rminazione del domicilio di soccorso, che non è necessariamente il comune di origine, e quella del 6 nov. 1926 istituisce in ogni comune una Congregazione di carità (più tardi trasformata in Ente comunale di assistenza, E.C.A.) a cui è devoluta l'amministrazione di tutti i beni destinati ai poveri. Quest'ultima legge modifica la graduatoria degli enti a carico dei quali è l'onere del ricovero, menzionando prima i comuni, poi gli enti privati di beneficenza e poi lo Stato.
Insieme alle misure dirette prese dall'autorità nei confronti della m., si devono oggi prendere in considerazione anche tutte le forme indirette di intervento (estendersi delle assicurazioni sociali, assistenza all'infanzia, migliorate condizioni igieniche, ecc.), che agendo sulle cause della m. ne hanno notevolmente ridotta l'entità e la gravità.
Bibs.: L. Rivière, Mendiants et vagabonds, Parigi 1902; B. Seebohm-Rowntree, Poverty, Londra 1902; A. F. Gamberucci, Commento organico alla legge sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, Padova 1929; H. Daniel-Rops, La miseria e noi, Milano 1936; A. Fanfani, La miseria e i cultori di scienze sociali, in Ritzista internazionale di scienze sociali, 49 (1941), pp. 133-39; id., Colloqui sui poveri, Milano 1944. Francesca Duchini
MENDOZA, diOCesI di. - Diocesi e città principale nella provincia omonima nell'Argentina.
Ha una superficie di 247.917 kmq . con una popolazione di 676.149 ab., dei quali 608.535 cattolici. Conta 43 parrocchie con 61 sacerdoti diocesani e 80 regolari, un seminario, 21 comunità religiose maschili e 32 femminili (Ann. pont., 1951, p. 268).
La diocesi fu creata dal papa Pio XI con la cost. apost. Nobilis Argentinae nationis del 20 apr. 1934, per smembramento dalla diocesi di S. Giovanni di Cuyo; la sede episcopale fu posta in M., e fu cattedrale la chiesa dedicata alla Madonna lauretana. E suffraganea di S. Giovanni di Cuyo (AAS, 27 [1935], pp. 237-63).
Enrico Josi
MENDOZA y BOBADILLA, Francisco de. Teologo e cardinale, n. a Cuenca il 25 sett. 1508, m. ad Arcos (Burgos) il 26 nov. 1566. Laureatosi in utroque iure all'Università di Salamanca, dove pro-
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babilmente conobbe Francesco da Vitoria (v.), divenne maestrescuela del Capitolo salmanticense, arcidiacono di Toledo, vescovo di Coria (1535). Mandato a Roma da Carlo V, vi rimase quasi ininterrottamente fino al 1557, favorendo efficacemente gli interessi della Spagna, in particolare nella questione del Concilio di Trento e nei conclavi.
Amico intimo di s. Ignazio di Loyola, che aveva conosciuto e ammirato fin dal 1527 nelle carceri di Salamanca, ne difese la dottrina ascetica, ne favorl l'opera (nella fondazione del Collegi Germanico, di Salamanca e di Burgos, nella diffusione della Compagnia) e ne rivendicò la memoria. Creato cardinale nel 1544 da Paolo III ad praeces Caesaris, nel 1550 divenne vescovo di Burgos, che, indotto da s. Ignazio, raggiunse personalmente nel 1557. Rinnovò la sua diocesi con la visita pastorale, l'erezione del seminario con ricca biblioteca, il miglioramento economico della mensa capitolare, il restauro dell'episcopio, l'abbellimento della Cattedrale, la promulgazione solenne dei decreti tridentini (II giugno 1564). Tante attività l'avevano segnalato alla benevolenza di Filippo II, che lo fece promuovere arcivescovo di Valencia, ma la morte gli impedì di prendere possesso della nuova sede.
Formatosi nel clima del nascente Umanesimo spagnolo, il M. y B. ne divenne un distinto rappresentante. Stimato da Erasmo, in contatto con i migliori uomini del Rinascimento italiano e della Riforma cattolica, assiduo cultore di s. Tommaso e dei più grandi scolastici, appassionato raccoglitore di manoscritti, nel 1557 ritornò nella Spagna con molte casse di codici e con un maggior bagaglio di cognizioni patristiche e teologiche, che utilizzò nella redazione di un'opera eucaristica, concepita in difesa della reale presenza contro i protestanti, in particolare contro Ecolampadio: l'ampio trattato De naturali cum Christo unitate, quam per dignam Eucharistiae sumptionem fideles consequentur. Scritto tra il 1561 e il '66 svolge con calore e straordinaria erudizione una tesi di spinta originalità : l'Eucaristia degnamente ricevuta produce due unioni, una spirituale per mezzo della Grazia santificante (comune a tutti i Sacramenti), l'altra naturale (nel senso di vera e reale), che consiste nella comunicazione di tutte le proprietà della natura umana di Cristo a tutta la sostanza del fedele (pertanto non solo all'anima, ma anche al corpo, per quamdam redundantiam), per virtù della Grazia sacramentale, propria dell'Eucaristia. Questo speciale carisma è un donum quoddam christificum, che rende "cristiforme * il comunicante, come la Grazia abituale rende "deiforme * il battezzato. Tale unione perdura anche dopo svanite le specie e produce nei fedeli la più profonda coecorporatio tra di loro, una incoercibile propensione verso l'unità con il Padre nel cielo e un'intima esigenza alla resurrezione somatica alla fine dei tempi (v. comunione eocamprica). L'autore sviluppa questo tema in cinque libri, in cui la vasta cultura positiva si fonde con la migliore speculazione tomista.
L'opera, rimasta inedita e pertanto mal compresa, fu occasione di molte dispute, vivente lo stesso autore, di cui dopo quarant'anni conservava vivo il ricordo Gabriele Vásquez (Commentarii et disputationes in III Sum. Theol., disp. 204, cap. 1). La decisa contrarietà dei contemporanei ebbe il suo epilogo in un avverso giudizio del Suárez. Il Vásquez, l'unico che avesse letta l'opera in un manoscritto di Toledo, attenuò di molto lo sfavorevole verdetto del Dottore Esimio e da allora nella teologia eucaristica si determinò una triplice corrente di decisi oppositori (Henríquez, Tanner, Wiggers, Fugandez, Martinez del Prado, Becano, Mlastrio, Granado, Salmanticensi), di maderati difensori (Pietro Martinez, Diego de Tapia, Luis de Léon, Andrea de la Guadalupe Thomassin) e di esagerati amplificatori del pensiero mendoziano (card. Cienfuegos, De la Raguera, Selleri, card. Belluga, Rabago e Agramunt). Nel Settecento, con il decadere della teologia, si perdette quasi ogni traccia del M. y B. e della sua dottrina.
Ritrovato nel 1937 il manoscritto mendoziano da A. Piolanti nella biblioteca del Seminario Romano (a cui
proveniva, per testamento, da mons. Ubaldo Mannucci), fu dal medesimo edito con introduzione e note nella collezione Lateranum. Nell'odierno fervore per la dottrina del Corpo Mistico, l'opera del M. y B. ridiventa attuale ed è suscettibile di ulteriori apprezzandimenti, poiché s'inserisce nella tradizione sempre viva del realismo greco e della speculazione tomista.
