della Lombardia. Ma passò presto allo studio dei vulcani e dei terremoti, illustrandoli con molte pubblicazioni, p. es., sui terremoti di Casamicciola (1883), della Liguria (1887), delle Isole Pontine (1892), di Messina (1908).
A lui si devono le prime tavole di cartografia vulcanica d'Italia e la nuova classificazione dei terremoti, che porta il nome di "scala M.", praticamente ancora in uso, specie per gli ultimi gradi. Nel 1885 fu nominato libero docente di sismologia e vulcanologia nell'Università di Catania e poi di Napoli; nel 1912 direttore dell'Osservatorio vesuviano. Subì una morte tragica, restando carbonizzato da un incendio acceso inconsciamente da lui stesso nella sua camera. Fu socio di parecchie accademie, tra cui la Pontificia accademia romana dei nuovi Lincei.
Numerose le sue pubblicazioni; più degne di nota: Vulcani e fenomeni vulcanici in Italia (Milano 1883; Pio XI ricordò pubblicamente di avervi cooperato, ancora sacerdote [cf. Neviani, art. cit. in bibli.] e suo sarebbe il cap. 11 per i cataloghi dei terremoti italiani); I vulcani attivi della terra, Morfologia, Dinamismo, Prodotti, Distribuzione geografica. Cause (Milano 1907; vi descrive 213 vulcani).
Bibl.: I. Galli. Il professore G. M., Elogio e bibliografia, in Memorie della Pont. accad. rom. dei Nuovi Lincei, 2* serie. I. Roma 1912. pp. 45-80; A. Neviani, Il Prof. G. M., in L'osservatore romano, 3-4 ag. 1942. p. 3.
Celestino Testore
MERCANTILISMO. - M. è la teoria che sottopone tutta l'attività economica di una nazione all'intervento statale, affinché con la protezione attiva del mercato interno ed estero lo Stato possa acquistare i mezzi economici necessari ad una politica di potenza. Esso rappresenta l'espressione estrema della concezione volontaristica dell'economia, che aveva dominato in tutta l'antichità classica e nel medioevo. Ma si tratta di un volontarismo completamente nuovo, in cui l'economia viene sottratta ai limiti della coscienza morale e religiosa, per diventare puro strumento per affermare la potenza politica dello Stato.
I. Cenni storici. - Il suo sorgere coincide con la formazione delle grandi monarchie assolute, che tendono ad accentrare nelle loro mani tutta la vita interna della nazione, a formare eserciti permanenti nazionali, a compiere una politica espansionistica internazionale. Coincide anche con l'affermarsi della classe borghese, a danno di una nobiltà essenzialmente radicata ai fondi terrieri : e con le sempre maggiori scoperte di nuove terre.
Il m. si è sviluppato in un clima filosofico, che lo ha potenziato e razionalmente giustificato. Tale clima, proprio della seconda metà del Cinquecento e di tutto il Seicento, dipende da molti e disparati fattori: l'autonomia della politica dalla morale; la teoria della ragione di Stato; la teoria dell'origine divina immediata dell'autorità del sovrano; la dottrina degli istinti individuali essenzialmente egoistici e quindi di danno al bene comune; la glorificazione protestantica dell'attività professionale. Il filosofo che meglio giustifica il m. è certamente l'Hobbes.
Quando si parla di m. non si deve intendere un sistema organico e fisso di dottrine, ma piuttosto un atteggiamento generale. L'atteggiamento generale è dato dal seguente preteso principio economico, caratterizzante il m.: la
moneta è il mezzo massimo dell'arricchimento di una nazione, e perciò la quantita della moneta posseduta è la causa della potenza economica dello Stato. L'attico della bilancia commerciale viene ad essere, cosi, l'interesse fondamentale della politica economica.
Attraverso osservazioni più o meno semplicistiche e sotto la spinta di necessità contingenti, tale politica della bilancia attiva del commercio si orientò su alcune fondamentali direttive: 1) Potenziamento dello produzione industriale o danno di quella agricola. Si credette che l'effetto di un intervento statale sull'agricoltura fosse di efficacia pressoché nulla, perché in essa dominano fattori naturali su cui poco e lentamente può l'arbitrio umano. Si comprenderà allora come uno Stato desideroso di rapido e facile arricchimento monetario abbandonasse ogni velleità di politica agraria, per concentrare tutte le sue energie sulle industrie, che aumentando sempre più i prodotti manufatti permettevano la conquista dei mercati internazionali e quindi l'afflusso della moneta. 2) Protezionismo doganale adatto a far affluire sempre più all'interno oro ed argento ed impedirne il deflusso.
Si ebbe cosi la proibizione assoluta dell'esportazione di metalli preziosi e delle materie prime utili alle industrie delle nazioni concorrenti; l'imposizione di forti dazi all'importazione dei prodotti finiti. 3) E ciò per arrivare alla conquista dei mercati internazionali, superando la concorrenza delle altre nazioni nella vendita dei prodotti e nell'accaparramento delle materie prime. 4) Politica maritima: indirizzata al potenziamento massimo della flotta mercantile e alla difesa della libertà dei mori con una forte flotta militare. 5) Politica coloniale: la conquista delle colonie aveva uno scopo eminentemente economico. Dalle nuove terre si potevano ricavare metalli preziosi e materie prime, e in esse si aveva un mercato sicuro per le vendita dei propri prodotti finiti. 6) Politica demografica: l'abbondanza della popolazione contribuiva alla potenza militare della nazione e anche al suo arricehimento economico.
Il m. ebbe la sua origine nella seconda metà del Cinquecento, con la teoria del crissedonismo. Lo squilibrio improvviso dei prezzi, dovuti all'affluire sempre crescente in Europa dei metalli preziosi dalle nuove terre scoperte, indusse gli studiosi all'interpretazione del grave fenomeno e alla semplicistica conclusione che la quantita della moneta fosse la garanzia più sicura dell'arricchimento del paese. Presero parte alla discussione il Malestroict, il Bodin, lo Scaruffi, il Davanzati, e in Spagna e in Portogallo, che più avevano sentito della gravita del fenomeno, dove il crissedonismo si sviluppò: Lópes de Gómara, Ortiz, De Monchada, Olivarez, Gomez, De Castanares.
Il m. cominciò a prendere una fisionomia determinata al principio del Seicento, quando la difesa monetaria dei paesi fu attribuita all'intervento statale con la teoria della bilancia dei contraitti, regolanti il commercio internazionale, e poi con la teoria definitiva della bilancia del commercio.
