; un diacono Ippolito dell'anno 508
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(ibid., p. 22, n. 2030); la più antica iscrizione datata è del 381, la più recente del 678 .
BibL.: s. v. in Eur. Eur. Am., XXXIV, pp. 892-902; M. Macias Lancs, M. monumental y artística, Mérida 1913; H. Leclercq, s. v. in DACL, XI, 1, coll. 460-77.
Ignazio Ortiz de Urbina - Enrico Josi
MÉrIDA, arcidiocesi di. - Arcidiocesi e capoluogo dello Stato omoniano nel Venezuela (America meridionale), situata nella parte nord-ovest dello Stato.
Ha una superfice di 53.900 kmq., con 453.000 ab., dei quali 454.000 cattolici. Conta 77 parrocchie, servite da 65 sacerdoti diocesani e da 24 regolari; ha un seminario, 5 comunità religiose maschili e 15 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 269).
La diocesi fu creata il 17 febbr. 1777, con il nome di M. de Maracaybo, ma ebbe il primo vescovo solo nel 1782 e nel 1804 divenne suffraganea di Santiago di Venezuela. Il Capitolo cattedrale fu istituito nel 1792. Il 12 ott. 1922 il papa Pio XI con la cost. apost. Ad manus dismembrava dalla diocesi di M. 24 parrocchie per formare la nuova diocesi di S. Cristoforo (AAS, 15 [1923], pp. 99-102); e il 10 giugno 1923, con la cost. apost. Inter praecipunt, la innalzava al grado e dignità di metropolitana assegnandole, quali suffraganee, le diocesi di Zulia e di S. Cristoforo di Venezuela (AAS, 15 [1923], pp. 333-33 ).
Primo vescovo della diocesi fu Giovanni Ramos de Lora, francescano (1782-93), cui successe Emanuele Candid de Torryos, domenicano (1793-94). Dei più recenti si ricordano: Antonio R. Silva, che resse quella chiesa 33 anni (1894-1927), e l'attuale Acacio Chacón, che la governa da 24 .
Patrona della diocesi è l'Immacolata.
BibL.: Eur. Eur. Am., XXXIV, pp. 905-907.
Giuseppe M. Pou y Marti
MÉrIDA, diocesi di: v. YUCATAN, diocesi di.
MÉrINERO, Juan de. - Teologo francescano, n. 2 Madrid nel 1600 e m. in fama di santità nel 1663. Entrò nell'Ordine a 16 anni; insegnò teologia nel Convento di S. Diego ad Alcalá; fu guardiano del Convento di Madrid e ministro provinciale di Castiglia; l'11 giugno 1639 fu eletto ministro generale.
Benefica fu la sua opera per l'Ordine, favorito in ciò da Urbano VIII e da Innocenzo XI. Fece preparare nuovi statuti per la famiglia cismontana, che furono promulgati nel 1642 (Statuta, constitutiones et decreta generalia familias cismontanae Ord. S. Francisci de Obser., Roma 1642); promosse le missioni, specialmente quelle dell'America e di Terra Santa. Sotto di lui l'Ordine fu in piena vitalità ed ebbe nuovo impulso dal movimento della più stretta osservanza, detto della «riforma». Nel 1645 a Toledo gli fu eletto come successore G. Mazzara di Napoli. Su proposta di Filippo IV, fu nominato vescovo di Ciudad Rodrigo e poco dopo di Valladolid (1645-65). Il M., ritenuto uno dei migliori scolastici spagnoli ed ottimo scotista, ha lasciato: Commentaria in Aristotelis dialecticam iuxta I. Duns Scoti mentem (Alcalá 1629); Cursus integer philosophiae iuxta I. Duns Scoti mentem (Madrid 1659); il postumo Cursus theologicus iuxta mentem Doctoris Subtilis (ivi 1668). Durante il suo generalato scrisse: De reformatione Ordinis seraphici (ivi 1641) e Commentaria in Regulam S. Clarae (ivi 1642). Per la storia della mariologia interessante il Tractatus de conceptione Deiparae Virginis seu de huius articuli definibilitate (Valladolid 1652).
BibL.: Wadding. Scriptores, p. 145; N. Antonius, Bibliotheca Hispana nova, I, Madrid 1783, p. 742; H. Holzapfel, Manuale historiae Ord. Fr. Min., Friburgo in Br. 1909, p. 283 sg.; A. Bertoni, Le bienhenveux 7. Duns Scot, Levanto 1917, p. 514; E. Longpré, s. v. in DThC, X, col. 572 (con bibl.); cf. Studi francescani, 3a serie, 13 (1941), pp. 91-97; Wadding. Annales, XXVIII, p. 469 sg.; XXIX, p. 303 sg.
Gaudenzio Melani
MERISI, Michelangelo: v. caravaggio.
MERITO DELL'UOMO. - Il merito, teologicamente, è l'opera buona che, compiuta dall'uomo
in determinate condizioni, è degna di premio soprannaturale.
I. Realtà del m. dell'U. - i. La S. Scrittura. La parola "merito" manca nella Bibbia, ma non la cosa, poiché mercede, rimunerazione, corona, retribuzione delle buone opere sono concetti correlativi.
Nel Vecchio Testamento la visuale è ancora poco aperta ai beni eterni e lo sguardo è rivolto piuttosto alla collettività che al singolo, cui però a mano a mano vien dato rilievo. Del resto, anche le sanzioni terrestri sono divine ed è logico pensare che il rapporto sia trasportato alla sfera superiore.
