volume-08

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conquista del S. Sepolcro (ro99); ma vi fanno corona le lotte per comprimere l'espansione dei musulmani nelle isole italiane e nella penisola iberica. Intanto ferve l'opera per la conversione delle popolazioni scandinave del nord, delle slave dell'Europa orientale; vi attende l'episcopato tedesco sorretto dalla feudalità germanica; vi sorge una gerarchia episcopale dipendente direttamente da Roma; gli Ordini monastici come i Cistercensi vi diffondono il loro sistema religioso-economico. I confini della cattolicità romana si ampliano sino a quelli che saranno i limiti dell'Europa moderna. Falliscono invece le Crociate di Siria donde l'elemento latino è espulso del tutto prima che finisca il sec. xiri (caduta di Acrî: 1291); solo frutto è l'abbattimento dell'Impero bizantino (IV Crociata: 1204), ma nelle regioni balcaniche l'egemonia papale è fugace, perché scompare con il ritiro progressivo delle dominazioni latine; però è fugace anche la ripresa della civiltà bizantina per opera dei Paleologi, che scompariranno di fronte al trionfo dei Turchi Ottomani (caduta di Costantinopoli : 1453).

Del movimento delle Crociate, caduta l'impalcatura bellica e conquistatrice, si conserva però quella che ne era stata l'idea fondamentale, la propagazione della fede, nelle missioni pacifiche che Francescani e Domenicani iniziano sotto la direzione del Papato nel continente asiatico verso la metà del sec. xiri. La predicazione del Vangelo dalla Mongolia alla Cina, allo stesso Giappone, pare alla fine del sec. xiri destinata a grandi risultati e fa passare in seconda linea il problema della Terra Santa.
X. Chiesa e Impero. - Alla fine del sec. xiri appare completamente formata, sotto la direzione della Sede romana, quell'Europa civile che doveva durare sino all'età moderna: essa era formata da tre gruppi di popoli, neolatini, germanici, slavi, che traevano dallo spirito del cattolicesimo gli elementi primi della loro vita religiosa e morale. Ora si vedevano i frutti di quella romanizzazione delle masse che, nello spirito cristiano, era avvenuta avanti il Mille. Ogni regione, ogni città era centro di una vivace attività propria, caratteristica. Mentre la Chiesa conservava come sua lingua ufficiale il latino ed appoggiava un'attività letteraria latina fondamentalmente continuazione della classica, dovunque, manifestazione di tale vitalità, si formavano le nuove parlate volgari; nel sec. xir l'attività letteraria in volgare appare in varie zone, prima affermazione della nazioni venutesi lentamente formando; più ricca e nutrita nel sec. xiII.

Mentre il Sacro Romano Impero fallisce nel suo programma di unificazione politica del mondo cristiano e si riduce ad essere un semplice istituto giuridico di scarsa importanza pratica, contestato anche nella sfera teorica, dinastie feudali vecchie e nuove si fanno iniziatrici ed organizzatrici di vasti organismi statali: Francia, Inghilterra, Scozia, Portogallo, Aragona, Sicilia, Ungheria, Boemia, Polonia, Danimarca, Svezia.

La Chiesa romana, mentre combatte l'Impero per le sue pretese dominatrici, favorisce il sorgere delle monarchie territoriali che però cerca di legare a sé con vincoli feudali ; in virtù della ratio peccati essa afferma il diritto ad intervenire come supremo tribunale nei contrasti tra i monarchi, sostituendo il suo giudizio basato su concetti religiosi e morali alla resaao concezione dell'ordalia (giudizio di Dio)

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CASE TURRITE (sec. XII-XIII). Viterbo, Quartiere di S. Pellegrino.

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A sinistra: COSTRUZIONE DEL DUOMO DI MODENA. In alto: l' architetto Lanfranco ordina lo scavo delle fondamenta. Si notino le scritte: "Lanfrancus architector" e "Operarii». In basso: l' architetto Lanfranco dirige le prime strutture. Si notino le scritte: "Lanfrancus" "Artifices" "Operarii». Ministure della Relatio translationis corporis s. Geminiani (sec. xili) - Modena, Archivio capitolare. A destra: ATTO DI OMAGGIO. Ministura del Chronicon (1347-49) di Egidio le Minuit, abate di S. Martino di Tournai - Courtrai, Biblioteca della città, n. 135.

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In alto: SCENA DI TORNEO. Affresco (secc. xili-xiv) - S. Gimignano, Museo. In basso: RICCHI E POVERI. Particolare del Trionfo della morte. Affresco attribuito a un maestro bolognese (sec. xiv) - Pisa, Camposanto.

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(da.1. Cato. Melbomene, Melbomene 1949, tav. 67)

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su cui sostanzialmente posava la giustificazione della guerra medievale.

L'unità cristiana europea ha il suo periodo di maggiore splendore nella prima metà del sec. xiri, tra il pontificato di Innocenzo III e quello di Innocenzo IV. E il momento in cui il Papato decide dell'Impero tra Filippo di Svevia ed Ottone di Brunswick; alza Ottone IV e poi lo abbatte, alza Federico II e poi lo scomunica, depone e sostituisce, distrugge gli Svevi e li sostituisce in Sicilia, mentre favorisce un nuovo scisma imperiale in Germania che colpisce a morte il Sacro Romano Impero nel suo prestigio.
XI. La cultura. - Sotto gli auspici della Chiesa romana la vita culturale cristiana raggiunge in quel mezzo secolo i più alti fastigi. Dopo il crollo della società colta romana nell'età delle invasioni barbariche, la cultura, i libri, l'insegnamento avevano avuto rifugio nelle scuole monastiche e poi nelle capitalati; la classe colta si era immedesimata nel clero. Nel sec. xir si formano i grandi Studi di Bologna, di Parigi, e nel successivo simoltiplicano le Università degli studi abbraccianti le varie facoltà : al diritto romano si affiancava logia, la filosofia e le arti. La Chiesa proteggeva questi grandi stabilimenti di cultura, considerandoli come manifestazione della sua vitalità stessa: la cultura nel sec. xiri è ancora nettamente ecclesiastica, allo Studio di Parigi i maestri francescani e domenicani, ispirandosi ai principi dominanti nei loro Ordini, portano nuovi fecondi metodi, concetti e sentimenti.

