opo la vittoria della Rivoluzione di ottobre, con lo scioglimento di tutti gli altri partiti, anche il Partito menscevico fu sciolto. Una parte dei suoi aderenti emigrò: l'organo - Socialističeskij Vestnik - (U.S.A.) costituisce un centro spirituale del m.
Biel.: V. I. Lenin (v. lenin); G. E. Zinov'ev. Bol'levizm i men'levizm (bolscevismo e m.), Mosca 1924; Th. Masczyk, La Russia e l'Europa, II, Roma 1923; F. Martow, Geschichte der nasischen Sozialdemocracie, Berlino 1926; G. A. Wetter, Il materialismo dialettico sovietico, Torino 1948, p. 74 sg.
Gustavo A. Wetter
MENSING (Mensinck), Johann. - Teologo domenicano, n. probabilmente a Magdeburgo, m. ad Halbertstadt nel 1540 . Religioso nel 1495 , tra gli aa. 1515-17 conseguì i gradi in teologia, di cui nel 1525 fu nominato professore nell'Università di Francoforte. Nel 1534 divenne superiore della provincia di Sassonia e nel 1539 fu promosso vescovo ausiliare di Halbertstadt. Si oppose energicamente a Lutero e agli altri innovatori, soprattutto con la predicazione che tenne a Magdeburgo fin dal 1522, alla corte del principe Giorgio d'Anhalt ed in altri centri della Germania dove era penetrata la nascente eresia.
Opere principali: Von dem Opffer Christi yn der Messe (s. l. 1526) contro Lutero; Von dem Testament Christi unseres Herrn und Seligmachers (s. l. 1526), che è un caldo appello ai nobili della Sassonia per la difesa della fede; De Ecclesiae Christi sacerdotio (s. l. 1532); e l'Antispalagio (s. l. ca. 1534), contro Melantone. Oltre alla confutazione delle principali tesi del luteranesimo, M. portò un contributo nuovo nella teologia della Chiesa e del papato.
Biel.: Quattif-Echard, II, p. 84 sg.; N. Paulus, Die deutschen Dominikaner im Kampfe gegen Luther, Friburgo in Br. 1903, pp. 16-47; Hurter, II, col. 1426 sg.
Gaudenzio Melani

(Ist. Alinarij
Mensola - Beccatelli nel castello di Ostia Antica, opera di
Baccio Pontelli (1483-86).

(Mensola - M. varie sulla facciata del Palazzo Cloetta, già Fantuzzi, disegnato da Sebastiano fieriio (1526-32) - Bologna.
MENSOLA. - In architettura, elemento portante, costituito da un blocco di pietra o legno (dal latino mensula = tavoletta) che sporge in parte dal muro in cui è incastrato, ed è quindi atto a sostenere altre parti architettoniche (architravi, balconi, travature di soffitti, ecc.) o decorativi (statue o guglie). Quando serve a sostenere ballatoi o sporti è generalmente disadorna e prende il nome di beccatello; si chiama modiglione quando la sporgenza dalla parete è minore dell'altezza, e in questa forma è comunemente usata a sostegno di cornicioni.
Nell'architettura romanica la m. a sostegno di cornici è per lo più liscia o adorna di semplici foglie (serie di cornici per mensoline marcapiano caratterizzano i campanili romani del medioevo); mentre quando è sostegno a serie di archetti è per lo più scolpita con foglie attorte e teste umane e ferine. Frequentissima è questa fantasioca decorazione con elementi figurati nell'architettura gotica, che usa anche largamente la m. a sezione di cono, detta a fondo di lampada, a supporto di statue o pinnacoli. Il Rinascimento anche nella decorazione della m. si ispira all'arte classica, con volute di acanto elegantemente attorte a forma di «S», o con palmette, foglie, intrecci, nei tipi più elaborati, come nei grandi modiglioni di Palazzo Fava a Bologna. Quando l'aggetto deve essere molto pronunciato, per evitare un effetto di eccessiva pesantezza si usa la m. a gattello, costituita da due o più m. sovrapposte : ne sono elegantissimi esempi quelle scolpite da B. da Maiano per il pulpito di S. Croce a Firenze (1474) e quelle della cantoria del duomo di Modena. Le m. a fondo di lampada, per sostegno di pulpiti, hanno forma di cesto o di mezzo capitello ornatissimi; assumono forma più schiacciata e più complessa decorazione, con cornucopie, puttini, festoni, quando sorreggono tabernacoli. Infine il barocco complica all'estremo la m. con le più bizzarre forme decorative e finisce con il togliere anche a questo elemento ogni apparenza costruttiva.
Anche nell'arredamento le m. hanno la stessa fun-
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zione portante, ma anziché essere incastrate nella parete vi sono appese con chiodi. Disposte in serie servono di sostegno a scaffaliz isolate, a statue o vasi; in questo caso hanno la forma a fondo di lampada. Si dà il nome di m . anche ai tavoli a muro con zampe interiori inflesse e ravvicinate alla parete, detti in Francia consoles; ebbero gran voga e fastosissime decorazioni soprattutto nel Settecento e l'uso continuò nell'arredamento neoclassico. Vedi tav. XLII.
BibL.: I. Gaum, Baukunst u. decorative Plastik der Frührenaissance in Italien, Stoccarda 1926, passim (per l'arch.); G. Rosi, s. v. in Enc. Ital., XXII, pp. 864-65.
Mario Zocca
MENSURALISMO. - Insieme delle teorie che propendono per un ritmo misurato delle melodie gregoriane, in opposizione alle teorie per un ritmo libero. Il punto di partenza è quasi unicamente la tradizione dei teorici medievali; la poca chiarezza dei loro scritti giustifica la varietà dei sistemi, tanto che i sostenitori del ritmo libero (accentualismo di Pothier e David, ictualismo di Mocquereau e scuola solesmense) spiegano in senso a sé favorevole questi testi (Pscudo Husbald, in Gerbert, Scriptores de Musica, I, pp. 182184; Guido d'Arezzo, Micrologus, ibid., II, 14-16; Aribo, Musica Aribonis Scholastici, ibid., II, 215-16, 226-28, ecc.).