Nel Nuovo Testamento il Regno, cioè la beatitudine eterna, si presenta come dono che discende dalla gratuita compiacenza del Padre. Ma accanto all'iniziativa divina trova posto l'elemento umano che ne condiziona normalmente l'applicazione. Sono da ricordare il discorso della montagna con le beatitudini e la norma morale del Regno, le parabole dei talenti, delle mine, degli operai della vigna. Il Regno, che inizialmente è puro dono, diventa soggettivamente, nella sua fase di progresso e di perfezione, anche conquista per mezzo delle opere: "Possedere il Regno; avevo infatti fame e m'avete dato da mangiare" (Mt. 23, 34). Ciò che Gesli sapramente condanna non sono le opere della legge, che compie il fariseo, ma il principio umano su cui esclusivamente le fonda; la vana ostentazione davanti agli uomini e la petulante davanti a Dio. "Han già ricevuto la loro mercede"; non rinnega però le opere con il loro diritto alla ricompensa; anzi insegna il modo di rendere tale diritto veramente certo ed efficace davanti al Padre, che vede nel segreto (Mt. 6, 4).
La dottrina degli Apostoli è in perfetta armonia con il Vangelo. S. Giacomo sa che "ogni buona donazione e ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre dei lumi" (Inc. 1, 17); ma inculca le opere buone e ne mette in risalto il valore: "che gioverebbe, fratelli miei, se uno dicesse d'avere la fede mentre non ha le opere? forse che la fede lo potrà salvare?" (ibid. 14). S. Pietro parla de "l'incorruttibile corona della gloria" (I Pt. 5, 4), che all'apparire del Principe dei pastori riceveranno i «presbiteri» che avranno compiuto degnamente il loro ministero; la stessa ricompensa attende tutti i fedeli per le loro buone opere (II Pt. 1, 5-6). Secondo s. Giovanni, Dio scruta reni e cuori e darà a ciascuno secondo le sue opere (Apoc. 2, 25) e la mercede ai suoi nervi (ibid. 11, 18). "Sii fedele sino alla morte e ti darò la corona della vita" (ibid. 2, 10). La morte per coloro che muoiono nel Signore è riposo dalle fatiche; le buone opere tengono loro dietro (ibid. 13).
S. Paolo, mentre sottolinea il compito principale della Grazia nell'ordine della salvezza e l'assoluta gratuità, afferma il valore delle opere buone compiute dal giustificato. "L'uomo mieterà quel che avrà seminato... dalla carne la corruzione, dallo spirito la vita eterna" (ibid. 6, 8). "Ciascuno riceverà la mercede secondo la propria fatica" (I Cor. 3, 8) e "dal Signore la retribuzione dell'eredità" (Col. 3, 23) "nel giorno della Rivelazione del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere" (Rom. 2, 6-7). I giustificati sono come atleti gareggianti in corsa: "Correte così da fare vostro il premio, che sarà corona incorruttibile" (I Cor. 9, 24-25): "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminata la corsa, ho conservata la fede: del resto a me è serbata la corona della giustizia che il Signore, giusto Giudice, renderà a me in quel giorno, né solo a me ma anche a coloro che desiderano la sua venuta" (II Tim. 4, 7-8). Cosi la S. Scrittura insegna che il giustificato può, con la Grazia, fruttificare in opere buone, che deve compiere e che esse sono meritorie davanti a Dio.
2. La tradizione. - La fede della Chiesa nel valore meritorio delle opere buone si rileva dagli scritti dei secc. I e II, nei quali, a giudizio del protestante Schutz, accanto alla Grazia di Dio, l'acquisizione d'una ricompensa per l'azione dell'uomo appare come una cosa naturale.
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S. Giustino: "Abbiamo appreso dai profeti e manifestiamo per vero che le pene e i supplizi e le buone ricompense vengono ripartite secondo il merito ( κ α σ^{′} dot{α} ξ(α v ) delle opere di ciascuno" (Apologia I, 43 : PG 6, 392). S. Ireneo: «Stimiamo preziosa la corona... che si acquista con la lotta... e tanto più preziosa quanto più attraverso il combattimento ci viene" (Adv. Haeres., 4, 37, 7: PG 7, 1104). Tertulliano fu il primo a introdurre la parola meritum, rimasta nell'uso teologico (Apologeticum, 18 : PL 1, 434-35). S. Cipriano: «Puoi giungere a veder Dio, se avrai meritato Dio con la vita e le opere" (De opere et eleemosynis, 14: PL 4, 635). L'insegnamento dei Padri si determinò progressivamente soprattutto nella catechesi ordinaria e nelle omelie; p. es., s. Cirillo di Gerusalemme dice: "Radice d'ogni buona azione è la speranza della risurrezione, poiché l'aspettativa della mercede tonifica l'anima" (Cathech., 18, 1: PG 33, 107); s. Ambrogio: «Davanti ai singoli sta la bilancia dei nostri meriti; nel giorno del giudizio o le nostre opere ci saranno di siuto o ci immergeranno nel profondo" (Epist., 2, 14, 16: PL 16, 883); s. Agostino: "avendo detto (Rom. 6, 23) salario del peccato la morte, chi non riterrebbe di soggiungere : salario poi della giustizia, la vita eterna? Ed è vero, poiché come al merito del peccato vien resa come castigo la morte, cosi al merito della giustizia come ricompensa la vita eterna" (Epist., 194, 20-21: PL 33, 881; cf. Rivière, articolo cit. in bibl., col. 576 sgg).
3. La scolastica. - Il medioevo raccolse l'eredità parristica, l'assoggettì a rigorosa analisi, approfondendo le nozioni di naturale e soprannaturale e la "sinergia " tra Grazia e volontà libera, indagando l'essenza e il fondamento del m. dell'u., precisando i concetti di merito de condigno e de congruo.