Ma il tentativo di raccogliere nell'àmbito della Chiesa tutte le forme della vita sociale europea è fugace : svanisce nel suo stesso attuarsi. Se la Chiesa ha ammesso con le debite riserve lo studio del pensiero aristotelico e s. Tommaso d'Aquino rappresenta la conciliazione del pensiero antico con il pensiero cristiano, si da essere come il culmine massimo del trionfo della Chiesa romana, già nella stessa età di s. Tommaso - seconda metà del sec. xiri la cultura tende a diventare laica, a passare nelle mani di una classe colta che vive fuori della Chiesa; dall'Università di Bologna si diffonde in tutta Europa la conoscenza del diritto romano, come da Parigi si diffonde la nuova filosofia aristotelica sciolta dalla tradizione patristica e i due influssi unendosi formano la base teoretica della società europea del basso m . Una classe nuova di giuristi, al servizio delle monarchie feudali, mira a scioglierle dai vincoli verso la concezione cristiana. Ora si inalbera una nuova formula: Rex in regno suo evi imperator. Ogni principe ha dunque nel suo regno le stesse prerogative di assoluta sovranità che la tradizione romana attribuiva all'imperatore; cosl il naturalismo aristotelico
insegnato dai neoaristotelici porta all'affermazione della più completa autonomia dello Stato nella sua attività e nei suoi fini da ogni presupposto religioso. Tali nuove concezioni venivano a contrastare recisamente le esigenze della Chiesa come organizzazione religiosa e morale universale, come regolatrice di tutte le attività politiche per avviare ai fini ultimi della società umana. Le monarchie europee armate del nuovo pensiero erano indotte a respingere ogni dipendenza dalla Chiesa, a rinserrare nel quadro dei loro interessi politici tutte le attività morali ed economiche dei sudditi. Questo è il significato del conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII terminato con la sconfitta del Papato (Anagni 1303), all'indomani, si può dire, della pubblicazione della bolla Unam Sanctam (1302), che era la più solenne ed assoluta proclamazione della teocrazia papale. D'altra parte le lotte tra Clemente V ed Arrigo VII, tra Giovanni XXIII e Ludovico il Bavaro rappresentano il dissolversi dell'universalismo medievale politico-religioso nelle sue due forme antitetiche, Papato ed Impero.

Liberatosi delle soprastrutture ideologiche politiche, l'universalismo cristiano rimane pur sempre pernio della società europea nella sua essenza religiosa. Lo rafforza anzi il movimento religioso francescano che fa appello all'inesauribile fonte di sentimenti di amore e di pietà della fede cristiana, raddolcendo quel che di angoloso, di aspro vi era pur sempre nella vecchia organizzazione episcopale che conservava per necessità evidente i suoi addentellati con gli interessi mondani, i feudi, le monarchie. Ora che la società religiosa e la società civile si differenziano assolutamente e si allontanano sempre più, che i rapporti del Papato con le monarchie si allentano, il francescanesimo con il riprendere nel campo del sentimento l'opera di penetrazione popolare abbandonata dai vecchi ordini monastici troppo isolatisi dal mondo, compie un'azione di grandissima importanza.
XII. Nuovo spirito e nuovi orizzonti. - Gli ultimi due secoli del m., dalla metà del sec. xirt alla metà del xv , presentano un'Europa del tutto già trasformata. L'ambiente economico offre un'attività vivacissima. Il grande commercio si apre nuove vie attraverso il continente; tutte le regioni sono rinnovate nella loro vita economica locale, aperte al movimento commerciale europeo; dove prima vi era il piccolo mercato e l'economia del baratto ora si rientra nel quadro del commercio basato sul denaro. I mercanti di Lombardia e di Toscana, quelli delle Fiandre, delle città anseatiche trasportano merci attraverso tutta l'Europa; i loro traffici sono l'inizio delle organizzazioni bancarie e del traffico del denaro; la comparsa dopo la metà del sec. xiri della moneta d'oro fiorentina (fiorino) e poi di quella veneziana (ducato) trasforma il mercato europeo; le concezioni economiche cristiane del giusto prezzo e del divieto di trar frutto dal denaro mu-

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tuato lasciano posto alla grande legge naturale che regge il rapporto tra la richiesta e l'offerta: si ha una nuova vita economica che favorirà lo sviluppo dello spirito borghese moderno, scettico, egoista, anticristiano per eccellenza e presto anche nelle letterature nazionali si sentiranno gli echi di questa nuova vita, a detrimento degli influssi della religione e della morale.

Nel sec. xiv già è scomparso l'atomismo feudale e comunale lasciando il posto alle nazioni che trovano espressione nella portata che si è imposta fra tutti i disbetti e che rappresenta le aspirazioni, gli interessi di una sempre più vasta fascia di regioni. Le nuove nazioni sono appoggio alle grandi monarchie che perfezionano rapidamente gli organi centrali e periferici del governo, utilizzando elementi nobiliari e borghesi con indifferenza, perché ormai domina il principio della ricerca delle competenze tecniche. Si delinea attraverso il continente una fitta rete di relazioni internazionali: ogni Stato si prefigge una politica di relazioni cordiali od ostili con gli Stati limitrofi secondo le esigenze dinastiche, territoriali ed economiche; la difficoltà di risolvere i problemi direttamente porta alla costituzione della diplomazia che tratti in pace, alla creazione di eserciti stabilmente organizzati per l'azione di guerra, alla formazione di coalizioni diplomatiche e militari che prima sono fugaci, poi tendono, persistendo il problema, ad assumere carattere di continuità.

Intanto il Papato, che dalla situazione politica europea è stato costretto al lungo esilio in terra francese (schiavitù avignonese: 1305-77), al ritorno in Italia subisce la grave scossa del grande scisma prodotto dal contrasto tra le varie tendenze nazionali che penetrano nella Chiesa. Al Concilio di Costanza si manifesta l'urto tra la tendenza centralizzatrice, monarchica dal Papato e quella centrifuga, disgregatrice, diretta a fare dei concili radunantisi a periodi fissi l'organo direttivo fondamentale della Chiesa. Riesce il Papato a superare l'opposizione dei concili, ma appoggiandosi ai principi europei con i quali avvia il pericoloso sistema dei concordati che spartiscono l'autorità sulle Chiese locali tra Curia romana e monarchia. Già nel periodo avignonese il Papato ha saputo creare una robusta organizzazione giuridico-finanziaria propria, a cui ora si appoggia la sua autorità su tutta l'organizzazione ecclesiastica; con nuovi Ordini religiosi o con la trasformazione dei vecchi Ordini cerca di salvare e rinforzare la più preziosa delle autorità, quella sugli spiriti; venendo incontro alle richieste già manifestatesi nel sec. xiv e poi con maggiore vivacità ed ansia nel sec. xv di una riforma dell'organizzazione e dei costumi in capite et in mendria. Contrasta invece con questa tendenza l'altra a cui ubbidisce la Curia romana nel sec. xv di una trasformazione dell'autorità papale in senso più rigidamente monarchico.