Le teorie mensuralistiche possono dividersi in due grandi categorie: 1° gruppo: i neumi della notazione antica rappresentano durate esatte da raggruppare in misure simili alle misure della musica moderna, 2 / 8,3 / 8, 3 / 8,3 / 8,2 / 4,4 / 4, ecc. Per il Dechevrens la restaurazione ritmica di una melodia antica si compie in 6 operazioni progressive di cui la più elementare è la traduzione dei neumi secondo un ritmo uguale suggerito dalla forma variabile dei neumi. Per l'Houdard un neuma, sia esso di 2,3,4 o più note, vale sempre e soltanto un tempo ritmico: questo tempo viene suddiviso secondo il numero delle note, di maniera che il totale sia sempre uguale al tempo primo. Il p. Jeannin non ammette invece la divisibilità del tempo primo e, lasciando da parte una importantissima parte della tradizione musicale scritta, trascrive i neumi dei codici soltanto con segni o lettere ritmiche considerate da lui come rappresentativi del ritmo primitivo; in questi le lettere che hanno valore positivo sono soltanto quelle che indicano il raddoppiamento delle note (cioè soprattutto l'episema orizzontale e la lettera t= tenete) mentre la lettera c ha solo un significato negativo di non allungare la nota. Questo sistema, negando il significato di sfumatura di valore impreciso riconosciuto ai segni detti ritmici, moltiplica all'eccesso le note lunghe; l'apparato paleografico del sistema di Jeannin, molto più studiato di quello di Dechevrens e di Houdard, rimane poco persuasivo per la insufficiente concordanza tra codici e il troppo eccessivo arbitrio della distribuzione dei valori nelle caselle delle misure moderne. Meno approfondito risulta il sistema di P. Wagner di Friburgo. Appoggiandosi unicamente su testi di teorici e in prima linea sull'anonimo Vaticano del cod. lat. Reg. 235, conclude, senza dimostrazione paleografica, che la virga (dritta o jacens) vale 2 tempi, la virga con episema (dritta o jacens) 4 tempi e il punctum 1 tempo: questi valori sono mantenuti per i singoli elementi di neumi più complessi. Dalle equivalenze paleografiche, dalle leggi di composizione gregoriana e dalle conseguenze estetiche nell'applicazione pratica la scuola opposta conclude invece che i neumi radicali (virga, punctum) non hanno valore di esatta durata ma stanno ad indicare l'altezza relativa del suono prima della apparizione del rigo musicale.
2° Gruppo. Poiché i teorici medievali avevano paragonato il ritmo gregoriano alla scansione dei versi metrici, i teorici moderni tentano di ritrovare nei neumi i vari raggruppamenti di brevi e di lunghe tali da rappresentare il quadro di tutti i piedi metrici classici. A questo gruppo appartengono il vescovo di S. Dié, Foucault, il prof. Gastoué e, in un primo tempo, il Ferretti. Nel campo scientifico la ricerca non è chiusa e alcuni fatti certi rendono
precario il valore della teoria mensuralistica. In campo pratico nelle funzioni liturgiche le melodie gregoriane non sono da eseguire secondo un sistema mensuralista (cf. Responsum della S. Congr. dei Riti al vescovo di Roermonde, 25 luglio 1934: Acta Sanctae Sedis, 40 [1907], p. 533 ; 43 [1910], p. 148 ).
Bibl.: A. Dechevrens, Etudes de science musicale, 3 voll., Parigi 1898; G. Houdard, Le rythme du chant dit grégorien, iv 1898; A. Gastoué, Cours théorique et pratique du chant grégorien, ivi 1904; R. Boralli, Osservazioni sul mensuralismo gregoriano, in Rassegna gregoriana, 4 (1905), pp. 323, 411, 515; J. Vos, Le rythme du chant grégorien d l'époque de son apogée, Hannut 1907; P. Wagner, Nennenkunde, Lipsia 1912, p. 353 sg.; P. Ferretti, Il "cursus " metrico e il ritmo delle melodie gregoriane, Roma 1913; D. David, A propos des théoriciens du M. A., in Revue du chant grégorien, 25 (1922), p. 137; J. Jeannin, Etude sur le rythme grégorien, Lione 1925; A. Mocquereau, Examen des critiques dirigées par D. F. Jeannin contre l'École de Salvanes, Tournai 1926; I. Jeannin, Rythme grégorien. Réponse a dans Mocquereau, iv 1927; P. Ferretti, Appunti di paleografia musicale gregoriano, Roma 1933; G. Suñol, Introduction à la pablographie musicale gregorienne, Tournai 1935, p. 439 sg.; E. David, Une nouvelle théorie rythmique, in Revue du chant grégorien, 30 (1936), pp. 13, 39, 113. 137; E. Jammern, Der gregorianische Rhytmus, Lipsia 1937.
Pietro Thomas
MENSURIO, vescovo di Cartagine. - Governò la sua Chiesa nei difficili anni dalla persecuzione dioclezianca (303) al disastroso dominio di Massenzio in Africa (311). Fu uomo di carattere, abile nel superare le inevitabili difficoltà del momento: al console Anulino consegnò alcuni libri eretici, al posto delle scritture richieste.
Disapprovò energicamente alcuni eccessi nell'esaltazione del martirio. Dopo la persecuzione, i rigoristi della Chiesa di Cartagine e di quella di Numidia lo accusarono di lassismo e di aver consegnato dei libri sacri. Morì nel 311, durante un viaggio di ritorno da Roma, dove lo aveva chiamato Massenzio per essersi rifiutato di consegnare il diacono Felice che lo aveva offeso.
Bibl.: L. Duchesne, Le danser du donatisme, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 10 (1890), p. 589 sgg.; H. Leclercq, L'Afrique chrétienne, Parigi 1904; Le fonti (s. Ottato, Zosimo, s. Agostino) sono raccolte e studiate da P. Monecous, Histoire de l'Afrique chrétienne, IV, Parigi 1913 e da H. von Soden, Urkunden zur Entstehungsgeschichte des Donatismus (Kleine Texte, 122), Bonn 1913.
Enomach: Rommelli
MENTALI, MALATTIE. - Stati morbosi detti anche frenopatie, psicopatie, psicosi, che si manifestano in forma acuta o cronica con disturbi delle attività psichiche, sia intellettuali (noopsiche), sia affettive, istintive, sentimentali (timopsiche), allorché il cervello è alterato nella sua struttura o impedito nella sua funzione da cause morbose esogene (traumi, tumori, tossinfezioni, disturbi endocrini, emozioni, ecc.) o endogene (degenerative, ataviche, ereditarie); queste ultime, spesso, determinando una debilità congenita e una minor resistenza nei centri nervosi, predispongono l'individuo all'azione delle cause esogene, per cui non raramente le une e le altre si compenetrano e s'integrano nella genesi delle psicopatie.
Circa il valore causale delle emozioni, un accurato esame del malato e dei suoi precedenti consente sempre di rilevare la preesistenza di una costituzione psicopatica o della stessa malattia mentale già in atto da tempo, per cui il trauma psichico assume il valore di elemento rivelatore o quello di concausa nel determinismo di una psicosi reattiva germogliata su un terreno costituzionalmente predisposto. Le cause più intime e l'anatomia patologica delle m. m., a eccezione di poche, sono incerte e imprecise, per talune addirittura sconosciute; di tale incertezza risente la loro classificazione, assai varia secondo i concetti sostenuti dalle differenti scuole. In linea generale è ammessa una prima generica distinzione in forme organiche e forme funzionali, fondata sul concetto della esistenza, o meno, di una dimostrabile alterazione anatomica a sostegno della loro sintomatologia.