La distinzione è fondata sul diverso rapporto tra l'opera meritoria e il premio. Il merito de condigno importa una certa morale e proporzionale (non aritmetica) eguaglianza tra l'opera buona e il premio, cosi che, posta l'accettazione e la promessa da parte di Dio, il premio è dovuto secondo giustizia; quello de congruo non si fonda su eguaglianza e quindi il premio non è nell'ordine della giustizia, ma piuttosto in quello della convenienza (decentia) e della benignità; se vi si aggiunge la promessa divina, cui Dio è fedele, si ha il merito de congruo infallibile. Tra i due c'è solo analogia; merito vero, in senso proprio e stretto, è soltanto quello de condigno: con tale valore va preso, secondo l'interpretazione comune dei teologi, il termine "merito" nei documenti tridentini.
4. Il magistero ecclesiastico. - Nel 529, al termine della controversia semipelagiana, il secondo Concilio di Orange, al can. II (Denz-U, 191) affermò: «La Grazia non è prevenuta da merito alcuno. Alle buone opere, se vengono compiute, è dovuta la mercede, ma affinché esse siano fatte, precede la Grazia che non è dovuta". Il Concilio di Trento trattò l'argomento con particolare chiarezza, specialmente nel cap. 16 e can. 32 della sess. VI: "Chi avrà detto che le buone opere dell'uomo giustificato sono talmente doni di Dio, da non essere anche meriti buoni dello stesso giustificato, o che il giustificato stesso con le opere buone, che da lui son compiute per la Grazia di Dio e per il merito di Gesù Cristo (di cui è membro vivo), non merita veramente l'aumento della Grazia, la vita eterna e della stessa vita eterna il conseguimento (se tuttavia sarà morto in Grazia) ed anche l'aumento della gloria, sia scomunicato " (Denz-U, 809, 842; cf. anche i cano, 2, 24 e 26: (Denz-U, 812, 834, 836). Nel 1567 s. Pio V condannò gli errori di Michele Bajo, il quale, misconoscendo la distinzione tra l'ordine naturale e soprannaturale, affermò che le opere dell'uomo dànno diritto alla ricompensa celeste «in virtù d'una legge naturale" e negò che per veramente meritare l'uomo abbia bisogno della Grazia della filiazione divina e dello Spirito Santo inabitante (cf. propp. 2-18; Denz-U, 1002-18). Nel 1653 Innocenzo X dichiarò e condannò come eretica la 3ᵃ proposizione di Giansenio: "Nello stato di natura decaduta, per meritare e demeritare non si richiede nell'uomo la libertà dalla necessità, ma basta la libertà da coazione" (Denz-U, 1094).
5. Battute polemiche. - Dopo questa rapida scorsa, si può concludere che quando la Chiesa alle negazioni della "riforma" oppose i memorabili capitoli e canoni della VIe sessione tridentina, essa non altro esprimeva che la dottrina di Gesù. La "riforma " fu essenzialmente una lotta violenta contro il merito delle opere buone. E vero che alle prime radicali negazioni luterane furono aggiunti, subito e ancor più in seguito, dei correttivi, ma la sostanza restò e resta nei libri simbolici e nella concezione generale del cristianesimo protestante e riformato. Si pensò del tutto spenta per il bene la forza della volontà dell'uomo decaduto, cosi che resterebbe in sé inerte anche sotto la Grazia divina, mentre una giustificazione solamente esteriore e imputata non può certo fornire uno stabile interno principio del vivere e dell'agire schiettamente umano e insieme divino. Si ragionò secondo il falso presupposto che la Grazia e l'opera dell'uomo siano come due rette originanti da due punti distinti, mentre è la Grazia che inizia, cui si allea, movendosi vitalmente sotto la sua continua spinta, forte e soave, la volontà libera. Il m. è il prodotto di due fattori, Grazia e libertà, simbolue realmente operanti e indispensabili alla realtà dell'effetto.
L'opera meritoria dell'uomo sembra porre la creatura con diritti di fronte al Creatore, e ciò per di più su un terreno soprannaturale, di cui la gratuità è nota essenziale. A tale obiezione si risponde concedendo da una parte che tra Dio e l'uomo non vi può essere rapporto di rigorosa giustizia, e ricordando dall'altro la "corona di giustizia" di s. Paolo e il detto di s. Agostino: "Dio si è fatto debitore non con il dovere ma con il promettere. Non possiamo dirgli : rendi quel che hai ricevuto, ma bene diciamo: rendi ciò che hai promesso" (En. in Ps., 83, 16 : PL 37, 1068). Ché se il Signore ha affermato ( L c. 17, 10) che ci si deve considerare "servi inutili", ha anche detto (Mt. 25, 23): "Bravo! Servo buono e fedele». Ma la Scrittura dice che la vita eterna è eredità per i figli. È vero, ma dice anche che è mercede promessa per i figli operanti il bene. Si noti di passaggio come ancora una volta l'eresia s'affermi come visione parziale, pretendente alla totalità. Per altro verso non reca ingiuria al merito di Gesù Cristo il m. dell'u., come non fa ingiuria alla vite il grappolo che pende dal tralcio. Fu cosi efficace il merito della passione e morte del Signore, da ottenere che l'uomo in lui potesse meritare. C'è poi il falso presupposto, molto comune, che in nome d'un purismo morale qualifica come grettamente egoistica e interessata la dottrina cattolica del merito ove, si dice, domina la "mania della ricompensa". Senza voler confutare a fondo tale posizione, si nota che esiste un rapporto oggettivo tra l'opera buona e il premio e che pertanto è morale che l'uomo, nel suo operare, positivamente intenda la retribuzione.
II. Condizioni del m. dell'u. - i. Da parte dell'operante. - Questi deve essere: a) in statu viae, perché "al sopraggiungere della notte (la morte), nessuno può più operare" (Io. 9, 14); occorre compiere il bene "mentre abbiamo tempo" (Col. 6, 10); b) in statu gratiae (v. il Concilio Tridentino e la condanna degli errori di Bajo, sopra citati), deve cioè essere inserito vitalmente, come membro vivo, in Cristo, da cui solo deriva nell'uomo l'operare cristiforme e meritorio. La dottrina cattolica non ipostacizza le opere, considerandole cosi avulse dal soggetto operante come avessero un valore in sé e per sé, come la moneta d'oro posseduta dal ladro, e come se non ripetessero tale valore meritorio de condigno anche dalla dignità soprannaturale del soggetto operante, costituito per la Grazia abituale amico di Dio.
