figura del sacrificio dell'Ultima Cena, che si rinnova nel sacrificio della Messa.
Antiche tradizioni rabbiniche fanno di M. il sommo sacerdote dei tempi messianici (H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, IV, Monaco 1928, pp. 453-65, 786); ma altre, più recenti, tendono ad abbassare M.: il suo sacerdozio fu dato ad Abramo, ecc. Questa tendenza vuol combattere la tipologia cattolica secondo l'interpretazione della Epistola agli Ebrei (J. Bonsirven). Filone dà al suo logos le note del misterioso M. (Leg. Aug., III, 79-82; Fng., 109).
I melchisedeciani (ca. 200 d. C.) lo consideravano come "una grande potenza"; altri ne facevano un angelo dalle apparenze umane. La maggior parte dei Padri rigetta questi elementi fantastici.
Bibl.: G. Bardy, Melchisedech dans la tradition patristique, in Revue biblique, 35 (1926), pp. 496-509; 36 (1927), pp. 25-45; Fl. Ogara, Christus Rex - Sacerdos secundum ordinem M. -, in Verbum Domini, 13 (1933), pp. 138-46; J. Bonsirven, Le judaïsme palestinien, I, Parigi 1935, p. 454 sg.; id., Exégèse rabbinique et exégèse paulinienne, ivi 1939, p. 305 sg.; A. Fernandez, Commentarius in Iesue, ivi 1938, p. 136 sgg.; A. Vaccari, "M., rex Salem, preferens panem et vinum", in Verbum Domini, 18 (1938), pp. 208-14, 233-43; id., La S. Bibbia, I, Firenze 1943, p. 89 sg.; A. Médebielle, Epître aux Hébreux (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 12), Parigi 1938, pp. 320-26; P. Heinisch, Teologia del Vecchio Testamento, trad. it., Torino 1950, pp. 41, 390 sg.
Francesco Spadafora
Iconografia. - Nell'arte cristiana primitiva M. quale sacerdote e re prefigura Gesù Cristo (Ps. 109, 4; Hebr. 7,
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1-17). In uno dei musaici di S. Maria Maggiore in Roma, M. in abito sacerdotale, offre pane e vino ad Abramo che torna vincitore (Gen. 14, 14-20; Wilpert, Massiken, tav. 8). La stessa scena era rappresentata, nella Genesi di Vienna (f. 4,8 ) e in quella di Cotton (f. 21 quasi tutto carbonizzato). In Ravenna nei musaici di S. Vitale e di S. Apollinare in Classe Abele e M. offrono i loro doni al Signore.
Clemente Alessandrino vede nel pane e nel vino offerto da M. ad Abramo il nutrimento santificato, in figura dell'Eucaristia (Stremato, IV, 161, 3). S. Cipriano osserva: " ma chi veramente fu più sacerdote dell'Altissimo se non Nostro Signore Gesù Cristo? Egli offrì a Dio suo padre lo stesso sacrificio che aveva offerto M. cioè il pane e il vino, ossia il suo corpo e il suo sangue" (Ep., 63, 4). Nella miniatura del codice di Cosma Indicopleuste M. è rappresentato nimbato orante in abito e corona regale (cod. Vat. gr. 699, f. 50). Più tardi M. è effigiato nella Cappella palatina di Palermo e in S. Angelo « in Formis ". Nel Sacramentario di Drogone di Meta nella lettera 'T' del Tr igitur sono effigiati Abele, Abramo, e M. In Gerusalemme, nella cappella detta di Adamo sul Golgota, era un altare dedicato a M.
Bim.: G. Bardy, Melchiséderh dans la trodit. patrist., in Revue bibl., 35 (1926), pp. 406-509; 36 (1927), pp. 25-45; H. Ledereq. s. v. in DACL. XI, 1, coll. 230-40. Enrico Josi
MELDOLLA, ANDREA, detto SCHIAVONE: v. SCHIAvONE.
MELETIOS Giuniobe. - Monaco pellegrino, n. a Mutalasca di Cappadocia ca. il 1035, m. abate di Symbolon nel 1105. Venerato come "santo" per i suoi miracoli e come uno dei "mirobliti" (dal cui corpo scaturisce balsamo risanatore), ma la sua festa non è registrata nell'anno ecclesiastico greco-slavo.
Ricusando le nozze, partì giovane alla volta di Costantinopoli al monastero del Crisostomo. Presto però intraprese il pellegrinaggio verso la Palestina e Roma, ma a Tessalonica ebbe rivelazione di sospenderlo. Ritratosi nei dintorni di Tebe eresse una chiesa a s. Giorgio, che converti poi nel grande monastero di Symbolon. Dopo molti anni (1070) poté soddisfare il suo desiderio di visitare i Luoghi Santi di Palestina, le tombe degli Apostoli a Roma, e quella di s. Giacomo di Compostella. Si noti che M. è coevo di Michele Cerulario e che lo sciano era già da più anni compiuto (1054). Di ritorno nell'Oriente, visse a lungo nel Monte Miupolí, dove edificò una cappella al Salvatore (1085) che fu poi monastero, e dove fu ordinato sacerdote dal patriarca Nicola.
Bim., Ed. Riaris, Nota critica, in Revani. Zeit., 2 (1805), pp. 309-12; BHL, 1247-48; Chrys. Papadopoulos, Σομὸνλᾳι εἰς τὴν ἱστορίαν τοῦ μοναχικῶ ῥου ἐν 'Eλλᾴ́s: II. 'O ὄσος, Βελέτιος 6 vios. Atene 1932 (con l'ed. di due Fite di M., quella del Metonense, pp. 34-66, e quella del Prodromos, pp. 67-91).
Emmanuele Candal
MELEZIANI: v. melezio di antiochia; melezio di licopoli.
MELEZIO (Melizio) di Antiochia, santo. Vescovo di Antiochia, n. a Metilene, nella seconda Armenia, agli inizi del sec. iv, m. a Costantinopoli nel maggio del 38 r . Il suo nome è legato alla storia dei torbidi, della confusione di idee e delle situazioni personali che la reazione ariana contro l'ortodossia nicena scatenò ad Antiochia tra il 330 e il 378 . Due punti nella vita di M. sollevano non facili questioni : quello dell'evoluzione delle sue opinioni personali in materia trinitaria, sulla quale le stesse antiche fonti sono incerte e divise; e quello delle sfumature dottrinali e delle differenze terminologiche che si palesano nella stessa materia tra i diversi partiti ortodossi, che si affrontarono nella storia della sua vita.