Tre sono i principali autori mercantilistici: Antonio Serra, Antoine de Montchrétien, Thomas Mun. A costoro fanno seguito nel Seicento il Turbolo, il Bocchi, il Montanari, il Lunetti, il Sully, che tentò in Francia un protezionismo agrario, il Child, il Temple, il Davenant, l'Hörnigk, lo Schröder, ecc. Nel Seicento il m. trovò la sua più importante applicazione in Inghilterra con il Cromwell e in Francia con il Colbert, da cui il m. prese anche l'appellativo di colbertismo. Nel Settecento si trovano ancora teorici mercantilistici, anche se spesso con atteggiamenti molto attenuati da varie riserve: il Law, il Melon, il Dutout, il Genovesi e, in fondo, anche il Galliani.
Le critiche al m. si iniziarono soprattutto in Inghilterra, dove l'individualismo sia filosoficamente che politicamente ebbe ben presto ragione dell'assolutismo monarchico, e dove l'applicazione della matematica allo studio dei fenomeni sociali portò sempre più alla ricerca delle leggi costanti nella politica e nell'economia. Già nella seconda metà del Seicento le osservazioni economiche di John Locke e i metodi quantitativi applicati al mondo sociale da William Petty, da John Grant e da Gregory King preludono al movimento prenaturalista inglese della prima metà del Settecento. Fra tutti i prenaturalisti domina l'inglese Riccardo Cantillon (1697-1734), la cui
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opera postuma Essai sur la nature du commerce en général (1733) è di importanza capitale nella storia delle dottrine economiche. In Francia ed in Italia le critiche contro il m. ebbero un significato piuttosto contingente, sebbene siano servite di preparazione all'avvento del fisiocratismo e prendano il nome di protezionismo agrario. I principali esponenti sono il Boisguillebert (1646-1714), il Vauban (1633-1707), il Bandini (1677-1760), il Pascoli (1674-1744). Prenaturalisti e protezionisti agrari vengono di solito raggruppati sotto l'unica denominazione di mercantilisti liberali, sebbene esprimano ben diversi atteggiamenti di pensiero e di pratiche attuazioni. Il m. liberale è il complesso di quelle teorie economiche, che, pur subordinando l'economia alla politica ed invocando l'intervento statale per una sana economia, difendono l'esistenza di leggi naturali economiche e l'importanza dell'iniziativa privata. Al m . liberale possono anche essere attribuiti quegli scrittori, che vanno sotto il nome di sincretisti, perché, nonostante l'affermazione delle teorie fisiocratiche e naturalistiche liberali, cercarono di conciliare i postulati di questo dottrine con quelli del m. Meritano particolare menzione per il Settecento: il Beccaria, il Verri, il Filosperi, il Carli, il Ward, il Tucker. Ai nostri giorni il m. viene giudicato meno severamente di quanto fecero gli autori liberali nel secolo passato. Infatti il neovolontarismo contemporaneo consente di accettare un moderato intervento attivo dello Stato nella vita economica. Inoltre non si può negare l'importanza del m. nello sviluppo della storia moderna e nell'evoluzione stessa delle dottrine economiche.
II. Valutazione. - 1. Valore filosofico. - Il m. rispetto al volontarismo medievale rappresenta certamente un regresso. L'economia infatti, staccata dai principi etici, perde completamente il suo significato umano per diventare strumento di utilitaristiche competizioni tutte a danno della vera civiltà e prosperità degli uomini. La politica, indipendente anch'essa dai principi etici, considera l'economia semplicemente come un mezzo empirico all'attuazione dei suoi piani di potenza.
Un significato positivo del m. si può vedere nell'aver sottolineato il valore sociale dell'economia, portandola da un piano assolutamente privato a quello del bene pubblico. Tuttavia, anche sotto questo aspetto, la mancanza di una base filosofico-etica ha fatto si che l'importanza sempre maggiore data all'economia abbia educato gli animi a vedere nella prosperità materiale il fine principale della vita sociale ed individuale.
2. Valore economico. - E necessario distinguere il valore economico delle dottrine dai risultati pratici conseguiti dal m. Le dottrine mercantilistiche rivelano indubbiamente la superficialità delle osservazioni e la gratuità di molte importanti conclusioni, tuttavia rappresentano un grande passo verso la formazione della scienza economica moderna. I risultati pratici immediati furono : costituzione ed indipendenza delle singole economie nazionali; sviluppo della ricchezza mobile e delle funzioni economiche dello Stato; incremento dei traffici internazionali; nascita di importantissime industrie; formazione di una borghesia attiva e competente. Gli effetti reniati e generali furono invece molto gravi, perché un intervento statale così integrale e non sostenuto da sufficente conoscenza delle leggi economiche, ed anzi guidato da spiegazioni parziali o fallaci, doveva condurre ai più disastrosi squilibri economici.
3. Valore storico. - Il volontarismo ha contribuito enormemente ad alimentare la lotta dello Stato nascente contro il residuo particolarismo e ad imporre alle iniziative private mete lontane e utili alla collettività. Ha incoraggiato la privata iniziativa ed è largamente riuscito a farne strumento d'una assidua politica di potenza. Ha trasformato l'economia delle nazioni, creato la fisionomia moderna dell'industria francese, gettato le basi dell'impeto coloniale olandese, costruito la potenza marittima dell'Inghilterra, segnata l'èra della nascita della Russia moderna e della Prussia" (A. Fanfani, Storia delle dottrine economiche: il volontarismo, 3^{text {a }} ed., Milano 1943, pp. 244245.
Bial.: E. Mengotti, Il colbertismo, Firenze 1901; C. Supino, La giustificazione storica del m., Napoli 1905; C. Harsini, Les doctrine; monilaires et financières en France du XVle au XVIIle siècles, Parigi 1928; A. Marchal, La conception de l'économie nationale et ses rapports internationaux chez les mercantilistes français, ivi 1931: Ch. Cole, French mercantilist doctrine before Colbert, ivi 1932: A. Fanfani, Dal m. al liberismo, Milano 1936; I. Mazzol, Schema di ana storia della politica economica internazionale nel pensiero del sec. XVII, XVII, XIX, Torino 1936; E. Heckscher, Il m., trad. it., ivi 1936; G. Tagliacozzo, Economisti napoletani nei seer. XVII e XVIII, Bologna 1937; G. De Maria, La politica economica dei grandi sistemi coercitivi, Torino 1937; G. Lucranto, Storia economica: l'età contemporanea, Padova 1938; A. Fanfani, Storia economica dalla crisi dell'impeto romano al principio del ser. XVIII, Milano 1940; id., Indagine sulla rivoluzione dei prezzi, ivi 1940; id., Storia del lavoro in Italia dalla metà del ser. XV ai primi del sec. XVIII, ivi 1942; id., Storia delle dottrine economiche: il naturalismo, 2² ed., ivi 1946.
Tullio Piacentini
MERCATURA. - I. Concetto. - M., in genere, è qualsiasi scambio di merci o valori. Tra le varie forme di scambio prevale la compra-vendita.