2. Da parte dell'opera. - Questa deve essere : a) libera, perfettamente, cioè non solo esente da costrizione esterna, ma anche da interna necessità (v. la 3^{text {a }} prop. di Giansenio dichiarata eretica) : il merito è nell'ordine dei valori morali umani, la cui
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radice è la libertà; per questo il giustificato che muore prima di aver compiuto atti liberi ottiene la vita eterna solo come eredità; né il merito cessa ove l'opera sia obbligatoria: è comandamento evangelico l'amore dei nemici, eppure è detto che per chi li ama "sarà grande la mercede" (Lc. 6, 35); nel caso del precetto per cui l'opera è già dovuta a Dio, s. Tommaso ritiene che l'uomo ne ha il merito "perché di propria volontà fa ciò che deve" (Sum. Theol., 10400, q. 104, a. I, ad 1); b) buona, ossia secondo tutti gli elementi richiesti per l'onestà dell'atto umano: l'opera cattiva merita il castigo; l'omissione di un'azione cattiva risulta meritoria quando richiede forza morale; c) soprannaturale: certamente per ragione del principio elicitivo prossimo, che è la facoltà elevata dall'abito infuso, che molto probabilmente dev'essere mossa dalla Grazia attuale. Che l'atto umano debba anche essere in qualche modo orientato verso Dio come autore della salvezza soprannaturale è da ammettere; i teologi però non sono d'accordo nel precisare quale intenzionalità o motivo occorra. La Chiesa ha condannato alcune proposizioni di Quesnel tendenti ad affermare che solo l'atto di carità è meritorio (Denz-U, 1403 sgg.).
3. Da parte di Dio. - Occorre la promessa di Dio di accettare l'opera buona e di premiaria. La ragione è che l'uomo non può pretendere d'avere uno stretto diritto di fronte a Dio; occorre che Dio prenda graziosamente l'iniziativa d'ordinare a sé l'opera umana con la promessa del premio. La Rivelazione ha messo in chiaro questo punto in tutti i passi della Scrittura e dei Padri dove si dice che si può e si deve compiere opere buone. I teologi discutono sulla funzione che compete a tale ordinazione e promessa circa il m. dell'u. C'è chi pensa che l'opera, pure compiuta nelle condizioni richieste, non è in sé affatto proporzionata al premio senza la promessa divina; altri, all'opposto, ritengono che lo è intrinsecamente; molti affermano che tale opera ha in sé radicalmente e in actu primo la ragion di merito, che la divina promessa integra e compie in actu secundo, cosi che il premio le sia strettamente dovuto. Quest'ultima sembra la vera sentenza, poiché tiene in giusto conto e la dignità intrinseca dell'opera e la trascendenza di Dio, che solo promettendo si fa nostro debitore. Da ultimo è da notare che per il merito de congruo non si esige lo stato di Grazia e che la promessa di Dio è solo richiesta per il merito de congruo infallibile.
III. Oggetto del m. dell'u. - Il Concilio Tridentino (sess. VI, cap. 16, can. 2, sopra riferiti) definisce gli oggetti che l'uomo, gratuitamente giustificato, con le buone opere merita veramente, cioè de condigno, e sono: i) la vita eterna, oggetto principale; 2) l'aumento della gloria, in quanto il Signore darà a ciascuno secondo le sue opere e secondo la sua fatica: chi ha guadagnato dieci mine sarà costituito su dieci città, chi cinque, su cinque (Lc. 12, 16 sgg.). E poiché il Regno di Dio, che è la vita eterna, s'inizia in terra nell'anima del giusto, dove la Grazia intrinsecamente aumentabile ne è il seme, la preparazione e la caparra, e poiché a un determinato grado di Grazia abituale corrisponderà un determinato grado di gloria, si deduce che anche l'aumento di Grazia è oggetto di merito. Il giusto merita pure il conferimento o soluzione della mercede eterna, che sarà però data a suo tempo e alla condizione ch'egli muoia in Grazia di Dio.
Non sono oggetto di merito de condigno: a) la giustificazione e le grazie per prepararviol: s. Paolo lo afferma più volte e il Concilio di Trento lo ha definito (sess. VI, cap. 8; Denz-U, 801); infatti la condizione per tale merito è l'esser giusto; qui pertanto vale il principio: «la prima grazia non può essere oggetto di me-
rito "; b) ogni bene soprannaturale che il giusto intende ottenere per altri: Dio rende a ciascuno secondo le proprie opere, che sole, in quanto personali, valgono per la corona; è privilegio esclusivo di Gesù Cristo, l'unico mediatore, d'aver meritato de condigno per gli altri; c) la Grazia efficace in quanto tale : è sentenza comune dei teologi, fondata anche sulla mancanza, a questo riguardo, della promessa divina; d) il dono della perseveranza finale, che il Tridentino chiama magnum donum, circa il quale anche il giustificato deve sempre essere in salutare timore: lo stesso Concilio non lo elenca tra gli oggetti del merito vero, ma lo mette come condizione al meritato conseguimento della vita eterna; e) la propria riparazione, dopo la perdita della Grazia. La colpa mortale pone l'uomo nello stato di condannato a morte eterna, con sentenza immediatamente eseguibile : se Dio lo rifà suo figliolo, ciò è dovuto alla sola sua benignità.
