volume-08

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 contemplazione (v.) acquisita o infusa. Tali contemplazioni si fanno ordinariamente sopra i misteri della vita di Gesù, supponendo d'essere presenti e di osservarli con i propri occhi, con una viva rappresentazione immaginaria. Si contemplano le persone, le parole e le opere allo scopo di essere istruiti e edificati con qualche frutto spirituale; di questo modo di orazione vi sono molti esempi nelle m. sulla vita di Gesù di fra' Giovanni de Caulibus (falsamente attribuite a s. Bonaventura; X, Quaracchi 1940, p. 23), nelle opere di Tomaso da Kempis, di Ludolfo di Sassonia e negli Esercizi di s. Ignazio di Loyola. Quest'ultimo (Exerc. Spir., 2a hebd., Applicatio sensuum) ed anche s. Bonaventura (Itinerarium mentis in Deum, cap. 4), hanno diffuso anche una terza forma di contemplazione, detta "applicazione dei sensi", facendo adoperare i cinque sensi immaginativi e spirituali, ossia inducendo a vedere, udire, gustare, odorare, toccare internamente le persone, luoghi e cose sacre, secondo determinate norme. Cosi, ad es., gustare la fragranza spirituale della virtù, la soavità e la dolcezza dell'amore di Dio, la nausea e il disgusto del peccato, dello spirito mondano ecc. Tale forma d'orazione alimenta i sentimenti di compiacenza, di godimento e diletto amoroso per il Divin Redeutore, per le virtù, ed è un metodo particolarmente proficuo quando si accompagna ai precedenti (F. S. Calcagno, Aesetica ignosiana, I, Torino 1936, pp. 208-15).

Infine per le persone che hanno meno capacità nelle cose spirituali viene raccomandato l'uso delle orazioni vocali meditate, ossia dette con debite pause, in cui si riflette ai vari significati dello singolo parole o frasi, o la m. e ponderazione del senso di qualche passo scritturale, ed anche la ripetizione per molte volte della stessa giaculatoria, o di diverse con un certo ordine, come ne diede l'esempio lo stesso Salvatore (Mt. 26, 39; cf. Laneitius, De causis et remediis ariditatis in oratione, capp. 2 e 14) e la Chiesa nell'invitatorio del Matutino, ed innumerevoli santi.

Brac.: M. Ballintani (v.) da Selò, Prattica dell'oration mentale, Venezia 1603; J. Alvarez de Paz, Opera spiritualia, III, De inquisitione pacis, Lione 1613; G. Bona, Principia et documenta vitae christianae, Anversa 1723, pp. 28-104; C. Acquaviva, Quis sit orationis et poenitentiarum usus, in Epistolae Proepo. storum Generalium Soc. Iesu, L. Gand 1847; J. Ph. Roothson, De ratione meditandi, Roma 1847; G. Lenucreasu, La méthode d'oraison mentale du Séminaire de St-Sulpice, Parigi 1903; F. Chatel, De l'oraison mentale et de la contemplation. Théorie et pratique, Lovanio 1902; H. Watrigont, Quelques promoteure de la méditation méthodique au XIVe siècle, Parigi 1919 e in Rev. asc. myst., 3 (1922), p. 134 sgg.; 4 (1923), p. 13 sgg.; A. Schwartz, Etoführung ins betrachitende Gebet, Immensee 1921; V. Lehodey, Les voies de l'oraison mentale, Parigi 1923; A. Brou, St Ignace; maître

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d'uroison, ivi 1923; R. de Maumigny, Pratica dell'Orazione mentale, trad. it., I, Torino 1933; J. Dorda, L'union avec Dieu, ses commencements, ses progrès, sa perfection, Bar-le-Duc 1934; G. Lercaro, L'orazione mentale, Genova 1947; R. Martin, Vom Weg zum meditativen Leben, in Geist und Leben, 21 (1948), pp. 390 393; R. Morcney, L'union du juste à Dieu par voie de connaissance et d'amour, in Sciences ecclésiastiques, 1949, II, pp. 109-28.

Arnaldo M. Lanza
MEDITRINALIA. - Festa della religione romana, fissata dal calendario più antico all' 11 ott.

Sebbene la tradizione dei grammatici pretenda di conoscere anche una dea Meditrina, dati calendariali garantiscono che il dio della festa era Giove. Cio viene confermato dal fatto che la festa era in connessione con la coltivazione del vino (primo assaggio del mosto), perché anche i Vinalia erano feste di Giove. E rimasta conservata una formula che veniva ripetuta alla festa : novum vetus nimum libro, novo veteri morbo medear.

Biel.: W. Warde Fowler, Roman Festivals, Londra 1899, p. 239 sg.; Mislentz, s. v. in Psuly-Wissowa, XV, col. 106 sg.; F. Böhmer. in Rheinisches Muscum, 90 (1941), p. 31 sgg.

Angelo Brelich
MEDIUM. - Indica la persona capace, per le sue particolari facoltà, di fungere quale intermediario tra noi e i morti. Ma essendo l'ipotesi spiritica gratuita o, forse in qualche caso, soltanto probabile (v. metapsichica; spiritismo), logicamente, tale vocabolo dovrebbe essere abbandonato; tuttavia non solo è rimasto nell'uso, ma, prescindendo, o meno, dalla interpretazione spiritica, viene generalmente adoperato a designare quei soggetti che, per le loro particolari caratteristiche, sono ritenuti agenti indispensabili alla produzione dei fenomeni metapsichici.

Si è molto discusso sulla pretesa necessità dei m. nelle esperienze di metapsichica; alcuni la negano, ritenendo assurdo parlarne quando nemmeno si conosce la natura del medianismo e, perfino, non si sa se questo esista. Un fatto è però sicuro: i fenomeni metapsichici non avvengono che in presenza dell'uomo; anzi, quelli più straordinari si verificano normalmente soltanto mediante la partecipazione di determinate persone annoverate fra i «grandi m.». Se quindi, almeno in alcuni casi, l'uomo ne è agente necessario, dobbiamo concludere sulla esistenza di facoltà speciali, produttive dei fenomeni, in maniera, se non adeguata, certo indispensabile; a parte la scelta della denominazione «m. " o di altre differenti.

L'ammissione del fatto, però, niente ha da vedere con la natura e con l'azione intrinseca del medianismo, delle quali si deve confessare finora la più assoluta ignoranza. Teorie e ipotesi di lavoro proposte dagli autori non hanno avuto sicura conferma sperimentale, ma si presentano solo probabili e limitatamente a qualche caso. Così, p. ex., si è pensato che i fenomeni medianici siano causati da una particolare energia e materia (ectoplasma) emesse dal m. nel cosiddetto stato di «trance»; ma, a parte la natura ipotetica e quindi sconosciuta di tale quid rimane sempre nella più profonda oscurità il come ciò si verifichi, cioè perché il m. sia capace di simili operazioni e come realmente le effettui. Per cui tutto appare un complesso di misteri che cerca appoggio su altri misteri. Vano tuttora il tentativo di penetrare nell'intimo meccanismo dell'azione medianica. Si è cercato, almeno, di fissare qualcuno degli elementi estrinseci della personalità del m .; anche qui, però, senza frutto, perché in contrapposto a evidenti note di suggestionabilità e psiconevrosi riscontrate in parecchi soggetti, altri ne sappiano completamente indenni (v. G. C. Barnard, Il supernormale, Roma 1949, p. 113 e sgg.). Anche la « trance», particolare stato di «assenza» psichica e di «autonomia», non sempre totale, dall'ambiente circostante, congiunto spesso a particolari manifestazioni neurovegetative (rossore, pallore, sudorazione, ecc.), in cui il m. verrebbe a trovarsi durante le esperienze, non è comune a tutti i soggetti e sembra non potersi assimilare ai fenomeni dell'ipnotismo (v.) e al meccanismo suggestivo che li provoca.