Si distinguono tre principali specie di m.: la lucrativa, l'economica, l'industriale. La m. lucrativa è una compra ispirata esclusivamente al desiderio del guadagno. Due elementi quindi la contraddistinguono: l'intenzione di rivendere poi più caro quello che si comprò; ed inoltre di rivenderlo senza apportarvi prima alcuna modificazione che ne abbia in qualunque modo elevato il valore economico. Se si compra invece allo scopo non già di rivendere più caro, ma di soddisfare ai propri bisogni, benché poi si troverà di fatto più conveniente di rivendere, sia pure per la sola ragione del rialzo dei prezzi, si ha la m. economica. Comprare infine con l'intenzione di rivendere più caro ciò che si acquisti, ma dopo averne elevato il valore mediante opportuna lavorazione, costituisce la m. industriale. In tal caso il soprappiù del prezzo di vendita su quello di compra non rappresenta soltanto un lucro, ma anche la retribuzione al lavoro delle modificazioni apportate, o che questo lavoro sia stato sviluppato personalmente dal compratore ovvero da altri a sue spese. In pratica le tre forme di m. possono in vari modi coesistere o combinarsi tra di loro e con ogni altra attività economica, produttrice, industriale o commerciale.
II. Moralita. - Tutte e tre le forme di m. sono, in se stesse, moralmente lecite; ma quella lucrativa, dominata com'è esclusivamente dal desiderio del guadagno che mai si soddisfa, non è del tutto consona alla dignità dell'uomo. Inoltre espone a gravi pericoli, quando la brama del lucro non si contenga nell'ambito di superiore finalità; p. es., il sostentamento della famiglia. E poi certo che la m. lucrativa è aliena dall'opera di santificazione propria ed altrui, cui dedicano la loro vita i chierici ed i religiosi. Perciò la Chiesa, secondo tradizioni antichissime, agli uni (can. 142) ed agli altri (cann. 593 e 679 § 1) la proibisce nei seguenti limiti.
La proibizione è contro ogni forma di m. lucrativa. Vi sono incluse le speculazioni di borsa (v.) o comunque su azioni ed obbligazioni commerciali; resta invece lecito investire i prop'i capitali in simili titoli allo scopo di percepire i relativi redditi (S. Uffizio, 13 apr. 1885). La proibizione colpisce pure la m. industriale, ma solo quando, a trasformare la merce da rivendere più cara, il chierico o il religioso si serva dal lavoro salariato. E questa la concorde interpretazione dei canonisti e dei moralisti, basata del resto sulla analogia di tale m. con quella lucrativa. La proibizione è grave; non però contro operazioni isolate, bensì contro l'esercizio di esse, costituito dalla loro molteplicità, sotto l'influxo di una stessa deliberazione. Questo esercizio resta sempre gravemente illecito, sia che la sua esecuzione si affidi a laici, sia pure che i guadagni realizzati vengano destinati a vantaggio altrui, di cause pie o profane. Con decreto della Congr. del Concilio, 22 marzo 1950, la trasgressione di questa legge è sanzionata con la scomunica speciali modo riservata alla S. Sede (AAS, 42 [1950], pp. 330-31).
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Per motivi in se stessi evidenti alcune eccezioni sfuggono a questa proibizione ecclesiastica. Se coeredita una attività economica a base di m. lucrativa il chierico la può sfruttare, esercitandola per mezzo dei coeredi; non si è obbligati a rinunziare o ad alienare la propria parte. E pure tollerato l'esercizio della m. lucrativa, quando si presenti come unico mezzo al sostentamento proprio e dei famigliari. In questo caso, però, perché tutto si svolga in modo dignitoso allo stato clericale o religioso e soltanto nei limiti della necessità, l'Ordinario ne darà licenza, almeno per quanto riguarda i territori non italiani(Clemente XIII, Cum. primum, 17 sett. 1759). Probabilmente anche per l'Italia, dopo la promulgazione del nuovo CIC, è sufficiente la licenza dell'Ordinario e non è più necessaria quella della S. Sede, come prescriveva il citato documento. La m. lucrativa è anche lesita qualora si sviluppi in modo accessorio accanto ad un'altra attività economica principale (v. COMMERCIO).
Bibl.: G. Cavigioli, Introduzione e postille ai trattati de iustitia et iure, Novara 1937, p. 15 sgg.; T. Drucker, The end of economic man, Nuova York 1939; V. Pistocchi, Illicita negotiatio, in Perfice munat. 17 (1942), pp. 483-84; J. Aspizzu, La moral de l'hombre de negocine, Madrid 1944. Leonardo Azzollini
MERCEDARI. - Ordine religioso fondato da s. Pietro Nolasco nel 1218 allo scopo di redimere i cristiani schiavi dei maomettani. S. Pietro Nolasco, con la protezione del re Giacomo I ed il consiglio di s. Raimondo di Peñafort, ricevette nella cattedrale di Barcellona, con i primi compagni, il ro ag., dalle mani del vescovo Beranguer de Palau l'abito bianco in onore della Vergine.
Il Re concesse le sue armi reali che, con la Croce, formarono lo stemma dell'Ordine. Il Nolasco stabilì che non solo tutti i beni e le attività dell'Istituto fossero dedicate alla liberazione degli schiavi, ma che, come si esprimono le prime Costituzioni, «tutti i religiosi, come figli di vera obbedienza, fossero lietamente disposti in ogni tempo a dare, se necessario, la propria vita, come Cristo la dette per noi» e che ogni religioso assumesse l'obbligo di rimanere egli stesso schiavo per liberare col ro che corressero pericolo di perdere la fede (IV voto). L'Ordine fu approvato nel 1235 da Gregorio IX che gli assegnò la regola detta di s. Agostino.
Ebbe da principio un carattere prevalentemente militare e, nel primo secolo, fu retto da maestri generali laici; ma dal 1317 in poi, diminuiti i motivi della redenzione, da generali sacerdoti. Ben presto si aggregarono all'Ordine, come confratelli, famiglie ed individui isolati che lo aiutarono con donazioni, raccogliendo elemosine e prestando cura ed assistenza ai liberati, agli infermi e ai pellegrini nelle infermerie dei conventi. A tale scopo sorse anche nel 1265 il secondo Ordine femminile per iniziativa di s. Maria di Cervellon. L'Ordine si sviluppò nella Spagna, nella Francia, nel Portogallo, in Italia, specialmente nelle città costiere, e svolse la sua opera redentrice prima nella Spagna
e poi nell'Africa settentrionale, dove i Mori conducevano gli schiavi. Con la scoperta dell'America contribuì grandemente alla sua evangelizzazione, con fra' Giovanni de Solórzano, che accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio a S. Domingo, fra' Bartolomeo de Olmedo nel Mexico, p. Bovadilla nel Panama, p. Marco Perez Danton nel Guatemala, p. Giovanni de Salazar in Argentina, p. Antonio de Almanza ed Antonio de Solis nel Cile ed altri nel Perù e nell'Equatore.