Va messa a parte, perché manca di fondamento, la spiegazione del Loofs basata sull'ipotesi dell'esistenza tra i vescovi della seconda metà del sec. iv, di un partito detto "neoniceno", di cui M., assieme ai grandi cap-
padoci, sarebbe un rappresentante e che avrebbe interpretato l'omnousios, contrariamente al significato originario tenuto ancora dagli alessandrini e dagli occidentali, nel senso di unità sola specifica e non numerica tra le persone divine in Dio; ciò che, per via traversa, avrebbe fatto penetrare nella Chiesa orientale un vero triteismo e avrebbe fomentato dapprima sospetti ed incomprensioni tra i due partiti (M., meleziani, cappadoci; Roma, Alessandria, eustaziani di Antiochia), poi finalmente una intesa basata sull'equivoco di una parola comune, omousios, interpretata diversamente. Rimane però la realtà di una evoluzione nelle idee trinitarie di M. stesso, il quale cominciò sospetto di omeismo (v. arianesimo) e solo più tardi raggiunse la chiara ortodossia attraverso formule omoiusiane; rimane specialmente la diversità delle formule tra le due parti sopra accennate per esprimere una dottrina sostanzialmente identica; rimangono finalmente le complicate questioni di persone. Ecco, in questo senso, come si presentano i principali tratti delle fortunose vicende della vita di M. Appare nella storia a partire dal 358 , anno in cui fu eletto a successore del deposto vescovo Eustazio di Sebaste. Nel 360 , per opera di Acacio di Cesarea, capo della fazione ariana degli omeiani, venne elevato alla sede di Antiochia, segno che M. aveva fino allora avuto un atteggiamento dottrinale che poté sembrare agli omeiani sufficiente garanzia.
S. Epifanio lo ritenne omeiano del partito di Acacio (Haer., 73, 23: PG 42, 445 A) in lotta contro la fazione ariana omeusiana capeggiata da Basilio di Ancirs e da Eustazio di Sebaste. Lo stesso Epifanio sembra dire che M. assistette al Concilio omeiano di Seleucia (359; ibid., 445, 448 B), mentre Socrate e Filostorgio dicono espressamente che egli firmò il formulario di quel Sinodo (Hist. ecd., II, 44: PG 67, 356-57; Hist. ecd., V, 1, ed. J. Bidez [CB, 21], p. 67).
Comunque, arrivato ad Antiochia, M. deluse talmente le speranze degli omeiani e dette tale un impulso al movimento antiariano che il partito di Acacio, appena un mese dopo il suo arrivo, ottenne dall'imperatore Costanzo che fosse mandato in esilio ( 360 -62). Il motivo fu certo sostanzialmente dottrinale, senza di che gli omeiani non avrebbero certo insistito su alcuni pretesti di irregolarità canoniche nella condotta di M. La tradizione ortodossa ha visto una professione di fede nicena e la vera causa dell'esilio nel discorso tenuto da M. davanti all'Imperatore sul testo allora tanto discusso nelle lotte ariane di Prov. 8, 22, discorso conservato da Epifanio (Haer., 73, 29-33 : PG 42, 457-65). Comunque Costanzo fece sostituire M. con un amico di Ario, Euzoio.
Ma la massa degli antiariani rimase fedele a M. e, capeggiata da Flaviano, il futuro successore di M., formò una comunità detta dei meleziani. Questa era separata non solo dagli ariani di Euzoio, ma anche da quel gruppo di credenti, ortodossi niceni stretti, che sin dal 330 erano rimasti fedeli al deposto vescovo ortodosso Eustazio di Antiochia, non avevano mai riconosciuto altri vescovi e, diretti dal sacerdote Paolino, erano detti eustaziani. La causa di questa separazione degli ortodossi in due fazioni era essenzialmente una questione di terminologia trinitaria. I meleziani accettavano la formula esservi in Dio una sostanza o usia (oúoia) in tre ipostasi nel senso di persone, formula che, esprimendo esplicitamente la distinzione reale delle persone in Dio, pareva loro necessaria per togliere alla dottrina nicena ogni sospetto di sabellianismo; gli eustaziani invece avevano questa formula in sospetto di arianesimo e, attenendosi, insieme agli alessandrini e agli Occidentali, all'antica terminologia che identificava usia e ipostasi, dicevano esservi in Dio un'unica usia ossia ipostasi, e tre prosopa, formula che i meleziani sospettavano di sabellianismo.
Il Sinodo di Alessandria del 362, presieduto da Atanasio, riconobbe la legittimità di ambedue le formole (Tumos ad Antiochenos: PG 23, 796-809), ma ciononostante le due comunità ortodosse di Antiochia non vennero a conciliazione, ché anzi Paolino, capo degli eustaziani, venne irregolarmente consacrato vescovo dal focoso e intransigente niceno Lucifero di Cagliari (s.), e poco dopo (363) Atanasio stesso, non avendo trovato
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corrispondenza alla sua offerta di comunione a M. (s. Basilio, Ep., 189 : PG 32, 472), pare l'accordasse ai soli eustaziani, per cui in seguito la Chiesa di Alessandria usò a loro favore tutta la sua influenza presso Roma.
M. a quel momento (363) sembra essersi impegnato in un lavorio di raggruppamento intorno a una formola che spiegava Tomonutios niceno con l'espressione: «simile secondo l'essenza", formola del resto cosi poco impegnativa che Acacio e i suoi simili potevano sottoscrivere (Socrate, Hist. eccl., III, 25: PG 67, 452-56; Sozomeno, Hist. eccl., VI, 4: ibid., 1301). La posizione di M. non appariva allora chiara a nessun partito; gli eustaziani la respingevano (v. opuscolo anonimo: PG 28, 85-88); gli omeiani poco dopo ottenevano dall'imperatore Valente il secondo e il terzo esilio di M. (365-67; 371-78); gli ariani omeusiani, tra i quali alcuni amici di M. stesso, sembra che lo ignorassero quando trattarono (ca. 366) con papa Liberio; Roma finalmente, per ben tredici anni ancora (366-79) lo ebbe in sospetto, dando il suo riconoscimento e appoggio al suo rivale eustaziano Paolino. Ma s. Basilio di Cesarea, il quale, pur nella sua scrupolosa ortodossia, credeva avere garanzie sufficienti dei retti sentimenti di M. e stimava che un raggruppamento di tutti gli ortodossi in Oriente era possibile solo intorno alla sua persona, sin dal 371 moltiplicava a suo favore reiterati sforzi sia presso Alessandria sia presso papa Damaso (numerose lettere degli ss. 371-78: PG 32), non senza lasciarsi sfuggire nel corso delle trattative espressioni di delusa amarezza sull'atteggiamento pratico di questi (Ep., 215 : ibid., 32, 792).
Solo dopo che il potere civile, sotto l'ortodosso imperatore Graziano, restituendo a M., ritornato dal suo terzo esilio, le chiese tolte agli ariani, lo ebbe riconosciuto come legittimo rappresentante degli ortodossi (378), e M. stesso, insieme ad altri 150 vescovi, ebbe aderito in un Sinodo antiocheno del 379 alle decisioni dottrinali dei concili romani degli anni precedenti sotto papa Damaso (v. Teodoreto, Hist. eccl., V, 9: PG 82, 1216 D, e tra le lettere di papa Damaso, Ep., 2, fragmenta: PL 13, 353-54), la situazione tra M. e Roma si chiari.
Nel 381 M. era presente al Concilio di Costantinopoli di cui venne eletto presidente, evidente segno dell'enorme ascendente ch'egli godeva ormai in tutto l'Oriente. Morì prima della fine dello stesso Concilio, ca. la metà del mese di maggio, ed ebbe esequie trionfali alle quali lo stesso imperatore Teodosio volle assistere. Gregorio Nissone, tra gli altri, ne fece l'elogio funebre (PG 46, 852-84), e Giovanni Crisostomo, che era stato ordinato diacono da M., ne pronuncio nel 386-87 una magnifico panegirico (ibid. 50, 515-20). E venerato come santo sia dalla Chiesa greca ( 12 febbr., 23 e 24 ag.) che dalla latina (12 febbr.).