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Mentana, battaglia di - Battaglia di M. Dipinto ad olio di Emile Lafon (1868). I personaggi sono tutti ritratti dei partecipanti alla battaglia - Città del Vaticano, Palazzo Apostolico.
A titolo genericamente orientativo, si riporta la classificazione a base clinico-etiologica adottata dall' Ufficio statistico di Roma per la denuncia delle m.m.; essa si appoggia a quella di Kraepelin a base clinico-etiologica. Molte altre ne esistono, dato che ogni autore, studiando le m. m. da propri punti di vista, giunge a differenti nomenclature e inquadramenti, dissimili, però, spesso più nella forma esterna che nella sostanza. Prenastenia (v.) o oligofrania (con o senza evidenti lesioni del cervello); personalità psicopatiche (pazzia morale, paranoia e delirio querulante, psicosi carceraria, psicopatie sessuali, psiconevrosi isterica, nevrastenica, fobica, ecc.); psicosi epilettiche; psicosi affettive (depressive, maniacali, maniacodepressive); demenza precoce (schizofrenia, nelle sue varie forme); psicosi tossiche endogene (legate a fattori interni : endocrini, costituzionali, del ricambio); psicosi tossiche esogene (da intossicazioni voluttuarie o medicamentose); psicosi infettive (in rapporto alla sifilide, tubercolosi, tifo, virus encefalitici, ecc.); psicosi senili (involutive, arteriosclerotiche, ecc.); psicosi da encefalopatie organiche (traumi, tumori, ecc.).
L'incertezza delle cause e la conseguente imprecisione nella classificazione si riflettono inevitabilmente sulla terapia delle psicosi, le quali, assai spesso, particolarmente per le più oscure, si limita su un piano puramente sintomatico. D'altra parte non si può disconoscere che, particolarmente in questi ultimi anni, nei riguardi delle cure sono stati raggiunti notevoli progressi e conseguiti non trascurabili risultati mediante i recenti metodi di shock (insulinico, elettrico, cardiazolico, acetilcolinico, ecc.) principalmente nella schizofrenia e nelle distimie; con la malavioterapia e l'insulina nella paralisi progressiva. Con tali metodi di cura si può giungere spesso, se non a vere guarigioni, a miglioramenti tali da permettere di restituire alla famiglia e alla società, fin anche a una attività lavorativa, molti psicopatici in passato fatalmente condannati alla cronicità. La prognosi rimane tuttora infausta per i casi a svolgimento grave, resistenti a qualsiasi intervento e nei quadri psicopatici degenerativi e involutivi. Nelle forme ritenute a base funzionale, particolarmente le psiconevrotiche (isteria, psicostenia, forme ansiose, nevrastenia o sindrome d'allarme, ecc.) e là dove prevalgono i fattori psicologici emotivi, viene largamente usata, eventualmente in unione a cure medicamentose, la psicoterapia (v.) a indirizzo psicanalitico o pur no, la narcoanalisi (v.) e il sonno prolungato di recente introdotti in terapia. Recentissima, infine, è la cura chirurgica delle psicopatie, la quale con la lobotomia, la lobectomia, lo topectomia, giunge a isolare dalle sue connessioni o addirittura a demolire
regioni più o meno ampie di corteccia cerebrale; essa deriva, sviluppata e ampliata nelle sue applicazioni, dalla leucotomia profrontale praticata per la prima volta dal Moniz nel 1936 e tuttora in uso. Tali operazioni sono attualmente eseguite di frequente, con vari risultati, nella cura della psicosi ossessiva, delle ciclotimie in genere, della schizofrenia, dell'epilessia, delle sindromi post-encefalitiche. Non meno importante della cura è la profilassi delle m. m., specialmente nei riguardi delle psicosi alcoliche e della sifilide del sistema nervoso, svolta mediante opportuna propaganda, visita ambulatoria, controlli sanitari e biologici ripetuti, nell'intento di prevenire e di sorprendere le psicopatie, particolarmente le tossiche e le infettive, nella loro fase iniziale, allorché più utile ne è la cura e più agevole l'arresto di sviluppo, altrimenti irreparabile.
Per quanto riguarda lo stato d'intelligenza, le modalità del carattere, la responsabilità morale nelle m. m.. v. alle rispettive voci, in particolare alle varie "psicosi».
Bibl.: O. Bumke, Trattato di psichiatria, Torino 1927; G. Moglio, Manuale di psichiatria, Roma 1946; U. Cerletti, Lezioni di clinica delle malattie nervose e mentali, isi 1948; A. Vallejo Nagers, Tratado de psiquiatria, Barcellona 1949; C. Sacco-A. Guerra, Psicochirurgia, in Il Policlinico, 36 (1949); Tecnica e applicazione della narcoanalisi, in Gazzetta sanitaria, 20 (1949): La profilassi delle malattie mentali, ibid.
Mentana, battaglia di. - Da questa località ha preso nome il fatto d'arme, con cui il 3 nov. 1867 , al tramonto dello Stato Pontificio, si concluse l'aspra guerriglia sferrata dai garibaldini sin dal 28 sett. di quello stesso anno ai confini e nell'interno del superstite patrimonio di s. Pietro, non senza coperti aiuti del governo regio ed in violazione della Convenzione del sett. 1864.
La fermezza del governo romano, coadiuvata dalla indifferenza delle popolazioni, dalla diplomazia del card. Antonelli (v.) e dell'incaricato d'affari francese Armand (v.), dalla valida resistenza che per un mese eran venute ovunque opponendo le truppe pontificie organizzate e condotte dal gen. Kanzler (v.), impedì il ripetersi ad opera del maldestro Rattazzi del gioco cavouriano del 1839-60, consistente appunto nel provocare attraverso più o meno inconsulte mene del Partito d'azione l'auspicato intervento regio. E costrinse al fine da un lato il gabinetto Menaferes a scoprirsi con l'occupazione di alcuni punti del territorio, dall'altro l'imperatore Napoleone III a passare dalle platoniche proteste ad un nuovo invio di truppe per proteggere il Pontefice.
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Ai preludi dell'intervento regio ( 30 ott.) il comando pontificio aveva tempestivamente operato, a seconda dei piani prestabiliti, dando inizio ad un ampio movimento per linee interne, che fruttò la raccolta di tutte le forze mobili (Bose uomini ca.) intorno a Roma ed a Civitavecchia, sia per opporre l'estrema difesa, sia per passare all'attacco dopo l'eventuale sbarco dei francesi. Ne erano derivati e la definitiva repressione dei moti pseudo-insurrezionali romani ( 22-23 ott.) e l'epilogo della gesta dei Cairoli (22-23 ott.), e più ancora il completo insuccesso dell'estrema offensiva avversaria, che, scatenata da Garibaldi con 11.000 uomini il 23 ott., s'and 6 ad infrangere contro la fiera resistenza d'un debole avamposto pontificio a Monterotondo ( 24-26 ott.) per esaurirsi poi lungo la linea dell'Aniene fra ponte Salario e ponte Nomentano (29-31 ott.). Sicché, grazie alla strategia del Kanzler, proprio mentre i francesi sbarcavano inopinatamente a Civitavecchia ( 29 -30 ott.), e schiere pontificie si accingevano a muovere verso le province di Frosinone e di Viterbo tenute da forze del Nicotera e dell'Acerbi ( 31 ott.), il centro dello schieramento garibaldino era costretto a ripiegare su Monterotondo e Mentana a pochi chilometri dal confine ( 31 ott. -1° nov.).