Nonostante le crisi interne, le deficienze, le ribellioni spirituali, le guerre, persiste in Europa la coscienza che si appartiene ad un tutto che è ancora cristiano e romano, che è ancora la res publica christiana. Il cristianesimo è considerato come una caratteristica essenziale di tutti i popoli europei, come un legame che li avvince e che li differenzia dai popoli infedeli.

Per le singole questioni vedere poi le voci: chiesa; IMPERO; FEUDALESIMO; COMUNI; COSTANTINOPOLI; CROCIATE; GERMANIA; RINASCIMENTO.

Bisc.: sul termine m., il concetto, la sua storia v. L. Sorrento, Me-tirealia, Brescia 1944 (particolarmente il primo studio: M., il termine ed il concetto). Inoltre: G. Falco, La polemica sul m., Torino 1933. Sulla continuità: R. Dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen der europäischen Kulturentwicklung aus der Zeit von Cäsar bis auf Karl den Grossen, 2 voll., Vienna 1923-24; id., Vom Altertum zum Mittelalter. Das Continuitäts-Problem, in drehto für Kulturgeschichte, 16 (1925), pp. 139-82; W. Otto, Kulturgeschichte der Altertums, Monaco 1925; R. Vaccari, Dall'unità romana al particolarismo giuridico del m., Parigi 1936 (v. la rassegna di F. Cognasso, L'alto m. nella indagine e nella considerazione moderna, in Revista storica italiana, 44 (1927), pp. 367-80). Sulla funzione del m.: H. Pirenne, Mahomet et Charlemagne, Parigi 1957; Ch. Dawson, La formazione dell'unità europea, trad. it., Torino 1939; F. Lot, La fin du monde antique et le début du moyen âge, Parigi 1947. Sull'unità del m.: E. Barker, L'unità della civiltà medievale, in La concezione romana dell'Impero, trad.
it., Bari 1938, pp. 33-83. Sulla Chiesa nel m.: G. Schnürer, Kirche und Kultur im Mittelalter, 3 voll., Paderborn 1914-29. Sull'Impero nel m.: H. Fisher, The medieval Empire, Londra 1898; J. Bryce, Il Sacro Romano Impero, trad. it., Milano 1907; A. Dempf, Zucrum Imperium, trad. it., Messina 1933. Su Carlo, magno ed il suo Impero: A. Kleinclausz, L'Empire carolingien et ses transformations, Parigi 1902; L. Halphen, Charlemagne et l'empire carolingien, ivi 1947. Sul pensiero politico medievale: R. W. ed A. I. Carlyle, A history of mediaeval political theory in the West, Edimburgo 1903-36; G. Tellenbach, Libertas, Kirche und Weltordnung, Stoccarda 1936; W. Peverani, Imperium, Ecclesia universalis, in Geistige Grundlagen der römischen Kirchenpolitik, Stoccarda 1937; A. Pasierin, The medieval contribution to political thought, Oxford 1939; G. Tabacco, La relazione tra i concetti di potere spirituale e di potere temporale nella tradizione cristiano fino al sec. XIV, Torino 1950. Sui rapporti tra Romani e Germanici: C. Cipolla, Della supposta fusione degli Italiani con i Germani, in Rendiconti der. Lincei, 1901; G. Volpe, Lombardi e Romani nella campagna e nelle città, in Studi storici, 13 (1904), pp. 33-81; 167-82; 241-313; 369-416; 14 (1905), pp. 123-43; id., Albert della nazione italiana, in Momenti di storia italiana, Firenze 1923, pp. 1-58. Sulla crisi del m.: J. Rivière, Le problème de l'Eglise et de l'Etat au temps de Philippe le Bel, Lovanio 1926; S. Labdry, L'idée de chrétienté chez les arslastiques du XIIIe siècle, Parigi 1929; G. de Lagarde, La naissance de l'esprit loique, St-Paul-Trois Châteaux 1934; G. Miglio, La crisi dell'universalismo politico medievale, in Marsilio da Padova, Studi raccolti nel VI centenario dalla morte, a cura di A. Cecchini e N. Bobbio, Padova 1942. Sulla formazione delle nazioni moderne: F. Bock, Imperium und Nationalstaaten im späteren Mittelalter, in Vergangenheit und Gegenwart, 27 (1937); N. Bierbach, Korie und nationale Staaten im früheren Mittelalter, Dresda 1938. Sulla fine del m.: W. Goetz, Mittelalter und Renaissance, in Historische Zeitschrift, 98 (1907), pp. 30-54; J. Huizinga, Das Problem der Renaissance, Monaco 1930; id., Autunne del m., trad. it., Firenze 1940; F. Chabod, Il Rinascimento nelle recenti interpretazioni, in Bull. of Intern. Comittee of hist. science, 19 (1933); H. Bainton, Changing ideas and ideals in the sixteenth century, in Tourval of modern history, 8 (1536), pp. 417-43; F. Herz, Aufgone Europas. Ein Studie zu den Zusammenhängen zwischen politischer Religiosität, Frömmigkeitstii und dem Werden Europas, Zurigo-Wienna 1949. Francesco Cognasso
XIII. Arte.-1. Origini. - La pittura compendiaria romana (dall'età Flavia) tende a riassumere in poche note staccate (a stenografare) il mondo visibile (spettacolo), che in realtà risulta di una ininterrotta serie di trapassi chiaroscurali e cromatici; a sostituire le macchie alle sfumature. Procedimento di visione e di rappresentazione rapido ed estroso che si differenzia da quello lentamente e diligentemente imitativo dell'arte più propriamente classica e costituisce, per certo, una prima rottura della morfologia figurativa, una prima disarticolazione dei nessi della visione normale. Onde una sorta di impressionismo, del quale molteplici esempi appaiono anche nelle catacombe. Arte novatrice che urta il gusto comune e provoca le censure dei tradizionalisti da Vitruvio a Petronio e, probabilmente, dello stesso Orazio.

Analoga è la funzione dei profondi buchi d'ombra, improvvisi sconacendimenti in luogo di molli ondulazioni che la tecnica del trapano introduce nella scultura. Dal varco di questa prima scomessione fanno breccia sempre più vasti e profondi sforzamenti dell'ordine morfologico e sintattico, che concludono ad un vero e proprio espressionismo. Processo, d'altronde, dai modi accademici a quelli impressionistici e da questi agli espressionistici, che si ripete, identico, nell'arte moderna.