Lo scisma antiocheno non finì con la morte di M. perché, nonostante le premure di Roma e di Gregorio Nazianzeno affinché tutti gli ortodossi antiocheni si raggruppassero ormai intorno a Paolino, i vescovi orientali elessero Flaviano a successore di M. (381), e nemmeno la morte di Paolino (388) ricondusse l'unità, perché questi, prima di morire, aveva ordinato a suo successore Evagrio. E vero che né Roma né Alessandria riconobbero Evagrio, ma si tardò ancora a riconoscere Flaviano, il quale non volle accettare di sottomettere la sua questione a un concilio (v. s. Ambrogio, Ep., 56 : PL 16, 1220-22). Solo verso il 394 gli alessandrini, dietro le istanze di s. Ambrogio (Ep., 56, 6. 7: ibid., 1221-22) e per conformarsi alla mente di papa Siricio, riconobbero Flaviano in un sinodo a Cesarea di Palestina (v. Severo d'Antiochia, in E. W. Brooks, The sixth book of the select letters of Severus, trad. ingl., II, Oxford 1903, p. 223). Verso la stessa epoca moriva Evagrio, e Flaviano poté impedire che gli venisse dato un successore. E probabile che in questo stesso periodo sia avvenuto a Roma il riconoscimento di Flaviano, sebbene alcuni, con Sozomeno (Hist. eccl., VIII, 3 :
PG 67, 1520-21), vogliano attribuire il merito alle istanze di s. Giovanni Crisostomo nel 398. I resti degli eustaziani si riunirono alla grande comunità nel 413 sotto il vescovo Alessandro (Teodoreto, Hist. eccl., V, 35 ; ibid., 82, 1265).
Bini.: L'opera fondamentale rimane quella di F. Cavallera, Le schisme d'Antioche (IVe-Ve siècle), Parigi 1905. Le fonti sulla vita di M. sono ivi elencate (pp. xiv-xvi) e discusse (pp. 10-31). Biclografia autoriore, a pp. xvi-xix. L'articolo di F. Loofs, Meletius v. Antiochien, in Realencykl. für prot. Theol. und Kirche, XII, pp. 352-58, si basa sulla falsa ipotesi del neonicenismo. Tra i lavori posteriori si noti: E. Amann, Mêlèce d'Antioche, in DThC, X, coll. 520-31; G. Bardy, Le Concile d'Antioche (379), in Revue bénédictine, 45 (1933), pp. 196-213; Fliche-Martin-Frutaz, III, pp. 135-79, 245-65, 285-300; E. Schwartz, Zur Kirchengeschichte des vierten Jahrhunderts, in Zeitschrift für neuzozoömatische Wissenschaft, 34 (1935), pp. 129-213; F. Erdin, Das Wort Hypostasis, seine bedeutungsgeschichtliche Entwicklung in der altchristlichen Literatur bis zum Abschluss der trinitarischen Auseinandersetzungen, Friburgo in Br. 1939: R. Devresse, Le patriarchat d'Antioche depuis la paix de l'Eglise jusqe' à la conquête arabe, Parigi 1945, pp. 13-25.
Cipriano Vagaggini
MELEZIO (Melizio) di Licopoli. - Vescovo di Licopoli nella Tebaide (Egitto), m. ca. il 325-26, autore dello scisma, da lui detto meleziano, che cominciò probabilmente nel 306 e non si estinse del tutto che verso il principio del sec. vi.
Dalle fonti non sempre concordi sembra che tra il 305 e la Pasqua del 306, mentre inferiva la persecuzione di Diocleziano, e parecchi vescovi e fedeli erano in prigione e Pietro vescovo di Alessandria era nascosto, M., vescovo di Licopoli, si arrogasse di fatto un po' dovunque, compresa la stessa Alessandria, di procedere come superiore della Chiesa egiziana, visitando, ordinando chierici e scomunicando. Di sentimenti rigoristi, sembra aver considerato la fuga di Pietro e dei suoi vicari come tradimento e forse per questo lo stesso Pietro come decaduto dal suo ufficio. Riuscì a persuadere anche alcuni sacerdoti alessandrini, per cui alcuni vescovi in prigione protestarono contro l'agire di M. (Frammento della loro lettera, ed. Kettler, op. cit., v. bibl., p. 159 sg.) e Pietro in una lettera mise i suoi fedeli (ibid.) in guardia contro di lui.
Dopo la Pasqua del 306, rallentata la persecuzione, molti fedeli che si erano più o meno compromessi (lapsi) vollero tornare alla Chiesa, e Pietro, in una lettera pastorale (PG 18, 467-508) regolò la loro situazione, stabilendo che solo nei casi più scusabili i lapsi fossero subito ammessi alla penitenza canonica, mentre per gli altri solo dopo un anno di prova sarebbe esaminato il caso; nello stesso tempo difendeva la legittimità, in certe circostanze, della fuga in tempo di persecuzione. M., contrario a questa remissività, istigò contro Pietro buon numero di quelli che avevano pubblicamente confessato la fede (Epifanio, Haer., 68, 1-3 : PG 42, 184-89), per cui Pietro fece deporre M. da un sinodo di vescovi (Atanasio, Apol. c. Ar., 59 : ibid., 25, 356; Socrate, Hist. eccl., I, 6 : ibid., 67, 52 sg.). M., ormai apertamente scismatico (Atanasio, ibid. e Ep. ad episc. Aegypti et Lyb., 22 : ibid., 25, 589), si diede ad organizzare la cosiddetta «chiesa dei martiri» ossia dei confessori (Epifanio, Haer., 68, 3 : ibid., 42, 189). Nel 308-309, riaccesasi la persecuzione, M. venne deportato ad metalla in Palestina. Tornò nel 311 con l'aureola di confessore, ciò che aumentò il prestigio della sètra. Il vescovo Pietro, per contrastarne il progresso, dichiarò invalido il battesimo dei meleziani, provocando così l'opposizione di alcuni membri del suo clero, tra i quali si distinse il diacono Ario, il futuro eresiarca, il quale, già da Isico, aveva aderito a M. Pietro lo scomunico (Sozomeno, Hist. eccl., I, 15 : PG 67, 905). Verso la fine del 311 Pietro stesso morì martire e a lui successe Achillas e poi (313) Alessandro. Ma M. continuò nel suo scisma e la gerarchia scismatica si organizzò per tutto l'Egitto (Atanasio, Apol. c. Ar., 71 : ibid., 25, 373), ed Osio di
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(Jul. Allmari)
IL REDENTORE BENEDICENTE.
Frammento centrale dell' affresco già nell' abside della chiesa dei SS. Apostoli - Roma, Palazzo del Quirinale.
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(per cortesia del doll. B. Degenhart)

(Jul. Anderson)
In alto: NATIVITA E ADORANTI - Monaco, Pinacoteca.
In basso: EPISODI DELLA PASSIONE DI GESU CRISTO - Torino, Pinacoteca.