All'inizio del Seicento sorsero i M. scalzi, dipendenti

(fol. Vernacci)
sempre dal Generale dei calzati, e le monache mercedarie di clausura con la b. Marianna di Gesù.
L'Ordine ebbe il suo maggiore sviluppo numerico e culturale nel sec. xvi, ma si assottigliò in seguito per le rivoluzioni, le guerre napoleoniche e le varie persecuzioni e soppressioni. Il p. Pietro Armengaudo Valenzuela, eletto generale nel 1880 , fu il nuovo restauratore dell'Ordine di cui riformò le Costituzioni, stabilendo che l'Istituto, pur conservando il primitivo scopo della redenzione, si dedicasse espressamente alla pratica delle missioni, alla formazione cristiana della gioventù, alle opere di carità e di assistenza sociale (carceri, riformatòri, case di rieducazione ecc.). Fra i santi l'Ordine enumero, oltre s. Pietro Nolasco, s. Pietro Pascasio, vescovo e martire, s. Serapio martire, s. Pietro Armengol, s. Raimondo Nonnato, cardinale, s. Maria di Cervellon o del Beccorco, la b. Marianna di Gesù. Fra i teologi e scrittori: s. Pietro Pascasio (m. nel 1300), p. Natale Gaver (m. nel 1474), p. Domenico di s. Giovanni (m. nel 1540), p. Girolamo Perez (m. nel 1549), p. Gaspare de Torres (m. nel 1583), p. Francesco Zumel (m. nel 1670), p. Silvestro Saavedra (m. nel 1624), p. Pietro de Ona, vescovo di Gaeta (m. nel 1626), p. Giovanni Falconi (m. nel 1638), p. Ambrosio Machin, arcivescovo di Cagliari (m. nel 1640), p. Alfonso Remon, p. Gabriele Tellez (Tirso de Molina, m. nel 1648), p. Pietro Armengaudo Valenzuela, vescovo di Ancud (m. nel 1922), p. Manuel Sancho (m. nel 1936).
L'Ordine conta presentemente 9 province e 3 viceprovince; ha missioni nel Brasile, nell'Equador e a Portorico e 4 case negli Stati Uniti per l'assistenza degli emigrati italiani.
Rami femminili dell'Ordine. - Oltre i due antichi già accennati, sono: le Mercedarie di Berriz (v.) di Spagna; le Mercedarie della Carità (Spagna) con 109 tra sanatòri, ospedali, ospizi, lebbrosari, carceri e collegi; le Missionarie mercedarie con case e collegi in Spagna, Equador e Perú; le Mercedarie del Bambino Gesù con vari collegi in Argentina; le Suore di N. S. della Mercede con numerose case di assistenza e di educazione ed ospedali in Francia, Belgio, Svizzera, Cile e specialmente in Italia; le Mercedarie del S.mo Sacramento che si dedicano al culto dell'Eucaristia con case in Messico, Avana, Spagna, Italia; le Mercedarie missionarie del Brasile che cooperano alle missioni del Piani.
Bibl.: A. Remon. Historia general de la Orden de N. S. de la Merced, Madrid 1618; B. Vargas, Chronica Sacri ac Militaris
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Ordinis B.M.V. de Mercede, Palermo 1622; I. Linás, Bullarium Coelestis ac Regalis Ord. B.V.M. de Mercede, Barcellona 1696; U. Ribara, Centuria Primera del Real e Militar Istituto de N. S. de la Merced, ivi 1726; J.A. Gari y Siumoli, Biblioteca Mercedaria, ivi 1875; G. Vasquez-Nuñes, Manual de Vittoria de la Orden, Toledo 1931; Buletla de la Orden de la Merced, Curia generalizia Roma.
Vincenzo Ignelzi
## MERCEDARIE MISSIONARIE DI BERRIZ.-
Il monastero di Bérriz, fondato nel 1550 come comunità di devote mercedarie, fu nel 1741 mutato in monastero di Mercedarie con clausura papale, che nel 1919, per opera della madre M. Maturana, abbracciò l'ideale missionario e iniziò la prima «Gioventù missionaria» della Spagna.
Nel 1926, infatti, parte la prima spedizione per la Cina; nel 1927 le M. vanno a Saipan (Isole Marianne), nel 1928 nel Giappone e nelle Caroline. Nel 1931 con il consenso unanime delle Religiose e l'approvazione della S. Sede la comunità si trasforma in Istituto missionario, pur ritenendo il nome e i privilegi dell'antico monastero.
Le monache già prolesse conservarono i loro voti solenni; le nuove emettono voti semplici. Si redassero nuove Costituzioni, che furono approvate una prima volta il 14 ag. 1930 e definitivamente il 3 genn. 1939.
Scopo speciale dell'Istituto è l'educazione cristiana della gioventù femminile nei collegi e il lavoro nelle missioni. Nel 1951 l'Istituto conta 417 membri, di cui 91 nelle missioni; e 11 case (Giappone, Cina, Isole Marianne e Caroline, Arcipelago di Truck, Stati Uniti). Pubblica un bollettino Angeles de las Missiones, prima mensile (1926-76), poi bimensile (1937 2gg.). Casa madre a Bérriz.
BibL.: J. Zameza, Una vergen apostol, Bérriz 1934; M. Maturana, Viaje misionero alrededor del mundo, 3° ed., ivi 1945; M. Sancha, La m. M. Maturana, ivi 1946; anon., Las Mercedarias Misioneras de Bérriz, 2° ed., ivi 1948. Agostino Pugliese
MERCEDES, diocesi di. - Città e diocesi nella Argentina.
Ha una superfice di 145.142 mathrm{kmq}., con una popolazione di 1.100 .000 ab., dei quali 950.000 cattolici. Conta 59 parrocchie, servite da 75 sacerdoti diocesani e da 65 regolari; ha un seminario, 24 comunità religiose maschili e 64 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 269).
La diocesi fu creata da Pio XI con la cost. apost. Nobilis Argentinae nationis del 20 apr. 1934, per smembramento dalla diocesi di Plata di un gruppo di parrocchie ed erigendo a cattedrale la chiesa parrocchiale della B. M. Vergine della Mercede esistente in M. La diocesi è suffraganza di Buenos Aires. Primo vescovo fu mons. Giovanni Chimento; l'attuale è mons. Annunziato Serafini.
BibL.: AAS. 27 (1935), pp. 257-63. Enrico Josi
MERCIER, Désiré. - Filosofo, fondatore dell'Istituto di filosofia dell'Università di Lovanio, cardinale e primate del Belgio, n. a Braine l'Alleud, nel Brabante vallone, il 21 nov. 1851, m. a Malines il 23 genn. 1926. Ordinato sacerdote il 5 apr. 1874 dal nuncio apostolico mons. Cattani, si iscrisse alla Facoltà di filosofia e lettere dell'Università di Lovanio.