Primi chiari segni di gusto espressionistico, nelle pitture delle stagioni nelle catacombe dei SS. Pietro e Marcellino (Dr. Witt). In scultura il processo, già iniziato da decenni, si direbbe compiuto nell'arte tetrarchica - monetazione - e soprattutto, dopo notevoli anticipazioni, nell'arte romana di Provenza (Le Blant), nelle parti costantiniane dell'arco di Costantino (L'Orange, Castelfranco, Bovini, ecc.). Molteplici i motivi spirituali, anche di carattere generale e in parallelo con le altre attività, di codesti esiti figurativi: 1) la reazione antiaccademica del gusto, secondo le consuete oscillazioni della «moda». 2) Il continuo riaffiorare, specialmente per spinta degli strati socialmente inferiori, di tendenze anticlassiche, ric-

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che di spontaneità popolaresca e radicata nelle più profonde e antiche attitudini della spiritualità romana in quanto italica. 3) Il generale processo dalla visione "haptica" o tattile, alla visione "ottica", dal plastico al pittorico, cosi bene (anche se forse un po' troppo meccanicisticamente) delineato dal Riegl. 4) E soprattutto l'impulso irresistibile della nuova spiritualità cristiana, la quale opera dal di dentro il disgregamento e la rinnovazione della vecchia mentalità pagana.

L'abotimento della natura "afrodisiaca" entra senza dubbio nella formazione del gusto cristiano. Rivoluzione od evoluzione per quel che riguarda le arti figurative, si chiedono gli storici (v. specialmente Dvorák); probabilmente l'una e l'altra insieme. La nuova spiritualità cristiana sposta completamente il rapporto fra la scena e la luce. Nella visione antica lo spettacolo, il mondo, la "cosa" è collocata "sotto" la luce, "di fronte" alla luce. Di qui appunto la prevalenza dei valori plastici. Nella spiritualità cristiana lo spettacolo è posto "contro" luce; il mondo è riferito allo sfondo della luminosità soprannaturale, unica mèta dell'anima e sul quale esso si protetta come ombra.

Ciò spiega tante cose: il cristallizzarsi della figura umana in uno schema fondamentale, cui più o meno si riducono tutte le infinite variazioni di atteggiamenti e che non è, in sostanza, se non la trasposizione mimica dello stato d'animo del soggetto, una sorta di "confessione" dell'autore, in atto di adorazione, immobile nella fiaslà estatica degli enormi occhi spalancati. Il mutarsi degli sfondi musivi dall'azzurro (realtà di cielo) al bianco e all'oro (simbolo di luce). Sul quale oro, superata l'ambiguità e la incongruenza dei rapporti spaziali antichi fra i primi e secondi piani, si realizza tuttavia integralmente la rappresentazione dello spazio, perché l'indollinito diventa l'infinito, la nebbia diventa splendore; e il mondo non ha più spessore, non più peso, ma solo vibrazioni di lume, limiti di linee e piani di colore.

La nuova basilica cristiana assimila senza dubbio molteplici elementi e motivi da svariati tipi di edifici pagani ma tutti li trasforma in un organismo decisamente originale, determinato dai fondamenti spirituali e dalle esigenze della nuova pratica liturgica: la convergenza della attenzione, l'unità di sentimento di tutto il popolo radunato verso quel momento e quel punto che è la mèta suprema della "ecclesia", dove si celebra il rito.

Ed è anche questo, in certo senso, un esito "espressionistico". E ciò vale anche per il tipo, piuttosto raro, ma ormai accertato, specialmente in Illiria, della "basilica discoperta" (Digwe).

Con sempre più intima e precisa comprensione delle esigenze liturgiche e con l'introduzione di un simbolismo, allora chiaro ed eloquente, inteso a richiamare anche nelle membrature architettoniche i misteri sacri, l'edilizia religiosa, nella tendenza ad unificare in un solo organismo locali originalmente distinti e aggregati, viene assumendo una sua sempre più particolare fisionomia, nel periodo da Costantino a Teodosio nel quale tanti insigni personaggi del ceto dirigente romano trasferiscono le loro attività del campo civile e politico a quello ecclesiastico, come s. Ambrogio e s. Paolino da Nola e s. Agostino. E proprio a codesti grandi uomini di governo è dovuto un impulso potente alle costruzioni di edifici sacri, come vanno rivelando le recenti ricerche (De Capitani d'Arzago, Arslan, Villa, Chierici) sia per le chiese paoliniane a Nola, sia per quelle ambrosiane nella capitale milanese.
2. L'architettura bizantina. - Quella "posizione dell'oggetto contro luce" che s'è detta, chiarisce anche molte cose circa quel particolare sviluppo della edilizia romano-cristiana che è l'architettura bizantina (v. bizantina, arte).

Simile ad un geode, povero ciottolo di fuori, che ha nel cuore una caverna splendente tappezzata di ametiste o di rubini o di zaffiri, l'edifizio bizantino con una scorza all'esterno ruvida e disadorna, o quasi, chiude dentro a sé tesori non soltanto di materie preziose e lucenti, ma
anche magnificenze incomparabili di vere e proprie immaginazioni architettoniche altamente poetiche e suggestive. Allora il barbaglio d'oro dei musaici trasferisce all'interno degli ambienti la sorgente luminosa trasformando la parete in un semplice diaframma diafano. Un limite ambiguo; si potrebbe dire un limite illimitato o "all'infinito"; allusione dell'infinito; un limite idealmente, anzi visibilmente anche se non tattilmente, valicabile. Ed ecco ancora un elemento figurativo (il piano parietale) posto contro luce e, alla fine, assorbito nella luce. Nello sforzo sublime di trascendere la materia, di attingere direttamente la Divinità esprimendo sensibilmente l'ineffabile, che accomuna l'architettura alle altre arti medievali, il musaico diventa così, nei suoi valori cromatici e luministici un elemento necessario dell'organismo architettonico bizantino, così come, ma in senso diametralmente opposto, cioè plastico, la colonna lo era stato per i Greci.
3. L'espressionismo figurativo. - La violenza espressionistica, che è tanta parte dell'arte della tarda romanità e dei primi tempi cristiani, trova ancora più esasperati sviluppi alla periferia del mondo culto. Non tanto in quell'arte balcanica ("Soldaten Kunst", "arte lungo il Danubio", ecc.) che è forse semplicemente protobarbarica, e sotto il livello dell'arte (forse con la sola eccezione della stella di Scarabantia e del Tropsion di Adamklissi), quanto nell'Egitto, dove, sotto la più forte pressione degli elementi di tradizione popolaresca ed indigena, dà luogo all'arte copta; con sempre maggiore tendenza alla disintegrazione della morfologia e della sintassi figurativa e ad un sempre più accentuato decorativismo astratto, ora calligrafico, ora cromatico (begli effetti di macchia nelle stoffe). Anche per suggestione sempre più penetrante della vicina arte islamica; e vive ancora o meglio vegeta secondo formule tradizionali dopo più di un millennio e mezzo in terra etiopica.

