l testo con il polpastrello delle dita, β ) la m. intellettiva, che ricorda idee, giudizi, ragionamenti; γ ) la m. affettiva, che ricorda emozioni e volizioni.
La m. sensitiva appartiene anche agli animali, come prova abbondantemente l'esperienza; nell'uomo va con-
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giunta e anche integrata dalla m. intellettiva. L'uomo, p. es., non ricorda soltanto il suono delle parole di un discorso o l'esatta collocazione delle parole in un verso, ma anche il senso di quel discorso e di quel verso.
2. Analisi del fenomeno muemonico. - Gli elementi o processi che si integrano a vicenda in un atto della m. si possono ridurre a cinque: fissazione e conservazione (m. di fissazione); richiamo (m. di reviviscenza); riconoscimento (m. di riproduzione); localizzazione (m. cronologica).
a) Pissazione del concetto o dell'immagine. - Fisiologicamente la m. dipende dalla funzionalità e plasticità dei tessuti nervosi; le quali variano all'estremo da persona a persona, e, in una stessa persona, secondo l'età, lo stato di salute, le occupazioni, le cattive abitudini contratte; e vanno da un grado di potere di fissazione straordinario ad un grado nullo o quasi. Psicologicamente il grado di fissazione si proporziona all'attenzione, alla presenza di centri di interesse, all'esercizio. Quindi un ricordo tanto più si fissa, quanto più un fatto ha impressionato (una battaglia, un terremoto, una cerimonia eccezionale non si dimenticano facilmente). Così pure favorisce la fissazione il rapporto della m . con le tendenze innate o acquisite (un poltrone dimentica presto la spiegazione dell'insegnante, mentre ricorda benissimo le varie partite di calcio o i nomi dei concorrenti alle gare) o con il contenuto della coscienza (chi è intensamente assorbito nelle proprie riflessioni o nell'attuazione di una qualche impresa, si lascia sfuggire una grande quantità di ricordi e di esperienze). Infine il grado di fissazione dipende dalla legge dell'uso e del non uso; l'esercizio non crea il ricordo, ma lo fortifica, gli impedisce di scomparire, mettendo in gioco il meccanismo della ripetizione e dell'associazione. Cio che s'è visto una volta sola o imparato frettolosamente, facilmente si dimentica, mentre meglio si ricorda cio che si è letto o visto o udito più volte o studiare con calma. Le sensazioni, poi, le immagini e le idee, che facilmente vanno perdute, se isolate, si ricordano, invece, assai bene se riunite in gruppi o in sintesi associative. Così, per non dimenticare una commissione, spontaneamente si fa un nodo al fazzoletto; per mezzo di versi mnemonici si ritengono facilmente date, nomi geografici, regole di grammatica o di logica; come pure per mezzo di parole costruite con le sillabe iniziali di un determinato gruppo da ricordare o con la stesura di elenchi ordinati.
b) Conservazione dei ricordi. - Il risorgere delle esperienze passate pone il problema del come si conservino nella m. Avviene in questo processo lo stesso che nelle abitudini le quali, esercitate in un determinato senso, tendono a riprodurre gli stessi atti. Cosi nei ricordi, gli atti che ne formano il contenuto scompaiono, ma lasciano una disposizione fisiopsicologica ad essere ripetuti. Quindi conservazione dei ricordi altro non significa che possibilità di richiamarli; disposizione psicofisiologica a riprodurli, che passa all'atto, quando vengono a verificarsi le condizioni adatte.
c) Richiamo dei ricordi. - E il passaggio della m. in potenza alla m . in atto e consiste, fisiologicamente, nel restaurare, per cosi dire, lo stato organico primitivo e, psicologicamente, nel lasciare o far intervenire le leggi delle varie specie di associazione. Il richiamo può essere spontaneo, quando il ricordo sorge bruscamente senza alcun apparente legame fisiopsicologico con lo stato attuale della nostra coscienza (reviviscenza); volontario, quando il ricordo è rievocato deliberatamente o più o meno faticosamente cercato (reminiscenza). La volontà, però, non ha un potere diretto sulla memoria (si dice comunemente: * basta che io cerchi per non trovare * ; " ho la parola sulla punta della lingua; me la ricorderò quando non ci penserò più n), non può iniziare il richiamo di un'idea al completo; ció che può fare è provocare quelle associazioni che possono mettere sulla via e sulla direzione di ciò che si vuole trovare. Cosi per richiamare un nome proprio si pensa come comincia o come finisce; si conservano fissi davanti alla mente le sillabe iniziali o finali e il nome ccresto finirà per riapparire. L'insistenza della volontà nuoce spesso al libero gioco delle associazioni; quindi è meglio
lasciare libero corso alla corrente nervosa perché si diriga spontaneamente verso l'oggetto cercato. Per questo il miglior modo di scrivere ortograficamente bene una parola, di cui l'ortografia ci sfugge in quel determinato momento, è lasciar correre liberamente la penna; se a un certo punto ci sfugge il seguito di una poesia o di una preghiera, il mezzo migliore è riprendere dal principio e lasciare che le labbra si muovano per cosi dire automaticamente; per questo anche si chiudono gli occhi quando si vuole richiamare un ricordo, ci si mette all'oscuro, ci si fa silenzio intorno, perché più lo spirito è in riposo e meno distratto dalle percezioni attuali, meglio le varie associazioni funzionano liberamente ed esso è più atto a rievocare il passato.
d) Riconoscimento. - E il "conoscere di nuovo" una esperienza passata in una presente; il confrontare l'esperienza attuale con quella passata. Il processo si svolge in due fasi successive: semplice sensazione del "già visto o già udito", ecc., senza alcuna evocazione del passato: "quel l'uomo l'ho già visto"; "quella musica l'ho già sentita"; poi, mediante il provocamento automatico sul passato, ricerca dell'esperienza antica completa e determinata, cioè ricerca dell'esperienza antica che è in tutto simile alla presente; "ecco: è Pietro»; «è il tale tratto della Traviatia». Qui si ha il vero riconoscimento completo.
e) Localizzazione del ricordo. - Più che una funzione diversa della m., la localizzazione è il complemento del riconoscimento e consiste nel determinare in quale momento il fatto ricordato è avvenuto. Il suo processo è regressivo; si torna indietro sulla linea del tempo vissuto. Per una localizzazione esatta gioca il costituire come una serie di pietre miliari o punti di riferimento, legati ai fatti e agli avvenimenti più importanti della nostra vita, a cui vincoliamo per mezzo dell'associazione tutti gli altri ricordi (p. es., le varie tappe scolastiche: ginnasio, liceo, università; le tappe della carriera, ecc.).