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Cordova, venendo ad Alessandria nel 324 per l'affare di Ario, ebbe ad occuparsi anche dei meleziani (Eusebio, Vita Const., II, 62-63: ibid., 20, 1036; III, 4: ibid., 1057). Lo stesso fece nel 325 il Concilio niceno (v. Socrate, Hist. eccl., I, 9: PG 67, 77-81): M. venne riconosciuto come vescovo di Licopoli, ma senza diritto di fare ordinazioni; i chierici ordinati da lui dovevano essere riordinati e cosi avrebbero potuto esercitare tra i cattolici le funzioni del loro grado, prendendo posto, nel rango corrispondente, dopo i membri della gerarchia regolare, pur con la speranza
di essere anche promossi nei cuso di una regolare elezione. Il Concilio, nel suo can. 6, confermò esplicitamente al vescovo di Alessandria i suoi tradizionali ed ampi diritti metropolitani su tutto l'Egitto, la Libia e la Pentapoli (Cirenaica) Mansi, II, 669 sg.).
I meleziani interposero ricorso a Costantino (Eusebio, Vita Const., III, 23: PG 20, 1084), chiedendo l'aiuto di Eusebio di Nicomedia (Epifanio, Haer. 68, 5 sg.: PG 42, 192-93); ma l'esilio di Eusebio costrinse i meleziani, più o meno sinceramente, a riconciliarsi con

(da Puglia-Luzania-Calabria, TCI, VIII, Milano (VII, p. 130) MeliP e RAPOLLA, diocesi di - Sarcofago proveniente da R. (spoca imperiale).
Alessandro (Atanasio, Apol. c. Ar., 71 : PG 25, 376). Senonché M., prima di morire (ca. 325-26), riusci a darsi un successore, Giovanni Arkaph che fece vescovo di Menfi (Sozomeno, Hist. eccl., II, 21 : PG 67, 985) e la setta, ormai in stretta alleanza con gli ariani, condusse una lotta spietata contro il nuovo vescovo di Alessandria, Atanasio (328), lotta di cui dànno chiarimenti i recenti papiri (v. Ghedini, op. cit. in bibl.) e Atanasio stesso nella sua Apologia contra Arianos, per cui i meleziani furono senz'altro annoverati tra gli ariani (Sozomeno, ibid.) di cui subirono anche le sorti. Se ne hanno tracce nel sec. v (Tendoreto, Hist. eccl., I, 8: PG 82, 932) e al principio del sec. vi, specie tra i monaci. Sono palesi, nella questione meleziana, le somiglianze con il caso dei donatisti e dei novaziani.
BixL.: Le fonti essenziali, oltre Atanasio, sono i frammenti del ms. di Verona 60 sull' orieine dello scisma : lettera dei vescovi e di Pietro di Alessandria contro M. (ed. F. H. Kettler, in Zeitschr. für neutestamentliche Wissensch., 35 (1936), pp. 159-63), e le notizie di Epifanio, Haer., 68 : PG 42, 184 sgg. Tra i lavori recenti si noti: E. Schwartz, Zur Geschichte des Athanasios, in Nachrichten der h. Gesell. der Wissensch. zu Göttingen, 1905, pp. 164-87; G. Ghedini, Luci nuove dei papiri sulla scisma meleziana, in La scuola cattolica, 1025, II, pp. 261-80; E. Amano, s. v. in DTNC, X, coll. 531-36; E. Schwartz, Über die Sammlung des cod. Veronensis 60, in Zeitschr. für neutestamentliche Wissensch., 35 (1936), pp. 1-23; F. H. Kettler, Der melerianische Streit in Ägypten, ibid., pp. 152 193 (riprende tutta la questione dell'origine dello scisma); id., Petros I., Bischof von Alexandrien, in Pauly-Wissowa, XIX, II, coll. 1281-88. Cipriano Vagaggini
MELEZIO, vescovo del Ponto, santo. - Nessun culto ebbe nell'antichità; fu introdotto nel Martirologio di Uzuardo il cui latercolo passò nel Martirologio romano dove è commemorato il 4 dic.
Poche notizie si conoscono della sua vita e sono riferite da Eusebio di Cesarea che lo conobbe personalmente in Palestina. Era vescovo delle chiese del Ponto all'inizio del sec. iv e durante la persecuzione di Diocleziano si rifugiò in Palestina dove rimase per 7 anni. Uomo di vasta erudizione, sommamente eloquente e profondo ragionatore, destava l'ammirazione di chiunque lo avvicj-
nasse; pari all'erudizione era la santità della sua vita. Partecipò al Concilio di Nicea (325) dove, nonostante la contraria affermazione di Filostorgio, fu certamente tra i difensori della fede cattolica. S. Atanasio, infatti (PG 25, 557), e s. Basilio (ibid. 32, 208) lo lodano come campione della dottrina ortodossa. Ignoto è il tempo della sua morte.
BixL.: Eusebio, Hist. ecc., VII, 32; Tillemont, VI, p. 64 : Martyr. Romanum, p. 564.
MELFI e RAPOLLA, diOCEsI di. - Città e diocesi in provincia di Potenza, immediatamente soggetta alla S. Sede. L'unione delle due sedi avvenne il 16 maggio 1528. La diocesi conta oggi 51.000 ab., di cui 50.380 cattolici con 41 chiese, 36 sacerdoti diocesani e 2 regolari, un seminario, vari istituti e case religiose. L'attuale vescovo (1951), mons. Petroni, ha unita ad personam dal 1° apr. 1935 la sede di Venosa (1951).
L'importanza di M. comincia con l'occupazione della Puglia da parte dei
Normanni della casa d'Altavilla che vi eressero un forte castello, presidio delle conquiste che andarono man mano allargando a spese dei Bizantini e dei principi di Salerno sino a costituirvi una contesa. Vi sostennero un assedio nel 1061. Secondo un documento di discussa autenticità, l'arcivescovo di Canosa-Bari avrebbe costituita la diocesi di M. nell'ag. 1037. Non molto dopo anche a R., ad un miglio da M., fu eretta una diocesi; nei suoi pressi un monaco Vitale sulla fine del sec. 2 vi aveva eretto un monastero. Papa Leone IX fu a M. nel rogo; Balduino vescovo di M. fu presente al grande Concilio di riforma che vi tenne Nicolò II nel 1099 ed a quello che vi tenne Alessandro II nel 1067 per riordinare i turbati rapporti ecclesiastici della regione. Il io sett. 1089 Urbano II vi tenne un terzo Concilio. Il vescovo di M., che compare ancora soggetto a Canosa-Bari nella bolla di Urbano II del 9 ott. 1089, fu assoggettato direttamente alla Sede da Pasquale II. Il vescovo Guglielmo fu presente al Concilio tenuto da questo Pontefice a M. nel nov. iroo. M. fu poi teatro della lotta dell'imperatore Lotario II e di Innocenzo II contro Anacleto II ed i Normanni nel maggio 1137.
Del vescovo Ruggero si hanno notizie negli anni 1153 e 1155 , mentre di Rodolfo si sa che intervenne al Concilio Lateranense del 1179, indetto da Alessandro III. Un vescovo R... fu deposto da Innocenzo III nel 1215 per gravi colpe. Sono poi degni di menzione tra gli altri: il b. Alessandro da Santelpidio, dottissimo agostiniano eremitano (1325-28), autore di trattati e commentari; Onofrio Fr. Sanseverino (1437) napoletano, che prese parte al Concilio tenuto a Ferrara da Eugenio IV (1438) e costrui un gran convento per i Minori Osservanti diruto nel 1812.
