioso si costituisce alla fine del sec. viII l'Impero cristiano romano di Carlomagno. Cadute sono infatti le organizzazioni politiche ro-mane-barbariche che avevano tentato di conciliare le concezioni giuridiche romane con l'individualismo germanico : dovunque si è constatata la loro incapacità di organizzazione interna e di difesa esterna.
Tutti i paesi romani e germanici dell'occidente entrano a far parte del grande complesso territoriale creato dai Franchi con le armi : Carlomagno cerca di giustificare le sue conquiste affermando una missione religiosa civilizzatrice. L'Impero carolingio, nonostante l'incoronazione di Roma del Natale dell'Soo, ha di romano solo esteriori e vaghi atteggiamenti; esso è invece come l'estrinsecazione laica dell'universalismo cristiano papale.
Si ripresenta ora il problema dei rapporti tra i due poteri civile e religioso, già discussi nell'età postcostantiniana. Nuovamente si afferma il principio dualistico di Gelasio I : Chiesa ed Impero sono i due aspetti della stessa realtà politica, perché vita religiosa e vita civile sono i due modi di essere della vita sociale. Però al di sopra di questo dualismo la Chiesa afferma la necessità suprema della ordinatio ad unum: l'ideale ultramondano, lo scopo supremo della vita e della società porta l'apparente dualismo a sostanziale unità; la Chiesa, dopo la scomparsa di Carlomagno e l'incapacità dei suoi successori di conservare il programma, pretende di dominare l'Impero che deve ridursi a funzioni puramente ministeriali, poiché dal papa vicario di Cristo discende l'autorità dei prìncipi e dei re. L'unità che l'Impero si lasciava sfuggire era raccolta dal Papato, e sotto Niccolò I si aveva la prefigurazione della cristianità quale il sec. xi doveva attuare.
Carlomagno per parte sua oppone pretese nettamente cesaropapiste, secondo la tradizione giustinianea bizantina, ma i successori non riescono a conservare questo programma di fronte al Papato: Niccolò I proclama la missione papale come difesa somma della pace e della giustizia ed i testi pseudoisidoriani della metà del sec. IX sono poi addotti come prova dell'antichità di tale concezione di primato.
L'Impero carolingio si sfascio, dopo aver vissuto
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meno di cent'anni ( 800-888 ), senza essere riuscito a risolvere il problema dell'organizzazione politica del mondo cristiano e quello dell'ordine sociale. Alla pluralità delle popolazioni in esso associate aveva corrisposto la pluralità delle leggi nazionali. L'organizzazione amministrativa dei comitati e marche di origine merovingica non aveva potuto rinsaldare la compagine di uno Stato cosi vasto. L'ordine e la disciplina sociale sono affidati di conseguenza al formarsi ed allo svilupparsi di quei legami personali tra potenti e deboli sui quali nel sec. ix si costruisce il sistema feudale. Dalla zona franca in cui esso dapprima si sviluppa, tale sistema si diffonde in tutti i paesi dell'Europa occidentale assumendovi atteggiamenti e coloriti conformi alle tendenze ed alle esigenze locali. L'organizzazione feudale però, se in apparenza è disgregazione statale, in realtà è sistemazione e coordinazione delle cellule sociali fondamentali per la futura formazione politica ed economica dell'Europa: è inoltre scuola di disciplina sociale : osservanza dei doveri, inviolabilità degli impegni giurati, lealtà nell'esecuzione dei contratti liberamente assunti.
Nel frantumarsi dell'Impero carolingio, i suoi territori si riuniscono in agglomeramenti che fanno capo a discendenti del grande Imperatore; Francia, Germania, Italia, Borgogna formano unità dinastiche che preludono alle monarchie europee di tendenze nazionali dell'età successiva. La vita feudale con il suo folto sviluppo vela l'autorità e la potenza di queste dinastie, ma ne conserva il valore giuridico. Dal sec. x il mondo cristiano europeo presenta le due caratteristiche che conserverà per diversi secoli : disgregazione politica, unità religioso-morale per opera della Chiesa cattolica. Risorse infatti l'Impero per opera del tedesco Ottone I nel 962, ma esso abbracciava ora solo più i paesi germanici, italiani e - dopo il 1252 -borgognoni. Gli imperatori tedeschi aspirarono invano a riprendere la missione unificatrice della società cristiana secondo la tradizione carolina.
Disgregazione feudale, monarchie territoriali, impero romano-germanico costituiscono gravi difficoltà per l'universalismo religioso difeso dalla Chiesa romana. Contro questi pericoli la Chiesa inizia nel
sec. xi la lotta più tenace. Combatte per la libertà sua, per la sua indipendenza dalle organizzazioni politiche, dalla feudalizzazione che l'imbavaglia, dalla concezione germanica della Chiesa privata che distrugga i legami gerarchici. La Chiesa dispone ora di una grande forza: il monachesimo in fase di rinnovamento, ché anch'esso cerca di sfuggire ai vincoli della società feudale.
VII. Il monachesimo. - Il monachesimo, sorto nell'epoca romana come affermazione di assoluta spiritualizzazione evangelica contro la superficialità del cristianesimo delle masse convertite, conserva nel m. latino, nelle forme del benedettismo italiano, tutta la sua fresca originalità.