BibL.: I. Vessous, Chronicon Hispaniae, Colonia 1577, p. 207; A. Schottus, Hispaniae Bibliotheca, Francoforte 1608, p. 544; G. Goncalos Davila, Teatro eclesiástico de las iglesias de los reynos de las dos Castillas, III, Madrid 1650, p. 88; A. Ghloinus, Athenaeum Romanum, I, Perugia 1676, p. 237; M. Antonius, Bibliotheca Hispana novo, I, Madrid 1783, p. 447; P. Schroeder, Monumenta quae spectant primordia Collegii Germanici-Hongarici, Roma 1896, pp. 179-81, 272-74; P. Tacchi Venturi, Storia della Compagnia di Gesù in Italia, II, ivi 1922, p. 600; Pastor, V, pp. 412-14; VI, pp. 3-34; S. Ruiz, Bobadilla, in DNG, IX, coll. 268-70; A. Piolanti, L'Eucaristia e il Corpo Mistico in un trattato inedito del card. M., in La scuola cattolica, 66 (1938), pp. 69-78; I. Blásquez, F. de M. y su doctrina acerca del Cuerpo mistico, in Revista española de teologia, 4 (1944), pp. 237-313; A. Valpiraffo, Il card. F. M. y. B. e il suo trattato inedito, Roma 1946; F. Mendoza, De naturali cum Christo unitate libri quinque, quos primum edidit, prolegomenis criticisque animadversiovibus locapletavit A. Piolanti (Lateranum, nuova serie, 13, 1-iv), ivi 1947 (a pp. xI-1xxvi vita, pensiero, storia della controversia: a pp. xxili-xxiv descritte le opere minori del M. y B.); P. Palazzini, Un inedito del ' 500 , in L'osservatore romano, in marzo 1949, p. 3, col. 6; E. Longpré, L'Eucharistie et l'union mystique selon la spiritualité franciscaine, in Revue d'ascétique et mystique, 25 (1949), pp. 327-31; F. Carpino, Nel mistero eucaristico, in Taboe, 5 (1950, 11), pp. 81-84; F. S. Palster, Il card. M. e la sua dottrina sull'unione con Cristo, in Civ. Catt., 1950, III, pp. 63-69; I. Blásquez, La edicica romana de la obra "De naturali cum Christo unitate" del card. M. in Revista española de teologia, 10 (1950), pp. 433-39.
Antonio Piolanti
MENDOZA HURTADO, Diego de: v. hurTADO DE MENDOZA, DIEGO.
MENELAO. - Sommo sacerdote di Gerusalemme, abusivamente succeduto a Giasone, anch'egli intruso al posto del fratello Onia III, ultimo pontefice legittimo, al tempo del re seleucida Antioco IV Epifane (175-163 a. C.; cf. II Mach. 4, 23-50).
Secondo molti critici M., come suo fratello { }^{°} Simone, era non della tribù di Beniamin (testo greco attuale di II Mach. 3, 4), ma della tribù di Levi e della discendenza di Bilga (antiche versioni latine), ossia della quindicesima classe sacerdotale.
Si distinse per tirannica ferocia verso i compatrioti, e continui saccheggi al tesoro del Tempio, perpetrati allo scopo di sdebitarsi con Antioco, o di accaparrarsi il favore di personalità influenti. Fece assassinare a tradimento il pio Onia III perché aveva osato biasimare la sua sacrilega condotta.
Quando Antioco IV (v.), di ritorno dalla seconda campagna di Egitto, entrò nel Tempio per saccheggiarne il tesoro, fu accompagnato da M., e penetrato nel «Santo» ne asportò il candelabro e l'altare d'oro.
Nella campagna di Antioco V Eupatore (163-162) contro la Giudea, M. è presso il Re nell'intento di guadagnarsene il favore. Divenuto esoso per i suoi intrighi, fu condannato a morte, e finì in Berea per asfissia, precipitato nell'interno di una torre piena di cenere.
BibL.: G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1943, v. indice; F.-M. Abel, Les livres des Maccabées, Parigi 1949, v. indice.
Antonio Carrozsini
MENÉNDEZ, JOSEfa. - Religiosa della Società del S. Cuore di Gesù, n. a Madrid il 4 febbr. 1890, m. a Poitiers il 29 dic. 1923.
Consacratasi a Dio fin dai prim anni e superate forti difficoltà familiari, entrò il 4 febbr. 1920 tra le Religiose del S. Cuore a Poitiers, dove rimase fino alla morte. Occupata, come sorella coadiutrice, in tutte le faccende esteriori della Casa, progredì nella vita interiore, fino a raggiungere le vette della mistica. Vittima per la conversione dei peccatori, provò in sé i dolori della Passione di Gesù,
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le più aspre tentazioni di solitudine, di dubbi e di disperazione, assalti violenti del demonio. Lasciò un a messaggio ", che le avrebbe affidato il S. Cuore, da comunicare alle anume per aumentarne la fiducia nel suo divino amore, che vorrebbe inondare il mondo della sua pietà e misericordia.
BIBL. : il a messaggio " fu pubblicato postumo e parzialmente: Un appel à l'amour. Sueur 7. M., Tolosa 1938 (vers. it. Torino 1940); poi integralmente: Le message du Cueur de Jésus au monde et sa messagere soeur 7. M., ivi 1944 (vers. it., Torino 1950).
Celestino Tessere
MENÉNDEZ y PELAYO, Marcelino. - Erudito e critico spagnolo, n. a Santander il 3 nov. 1856, m. ivi il 19 maggio 1912. Geniale configuratore della vicenda letteraria spagnola e del suo posto nella civiltà europea, attraverso un vastissimo ciclo di ricerche e valutazioni su scrittori e periodi storici, dalla romanità ai giorni nostri.
Artista egli stesso, ricrea spesso magistralmente l'opera esaminata. Eccessivamente severo con Calderón, in genere però il M. y P., nonostante talune concessioni al suo temperamento tipicamente iberico, riesce a equilibrio di disegno, scutezza di visione aperta ai moderni acquisti della scienza e alle più recenti mode letterarie, equità di giudizio, sobrietà ed eleganza di forma. Di spirito cristiano e patriottico si illumina tutta la sua produzione di pensatore, critico, storico e polemista, dall'autore stesso, in vista dell'edizione integrale, sistemata in 19 sezioni, di diversi volumi ciascuna. Notevoli soprattutto : La ciencia española, Horacio en España, Historia de los heterodoxos españoles, Historia de las ideas estéticas en España, Ensayos de critica filosófica, Colderón y su teatro, Antología de poetas líricos castellanos, Antologia de poetas hispanoamericanos, Origenes de la novela, ecc.
BIBL.: l'ed. naz. delle opere di M. y P., patrocinata dal Conscio Superior de Investigaciones científicas, è in corso avan. esto di pubblicazione. Studi: F. Nabet y Tomás, Los libros de M. y P. y la prensa catalina, Barcellona 1912; C. Eguia: Literaturis y literates, I, Madrid 1914, pp. 203-21; A. Bonilla y San Martín, M. M. y P., ivi 1914; P. Artigas, La vida y la obra de M. P., Beragozza 1939.