Il contatto diretto con le correnti filosofiche moderne e con le scienze, le aperte discussioni con i professori e soprattutto l'interno travaglio della riflessione personale venivano man mano orientando il suo pensiero. Subi, a quanto sembra, il primo decisivo influsso dall'insegnamento di A. Dupont e dalle opere del Kleutgen (v.) e del Tongiorgi (v.). Alla fine del curriculum universitario egli aveva maturato sostanzialmente le sue convinzioni. Conseguita la laurea, passò al Petit Séminaire, come professore all logica e metafisica. Era l'anno 1877, due anni prima della Aeterni Patris, e si sa che l'insegnamento del M. era già in linea con la futura enciclica. Cosi, quando Leone XIII domandò all'episcopato belga di isti-

(fot. Felici)
tuire una cattedra tomistica di filosofia nella Università di Lovanio, il card. Dechamps decise di affidare questo incarico al M., che l'accetto. Recatosi prima a Roma, a Leone XIII, che gli esponeva il suo programma nei riguardi delle università cattoliche, dichiarava: «Santo Padre, per quanto riguarda gli inizi della mia carriera professionale, credo di poter rispondere di si; a ogni modo io Vi rispondo energicamente di sì per il presente e per l'avvenire». I biografi si compiacciono di rilevare che il M. fu l'uomo capace di comprendere Leone XIII, e che Leone XIII fu il Papa capace di comprendere il M. Fin d'allora tra i due si stabilirono quei rapporti di fiducia e di intesa che diedero origine all' "Institut de Philosophie " ed alla sua tradizione filosofica, storica e scientifica.
Al corso iniziato nell'anno accademico 1882-83 gli universitari affluivano sempre più numerosi, e con gli universitari gli stessi professori. Cosi l'opera del M. si delineò fin dai primi anni come un autentico successo. Il piano, concordato con Leone XIII, si realizzava progressivamente. "Formare degli uomini, nel maggior numero possibile, che si dedichino alla scienza per se stessa, e che lavorino di prima mano...; crearsi le risorse che questo lavoro richiede, ecco il doppio scopo di quelli che si preoccupano del prestigio della Chiesa nel mondo" (Relazione sugli studi super. di filos., presentata al Congresso di Malines il 9 sett. 1891). Non contento dei contatti universitari, M. apriva il suo Bureau di Rue des Flamands. In quei colloqui e in quelle riunioni si venne formando intorno a lui un gruppo di amici e di discepoli fedelissimi. Leone XIII seguiva e sollecitava ulteriori sviluppi. Un breve del 7 luglio 1888 auspicava un aumento di cattedre e la fondazione di un Istituto di filosofia; un altro breve dell's nov. 1889 ne approvava l'inizio. Finalmente il breve del 7 marzo 1894 determinava la posizione giuridica dell'Istituto in seno all'Università e accennava a un sussidio pontificio di 150.000 franchi.
Nello stesso anno aveva inizio la Revue néoscolastique de philosophie pubblicata dalla Société philosophique de Louvain. La organizzazione dell'Istituto non rallentava
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la produzione filosofica del suo presidente. M. lavorava alacramente per il Cours de philosophie sistematicamente ispirato al tomismo e aperto ai problemi filosofici e scientifici del tempo. Di esso uscirono la Logique, che ebbe forma definitiva nel 1897; la Psychologie (1892); la Critériologie générale ou Théorie générale de la certitude (1899); la Métaphysique générale ou Ontologie (1902). Della Cosmologie esiste un sommario litografato, perché questo trattato fu in seguito affidato a D. Nys; esistono pure litografie di Théodicée e di Philosophie morale et droit naturel. La Critériologie générale (quella spéciale non fu mai pubblicata) è la più celebre delle opere del M., anche per le discussioni suscitate circa la interpretazione mercieriana del concetto di veritá, e circa lo stato iniziale ed il passaggio metodico dall'ideale al reale. Sarebbe fare torto a questo grande pensatore tomista se si volesse vedere il suo pensiero solo in queste due o tre tesi : giacché il merito principale della Critériologie fu di aver suscitato un efficace risveglio di studi critici negli ambienti neo-scolastici, mostrando come la gnoseologia realistica sappia reggere al confronto delle correnti positivistiche e neo-kantiane. Un altro importante lavoro del M. è Les origines de la psychologie contemporaine (1a ed. 1897). Tutte queste opere hanno avuto diverse edizioni e traduzioni in molte lingue.
Se il M. non poté portare a compimento il suo Cours de philosophie, fu perché da caposcuola doveva diventare capo spirituale del suo popolo. Pio X, che già precedentemente gli aveva fatto pervenire la sua approvazione per l'attività dell'Istituto, essendo rimasta vacante nel 1906 la sede arcivescovile di Malines, lo creava cardinale e primate del Belgio. Cosi la scelta del Papa metteva il M. nell'occasione di diventare una delle più eminenti figure ecclesiastiche della prima metà del nostro secolo. M. poté anzitutto vedere la generazione da lui formata avviarsi e arrivare alla conquista del potere. Al tempo della guerra 1914-18 la figura del cardinale ingigantì. La fiera difesa dei diritti del suo popolo durante il tempo della occupazione germanica è passata alla storia, e i biografi l'hanno ampiamente documentata. Qui basti rilevare che essa si concluse da parte del M. senza traccia di rancore e da parte dei suoi ex-avversari con un leale riconoscimento.
M. aveva un'anima profondamente pia, come si può vedere nelle opere A mes séminaristes (1908-26) e Retraite pastorale (1910-26) rivolte al suo clero (alcuni spunti di esse diedero occasione a una controversia, recentemente conchiusa da un discorso del s. Padre, l'8 dic. 1950, alla fine del Congresso per l'aggiornamento dei religiosi). M. da giovane seminarista passava le vacanze in mezzo agli operai cristiani. Non poteva quindi non accettare con entusiasmo l'iniziativa di una "Unione internazionale di studi sociali ", offertagli nel 1921. Raccolse nel suo Palazzo arcivescovile sociologi di tutte le principali nazioni d'Europa e li sostenne con il suo appoggio durante la compilazione del Codice sociale di Malines edito un anno dopo la sua morte. Altro avvenimento legato al nome del M. sono le Conversazioni di Malines (iniziatesi il 6-8 dic. 1921) che videro vicini il Cardinale e Lord Halifax per uno studio privato sulla possibile unione degli anglicani con la Chiesa romana. La morte colse il M. mentre era imminente un quinto incontro (v. malines, conversazioni di).