Monumenti. - Rovinata più volte dai terremoti, M. ben poco dei suoi monumenti poté conservare. Della Cattedrale ancora rimane il campanile, quadrano di alta base, che serba in due iscrizioni il nome dell'artefice e l'anno della sua erezione: Noslo Remerio 1153, sotto il vescovo Ruggero. L'artista nella parte superiore della torre compose con pietre rosse e nere del Vulture figure
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(da G. Algranati, Basilicata e Calabria, Torino 1571, p. III) Melfi e Rapolla, diocesi di - Cattedrale (sec. xvir).
musive di leoni rampanti ai lati delle bifore, che rappresentano gentilizi normanni. Si segnala : il portale a sguancio di S. Maria la Nuova; due medaglioni raffiguranti l'Annunciazione, opera di un tardo trecentesco nella chiesa di S. Agostino, e la porta ogivale della chiesa di S. Luciù. Interessante è pure la chiesa di S. Antonio (1523), posta sulla collina ad oriente della città, dove si conservano due tombe rinascimentali e un raro dipinto del sec. xv, forse di scuola toscana, giunto non si sa come. Nei dintorni, di singolare interesse è la duecentesca cappella basiliana di S. Margherita, sulle pareti e sulla vòtta della quale restano figurazioni del Redentore in trono, della Vergine con il Bambino, di Apostoli e santi, e una mirabile rappresentazione della Morte in una scena piena di vigore, stranissima nella iconografia eremitica bizantina.
Biol.: Ughelli, I, 920; VII, 608; Hefele-Leclercq, V, passim: Eubel, I, p. 234; II, pp. 189; III, p. 241; G. Araneo, Notizie storiche della città di M., Firenze 1866, pp. 107-332; F. Lenormont, M. e Venosa, Venezia 1883, pp. 26-27; G. B. Guerini, S. Margherita, cappella vulturina del Duecento, in Napoli nobilissima, 8 (1899), pp. 113-18 e 138-42; id., Curiosità d'arte medievale nel Melfese, ibid., 9 (1900), pp. 132-36 e 152-58; L. Rubino, Due medaglioni con l'Annunciazione della chiesa di S. Agostino, in Bull. d'arte del Ministero educazione nazionale, 6 (1935), pp. 295296; D. Vendola, Rationes decimarum Italiae nei secc. XII e XIV (Studi e testi, 84), Città del Vaticano 1939, p. 152.
Pasquale Testini
MELI, Giovanni. - Poeta, n. a Palermo il 6 marzo 1740, m. ivi il 20 dic. 1815. Allievo dei Gesuiti, medico condotto a Cinisi per cinque anni, in seguito docente di chimica nella palermitana Accademia degli Studi. Fu detto "abate" e vestì l'abito talare, senza avere neppure gli Ordini minori.
Della poesia arcadica mantenne solo, e non sempre, i motivi esteriori : sua vera ispiratrice fu l'aspirazione, alla giustizia e alla pace, cercata nella vita dei campi e nella comunione con la saggezza del suo popolo (a programmi riformistici sono esplicitamente intese le sue Ri-
flessioni sullo stato presente del Regno di Sicilia [1801] intorno all'agricoltura e alla pastorizia). Cantò con sensibilità moderna la campagna siciliana (Buccolica) e con galante malizia la donna (Anacreontichi). In L'origini di la munии derise le antiche e le recenti concezioni cosmogoniche, soprattutto quella del filosofo monrealese V. Miceli). Il poema umoristico Don Chisciotti e Sanctu Pancia costituisce una non del tutto riuscita rappresentazione del contrasto tra ideale e reale, che fu il perenne assillo del poeta. Il quale, tuttavia, non si chiuse nelle posizioni pessimistiche e talvolta ribelli dell'idillio Polemuni, delle terzine Lu chiantu d'Eraclitu, del poemetto Lu specchiu di in disingannu, ma si rasserenò in un moderato ottimismo, che lo conciliava con la vita e con la Provvidenza. Nelle senili Favuli murali, costituenti un corpus senza pari nella favolistica italiana, espresse, per mezzo del mondo animale simpaticamente studiato, il suo ideale "d'onoratezza e probità ". Della sua opera poetica, in siciliano "illustre", si hanno, numerose versioni in italiano, latino, greco e in altre lingue: notevole quella tedesca del Gregorovius (Lipsia 1886, 2^{text {a }} ed.); il Goethe imitò due strade del M. in Sizilianisches Lied; il Foscolo tradusse il monologo lirico del Don Chisciotti.
Binc.: edizioni Poesie secondo l'ediz. definitiva del 1814, a cura di F. Rampolla, 2 voll., Palermo 1915; Le più belle pagine scelte da F. Lanza, Milano 1936. Studi: G. Navanteri, Studio critico su G. M. con saggio bibliografico, Palermo 1904; G. A. Cesarco, La vita e l'arte di G. M., ivi 1924; V. Bondolillo, La poesia di G. M., ivi 1936; L. La Vaccara, La fortuna di G. M., Cagliari 1927; A. Di Giovanni, La vita e l'opera di G. M., Firenze 1934; R. Zanghi, La poesia di G. M., F'ossano 1940; Studi su G. M. nel II centenario della nascita, Palermo 1940; G. Bustico, G. M., in Rassegna nazionale, 62 (1940), p. 311 sgg.; L. Sorrento, G. M., in Vita e pensiero, 31 (1940), pp. 416-26; S. Santangelo, La lingua di G. M., Palermo 1941, Enzo Navarria
MELISMA. - Termine generalmente riservato alla musica liturgica antica, orientale (bizantina, siriaca, ecc.) o occidentale (gregoriana, ambrosiana, gallicana, visigotica); consiste in un vocalizzo con cui la sillaba di un testo viene arricchita con un commento di pura musica. Nel canto gregoriano i m. ornano di preferenza la sillaba finale, poi la sillaba accentata.
Secondo l'assenza o la presenza e l'importanza dei m., una melodia scritta con una sola nota per sillaba è detta di stile sillabico, mentre neumi di poche note su alcune o su tutte le sillabe caratterizzano lo stile neomatico (Introiti e Communi, in genere); allo stile melismatico o fiorito appartengono molti Graduali e Offertori e, di regola, gli Alleluia. Il m. dell'Alleluia, o jubilus, ha dato origine a quella forma poetica-musicale apparsa nel sec. IX o già alla fine del sec. viII, detta "Sequenza" dove ogni nota del m., dapprima cantata sulla "a", finale dell'Alleluia, viene cantata sillabicamente su un testo poetico di struttura più o meno libera.
I versetti d'Offertorio, composti nel sec. viII-IX e ora scomparsi, abbondavano di m. Nel Kyriale i canti più facilmente trattati in stile neumatico sono il Kyrie; più raramente il Gloria. Il Credo è sempre sillabico con qualche neuma semplice. Il Sanctus e l'Agntus Dei sono generalmente neumatici. Il Gloria «more ambrosiano» rappresenta una forma melismatica caratteristica della composizione antica: si trova nei versetti ornati dell'Ufficiatura e forse in qualche inno antico; il testo è quasi interamente declamato senza ornamenti melodici e l'ultima sillaba di questo recitativo si abbellisce di un fregio ben ricavato.