Quanto all'oggetto del merito de congruo, il peccatore può meritare: a) le ulteriori grazie attuali, con cui disparsi più da vicino alla giustificazione; questo merito, per la promessa di Dio, è infallibile; b) la giustificazione. E la sentenza più comune e meglio fondata nella Rivelazione e in alcuni incisi del Tridentino. Anzi quando si tratta dell'atto di contrizione perfetta il merito de congruo è infallibile. Il giusto può meritare: a) le Grazie efficaci e la stessa perseveranza finale; mancando però la promessa divina, il merito è fallibile: si osservi con il Suârec (De Gratiis, 12, 38, 14) che la perseveranza finale è meritata non con uno o più determinati atti o durante un certo tempo, ma con una serie di atti buoni svolgentesi per tutta la vita; il "gran dono: è oggetto infallibile della "supplice preghiera"; b) anche i beni temporali, in quanto sono d'aiuto per la vita eterna.
Per gli altri, il giusto può meritare de congruo tutto ciò che in qualunque modo può meritare per sé, in più la prima Grazia soprannaturale e la prima Grazia efficace, s'intende fallibilmente. Tre grandi cose sono assolutamente e soltanto doni per chi li riceve: la prima Grazia soprannaturale, la prima Grazia efficace, e la predestinazione totale. L'ultimo tocco della misericordia divina è la reviviscenza dei meriti (v.).
BibL.: I. Rivière, Mérite, in DThC, X. coll. 374-783; id., La doctrine du mérite au Concile de Trente, in Revue des sciences religieuses, 7 (1927), pp. 262-98; id., Si Thomas et le mérite "de congruo", ibid., pp. 641-49; id., Sur l'origine des formules "de congruo", "de condigno", in Bulletin de la littérature ecclésiastique, 28 (1927), pp. 73-89; H. Lange, De Gratiis, Friburgo in Br. 1929, pp. 123-20. 327-90; A. Landgraf, Die Bestimmung des Verdienstgrades in der Früherholustik, in Scholastik, 8 (1933), pp. 1-40; E. Hugen, Le mérite dans la vie spirituelle, Javier 1933: P. De Letter, De ratione meriti sec. s. Thomam, Roma 1939: P. Parente, Anthropologia supernaturalis, 2° ed., Roma 1946, pp. 173-81; B. Bartmann, Manuale di teologia dogmatica, II, trad. it. di N. Bussi, Alba 1949, pp. 347-57.
Mario Ghirardi
MERITO DI GESÙ CRISTO. - Verificandosi in Gesù Cristo tutte le condizioni del merito soprannaturale (libertà, stato di viatore, nonostante la visione beatifica, pienezza di Grazia, attività santa nell'osservanza perfetta della legge e della volontà divina, massime nell'obbedienza al precetto di affrontare la passione e la morte di croce), è fuori d'ogni dubbio la possibilità in lui di meritare in genere. Ma la possibilità è confermata dal fatto, che è di fede, perché è esplicitamente affermato nella S. Scrittura e nei documenti del magistero della Chiesa. S. Paolo (Phil. 2) afferma che il Padre ha esaltato il Figlio per la sua obbedienza fino alla morte di croce. Il Concilio di Trento (sess. VI, cap. 7), insegna che Cristo è causa meritoria della santificazione umana perché "sua sanctissima passione in ligno crucis nobis iustificationem meruit" (Denz-U, 799).
Quanto alla possibilità, s. Tommaso non trova difficoltà neppure nella visione beatifica, di cui godera abitualmente l'anima di Gesù, perché se essa non poteva meritare secondo l'amore divino proprio dei beati, lo poteva con l'amore proprio di quelli che vivono ancora su questa terra:
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(per cortesia del Pont, Ivi. Biblice) MerK, Augustin - Ritratto.
"Nec tamen per caritatem meruit, inquantum erat caritas comprehensoris, sed inquantum erat viatoris, nam ipse fuit simul viator et comprehensor - (Sum. Theol., 3^{text {a }}, q. 19, a. 3, ad 1 ).
Quanto al soggetto d'attribuzione e all'oggetto del merito, il pensiero teologico tradizionale, compendiato dall'Aquinate, si riduce ai seguenti punti principali :
a) Cristo merito per sé tutto quello che non ripugna, anzi conviene alla sua dignità di Verbo Incarnato. Pertanto egli non merito né la Divinitá né la Grazia né la scienza né la beatitudine, perché dal primo istante del suo concepimento in virtù dell'unione ipostatica, ebbe sempre queste prerogative, che son tali che la loro carenza disdice alla sua dignità più che non convenga il meritarle. Ma Cristo poté ben meritare per sé, e di fatto merito, come insegna la Rivelazione, la glorificazione del corpo nella Risurrezione e nell'ascensione al cielo, l'esaltazione e la venerazione del suo nome, in quanto egli è uomo (Sum. Theol., ibid., a. 3).
b) Cristo poteva meritare e merito difatti per l'uomo la santificazione e la vita eterna, per mezzo della sua attività teandrica, dal primo istante del suo concepimento e specialmente nelle tragiche ore della sua passione e della sua morte, accettate liberamente con amorosa obbedienza (v. libertá di Gesù cristio). La ragione per cui i meriti infiniti della vita, della passione, della morte e della stessa Risurrezione di Gesù si riversano su tutta l'umanità, sta nella dottrina rivelata del Corpo Mistico (v.), per cui Cristo e gli uomini aderenti a lui costituiscono un solo organismo di vita soprannaturale, quasi una sola persona mistica. E il principio della solidarietà sorto dalla stessa Incarnazione del Verbo: per esso si stabilisce una comunione vitale tra il Capo e le membra, illustrata ampiamente da s. Paolo (specialmente: I Corinti, Colossei, Sfetini, Romani). L'opera redentrice di Cristo, pertanto, e i suoi effetti diventano dell'uomo e ridondano a suo vantaggio (Sum. Theol., 3^{text {a }}, q. 18, a. 4; q. 48, a. I). Questo principio vale anche per la soddisfazione prestata dal Redentore per l'uomo alla divina giustizia (v. soddisfazione vicaria).