Concludendo, pur ammesso il medianismo come fatto
empirico, è impossibile a tutt'oggi determinarne le caratteristiche d'azione intrinseca, e perfino quelle esteriori di temperamento e di personalità in quelli che ne sono i soggetti più evidenti e più rappresentativi. Né a tale scopo ha significato importante, in ordine all'intima ragione dei fatti e delle cause che li producono, la distinzione pratica, proposta da alcuni autori, in "m. a effetti fisici " e "m. a effetti psichici ", agualmente altri sistemi di classificazioni ancor più complicate (Ch. Richet, W. Mackenzie, F. Palmés, H. Price, ecc.).

Dal punto di vista etico e cattolico, l'esercizio della medianità deve esser giudicato alla stregua dei principi enunciati alla voce METAPSICHICA, cui si rimanda anche per la descrizione dei fenomeni medianici. In particolare, il medianismo è moralmente vietato quando si attua nel campo dello spiritismo; non così invece, in linea generale, se i fenomeni non riguardano che la metapsichica quale oggetto di ricerche scientifiche. Tuttavia, l'attività medianica può e deve esser proibita ogni qualvolta, come spesso avviene, risulti gravemente dannosa alla salute, soprattutto mentale, del soggetto che la effettua.

Biel.: oltre le opere citate alle voci chiaroveggenza e metapsichica, v.: A. Kardee, Le livre des mediums, Parigi 1861; C. Richet, Les ballastisations télépathiques, ivi 1892; E. Boirac, La psychologie inconnue, ivi 1912; A. Gemelli, Spiritismo e spiritisti, Milano 1920; G. Giovannozzi, Spiritismo, Torino 1921; A. Zacchi, Le spiritismo e la sopravvivenza dell'anima, Roma 1922; F. Koelher, Geist und Wunder, Berlino 1927; G. Calligaris, Telepatia e radio-aude cerebrali, Milano 1934; G. Trespidi, Spiritismo moderno: i fenomeni, ivi 1934; id., Spiritismo moderno: rincarnazione, ivi 1936; id., Ultrafania, ivi 1936; A. Pappalardo, Dizionario di scienza scculta, ivi 1939; H. Thurston, La Chiesa e lo spiritismo, ivi 1939; F. Palmés, Metapsiquica y espiritismo, 2² ed., Barcellona 1950; vers. it., Roma 1952. Alighiero Tondi
MEDOLAGO ALBANI, STANISLAO. - Nobile bergamasco, n. a Bergamo nel 1852 , m. ivi il 3 luglio 1921. Fu con il Rezzara e il Toniolo fra i più attivi promotori delle opere economiche sociali dei cattolici italiani.

Allo scioglimento dell'Opera dei congressi e comitati cattolici in Italia (1904) ebbe la presidenza dell'Unione economico-sociale, sviluppatasi dalla seconda sezione dell'opera stessa, che il M. A. dirigeva, e alla quale aderivano allora 2432 fra cooperative, società di mutuo soccorso, casse rurali, unioni professionali, ecc. Più tardi fu a capo dell'Unione popolare con il Toniolo e Paolo Pericoli. Partecipò in rappresentanza degli Italiani ai lavori dell'Unione cattolica di studi sociali di Friburgo, che preparò la Rerum novarum.

Biel.: A. Martinelli, Il conte S. M. A., Milano 1921; anon., Un compione della causa cattolica, Il conte X. M. A. (commemorazione), Acquapendente 1922; E. Vercesi, Il movimento cattolico in Italia, Firenze 1923, passim; A. De Gasperi, I tempi e gli uomini che prepararono la a Rerum novarum s, Milano 1942, passim.

Enrico Lucatello
MEDVJEDEV, Silvestro. - N. a Kurk il 27 genn. 1641, m. l'1 1 febbr. 1691. Figlio di impiegati, anch'egli trovò un posto a Mosca, dove nel 1665 diventò uno dei quattro allievi che frequentavano la scuola di Simeone di Polock. Nel 1672 prese lo stato monacale. Nel 1677 ritornò a Mosca ed abitò insieme al suo maestro Simeone, al quale succedette come rettore nella Scuola del S.mo Salvatore, e le cui idee - Simeone era rimasto fedele all'indirizzo moghiliano di Kiev - sostenne con intrepido valore.

Già Simeone aveva iniziato la controversia sulla forma dell'Eucaristia. M. difese la sentenza dal maestro, contraria all'Epiclesi pubblicando il Punis vivus, contro l'ieromonaco Eutimio; la Manna, risposta ad un altro scritto dello stesso Eutimio, e finalmente le Investie istinesi, replica vigorosa all'Akos dei fratelli Likhudi. Queste opere, condannate dai sinodi moacoviti, sono state raccolte ed edite in Ctenija, 1885, iv; 1896, iv.
M. diventava un nemico troppo molesto. Accusato di avere cospirato contro la vita del patriarca Gioacchino, fu condannato a morte e decapitato.

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(per corteno del testore del Pont Collegio greco, Roma)
Meester, Placide de - Ritratto.

Bibl.: Al. Prozorovskii, Sil'westr M., in Ctenjia, 1896, II, III, iv: J. Ledit, Russie (le débat sur la forme de l'Eucharistie), in DThC, XIV, coll. 308-21.

Maurizio Gordillo
MEESTER, Placide de. - Monaco benedettino, al secolo Rodolfo, n. da nobile famiglia a Anversa il 9 febbr. 1873, m. a Roma il 28 nor 1950.

Nell'abbazia di Maredsous (1884-90) compl il corso superiore di studi e vi vesti l'abito religioso l'8 sett. 1890. A Roma emise i voti solenni, il 25 dic. 1894, e tornato a Maredsous vi fu ordinato sacerdote nel 1897 ed attese agli studi filosofici che completò a Roma. Dal 1897 al 1909 fu professore al Collegio Greco, e dal 1909 al 1918 a Maredsous. Tornato a Roma nel 1918, fu di nuovo professore al Collegio Greco, economo della Pont. Comm. dalla Volgata e, dal 1920, anche procuratore generale della Congregazione belga del suo Ordine. Nel 1923 fu nominato consultore della Congregazione Orientale e nel 1937 di Propaganda Fide; era anche membro di varie commissioni. Nel 1939 fu nominato archimandrita dal Patriarca melchita di Antiochia.