Nel nuovo cuore, invece, o meglio cervello dell'Impero bizantino, l'antico sottile spirito dei Greci e il persistente gusto della idealizzazione tipizzante operano sul nuovo patrimonio figurativo concretatosi nel momento espressionistico, "plutonico", lo assumono come dato, come motivo, come "mondo" e lo vanno elaborando in preziose raffinatezze stilistiche, in formole più rigide di quelle dei vecchi canoni. Creano il nuovo "bello ideale" (codificato in celebri manuali) con i contenuti del "brutto caratteristico".

Certo il panorama dell'arte bizantina è meno uniforme di quanto si credesse fino a poco tempo fa, poiché lo differenziano nello spazio le correnti metropolitane e le provinciali e nel tempo il susseguirsi delle due età auree: la giustinianea e la macedone, divise dalla grande crisi iconoclasta, alle quali si può aggiungere, per quanto minore, la terza dei Comneni. Ma è forse ancora una oscura spinta di ataviche forme orientali che trova cosi la sua asilica sistemazione.
4. L'arte islamica. - Al di là delle frontiere orientali e meridionali dell'Impero ribolle e ben presto trabocca il mondo islamico in fase di potente espansione e di rapida crescenza, anche culturale. Esso, secondo il gusto più propriamente orientale, indirizza l'impulso alla astrazione verso schemi di pura ornamentazione.

Gusto eminentemente decorativo che si attua tutto in superfice, risolvendo la scultura in ricamo (esempio famoso: Mêattê); la pittura in puro sviluppo lineare (l'arabesco, appunto) o in mero accostamento di colori o di valori (tappeto). Anche l'architettura obbedisce ai medesimi impulsi, perché schiva una organizzazione sintetica e sintattica dello spazio, svolgendo il discorso architettonico in forma paratattica, con una serie di membrature simili che si susseguono senza conclusione : coordinamento e non subordinamento degli elementi : esempio la Moschea di Cordova.

Più ricca di contenuti storici, e quindi di rappresentazioni naturalistiche, la pittura e specialmente la miniatura persiane (influenzate dall'Oriente estremo), per certo note anche all'Occidente.
5. L'arte barbarica. - Alle frontiere nord-orientali il mondo barbarico rivela operanti i medesimi impulsi,

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nei riguardi dell'arte, se pur è possibile parlare di arte nel mondo barbarico, nel senso proprio della parola (v. barbarica, arte). Il barbaro non ha un suo proprio mondo figurativo, né storico né logico : ed il suo linguaggio è un balbettamento, in gran parte sotto l'impulso di un automatismo che si concreta nell's horror vacui », di frammenti attinti alla cultura classica e travisati spesso con assoluta incomprensione del modello. L'automatismo decorativo è palese in gran parte della oreficeria scivica, che è forse il vanto maggiore della produzione barbarica, con le ripetute punzonature, nel corpo e ai margini dell'oggetto, dei pochi motivi, ormai fissati, di animali interi o di membra. D'altro canto anche il famoso flechtbandornament, l'entreluc, o intreccio non è che una volgarizzazione di motivi classici (treccia), o bizantini (capitelli a paniere), più che copti.

Né è esatto, come si va spesso ripetendo per spiegare la quasi totale carenza della figura umana, che l'arte barbarica tenda ad esprimersi in un linguaggio astratto mediante la rappresentazione di un mondo riducibile a puri elementi e rapporti geometrici in spregio di ogni riferimento naturalistico. E per quanto negli stadi iniziali sia evidente piuttosto un processo di scadimento e di disintegrazione di forme naturalistiche incomprese (che assimila fibule gotiche e longobarde ai bratteati) nell'ultimo stadio, si può spesso ritrovare l'impronta di un vigoroso potere fantastico.

In esecuzione spesso assai raffinata, questo stile compare in oreficerie scandinave e nielli e più tardi nelle navi di Oseberg; onde la supposizione, che questa conquista dell'arte barbarica spetti al germanesimo più nordico. Ma per quel che riguarda Oseberg ci si trova in epoca relativamente tarda: per certo posteriore a quella di talune mirabili creazioni di quella miniatura che si considerava irlandese ma che le convincenti ricerche del Masai indicano piuttosto come pertinenti a quella cultura di alto livello alla quale era pervenuto il cristianesimo romanista di Northumbria.

Non soltanto nella felicità e fertilità inesauribile delle invenzioni ornamentali, ma anche nella rappresentazione per quanto rara della figura umana o animale (simboli degli Evangelisti, Crocifissione), questa arte riesce ad innestare ritmi decorativi su spunti naturalistici con un rigore stilistico ed uno slancio inventivo di una efficacia stupenda nella esasperata intensità espressionistica della trasfigurazione. E con mezzi autonomi ed esiti originalissimi nello smalto, svolge i suggerimenti della tecnica. E solo al contatto di una elevata spiritualità cristiana in questo primo fecondo incontro, che le oscure forze del sentimento barbarico trovano la luce di una espressione veramente ed altamente artistica e diventano un nuovo potente apporto di civiltà.

I Longobardi, che ignorano i più tardi e complessi sviluppi di tale stile, monotamente ne ripetono le più elementari formole. Un modesto accendersi di interesse per le arti si manifesta proprio verso il declino della potenza longobarda con Liutprando e gli ultimi re, e con i duchi, specialmente friulani.
6. L'arte carolingia e i magistri comacini s. L'arte carolingia (v. carolingia, arte) raggiunge in specie nella miniatura, intagli in avorio, oreficeria, un alto livello a servizio di un programma evidentemente politico. Fioritura splendida senza dubbio, ma innegabilmente artificiosa; una cultura pianificata. Ciò è chiaramente confermato dalla varietà di indirizzi (e tutti riflessi) delle varie scuole od officine. Una certa ripresa di attività edilizia, che culmina nella Cappella Palatina di Aquisgrana, si rifà palesemente a modelli ravennati.