c) Dopo la morte e la Risurrezione, Cristo non può più meritare. La questione si pone riguardo a Cristo glorioso in cielo e a Cristo nascosto nel sacramento dell'Eucaristia. Sotto il primo aspetto è sorta una discussione teologica intorno a un testo di Hebr. 7, 25: "Unde et salvare in perpetuum potest accedentes per semetipsum ad Deum; semper vivens ad interpellandum pro nobis n. Per alcuni teologi (ad es., Vásquez) la interpellatio non è affatto preghiera, che non conviene più a Cristo, neppure in quanto uomo, dopo il suo passaggio allo stato glorioso. Altri invece (Franzelin) non esitano a riconoscere nell'interpellatio una preghiera, purché si escluda ogni idea d'indigenza. S. Tommaso risolve la questione con queste chiare parole (In Eph. lect. 4) : "Interpellat autem pro nobis primo humanitatem suam, quam pro nobis assumpsit, repraesentando; item sanctissimae animae suae desiderium, quod de salute nostra habet, exprimendo, cum quo interpellat pro nobis n. In altri termini la interpellatio di Gesù in cielo non è fonte di nuovi meriti, ma va intesa come preghiera nel senso che la sua anima gloriosa continua a manifestare a Dio la volontà di salvare gli uomini, quella stessa volontà che l'accom-
pagnò in tutta la vita mortale e lo portò fino all'immolazione sulla croce. Il segno esterno di quella volontà amorosa sono le cicatrici, che Gesù ha voluto conservare nelle sue mani trafitte, sempre pronte ad alzarsi in atto di preghiera davanti al Padre. Similmente la vita eucaristica di Gesù, compreso il Sacrificio della Messa, non produce nuovi meriti, ma applica alle anime singole e a tutto il Corpo Mistico, che è la Chiesa, i meriti infiniti della sua vita, passione, morte e Risurrezione. Ogni altra opinione urta contro gravi difficoltà teologiche.
Bbsc.: I. Lamine, La Rédonption, Bruxelles 1911, pp. 92105; P. Glorieux, Le mérite du Christ selon et Thomas, in Revue des sciences religieuses, 10 (1930), pp. 622-640; E. Hugon, Il mistero della Redruzione, trad. it. di G. Nivoli, Torino 1933, pp. 130-47; P. Parente, De Verbo Incarnato, 2^{text {a }} ed., Roma 1946, pp. 213-12; A. Van Hove, De Deo Redenptore, Malines 1948, pp. 258-62; A. Michel, Jéour-Christ, in DThC, VIII, coll. 1325-27. Pietro Parente
MERK, Augustin. - Esegeta, n. ad Achern (Baden) l'1 i sett. 1869, m. a Roma il 3 apr. 1945. Compiuti gli studi ginnasiali e liceali, fu mandato nel 1887 al Collegio Germanico-Ungarico a Roma. Entrato nella Campagnia di Gesù nel 1888, studiò filosofia e teologia, e poi filologia e patristica. Dal 1907 insegnò a Valkenburg (Olanda) per pochi anni teologia fondamentale, poi esegesi del Nuovo Testamento fino alla morte. Fin dal principio del suo professorato pensò a fare un'edizione critica del testo greco del Nuovo Testamento, mosso soprattutto dall'ingente opera critica di H. von Soden.
Il testo greco e l'apparato critico, elaborati da M. con grande diligenza già prima del 1914, poi perfezionati con indefesse ricerche, furono pubblicati solo nel 1933 (Novum Testamentum Gracee et Latine) a spese del Pontificio Istituto Biblico ( 6ᵃ ed., Roma 1948). Insieme con il testo greco il M. stampò pure il testo latino della Volgata, arricchendolo di lezioni varianti, raccolte in parte da lui stesso nei manoscritti. Sviluppando vieppiù i suoi personali punti di vista scientifici, preparò nei 1935, 1938, 1942 e 1944 nuove edizioni del suo Novum Testamentum, il cui valore scientifico fu apprezzato da molti, e che fu introdotto in moltissime scuole teologiche.
Oltre ad altri libri e numerosi articoli su questioni bibliche, curò, arricchendole, parecchie nuove edizioni del notevole Compendium introductionis di R. Cornely. Dal 1941 fino alla morte collaborò alla nuova versione dei Salmi del Breviario. I suoi lavori sono caratterizzati da grande accuratezza e solidità, congiunte ad una netta e feconda tendenza a trovare nuove soluzioni.
Bbsc.: Necrologio in Biblica, 26 (1945), pp. 310-15 (con l'elenco completo delle opere di M.). Ernesto Vogt
MERKELBACH, Bengit-Henri. - Moralista domenicano, n. a Tongres (Belgio) il 6 genn. 1871, m. a Lovanio il 25 luglio 1942. Sacerdote a Liegi (1894), si laureò a Lovanio, insegnò nel Seminario di Liegi (1908-17). Religioso a La Sarte (1917), fu professore di teologia morale a Lovanio, poi a Roma all'Angelicum (1929-36), infine di nuovo a Lovanio. Insigne moralista, collaboratore di varie riviste, maestro venerato, rivendicò il carattere scientifico della teologia morale.
Fra le varie opere si ricordano: Summa theologiae moralis (Parigi 1931-33, 5^{text {a }} ed., ivi 1947); Tractatus de beatissima V. Maria Matre Dei etc. (ivi 1939) e vari opuscoli su questioni morali: De castitate et luxuria (Liegi 1926, ecc.); De embryologia (ivi 1927, ecc.); De variis poenitentium categoriis (ivi 1928, ecc.), De poenitentiae ministro (ivi 1928, ecc.); De partibus poenitentiae etc. (ivi 1928, ecc.); De variis peccatis in sacramentali confessione medendis (ivi 1935); De embryologia et de sterilizatione (ivi 1937).