Enzo Navarra
MENEON. - Libro liturgico del rito greco, composto di 6 o 12 volumi, contenente i canti propri e le lezioni bibliche dell'Ufficio delle feste della Madonna, degli angeli e dei santi, cioè delle feste a data fissa; ed anche i testi delle feste immobili del Signore nell'anno ecclesiastico (Natale, Epifania; le feste mobili del Signore o dell'anno ecclesiastico si trovano nel Triadion per il tempo prima di Pasqua, cominciando 8 giorni prima della Settuagesima, nel Pentecostarion per il tempo pasquale, nell'Octoechos per l'altro tempo).
Inoltre, il M. contiene lezioni più o meno lunghe delle vite di santi e le rubriche del Tipicon, e corrisponde al "proprium de sanctis " del Breviario romano. Come appendice seguono canti e lezioni dei santi che non ne hanno propri, conforme al a comune dei santi » nel Breviario romano. Il M. è ordinato per giorni e mesi (donde il nome) dell'anno civile bizantino, cominciando dal sett., capodanno bizantino; è il libro sacro notissimo presso i Greci, più volte dato alle stampe. Le ultime edizioni; Roma, 6 voll., 1888-1902; precedenti: Venezia 1527 sgg., Costantinopoli 1843, Atene 1896.
BIBL.: H. Delehaye, Propylacum ad Acta SS. Novembris, Bruxelles 1902, pp. 1r-21,viI sg.; L. Eisenhofer, Handbuch der hathol. Liturgik, I, Friburgo in Br. 1932, p. 117; P. Oppenheim, De libris liturgicis, Torino-Roma 1940, p. 154. Pietro Siffrin
MENESES, Alejo. - Missionario e vescovo agostiniano, n. a Lisbona il 25 genn. 1559, m. a Madrid il 2 maggio 1617. Religioso nel 1574, fu, compiuti gli studi, superiore in vari conventi del suo Ordine. Filippo II gli offrì il rettorato dell'Università di Coimbra; ma M. lo ricusò. Il 13 febbr. 1595 fu nominato arcivescovo di Goa e primate delle Indie Orientali.
Parti subito alla volta della sua missione, ed ebbe da Clemente VIII l'incarico di visitatore del Cangranor e facoltà straordinarie per giudicare il vescovo nestoriano Mâr Abraham. Con zelo indefesso lavorò per i cristiani detti di S. Tommaso nella regione di Malabar, per la conversione degli infedeli e degli sciamatici. Nel 1599 indisse e, come legato del Papa, presentò il Sinodo di Diamper. Diede grande impulso alle missioni dell'Etiopia e della Persia, inviandovi rispettivamente i Gesuiti e gli Agostiniani. A Goa fondò monasteri, collegi e chiese. Per tre periodi di tempo governò l'India in qualità di viceré, e si adoperò specialmente per difenderla contro gli Olandesi. Nel 16ro da Filippo III fu richiamato in Europa. Paolo V lo nominò, il 19 marzo dello stesso anno, arcivescovo di Braga e primate della Spagna. Nel 1614 fu nominato viceré del Portogallo. M. esercitò l'apostolato anche con molti scritti; ma la maggior parte delle sue opere, riguardanti specialmente la storia degli Agostiniani e il suo governo pastorale, restò manoscritta e andò smarrita.
BibL.: Diego de S. Ana, Documentos e a vida de A. M.; Antonio de Gouvea, Vida de A. M.: di queste due biografie non si ha né l'anno né il lungo di stampa, ma certamente non sono molto posteriori alla morte del M.; J. Lanteri, Illustriores viri Augustinenses, II, Tolentino 1839, pp. 211-13; G. Vela, Ensayo de una biblioteca ibero-americana de la Orden de S. Agustin, V, Madrid 1920, pp. 426-34; P. Gauchat, Ierarchia catholica medii et recentioris aevi, IV, Münster 1935, pp. 120, 195.
## Davide Falcioni
MENEVIA, Diocesi di. - Nella provincia di Cardiff in Inghilterra, ad eccezione di Glamorganshire e Monmonthshire. Su 932.480 ab. (censimento del 1931) comprendeva 21.350 cattolici distribuiti in 61 parrocchie, servite da 75 sacerdoti secolari e 130 regolari, un seminario (St Mary's College), 12 comunità religiose maschili e 28 femminili; nel 1948 si ebbero 141 conversioni.
Nel 1840 questa provincia (Principality di Galles) fu divisa fra Newport e Shrewbury. Poi nel 1895 Leone XIII rinnovò il vicariato apostolico di Galles (eccettuando la diocesi di Newport), presieduto da mons. Francis Mostyn, vescovo titolare di Ascalon, di lignaggio gallese e cattolico; e il 12 maggio 1898 creò la diocesi vescovato di M., titolo latino della diocesi antica di St. David's (probabilmente derivato dalla Menapia dei Romani), del quale mons. Mostyn divenne primo vescovo. Patroni di M. : Nostra Signora Soccorso dei Cristiani, s. David e s. Vinefride.
La cattedrale di S. David fu iniziata dal vescovo Pietro de Leia (1176-1203), con aggiunte specialmente dei vescovi H. Gowes (1328-47) e E. Vaughan (1509-23). Vi ebbero grande venerazione le reliquie di s. David (canonizzato da Callisto II); la tradizione popolare affermava che due pellegrinaggi a S. David equivalevano ad una a Roma: «Meneviam pete, Romam adire si vis; Merces aequa tibi redditur hic et ibi; Roma semel dat quantum dat his Menevia tantum». L'ultimo vescovo cattolico si ebbe nel 1554. I vescovi di M. dal 1895 furono, oltre Francis Mostyn (1895-1921, poi arcivescovo di Cardiff, 1921-39), Francis Vaughan (1926-35), Michel McGrath (1935-40, poi arcivescovo di Cardiff), Daniel Joseph Hannon (1940-46) e John Petit (1946).
La chiesa di Nostra Signora Addolorata a Wrexham funge da «pro-cattedrale». A Holywell è la fonte miracolosa di s. Winefride, sempre meta di pellegrinaggi, anche durante la persecuzione. Le antiche cattedrali di St. David's, Bangor e St. Asaph's sono ora usate dai protestanti; di parecchie abbazie, come Valle Crucis, Talley, non restano che rovine. A Valle Crucis si celebrò una Messa solenne nel giugno 1947.
Molti santi hanno reso celebre questa regione, fra i quali st. David, st. Non, st. Teilo, st. Benos, st. Winefride martire. Dopo l'apostasia, M. possiede i martiri bb. Richard Gwyn (1584), John Roberts (1610), Philip Powel (1646), John Lloyd (1679) e i venerabili Humphrey Pritchard (1589), William Davies (1593), Edward Morgan (1642) ed altri.
La diocesi è suffraganea di Cardiff. La residenza's in Wrexham.
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Mengi, Anton Raphael - Ritratto di due Infanti di Spagna. Madrid, Galleria del Prado.
Bibl.: K. Digby Beste, s. v. in Cath. Enc., X, pp. 187-88; The Catholic Directory 1930, Londra 1950. pp. 234-43.