Del resto, che l'arte del costruire, per due secoli in quasi completo abbandono tra la metà del vi e la metà dell'viri ca., sia rimasta in vita solo per l'alimento di una sottile corrente di tradizione - più manuale che artistica - romana, è cosa per più indizi non solo probabile, ma ovvia.

I magistri comacini ( (v. COMACINI, MAESTRI) che costituivano vere imprese edili ricordate da fonti longobarde, non sono che i continuatori della maestranze dell'epoca di maggior splendore di Milano romana, nel periodo in cui fu capitale d'Occidente. Passata la capitale a Ravenna, vi si trasferisce anche il centro di maggior attività edilizia che ivi, per la posizione geografica e i contatti con l'Oriente, pur risalendo alle comuni fonti romane, si sviluppa con un particolare accento.

E molto probabile che la conquista e la breve dominazione longobarda a Ravenna abbiano fatto rifluire codeste maestranze ravennati nel resto dell'Italia padana e diffondere quel particolare accento. I due soli edifici che con qualche probabilità si sogliono assegnare alla seconda metà dell'viri sec. (più particolarmente al tempo di Desiderio), il S. Salvatore di Brescia e il tempietto di Cividale, presentano particolarità costruttive e decorative di carattere cosi spiccatamente ravennate, e anzi tardo romane, da far perfino balenare la ipotesi (tuttavia per ragioni storiche difficilmente accettabile) che possano risalire addirittura al vi sec. Forme ravennati che, come ben ha visto il Fiocco, penetrano e più a lungo durano lungo le coste superiori dell'Adriatico, nell'arte da lui suggestivamente definita "esarcale».
7. L'arte ottoniana (v.). - Dopo quello della miniatura anglo-irlandese, l'altro grande contributo dell'alto m. alla civiltà figurativa è quello dell'arte ottoniana. E con ben maggiore varietà e ricchezza di atteggiamenti, pur in una grande unità di gusto e di stile, e con ben più profonda e vasta efficacia nello spazio e nel tempo. Si può ben dire che son qui i fondamenti di un nuovo linguaggio, compiuta e lucida espressione di quella sintesi di vari e talora contrastanti moti, che, dopo tanto travaglio, segna una nuova stagione dello spirito umano: quella del pieno m., che nelle arti figurative si suol chiamare romanica.

Ed è ancora una volta il clima spirituale della religiosità cristiana che, disserrando il nodo della barbarie, consente a queste oscure forze primitive di trovare la via della capacità espressiva, agli impulsi bruti di una passionalità violenta di chiarirsi nella luce della poesia. Un impeto è un calore di sentimenti rudi, maschi, eroici, traboccante in vivacità drammatica, sommuove dal profondo le aspirazioni mistiche e, con una dinamica travolgente, trasforma la fissa estasi paleocristiana e anche bizantina in esasperata visionaria allucinazione.

Certo, come l'espressionismo o addirittura il surrealismo di codesti artisti può risalire alla vena carolingia di Reima e di Corbie, cosi in specie nei momenti di maggiore intreccio della politica dei due Imperi per il matrimonio di Ottone II con Teofano, l'arte ottoniana si nutre anche di attuali apporti culturali dalla Bisanzio aulica, che dopo l'Ecmeclastia era nel suo secondo fiore (onde, p. es., la compresenza dei due stili nel Codex Aureus Escurialensis). D'altro canto, in specie per quel che riguarda la pittura murale, non senza efficacia sono gli esempi che sul ceppo della vecchissima tradizione paleocristiana viene elaborando in nuove forme l'attività di largo respiro e di squisita cultura dei frescanti benedettini (S. Angelo in Formia) e romani (S. Clemente), come è chiaro, p. es., nella Oberzell della Reichenau.
8. L'arte romanica. - Nel sec. xI, in parte per l'irrefrenabile ascesa della vita sociale e in parte per il necessario risarcimento delle ultime devastazioni barbariche, le ungaresche, v'è in Occidente una ripresa quasi improvvisa, impetuosa, imponente di attività edilizia. Cosi accade contemporaneamente in Italia ed in ispecie nella Val Padana come in Germania, in Francia, in Spagna dove, nella parte non arabizzata, le Asturie, s'era avuta una singolare fioritura parallela alla carolingia, ma con caratteri di spiccata originalità (S. Maria de Naranco). Limite e condizione a codesta attività diviene il preminente problema della copertura dei grandi edifici chiesastici.

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Se l'Oriente bizantino, sempre fermo nelle sue preferenze dei tipi centralizzati, si affatica ancora alla costruzione delle cupole, ma, ridotta in genere la mole dell'edifizio, si compiace ora nella cesellatura decorativa anche esterna delle pareti con le policromie e merlettature laterizie; e se l'Armenia moltiplica bizzarramente le articolazioni spaziali, con schemi che si vuole, non senza esagerazione, abbiano influito sull'Occidente; se Roma resta in genere fedele al vecchio tipo basilicale con copertura a capriate, nell'Italia padana sembrano concretarsi i primi esperimenti su larga scala di copertura lapidea con vòlte a botte. In questo fervore d'opere cominciano a presentarsi caratteristiche del procedimento artistico che diventeranno essenziali nell'ulteriore sviluppo storico, e determinanti addirittura, del Rinascimento : su tutte, il raffermarsi della "coscienza" artistica che è quanto dire della "personalità" dei singoli, pur armonicamente coordinata entre il lavoro collettivo.
a) La pittura. - Come d'altronde, nei cicli d'affreschi ai quali già s'è accennato dell'Italia centrale e meridionale, regioni con più stretti vincoli ora religiosi ora politici legate alla Sede papale, appare un senso di misura nella rappresentazione, una cordialità di motivi che li differenziano nettamente, vuoi dal sottile intellettualismo, dalle raffinatezze astratte dell'arte bizantina (che in Italia afferma il suo più preciso dominio nei museici di Sicilia, dei salenni modelli di Dophni, e dell'alto Adriatico), vuoi dalle esasperazioni patetiche dell'espressionismo nordico. Ed in questa equilibrata concretezza, in questo rispetto e comprensione della persona umana, come motivo e come rappresentazione, come modello e come modulo, è possibile riconoscere il carattere distintivo dell'arte italica o si vorrebbe dire latina in genere e di questo periodo in specie, piena e perfetta attuazione nel campo fantastico e in particolare nelle arti figurative, della dottrina e della prassi sapientissime della Chiesa cattolica.
b) L'architettura. - Allora nell'architettura, forse anche per la suggestione del vecchio tipo tradizionale della basilica, sempre presente ai costruttori italiani, prevalgono schemi di semplice, chiara, relativamente svelta partizione. L'architettura fiorentina anche nella decorazione risale a modelli paleocristiani; la pisana a ravennati (non senza spunti orientali). Ma anche i costruttori lombardi, pur tutti attenti al problema delle vòlte ed ai sistemi conseguenti alla sua soluzione, mirano sempre alla chiarezza spaziale.