Dal punto di vista storico, non ha trovato credito l'opinione, secondo cui i canti melismatici sono posteriori nel repertorio gregoriano ai canti sillabici, e appaiono soltanto alla fine del sec. vir (F. A. Gevaert, La mélopée antique dans le chant de l'Eglise latine, Gand 1895). Il canto dell'Alleluia esisteva certamente al tempo di e. Agostino e sebbene il canto del Graduale fosse pressoché sillabico nel sec. IV, non lo è più nel sec. vi, quando una Schola Cantorum è necessaria per la formazione di cantori esperti. D'altra parte l'influsso orientale è innegabile agli inizi della liturgia e del canto occidentale, e, tra l'altro, questo influsso si manifesta con l'introduzione dei
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m., assenti invece nei pochi frammenti finora conosciuti di musica ellenica, altra fonte della tecnica musicale latina. I documenti di musica creduti pregregoriani, Antifonario audessiano e forse Antifonari dell'Archivio di S. Pietro, sono i più ricchi di m. Per il suo alto valore estetico il m. viene giustamente apprezzato e considerato come una delle caratteristiche della musica liturgica antica. I nuovi ideali consigliarono ai polifonisti del Cinquecento e del Seicento di sopprimere i m. nelle edizioni di canto fermo, ma nella restaurazione sono stati in gran parte ripristinati, sebbene in forme purtroppo assai lontane dalla espansiva libertà dello slancio originale.
Biel.: C. Respighi, Noma studia su P. Luigi da Palestrina e l'oscudazione del Graduale romana, Roma 1901; F. P. Wagner, Neuan uhunde, Lipsia 1912; P. Ferretti, Esericia gregoriana, Roma 1934; P. Thomas, Storia del canto gregoriano, ivl 1951. Pietro Thomas
## MELITONE
di Sardi. - Poli-
crate di Efeso, in una lettera a papa Vittore, nomina M. fra « i grandi luminari» della Chiesa in Asia Minore, lo chiama "eunuco", pieno di Spirito Santo, che attende la risurrezione dai morti (presupposta è probabilmente la vecchia idea, diffusa anche presso gli encratiti, di un rapporto fra vita verginale e resurrezione: Eusebio, Hist. eccl., V, 24, 25). Tertulliano parla dell'«elegans et declamatorium ingenium» di M., ma sa che nei circoli ecclesiastici fu riguardato come "profeta" (Tertulliano, in Gerolamo, De vir. ill., 24). Si sa che era «escovo di Sardi in Lidia ai tempi di Antonino Pio e Marco Aurelio e che era stato a Gerusalemme per informarsi sulla tradizione ecclesiastica (v. B. Kötting, Peregrinatio religiosa, Münster 1950, p. 85). Morì prima del 190.
Era autore di una piccola apologia in difesa della "filosofia" (farma di vita) cristiana, diretta a Marco Aurelio (Eusebio, Hist. eccl., IV, 26, 1)), notevole per il patriottismo romano dell'autore. Un'altra opera trattava della Pasqua, in cui fu difesa la tradizione dei quartodecimani; un'altra: Sul giusto tenor di vita e i profeti (cf. s. Girolamo, Sulla vita dei profeti), non necessariamente antimontanista, perché niente si sa di un'attività antimontanista di M. Altri titoli di scritti sono, p. ex., Sull'ospitalità, Sulla domenica, Sulla corporeità di Dio, quest'ultimo libro attaccato da Origene (v. anche Gennadio, De Eccles. dogmat., 4). Il titolo del libro, De obsedientia fidei sensuum, diventa comprensibile leggendo Pseudo Cipriano, Adversus Iudaeos, i. Del libro De lavacro si è conservato un frammento greco (v. Ad. Harnack, Marcian, 2a ed., Lipsia 1924, p. 421 sg.). Frammenti di M. in lingua siriaca nel Florilegium Edessenum anonymum (syriace ante 362) pubblicato da J. Rucker (1933). Il più importante residuo delle opere di M. è l'omelia "sulla Passione", conservata in un testo papiraceo e pubblicata da C. Bonner (The Homily on the Passion by Melito [Studies and documents, 12], Londra 1940). Questo testo dimostra non soltanto la teologia dell'autore, ma fa comprendere anche l'origine della grande retorica ufficiale della Chiesa bizantina.
Altri scritti sono a torto attribuiti a M.: un'apologia
in lingua siriaca; una Clavis scripturae in lingua latina (a cura di G. B. Pitra, in Anal. sacra, II, Tivoli 1884); interessante il già citato Adversus Iudaeos. Questo scritto, che nel sec. iv fu attribuito a s. Cipriano (Elenco di Mommsen) non può, viceversa, essere opera sua: si tratta di una predica che dal primo fin all'ultimo capitolo rivela la teologia ed il linguaggio di M. L'omelia, se non è una traduzione latina di una omelia di M. è certamente l'opera di qualcuno che lo ha conosciuto a fondo. L'attribuzione dell'Adversus Iudaeos a Novaziano è impossibile: probabilmente è del sec. III e non scritto in Africa.
Biel.: collezione (ormai sorpassata) dei frammenti in Corpus Apologeticum, IX, Jena 1872, pp. 416-18; v. anche pp. 374 sg., 427 sg.; cf. A. Harnack (Texte und Untersuchungen, 1, 1-16), Lipsia 1882, pp. 240278; C. Thomas, Melito von Sardes, Osnabrück 1893; Th. Ulbrich, Die pseudomelitenische Apologie, in M. Schralck, Kirchengeschichteliche Abhandlungen, IV, Breslavia 1906, p. 67 sg. (cf. contro F. Haase, Zur Burdesanitischen Gnosis, Lipsia 1910, p. 67 sg.);
J. Wellezz, Melito's Homily on the Passion and investigation into the sources of byzantine Hymnography, in
Tourn. theol. studies, 44 (1943), p. 41 sg.; P. Kahle, Was Melito's Homely on the Passion originally written in Syriac?, ibid., pp. 22-56; A. Wifstrand, The homily of M. on the Passion, in Vigiliae christianae, 2 (1948), p. 201 sg.; R. M. Grant, M. on Baptism, ibid., 4 (1950), p. 33 sg.; Adversus Judaeos, in Cypriani opera, III (CSEL, 3, III), Vienna 1871, p. 133 sg.; su quest'opera v. H. Jordan, Melito und Nocatian, in Archiv für lateinische Lexikographie, Lipsia 1902, pp. 59-68 e E. Peterson, Ps. Cyprian Adv. Iudaeos und M., in Vigiliae christianae, 5 (1951).
Erik Peterson
MELK. - Una delle più famose abbazie benedettine austriache, nell'Austria inferiore, diocesi di St. Pölten. Domina con la sua enorme mole (facciata laterale m. 240, lunghezza m. 320), situata sopra un dirupo, la vallata danubiana e la sottostante antica cittadina di uguale nome. Ha 29 parrocchie incorporate e un ginnasio con convitto.