Non riusci troppo facile il 2 nov. al gen. Kanzler, che teneva ad attaccare con i suoi il grosso delle schiere avversarie prima che s'involassero oltre confine, convincere, come per evidenti ragioni d'ordine politico voleva il governo romano, i francesi, i quali per ragioni altrettanto politiche non intendevano impegnarsi a fondo contro i garibaldini, a prendere in qualche modo parte alla preparata ed iniziata controffensiva ( 26 ott. -6 nov.). E soltanto la temuta constatazione che i pontifici erano, se necessario, pronti ad agire anche da soli, indusse il gen. De Failly a recedere dal suo atteggiamento aggregando per l'indomani alla colonna di ca. 3000 pontifici una riserva francese di ca. 2000 uomini.
Così poco dopo mezzogiorno del 3 nov. le truppe franco-pontificie comandate dal Kanzler urtavano di sorpresa, lungo la Via Nomentana a due km. da M., sul fianco destro dei battaglioni avversari ( 7000 uomini ca.), che, agli ordini di Garibaldi, s'andavan ritirando verso Tivoli per raggiungere poi l'Abruzzo. Gli zuavi pontifici ed i carabinieri esteri del gen. De Courten (v.) furono immediatamente impegnati, ed a furia di ripetuti attacchi, che l'avversario sostenne con grande valore, riuscirono a rigettarlo dalle forti posizioni di colle Santucci e di monte Guarnieri. Alle due pomeridiane il fronte di combattimento mutava : i garibaldini, perduta la prima e la seconda linea di resistenza, stretti contro il borgo, s'attestavano nel Castello baronale all'estrema destra, sulla rotabile per Monterotondo a sinistra, tenendo il centro a Villa Cicconetti ed ai Pagliai. Ma ancora una volta, e sia pure con notevoli perdite, i pontifici, sostenuti dalle forze della legione romana e dal tiro preciso dell'artiglieria, pervennero ad avvolgerne le ali ed a forzarne il centro raggiungendo quasi la strada per Palombaro, impadronendosi della località Pagliai, e chiudendo M. in un cerchio di fuoco. Erano le tre e mezzo pomeridiane: Garibaldi, risoluto a liberarsi dalla morsa, dispone un ultimo contrattacco generale a tenaglia con manifesto intendimento di serrare a sua volta i pontifici e schiacciarli contro la sempre viva fucileria del villaggio. Fu pronto il Kanzler a reagire e giovandosi d'una colonna pontificia che, provenendo dalla Via Salaria, minacciava a tergo i garibaldini fra M. e Monterotondo, e sviluppando regolarmente l'azione con il gettare nella mischia la riserva francese a sinistra ed a destra contro le branche avvolgenti, mentre i suoi al centro continuavano a premere duramente ed a progredire verso l'abitato. Stroncata in tal modo la ben intesa manovra garibaldina, le sorti del combattimento, che durò sino al tramonto, erano segnate: la linea avversaria ripiegò confusamente su tutta la fronte.
L'indomani, mentre i franco-pontifici occupavano M. e Monterotondo, Garibaldi riducevasi con il resto dei suoi oltre confine presso Corese.
Fu così M. notevole vittoria disputata d'ambo le parti con perizia e con valore. Vi caddero fra morti e feriti 133 pontifici e 39 francesi, non meno di un migliaio
di garibaldini, altri 1398 vennero fatti prigionieri ed ed oltre 4000 poterono raggiungere il territorio del Regno. L'importanza storica della battaglia di M. non sta soltanto nell'aver definitivamente chiusa la guerriglia in Roma e nel Lazio, ma anche e soprattutto nell'aver posto fine per sempre nel Regno all'ormai superata fase delle avventure volontaristiche o pseudo-rivoluzionarie della sinistra; nell'aver infine prolungato ancora per un triennio l'ormai precario vita dell'antico Stato pontificio, consentendo, in tal modo, fra l'altro a Pio IX di dar libero corso, malgrado gli ostacoli frapposti da tutte le potenze, ai memorandi lavori del Concilio Vaticano.
Bial.: vanissima, ampiamente riportata nello studio di P. Dalla Torre sotto cit. Cf. in particolare: De Failly, Rapport on maréchal Ministre de la guerre sur le combat de M. et de Mon. terotondo, in Journal des sciences militaires, 28 (1867), p. 224 sg., ed anche in Civ. Cult., 6⁴ serie, vol. 12, p. 747 sgg .; F. Gregorovius, M.. de Allgemeine Zeitung, nov.-dec. 1867; E. Kanzler, Rapporto alla S. di N. S. Papa Pio IX sulla invasione dello Stato Pontificio nell'autunno 1867, Roma 1868, pp. 39-41; G. Guerzoni, Studi militari sull'ultima campagna insurrezionale per Roma, in Nuova Antologia, 5 (1868), pp. 751-86; F. Cavallotti - B. E. Maineri, Storia dell'insurrezione di Roma nel 1867, Milano 1869, pp. 491-504, 620-637; G. G. Franci, I Crociati di S. Pietro. Storia e srene staziche delle guerra di Roma l'anno 1867, Roma 1869-70, III, pp. 228-315, 467-543; G. Garibaldi, Memorie autobiografiche, Firenze 1888, pp. 433-48; P. De la Gorca, Histoire du Serand Empire, Parigi 1804-1001, V, pp. 302 307; F. Gregorovius, Passengiate per l'Italia, trad. M. Curn, Roma 1907, pp. 209-40; L. Cicconetti, Roma e morte. Gli accov. nimenti nelle Stake Pontificia nel 1867, Milano 1934, pp. 102121, 141-87 con carte ed arcovedutic del campo di botl.; P. Dalla Torre, L'anno di M., Torino 1938, pp. 147-271; L. F. Stock, Concolar relations between the United States and the Pupal States. Instructions and despatches, Washington 1945, pp. 316-26.
Paolo Dalla Toure
"MENTI NOSTRAE». - Frase iniziale dell'esortazione diretta il 23 sett. 1950 da Pio XII a tutto il clero cattolico, sulla santità sacerdotale (AAS, 42 [1950], pp. 657-702).