3) Malattie della m. - I disturbi che possono colpire la m. si dividono in quantitativi (amnesia, ipomnesia, ipermnesia) e qualitativi (dismnesia, paramnesia).
a) Disturbi quantitativi. - a) Amnesia è la perdita totale o parziale della capacità di fissazione o di rievocazione dei ricordi debitamente, a suo tempo, registrati. Rara è l'amnesia totale sotto forma definitiva; tuttavia si hanno i casi di cambiamento di personalità (il soggetto comincia una vita affatto nuova senza alcun interferire della vita passata); i casi di demenza assai gravi e di grave obnubilamento della coscienza. Più frequente l'amnesia sotto forma temporanea, in seguito a impressioni violente (choć) e a determinate commozioni cerebrali. Si può trovare anche un'amnesia periodica, nel caso, p. es., di personalità alternantisi, dove si ha pure l'alternarsi delle memorie.
L'amnesia si distingue pure in: anterograda (o di fissazione), retrograda (o di rievocazione), anteroretrograda o mista, lacunare: 1) anterograda, quando si perde la capacità di fissare nuovi ricordi a partire dal momento che si verifica uno stato patologico (p. es., il soggetto ricorda tutto fino al momento della lesione; di quello avvenuto dopo, fino al momento che si riprende, non si ricorda nulla). Si verifica generalmente per obnubilazione dell'apparato sensorio, per demenza senile o anche nella senilità normale (il soggetto non ricorda più una frase, appena letta, mentre ricorda tratti interi, letti in gioventù); a) retrograda, quando si ha la perdita dei ricordi debitamente registrati, che a partire da un determinato momento non si riesce più, o solo difficilmente, e con fatica, a rievocare e associare; questo avviene generalmente in seguito a traumatismi cerebrali, o a gravi intossicazioni o a certe infezioni cerebrali; 3) anteroretrograda, quando si ha la perdita dei ricordi anteriori o posteriori al momento dell'incidente incorso; il soggetto resta cosi disorientato, che non può più né fissare nuovi ricordi, né rievocare gli antichi. Ha luogo nelle demenze gravi e negli stati di grave obnubilamento della coscienza; 4) lacunare, quando la capacità di fissazione di tutte o di un gruppo di percezioni, diventa per qualche tempo nulla o molto inde-
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bolita. β ) Iponnesia è l'indebolimento progressivo della memoria ed è effetto di infermità mentale e parallelo generalmente all'indebolimento dell'intelligenza. γ ) Ipermnesia è l'esaltazione della capacità di richiamo con il risveglio di ricordi seppelliti da molto tempo nel passato. Avviene, p. es., in coloro che si trovano in gravissimo e imminente pericolo di vita (p. es., nei giustiziati, che ricordano in un istante tutto il corso della vita) o in situazioni, ricche di emozioni (p. es., in esaminandi, che eccitati dall'ambiente e dalle circostanze rispondono più di quelle che credevano di sapere); negli stati maniaci o di ossessione, durante la febbre o l'ipnosi (i ricordi si affollano, la parola si esalta e diventa precipitata). E da notare anche una forma di pseudopermeusia, o facilità di rievocazione per un determinato gruppo di immagini o di idee; p. es., nei deliri di persecuzione, o nelle ossesioni, in cui si accumula tutta una folla di rappresentazioni vicine, che rafforzano quelle proprie del delirio.
b) Disturbi qualitativi. - a) Dismnesia (forma di amnesia di rievocazione) è la difficoltà di ricordare a un dato momento certe rappresentazioni, che più tardi ritornano spontaneamente. Si presenta in forme più o meno gravi nelle minorazioni psichiche e intellettuali; o sono provocate semplicemente da eccessi di fatica, da malattia o da vecchiaia. Donde, p. es., la ripetizione noiosa di fatti da parte di persone che non si ricordano più di averli già raccontati. β ) Paramnesia è una falsa m. dovuta alle illusioni di riconoscimento. Tali illusioni inducano talvolta la percezione del fatto (due testimoni, p. es., non vedono sempre esattamente lo stesso fatto sotto il medesimo angolo) o la conservazione del ricordo e i richiami successivi (una stessa persona riferisce diversamente uno stesso fatto in tempi diversi) o la stessa espressione e riferimento del fatto (si aggiungono e si colorano circostanze sia per l'autosuggestione del soggetto, che racconta, sia per la suggestione dell'ambiente e di chi ascolta). Donde la necessità e insieme la difficoltà di una valida critica della propria introspezione e delle testimonianze che si portano. Caratteristiche sono pure le illusioni del "già visto", provocate da esperienze, che, invece, non furono mai realizzate, o del "non visto ", provocate da esperienze, che, invece, furono già realizzate. Queste paramnesie, se coscienti, possono anche generare disturbi psicologici gravi o profondi fino al terrore e alla follia.
4. Pedagogia della m. - Dallo studio dei problemi della m. e dei procedimenti di memorizzazione la psicologia sperimentale, specialmente per opera di A. Binet e H. Elbinghaus, ha potuto ricavare varie norme di alto valore pedagogico per l'educazione della memoria: 1) lo studio a m., giornaliero, quando evita gli eccessi, è molto utile, costituendo una ginnastica eccellente per rendere la m. pronta e vivace, abituando ad un lavoro personale, facendo evitare il "press'a poco" nel sapere. 2) Per una buona memorizzazione sono da scegliere i tempi della maggiore freschezza cerebrale: fanciullezza e gioventù riguardo alla vita; mattino, riguardo alla giornata. 3) Alternare gli esercizi (un quarto d'ora, mezz'ora, poi un po' di riposo). La memorizzazione affrettata e spasmodica non dà tempo alle cognizioni di fissarsi bene; le lezioni della sera si ricordano più facilmente, perché segue il riposo della notte. 4) Procedere dal facile al difficile, dal poco al molto entro lo stesso spazio di tempo, per favorire l'allenamento. 5) Applicare i mezzi di sviluppo dalla m: descrivere un oggetto, poi ripeterne a voce la descrizione scritta; fissare una serie di nomi con il loro significato, poi ripeterli; stendere la lista degli oggetti di una camera, con i loro nomi; far studiare molti versi, più facili a ritenersi per via del ritmo e della rima. 6) Applicare l'attenzione, affinché l'esperienza produca un'impressione più viva. 7) Favorire lo studio delle lingue straniere; studiarne una equivale ad esercitare la m. in quattro direzioni: occhio, orecchio, laringe, mano oltre all'esercizio della intelligenza. 8) Preferire il metodo "globale" al metodo "frammentario". Più presto si ritiene e si ricorda un passo, studiandolo e ripetendolo d'un tratto, senza interrompere la successione delle parole e delle frasi, che non studiandole a periodi e poi associandole insieme.
Bial.: G. Donà, La testimonianza, Torino 1923; J. de la Vaissière, Psychologie pédagogique, 5² ed., Parigi 1926, pp. 116-30; G. Tesoro, La psicologia della testimonianza, Torino 1920; L. Guarneto, Iniziazione alla psicologia, ivi 1946, pp. 145-52; E. Baudin, Corro di psicologia, vers. it., Firenze 1948, pp. 282-312; L. Riboulet, Psycologie agglogute d'éducation, Lione 1948, pp. 28-73; A. Vallejo Nagera, Tratado de psiquiatria, Barcellona 1949; pp. 97-106; E. Boganelli, Corpo e spirito, Roma 1951, pp. 224-30.