Studioso delle discipline orientali, compl molti viaggi in Oriente per conoscere più da vicino persone e cose : frutto di questi studi sono gli importanti articoli che pubblicò in varie riviste. Le sue principali opere sono: Leone XIII e la Chiesa greca (Roma 1904); L'inno acátisio, studio storico letterario (ivi 1906); Genèse, source et division du texte grec de la liturgie de st fean Chrysostome (ivi 1908); Voyage de deux bénédictins au Mont Athos (Lilla 1908); Le Collège Grec Pontifical de Rome (Roma 1910); Riti e particolarità liturgiche del Triodio e del Pentecostario (Padova 1947); Studi sui Sacramenti amministrati nel rito bizantino (Roma 1947); De manachico statu secundumbyzantinam disciplinam (in Fontes Juris Can. Orientalis [Città del Vaticano 1947]); Etudes sur la théologie orthodoxe (4 voll., Maredsous 1947-50). E stato un attivo collaboratore dell'Enc. Catt. per la liturgia orientale.

Bibl.: Necrologia, in Ephem. Liturg., 65 (1051), pp. 114-15. Benedetto Becker
MEEÜS, Anne de. - Fondatrice delle Religose dell'Adorazione perpetua e dell'Opera delle chiese povere, n. a Bruxelles nel 1823, m. ivi il 15 giugno 1904.

A 20 anni, colpita dallo squallore di molte chiese quanto ai paramenti e agli oggetti dell'altare, concep) l'idea di un'associazione di persone pie, che ravvivassero con l'adorazione pubblica la fede nella presenza reale di Gesù nel S.mo Sacramento e concurressero a provvedere gli altari e le chiese di paramenti e oggetti degni. Sorse così (1848) sotto la direzione del p. J. B. Boone, l's Associazione dell'adorazione perpetua e dell'Opera delle chiese povere x, elevata al grado di arciconfraternita per il Belgio nel 1853, per tutto il mondo nel 1873, fregiata il 20 luglio 1895, del titolo di Prima-primaria.

La M. capì presto che a sostegno e impulso di questa opera era necessaria una speciale Congregazione religiosa, che se ne occupasse seriamente e servisse di stimolo, e fondò (1857) le Religiose dell'Adorazione perpetua, le cui Costituzioni furono approvate da Pio IX nel 1872. La M. ne fu superiora generale fino alla morte. Oltre che all'adorazione, le religiose attendono ai catechismi, alla preparazione alla prima Comunione, ai laboratori di paramenti sacri.

Bibl.: J. A. Krebs, Die Ordengemossenschaft der ewigen Anbetung des allerhl. Altarssahram. u. ihr Liebeswerh für die
armon Kirchen, Dülmen 1902; F. Beringer, Les Indulgences, 4⁴ ed., II, Parigi 1930, pp. 100-103. Celestino Testore

MÉGHILLATH TA'ÂNITH (" rotolo dei digiuni»). - Elenco di 35 giorni dell'anno in cui era vietato di digiunare e di pronunciare discorsi funebri, perché giorni di lieti ricordi nazionali, di salvezza da persecuzioni, quindi destinati ad incoraggiare e ad allietare il popolo.

Il testo di M. T. fu redatto in aramaico nella forma definitiva sotto Adriano ( 117-38 d. C.); si estende su fatti che vanno dal periodo maccabaico, oltre la guerra dell'a. 70 , sino all'insurrezione sotto Adriano. Le spiegazioni sull'origine e i fatti a cui si riferiscono i giorni memorabili risalgono ad un periodo post-talmudico (sec. Ix) e sono scritte in ebraico. Non mancano glosse di un periodo successivo.

Bibl.: H. L. Strack, Einleitung in Talmud und Midraf, 5° ed., Monaco 1921, p. 12; L. A. Rosenthal, s. v. in Füd. Lex., IV, col. 50. Eugenio Zolli

MÉGHILLÔTH, HAMMES («cinque rotoli»). - Denominazione sorta ca. i tempi di s. Girolamo, derivata dalla liturgia sinagogale, per indicare i «cinque volumi» del Vecchio Testamento, che si leggono interi ciascuno nelle singole grandi feste giudaiche : il Cantico, nell'ottavo giorno di Pasqua; Rut nella Pentecoste; le Lamentazioni, il 9 di 'âbh per la distruzione di Gerusalemme ad opera di Nabuchodonosor (cf. Zach. 7, 3) e poi di Tito; l'Ecclesiaste nella festa dei Tabernacoli; Ester in quella del Pûrîm (14 di 'adhâr). Il raggruppamento è proprio della Bibbia ebraica, fra i Kêthâbhîm, e risale alla fine del sec. Iv; manca nei Settanta e nella Volgata.

L'ordine varia nei manoscritti. Quello oggi in uso segue la serie cronologica delle 5 feste cui i H . M. si riferiscono; esso è dato dalle prime tre edizioni della Bibbia intera (Socino 1488; Napoli 1491-93; Brescia 1494), le quali per altro mettono i H . M. immediatamente dopo il Pentateuco.

Bibl.: Chr. D. Ginsburg, Introduction to the massoreticocritical edition of the hebrew Bibel, Londra 1897, pp. 4, 7; Institutiones Biblicas, I, 2° ed., Roma 1937, p. 10 s8.; D. Bury, L'Ecclésiaste (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 6), Parigi 1946, p. 191. Francesco Spadafora

MEGIDDO : v. MAGEDDO.
MEIGNAN, Guillaume-René. - Cardinale, esegeta biblista ed apologista, n. a Chauvigné (Mayenne) il 12 apr. 1817, m. a Tours il 19 genn. 1896. Andò a perfezionarsi in filosofia ed in esegesi biblica a Monaco ed a Berlino (1842-43). Più tardi (1845-46) fu anche a Roma, ove si laureò in teologia. Nel 1861 fu nominato professore di S. Scrittura alla Sorbona. Tre anni dopo era eletto vescovo di Châlons, quindi passò alla sede di Arras (1882) e di Tours (1884). Nel 1892 Leone XIII lo creò cardinale con il titolo della S.ma Trinità de' Monti.
M. scrisse molte opere, di carattere piuttosto divulgativo, per contrastare l'influsso di E. Renan; fra l'altro: Les prophéties messianiques. La Pentateuque (Parigi 1856); Les deux premiers livres des Rois (ivi 1878); Les prophètes d'Israël, quatre siècles de lutte contre l'idolatrie (ivi 1892); Les prophètes d'Israël et le Messie. I, Depuis Salomon jusqu'à Daniel (ivi 1893); II, Depuis Daniel jusqu'à Jean-Baptiste (ivi 1894).