Esso compie nel sistema cattolico-romano un'opera di capitale importanza : non solo serve all'elevazione di quanti aspirano alla sublimazione del proprio spirito, ma con le preghiere e le penitenze attende alla formazione di quel tesoro di grazie che deve essere la base della salvezza eterna della collettività. Funzione mistica ma in certo modo già sociale : ad essa si aggiunge l'altra di agire nella società europea con un'attività culturale, economica, assistenziale. In tal modo il monachesimo rappresenta la penetrazione in profondità, nelle masse, della fede, là dove l'organizzazione episcopale poteva attendere solo ad un'azione disciplinatrice prevalentemente esteriore (v. monachesimo). Le nuove congregazioni benedettine che sorgono dal sec. x in poi, i Cluniacensi prima, poi i Certosini ed indi i Ostercensi, rappresentano nuovi tentativi per conservare la fedele interpretazione della regola del maestro pur adeguandosi ai bisogni spirituali e materiali della società europea. Così s. Francesco e s. Domenico non esiteranno a rompere in apparenza i vecchi quadri rigidi della tradizione chiesastica consacrando in nuove regole il programma cristiano di una esemplare predicazione sociale, in cui vibrano tutti gli impulsi delle più giovani generazioni europee.
VIII. Le lotte della Chiesa per la libertà. Ma frattanto il monachesimo pervade con il suo spirito tutta la Chiesa, le impone le proprie concezioni, il proprio programma di libertà e di indipendenza spirituale, contrastando con gli influssi corruttori del mondo profano e della società politica. Questo spirito religioso più puro spinge nel sec. xi la Chiesa a rinnovarsi profondamente. Il movimento è presieduto dal Papato romano: il Dictatus Papae di Gregorio VII, a qualunque titolo sia stato scritto,

(fot. Alinari)
Medicevo - Allegorie dei mesi dell'anno. Sculture (sec. xit) - Ferrara, cattedrale.
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rappresenta il programma che la Chiesa romana intendeva svolgere per ricondurre la società cristiana ai principi evangelici, quali essa li interpreta e li attua.
Il primo punto del programma è l'affermazione del primato romano su tutta la Chiesa, temperando le pretese tradizionali di autocefalia di alcune grandi sedi episcopali come Ravenna, Milano, Reims.
Più ardua è l'impresa di liberare il clero secolare e regolare dai vincoli dell'investitura laica. Si predica e si intensifica la lotta contro tale investitura, quale causa prima della simonia e del nicolaismo; si batte in breccia la concezione anticattolica della Chiesa particolare; il Papato si libera, nel Concilio romano del 1059, da ogni dipendenza verso l'Impero, poi proclama ed impone nella grave lotta con Enrico IV ed Enrico V il suo principio teocratico. Il concordato di Worms (1122) mostrò però l'impossibilità per la Chiesa di abbandonare i legami con l'organizzazione politica attraverso l'istituto feudale: la società europea rimaneva fedele alla tradizione del doppio carattere religioso e civile ed esigeva la conservazione dei vincoli tra Chiesa e Stato, determinando tra essi nuovi conflitti per la superiorità e per il dominio del mondo. Attraverso le nuove lotte con l'Impero, il Papato romano dirige nel sec. xir la sua azione alla completa sottomissione ai principi religiosi di tutte le manifestazioni della vita sociale: il suo ideale è l'assoluta fusione della Chiesa e della società politica, la realizzazione cioè nella vita mondana della Civitas Dei.
A questo fine deve servire la teocrazia solennemente proclamata; il mezzo più importante è l'amministrazione dei beni spirituali; la comunione dei fedeli è la stessa società civile; chi si sottrae all'autorità della Chiesa viene privato del godimento dei carismi e si trova ad un tempo fuori della Chiesa e della società. Tale è la funzione del sistema delle scomuniche e degli interdetti. In esso rientra la lotta contro ogni teoria deformatrice dell'ortodossia; la presenza di eretici in una regione è un pericolo di disfacimento per l'organizzazione episcopale e di conseguenza per la vita civile e statale.
Combattono l'eresia prima le autorità religiose e civili locali, poi sorge l'organizzazione inquisizionale centralizzata ed affidata in genere ai due nuovi Ordini religiosi : dei Francescani e, più ancora, dei Domenicani, mentre il potere civile si limita alla sola funzione ministeriale (braccio secolare) in base a costituzioni imperiali (Federico I, Federico II) che si appoggiano all'antica legislazione giustinianea.
La coscienza di dover difendere la giustizia di Dio e la pace sociale giustifica la Chiesa nel suo programma di sostituirsi agli organismi statali deficienti nell'opera necessaria di reprimere l'anarchia risultante dalle guerre private feudali. Dall'organizzazione episcopale già tonificata dallo spirito monastico parte la ricerca dei mezzi di pacificazione, consacrando l'immunità da ogni offesa di guerra, non solo degli ecclesiastici, ma anche dei deboli (vedove, orfani, pellegrini, mercanti) con la "Pace di Dio", e sospendendo le operazioni di guerra in certi periodi dell'anno con la a Tregua di Dio».
Così si cerca l'umanizzazione della guerra imponendo ai combattimenti la difesa delle persone e dei principi religiosi, stabilendo come un codice religioso e morale della cavalleria a cui la guerra viene additata solo come difesa della verità e della giustizia.
IX. L'espansione della Chiesa. - Ma la Chiesa si preoccupa di portare il fervore dei fedeli alla causa
della propagazione della Fede. Recuperare i territori perduti nei secoli precedenti per la rivoluzione islamica è il programma bandito nel sec. XI e sintetizzato nella Crociata per la conquista del S. Sepolcro (ro99); ma vi fanno corona le lotte per comprimere l'espansione dei musulmani nelle isole italiane e nella penisola iberica. Intanto ferve l'opera per la conversione delle popolazioni scandinave del nord, delle slave dell'Europa orientale; vi attende l'episcopato tedesco sorretto dalla feudalità germanica; vi so