Bibs.: L. Nuol. Le card. M., Turnhout 1920; M. de Wulf, In memoriam, in Rev. néoscol. de philos., 28 (1926), pp. 1-22: autori vari, ibid., pp. 97-258; anon., Le card. M., Bruxelles 1927; A. P. Lavville, Le card. M., archevêque de Malines, Parigi 1927; J. Zaragoza Bengoenches, El card. M., Madrid 1927; J. Lenzlinger, Kant. M., S. Gallo 1929; G. Goyau, Le card. M., Parigi 1931; G. Joannés, Le card. M., docteur de la vie intérieure, ivi 1931; J. A. Gade, The life of card. M., Nuova York 1934; C. Castiglioni, La psicologia neocolastica del card. M., in La scuola cattolica, 64 (1936), pp. 336-82; C. Mayet, Le card. M., Bruges 1937; J. Guitton, Le card. M. apôtre de l'unité, in Etudes, 239
(1939), p. 303 sgg.; J. Lenzlinger, El concepto catolico de la vida según el card. M., 2ᵃ ed., Madrid 1941; J. J. Harnett, D. M. and the Neoccolastic Revival, in The New Scholasticism, 18 (1944), pp. 303-39; J. de Bivort de la Samilce, Anglicans et catholiques, Parigi 1949, passim; id., Documents sur le problème de l'union anglo-romaine, ivi 1949, passim. Altre indicazioni in G. A. De Brie, Bibliographia philosophica 1934-43, I. Utrecht 1950, p. 535 ; Rev. philos. de Louvain, 1951, fasc. 4, dedicato al M.; L. De Razymaker, Le cardinal M., Lovanio 1952. Francesco Morandini
MERCIMONIO. - Indica in genere ogni traffico illecito, qualunque sia la fonte della sua illiceità. In senso più ristretto m . dice traffico illecito, perché svolto su materia vietata; o che, per sua intrinseca dignità, essa non sia compatibile con la condizione di cosa commercialibile o che così disponga la legge a tutela del bene pubblico o privato.
Ogni contratto su oggetto vietato è nullo; non sussistono quindi le reciproche obbligazioni che, pur liberamente, i contraenti credettero di assumersi. Però dopo il loro adempimento le parti ne possono ritenere, in coscienza, i vantaggi percepiti, senza obbligo di restituzione. Ciò non in forza della precedente contrattazione, la quale resta sempre, per invalidità, inefficiente; bensì per il fatto stesso dell'adempimento delle promesse contrattuali. Tale adempimento, per se stesso né lecito né obbligatorio, verifica però la condizione dalla quale dipendeva l'altro contratto innominato "do ut des ", che sarebbe sempre implicito a qualsiasi illecita contrattazione. Per questo atipico contratto, al contraente, che di fatto prestò la peccaminosa opera pattuita, l'altra parte deve la controprestazione, se essa non consiste in opera intrinsecamente illecita; p. es., il prezzo convenuto.
E chiaro che le forme concrete di m. possono essere moltissime. Nell'àmbito però della teologia morale, il termine caratteristico ne richiama principalmente due : il meretricio ed il m. di Messe. L'evidente dignità della materia, barattata nell'una e nell'altra forma di m., le stigmatizza entrambe. Anche se la legge positiva, reputando di evitare così alla vita sociale un male maggiore, accorda tolleranza al meretricio, non lo rende con ciò moralmente lecito né a chi l'escreita, né a chi vi accede. Tuttavia, per la dottrina generale sopra esposta, il prezzo dell'infamia può ritenersi tranquillamente in coscienza. Ciò è pure confermato con decreto della S. Penitenzieria del 23 apr. 1822. Gli altri aspetti del triste fenomeno qui non interessano (v. mostituzione e la bibl. ivi citata).
Per il m. delle Messe, v. elemosine.
Leonardo Azzollini
MERGURIAN, Ebebhard. - Quarto generale della Compagnia di Gesù, n. a Marcour (Belgio) nel 1514, m. a Roma il 1° ag. 1580 . Gesuita nel 1548 , fu rettore del Collegio di Perugia, provinciale delle Fiandre, assistente per la Germania, eletto generale il 23 apr. 1573 .
Curò con zelo lo sviluppo interiore dell'Ordine, pubblicando il "Sommario" delle Costituzioni ignaziane e fornendo un corpo di "Regole» comuni a tutti e particolari per i diversi uffici. Agevolato dal favore di Gregorio XIII, si vide affidato in Roma il Seminario inglese e ampliati i Collegi Romano e Germanico; iniziò o promosse molte missioni fra gli eretici e gli infedeli nell'Inghilterra, Polonia, Transilvania, Svezia e Russia; fra i Maroniti del Libano, in India, Cina, Giappone, dove inviò fino a novantatre soggetti, fra cui A. Valignano, M. Ricci, il b. R. Aquaviva. Diede impulso energico ad ampie missioni apostoliche nell'Europa cattolica (Marchexato di Baluzzo, Dalmazia, Grecia e isole dell'arcipelago). Alla sua morte l'Ordine contava 21 province e 5000 soggetti.
BibL.: Oltre alle storie recenti e critiche della Compagnia di Gesù di A. Astrain, H. Fouqueray, B. Duhr, F. Rodriguez, v. in particolare: O. Manare, De vita et moribus Eserardi Mercurioni, Bruxelles 1882; T. Severin, Un grand belge, M., curé ardemais, général des Etuites, Liegi 1946 (cf. Arch. hist. S. J., 17 [1947], pp. 208-209).
Celestino Testore
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MERCURIO. - Antica divinità romana, che figura nelle prime liste dei dodici dèi. Il nome stesso di Mercurius (da mers, mercari) dà chiara ragione dell'originaria figura del dio - quale protettore del commercio - il cui culto ebbe impulso, oltre che dalle relazioni di Roma con Cuma e la Sicilia, soprattutto quando entrò in Roma l"E ρ μ χ ς è μ π σ λ α tilde{α} ς, cioè Ermete (v.) protettore dei mercanti, del quale assimilò anche le altre qualità.
M. era venerato specialmente dai mercanti, i quali ne celebravano la festa il 15 maggio (feriae Iovi Mercurio Maiae), in cui cadeva la ricorrenza della dedica del suo tempio, eretto nel 495 a. C. nei pressi del Circo Massimo. Nello stesso anno della dedicazione, secondo la tradizione (Livio, V, 13, 6), fu organizzata l'ancona pubblica e si istitui una corporazione speciale (collegia, che si diffusero poi largamente in Italia e fuori) di mercanti, detti ora mercatores, ore mercuristes, aventi la loro sede nel pamoerium. Costoro, alle idi di maggio, usavano aspergersi con ramoscelli di lauro bagnato nel fons Mercurii, presso Porta Capena (non lontano dal tempio) pregando il dio che li «lavasse» dalle menzogne dette negli adiacenti fori, nell'esercizio del loro mestiere (Ovidio, Fasti, V, 670 sgg.). L'affige di M. la si trova per la prima volta sullo aes proce della metà del re sec., anche qui evidente imitazione del Hermes greco : volto giovane e imberbe, petaso munito di due piccole ali.