Bibl.: H. Boissonnet, Le card. M., Parigi 1899; O. Rey, s. v. in DB, IV, coll. 933-35. Angelo Penna

MEINRADO (Meginnado), santo. - N. verso la fine del sec. viII nel Sûlchgsu (Alemania), m. il 21 genn. 861 a Einsiedeln. Educato nell'abbazia di Reichenau, divenne monaco e sacerdote, direttore della scuola di Benken sul lago superiore di Zurigo; ca. l'835 si ritirò nella foresta dove sorse poi l'abbazia di Ein-

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(rel. Enc. Catt.) Meignan, Guillaume-René - Rirratto-Roma, sagrestia della chiesa di Trinità dei Monti.
siedeln; ivi fu ucciso da ladri i quali, si dice, fossero poi traditi da due corvi che figurano tuttora nello stemma dell'abbazia di Einsiedeln. La salma, tumulata dapprima a Reichenau, fu riportata a Einsiedeln nel 1039. La festa è il 21 genn.

Biol.: La Vita più antica, autorevole in MGH, Scriptores, XV, pp. 445-45 e presso O. Ringholz, Die Geschichte des Stifts Einsiedeln, Einsiedeln 1904, pp. 647-53, dove è pubblicata anche una seconda Vita dovuta a Giorgio di Gengenbach nel 1378 , leggendaria (pp. 653-57); il famoso Blochbuch di Einsiedeln 1520 contiene una leggenda di M. con varie incisioni in legno. Cf. inoltre: O. Ringholz, St. Meinradsbüchlein, Einsiedeln 1905. Lucchesio Spätling
MEIOSI. - La m. (termine introdotto da Farmer e Moore, 1905) è il meccanismo di riduzione dei cromosomi (v. cromosoma) dalla condizione diploide (2n), caratteristica di tutte le cellule degli individui di una specie, nella condizione aploide ( n ) dei gameti (o cellule sessuali) maturi : spermatozoi e uova (v. fecondazione; gameti e gametogenesi). Tale condizione di aploidia è necessaria perché, con la unione dello spermatozoo con l'uovo, nella fecondazione, si ristabilisca il numero diploide caratteristico della specie.

La m. è stata illustrata da Van Beneden (1809-94) e da Boveri nella maturazione dei gameti di un verme nematode, parassita dell'intestino dei cavalli, l'ascaris megalocephala, materiale che si è prestato assai favorevole per questa osservazione per l'esiguo numero di cromosomi ( 2 mathrm{n}=4 nella varietà bivalens; 2 mathrm{n}=2 nella univalens). Tuttavia l'intima essenza del processo, caratterizzato dall'accoppiamento dei cromosomi omologhi di origine materna e paterna, è stata chiarita solo successivamente con gli studi dei fratelli Schreiner (1905) in un anellide (tomopteris), di Grégoire nelle piante, di Agar in lepidociren, di Janssens negli urodeli, di Winiwarter nella oogenesi di molte specie e con le osservazioni più recenti di Darlington, White e molti altri.

La m. si inizia dallo stadio di oocite (nella serie femminile) o di spermatocite (nella serie maschile) che, alla
fine del loro accrescimento, sono detti di I ordine. Questa cellula presenta quindi due divisioni successive che portano alla formazione cosi di quattro cellule; nella linea maschile le quattro cellule sono tutte eguali (spermatidi) e si trasformeranno in quattro spermatozoi atti alla fecondazione, nella linea femminile invece una risulta grossa e carica di tuorlo, l'uovo, e tre piccolissime, senza tuorlo, che degenerano (corpuscoli polari o polociti).

Ma, mentre si hanno dallo stadio di oocita o spermatocita due citodieresi, ovvero due divisioni del corpo cellulare, si ha una sola cariodieresi, ovvero divisione del nucleo, caratterizzata dallo sfaldamento dei cromosomi in un numero doppio di cromatidi che, mentre nella divisione normale, o mitosi, si distribuiscono nelle due cellule figlie (che quindi conservano lo stesso numero iniziale di elementi), qui vengono distribuiti nelle quattro cellule figlie, che quindi vengono ognuna ad avere una metà del numero normale. Tale distribuzione avviene nella seconda citodieresi, mentre nella prima i cromosomi, sfaldati nei loro due cromatidi, si accoppiano (gli omologhi di origine materna e paterna) per poi risepararsi e distribuirsi nelle prime due cellule prodotte dalla prima divisione. Il momento dell'accoppiamento, che avviene nelle fasi di dipletene e discinesi, è particolarmente importante poiché si ammette, secondo la concezione di Morgan del crossing-over, che avvengano scambi più o meno numerosi ed estesi di parti tra gli omologhi materni e paterni. Le coppie degli omologhi, già sfaldati nei singoli cromatidi, si dicono tetradi.

Lo schema (v. fig.) illustra tale processo, come è desumibile dalla spermatogenesi delle cavallette, dove, essendo i vari cromosomi di lunghezza diversa, risulta più evidente l'accoppiamento degli omologhi.

La m., nel suo insieme e nei suoi particolari di unione dei cromosomi omologhi materni e paterni e di scambio, assume un notevole valore per le concezioni cromosomiali della eredità (v. genetica).

Biol.: M. J. D. White, Animal cytology and evolution. Cambridge 1948; G. Cotronei, Biologia e zoologia generale, 4² ed., Roma 1949; C. D. Darlington - K. Mather, The elements of genetics, Londra 1949.

Alberto Stefanelli
MEISSEN, Diocesi di. - Città e diocesi nella Sassonia.

La diocesi ha una superficie di 17.460 kmq . con una popolazione di 6.042 .219 ab . dei quali 592.531 cattolici. Conta 93 parrocchie servite da 293 sacer-
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(per carissia del prof. A. Stefanelli)
Meiosi - Schema semplificato dei nuclei delle cellule germinali durante la m .

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doti diocesani e 38 regolari; ha un seminario, 7 comunità religiose maschili e 65 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 272).

L'imperatore Enrico I fondò nel 930 il castello di Misni, sull'Ellis superiore, per fortificare il dominio sulla regione e per farne un punto di partenza per la diffusione del cristianesimo. Ottone I organizzò la fondazione della diocesi, che fu confermata da papa Giovanni XII nel Sinodo di Ravenna del 967. Primo vescovo di M. fu
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Melania Giunione, santa - Miniatura nel Menologia di Busilio II (976-1023). Biblioteca Vaticana, cod. Vat. grec. 1613, f. 283.
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Melania Giunione, santa - Miniatura nel Menologia di Busilio II (976-1023). Biblioteca Vaticana, cod. Vat. grec. 1613, f. 283.

MEISTER, Alois. - Storico cattolico tedesco, n. il 7 dic. 1866 a Francoforte sul Meno, m. il 28 genn. 1925 a Münster. Studiò all'Università di Strasburgo e fu allievo dello Scheffer-Boichorst.

Nel 1892 fu stipendiato presso l'Istituto storico romano della Görres-Gesellschaft, occupandosi particolarmente della nunziatura di Colonia negli anni dal 1584 al 1590, argomento sul quale nel 1895 pubblicò in collaborazione con S. Ehses un volume. Conseguita la libera docenza a Bonn nel 1894, fu dal 1899 in poi professore di storia all'Università di Münster. Fondò e curò una collana di manuali propedeutici allo studio della storia medievale e moderna tedesca nel 1906, che ebbe molta fortuna: egli stesso vi pubblicò due volumi, uno sui fondamenti del metodo storico (Grundzüge der historischen Methode, 1906), l'altro sulla storia della costituzione tedesca del medioevo (Deutsche Verfassungsgeschichte des Mittelalters, 1907). Si occupò con interesse della cifra nella storia della diplomazia. Tra i
suoi scritti si ricordano: Die Hohenstaufen im Elsass (1890); Der Strassburger Kapitelstreit (1899); Die Fragmente der Libri VIII miraculorum des Cäsurius von Heisterbach (1901); Die Anfänge der modernen diplomatischen Geheimschrift (1902); Die Geheimschrift im Dienste der päpstlichen Kurie (1906); Friedrich der Grosse und des preussische Westfalen (1912); Frankreich und das Saargebiet (1922).