Enrico Rope
MENGOLI, Pietro. - Matematico, n. a Bologna nel 1626, m. ivi il 7 giugno 1686. Fu discepolo di B. Cavalieri. Nominato parroco nella stessa città, inseri nel suo ministero sacerdotale anche una feconda attività di studioso dell'analisi matematica.
Egli dimostrò la divergenza della serie armonica, e trovò la somma di varie serie aritmetiche. Per primo considerò l'integrale definito come limite comune dell'integrale superiore e integrale inferiore, però riferendosi, non già come si fa oggi, agli estremi superiore ed inferiore della funzione integrante, ma al massimo e minimo che questa assume in ciascuno degli intervalli in cui si spezza il campo di integrazione. Ciò perché a quel tempo l'attenzione si rivolgeva soltanto alle funzioni continue.
Scrisse anche una teoria dei logaritmi e di questi dette sviluppi in serie utilizzabili nella costruzione delle tavole.
Bibl.: G. Vacca, Sulle scoperte di P. M., in Rendiconti della R. Acc. dei Lincei, 5² serie, 24 (1915), pp. 508-13, 617-20, con elenco delle opere.
Pietro Teofisto
MENGONI, Teofilo (Teofilo da Soci). - Predicatore e scrittore dell'Ordine dei Minori, n. a Soci (Arezzo) il 12 luglio 1864, m. a Fiesole il 31 maggio 1949. Entrò nell'Ordine nel 1880 e fu ordinato sacerdote nel 1888.
A Roma fu segretario particolare del servo di Dio p. Bernardino da Portogruaro e di p. Agostino da Montefeltro durante la predicazione a S. Carlo al Corso. Educò la gioventù francescana a Figline Valdarno (Firenze), a Fiesole ed a Sargiano (Arezzo). Sua opera principale è l'erezione del santuario antoniano di Montepaolo (Dovadola, provincia di Forlì), ove condusse vita eremitica s. Antonio di Padova, oggi divenuto meta di pellegrinaggi.
Con la collaborazione di Giuseppe Toniolo, a Rocca S. Casciano (Forlì) fondò nel 1903 il periodico La Verna, che nel 1914 si trasformò in Studi francescani (v.). Nell'oratoria e negli scritti usò uno stile elegante e personale, però alquanto fantasioso. Fra le sue opere maggiori sono da ricordare: Un apostolo fiorentino nell'alto Egitto (Firenze 1895); S. Ippolito (Prato 1902); la versione italiana della vita di s. Antonio detta Legenda Rigaldina (Quaracchi 1902). Negli scritti minori e negli articoli si firmò spesso "Tcofilo l'eremita ".
Bibl.: G. Fiori, Il collegio serafico della provincia delle S.me Stimmate in Toscana, Firenze 1929, pp. 238, 270; C. Peruzzi, Dove fiorisce il deserto : Montepaolo 1921-21, Bologna 1942 (prefazione di T. M.); I. Buratti, P. Agostino da Montefeltro, Firenze 1949, p. 34 e passim; per la necrologia cf. Studi francescani, 3² serie, 21 (1949), p. 1; Acta Ordinis Fratrum Minorum, 69 (1950), p. 146 .
Gaudenzio Melani
MENGS, Anton Raphael. - Pittore n. ad Aussig in Boemia il 22 marzo 1728, m. a Roma il 29 giugno 1779. Figlio di Ismaele, pur csso pittore, cra ancora un ragazzo quando il padre lo condusse a Roma. Qui fra il 1741 e il 1744 fu a scuola presso M. Benefial e S. Conca, ma si interessò soprattutto alle opere di Raffaello.
Rientrato in patria, a Dresda, v'ottenne grandi successi per le doti eccezionali di ritrattista; malgrado ciò presto volle tornarsene a Roma, ove era di nuovo nel 1746. Quivi, convertitosi al cattolicesimo (era ebreo) e presa per moglie una romana, questa spesso ritrasse, fin dal 1749, con gli attributi della Madonna in composizioni raffiguranti la S. Famiglia. Pittore ricercatissimo e ritrattista famoso, il M. svolse, malgrado i frequenti viaggi all'estero, la massima parte della sua attività a Roma ove nel 1755 conobbe il Winckelmann, le cui teorie estetiche in parte collimavano con le proprie come tendenza alla ricerca di una bellezza ideale perseguita a mezzo della scelta di modelli da trarre, secondo il M., dalle opere dei grandi pittori del passato: soprattutto da Raffaello, Correggio, Tiziano e Michelangelo. Tali idee, derivanti dal Bellori e solo in parte dunque collimanti con quelle dei puri neoclassici che individuavano la bellezza nei grandi modelli dell'antichità classica, il M. svolse in numerosi scritti e testimoniò in pitture, quali, fra il 1757-58, il soffitto della chiesa di S. Eusebio a Roma e, nel 1761, nell'affresco raffigurante il Parviano nella villa del card. Albani. Nel 1761 il M. fu anche a Napoli e poi a Madrid per dipingere presso quella corte e dare nuovo ordinamento all'Accademia. Tornato a Roma ed eletto principe dell'Accademia di S. Luca, nel 1772 decorò la Sala dei papiri nella Biblioteca Vaticana. Nel 1773 era di nuovo a Madrid, ma la malferma salute lo costringeva a rientrare a Roma dove moriva sei anni più tardi. Sue opere, fra le quali di gran pregio alcuni ritratti ancora inclini agli aspetti del più aggraziato settecentismo, sono nelle maggiori collezioni italiane e straniere.
Bibl.: F. F. Schmidt, s. v. in Thieme-Becker, XIX coll. 390392; V. Golzio, s. v. in Enc. Itul., XX, p. 856; A. M. Brixio, Ottocento-Novecento, Torino 1939, pp. 7-8. Emilio Lavagnino
MENHIR: v. PREISTORIA, RELIGIONE nella.
MENIATES, Elia. - Vescovo e controversista greco, n. nel 1669, m. nel 1714. A 10 anni venne da Cefalonia, sua patria, a Venezia, dove compì gli studi e diede inizio all'insegnamento ed alla predicazione. A Costantinopoli ricoprì cariche politiche, come addetto al console veneto. Nel 1711 fu creato vescovo di Cernica e Calabria.
Scrisse il libro Iléypa π κ α ν δ α λ 00 (Lipsia 1718), nella cui prima parte, storica, diede la versione corrente tra i Bizantini sullo scisma foziano, mentre nella seconda trattò delle cinque divergenze discusse al Concilio Fio rentino. Il libro venne tradotto in latino, in tedesco (1787), in romeno (1844) ed in russo (1847). Pubblicò inoltre una raccolta di prediche: Δ i δ α χ α i (Venezia 1720); in esse M., contro la sentenza già allora prevalente a Costantinopoli, difese l'Immocolata Concezione.
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BibL.: C. Erbiceanu, Viups si scrisorile lui Ilie Miniat, in Biserica Ortodasa Romnna, 16 (1892-93), pp. 711-14; M. Jugic, Theologia dogmatica Christinnorum orientodium, I, Parigi 1926, pp. 319-20; S. Salaville, Elie M. et l'Immaculée Conception, in Echos d'Olind, 27 (1928), pp. 278-94.