L'Altheim ritiene invece che il nome Mercurius sia stato originariamente il nome di una gens Mercuria della quale Hermes sarebbe stato in Etruria il dio gentilizio, e che quindi tanto M. quanto il dio greco siano stati poi dagli Etruschi stessi introdotti in Roma.
Biel.: L. Preller e H. Jordan, Römische Mythologie, II, 2ᵃ ed., Berlino 1883, pp. 229-34; H. Stending, in Rascher's Leschen der griech. und ruse. Mythologie, II, coll. 2802-31; F. Altheim, A hist. of roman Religion, Londra 1938.
Cesare D'Onofrio
MEREDITH, George. - Narratore e poeta inglese, n. a Portsmouth il 12 febbr. 1828, m. il 19 maggio 1909 a Box Hill (Surrey). Sposò la figlia del romanziere T. S. Peacock, già vedova, e il matrimonio fu assai infelice, concludendosi in un divorzio e più tardi nel suicidio della donna. Dalla triste vicenda nacque Modern love, una serie di cinquanta sonetti ritenuta da alcuni critici moderni il capolavoro dello scrittore per acume psicologico e arditezza tecnica. Come narratore e come poeta, M. è certamente più brillante ma anche meno solido e meno profondo del suo contemporaneo Thomas Hardy.
A pochi scrittori si può più giustamente applicare la qualifica di cerebrale, sebbene, a differenza del James, egli non sia un innovatore della tecnica narrativa. Nuoce al ritmo narrativo delle sue opere l'abuso degli epigrammi e delle sentenze, l'ostentazione di spigliatezza e di spregiudicatezza; la dialettica del M. è certamente ammirevole, ma, non essendo applicata ai problemi profondi della vita umana, risulta alquanto sproporzionata. L'autore ripudiò ogni forma di cristianesimo, accontentandosi di sostituirvi una vaga idolatria della natura e della vita all'aperto e ideologie piuttosto inconsistenti, celebrando l'emancipazione della donna in nome di un progresso non definito in termini concreti, e senza realmente affrontare i problemi sociali. Allo "spirito comico", che considerò un resgente e un lievito nell'opera del narratore, attribuì una funzione esagerata e addirittura catartica e, sebbene se ne servisse con molta perizia, ne fece un uso eccessivo e troppo scoperto nella sua opera (ché, a differenza di Dickens, non era un umorista nato) e rimane scrittore letto e ammirato da pochi. Tra i suoi maggiori romanzi si ricordano The egoist (1871) che è il suo capolavoro, Vittoria (1866) che s'ambienta nella rivoluzione milanese del ' 48 , Diana of the crossways (1855) sull'emancipazione della donna.
Biel.: M. B. Forman, Bibliography of the writings of G. M., Edimburgo 1925; Siegfried Sassoon, G. M., Londra 1948; varie traduzioni italiane.
Augusto Guidi
MEREZKOVSKIJ, DmìtriJ SERGÈEvic. - Poeta, scrittore e saggista russo, n. a Pietroburgo il 14 ag. 1863, m. a Parigi il 15 dic. 1941. Di notevole importanza storico-culturale per l'influsso che esercitò sulle lettere del suo paese fra il 1893 e il 1905 ; decadente per il gusto e l'intonazione della sua opera, va tuttavia considerato uno degli iniziatori del simbolismo russo, cui dette un indirizzo fondamentalmente mistico.
Esordi nel 1888 con Poesie, rivelandosi discepolo di Nadson, ma nel 1892 , in una seconda raccolta di versi, Simboli, già preannunciava quella poetica che codificò poi nel saggio Sulle canse della decadenza e sulle nuove tendenze della letteratura russa contemporanea (1893). In opposizione al "volgere realismo utilitario" della critica positivistica, M. proclamava un nuovo idealismo i cui principi, in arte, erano : stile simbolico, contenuto mistico, raffinatezza formale. La concezione mistica di M. si basa su di un rinnovamento della religione cristiana attraverso un sincretismo di paganita e cristianesimo. Vi si contempla un ciclo escatologico di tre fasi o regni : del Padre (Vecchio Testamento), in cui la verità si è rivelata come forza di Dio; del Fulto (Nuovo Testamento), in cui la verità si manifesta come amore; dello Spirito Santo (Terzo Testamento), in cui la verità dovrà avverarsi come libertà. Fra i tre regni del Creatore, del Redentore e del Liberatore, v'è l'interregno dell'Anticristo: l'Avvento di Cam, il «trionfo di Smerdjakóv» o della volgarità. La teoria dei tre regni, interpretazione mistica della totale hegeliana, è sviluppata in Cristo e Anticristo, trilogia di romanzi storiosofici: La morte degli dèi : Giuliano l'Apostata (1893, vers. it. Milano 1901), La risurrezione degli dèi : Leonardo da Vinci (1902, vers. it. ivi 1913), L'anticristo: Pietro ed Alessio (1905, vers. it. Torino 1932), i cui protagonisti, come in ogni opera di M., sono figure emblematiche incarnanti tesi e antitesi. Una seconda trilogia è costituita dal dramma Paolo I (1908; vers. it. Milano 1921), e dai romanzi Alessandro I (1911) e I_{d} d i ceinbre (1917). Sia la costruzione architettonica, come quella psicologica e stilistica poggiano in M. su un principio di polarità, di enfatica contrapposizione di opposti, su antilogismi e antinomie. Anche nella indagine critica M. portò le sue concezioni mistiche, e vide in Lérmontov l'Annunciatore, il Battista; in Püškin la conciliazione dello spirito pagano con il cristiano; in Gógol l'eterna lotta con il diavolo; in Tolstói e Dostoèvskij, rispettivamente il "criptoveggente della carne" e il "criptoveggente dello spirito». Il saggio Tolstoj e Dostoèvskij (1901) è forse l'opera più duratura di M.
Alla divulgazione del suo pensiero contribuirono, oltre le opere, una rivista da lui diretta, Novyj pus' (La nuova via) e un cenacolo di Riunioni filosofico-religiose che egli fondò a Pietroburgo con la moglie (la poetessa Z. Hipplua), V. Rozanov, N. Minskij e D. Filosofov. Dopo i moti del 1905 abbandond il suo atteggiamento di fautore dello zar, "unto del Signore», per passare alla fronda borghese, sostenendo che "l'autocrazia viene dall'Anticristo»; ma a partire dal 1909, allarmato dall'indirizzo assunto dalle correnti progressiste, ripiegò a destra. Il 1917 lo trovò avversario inconciliabile del comunismo, "regno dell'Anticristo». Passato all'emigrazione visse a lungo in Francia. Fra le sue ultime opere sono il romanzo La nascita degli dèi (1925) e lo studio su Dante (1937).