BibL.: K. Hober, Zum Andenken A. Meisters, in Ahademische Monatsblätter, 38 (1923-26), p. 327 sgg.; E. Symann, A. M., in Heimatblätter der roten Erde, 4 (1925), p. 257 sgg. Silvio Furiani

MEISTERMANN, Barnabé. - Palestinologo, missionario ed architetto, francescano, n. il 27 marzo 1850 a Pfaffenheim (Alsazia), m. a Gerusalemme il 29 sett. 1923. Sacerdote nel 1873 , religioso nel 1875 , fu dal 1882 fino al 1887 penitenziere apostolico a S. Maria degli Angeli (Assisi). Nel 1887 fu chiamato a Roma per sorvegliare i lavori per il nuovo Collegio di S. Antonio, ma nello stesso anno andò missionario nella Cina, dove, a Chefu, costruì un orfanotrofio ospedale; poi, nel 1891, a Tung-erh-kow (vicariato apostolico di Taiyuanfu, Shansi settentrionale) costruì il primo convento francescano in Cina. Dal 1893 fino al 1923 dimorò in Terra Santa e, accanto ai suoi lavori di cura delle anime, si dedicò specialmente agli studi archeologici e topografici; in questo periodo pubblicò le sue opere più importanti.

Opere: La Portiuncule (Foligno 1884); Le Mont Tabor (Parigi 1900, Gerusalemme 1901); Deux questions d'archéologie palestinienne (Gerusalemme 1902); Le prétoire de Pilate (Parigi 1902); Questions de topographie palestinienne (Gerusalemme 1903); Le tombeau de la Ste Vierge à Jérusalem (ivi 1905); La patrie de st Jean-Baptiste (Parigi 1904); La ville de David (ivi 1905); Nouveau guide de Terre Sainte (3* ed. ivi 1936 [1^ ed. ivi 1907]; trad. it., Firenze 1925); Guide de Nil au fourdaia (ivi 1909); Getsemani (ivi 1920). Parecchi articoli nella Catholic Encyclopedia (Nuova York). Quantunque le opere del M. siano state molto combattute, scavi più recenti hanno confermato le sue opinioni.

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Bibl.; L. Oliger, P.B.M.O.F.M. 1830-1923. Ein elvänischer Missionar, Architcbt und Palästinologe, in Archiv für elvänische Kirchengeschichte, 11 (1936), pp. 341-88.

Arduino Kleinhans
MEJER, Otto Georg Alexander. - Studioso protestante di diritto ecclesiastico, n. il 27 maggio 1818 a Zellerfeld (Harz), m. il 24 dic. 1893 a Hannover. Nel 1847 iniziò la sua carriera universitaria all'Università di Gottinga alla quale doveva tornare, come ordinario, dopo aver insegnato a Königsberg, Greifswald e Rostock. Nel 1885 divenne presidente del Concistoro regionale luterano di Hannover.

Nel 1845 pubblicò un volume di istituzioni di diritto ecclesiastico tedesco (Institutionen des gemetaus deutschen Kirchenrechts, 3² ed., dal titolo Lehrbuch des deutschen Kirchenrechts, 1869). Pubblicò anche due volumi su Propaganda Fide (Die Propaganda. Ihre Provinzen, ihr Recht mit besonderer Rücksicht auf Deutschland dargestellt, 1852-53), ed. opere giuridiche sulla Chiesa luterana (Die Grundlagen d. luther. Kirchenregiments, 1864; Das Rechtsleben der deutschen evangelischen Landeskirchen, 1889; Zum Kirchenrecht des Reformationsjahrhunderts, 1891). Svolse attività pubblicistica durante il Kulturkampf. Gli si deve inoltre un'opera sul Febronio (Febronius, Weihbischof Johann Nikolaus von Hontheim und sein Widerruf, 1880). Ma la sua opera maggiore è: Zur Geschichte der römischen-dentschen Frage (3 voll., 1871-74,1885 ), in cui è esposta la storia delle trattative concordatarie dal 1815 in poi.

Bibl.; G. Uhlboorn, s. v. in Realencykl. f. protest. Theol. u. Kirche, XII, pp. 204-206; B. Kurtscheid-F. A. Wilches, Historia iuris canonici, I, Roma 1943, p. 309. Silvio Furlani

MEKHILTHÄ { }² (aram. «misura»). - Midhrā̌̌ (v.), raccolta di materiale interpretativo e metodologico concernente il Pentateuco, di carattere precettisticonarrativo e che si riferisce principalmente all'Escodo (ed. M. Friedmann, Vienna 1870; ed. recente di Lauterbach).

È un midhrā̌̌ pseudo-epigrafico, in quanto viene attribuito ai tannaiti (v.) del sec. II d. C., R. Jis̆mā' { }^{′} e' e Sim'ōn ben Jōh β; Non è escluso che i più antichi elementi provengono dall'insegnamento dei detti maestri, ma nel complesso la M. si arricchì di aggiunte dovute a dottori delle generazioni seguenti.

Bibl.; H. L. Brack, Einleitung in Talmud und Midrat, 5² ed., Monaco 1921, p. 201; I. Ziegler, s. v. in 7üd. Lex., IV, 1, p. 3; S. Dubnov, Weltgeschichte des jüd. Volkes, III, Berlino 1926, pp. 275 sg., 581.

MELANIA GiunIORE, santa - Vita Melaniae, nn. 58-59 dell'ed. M. Rampolla. Madrid, Biblioteca dell'Escoriale, cod. a, II, 9, f. 108° (an. 954).

MElania GiunIORE, santa - Vita Melaniae, nn. 58-59 dell'ed. M. Rampolla. Madrid, Biblioteca dell'Escoriale, cod. a, II, 9, f. 108° (an. 954).

Santi e i monasteri d'Egitto, M. si ritirò sul Monte degli Ulivi, vi edificò un monastero per novanta vergini, che ella stessa formava alla vita ascetica. Morti Albina e Piniano, fece edificare un secondo monastero per uomini presso il santuario dell'Ascensione. M. il 31 dic. 439 , giorno in cui è commemorata nel Martirologio romano. Il monaco Geronzio governò monasteri da lei fondati e ne scrisse la Vita, conservata in diverse recensioni greche e latine (BHG, 1241-42; BHL, 5885).