Celestino Testore
MEMORIA. - Nel linguaggio cristiano dei primi secoli il termine m. ebbe molti significati.
In primo luogo m. era l'equivalente di titulus, nel quale caso: «Memoriam posuit» era sinonimo di «titulum posuit». Poco a poco m. ricevette un significato più largo e più esteso, e venne applicato non solo all'iscrizione commemorativa, ma anche all'intera tomba. In questo senso i Padri e gli scrittori antichi ne fanno uso frequentissimo (cf. s. Agostino, Epistolarum classis, II, ep. 78 : PL 33, 269); s. Paolino di Nola, Ep. 32 ad Severum (CSEL, XXIX, 288). Gli esempi epigrafici poi sono innumerevoli (cf. CIL, III, 4186, 10237; VIII, 9716, 22855; G. B. De Rossi, Inscriptiones Christianae Urbis Romae, I, Roma 1857, 448 ecc.,). Non è escluso neppure il caso che m. possa indicare tutto intero il sepolcreto, e non semplicemente un unico avello (cf. L. Renier, Inscriptions romaines de l'Algérie, n. 2031). Inoltre, nel linguaggio letterario ed epigrafico significò anche la stessa chiesa, che conteneva la tomba di un marrire (cf. s. Agostino, Sermo 323 : PL 38, 1446; Contra Faustum Manichaeum, 20, 21 : PL 42, 585). Infine, e ciò specialmente in Africa, la m. indich è reliquie dei santi. Questo il senso di m. quando ricorre su epigrafi africane, accompagnato con: "deposita" o "depositae" (P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, Parigi 1907, n. 261).
Da ciò che si è detto appare chiaramente quanto sia difficile l'interpretazione del termine m. negli scritti degli antichi e in epigrafia. In questi casi la chiave della spiegazione sta nel verbo che accompagna m. Così m., preposto all'iscrizione, invece di titulus, significherà semplicemente la memoria, vale a dire il ricordo; significhera invece tutto il sepolcro, se m. si accompagna ad un verbo come : comparavit, construxit, aedificavit. Quando invece con m. "icorre anche l'espressione: "deposita est; depositae sunt; hic est" o "hic sunt"; oppure: "Hic memoria", p. es., "Sancti Julianis, non.si tratta di altro che di reliquie, non importa se dirette o di semplice contatto.
Bim.: G. B. De Rossi, Memoriae degli apostoli Pietro e Paolo e di ignoti martiri in Africa, in Bull. arch. crist., 3² serie, 2 (1877), pp. 97-117; H. Leclercq, s. v. in DACL, XI, coll. 298-324.
Giuseppe Gagny
MEMORIALE RITUUM (Parvum caeremoniale, Parvum rituale). - Libro moderno del rito romano, composto ad uso delle parrocchie minori di Roma, contenente le cerimonie della benedizione delle candele il 2 febbr., delle ceneri all'inizio della Quaresima, delle palme nella Domenica delle Palme, e degli ultimi tre giorni della Settimana Santa, in modo da potersi eseguire da un solo sacerdote con l'assistenza di un piccolo numero di accoliti, invece che secondo le prescrizioni del Messale.
Questo libretto fu composto da Benedetto XIII fin da quando era arcivescovo di Benevento, stanti le difficoltà delle piccole parrocchie di eseguire le funzioni ecclesiastiche con la solennità prescritta. Eletto papa, estese nel 1725 (decreto del 4 dic. 1724) quel libretto alle parrocchie minori dell'Urbe. Con decreto poi della S. Congregazione dei Riti del 31 luglio 1821, Pio VII ne permise l'uso a qualunque chiesa parrocchiale dell'urbe cattolico. Talvolta, per comodità, il M. r. fu aggiunto come appendice di Rituale romano, p. es., nelle edizioni di Roma e di Malines del 1870, ma uscì da solo nel 1862 a Batisbona e nel 1885 a Tournai. Benedetto XV ne sedich l'edizione tipica con modificazioni ed aggiunte (S. Congregazione dei Riti, 14 genn. 1920: AAS, 12 [1920], p. 448); l'ultima edizione è del 1950 (ed. prima post typicam).
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Benché non prescritto per le chiese parrocchiali fuori di Roma, nondimeno ne è raccomandato l'uso; nelle sue risposte la S. Congregazione dei Riti rimanda sempre a questo libretto (cf. Decr. auth., n. 2913 ad 1 ; n. 2970 ad 5 ; n. 4049 ad 1). Nelle chiese minori non parrocchiali e negli oratori, l'uso è permesso soltanto con speciale indulto della Sede Apostolica (Decr. auth., n. 3390 ).
Bull.: L. Eisenhofer, Handbuch der hath. Liturgik, I, Friburgo
in Br. 1932. p. 49; F. Oppenheim, De libris liturgica, Torino 1940, p. 113 .
Pietro Siffrin
MEMORIE DOMENICANE. - E la più antica rivista domenicana d'Italia. Fondata nel 1884 a Ferrara, per iniziativa del p. Tommaso Granello, poi arcivescovo e commissario del S. Uffizio, sotto il titolo, che ne indicava il programma, di Il RosarioM. d. Dal 1895 al 1930 ne fu direttore il p. C. Becchi, e dal 1931 al 1948 il p. A. Zucchi. Tenendo fede al suo programma, favorl lo sviluppo della devozione del Rosario e la conoscenza storico-letteraria-artistica dei Domenicani, specie d'Italia.
Ebbe tra i suoi più illustri collaboratori i cardd. Zigliara, Mauri, Bausa, Pierotti; numerosi vescovi; i pp. Berthier, Mandonnet, Cordovani, Walz, Käppeli, Meersseman. Nel 1926 si scisse in due riviste: Il Rosario, che iniziò una nuova vita a sé, e le M. d. che continuano ad illustrare la storia, l'arte, la letteratura dell'Ordine in Italia, corredando spesso gli articoli con tavole fuori testo. La rivista, dopo l'interruzione degli anni 1944-45, dovuta alla guerra, è oggi trimestrale.
Bibl.: L. Fanfani, Il p. Costanzo Becchi nel campo del suo lavoro, in M. d., 48 (1931), pp. 20-27; R. Fei, Realtà e critiche, ibid., 50 (1933), pp. 14-21; M. Cordovani, Gli scrittori delle - Memorie -, ibid., pp. 22-24.