Bibl.: Opere, 17 voll., Pietroburgo 1911-13: Mosca 1914. Gli ultimi scritti sono usciti in varie epoche a Praga e Parigi. G. Lundberg: M. und sein neues Christentum (trad. W. Groeger), Berlino 1922; V. Pozner, M., in Littérature russe, Parigi 1929; E. Lo Gatto, Storia della lett. russa, 2 ed., Firenze 1945, v. indice; id., Storia della Russia, ivi 1946, v. indice. Leone Pacini
Il M. dal punto di vista cattolico. - Per un migliore giudizio sul pensiero del M. dal punto di vista cattolico, servono le sue due opere: Gesú
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sconosciuto (vers. it., Firenze 1943) e Tre santi: Paolo, Agostino e Francesco di Assisi (vers. it., Milano 1936).
Da essi traspare sempre il concetto del "terzo regno", quello dello Spirito Santo (in cui si ricollega piuttosto con Gioacchino da Fiore [m. nel 1202], Tertulliano e Montano), per cui il M. non pensa ad un cristianesimo né ortodosso, né tradizionale e storico; ma futuro, di là da venire, pienamente soggettivo; per questo proclama che Gesù è ancora ignorato sotto il vero suo aspetto o mal compreso. Ma cerca di dimostrarlo con antitesi e raccostamenti arbitrari e strani (Maria Vergine raffrontata con Venere o Istar, la croce cristiana con quella cretese, la bellezza e l'arte della Grecia con l'ascetismo umiliante del cristianesimo storico) e con affermazioni contrarie alle verità cattoliche (Gesù è generato da Giuseppe; l'adorazione dei Magi, la fuga in Egitto, tutta l'infanzia di Gesù non sono che mito o mistero, ad ogni modo non certo una storia: Tommaso Didimo è il fratello gemello di Gesù, ecc.; Gesù non ha mai conferito nessun primato a s. Pietro, ecc.). Quanto a Paolo, Agostino e Francesco d'Assisi, il forte del suo studio consiste nel presentarli avulsi dalla Chiesa cattolica, specialmente dalle sue dottrine, e seguaci soltanto di un Verbo a loro rivelato personalmente, per cui piuttosto che cristiani nel senso inteso dai cattolici, sono discepoli di Cristo, ma anteriori al cristianesimo; gli uomini viventi nella Chiesa hanno del Vangelo solo una conoscenza servile ed esteriore, mentre Paolo, Agostino e Francesco intendono il Vangelo come scienza interiore e libera, dettata direttamente da Cristo. Il che equivale al concetto espresso dal M. che non la Chiesa proviene dal Cristo, ma il Cristo dalla Chiesa, che ne ha plasmato il Vangelo. Senza dire che il credere ad una terza Chiesa, dello Spirito Santo, è contrario alla dottrina della indefettibilità dell'unica sola e vera Chiesa di Gesù Cristo. Anche dal punto di vista morale qualche riserva si impone. G. Florovskij (op. cit. in bibl.) osserva che non solo il M. cercava di santificare e trasfigurare la carne, ma anche di "santificare la carne non trasfigurata ".
Bibl.: N. von Arsenicw, Die russische Literatur der Neuzeit u. Gegenwart, Magonza 1929, p. 248 sgg.: G. Florovskij, Le vie della teologia russa (in russo), Parigi 1932, pp. 456: N. Berdisev, Autoconoscenza. Saggio di autobiografia filosofica (in russo), Parigi 1949, p. 147 sgg.: B. Schultze, Pensatori russi di fronte a Cristo, II-III, Firenze 1949, pp. 57 sgg.
Celestino Testore - Bernardo Schultze

(per cortesia dell'Ambasciata di Spagna - Ufficio Turismo) Mérida - Resti del teatro romano.

MÉrIDA. - E l'antica colonia Emevita Augusta, città spagnola situata nella provincia di Badajoz alla destra del Guadiana. Nell'epoca romana ebbe grande importanza, essendo capitale della Lusitania e sede di una diocesi, ora scomparsa.
Il suo primo vescovo conosciuto, un certo Marziale, apostatò sotto Decio nel 250 . Fu allora che s. Cipriano tenne un Sinodo africano per punire Marziale e sconfessarlo nella sua Ep. 67. Dopo Marziale la lista dei vescovi di M. giunge fino a Massimo nel 759 nel cui tempo gli Arabi occuparono la città. Prima essa aveva visto le incursioni degli Alani (409) e degli Svevi (439). A M. fu proclamato s. Ermenegildo contro suo padre Leovigildo. In quel tempo M. ebbe dignità di metropoli con 12 suffragance; la perdette nel 1120 in favore di Santiago. L'ultimo Sinodo tenuto a M. ebbe luogo il 6 nov. 666. Si sa anche che Oronzio, vescovo di M., sottoscrisse ai Concili di Toledo del 646 e 653.
Archeologia. - Prudenzio descrive la basilica di S. Eulalia (v.) di M. a tetto dorato con le pareti rivestite di marmi preziosi e pavimento in musaico (Peristephanon, 3). Il vescovo Fedele migliorò ancora l'edificio (560-71). La chiesa attuale di S. Eulalia è una ricostruzione eseguita dopo la riconquista (1229). E a tre navate con transetto. Durante il periodo visigoto M. contava più di sei basiliche cristiane (Z. Garcia Villada, Historia eclesiástica de España, II, II, Madrid 1933, p. 225). Una delle basiliche di tale periodo è stata identificata nel luogo dove è l'attuale prigione. Presso il teatro romano è una casa trasformata in basilica cristiana tra il iv e il v sec. (J. R. Mélida, Excavaciones de M., in Archeologia Española, 4 [1929], pp. 189-90).
Oltre il vescovo Marziale e il diacono Elio, ricordati da s. Cipriano (Ep. 67) alcuni nomi del clero di M. sono stati tramandati dalle iscrizioni. Cosi si conoscono un vescovo di nome Zenone (G. B. De Rossi, Inscriptiones Christ. urbis Romae, II, 1, Roma 1887, p. 256); un presbitero Orbanus dell'anno 518 (J. R. Mélida, Catalogo monumental de España, Provincia de Badajoz, II, Madrid 1912, p. 29, n. 2043); un diacono Ippolito dell'anno 508
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(ibid., p. 22, n. 2030); la più antica iscrizione datata è del 381, la più recente del 678 .
BibL.: s. v. in Eur. Eur. Am., XXXIV, pp. 892-902; M. Macias Lancs, M. monumental y artística, Mérida 1913; H. Leclercq, s. v. in DACL, XI, 1, coll. 460-77.
Ignazio Ortiz de Urbina - Enrico Josi
MÉrIDA, arcidiocesi di. - Ar