Bibl.; Tillemont, XIV, pp. 232-33, 745-47; M. Rampolla, S. M. G., Roma 1902; G. Goyau, Ste Mélanie, Parigi 1908; Martyr. Romanum, p. 612. Emanuele Romanelli

MELANIA SenIORe. - Nobile matrona romana di origine spagnola, n. a Roma nel 349-50, m. a Gerusalemme l'8 giugno 410. Sposò giovanissima l'illustre Valerio Massimo. A 22 anni rimase vedova con un figlio di sei anni, che lasciò alle cure di un tutore per recarsi in Palestina e dedicare il rimanente della sua vita al raccoglimento e alla preghiera.

Nel 378 edificò un monastero sul Monte degli Ulivi e raccolse intorno a sé cinquanta vergini. Dopo ca. 30 anni di soggiorno in Oriente, fece ritorno a Roma, per confermare la nipote, Melania Giuniore (v.), nel proposito ascetico. Durante il viaggio si fermò a Nola, per salutare

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(fot. Anderson)
Melantone, Filippo - Ritratto. Dipinto di L. Cranach (1543). Firenze, Uffizi.
il vescovo Paolino. Nel 403 lasciò nuovamente l'Italia per Gerusalemme.

Biol.: Tillemont, X, pp. 591-613, 821-24; M. Rampolla, S. Melania Giuniore, Roma 1905, pp. 93-105; W. H. Fremantle, a. v. in Dictionary of Christian biography, III, p. 888 sg.

Emanuale Romanelli
MELANTONE, Filippo. - Collaboratore ed amico di Lutero, n. a Bretton (Palatinato) il 16 febbr. 1497, m. a Wittenberg il 16 apr. 1560.

Di agiata famiglia, parente dell'umanista Reuchlin, che lo persuase a grecizzare il nome Schwarzerde in Melanchthon, ebbe una formazione intensamente umanistica a Heidelberg e Tubinga. Si applicò ben presto, oltreché all'edizione di classici latini (Terenzio, 1516), allo studio dei Padri e del testo greco del Nuovo Testamento; nella controversia tra il Reuchlin ed i professori di Colonia, prese le parti del Reuchlin. Nel 1518, a soli 21 anni, ottenne la cattedra di greco nella recente Università di Wittenberg, e iniziò l'insegnamento con un discorso programmatico De corrigendis adolescentiae studiis che toccava anche la teologia. Qui subì l'influsso di Lutero, a fianco del quale si pose polemizzando decisamente con l'Eck e formulando, ancor prima di Lutero, la tesi della Bibbia quale suprema autorità dottrinale. Nel 1519 divenne baccelliere in teologia: non volle però mai accettare il dottorato in teologia, ritenendosi fondamentalmente filologo e grammatico.

Tuttavia a M. toceò di essere l'autore del primo trattato di teologia luterana con i suoi Locis communes rerum theologicarum seu hypotiposes theologicae (1520-21) che trattano del peccato, della Grazia, del libero arbitrio, della legge, del Vangelo, della fede, della giustificazione e della rigenerazione, e che in successive edizioni furono grandemente ampliati (cf. nel vol. XXI del Corpus Ref., la 2^{text {a }} ed. [Halle 1535], e la 3^{text {a }} [ivi 1543]).
M. dovette nel 1522 affrontare a Wittemberg il ra-
dicalismo iconoclasts degli anabattisti, provenienti da Zwickau, e di Carlostadio che tendeva a spingere la riforma fino all'cversione del culto tradizionale; fu M. a richiamare Lutero dal suo rifugio della Wartburg perché intervenisse con la sua autorità e con la sua energia. In questa occasione si rivelo la tendenza conservatrice di M., la sua preoccupazione di mantenere al possibile le istituzioni ecclesiastiche, soprattutto il culto e l'organizzazione, sulla linea della tradizione. Questa tendenza conservatrice si avverte in modo assai significativo pure nella Confessio augustana (1530), firmata dai principi protestanti ma da lui redatta per incarico dell'elettore di Sassonia, nella quale i punti dottrinali di divergenza dal cattolicesimo vengono o sottacluti o dissimulati, e la riforma è presentata essenzialmente come di natura pratica, quale eliminazione di abusi, che si sarebbero insinuati con la terminologia scolastica e con il diritto canonico. Questo carattere conservatore del documento, e quindi del pensiero di M., emerge in piena evidenza se lo si confronta con il tono di intransigenza e violenza degli Articoli smalcaldici redatti da Lutero (1537). Vero è che nell'Apologia della Confessione augustana (risposta alla Confutatio catholica), pure redatta da M. e pubblicata con il suo nome, la nota polemica è accentuata, come pure nel De potestate Papae del 1537, da lui scritto e diffuso in vista del Concilio convocato a Vicenza per quell'anno. La tendenza conciliativa di M. riaffiora nei colloqui di religione del 1540-41, in cui egli, in rappresentanza dei novatori, cercò di fiancheggiare la politica di mediazione di Carlo V e, ad es., sui punti degli effetti del peccato originale, sull'uomo e sulla natura della giustificazione accettò le formule proposte dal Figghe e dal Contarini. Pure dopo il 1548, durante l'interim di Augusta, nella vivace controversia circa gli adiaphora, assecondo una politica cattol. licizzante, sostenendo che dovevano ritenersi "indifferenti", e non impegnative per la coscienza e per la convinzione luterana, le pratiche di culto reimposte da Carlo V nella Sassonia dopo la sconfitta subita a Mühlberg dalla Lega smalcaldica.
M. fu soprattutto un organizzatore e un umanista. Come organizzatore diede la sua struttura alla Chiesa della Sassonia elettorale nelle Istruzioni ai visitatori dei parroci (1528), a cui scrisse la prefazione Lutero. In questo, come in altri scritti analoghi, M. si preoccupò di ristabilire disciplina, ordine, uniformità nell'insegnamento e nella pratica del culto, raccomandò il rispetto all'autorità costituita nella Chiesa, diede norme per evitare le conseguenze lassistiche del principio della salvezza mediante la sola fede, insistendo sulla pratica delle buone opere in quanto comandate da Dio, anche se da ritenersi prive di valore meritorio.

Come umanista e filologo, collaborò con Lutero nella sua traduzione in tedesco della Bibbia, sostenne vivacemente la decisiva preminenza del senso letterale della medesima contro i quattro sensi considerati dall'esegesi scolastica tradizionale, curò l'edizione di molti autori antichi, scrisse manuali per lo studio del latino, del greco, nonché commenti a opere di retorica, dialettica, fisica, etica, politica, manuali scolastici per queste discipline, e non poche dispute accademiche al riguardo. Un avviamento alla storia universale comprensiva della storia ecclesiastica è il Chronicon Curionis. Egli promosse la creazione e la riorganizzazione di molte scuole di latino, dettandone in molti casi l'ordinamento, come, ad es., nel riordino delle chiese e scuole di Wittemberg (1533). Il concetto direttivo di questo ordinamento degli studi, che è significativo anche per la sua concezione dello studio della teologia, è che filosofia e scienze debbono costituire le basi dello studio teologico propriamente detto. Esso affiora chiaramente nella riorganizzazione delle università, dove M. lasciò più profonda la sua impronta. Le facoltà delle arti divennero schiettamente umanistiche: la logica, che allora predominava nell'insegnamento, dovette lasciar il passo alle lingue, e precisamente oltre al latino classico, al greco ed all'ebraico, ai quali venne riconosciuta addirittura una preminenza per il fatto che sono le lingue in cui è redatto il testo originario della Bibbia. I classici soppiantavano i grammatici medievali nello studio del