Stefano Orlandi
MENA, santo, martire. - Molto conosciuto e venerato nell'antichità, è commemorato l'II nov. nel Martirologio geronimiano, nei Sinassari greci, nel Sacramentario gelasiano di S. Gallo, nel Gregoriano e nel calendario marmoreo di Napoli. In queste fonti però, eccetto il Geronimiano, è detto martire di Cotico nella Frigia; si tratta certamente di una falsa indicazione poiché il suo sepolcro-santuario si trovava a nove miglia da Alessandria presso il Lago Mareotide, dove sorse ben presto un imponente complesso di edifici per i numerosi pellegrini che vi accorrevano da ogni parte per venerarvi il Santo.
Ivi fin dal sec. iv fu costruita la memoria del Martire in una cripta accanto alla quale l'imperatore Arcadio (395-408) costrui una grande basilica, ampliata poi da Marciano ( 450-57 ), che insieme con gli edifici annessi durò, sino dal sec. XI ca., quando tutto andò in rovina. Da questo santuario i pellegrini portavano via, come ricordo, delle piccole ampolle in terracotta, raffiguranti il Santo tra due cammelli, allusione ad un miracolo riferito dalla Passio, e contenenti dell'acqua benedetta presa da una fonte il vicina.
Dall'Egitto il culto di M. si divulgò in tutta la cristianità e santuari in suo onore sorsero in Palestina, Frigia, Costantinopoli, Dalmazia, Africa, Napoli, Roma. Mancano invece sicure notizie sulla vita ed il martirio
del Santo. Nello stesso santuario sepolcrale niente si sapeva di M.; solo circolava una raccolta di miracoli attribuita a Timoteo vescovo di Alessandria, molto diffusa e tradeta in varie lingue. La Passio fu scritta verso il sec. viI in Frigia, dove esisteva un santuario di M. non meno famoso di quello egiziano; essa, ricalcata sull'omelia di s. Basilio in onore del martire Cordio, è giunta in tre diverse redazioni indipendenti l'una dall'altra e molto diffuse nell'antichità. Verso il sec. IX un falsario sotto il nome di s. Atanasio, spacciandosi per testimonio oculare dei fatti, divulgò un'altra Passio per dar credito al santuario che esisteva a Costantinopoli, scrivendo che M. aveva avuto come compagni di martirio Ermogene ed Eugrafo, e che il suo corpo era stato trasportato dagli angeli a Costantinopoli. Ne venne fuori un altro M. venerato con i compagni il io dic.
Secondo la prima redazione della Passio, M. era un soldato egiziano: seguendo il tribuno Firmiliano si recò a Cotico nella Frigia, dove si dichiarò apertamente cristiano. Il preside Pirro, dopo molti tormenti, la fece decapitare. Il corpo fu poi bruciato e i resti, raccolti con cura dai fedeli, furono riportati in Egitto come lo stesso M. aveva ordinato prima di morire. - Vedi tav. XLI.
Bibl.: Tillemont, V, Venezia 1732. pp. 441-44. 728-61: Acta 1. M. martyrs Arcypti, in Anal. Ball., 3 (1884), pp. 228-70; P. Franchi de' Cavalieri, Osservazioni sulle leggende dei ss. martiri M. e Trifone, in Hagiographica (Studi e arti, 19), Roma 1908. pp. 9-18; K. M. Kauffman, Die Menassitad und das Nationalheiligsten der altchristlichen Agypten in der westolexandrinischen Wüste, Lipsia 1910; id., Ibaungraphie der Menas-Ampullen, Cairo 1910; R. Miedema, De heilige Menas, Rotterdam 1013: H. Delehaye, L'invention des reliques de st Menas à Costantinoplo, in Anal. Ball., 29 (1910), pp. 117-46; id., Les recuclls des miracles des saints, ibid., 43 (1923), pp. 46-49; P. Pecters, Le trifonds oriental de l'hagiographie byzantine, Bruxelles 1926, pp. 32-36; Martyr. Hieronymianum, p. 595 sgg.; Martyr. Romamum, p. 511 sg.
Agostino Amore
MENA, patriarca di Costantinopoli, santo. N. ad Alessandria verso la fine del sec. v, m. a Costantinopoli nell'ag. del 552. Dirigeva il grande ospizio dei pellegrini di s. Sansone di questa città, quando nel 536 fu eletto, da papa Agapito, patriarca di Costantinopoli dopo la deposizione di Antimo I (v.).
Il 22 apr. dello stesso anno Agapito morì e M. presiedette il Concilio iniziatosi il 2 maggio, in cui Antimo fu scomunicato con altri suoi adepti. Nella famosa questione dei «Tre Capitoli» (v.), M. firmò e indusse i vescovi orientali a firmare la condanna dei medesimi, e papa Vigilio lo scomunicò insieme con tutti i firmatari. La controversia ebbe uno strascico assai lungo; ma M. riconobbe il suo torto e ritratti ciò che aveva sottoscritto solo per debolezza. Il Martirologio romano registra il suo nome il 25 ag.
Bibl.: Acta SS. Augusti, V, Parigi 1868. pp. 169-70; W. Macdonald Sinclair, s. v. in Dictionary of christian biography, III, Londra 1882, pp. 902-903; Synax. Constantimp., pp. 919922. 924. 1035; Y. Grunel, Regestes des actes du Patriarcat de Costantinople, I. 1, Bucarest 1932. pp. 94-98 (contiene i più importanti documenti riguardanti il patriarcato di s. M.) Martyr. Romamum, pp. 339-60.
Emanuels Romenclli
MENA, JuAN de. - Poeta spagnolo, n. a Cordova nel 1411, m. a Torrelaguna nel 1498. Studiò per qualche tempo a Roma, ove si iniziò alla cultura umanistica; al ritorno in patria fu

(da C. M. Kauffman, Ibaographie der Menas-Ampullen, Cairo 866, fig. 20) MENA, santo, martire - Ampolla con il Santo tra due cammelli (secc. vi-viI).
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nominato cronista e segretario per le lettere latine dal re Juan II.
Subi il fascino della Commedia dantesca, da cui, oltre che dall'Eneide e dalla Farsalia, derivò suggestioni per il poema allegorico in ottave di dodecasillabi El laberinto de Fortuna: viaggio alla «gran casa» ultraterrena, dove, guidato dalla Provvidenza in sembianza di bella donna, il poeta scorge la «màquina inundana», fatta di ruote e circoli denominati dai pianeti e popolati di spiriti. Dell'Alighieri, M. persegue anche la tendenza a
riconnettersi con la vita terrena mediante episodi attinti alla leggenda o alla storia, che costituiscono la sezione artisticamente più felice del ponderoso lavoro e il primo tentativo di una celebrazione della vicenda nazionale. Meno valido l'incompiuto sermone rimato Copias contra los pecados mortales: ma tutta l'opera di M., dallo stile vigorosamente personale, s'intorbida spesso di iperbati e di esotismi, illimpidendosi solo nelle zone di raggiunta poesia.