Il cospicuo documento svolge, con calore e aderenza ai bisogni dell'ora, il tema della perfezione sacerdotale, mostrandone l'intima esigenza, emergente dal carattere, che riproduce la fisionomia di Cristo (parte 1⁰ ) e dal ministero, che ne continua l'opera redentrice (parte 2° ). Indicate le norme pratiche (parte 3° ), si prospettano i problemi più vivi, che i tempi nuovi impongono e che il sacerdote deve risolvere (parte 4° ).
Quest'esortazione, che forma un prexioso trittico con l'Haerent animo di Pio X e la Ad catholici sacerdotii di Pio XI, mentre è rinnovato appello a tutti i sacerdoti a glorjarsi dell'umile privilegio delle rinunzie evangeliche, apre vie nuove, in armonia perfetta con la tradizione, ma con senso di sana modernità.
Bial.: La santità della vita sacerdotale, Città del Vaticano 1950 (ed. it. con introduzione e indice analitico); F. M. Catherine, Le devoir primordial du prêtre d'aniontd'hui d'après l'eshortation, in L'ami du Clergé, 61 (1951), pp. 77-79; U. Gamba, Esortazione al clero del b. Pio X integrata con le enicill. di Pio XI - Ad catholici sacerdotii e e di Pio XII - Menti Nostrac, Padova 1951.
Antonio Piolanti
MENZINI, Benedetto. - Sacerdote, poeta, n. a Firenze il 29 marzo 1646, m. a Roma il 7 nov. 1704. D'ingegno vivace e di soda cultura classica, fu professore d'eloquenza a Firenze e a Prato. A Roma, dove passò nel 1685 , ebbe protezione e favori, una prebenda canunicale da papa Innocenzo XII e l'insegnamento dell'eloquenza nell'archiginnasio; nel 1701, la nomina di aiuto della stessa cattedra nell'Università. Fu dei primi arcadi.
Scrisse : L'arte poetica, cinque libri in terzine, pubblicata nel 1690 , sulle orme delle Poetiche di Aristotele e di Orazio. Le altre opere, come Il terrestre paradiso e le Poesie, pubblicate nel 1680, risentono dell'influenza del Tasso e del Chiabrera; mentre le Satire, uscite postume nel 1718, sono un'invettiva contro la società del suo tempo (e specialmente quella fiorentina), e uno sfogo mal contenuto contro emuli ed invidiosi. Non molto ori-
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ginale, il M. ha il merito di una lingua vivace e schietta, di un verso facile e spesso condito di modi popolareschi.
BIBL. : edizioni : Satire, rime e lettere scelte, a cura di G. Carducci, Firenze 1874; Lettere inedite, procedute da una breve dissertazione di A. Lancetti, Modica 1897. Studi: I. Carini, L' A r. radia dal 1890 al 1890 , I. Roma 1891, p. 227 sgg.; S. Rago, B. M. e le sue Satire, Napoli 1904; A. Belloni, Il Selerato, Milano 1929, pp. 304-10 e passim; F. Flora, Storia della lett. itul., II, Milano 1948, pp. 732-34. Mansueto Lombardi Lotti
MENZOGNA. - Dal lat. mentitio-anis, cioè asserzione bugiarda. Circa la questione sulla natura e moralità della m . le opinioni dei dotti di tutti i tempi e di tutte le scuole non sono concordi, causa, in gran parte, la difficoltà reale di conciliare, con coerenza di sani principi, due atteggiamenti morali operanti nella coscienza comune degli uomini : l'uno che la m. è decisamente riprovevole; l'altro che, in determinate situazioni, la verità delle cose non può ditsi, senza incorrere in gravissimi pericoli privati e pubblici, ovvero senza tradire inviolabili segreti. Gli uni, al culto della sincerità sacrificano freddamente le esigenze della vita sociale; questo indirizzo, iniziato da Aristotele (Eth. Nic., 1. 7, cap. 4), tocca l'esasperazione in Kant e nei kantiani. Gli altri, al contrario, nell'eccessiva giustificazione delle necessità sociali, svigoriscono l'orrore innato per la m. e si spingono fino al punto di clevarla a nobile sistema delle grandi realizzazioni politiche e militari. Questa corrente fa capo a Platone (Rep., 1. 1, n. 5); ma raggiunge l'inverosimile nelle dottrine politiche degli utilitaristi.
I cattolici mantengono la posizione di equilibrio tra le opposte dottrine, pur non concordando a volte sulla giustificazione da dare alle loro conclusioni. Già con s. Agostino la dottrina cattolica sulla m. raggiunse, si può dire, la sua forma definitiva.
I. Nozione. - La m. consiste nel parlare in contrasto con il proprio pensiero: locutio contra mentem. Qui per "parlare,, si intende la comunicazione del proprio pensiero, qualunque ne sia il mezzo: o quello comune della parola ovvero un altro, p. es., lo scritto, il gesto e simili. Va pure precisata l'espressione «proprio pensiero».
Il pensiero è la riproduzione mentale della realtà extra-mentale. Tra la realtà extra-mentale ed il pensiero che la riproduce, può esserci conformità: si ha allora la verità del pensiero, ed eventualmente del parlare, che lo comunica; ovvero può esserci contrasto: si ha allora la falsità del pensiero, ed eventualmente della parola, che lo comunica. Il parlare quindi può riferirsi a due termini ben distinti : immediatamente al pensiero comunicato; mediatamente alla realtà, che quel pensiero riproduce. Se si riferisce immediatamente al pensiero che comunica, si ha la sincerità o la m., secondo che ci sia con quella conformità o contrasto. Se invece si riferisce alla realtà esterna, mediante il pensiero che la riproduce, si ha la verità o la falsità, secondo che vero o falso sia il pensiero stesso. Si che il parlare è alle volte sincero e falso insieme: quando esprime, con conformità, un pensiero - per inconscio errore - falso. Viceversa è bugiardo e vero insieme: quando, capovolgendosi nella m . un pensiero già falso, l'espressione esterna del parlare viene a trovarsi, senza coscienza di chi la pronunzia, conforme alla realtà delle cose e cioè vera. Analogamente non è m. esprimere con conformità un pensiero parabolico, allegorico o comunque metaforico. Che anzi l'uso del linguaggio metaforico, senza essere moralmente riprovevole, può costituire una eleganza di stile.
In breve l'essenza della m. sta tutta e solamente nella immediata relazione di contrasto tra il pensiero e la sua esterna comunicazione. Per essa non hanno rilievo né i diversi modi di comunicazione né le diverse relazioni - di verità, di falsità, di metafora - con le quali il pensiero si ricollega a sua volta con la realtà delle cose.
Queste sono tutte nozioni certe, che il senso comune pienamente conferma. Presso tutti è bugiardo chi dice una cosa, mentre ne pensa un'altra; e non è ritenuto per tale chi, pur sbagliando, è però sincero.
II. Moralità. - Alla domanda: perché la m. è riprovevole; in che consiste la sua bruttezza morale, sono state date molte risposte e varie. Tra le tante la più autorevole, ed anche la più convincente, è quella di s. Agostino (Enchiridion, cap. 22).