- MENNI, Benedetto. - Restauratore degli Ospedalieri di S. Giovanni di Dio (v.) in Spagna e fondatore delle Ospedaliere del S. Cuore di Gesù e della B. V. Maria (v.), n. a Milano l'ri marzo 1841, m. a Dinan (Francia) il 24 apr. 1914.
Novizio il 1° maggio 1860 e professo solenne il 17 maggio 1864, fu ordinato sacerdote il 14 ott. 1866. Il priore generale, Giuseppe Maria Alfieri, lo incaricò di richiamare in vita il ramo spagnolo dell'Ordine soppresso dalle leggi eversive del 1833-36. Munito d'un particolare mandato di Pio IX, il 25 apr. 1867, privo di mezzi e ignaro della lingua, raggiunse Barcellona, dove lo stesso anno con l'aiuto del vescovo e di pii benefattori poté aprire un modesto asilo per bambini poveri, rachitici e scrofolosi. Quivi riunì alcuni confratelli d'Italia, di Francia e di Spagna, con i quali iniziò la rinascita spagnola dell'Ordine. Il M. ebbe assai da soffrire sia da parte dei suoi che dei rivoluzionari del 1868 e soprattutto da quelli del 1873 che per poco non lo fucilarono. Riparà momentaneamente in Francia, ma l'anno dopo rientrava nella Spagna del Nord insanguinata dalla guerra civile, quale delegato della Croce Rossa. Ristabilito l'ordine interno, il M. fondò nel 1876 a Cosmopoulos, nelle vicinanze di Madrid, l'ospedale psichiatrico (manicomio) che divenne il centro propulsore del restaurato ramo spagnolo che si estese poi al Portogallo ( 1893 ) e perfino nel Messico (1901). All'atto della costituzione della provincia spagnola (1884) il M. venne scelto quale primo provinciale. Resosi conto della necessità di una congregazione femminile per curare le ammalate ricoverate negli ospedali che andava erigendo, il M. nel 1880 con la collaborazione di Maria delle Angustie Giménez e Giuseppina Jaciò istituì le Ospedaliere del S. Cuore di Gesù e della B. V. M. Chiamato a Roma, fu successivamente visitatore apostolico (1909) e priore generale dell'ordine (21 apr. 1911), carica da cui si dimise per ragioni di salute il 19 giugno 1912. Il suo ideale costante fu di amare e servire Dio alleviando le sofferenze del prossimo. Uomo di grande forza di carattere e indefesso lavoratore, lasciò larga fama di santa vita, tanto che i processi per la sua beatificazione già son deposti presso la S. Congregazione dei Riti.
BibL.: M. Morin, El Rev.mo p. Pr. Beuito M., 2 voll., Madrid 1919; F. Bilbao, Biografia del rev.mo p. fr. B. M., Roma 1939; G. Russetto, L'Ordine ospedaliero di S. Giovanni di Dio, ivi 1930, pp. 123-26.
A. Pietro Frutas
MENNO, Simons. - Fondatore dei mennoniti, n. a Witmarsum (Olanda) ca. il 1496, m. ad Aldesloe (Holstein) nel 1559. Ordinato sacerdote nel 1515 (o 1516), fu vicario di Pingium, e ca. il 1531 parroco del suo paese natale. Nel 1531, essendo stato condannato a morte l'anabattista olandese Seicke Snijder perché negava la validità del Battesimo dei neonati, il M. volle esaminare da se stesso la questione e si persuase che tale Battesimo non era valido; scrisse anche a Lutero, a Bucero e a Bullinger, tutti difensori del Battesimo dei bambini (pedobattesimo) e, non convinto dalle loro ragioni, aderì alle dottrine anabattiste e fu ribattezzato nel 1536 da Obbe Philips, organizzatore della prima chiesa anabattista in Olanda, di cui il M. fu uno dei capi principali.
Frattanto l'anabattismo svizzero-tedesco aveva preso in Germania un carattere rivoluzionario, culminato nell'eccidio di Leida (1535). Occupata questa città, molti anabattisti si rifugiarono nella Prisia e M. lavorò tra i profughi per mitigare il loro fanatismo e vi riuscì. Ma la fama dei precedenti eccessi aveva indisposto contro di loro le autorità civili e pertanto furono perseguitati anche in Olanda. M., che dal 1537 al 1541 era stato a capo della comunità anabattista o "obbenita" di Groninga, si recò a Emden dove ebbe una disputa con l'aretico polacco Giovanni di Lasco; nel 1545 si rifugiò, con la moglie

(per cortesia delle Suore ospedaliere del S. Cuore di Gesù) MENNI, BENEDETTO - RICOPO.
BibL. Rise and fall of the Anabaptists, Londra 1903; J. M. Whiterow, Church rebels and pioneers, ivi 1927; G. Welter, Histoire des sectes chrétiennes, Parigi 1950, passim. Camillo Crivelli
I Mennoniti. - Dagli scritti di M., due discepoli, Hans Rys e Lubbert Giraldi, nel 1580 trassero la «Confessione di Fede di Waterland» che contiene 40 articoli. In essi si nega la trasmissione del peccato originale, si afferma l'elezione condizionale, la morte del Signore per tutti, si condanna il giuramento, la guerra e qualsiasi violenza, le liti, si raccomanda l'obbedienza alle autorità civili, purché non comandino cose contrarie alla parola di Dio, ed è riconosciuto solo il Battesimo degli adulti.
Sono anche ammesse come Confessioni di Fede quella di Dort (1632) e di Leida (1664). Durante i viaggi per la Germania settentrionale, M. aveva propagato le sue dottrine fino alla Livonia e alla Danimarca, ma l'estensione stessa della sua propaganda, la difficoltà delle comunicazioni fra i diversi gruppi furono causa di divisioni e di scismi. Gli eccessi dei primi anabattisti, la resistenza dei mennoniti ad arruolarsi, il non volere mai prestare il giuramento, anche nei casi prestabiliti dalle leggi, fecero sì che essi venissero perseguitati ovunque si erano stabiliti. Malgrado le persecuzioni, nel 1927 ve ne erano in Svizzera 22.000, in Germania 5500, in Olanda 70.000, in Francia 4000, in Polonia 2000 e ca. 100.000 in Russia. I mennoniti oggi sono generalmente gente tranquilla, sottomessi alle autorità civili, vivono quasi separati dagli altri, si dedicano principalmente all'agricoltura e dove si stabiliscono, formano colonie fiorenti. Degni di menzione i mennoniti degli Stati Uniti : sono appena 100.000 e si dividono in molte sette, alcune delle quali con solo 200 e 300 affiliati. Ai primi mennoniti, chiamati alla sua colonia di Pensilvania da Guglielmo Penn (1644-1718), se ne aggiunsero, soprattutto nel sec. xix, altri venuti dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Russia : tutti vi recarono i loro costumi e le loro tradizioni. Al contatto con il primo gruppo ivi stabilito, alcuni si fusero con esso e da questa fusione ebbe origine la "Mennonite Church", la più numerosa di tutte le americane, con 34.039 membri, mentre altri rimasero separati. Alle volte alcuni di questi gruppi tenutanno di adunarsi in una specie di conferenza come la "General Conference of the Mennonite Church" e la "Conference of the defenseless Mennonites", ma poiché non tutti aderirono all'unione, ne risultò una nuova setta. Alcuni piccoli gruppi, quali il "Krimmer Brueder Gemeinde", quasi tutto oriundo dalla Crimea, si conservarono compatti e uniti anche dopo l'emigrazione negli Stati Uniti. Lo stesso fecero i Fratelli mennoniti hutteriani. Negli Stati Uniti poi sorsero
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Menologion - Miniature e testo delle prime pagine del Menologio di Basilo II (976-1023) - Bibioloca Vaticana, cod. Vat. grec. 1613, ff. 1 e 2.
nuovi scismi tra di essi, come la a Chiesa di Dio mennonita x, la a Chiesa mennonita dell'Antica osservanza x (1870) ecc. Al presente si contano 17 divisioni negli Stati Uniti e nel Canadà. I mennoniti hanno importanti missioni in paesi cristiani e pagani.