Bibl.: edd.: El laberinto de Fortuna, con prologo e note di J. M. Blecce (Clésicos castellanos, 118), Madrid 1943. Studi: B. Sansiventi, I primi infiutsi di Dante, Petrarca e Boccaccio sulla letteratura spagnola, Milano 1902, passim: R. Folche-Delbosc, Etude sur le «Laberinto» de 7. de M., in Rev. hisp., 9 [1902], pp. 75-138; P. Hansson, El Arte mayor de 7. de M., in Annales Univ. Chile, 68 (1908), pp. 179-200; C. R. Post, The sources of 7. de M., in Rom. rim., 3 (1912), pp. 223-79; J. M. Aguado, Heredades y casas... de 7. de M., in Bol. Ac. esp., 19 (1932), p. 499 sgg. e 22 (1934), p. 49 sgg.; A. Valbuena Prat, Historia de la literatura española, I. Barcelona 1946, pp. 238-55.
Lucebesio Spätling
MENARD, Nicolas-Hugues. - Storico e liturgista, n. a Parigi nel 1585 , ivi m. il 20 genn. 1644. Professò la Regola di s. Benedetto e S. Dionigi nel 1612. Nel 1615 entrò nella Congregazione di S. Mauro e visse nel monastero di St-Germain-des-Prés, ove si dedicò allo studio della storia ecclesiastica e della
patrologia.
Pubblicò il Martyrologium Sanctorum Ordinis S. Benedicti (Parigi 1626), la Concordia regolarum cum Regula s. Benedicti abbatis (ivi 1638), il Sacramentarium s. Gregorii Magni (ivi 1642) e la Diatriba de unico Dionysio (ivi 1643) sostenendo la identità dei due Dionigi: l'Areopagita e di Parigi. L'ed. del Sacramentarium va oggi consultata solo per le note.
Bibl.: Hurter, III. coll. 1148-50.
Silverio Mattei
MENDE, DIOCEST di. - Diocesi e città capoluogo del dipartimento della Lozère (Francia), sulla riva sinistra del Lot. Ha una superficie di 5000 kmq ., con una popolazione di 95.000 ab., dei quali 80.000 cattolici. La diocesi è divisa in 4 arcidiaconati, 28 decanati, 215 parrocchie servite da 400 sacerdoti diocesani e 15 regolari, grande e piccolo seminario (Ann. Pont., 1951, p. 268). La diocesi appartenne alla I Aquitania e la primitiva residenza fu Gabales, il cui nome si è trasformato in Javouls.
La chiesa di Gabales fu rappresentata al Concilio di Arles (s. 314) dal diacono Genialis. Molto più tardi la tomba venerata del vescovo martire s. Privato fece divenire M. centro religioso del Gévaudan. Quanto all'età in cui visse il vescovo Privato, Gregorio di Tours (Hist. Francorum, X, 29; Virtutes s. Juliani, 30) lo pone all'età di Valeriano e Gallieno e messo a morte dall'invasore alamanno Croco; Fredegario invece nella sua Cronaca (II, 6o) fa di Croco un re vandalo, quindi ca. l'anno 407 ; L. Duchesne preferisce porre l'invasione di Croco all'inizio dell'Impero di Costantino, forse prima del Concilio d'Arles (Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, 2* ed., Parigi 1910, pp. 54-55 e 124-26); da ultimo G. Bardy ritiene sia preferibile attenersi a Gregorio di Tours (Recherches sur un cycle agiographique. Les Martyrs de Chrocus, in Rev. de l'hist. de l'Egl. de France, 21 [1935], pp. 5-29)..
S. Privato è ricordato nel Martirologio geronimiano del 21 ag.; egli è menzionato anche da Fortunato (Carm.
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(per cortesia del prof. E. Josi)
Mende, diocesi di - Veduta generale. Al centro il Duomo.
VIII, 161). Gregorio di Tours segnala la basilica in suo onore (Hist. Francorum, VI, 37). Fra gli altri vescovi sono noti Leonino, che fu al Concilio d'Agde del 506, Ilario a quello di Alvernia nel 535, Evarzio a quello di Orléans nel 541, Partenio tra il 561 e il 575 (Gregorio di Tours, op. cit., IV, 39). Il vescovo Agricola fu ai Concili di Parigi nel 614 e a Clichy nel 627; Agenolfo a quello di Ponthion dell'876; a lui scrisse il papa Giovanni VIII (JafféWattenbach, 3220). Il papa Urbano II consacrò a M. la chiesa e il monastero di S. Salvatore di Chirac (1095). Nel tempo in cui fu vescovo Aldeberto III (1151-86) si fermò per alcuni giorni a M. il papa Alessandro III nel 1162. Fra il 1283 e il 1296 ne fu vescovo il celebre Guglielmo Durando, O. P. (v.); il suo sepolcro nella chiesa di S. Maria sopra Minerva è opera di Giovanni, figlio di Cosma, che lo rappresentò genuflesso ai piedi della Madonna, tra il vescovo di M., s. Privato e s. Domenico (G. B. De Rossi, Musaisi cristiani delle chiese di Roma anteriori al sec. XV, Roma 1872-99, tav. 40, 1); a lui successe il nepote Durando il giovane (1296-1328); fra il 1368 e il 1370 ne fu amministratore il papa Urbano V, nato a Grisso (diocesi di M.) ca. il 1310; per pochi mesi quindi Guglielmo de Chanac, poi cardinale; più tardi il card. Pietro Riario in commenda nel 1473; Giuliano della Rovere, poi Giulio II (1478-83); a lui successe il nepote card. Clemente della Rovere (1483-1504) e Francesco della Rovere (1504-24); mons. Castellane fu fucilato a Versailles il 9 sett. 1792.
La Cattedrale odierna, dedicata a Notre-Dame e a s. Privato, è stata costruita in gran parte a spese del papa Urbano V (1362-70) la cui statua in bronzo s'erge (1874) dinanzi alla facciata che è preceduta da un portico costruito nel 1900. A destra e a sinistra si elevano due campanili; quello a sinistra, più alto, fu fatto innalzare dal vescovo F. della Rovere (1504-24). Contenne la grande campana detta la "non pareille" del peso di 20 tonnellate; spezzata nel 1579, resta l'enorme batacchio alto m. 2,15. L'interno è a tre navate, senza transetto. Il coronel 1692 fu separato da un "jubé" in legno le cui decorazioni ornano oggi in parte la cappella del fonte battesimale. Della stessa epoca sono gli stalli del coro con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. Sull'altare maggiore è esposta la "Vierge Noire" o "Notre-Dame de M.", portata dalla Palestina dai Crociati. Sotto le vetrate del coro stanno otto arazzi di Aubusson (1708) che rappresentano scene della vita della Madonna. Sotto la navata centrale si trova la cripta con la tomba del vescovo s. Privato e avanzi della chiesa pri-
mitiva. M. ebbe molto a soffrire per i saccheggi degli ugonotti nel 1562 e dell'avventuriero Merle dal 1573 al 1581. Mons. Claudio de Rosseau restaurò la Cattedrale nel 1608. Fra i santuari centri di pellegrinaggio, oltre la statua della Madonna nera nella Cattedrale, si ricordano l'eremitaggio di S. Privato, "Notre Dame de Quèzac" fin dal 1052; "Notre-Dame de tout pouvoir" a Langogne.