Sul posto di una torre vedetta romana, Leopoldo I, marchese d'Austria, della casa dei Babenberg, costrui ca. l'anno 976 il suo castello residenziale, incaricando alcuni canonici secolari del servizio religioso della chiesa di corte. Leopoldo III, il Santo, nel ro89, sostituì ai canonici dodici benedettini, chiamati da Lambach (v.), e, dopo il trasporto della residenza a Vienna (irio), trasformò il castello di M. in abbazia (ir13), con ricca dotazione. Presto il monastero acquistò grande rinomanza, anche per la presenza presso il monastero della reclusa "Frau Ava", nota per le sue poesie religiose in antico tedesco (Vita di Gesù, Anticristo, Ultimo Giudizio), morta nel 1127.
Per interessamento del duca Alberto V, e con diretto permesso di Martino V, si trasferì a M. l'ab. Nicola Seyringer di Subiaco, centro di riforma monastica. Ebbe inizio così nel 1418 la promettente, ma effimera riforma di M. che fu accettata da molti monasteri benedettini austriaci e bavaresi.
Al tempo della "Riforma» M. era assai decaduta: nel 1549 vi erano appena tre monaci. Ma con il principio del sec. XVII si inizia il suo periodo aureo. L'ab. Rainer di Landau (1623-37) riuscì nel 1625 , nonostante la forte resistenza delle curie di Passavia e di Salisburgo, a riu-
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nire non pochi monasteri in una congregazione, detta di M., ottenendone l'approvazione di Urbano VIII (1626).
Questa Congregazione di M. fece rifiorire nei monasteri affiliani una splendida attività scientifica sacra e profana, emulando i Maurini della Francia. M. raggiunse il massimo splendore sotto l'ab. Bertoldo Diermayr (1702-36), il quale fece ricostruire ex-novo il monastero e la chiesa nelle loro forme attuali, servendosi dei migliori artisti dell'epoca (J. Prandtauer, architetto; J. M. Rottmayr, P. Troger, pittori). Ne nacque quell'incomparabile complesso monumentale, cosi meravigliosamente inquadrato nel paesaggio danubiano. La chiesa, la biblioteca, gli appartamenti imperiali, la grande scalea, sono fra gli esempi più celebri dell'architettura barocca. Anche l'attività scientifica di M. raggiunse l'opice in questi stessi anni; basta accennare al p. Anselmo Schramb (m. nel 1720) e soprattutto ai fratelli Pez (v.). Per il suo ginnasio M. sfuggí alla soppressione di Giuseppe II. Pio VI e Napoleone I restarono incantati di M. I nazisti la soppressero (1941-45). La Biblioteca conta più di 70.000 opere, conserva ca. 1800 manoscritti e 800 incunaboli; ricchissimo l'Archivio, notevole il Museo e la raccolta di monete e medaglie.
Bisc.: J. F. Keiblinger, Geschichte des Ben. Stiftes M., 2 voll., Vienna 1867; B. Denzzer, carta 218 b del Deutscher Kulturatlas, di G. Lüdtke, Berlino 1928; L. Mackensen (per la Congregazione di M.), ibid. 1934; E. Tomek, Kirchengeschichte Österreichs, 2 voll., Innsbruck 1932-48; W. Mayr, Kurze Geschichte der österreichischen Benediktinertums, in Benedikt. Mönchtum in Osterr., Vienna 1949; Cottincau, II, coll. 1811-12. Giuseppe Libo
MELKITI. - Il nome nell'uso scientifico designa i fedeli di rito bizantino, sia cattolici che dissidenti, dei patriarcati di Antiochia, Gerusalemme e Alessandria. La voce deriva dalla parola siriaca malhā = "re" ( β вөлаós). M. furono chiamati dai loro avversari monofisiti i fedeli dei suddetti patriarcati, che ritennero la fede del ßәилаós di Bisanzio. Essi furono cattolici finché, in un tempo difficile da stabilire, dopo lo scisma di Cerulario (1054), si separarono dalla Chiesa cattolica. Originariamente i m. seguivano il rito siro-occidentale e rispettivamente (in Egitto) il rito alessandrino; ma' sotto l'influsso di Costantinopoli accettarono dal sec. x e gradualmente il rito bizantino. Una parte di essi dal sec. xvir in poi ritornò all'unione con Roma. I m. cattolici hanno patriarcati propri senza interruzione dal 1724. Storicamente non c'è ragione di restringere il nome di m., come alcuni autori fanno, ai soli cattolici. Infatti oggi né i dissidenti né i cattolici dànno a se stessi il nome di m. Quelli si chiamano "rumorthodox" e questi "greco-cattolici». Sui m., v. alessandria; antiochia; gerusalemme, patriarcato di. Qui si dànno soltanto alcune brevi indicazioni.
I. I m. cattolici. - Il patriarca melkita di Antiochia si dà il titolo anche di Gerusalemme e Alessandria: risiede a Damasco e al Cairo. A lui sono immediatamente sottomesse le diocesi di Damasco, di Gerusalemme, di Alessandria, del Cairo e del Sudan, i fedeli di Costantinopoli e del 'Irāq. Queste diocesi contano insieme al 400 fedeli (di cui 10.900 in Siria, 25.000 in Egitto, 3150 in Palestina, 2000 nel Sudan, 150 a Costantinopoli e 200 nel 'Irāq). Vi sono poi le seguenti diocesi suffraganee: Ba'albek (27.500 fedeli), Zahleh (22.717), Tiro (3780), Sajdā (15.000), Paneas (3000), Tripoli del Libano (5000), Haverān o Boprā (7453), Aleppo (14.000), Beirut (17.000), Homs-Alamān (8500), S. Giovanni d'Acri (25.000), 'Ammān (6504). Quindi il numero totale dei cattolici melkiti nel territorio patriarcale è di 196.854 , ai quali vanno aggiunti 71.800 dispersi specialmente in America. Le patriocchie sono 307; chiese e cappelle 379; sacerdoti 343, di cui 182 secolari.
Ordini religiosi : Basiliani del S.mo Salvatore ( 7 conventi, 124 sacerdoti, 89 scolastici, 8 fratelli laici, 4 novizi e 55 postulanti); Basiliani di S. Giovanni di Suwair (110 monaci e 20 novizi); Basiliani aleppini ( 75 monaci,
15 novizi e 6 postulanti): di questi tre Ordini ciascuno ha il suo ramo femminile rispettivamente con 27,45 e 30 membri; Paolisti, Congregazione moderna, attiva, fondata nel 1903 ( 30 sacerdoti, 11 scolastici, 13 fratelli, 10 novizi, 21 postulanti). Le Suore di N. Signore del Perpetuo Soccorso sono state fondate nel 1936 dai Paolisti e contano 35 suore e 13 novizie.
Per la formazione del clero esiste il Seminario di S. Anna in Gerusalemme, diretto dai Padri Bianchi. Nel 1948 fu riaperto il Seminario per vocazioni tardive ad 'Ajn Trax (Libano). I m. siri pubblicano la rivista al-Missarvah.
II. I m. dissidenti. - Il patriarcato di Antiochia conta 152.000 fedeli; il patriarca, un arabo, risiede a Damasco. Il patriarcato di Gerusalemme ha 56.000 fedeli : il patriarca è un greco. Il patriarcato di Alessandria ha 130.000 fedeli, di cui i 3 / 4 sono greci recentemente immigrati. Il patriarca, un greco, risiede al Cairo (v. anche egitto). I m. in Egitto pubblicano la rivista Pantainos in greco e Il Buon Pastore (in arabo).