BibL.: W. Cathcart, The Baptist Encyclopaedia, 2 voll., 2² ed., Philadelphia 1883 (vi si afferma che i mennoniti non sono battisti per la loro dottrina della sufficienza del Battesimo di aspersione); A. Koller e G. Stewart, Protestant Europe: its Crisis and Outlook, Nuova York 1927; United States Department of Commerce, Religious Bodies, 2 voll., Washington 1929; J. Parker, Directory of the World Missions, Nuova York 1938.
Camillo Crivelli
MENNONE, vescovo di Efeso. - Visse tra la fine del sec. Iv e la prima metà del sec. v; era già vescovo di quella Chiesa nel 431, quando venne adunato il grande Concilio.
Nei lavori di esso sostenne energicamente s. Cirillo Alessandrino (v.) contro i partigiani di Nestorio; ma già all'inizio aveva loro vietato l'uso delle chiese e negato il permesso di celebrarvi la festa della Pentecoste.
Dal Conciliabolo degli Orientali fu deposto insieme con Cirillo, ed imprigionato, ma subito liberato per ordine dell'imperatore Teodosio e lasciato nella sua sede. Si conserva una sua lettera al clero costantinopolitano.
Bibl.: Tillemont, XIV, pp. 295-485; Hefele-Leclercq, II, pp. 234-48; M. Jogle, Le decret d'Ephète sur les formules de foi et la polémique anticatholique en Orient, in Echos d'Orient, 30 (1931), pp. 257-70; C. Hole, s. v. in Dictionary of christian biography, III, p. 901 sq. Emanuele Romanelli
MENOGGHIO, Bartolomeo, venerabile. - Degli Eremitani di s. Agostino, n. a Carmagnola il io marzo 1741, m. a Roma il 25 marzo 1823.
Religioso nel 1760, fu da prima professore di teologia ai confratelli, indi predicatore acclamato per tutto il Piceno; la sua parola e l'esempio delle sue virtù furono spesso confermati da prodigiose guarigioni. Nel 1796 fu consacrato vescovo coadiutore di Reggio e nel 1800 scelto da Pio VII a confessore e sacrista. Non tralasciò mai i suoi ministeri pastorali in quei tempi burrascosi e incerti, prodigandosi soprattutto per i poveri e gli infermi.
Scrisse e pubblicò cinque Novene per le principali feste della Vergine. La causa di beatificazione fu introdotta il 27 apr. 1871.
(1ot. Biblioteca Vaticana)
Bibl.: G. Lanteri, Postrema saccula sea Religionis Augustinianae, III, Roma 1860, pp. 287 sgg.; D. A. Perini, Bibliographia augustiniana, II, Firenze 1931, pp. 206-208.
Celestino Testore
MENOCHIO, Giacomo. - Giureconsulto, n. a Pavia nel 1532, ivi m. nel 1607. Insegnò, giovanissimo, diritto in questa Università ( 1556-60 ). Salito in grande fama, dopo aver rifiutato diverse cattedre europee, fu chiamato dal duca Emanuele Filiberto a insegnare nella nuova Università di Mondovì ( 1561 -66). Passò anche a Pisa, ma non volle restarvi, nonostante le offerte del granduca Francesco de' Medici, essendosi impegnato con la Repubblica veneta a ricoprire la cattedra primaria dell'Università di Padova (1566-88). Morto a Pavia Nicola Graziano, i suoi concittadini lo rivolsero nella loro Università. In seguito fu nominato dal re Filippo II di Spagna senatore, presidente delle entrate straordinarie e regio consigliere. Fu il più celebre e tipico rappresentante della scuola dei giuristi pratici.
Opere principali : De adipiscenda et recuperanda possessione (Lione 1571); De arbitrariis iudicum quaestionibus et causis (ivi 1585); De praesumptionibus, coniecturis, signis et judiciis commentaria (Colonia 1595); De iurisdictione, imperio ac potestate ecclesiastica ac saeculari (Venezia 1906); Consiliorum sive responsorum libri XIII (ivi 1609). Inoltre fu tra i curatori del Tractatus unisersi iuris, edito sotto gli auspici di Gregorio XIII a Venezia nel 1584, in 28 voll.
Bibl.: G. Ghilini, Teatro d'luomini letterati, I, Venezia 1647, p. 71; L. Crasso, Elegi degli luamini letterati, I, ivi 1666, p. 113; F. Argelati, Bibliotheca scriptorum Mediolamentum, Milano 1745, p. 2128; C. G. Mor, s. v. in Enc. Ital., XXII, p. 261; S. Kuttner, s. v. in Nuovo Dignito Italiano, VIII, pp. 422-23. Augusto Moreschini
MENOCHIO, Giovanni Stefano. - Teologo ed esegeta gesuita, n. a Pavia nel dic. 1575, m. a Roma il 4 febbr. 1655. Insegnò esegesi biblica e teologia morale a Milano; fu superiore di vari collegi, rettore del Collegio Romano, provinciale di Milano e di Roma, ammonitore dei generali Carafa e Piccolomini.
La sua Brevis explicatio sensus literalis totius Sacrae Scripturae ex optimis quibusque auctoribus per epitomen col-
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lecta (Colonia 1630), stimata e ricercata, fu riprodotta prima da sola, poi in varie collezioni, una trentina di volte fino al 1873, quando venne inserita ne La Ste Bible di C. F. Drioux (8 voll., Parigi 1872-73). Risultate le seguenti edizioni piene di errori tipografici, il gesuita J. R. Tournemine (m. nel 1739) ne curò una nuova, emendata e arricchita di pregiate dissertazioni su questioni supplementari, prese da altri autori come J. Bonfrère, J. Mariana, J. Acosta, ecc., elogiando del M. la perizia nelle lingue bibliche, l'acume esegatico, la cultura patristica, la sodezza teologico, la ricerca accurata, l'esposizione sobria e chiara.
Altre opere: Hieropoliticum, sive Institutiones politione e S. Scripturis depromptae (Lione 1625); Institutiones oeconomicae ex S. Literis depromptae (Parigi 1627), stampate anche in italiano (Venezia 1656) con aggiunte e con il titolo Economia cristiana; Le suore di Gio. Corona (pseudonimo di Stefano), tessute di varia erudizione sacra, morale e profana (Roma 1646); De republica Hebraeorum (Parigi 1648); Historia sacra della vita, attioni, doctrina, miracoli, passioni, morte, risurrellione e salita al Cielo del N. Redentore, Salvatore G. C. (Roma 1653); Historia sacra degli Atti degli Apostoli (ivi 1654).