M. fu prima suffraganea di Bourges; Innocenzo XI nel 1678 la pose alle dipendenze di Albi. La locale «Société des lettres, sciences et arts de la Lozère" ha costituito un museo con collezioni di geologia, archeologia e ceramiche gallo-romane.
Bibl.: Eubel, I, pp. 341-42: II, p. 192; IVp. 242: Cottincau, II, col. 118: Guide de la France chrétienne et missionnaire, 1946-49, Parigi 1948, pp. 362, 629-31, 1057-58. Enrico Josi
MENDEL, Gregor. - Degli Eremitani di S. Agostino, n. ad Heinzendorf presso Odrau (Slesia cccoslovacca) il 22 luglio 1822 , m. a Brno il 6 genn. 1884.
Nel 1843 si fece frate agostiniano ed entrò nel Convento di S. Tommaso a Brno cambiando il nome di battesimo di Johann in quello di Gregor; ivi nel 1847 fu ordinato sacerdote. Nel 1851 si iscrisse nell'Università di Vienna, ove frequentò i corsi di fisica, matematica e scienze naturali; insegnò poi fisica e scienze naturali alla Scuola tecnica superiore di Brno; nel 1868 fu eletto priore del Convento di S. Tommaso.
Il suo nome è legato alle esperienze di ibridazione eseguite sui piselli, sui fagioli e sull'Hieracium, che costituiscono la base della genetica (v.) e precisamente quella parte che, dal suo nome, si dice mendelismo. I risultati furono pubblicati nei Verhandlungen des Naturforschender Vereins in Brno, con i titoli : Versuche über Pflanzenhybriden (4 [1865]) e Über einige aus hünstlicher Befruchtung genommene Hieraciumbastarde (8 [1869]), ma nonostante li avesse anche comunicati per lettera al Nägeli, sia per la poca diffusione del periodico, sia perché i tempi non erano maturi per comprenderli, ebbero poca risonanza. Fece anche esperienze di ibridazione fra varie razze di api, che non pubblicò mai; videro invece la luce alcuni lavori di metereologia. Dal 1868 in poi, eletto priore, non ebbe più tempo e modo per fare esperimenti. Nel 1900 tre botanici, De Vries, olandese, E. Tschermak, austriaco,

(per cortesia del prof. E. Josi)
Mende, diocesi di - Ponte Notre-Dame (sec. xiv).
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(da C. M. Kaufmann, Die Menaestadt, Lipsia 1910, tav. 47)

(da C. M. Kaufmann, Die Menaestadt, Lipsia 1910,
(da C. M. Kaufmann, Die Menaestadt, Lipsia 1910, tav. 7)

(da C. M. Kaufmann, Die Menaestadt, Lipsia 1910, tav. 13)
In alto a sinistra: UN BAGNO nei pressi della Basilica - Abu Mena. In alto a destra: CRIPTOPORTICO con aperture che immettono nelle celle funerarie - Abu Mena. In basso: MURO NORD DELLA BASILICA (inizio sec. v) - Abu Mena.
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MENSOLA marmorea di sostegno del pulpito della chiesa di S. Croce, opera di B. da Maiano (sec. xv) - Firenze.
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e K. E. Correns, tedesco, ripeterono, indipendentemente e non conoscendo i lavori del M., le sue esperienze, giungendo agli stessi risultati. Non appena però ebbero notizia dell'opera del loro predecessore, ne riconobbero la priorità ed anzi Tschermak nel 1901 ripubblicò i suoi lavori nella collezione dei Ostwald's Klassicher der exakten Wissenschaften (121, Lipsia) e nel 1905 Correns pubblicò a Berlino le G.' M. Briefe an Carol Nägeli (1866-73). Il mendelismo deriva dalle cosiddette "leggi di M.", che furono dedotte dai posteri partendo dalle sue ricerche, e vengono generalmente esposte nel modo seguente: 1² legge o legge della dominanza. Quando si incrociano due individui che differiscono per un carattere, gli ibridi risultano tutti uguali ed è uno solo il carattere che si manifesta. I due caratteri si dicono antagonisti o allelomorfi; l'uno è "dominante", l'altro "recessivo". 2* Legge o legge della disgiunzione. Quando in un organismo si formano gli elementi sessuali, i due portatori di ogni carattere (detti "geni" o "fattori") si distinguono e passano l'uno in una metà, l'altro nell'altra degli elementi sessuali. 3² Legge o legge dell'indipendenza. I differenti caratteri che si riscontrano in un individuo sono tutti indipendenti l'uno dall'altro.
BibL.: H. J. G. Iltis, M. Leben, Werk und Wirkung., Berlino 1924. Si possono utilmente consultare anche i trattati di genetica (v.). Celso Guareschi
MENDELEEW (Mendelèjeff), Dimitri Ivanovič. - Chimico, n. a Tobolsk (Russia) il 7 febbr. 1834, m. a Pietroburgo il 2 febbr. 1907.
Dal 1856 insegnò chimica all'Università di Pietroburgo. Esegul ricerche specialmente di chimica inorganica. Scrisse i Principi di chimica (1868-69), opera che esercitò notevole influenza sullo sviluppo della chimica inorganica. E noto specialmente per la famosa classificazione degli elementi chimici che porta il suo nome (v. chimica, III, Classificazione periodica degli elementi).
Per le sue idee liberali non ebbe le simpatie dello Zar.
BibL.: P. Walden, in J. Bugge, Buch der grossen Chemiker, II, Berlino 1931, p. 241; A. Quartaroli, s. v. in Enc. Ital., XXII, p. 845; M. Gius. Storia della chimica, Torino 1946, p. 198.
Cesco Toffoli
MENDELSSOHN, Moses. - Filosofo, n. a Dessau il 6 sett. 1729, m. a Berlino il 4 genn. 1786. Già iniziato, a Dessau, alle opere del Maimonide (v.), perfezionò a Berlino, in parte sotto la direzione del Lessing (v.), la sua formazione filosofica, specialmente con lo studio delle correnti contemporanee (razionalismo leibniziano, empirismo e preromanticismo inglese).
Il M. è meno un filosofo sistematico che un critico di sistemi e dottrine. Egli considera l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima, i principi morali come verità dimostrabili e la religiosità come un lato essenziale dell'uomo: il contenuto oggettivo della religione però consiste principalmente nelle sue leggi e massime pratiche; anche certe forme del panteismo possono fondare una religiosità pura e profonda. Con queste e analoghe dottrine il M. contribuì all'affermazione dell'idea di tolleranza religiosa nel diritto e nell'opinione pubblica. La sua influenza fu ancora maggiore sull'atteggiamento degli ebrei verso la società e la vita culturale. Egli facilità si suoi correligionari, con traduzioni del Vecchio Testamento (Pentatenco, Salmi), l'accesso alle fonti della loro tradizione religiosa e diede nella sua apologia Jerusalem oder über religiöse Macht und Judentum (Berlino 1783) una interpretazione della religione giudaica in accordo con lo spirito della cultura moderna.