BibL.: C. Korolevskij, Antioche, in DIIG. III, coll. 563-703: id., Histoire des patriarcats melkites, II-III, Roma 1910-11; Statistica con cemi storici della gerarchia e dei fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932, pp. 134-31; Alexandros (patriarca), Das Patriarchat von Antiochien, in Fr. Sigmund-Schultze, Ehhlenia, X. Lopsia 1941, v. indice; E. Michailides, Das Patriarchat von A l k- sandrina, ibid.; Refsdion (onivescova), Das Patriarchat von 7 erusalem, ibid.; C. Gatti-C. Korolevski, I riti e le Chiese orieatali, I. Il rito bizantino e le chiese bizantine, Genova 1942; G. de Vries, Cattolicismo e problemi religiosi nel Frontino Oriente, Roma 1944.
Guglielmo de Vries
Rito melkita. - Sotto questa denominazione si comprende il rito praticato nel tre patriarcati dissidenti di Antiochia, Gerusalemme ed Alessandria, come anche nel patriarcato cattolico di Antiochia (il quale è congiunto in persona con i due altri), e nelle loro comunità sparse nell'America settentrionale e meridionale e nell'Africa.
Oggi, il rito m. è un ramo di quello bizantino, che differisce da quello in uso a Costantinopoli e in Grecia soltanto per la lingua liturgica che è l'arabo, per il canto e per alcuni usi particolari, più numerosi presso i cattolici (per l'origine del rito m., v. antiochia di siria. Il rito antiocheno; alessandria d'egitto. Il rito alessandrino).
Dacché la Chiesa monofisita in Siria e in Egitto si costitul in opposizione a quella ortodossa, il rito di quest'ultima può chiamarsi melkita; ciò dal sec. vi-viI. La bizantinizzazione fece grandi progressi nel sec. x, per essere completa nel sec. xiri. Di grandissima importanza sono le due risposte di Balsamone, una, favorevole, intorno all'uso della lingua araba nella liturgia (PG 138, 957), l'altra, negativa, circa l'uso di formolari per la liturgia all'infuori della crisostomiana e della basiliana (PG 137, 621; 138, 935). Gli "ortodossi» seguirono sempre da vicino il rito di Costantinopoli, gli altri, dopo l'unione con Roma, introdussero nuove feste nel calendario, la benedizione eucaristica, e, a causa della pratica della Messa quotidiana, fecero soppressioni o cambiamenti per i quali furono ripresi dalla S. Sede (p. ex., la bolla Demandetiam di Benedetto XIV del 24 dic. 1743); il Korolevskij (v. op. cit. in bibl., p. 191) distingue, fra questi usi, alcuni commen-devoli, altri tollerabili, altri contrari a quello genuino.
Nella prima metà del sec. Xvir Melezio Karmi, metropolita di Aleppo, ha riveduto e completato la traduzione araba di molti libri liturgici; la sua recensione fu alla base delle assai numerose edizioni di quasi tutti i libri liturgici, fatte dai cattolici e dagli «ortodossi».
BibL.: studio fondamentale ed esteso di C. Korolevskij, Histoire des patriarcats melkites, III, Roma 1911, pp. 1-212. Manuale completo di A. Couturier, Cours de liturgie grecque-melhite, 3 voll., Gerusalemme-Parigi 1912-30. Per il canne, A. Couturier, Zollliturgikon, ivi 1924; id., Messe polyphonique, ivi 1948; C. S. Khouri, Chants ecclésiastiques byzantins. I. La Messe, Cairo 1933. Per la controversia sull'Ufficio dei presontificati: J. M. Hanssens, Institutiones de ritibus orient., II, Roma 1930, pp. 106-10; G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Lite-
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ratur, I. Città del Vaticano 1944, pp. 186-89 (sui lezionari), pp. 623-40 (sui testi liturgici prima e dopo la revisione di Melczio Karmi).
Affonso Raco
MELKONIAN, Stefano. - Successore del ven. Mechitar, fondatore dei Mechitaristi. N. a Costantinopoli il 23 febbr. 1717, entrò nell'Ordine nel 1730; ordinato sacerdote nel 1739 ed eletto abate generale il 6 apr. 1750 , m. il 1° sett. 1799.
M. terminò la costruzione dell'abbazia di S. Lazzaro cominciata dal fondatore. Incrementò e diede nuovo impulso agli studi storici, critici e letterari. Sotto il suo lungo governo si formarono le grandi figure di M. Ciamcian, Ingigian, Avedichian, Aucherian ed altri. Nel 1789 fondò a S. Lazzaro la famosa tipografia armena.
BibL.: Mechitarian Jobelsan. S. M., Venezia 1901 (pubblicazione [in ann.] dei Mechitaristi di Venezia in occasione del bicentenario della loro fondazione).
Nicola Kehinian
MELLITO, santo. - N. nella seconda metà del sec. vi, m. il 24 apr. del 624. Di nobile origine, fu monaco e abate a Roma, probabilmente del monastero di S. Andrea ad clivum Scauri.
Nel 601 M. fu preposto da s. Gregorio Magno a un drappello di monaci ed inviato nella Britannia a predicare il Vangelo ai Sassoni orientali; fissò la sua dimora in Londra e da s. Agostino di Canterbury fu consacrato vescovo di quella città.
Verso il 616 , dopo la morte del re Seberto, fu dai figli di questi scacciato e costretto a rifugiarsi nella Gallia. Tornato di nuovo in Inghilterra, nel febbr. 619 succedette a Lorenzo nella sede di Canterbury, dove consacrò una chiesa alla Vergine nel monastero dei SS. Pietro e Paolo. Fu sepolto nella cattedrale di Canterbury. Feste il 24 apr.
BibL.: I. Mabillon, Acta Sanctorum Benedictinorum. II, 2° ed., Venezia 1733, pp. 84-87; Acta SS. Apriits, III, Parigi-Roma 1866, pp. 283-85; A. W. Haddon - W. Stubbs, Concili and ecclesiastical documents relating to Great Britain and Ireland. III, Oxford 1871, pp. 62-71; R. Stanton, A Menalogy of England Waln, Londra 1887; W. Stubbs, s. v. in Dictionary of christian biography, III pp. 900 sgg.; Martyr. Romannm, p. 154. Emanuele Romanelli
MELLO. - Grandiosa opera muraria (ebr. Millö'), che appare nell'elenco delle costruzioni salomoniche (I Reg. 9, 15.24), ed occasionò la ribellione contro il re (ibid. 11, 27). La menzione in II Sam. 5, 9, appare come un'anticipazione per determinare il punto di partenza "del M." nelle riparazioni fatte dal re David alla città cananea. L'etimologia del nome ( = "riempitura e) e lo scopo prefissosi dal monarca "di chiudere la breccia della città di David" (I Reg. 11, 27) fanno pensare a un baluardo o terrapieno, la cui natura esatta rimane però ignota, per proteggere un qualche punto debole fra la "città di David" e le costruzioni del Tempio e dei palazzi adiacenti.
Gli scavi non hanno finora permesso di determinare il sito preciso della costruzione. Macalister riconobbe il M. nella breccia nord della città di David, aperta da David, chiusa poi e riparata con fortificazioni e torri da Salomone. Il Weil pensa invece ad una vasta spianata che avrebbe riun