L'uomo è di natura sua socievole. Le sue imperfezioni lo fanno bisognoso dell'aiuto altrui; le sue perfezioni lo sollecitano ad espanderle su chi ne è privo. Di qui la necessità e la gioia naturale di stabilire il contatto con gli altri; specialmente il contatto spirituale dei pensieri, delle aspirazioni, degli ideali mediante la parola. Senza la parola le anime degli uomini sarebbero mondi isolati e chiusi gli uni agli altri. Chi fa uso della parola manifesta l'intenzione implicita di comunicare il proprio animo. La m. (locutio contra mentem) si risolve in questa flagrante contraddizione: essendo una parola, vuole ottenere lo scopo naturale che con questa si persegue : cioè la comunicazione del proprio pensiero; essendo contro il proprio pensiero, tradisce quello scopo, comunicando a chi ascolta ciò che è, in modo diverso, nell'animo di chi parla: nel tradimento intenzionale della funzione naturale della parola è la malizia morale della m .
Alcune osservazioni serviranno a precisare:
a) L'ordine sociale degli uomini è duplice, secondo che lo si fonda sulla giustizia o sulla sola carità. Nel primo, l'obbligo delle proprie comunicazioni deriva dal diritto, che è negli altri di esigerle; nel secondo deriva invece o dalla carità verso se stesso (provvedere ai propri bisogni) o verso gli altri (aiutarli nei loro). La parola serve immediatamente e sempre all'ordine della carità; solo alcune volte e, in un secondo momento, anche a quello della giustizia.
b) La malizia morale della m. non suppone affatto e tanto meno deriva dal diritto, che sarebbe in chi ascolta, di conoscere il pensiero di chi gli mentisce. Se quel diritto, di fatto, c'è, la m. è riprovevole indipendentemente dalla sua violazione.
c) Né la prudente carità né molto meno la giustizia obbligano a comunicare a tutti tutto il proprio pensiero. Quindi non è m. né il silenzio né la parola che neghi agli altri la verità dei propri pensieri; ma solo la parola che, nel comunicarla, positivamente l'altera.
d) La malizia della m. è teologicamente sempre leggera e mai grave, perché la parola tende a realizzare l'ordine sociale della carità, mediante la comunicazione delle singole verità, concepite dai singoli uomini. Ma queste verità sono sempre limitate e contingenti, e, con ciò stesso, mai essenzialmente necessarie all'ordine sociale della carità. Segue quindi che questo ordine mai è gravemente colpito dalla m., la quale, tradendo la naturale funzione della parola, gli nega verità solo limitate e contingenti. La colpa è quindi sempre veniale, salvo che s'ispiri al disprezzo formale della verità essenziale, in se stessa, o ad altri scopi gravemente illeciti.
e) D'altronde questa malizia veniale è così intrinseca alla m., che è assurdo concepirne la separazione. Neppure Dio lo potrebbe; onde i teologi affermano assurda la m. in Dio ed assurdo che egli la permetta - anche una sola volta - all'uomo. Difatti i due contrastanti costitutivi della m. - parola e pensiero in opposizione - costituiscono essi stessi quella flagrante contraddizione della sua malizia : il tradimento cioè della naturale funzione della parola. Se c'è m., necessariamente c'è quella contraddizione; se questa manca, non c'è più m. Dal che segue che non essendo lecito fare il male per ottenere il bene, i più nobili e sacrosanti scopi non possono mai lecitamente ottenersi con l'uso della m. Se mai la buona fede può scusare il soggetto, mai giustificare il fatto. Perciò
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sono sempre illecite la m. giocosa, detta cioè a scopo scherzoso, e la m. officiosa, detta cioè a scopi professionali. Se poi la m. si ispira a scopi per se stessi cattivi, oltre alla sua propria malizia riveste pure quella specifica di quegli scopi. E la classica m. dannosa.
III. M. e necessita della vita sociale. - La m. è intrinsecamente immorale. Eppure nessuno condanna tante false espressioni, che la necessità della vita sociale impone. Così il confessore, interrogato sul suo penitente, può rispondere confermando anche con giuramento - di non sapere di lui ciò che invece sa. Nello stesso modo si può difendere ogni segreto dalla indiscrezione altrui. Il medico può calmare le ansie di un ammalato grave, dan dogli speranze di guarigione, che è convinto non potersi affatto nutrire. Analoghe risposte difendono dalla minaccia di pericoli imminenti su noi o su altri. Anche per semplice cortesia, si ricorre all'uso di molte false espressioni. Desiderosi della quiete di casa, si fa rispondere a chi ci ricerchi, che addirittura non siamo in casa. Evitando l'abuso di queste espressioni, la loro liceità è ammessa da tutti, anche dai dotti. Ma in che modo poi conciliarla con la illiceità della m.? La difficoltà è davvero grave. S. Agostino si limitò ad enunziare solo questo principio : altro è mentire, altro occultare il proprio pensiero; come altro è affermare il falso, altro non dire la verità. E difatti, in molti casi, basterà il silenzio o la frase evasiva allo scopo di salvare il segreto, di eludere una minaccia, di essere cortesi. Ma tante altre volte il silenzio o la frase evasiva sono proprio tali da tradire quegli scopi. Non si può allora né tacere né evadere; bisogna dire qualcosa; d'altronde il proprio pensiero non può dirsi senza pericolo. E lecita in simili circostanze la risposta falsa? Con la grande maggioranza degli uomini sani, i dottori cattolici rispondono di sì. Ricercano poi il principio, che dia di ciò ragione, senza pregiudizio della precedente dottrina sulla m . E qui molte delle giustificazioni addotte non convincono. Perché alcune sono contradittorie con il concetto stesso della m., ovvero scuotono il fondamento della sua riprovazione. Altre, per tener salde queste sicure nozioni, svolgono acrobazie dialettiche, le quali non reggono alla critica ed hanno tutta l'apparenza di ingegnosi sotterfugi. Altre infine sono parzialmente valide in alcune delle situazioni pre-
dette, non in tutte. Fra queste ultime sembra da annoverarsi la restrizione mentale (v.). Ecco ora quella che si stima la vera ragione.
Innanzitutto, si noti che queste espressioni sono permesse non perché, restando vere m., la necessità le giustifichi. Nessuna necessità può rendere lecito ciò che è intrinsecamente illecito; e tale è la m. Se quelle espressioni sono lecite, lo possono essere soltanto nella supposizione che non sono m. Difatti gli uomini, servendosene, non hanno la coscienza di dire o di ascoltare m . E non lo sono davvero; basterà richiamare alla mente il concetto genuino della m. ed il fondamento della sua bruttezza!morale. La m. è solo nella relazione tra la parola ed il pensiero e non tra la parola e la realtà. Quindi una parola falsa può non essere m. Le espressioni, che ci interessano, sono indubbiamente false, ma non per ciò stesso m . Per esserlo dovrebbero contrastare con il pensiero. Ciò che non è affatto vero.