Bbsc.: Acta cap. gen. O. P., Roma 1932, p. 53; G. Vosté, In memoriam adm. v. p. mag. B. M., in Analecta S. O. P., 49 (1941), pp. 258-62.
Alfonso D'Amato
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MERLETTO. - M. o merlo, trina, pizzo, è un tessuto trasparente lavorato a mano con l'ago, con i fuselli, con l'uncinetto e anche con la spola, usando filo di ogni qualità, lino, cotone, refc, seta, oro e argento.
Di questa piccola ma preziosa arte, di cui i primi esemplari sicuri risalgono alla fine del '400, e che può agevolmente conoscersi attraverso gli esempi rimasti, cosellono quasi esclusivamente i lavori ad ago e quelli a fuselli. Sia gli uni che gli altri hanno una notevole storia che dalla fine del sec. xv giunge ai giorni nostri con origini e sviluppi diversi.
Le trine ad ago sono ormai quasi unanimemente considerate di origine italiana, o meglio «nneriana, e si puó precisare la loro derivazione dagli antichi ricami eseguiti su tessuti afflati, sia su quelli a a fili tirati», detti comunemente "reticelli", che sul buratto o sul modano. Compare il vero "punto tagliato", che discende dall'antico "reticello", nel volume di Matthie Pagan, L'ornamento delle belle et virtuose donne (Venezia 1543), in altri libretti, per lo più editi a Venezia e a Bologna, in quello di Aurelio Passarotti, del 1560 , con tavole bellissime, in cui già si trova il «punto in aria». I volumetti si susseguono sempre più fitti, da Cesare Vecellio a Isabetta Catanea Parasole e Bartolomeo Danieli fin verso il 1630 , a testimoniare la ricchezza dei punti, la varietà dei modelli e il diffondersi di quest'arte, divenuta in tal epoca sommamente raffinata. Dal "punto tagliato" (point coupé) al "punto in aria", al punto a fogliame fatto a rilievi (gros point de Venise), a quello leggerissimo a roselline, si è aperta la via alle trine più evolute e preziose, che da palazzi e conventi, loro prima sede, possano ai laboratori, prendendo uno sviluppo che è sempre maggiore, in diretta relazione con lo smodato lusso del tempo.
In Francia, dove molto si diffonde l'arte delle trine veneziane, dal 1598 , quando per la prima volta si scrive il nome dentelles nei Nouveaux pourtraicts de point coupé, di Jacques Foillet, al 1665 (editto di Colbert) la fioritura è intensissima. Col Colbert, si fondano gli importanti centri di manifatture di lavori ad ago, che, pur imitando i m. italiani di Venezia, Ragusa, Bologna, Milano o Genova, prendono il nome di point de France. E i nomi francesi verranno da allora in parte adottati anche in Italia, e in Italia stessa i nomi italiani francesizzati. Alençon diverrà il centro più importante, seguito da Sódon, Argentan, Aurillac ecc., tutti dipendenti da una perfetta organizzazione statale, interrotta solo dalla Rivoluzione, mentre in Italia e in Fiandra si cercherà nel ' 700 di imitare le squisite raffinatezze dell'arte francese; cosi Venezia creerà nel '700 il "punto di Venezia col fondo" a larghi fogliomi e nervature segnate a giorno, per superare in preziosità il bellissimo punto di Alençon, e il punto di Burano, un altro celebre tipo di m. a piccole maglie rotonde e motivi minuti, che incontrerà molta fortuna e che perdura anche dopo la ripresa ottocentesca (1872)
di quest'arte locale e popolana tuttora fiorente. Altri centri vivi in Italia sono quello di Val Sesia, Vallevogna e soprattutto Bologna con la Società dell'«Aemilia Ars».
L'Italia e le Fiandre si contendono ancora oggi l'origine delle trine a fuselli, ma anche studiosi stranieri, quali il Según (La dentelle, Parigi 1875), propendono per l'Italia. Comunque anche nella Fiandre si sparsero rapidamente e cosi in Spagna e in Francia, dove si pensò pervenissero tramite pellegrini spagnoli. In quanto alla tecnica, i m. a fuselli, forse di uso molto antico, sono una trasfor-
mazione degli antichi galloni o "passamani" (passements) eseguiti con stoffe in oro e seta o oro e lana, spesso tempestati di gemme; lavorati a guisa di nastri venivano applicati alle stoffe per guarnizione. Coll'andar del tempo si cercò di renderli di un tessuto sempre più rado e da un lato vennero ornati con dentelli via via sempre meno semplici e più esili finché si passò ai fuselli, facendo a meno del supporto di tessuto. La tecnica è una: ad un'estremità i fili si fissano su un cuscino con gli spilli che vengono spostati a mano a mano che procede il lavoro, e all'altra i fili si intrecciano e annodano variamen-

(fol. Alinari)
merletto - M. di Valenciennes (sec. xvi) - Parigi, Musco di Cluny.
te coi piccoli fusi con un movimento roteatorio (da ciò i nomi di m. a ossi, a piombini, a mazzette, a tombolo, a fuselli, secondo i nomi dati al cuscino o ai fusi). Documenti antichi attestano l'esistenza di lavori a fuselli (Ferrara 1476); comunque la prima edizione di modelli per codesti lavori si ha con la celebre raccolta Le Pompe (Venezia 1557, 1559); in Svizzera esce nel 1560 il libretto pubblicato a Zorigo dal Friskower; in Francia nel 1598 quello del Foillet (da non confondersi con il volume già citato edito nello stesso anno a Montbéliard, ma riguardante la trina ad ago) e nel 1615 a Parigi La pratique de l'aiguille indocrrieuse di Matthias Miguersk con molti esemplari di m. a fuselli, ancora chiamati passements.