Bibl.: Sommervogel, V, pp. 948-55; Hurter, III, coll. 1060-63.
## Antonio Carrozzi
MENOLOGION. - Libro liturgico bizantino, che contiene per esteso le vite dei santi, ordinati secondo i giorni e mesi, a cominciare dal 1° sett., capodanno bizantino, da leggere nelle vigilie delle loro feste.
Per ordine dell'imperatore Basilio II (976-1025), Simeone Metafraste (o Logothetes) compose il suo celebre M., sia raccogliendo e rimaneggiando le anteriori fonti, sia rifacendo nuove vite (PG 114-16); il suo inBasso fu tale che, dopo di lui, non s'è fatta una simile collezione, e le altre anche più complesse dei secc. anteriori vir e viti furono abbandonate o soppiantate.
Con la voce M. vengono talvolta designati i sinassari o raccolte di vite di santi, in forma ridotta e compendiosa; fra questi, numerosi, il cosiddetto M. dell'imperatore Basilio II della Biblioteca Vaticana, famoso per la ricchezza delle miniature (ed. Pio Franchi de' Cavalieri, Torino 1907).

(fei. Pont. Comn, arch. sacra)
Mensa. - M. degli olii presso la tomba di S. Cornelio. Roma, cimitero di S. Callisto.
E un errore confondere con il M. le notizie agiografiche brevissime in forma di calendario o martirologio, o persino gli indici delle lezioni scritturali assegnate per ciascun giorno dell'Ufficio.
Bibl.: A. Ehrhard, Die Legendenzammlung des Symson Metaphrastes, in Festschrift des deutsch. Campo Santo in Rom, Friburgo 1896, pp. 46-82; A. Ehrhard, Les Ménologie grecs, in Amelecta Solisndiana, 16 (1807), pp. 311-29; 17 (1898), pp. 448-52; H. Delehaye, Propplaeum ad Acta SS. Nov., Bruxelles 1902, pp. 10-2;111 sgg.; H. Leclercq, Ménologie, in DACL, XI, coll. 419-30; H. Engberding, Menologium, in LThK, VII, col. 87; P.Oppenheim, De libris liturgicis, Torino-Roma 1940, p. 125.
Pietro Siffrin
MENSA. - Il termine viene usato talvolta come sinonimo dell'altare (v.) eretto sulla tomba di un martire. Cosi s. Agostino, parlando dell'altare eretto sul luogo del martirio di s. Cipriano, spiega: «in eodem locco mensa Dea constructa est et tamen mensa dicitur Cypriani, non quia ibi est unquam Cyprianus epulatus, sed quia ibi est immolatus" (Sermo 310, 2: PL 38, 1413).
A Roma un tale Eusebio fabbricò me(n)sas at(d) martyres in S. Paolo (A. Bosio, Roma sotterranea, Roma 1632, p. 148). Furono però detti mensae martyrum in Africa, più spesso nella Mauretania Sitifiense e in Numidia, i luoghi dove vennero deposti i brandeu che avevano toccato sepolcri di martiri, come quelle dette reliquiae di s. Mensa e di s. Sebastiano deposte dal vescovo Revocato, giusta l'iscrizione di Henchir-Fellous (P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, in Mémoires presentée par divers savants d l'Académie des Inscriptions, 12 [1908], pp. 199-202). Ad Ain-el-Ksar fu posta una m. martyrum Felicis, Neboris (CIL VIII, 20573); presso Boukirka su un coperchio di sarcofago si legge Petite me(n)sa Marturorum Renatus et Optatu (P. Monceaux, Martyrs de Boukirka, in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr. et belles lettres, 1920, pp. 122-27). Si trova pure l'espressione mensa sanctorum in due iscrizioni presso Satafi (Ain Kebira oggi Perirgoville) l'una, dell'anno 324, e l'altra assai inutile (CIL, VIII, 20314).
M. fu talvolta anche sinonimo di sepolcro (CIL, VIII, 20480). Una Elia Secundina chiama m. la tavola marmorea posta sul sepocro della figlia per apporvi i cibi per il refrigerium (CIL, VIII, 20302). Ad ovest di Tebesco a Youks-les-Bains (Aquae Caesaris) si ha una me(n)sa Pontiorum (P. Monceaux, Sur une table funéraire chrétienne deconcerte à Youks-les-Bains, in Bulletin archéologique du Comité, 1917, pp. 241-61). A Guellal (Castellum Dianense) la me(n)sa Miggini Subjaconi (subdiaconi) (E. Albertini, ibid., 1925, p. 172). Si usa chiamare m. degli olii il piatto (lanz) in marmo, in argilla o in vetro disposto per lo più sopra una base in muratura, spesso rivestita di lastre marmoree, nelle quali veniva posto l'olio spesso profumato in cui si accendevano pezzetti di papiro che si facevano ardere presso i sepolcri dei martiri o dei semplici fedeli. Se ne hanno numerosi esempi rinvenuti presso i sepolcri, ad es., di S. Cornelio in Callisto e di S. Crescerezione in Priscilla e in alcuni cubicoli del cimitero inter duas lauros; i devoti ne asportavano un poco quale pegno di benedizione o eulogia (v.).
Bibl.: G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, Roma 1864, tsvv. 2-3; III, ivi 1877, pp. 505-506.
MENSA, BENEdizione della. - E una preghiera aggiunta al Breviario che si usa nelle case religiose prima e dopo il pranzo e la cena. S'inizia con il saluto del superiore: "Benedicite!" cui risponde la comunità : "Benedicite!»; segue con il Gloria, il verso "Oculi omnium" (Ps. 144, 15) al pranzo, "Edent pauperes" (ibid. 21, 27) alla cena, talvolta, in alcune principali feste, cambiato; poi il Kyrie, Pater noster, e una breve preghiera che si chiude con la benedizione dei cibi. Per ringraziare, si recita con il Gloria il verso "Confiteantur" (Ps. 144, 10) dopo pranzo, "Memoriam" (ibid. 110, 4. 5a) dopo cena; ad una breve preghiera di ringraziamento segue il salmo "Miserere" (50) o "Laudate" (116), poi il Kyrie, Pater noster, i versetti da Iitania "Dispersit" (Ps. 11, 9),
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(fot. Biblioteca Vaticana)
Mensa, renedizione della - Pagina contenente l'Incipit dell'Ordo ad benedicendam vernam per totum annua - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. Lat. 111, f. 2310 (soc. xv).
specialmente «Benedicam» citati dall'antico Salmo di Comunione (33, 1-3), e «Sit nomen» (Ps. 112, 2); si chiude con preghiere per i benefattori e per i defunti e con il Pater noster.