La malizia morale della m. sta tutta in questa contraddizione; essendo essa una parola, intende comunicare il pensiero proprio di chi la pronuncia; adulterando quel pensiero, di fatto non lo comunica. Resta cosi tradita la naturale funzione della parola. La m. quindi, per essere tale, suppone che la parola sia usata secondo la sua naturale finalità; di comunicare cioè il pensiero di chi l'adopera. Esclusa questa finalità, non sussiste più la m., non sussistendo più la contraddizione che costituisce la sua morale malizia. Ciò chiaramente si verifica nelle rappresentazioni sceniche, dove l'attore appare, parla, agisce da re, mentre non lo è. Pertanto non mentisce. Perché? Perché il gesto, la parola, l'azione, in quelle circostanze, non mirano affatto allo scopo di comunicare il pensiero e l'animo dell'attore. Ed allora, come simile parola potrebbe essere m., contrastare cioè con un pensiero, che non ha pretesa di comunicare? Avviene lo stesso quando si parla non sul serio, ma scherzando. La parola allora è adoperata al di fuori della sua naturale funzione : non vuol significare il pensiero di chi scherza. Perciò nessuno pensa che gli scherzi siano m.; anche se per tali li ritiene chi non ancora ne ha compreso il vero carattere di scherzo.
E proprio quanto avviene nel caso nostro. Quando s'impone la necessità di tener celato il nostro pensiero e d'altra parte l'indicorata interrogazione non ci permette di tacere o evadere, la nostra risposta allora - qualunque essa sia - non adempie affatto la funzione di comunicare il nostro pensiero. Proprio perciò - caduto il necessario presupposto della m. - è fuori il suo ambito. Quindi gli uomini assennati - non ritenendole serie - non prestano fede a queste risposte; o per lo meno restano nel dubbio. Che se qualcuno le crede risposte serie, è un ingenuo, come sarebbe chi scambiasse lo scherzo per cosa seria e la rappresentazione scenica per realtà. Oppure è in
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FACCIATA DELLA CATTEDRALE DI S. GIOVANNI (1498) - Torino.
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(fol. Gab. fol. naz.)
(fol. Gab. fol. naz.)
In alto a sinistra: PIZZO DI BRUXELLES (sec. xvili) - Trento, Duomo. In alto a destra: BALZA DI TOVAGLIA D'ALTARE. Merletto a punto di Milano (sec. xviri) - Monreale, sagrestia della chiesa di S. Martino della Scala. In basso a sinistra: BALZA DI TOVAGLIA. Trina a reticella. Merletto moderno d'imitazione antica del Laboratorio di Casamanella - Roma, collezione privata. In basso a destra: BALZA DI TOVAGLIA con merletto a tombolo e punto riattaccato aquilano (sec. xvir) - Celenza (Chieti), chiesa di S. Maria dell'Assunta.
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mala fede. Finge di non capire che l'impertinenza della propria domanda costringe l'altro a difendere il suo pensiero; e, per difenderlo, a dare una risposta, la quale qualunque ne sia il verbale significato - vuol dire solo questo : non hai diritto di sapere come le penso.
Tutto questo è insieme molto legittimo ed in perfetta coerenza con la precedente dottrina sulla m .; anzi ne è una logica conseguenza. Quando l'uso di simili espressioni è determinato solo dalla necessità sociale e non lascisto all'arbitrio individuale, non sono da temersi abusi. Al di fuori della necessità vige pienamente il culto cristiano della sincerità, secondo il monito di N. S. Gesù Cristo: «il vostro parlare sia: sì, sì : no, no; il di più è già male» (Mt. 5, 37).
Bibl.: Sono classici i trattati di s. Agostino: De mendacio (s. 395) e Contra mendaciano (s. 420): PL. 40, 487-517; 117-18 e l'esposizione e l'analisi della dottrina fatta da B. Ro-land-Gasselin, La morale de si Augustin, Parigi 1922, pp. 127-41, Th. Reynaud, De veritate morali, cum mendacis et locutionibus, acquivoris ac mente restrictis comparata, in appendice a: L. Lessius, De iustitia et iure, Lione 1630, pp. 667-800; J. Reichshoffer, Disputat de mendacis, Strasburgo 1669; B. C. Zahn, Tractatus de mendacia libri tre, Colonia 1686; A. Vermuersch, De mendacio et menitatibus commercii humani, in Gregorianum, I (1920), pp. 11-40, 423-74; J. Creusen, Le mensonge et les mensonges, in Nunc. rep. ibid., 22 (1928), pp. 20-85; L. Godefroy, Mensonge, in DThC, X, coll. 535-69; M. Ledrus, De mendacio, Roma 1942; G. Del Vecchio, Verità e inganno nella morale e nel diritto, Milano 1947; A. Doreyyuski, Catholic teaching about the morality of folehood, Washington 1948; J. Dermine, Nature et malice du mensonge, in Revue diocis. de Tournai, 5 (1948), pp. 129-33; id., Mensonge et dissimulation, ibid., pp. 225-31. Leonardo Azzollini
MEO di Francesco del Caprino. - Architetto, n. a Settignano nel 1430, m. a Roma nel 1501. Nel 1467 già era a Roma a lavorare quale scalpellino nel giardino del palazzo di S. Marco, l'attuale Palazzo Venezia, e quindi, nel 1470, ai travertini dell'antica loggia della Benedizione presso S. Pietro. Nel 1471 riceveva pagamenti per lavori analoghi in Vaticano. Poi nel 1490-91 è a Firenze, giudice del concorso per la facciata di S. Maria del Fiore, e un anno dopo si reca a Torino per la costruzione del Duomo.
Sebbene siano relativamente numerosi i documenti romani che lo ricordano, sono ben pochi i lavori che possono essere attribuiti a M. Infatti più che altro quei documenti stanno a significare essere stato egli uno di quei taglispietre o capomastri come Giovannino de' Dolci, Jacopo da Pietrosanta e lo stesso Baccio Pontelli che, intensamente attivi a Roma nell'ultimo quarantennio del sec. xv, giunsero talvolta, per la fiducia che in essi ponevano i committenti, dall'artigianato a vere e proprie opere d'architettura. Per M. d. C. la costruzione che per forza di documenti e caratteri stilistici gli può essere attribuito con maggiore certezza è il duomo di Torino, ove nella impostazione generale della fabbrica e nei caratteri della costruzione ricorrono modi propri al contemporaneo ambiente romano. - Vedi tav. XLIII.
Bibl.: F. Rondolino, Il duomo di Torino, Torino 1898; anon., s. v. Amedeo di Francesco, in Thieme-Becker, I. p. 399 (con bibl.); P. Tomei, L'architettura a Roma nel Quattrocento, Roma 1942, p. 286 .