Altre opere : Philosophische Gespräche (Berlino 1755); Abhandlung über die Evidenz in den metaphys. Wissenschaften (ivi 1764); Phädon oder über die Unsterblichkeit der Seele (ivi 1767); Morgenstunden oder über das Dasein Gottes (ivi 1785).
BibL.: edizioni complete: M. M.s sämtliche Werke, a cura di G. B. Mendelsohn, 7 voll., Lipsia 1843-44; M. M.s gesammelte Schriften, a cura della Akad. für die Wissensch. des Judentums, 16 voll., Berlino 1929 sgg. In italiano: Opere filosofiche di M. M., trad. di F. Pizzetti, 2 voll., Pavia 1823. Studi: E. D.

MendelssOHN BARTHOLDY, Jacob Ludwig Felix. Musicista, n. ad Amburgo il 3 febbr. 1809, m. a Lipsia il 4 nov. 1847. Dalla madre ap-
prese i primi elementi della musica, il cui studio continuò poi a Ber lino e a 15 anni fece ascoltare la prima sinfonia. Visitò l'Italia e vi scrisse alcune fra le più belle sue musiche, stringendo anche amicizia con illustri maestri. Viaggiò molto in Francia, Inghilterra e Germania. Stabilitosi a Lipsia fu direttore dei concerti al Gewandhaus e fondatore del Conservatorio musicale.
La musica del M., eco fedele del suo temperamento lirico e della sua vita d'artista fine e sensibilissimo, abbraccia tutti i generi: ouvertures, sinfonie, Lieder, mottetti, salmi, concerti, oratori, tutta una sequela di capolavori autentici. Negli oratori si avverte la maniera di Haydn; tuttavia il S. Paolo (op. 36) si impone' per il caldo afflato poetico che lo pervade, non comune in altre composizioni del genere, in epoca in cui trionfavano Rossini e Meyerbeer, mentre Elia (op. 70) è più drammatico e intonato a tinte forti. Di un altro oratorio Christus (op. 97) restano solo dei frammenti, molto interessanti, che preludevano ad un altro capolavoro non compiuto per la morte dell'autore.
BibL.: H. Barbedette, P. M. B. sa vie et ses oeuvres, Parigi 1868; A. Reisemann, F. M. B., sein Leben und seine Werke, Lipsia 1873; S. Hanesel, Die Familie M., 3 voll., Berlino 1878; P. de Stoekle, M., Parigi 1927.
Silverio Mattei
'MENDEZ, vicariato apostolico di. - Situato nella regione orientale della Repubblica dell'Ecuador. Comprendere anche la zona di Gualaquiza; ma questa ne fu distaccata con decreto del 12 apr. 1951, perché, per la determinazione dei confini tra l'Ecuador e il Perù, venne a trovarsi in territorio peruviano.
Fino a questa data, M. e Gualaquiza ebbero una storia comune. Vi penetrarono da prima i Cappuccini (1622) cui si aggiunsero nel 1638 i Gesuiti, che stabilirono una missione lungo il Rio Marañón. Quando questi ultimi, per l'espulsione dai territori della Corona di Spagna, dovettero abbandonare la fiorente missione, bagnata anche dal sangue dei religiosi, furono sostituiti da alcuni sacerdoti secolari, inviati da prima dal vescovo di Chachapoyas (Perù) e poi, per la sopravvenuta rivoluzione, dai vescovi di Loja, Cuenca, Quito (Ecuador). Superate varie difficoltà di ordine politico, il 17 febb.. 1893 fu eretto il vicariato di M. e Gualaquiza e affidato ai Salesiani di S. G. Bosco. Ma già nel 1895 la rivoluzione dava alla nuova missione un fierissimo colpo; però i Salesiani vi rimasero. Tante furono le difficoltà, che il vicario apostolico nel corso di 20 anni vi riuscì a penetrare, e quasi in sordina, soltanto due volte. Nel 1914 la missione stava per estinguersi, ma, per l'intervento soprattutto del vescovo di Cuenca, il vicario apostolico vi poté avere libero accesso. Gli Indi del territorio, ca. 12.000 , sono selvaggi "Jivaros ", sempre
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(per cortesia dei pp. Soltsiani)
Mendez, vicariato apostolico di - Jivaro a caccia con la cerbottana.
in guerra tra di loro e le difficoltà naturali sono straordinarie e per l'estensione e per la selvatichezza della zona.
Secondo i dati del 1950, la popolazione era di 26.117 ab., di cui 16.409 cattolici e 1900 catecumeni; il resto pagani. Stazioni principali 11, secondarie 24; chiese 10, cappelle 25 . Vi lavorano 19 sacerdoti esteri e 2 nazionali, 19 fratelli coadiutori, 32 suore, 40 catechisti, 56 maestri. Scuole elementari 32, professionali 4. Opere di carità : 6 dispensari, 4 ospedali, 10 orfanotrofi.
BibL.: Arch. di Prop. Fide, vari documenti, pos. prot. nn. 1107/18; 1945/18; 1051/19; 2135/19; 3185/19; 482/20; 5305/20; Relazione quinquennale 1939, pos. prot. n. 2316/41; Prospectus Status Missionis, 1950, pos. prot. n. 3802/50; MC, 1950, pp. 47 49; cf. anche : anon., I Jivaros di M. e Gualaguisa, Torino 1906. Antonio Mazza
MENDEZ DE SAN JUAN, José. - Minimo, teologo moralista, n. a Madrid nel 1605, m. ivi il 17 luglio 1680. Fu successivamente lettore di teologia dogmatica e morale. Qualificatore della S. Inquisizione a Valenza, visitatore generale di tutte le biblioteche della Spagna, provinciale di Castiglia per il suo Ordine, fu anche spesso consultore del Re.
Pubblicò un intero corso di teologia morale ( 6 voll., Madrid 1641-78), cui aggiunse: Praxis theologiae mysticae (ivi 1674). Si conservano ancora manoscritti: un corso completo di filosofia ed un altro di teologia dogmatica; un trattato sulla Comunione frequente e quotidiana; questioni sull'Immacolata Concezione della B. Vergine Maria, De statu religioso ecc.