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Istino; la filosofia, abbracciante i diversi rami dello scibile, fu insegnata sulla base di Aristotele, ma anche di Cicerone e degli altri scrittori antichi. La teologia mantenne la preminenza anche nello studio delle "bones litterae». Essa però fu innanzi tutto esegesi della S. Scrittura, secondo il principio affermato da Lutero; gli stessi principi dogmatici dovevano venir sviluppati e difesi in sede esegetico-scritturale. Solo in un secondo tempo potevano aggiungersi esposizioni sistematiche del dogma. Le vecchie università a cui si applicò la riforma melantoniana furono Francoforte, Lipsia, Rostock, Heidelberg; le nuove, create con ordinamenti da lui ispirati, Marburg (1527), Königsberg (1544). Jena. E per questa vasta opera pedagogica che M. fu detto "Praeceptor Germaniae». In questa dircttiva degli studi M. si manifesta un propugnatore dell'umanesimo cristiano, cioè della subordinazione dei metodi e dei risultati della filosofia alle esigenze della teologia, intesa come esegesi della S. Scrittura ed elaborazione concettuale della Rivelazione biblica in essa contenuta.

In questo senso la nota preminente della personalità di M. finisce per essere quella del teologo : e questo non solo perché l'attività teologica quantitativamente (opere contraversistiche, commenti ai libri del Vecchio Testamento e del Nuovo Testamento, soprattutto alle Lettere di s. Paolo, lettere con riferimento a problemi teologici) prevale nell'opera sua letteraria, ma perché proprio nella teologia dei novatori M. ha inserito motivi che le hanno conferito un'impronta peculiare, in parte in antitesi alle intenzioni di Lutero. La sua concezione teologica si può riconoscere nell'edizione del 1535 dei Loci, che appunto mostrano il suo distanziamento da talune posizioni del maestro e l'influsso delle esigenze umanistiche su M. Così si presenta mitigato il radicale determinismo divino circa la salvezza; è affermata una certa capacità dell'umano libero arbitrio di fare il bene, ponendo in tal modo i presupposti della posizione «sinergistica» circa i rapporti Grazia-libero arbitrio; Dio non è causa del peccato e l'uomo è responsabile dei suoi atti. La salvezza dell'uomo esige la sua cooperazione per quanto non si possa parlare di meriti da parte sua. Similmente M. ha sottolineato, anche in sede teologica, la necessità delle buone opere, sia pure facendo riferimento soprattutto al punto di vista etico-sociale ed ecclesiastico; esse sono necessarie per la vita eterna, in quanto debbono tener dietro alla riconciliazione del peccatore, o, in altre parole, in quanto nel cristiano deve presentarsi una nuova vita spirituale.

In tre punti la concezione di M. si distacca più nettamente da quella di Lutero, determinando nei discepoli (detti «filippisti», mentre i fedeli di Lutero, al seguito di Flacio, si definirono «gnesio-luterani» e contestarono a M. le modifiche da lui introdotte nella Confessione augustana [ed. variata del 1541]), una vivace e lunga controversia, che in qualche momento sembrò addirittura mettere in pericolo l'unità delle nuove Chiese. Insomai tutto circa la concezione delle conseguenze del peccato originale sulle forze naturali dell'uomo: per essa infatti M. respinge, come s'è già accennato, il pessimismo radicale di Lutero e il punto di vista di M. riusci a trionfare nella Formola di concordia del 1578. Secondariamente circa il modo di intendere la giustificazione, che M. ritiene mera imputazione dei meriti di Cristo, puramente estrinseca, «forense»; quindi per nulla santificazione, distinguendo nettamente da essa, come un secondo momento, la giustificazione positiva, la immissione dello Spirito Santo, la rigenerazione interiore; anche questa concezione si impose nella Formola di concordia. In terzo luogo nella dottrina della Cena, nella quale M. inclinò verso l'idea di una presenza meramente spirituale del Cristo nei fedeli, quindi verso il simbolismo calvinista, provocando da parte dei luterani a lui e ai suoi discepoli la persistente e grave accusa di a criptocalvinismo». Le formule di fede luterane su questo punto mantennero esplicitamente il principio della presenza reale del Corpo di Cristo negli elementi eucaristici.

L'influsso di M., per quanto contrastato, si accentuò dopo la morte di Lutero (1546), con i motivi particolari
della sua teologia, ma ancor più per il suo concetto della funzione della teologia, come retto pensare intorno alla parola di Dio, nella vita dei fedeli e in quella della Chiesa : è M. che pone le basi della ortodossia luterana come un'esigenza della Chiesa, con riferimento alle professioni di fede, da considerarsi quale genuina formulazione del pensiero della S. Scrittura, norma e limite dell'insegnamento. M. impose così nel quadro della riforma luterana la sua personalità come quella del sistematico, accanto alla figura di Lutero, che vi rappresenta quella del risvegliatore.

BibL.: Opere e lettere di M. a cura di R. G. Bentschneider e di E. Bindseil, in Corpus reformatorum, I-XXVIII, HalleBrunswick 1834-60; Ph. Mel. epistulae, Halle 1874 e O. Clemen, M.s Briefwechsel, I, Lipsia 1926; da aggiungersi il Supplementum Melanchthonianum, ivi 1910: edd. particolari: H. Hartfelder, Melanchthoniana paedagogica, ivi 1892; L'istruzione ai visitatori, a cura di H. Lietzmann, ivi 1912; La «Confessio augustana», a cura di M. Bendiscioli, Como 1943. Studi: K. Hartfelder, M. als praeceptor Germaniae, Berlino 1889; G. Ellinger, Ph. M., ivi 1902; G. Kawerau, Die Vertuche, M. zur hathal. Kirche zurüchzufübren, Halle 1902; O. Ritschl, Dagenengeschichte des Protestantismus, 4ᵉ ed., Berlino 1924; H. Engelland, M.s Glauben und Handeln, Monaco 1931.

Mario Bendiscioli
MELBOURNE, ARCIDIOCESI di. - E situata nello Stato di Victoria, in Australia, e ne è la capitale. La prima Messa vi fu celebrata dal rev. Patrizio Bonaventura Geoghegan il 13 maggio 1839. La città allora si chiamava Port Philip e con il territorio faceva parte della provincia ecclesiastica di Sydney, dalla quale fu distaccata ed eretta in diocesi suffraganea il 25 giugno 1847 , contemporaneamente alle diocesi di Maitland e Victoria, ora Darwin (v.). Fu elevata ad arcidiocesi il 31 marzo 1874; nella stessa data dal suo territorio furono distaccate le diocesi di Ballarat e di Sandhurst, e il ro maggio 1887 quella di Sale, che ancora oggi sono sue suffraganee.