Emilio Lavagnino
MERARI. - Terzo figlio di Levi (ebr. Mèrärī: Gen. 46, 11; Ex. 6, 16. 19).
I suoi discendenti (I Par. 5, 27; 6, 1-4. 29-34 [Volg. 6, 1. 16-19. 44-48]) costituivano il gruppo meno numeroso dei leviti (ca. 6200); nel deserto erano addetti al trasporto delle parti di legno del Tabernacolo (Num. 3, 33-37; 4, 29-33; 26, 57), per il quale disponevano di 4 carri e 8 buoi (Num. 7, 8).
In Palestina ebbero 12 città nelle tribù di Zabulon, Ruben e Gad: 4 in ciascuna tribù (Isa. 21, 34-40). Sono il re Ezechia due merariti partecipano alla purificazione del Tempio (II Par. 29, 12); altri due sotto Iosia sono preposti alla restaurazione del Santuario (ibid. 34, 12). Erano merariti i 38 leviti che risposero all'appello di Esdra di ritornare in patria (Esd. 8, 19).
Bibl.: F. Vigouroux, s. v. in DB, IV, col. 988 seg.; A. Fernandez, Commentarius in Issue, Parigi 1938, p. 243 sg.; A. Clamer, Les Nombres (La Ste Bible, ed. L. Pirat, 2), ivi 1940, pp. 252 sg., 260, 278, 416 sg.; L. Marchal, Les Paralipomines (inc. cit., 4), ivi 1949, pp. 42-43, 109 sg., 219 sg., 240 sg.; A. Médehicfe, Esdras-Néhémie, ivi 1949, p. 314 sg. Francesco Spadafora
MERAUKE, vicariato apostolico di. - Situato nella parte meridionale della Nuova Guinea olandese; eretto il 25 giugno 1950 per dismembramento del vicariato apostolico di Amboina, già vicariato apostolico della Nuova Guinea olandese, ed affidato alla Congregazione dei Missionari del S. Cuore di Gesù.
La sua superfice si estende per ca. 130.000 kmq . con una popolazione di ca. 100.000 ab., in maggioranza Melanesi. La missione ebbe inizio fino dal 1905. Dopo molte difficoltà dovute ai costumi nefandi della regione, non esclusa la caccia alle teste umane, solo nel 1921 si poté amministrare il Batesuimo degli adulti. Dopo il 1930 la religione cattolica riuscì a penetrare fra le tribù fino alle pendici dei monti. In questa regione vi è una missione protestante costituita fin dal 1930.
Si contano ca. 20 scuole acattoliche. L'islâm non ha preso piede nel paese, perciò l'evangelizzazione sembra essere piuttosto facile. Il numero dei cattolici raggiunge la cifra di 23.382 . Vi sono 18 missionari; 118 catechisti; 14 stazioni residenziali; 65 edifici sacri; 3 convitti maschili e 3 femminili. L'unica città di una certa importanza è M. sul mare, sede dell'Ordinario. Mons. Ermanno Tillemans, olandese, primo vicario apostolico di M., ha fatto parte di parecchie spedizioni per la scoperta delle tribù ignote, autentico pioniere di carità e di umanità.
Bibl: MC, 1959, p. 439; Archivio della S. Congregazione de Propaganda Fide, pos. prot. n. 2218/20. Edoardo Pecorain
MÉRAULT DE BIZY, Athanase-René. - Apologista, n. a Parigi nel 1744 e m. a Orléans il 13 giugno 1835. Superiore dell'Oratorio a Parigi, nel 1793, rifiutando di giurare la costituzione civile del clero, fu imprigionato. Liberato nel 1794 dopo la caduta di Robespierre, si stabili a Orléans, dove, vicario generale e superiore del Seminario dal 1805 al 1824, ricostruì a proprie spese il Seminario insieme con altri istituti di beneficenza.
La sua opera apologetica deriva la sua efficacia e originalità dalla confutazione che egli fa dell'errore con le parole stesse dell'avversario. Da ricordare : Les apologistes involontaires (Parigi 1806, anonima; ivi 1820); Les apologistes ou la religion chrétienne prouvée par ses ennemis comme par ses amis (Orléans 1821 e 1829); Conspiration de l'impieté contre l'humanité (Parigi 1822); Voltaire apologiste de la religion chrétienne (s. I. 1826); Preuves abrévies de la religion (Parigi 1829).
Bibl.: Hurter, V, coll. 843-46; A. Molien, s. v. in DThC, X, col. 570 .
Vito Zollini
MERCADANTE, Saverio Raffaele. - Musicista, n. ad Altamura nel sett. 1795, m. a Napoli il 12 dic. 1870 , ove fu allievo dello Zingarelli. Nel 1819 fu rappresentata al S. Carlo di Napoli la sua prima opera, L'apoteosi d'Ercole, alla quale segul una serie di ca. 60 opere, conclusa con la Virginia (1866).
Le opere accolte con maggior favore furono Elisa e Claudio (Milano 1821); I briganti (Parigi 1836); Il giuramento (Milano 1837), che fu la più rappresentata; Il Bravo (ivi 1839); La vestale (Napoli 1840); Gli Orazi e Carizzi (ivi 1846). Dopo essere stato dal 1833 maestro di cappella nel duomo di Novara, nel 1840, colpito da cecità, diventò direttore del Conservatorio di Napoli. Oltre a diverse opere strumentali e di vario carattere, notevole fu la produzione nel campo religioso, in cui si contano l'oratorio Le sette parole di Nostro Signore, una ventina di messe, 13 mottetti, 8 Magnificat, 5 Salve Regina, 2 Tantum ergo a 5 voci, inni, salmi, versetti, litanie, ecc.
Bibl.: W. Neumann, S. M., Kessel 1893; G. Bustion, S. M. a Novara, in Riv. musicale it., 28 (1921), p. 361; G. Pannain.
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Saggio su la musica a Napoli nel sec. XIX da M. a Martucci, ibid., 35 (1928), pp. 198 e 331; S. A. Luciani, S. M., Bari 1945; B. Notarnicola, S. M., Roma 1949.
Luigi Ronga
MERCALLI, Giuseppe. - Sismologo e vulcanologo, n. a Milano il 21 maggio 1850 , m. a Napoli il 19 marzo 1914. Sacerdote nel 1871, laureato in scienze naturali nel 1874, ne fu professore fino al 191 in varie scuole, tra cui il Liceo di Reggio Calabria e il "Vittorio Emanuele" di Napoli. Nello stesso tempo, dietro consiglio dello Stoppani, suo maestro, iniziò ricerche geologiche sui terreni glaciali della Lombardia. Ma passò presto allo studio dei vulcani e dei terremoti, illustrandoli con molte pubblicazioni, p. es., sui terremoti di Casamicciola (1883), della Liguria (1887), delle Isole Pontine (1892), di Messina (1908).
A lui si devono le prime tavole di cartografia vulcanica d'Italia e la nuova classificazione dei terremoti, che port