Bibl.: N. Antonius, Bibliotheca Hispana Nova, I, 2² ed., Madrid 1783, p. 810; Biographia ecclesiastica completa, XIII, ivi 1862, pp. 783-84; G. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, II, Roma 1909, pp. 656-57; G. Moretti, Acta Capilul. Gen. M., I, Roma 1916, pp. 412, 425, 467. Gennaro Moretti
MENDICITÀ. - E il mendicare per mestiere, una delle conseguenze del fenomeno del pauperismo. Generalmente accompagnato da vagabondaggio, dall'attenuarsi dal senso morale e dalla trascuratezza delle più elementari norme di igiene, la m. può rappresentare un pericolo per la collettività organizzata; nei riguardi degli individui che la praticano, la m. rappresenta una tragica situazione di esclusione dalla vita sociale, di impossibilità sociale ad ogni affermazione della personalità e della dignità umana.
Le cause principali della m. sono: la incapacità al lavoro dovuta al sesso, all'età, alle minorazioni fisiche o psichiche congenite o sopravvenute al soggetto; la capacità di lavoro non assorbita dalla società (disoccupazione involontaria); il vizio che provoca malattie, imprevidenza, disoccupazione volontaria; i pregiudizi sociali che escludono determinate categorie dalla vita sociale.
La m. fu diversamente considerata nelle varie epoche storiche e pertanto furono diverse le misure prese per la sua attenuazione o eliminazione.
Nell'epoca romana i poveri sono generalmente considerati come strumento per esercitare la propria liberalità, con fini politici più che assistenziali. Le distribuzioni grandiose di frumento (frumentazioni), di olio, di carni, in origine munificenze private, sono in seguito forma comune di liberalità statale. Non mancano anche nella legislazione romana esempi di leggi repressive della m. ; una costituzione di Graziano, raccolta in seguito nel Codice di Giustiniano, stabilisce infatti che i mendicanti abili divengano servi di chi denuncia il loro mendicare (Cod., XI, 25).
Con il diffondersi del cristianesimo la m. è considerata sotto un nuovo aspetto: al concetto di liberalità si sostituisce quello di carità. Il precetto evangelico "Fate elemosina di quanto avanza" (Lc. 11, 41) informa di sé la mentalità dei primi cristiani e lascia tracce profonde per tutto il medioevo. La matrona romana Fabiola, che per prima istituì un ospedale per gli infermi poveri; Pammachio, che creò a Porto Romano un asilo per i pellegrini; Belisario, che nel sec. vi fondò a Roma un ospizio per i poveri, sono i primi esempi di una tradizione di elemosina e di assistenza al mendico per amore di Dio che diventerà una caratteristica del mondo cristiano di ogni tempo, adattandosi all'ambiente economico e sociale.
Per tutto il medioevo l'opera delle Chiese a favore dei poveri si estese sotto la direzione unitaria del papato, ma con la possibilità di aderire ai multiformi aspetti della povertà attraverso l'azione dei vari Ordini religiosi e delle confraternite a sfondo professionale. Il cristiano del medioevo si preoccupa del mendico, più che delle cause della m., e cerca in ogni modo di aiutarlo, non solo perché il mendico è un fratello, ma anche perché il mendico è mezzo con il quale il benefattore acquista meriti soprannaturali.
Con l'attenuarsi dello spirito cristiano in conseguenza del diffondersi dell'umanesimo e della "riforma" e con l'aumentare del numero dei mendicanti in conseguenza delle modificazioni strutturali dell'economia europea, l'opera della Chiesa diventa insufficente. In Francia e in Inghilterra si hanno i primi esempi di intervento statale con la trasformazione del regime amministrativo degli ospizi, con il controllo sulle elargizioni, con l'istituzione di tasse per i poveri, con la punizione della m. non autorizzata, ecc. Nel sec. xvi e nel xvir la m. è considerata un vizio e si pretende di risolverne il problema, perseguitando il mendico od obbligandolo al lavoro forzato. A questo proposito è significativa la "legge sui poveri» emanata sotto il regno di Elisabetta di Inghilterra ( 180 r ), che istituiva case di lavoro forzato e comminava pene severissime per tutti coloro che erano sorpresi a mendicare (mutilazione di orecchie, marchio, ecc.). L'orrore dei vagabondi suggerì anche grandiose opere di assistenza statale, come, p. es., il famoso Hôtel royal des invalides, fondato a Parigi da Luigi XIV
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nel 1674, e l'Albergo dei poveri fondato a Napoli da Carlo di Borbone nel 1731. Nei paesi cattolici, con la Riforma cattolica, si ebbe un grande risveglio di azione caritativa, con una serie di nuove istituzioni di beneficenza legate ai nomi di grandi santi, come Camillo de Lellis, Vincenzo de' Paoli, Caterina da Genova, Ignazio di Loyola, Gaetano Thiene, Filippo Neri, ecc.
Con l'illuminismo prima e con la Rivoluzione Francese poi si modifica ancora la concezione della m.: essa non è più considerata un vizio dell'individuo, ma della società. Il povero ha diritto all'assistenza, che diventa compito fondamentale dello Stato e solo in via sussidiaria delle varie associazioni religiose o professionali. Questo concetto è espresso chiaramente nel 1790 dal "Comitato di m. " dell'Assemblea nazionale francese, che per primo parla di misure preventive da prendersi dallo Stato per l'eliminazione della m.
Nelle nazioni protestanti l'assistenza statale è tutt'oggi prevalente, mentre in quelle cattoliche si tende a rivalutare l'importante tradizione della carità privata e a vedere nello Stato solo l'ente coordinatore e di controllo.
La legislazione italiana si è più volte occupata del problema della m.: la legge di pubblica sicurezza del 20 marzo 1865 limitava la m. ai soli inabili muniti di certificato di indigenza, rilasciabile solo dai comuni, privi di ricovero di m.; la legge Crispi del 1889 e il successivo decreto, che ne precisa le modalità di attuazione, restringe la possibilità di concessione di tali certificati, ammettendo il ricovero in altro comune e stabilendo una graduatoria fra gli enti a cui è accollato l'onere del ricovero (opere pie, comuni, Stato). Complementari alle disposizioni di pubblica sicurezza sono quelle del Codice penale, tuttora vigenti, che puniscono con l'arresto il mendicante privo di certificato e coloro che impieghino per questuare ragazzi minori di anni 18 di altrui famiglia. La legge di pubblica sicurezza del 22 luglio 1897 stabilisce le modalità per

(du Apontes histéricos sobre la Fiergen del German de Cups p et
convento francescano de M., Bornus Alres s. n.) Mendoza, diocesi di - Facsimile dell'autografo di Saint-Martin che conserva alla Vergeine di Mendoza l'esercito delle Ande. Mendoza, Convento francescano.

(let. Club, Burgos)
Mendoza y Bobadilla, Francisco de - Ritzano di anomimo. Burgos.
la determinazione del domicilio di soccorso, che non è necessariamente il comune di origine, e quella del 6 nov. 1926 istituisce in ogni comune una Congregazione di carità (più tardi trasformata in Ente comunale di assistenza, E.C.A.) a cui è devoluta l'amministrazione di tutti i beni destinati ai poveri. Quest'ultima legge modifica la grad