La città di M. è, dopo Sydney, la più importante dell'Australia. In tutta l'arcidiocesi vi sono 124 parrocchie per l'assistenza dei 306.000 cattolici, di origine europea, su di una popolazione di 1.200 .000 ab., viventi su di un territorio di 16.000 kmq . I sacerdoti diocesani sono 239 e i religiosi 230 . Di questi, 168 sono nati in Australia, gli altri in maggioranza irlandesi. Nel Seminario maggiore presso Werribee studiano 134 seminaristi. Vi sono due collegi universitari : Newman College per studenti ( 92 residenti, 102 non residenti) e St. Mary's Hall per studentesse ( 36 residenti). Dei dodici periodici cattolici, i principali sono The advocate e The tribune, settimanali. La scuole secondarie sono 71 , con 15.082 alunni; le primarie, di cui 8 con scuole secondarie, sono 163, con 33.016 alunni; i giardini d'infanzia 16, con 750 bambini. Varie sono le istituzioni caritative, sociali e di azione cattolica. - Vedi tav. XXXVIII.

BibL.: Australasian catholic directory 1950, Sydney 1930, pp. 527-62; Arch. di Prog. Fide, Relazione quinquennale 1950, pos. post. n. 1740/50; P. Moran, History of the catholic Church in Australasia, Sydney s. a., pp. 710-834. Saverio Paventi

MELCHERS, Paulus. - Cardinale, n. il 6 genn. 1813 a Münster, m. il 14 dic. 1895 a Roma. Ebbe per maestro di teologia il Döllinger. Ordinato sacerdote nel 1841 , rimase vari anni a Münster, vice rettore (1851) e poi ( 1852 ) rettore del Seminario, vicario generale nel 1852 . Nel 1848 fece anche parte del Parlamento di Francoforte. Accordatasi nel 1857 la S. Sede con il Regno di Hannover per la ricostruzione delle diocesi di Hildesheim e di Osnabrück, Pio IX lo nominò a quest'ultima sede e provicario apostolico del nord.

Alla morte del Geissel si trasferì nel 1866 all'arcivescovo di Colonia. Al Concilio Vaticano fu tra coloro che consideravano inopportuna la definizione dell'infallibilità pontificia; ma ritornato in patria si affrettò ad aderire pubblicamente alle risoluzioni conciliari. Alcuni docenti di teologia di Università di Bonn, che rifiutarono di sottomettersi ai deliberati del Concilio, furono in

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seguito scomunicati dal M. Nell'ott. 1870, in una lettera pastorale espresse la fiducia in un intervento diplomatico prussiano a favore dello Stato pontificio occupato dalle truppe regie. Durante il Kulturhampf venne imprigionato dal tribunale per gli affari ecclesiastici e dichiarato deposto dalla dignità arcivescovile. Prima ancora che fosse tuttavia iniziato il processo, l'arcivescovo si recò in volontario esilio in Olanda. Sotto il pontificato di Leone XIII M. rinuncio al governo della diocesi di Colonia. Creato cardinale nel Concistoro del 27 luglio 1885 si stabilì in Roma, al Collegio ger-manico-ungarico.

Bibl.: anon., Nrcrologio, in Cm. Catt., v. 1896, p. 105; H. Brück, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland im neunzehnten Jahrhundert, III-IV, 1-tt, MagonzaMünster 1896-1908, passim; F. Lauchert, s. v. in LThK, VII, coll. 61-62, con bibl.

Silvio Furlani

## MELCHIA

(ebr. Malhijäh[ä] "mio re è Jahweh»). - Nome di alcuni personaggi del Vecchio Testamento.
r. Sacerdote, zelante collaboratore di Neemia nella ricostruzione di Gerusalemme (Neh. 3,11), ma unito in matrimonio con una straniera (Esd. 3,31).
2. Riformatore insieme ad Esdra (Neh. 8,4).
3. Padre di Phassur, l'avversario di Geremia (Jer. 21,1; 38, mathrm{r}).
4. Figlio del re, ossia di stirpe reale, nella cui cisterna fu gettato Geremia (Jer. 38,6).

Altri personaggi omonimi, dei quali qualcuno potrebbe essere identificato con uno dei surricordati, ricorrono in I Par. 6,25; 9,12; 24,9; Esd. 10,25; Neh. 3,14. 31; 10,4; 11, 12; 12, 42.

Angelo Penna
MELCHISEDEC. - Re di Salem, probabilmente Gerusalemme (cf. Ps. 76 [75], 5), e sacerdote di Dio (chiamato 'El-'eljön; cf. Num. 24, 16; Deut. 32, 8).

L'ebraico Malhi-sedheq, trascritto da s. Girolamo Melchisedec (A. Vaccari [v. bibl.], p. 208) è spiegato da W. Gesenius ed E. Kautzsch "re di giustizia" (cf. Hebr. 7, 2); da molti moderni : «mio re è Sedheq ", nome di una divinità cananea, d'altronde sconosciuta (cf. 'ádhöní-sedeq, Ios. 10, 3; P. Heinisch, Das Buch Genesis, Bonn 1930, p. 221).
M. si fece incontro ad Abramo, reduce dalla sua vittoriosa controrazzia contro i re di Mesopotamia, apportando per ristoro a lui e ai suoi 300 combattenti (cf. il Crisostomo: PG 53, 336) pane e vino; benedisse Abramo in nome di 'El-'eljön e Abramo in cambio gli diede la decima parte di tutto il bottino (Gen. 14, 17-20). I termini adoperati (il verbo játa { }^{°} ) e la stessa costruzione (ibid. 14, 18 sg .) non permettono di concludere che M. abbia anche offerto del
pane e del vino in sacrificio; lo si può però ritenere certo, con la tradizione giudaica e cristiana, tenendo presente l'uso antico di consacrare con un sacrificio la vittoria ottenuta (A. Vaccari, P. Heinisch).
M. è tipo del Messia (Ps. 110 [109], 4), cui si applica benissimo lo stesso nome e quello della città nella interpretazione che ne fa s. Paolo (Hebr. 7, 2). Come M. il Messia è re e sacerdote; di M. non è data alcuna genealogia ( dot{α} γ ε v ε α λ δ γ η τ o s, Hebr. 7, 3), che era invece necessaria per il sacerdozio levitico; così il sacerdozio del Cristo, per la sua origine eterna, non è legato ad alcuna parentela terrena, il Messia lo ha per diritto nativo e per investitura dallo stesso Dio (cf. Hebr. 5, 4 sgg.); quindi per sempre. M. benedice Abramo e ne riceve la decima, è pertanto superiore al patriarca e al sacerdozio levitico uscito dai suoi lombi; è il tipo della superiorità assoluta del supremo sacerdozio del Cristo su quello dell'antica legge(Hebr. 7, 1-28).

La tradizione cattolica vede inoltre nel sacrificio di M. la figura del sacrificio dell'Ultima Cena, che si rinnova nel sacrificio della Messa.

Antiche tradizioni rabbiniche fanno di M. il sommo sacerdote dei tempi messianici (H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, IV, Monaco 1928, pp. 453-65, 786); ma altre, più recenti, tendono ad abbassare M.: il suo sacerdozio fu dato ad Abramo, ecc. Questa tende