Sull'esempio del Signore (Mt. 14, 19), e degli Apostoli (Act. 27, 35; I Tim. 4,3-5), al «benedicite» - cosi era chiamata la preghiera prima del pasto secondo la parola iniziale - come uso cristiano assai antico e generale accennano Clemente Alessandrino (Paedag., II, 4) e Tertulliano (De cor. militis, 3; Apol., 39, 16, 19; De orat., 25). I testi antichissimi sono le preghiere di ringraziamento della Didachè (cap. 9,10) in relazione alle preghiere giudairhe di sabato sera, ma il loro contenuto è cristiano. Preghiere usate delle vergini nei conventi si trovano in Pseudo Atanasio, De virginitate, 12-14 (PG 28, 265, 268), Costit. Ap., VII, 49; anche s. G. Crisostomo vi accenna nella Hom. 55 in Mt. (PG 58, 545). Per il rito latino, la più antica forma del «Benedicite» è contenuta nel cod. S. Gall. 349, f. 104 sg. (ed. Silva-Tarouca, pp. 213-14); già vi occorrono le formole d'oggi «Oculi» del pranzo e «Edent pauperes» della cena. A ciascun piatto o cibo, il superiore pronuncia una benedizione; prima, al segno del superiore, il lettore interrompe la lettura e tutti dicono «Deo gratias». Alla sua benedizione tutti rispondono «Amen», il lettore continua. Formole di questa preghiera e delle benedizioni si trovano nei Sacramentari (Gelasiano, Gregoriano, nel Sacramentario Fuldense, sec. mathrm{x}, 28 mathrm{I2}, 2828 e gallicani, p. es., Bobbio, ed. Lowe 1920, nn. 561-62). Le Conwestudines monasticae di Cluny (PL 149, 711-12) e di Hirsau (PL 150, 995-96) contengono le formole oggidi usitate.
Bbbl.: E. v. d. Goltz, Das Gebet in der ältesten Christenheit, Lipsia 1901, p. 260; P. Schepens, Le début du Benedicite, in Recherches des sciences religieuses, 10 (1920), pp. 368-71; L. Gougaud, Notes sur les prâtres chrétiennes de la table, in Nostegno gregoriana, 8 (1909), pp. 523-27; C. Silva-Tarouca, Giovanni - Archicantor - di S. Pietro a Roma e l's Ordo Romanus - da lui composto (anno 680), in Atti della P. Acc. Rom. di arch.. Memorie
I, t. Roma 1923, p. 213; J. Baudot, Bénédictions de la table ou des aliments, in DACL, II, 1, coll. 713-16. Pietro Siffrin
MENSA VESCOVILE. - E il complesso dei beni ecclesiastici destinati al sostentamento del vescovo (arcivescovi, primati, prelati nullini) e dei suoi familiari. La storia della formazione della cosiddetta m . v. è connessa con la evoluzione del beneficio ecclesiastico (v.). Quanto qui esposto è argomento solo del diritto canonico attuale.
Il vescovo ha il diritto al percepire i redditi della m. v. dal giorno in cui prende possesso della diocesi (can. 349 § 2, 10), diritto che è inerente al suo ufficio. Anche il vicario capitolare, per il periodo di sede vacante, ha diritto ad una congrua retribuzione che deve essere prelevata dalla m. v. (can. 441, 10). Negli smembramenti dei benefici è proibito unire un beneficio parrocchiale alla m. v. (can. 1423 § 2) per evitare inutili contrasti con l'Ordinario. La m. v. non è esente dal tributo seminaristico che viene devoluto a favore dei seminari (can. 1356 § 1). Circa l'amministrazione di questi beni il can. 1483 dispone: 1) che i beni della m. v. siano diligentemente amministrati dal vescovo (prescritto che richiama l'obbligo del can. 1476); 2) per sua natura, questa amministrazione comporta l'onere di conservare in buono stato la casa vescovile, eccetto il caso che quello spetti ad altre persone od enti, come, p. es., all'amministrazione comunale; 3) per evitare la confusione dei beni il vescovo deve redigere un accurato inventario in cui vengano enumerati gli utensili e i beni mobili che sono nell'episcopio e che appartengono alla m. v. e curare che il documento venga integralmente e sicuramente trasmesso al successore. Le cause relative alla m . v., riguardo ai beni, sono deferite, con il consenso del vescovo, al tribunale diocesano, composto dall'officiale e da due giudici prosinodali oppure al giudice superiore (can. 1572 § 2), che per il suffraganeo è il metropolita (can. 274, 80); la rappresentanza in giudizio spetta al vescovo, il quale ha l'obbligo di nominarsi un procuratore (can. 1655 § 4) e di richiedere l'assenso o il parere del Capitolo cattedrale o del consiglio di amministrazione in determinati casi (can. 1663 S 1 ; 1332 S S 2,3 ). Il Concordato Lateranense (artt. 17 e 23) dispone che nel caso di riduzione delle diocesi non siano menomamente ridotte le risorse economiche di esse, senza alcuna eccezione per gli assegni statali. Per l'art. 30 è escluso l'obbligo della conversione per i patrimoni ecclesiastici e quindi anche per le m. v.: infine le m. v. delle diocesi suburbicarie non sono soggette all'intervento dello Stato, il quale è ammesso provvisoriamente per i beni delle altre diocesi negli atti eccedenti la semplice amministrazione.
Bbbl.: A. Reiffenstuel, Ins canonicum, III, Roma 1833, t. 18, n. 267; D. Bouix, De episcopo, Parigi 1875, passim; J. B. Sürmüller, Lehrbuch des katholischen Kirchenvecthe, Friburgo in Br. 1922, passim; V. Del Giudice, Istituzioni di diritto ecclesiastico, II, Milano 1933, pp. 62, 230.
Giuseppe Damizia
MENSCEVISMO. - Per m. la teoria sovietica intende a volte la II Internazionale, revisionista e riformista, ma in senso stretto intende la frazione del Partito socialdemocratico russo dei lavoratori diretta da Plechanov, Martov e altri e oppositrice della frazione bolscevica. Già all'atto della fondazione del Partito, nel II Congresso tenuto a Londra nel 1903, si addivenne alla separazione tra ala menscevica e ala bolscevica; alla separazione dette occasione lo statuto dell'organizzazione (v. LenIN).
I dieci anni seguenti furono occupati da discussioni vertenti soprattutto su problemi tattici: contro la tesi di Lenin dell'alleanza fra lavoratori e contadini, i menscevichi preferivano l'alleanza con la borghesia, poiché erano del parere che, prima di poter passare, in Russia, al socialismo, fosse necessaria un'evoluzione capitalistica; quando, dopo la fallita rivoluzione del 1905-1906, fu convocata la Duma (parlamento), vaste cerchie mensceviche tennero per la liquidazione delle organizzazioni illegali ( x liquidatorismo x ). Si addivenne alla separazione definitiva fra le due frazioni nella Conferenza del Partito, tenuta a Praga nel 1912; da allora esse andarono ciascuna per la
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propria strada in qualità di partiti separati fino a che, dopo la vittoria della Rivoluzione di ottobre, con lo scioglimento di tutti gli altri partiti, anche il Partito menscevico fu sciolto. Una parte dei suoi aderenti emigrò: l'organo - Socialističeskij Vestnik - (U.S.A.) costituisce un centro spirituale del m.
Biel.: V. I. Lenin (v. lenin); G. E. Zinov'ev