Ma particolarmente in Francia e in Germania le grandi autorità religiose, sia secolari-episcopali che monastiche, sembrano cercare una tangibile manifestazione della loro potenza nella complicata grandiosità degli edifici enormi e straordinariamente ricchi di articolazioni; già fin dalla seconda metà del x sec. e per questo s'è detto che il romanico si radica nell'ottoniano. Si pensi solo alla complessità e allo sforzo raggiunto da Cluny (v.) dell'ultima fase; alla vastità e al movimento di masse di un St-Riquier, alla massiccia imponenza di quelle, piuttosto cittadelle che chiese, che sono le cattedrali renane di Worms, Spira, Magonza.
c) La scultura. - Mentre, in Francia, una curiosa corrente di orientalismo si afferma nel Périgord, la Borgogna, l'Aquitania, la Provenza (in stretti legami, particolarmente St-Gilles, con Pisa) attingono largamente, talora pedissequamente per la decorazione delle membrature, al patrimonio della romanità provinciale. Gusto quasi classicistico che in Aquitania e in Provenza domina anche interamente la scultura, da Telosa a Moissac, da Arles a St-Gilles; non senza qualche singolare venatura esotica come negli indianismi di Souillac. In Borgogna, p. es., Autun, accanto alla stretta imitazione classicistica di moduli architettonici le figure si allungano e si torcono con una intensità patetica che preannuncia il gotico.

Cosi la grande scultura germanica sviluppa modi espressionistici della miniatura e dell'intaglio ottoniano, in opere di scortita essenzialità, di eccezionale potenza drammatica nelle accentuazioni anatomiche come molti crocefissi, o i bronzi di Hildesheim.
9. L'arte gotica. - Cosi per il naturale evolversi del gusto e per la continua elaborazione di sempre nuove soluzioni del problema della vòlta, si determinano anche i modi della decorazione pittorica e della scultura. Ma per entro al grembo del romanico viene nascendo il gotico; poiché a malgrado di recenti negazioni (che affermano invece il valore puramente ornamentale-estetico e non struttivo del gotico e la sua derivazione da motivi orientali) si può ritener sempre valida la interpretazione del Viollet-le-Duc, che fa derivare tutto il sistema gotico dall'arcus augitus (di origine forse lombarda). Sistema gotico che, nato e sviluppato nell'Ile de France nella seconda metà del sec. xir, si afferma nel xiri creando la serie delle mirabili cattedrali e si diffonde rapidamente in tutta Europa (v. gotica, arte). - Vedi tavv. XXXV-XXXVII.

BibL.: per la bibliografia, v. quella annotata nelle varie voci citate nel testo. Per uno sguardo complessivo si veda P. Lavedan, Hist. de l'art médiéval et moderne, Parigi 1944.

Luigi Coletti
MEDITAZIONE. - Forma d'orazione (v.) mentale in cui l'anima, attraverso l'attenta considerazione delle verità della fede, muove la volontà al bene ed al fervore della vita spirituale. Non è una pura speculazione intellettuale, ma un esercizio essenzialmente ordinato al perfezionamento di se stessi (s. Francesco di Sales, Théotime, 6, 2). Nella m. s'impiegano quasi tutte le facoltà interiori; la memoria, che presenta la materia su cui meditare; l'intelletto, che ne investiga la natura e le proprietà; la volontà, che produce affetti e propositi corrispondenti.

1. Oggetto della m. - Oggetto di m. sono le verità di fede, atte a muovere l'animo al bene; pure ricerche teoretiche appartengono piuttosto allo studio che alla m .

In generale ogni soggetto che sia adatto allo scopo di spingere e rafforzare l'animo nelle virtù è buono, secondo il detto di s. Paolo (Phil. 4, 8). Tali soggetti si trovano specialmente nei Vangeli, nella liturgia, negli scritti e vite dei santi. Gesù Cristo con i suoi insegnamenti ed esempi, gli attributi di Dio, le prerogative di Maria s.ma, le verità eterne sono i soggetti più raccomandati (N. Lancitius, Op., 2, n. 181; J. Alvarez [v. bibl.], III, 3, prooem.). Conviene cercare quanto è più adatto alle condizioni di vita e di spirito, alle necessità ed inclinazioni di ciascuno. Si consiglia di far sì che la m. corrisponda al massimo ai bisogni individuali, essendovi tanta varietà di anime : alcune sono mosse da verità astratte, altre da esempi, e può essere utile variare, purché si ritorni frequentemente sui punti fondamentali, che realmente infervorano l'anima (C. Schorzer, Theol. ascet., parte 3^{text {a }}, 2^{text {a }} serie, cap. 1).

La m. è uno dei mezzi più efficaci e necessari per lo sviluppo della vita interiore e per la santificazione, perché abitua lo spirito a conoscere le verità soprannaturali, in un modo intimo e personale, mentre lo guida a Dio o lo fa vivere in un'atmosfera divina. Infatti la m . dispone l'uomo a gustare e comprendere le cose celesti, le bellezze della Grazia e delle virtù, i misteri del Redentore, e lo aiuta a trasformarsi con l'acquisto del dominio sui propri sensi ed atti. Perciò è raccomandata da tutti i maestri spirituali, particolarmente a coloro che hanno l'obbligo di tendere ad una vita più perfetta. Il CIC la prescrive quotidiana al clero (can. 125, a) ed ai religiosi (can. 592) e Pio XII affermò tale uso «insostituibile " per la perfezione sacerdotale (Allocatio ad parochos Urbis, in AAS, 35 [1943], pp. 105-16; Adhortatio: Menti Nostrae, ibid., 42 [1950], pp. 671-72).
II. Metodi. - La m. è una pratica ascetica che attraverso i secoli ha assunto forme più definitive (P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, III, 6ᵃ ed., Parigi 1927, p. 8 sgg.). Già nell'antico medioevo si cominciarono ad avere dei metodi per la m., scegliendo determinati elenchi

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di soggetti da meditarsi progressivamente (Revue d'asc. et de myst., 6 [1925], p. 367 sgg.). Cosi fecero s. Edmondo di Canterbury, il domenicano Guglielmo Perlado, s. Bonaventura (De triplici via, cap. 1), il b. Raimondo Lullo, i quali parlarono dell'uso delle varie potenze dell'anima " ratio, synderesis, conscientia, voluntas, memoria». La "devotio moderna" (v.) introdusse e propagò nuovi metodi più sistematici d'orazione mentale, resi più necessari dal decadimento della vita interiore, con l'affermarsi della rinascenza pagana, e sono di quest'epoca le varie "scalae» e "exercitatoria». Inventata la stampa, i libri di m . vennero largamente diffusi. Alla fine del ' 300 , attraverso il Rosetum du Mauburnus (1494), il quale aveva fissato che la m. si facesse su punti determinati (meditabilia puncta), vennero successive precisazioni, specialmente per opera degli Esercizi spirituali (v.) di s. Ignazio di Loyola ( 1556 ) e la m. metodica raggiunse un punto culminante nella sua evoluzione (F. Pourrat, op. cit., III, p. 34). Le correnti contrarie degli Alumbrados (v.) e di Michele de Molinos (Denz-U, 1238-40) i quali disprezzavano la m. discorsiva, ed anche di Fénelon (ibid., 1341), che la considerava di poco valore e come appartenente all'amore " interessato ", vennero dalla Chiesa condannate.

Le difficoltà opposte, anche recentemente, contro la m., provengono in generale da un falso concetto del metodo. Alcuni critici all'udire i termini di riflessioni, di affetti, di propositi e di colloqui, temono che un tale procedimento sia meccanico ed impedisca alle anime di seguire liberamente i movimenti della Grazia. Ma è facile dimostrare la necessità di tali elementi, perché ogni m. sia orazione fruttuosa. Sole riflessioni e affetti senza propositi gioverebbero poco all'acquisto della perfezione. Affetti senza colloqui, ossia senza preghiera di petizione, priverebbero l'anima del mezzo più sicuro per avere la Grazia di mantenere i frutti delle considerazioni e gli stessi propositi, nonché di quell'intimità con Dio, che si alimenta con le espansioni confidenti e filiali. Viceversa chi si contentasse di affetti e colloqui senza riflessioni intellettuali, non avrebbe quelle convinzioni profonde sulle verità religiose, che devono essere il sostegno di tutta la vita spirituale. Perciò s. Tommaso dice che la causa della devozione, dopo la Grazia di Dio, è la m., ossia la considerazione intellettuale della verità della fede (Sum. Theol., 2ᵃ-mathbf{2}^{mathrm{ad}}, q. 82, a. 3); è lavoro di persuasione, di assimilazione, di approfondimento.

Tuttavia è certo che gli atti della volontà sono più importanti che quelli dell'intelletto, e quindi occorrono più affetti che pensieri. Tutti i maestri spirituali affermano che quando la volontà è scossa, deve cessare il lavoro dell'intelletto, essendosi così già raggiunto il fine. Il ragionamento sarà ripreso quando gli affetti cominciano a languire. Generalmente viene raccomandato di evitare la fretta, ma di abituarsi a fermarsi negli affetti finché il cuore ne sia interamente saziato. Gli affetti possono esprimersi vocalmente sotto forma di giaculatorie, nate spontaneamente e recitate adagio e pensatamente; o usando formole già in uso nella Chiesa, quali i versetti dei Salmi o della liturgia. Alcuni autori, data l'importanza di tali affetti, propongono vari elenchi di quelli più utili alla vita spirituale, classificati secondo il bisogno degli incipienti, dei proficienti e dei perfetti (cf. J. Alvarez [v. bibl.], pp. 933-183, 1185-1220).

Quanto ai propositi si deve procurare che siano pratici e tali che servano veramente per l'emendamento della vita e per l'acquisto della perfezione; particolari, ossia circonstanziali quanto alle occasioni in cui debbono essere attuati; adattati allo stato presente di colui che medita; possibilmente da eseguirsi subito; appoggiati sopra solidi fondamenti, cioè sopra forti motivi di ragione e di fede, e non su entusiasmi passeggeri o consolazioni labili; umili, cioè basati sulla diffidenza di sé, e sulla convinzione della necessità d'invocare l'aiuto di Dio con la preghiera. Occorre ricordare che non si deve esagerare l'importanza dei propositi fino al punto di giudicare inutile ogni orazione che non ne formuli; errerebbe anche chi credesse di dover ogni volta fare nuovi propositi; spesso conviene invece ribadire i medesimi per lungo tempo, finché si siano messi realmente in esecuzione.
III. Tecnica. - Quanto alla "tecnica" della m." vi è molta varietà nelle diverse scuole di spiritualità. Generalmente tutte convengono in un lavoro di preparazione remota e prossima. Il meditante si dispone con il raccoglimento e poi con la lettura dei punti da meditare fatta da sé o ascoltata da altri; quindi si mette alla presenza di Dio, cui rivolge un'orazione, ordinariamente vocale, offrendogli la m. e chiedendo grazia per ben compirla. Succede il lavoro propriamente meditativo sul soggetto scelto, che si termina con colloqui o preghiere destinate a chiedere qualche grazia relativa all'argomento meditato e specialmente ai propositi fatti, o anche d'altro genere. Tali colloqui sono molto utili anche nel decorso della m. e si indirizzano a Dio, alla Vergine s.ma, ai santi.

Una forma speciale di m. sono anzitutto le «ripetizioni», m. rifatte completamente, con l'intento di ricavare nuovi frutti dallo stesso soggetto, sia fermandosi soltanto in quei punti, nei quali prima si era più infervorati, sia a modo di riassunto, sia a volo d'uccello percorrendo una serie intera di m. o misteri già considerati. Questa tecnica forma anime profondamente conoscitrici delle vie spirituali.

Efficacissime, inoltre, sono le "contemplazioni» o esercizio delle potenze dell'anima non più per via di ragionamento, ma per via di esempi, di osservazione e intuizione; metodo da non confondersi con la contemplazione (v.) acquisita o infusa. Tali contemplazioni si fanno ordinariamente sopra i misteri della vita di Gesù, supponendo d'essere presenti e di osservarli con i propri occhi, con una viva rappresentazione immaginaria. Si contemplano le persone, le parole e le opere allo scopo di essere istruiti e edificati con qualche frutto spirituale;