Quest'arte, anche nel suo miglior periodo che è il primo Seicento, non raggiunge mai le preziosità di quella ad ago, né a Genova, suo principale centro - dove è in uso un punto un po' spesso detto le rosaces de Gênes e il guipure, né a Portofino, Rapallo, S. Margherita, Chiavari, Albissola, piccoli vivaci centri seminati per le due riviere, a Pescocostanzo, all'Aquila, a Napoli. Le varietà dei punti sono tante : in Italia il «punto in trez. sola" (Venezia), il "punto di Milano", caratterizzato da uno stretto nostrino che segna senza interruzione lunghissime volute a disegni floreali, specialmente adatto per camici liturgici, che ha dato modelli di grande valore: fuori d'Italia il punto Malines e il Valenciennes, il punto di Bruxelles, di Parigi, d'Arras, lo Chantilly, in seta nera, il punto di Lilla, di Fiandra, di Bruges, d'Inghilterra, celebre anche la trina d'Irlanda eseguita ad uncinetto. Esiste inoltre un tipo di m. eseguito con le spolette detto "frivolité». Già nell' '800 e specialmente in tempi moderni si è sviluppata in Italia e fuori una ricca produzione meccanica che imita soprattutto i lavori a fuselli. - Vedi tavv. XLIV-XLV.
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(da J. T. de Beisse, La card. M., Berma (de))
Mermillod, Gaspard - Ritrato.
BibL.: Oltrele opere già citate nel testo, cf. A. Merli, Origine delle trine a filo di refe, Genova 1864: B. Palliser, A History of lore, Londra 1865 ; altra ed. a cura di J. A. Dryden, ivi 1902: G. Romanelli Marone, Trine a fuselli in Italia, Milano 1910; E. Ricci, s. v. in Enc. Ital., XXII, pp. 910917. Luisa Mortari
MERLIN CoCAIO: v. FOLENGO.
MERLI. HORSTIUS, JACOBUS. - Scrittore ascetico, n. a Meerlo, vicino ad Horst (diocesi di Ruremonde; Paesi Bassi), il 24 luglio 1597, m. a Colonia il 21 apr. 1644. Sacerdote nel 1621, fu vicario dal 22 marzo 1623 fino alla sua morte; parroco di S. Marja «in Pasculo».
Zelantissimo, di vita piissima, egli è noto principalmente per i suoi libri di devozione, tutti pubblicati a Colonia, in latino, il più noto dei quali è il Paradisus animae ( 1630 , spesso ritrampato fino al 1898), tradotto in varie lingue. Notevoli inoltre: Enchiridion Officii divini (1623); Monita sapientiae christianae (1629); Fasciculus myrrhae et thuris (1630); Viaticum quotidianum (1633); Aphorismi eucharistici (1638; trad. ted., Colonia 1828, 1902). M. curò anche nuove edizioni delle opere di s. Bernardo ( 1641,6 voll.), di Tommaso da Kempis (1643) e di altri autori ascetici (Septem tubae orbis christiani, 1635).
BibL.: P. Paquot, Mémoires pour servir à l'histoire littéraire des Pays-Bas, I, Lovanio 1764, pp. 72-74; III, ivi 1764, p. 365 sgg.; Hurter, III, coll. 1090-92; Sanctificatio nostra, I (1930), pp. 265-74, 313-20. Pierre Grootens
MERMILLOD, Gaspard. - Cardinale, n. a Carouge (diocesi di Ginevra) il 22 sett. 1824, m. a Roma il 23 febbr. 1892. Ordinato sacerdote nel 1847 fu vicario alla parrocchia di S. Germano a Ginevra. Nel cantone di Ginevra, dove l'intolleranza ed il radicalismo calvinista dominavano incontrastati, il M. si fece deciso assertore e difensore dei diritti dei cattolici. Nel 1848 protestò indignato contro la espulsione del vescovo Marilley.
Con il concorso dei cattolici francesi e piemontesi sollecitati dalla sua predicazione, riusci nel 1857 ad aprire a Ginevra, dove i 20.000 cattolici erano raccolti in una unica parrocchia, la nuova chiesa di Nostra Signora ed egli ne fu il primo parroco. Per combattere il razionalismo calvinista fondò gli Annales catholiques. Nominato vescovo titolare di Hebron ebbe il governo di tutti i cattolici del cantone di Ginevra; ma questo, che doveva essere il primo passo per il ristabilimento della gerarchia cattolica in Svizzera, non ebbe seguito per il rincrudire dell'intolleranza protestante. Anzi, con il 1870 si intensificò l'oppressione contro i cattolici per la pretesa dell'autorità cantonale di imporre loro la costituzione di una Chiesa nazionale (1872). La nomina del M. a vescovo fu ritenuta illegale ed egli ebbe l'ordine di rinunciarvi. Poiché il M. non consentì, il 17 febbr. 1873 fu espulso dal cantone e costretto a stabilirsi a Montbon presso la frontiera (cf. su questi fatti G. Goyau, Une ville église: Genève, II, 3^{text {a }} ed., Parigi 1919, p. 149 sgg.).
Nel 1881 ebbe incarico da Leone XIII di visitare in Danimarca, Svezia e Norvegia le chiese cattoliche. Consultore della Congregazione degli Affari Ecclesiastici straordinari nel 1882, fu nominato l'anno dopo vescovo di Ginevra e Losanna e creato cardinale di curia nel 1890.
Avverti l'importanza della questione sociale e sostenne con la parola e con gli scritti che la si doveva risolvere mediante l'ausilio della religione la quale sola poteva, secondo lui, avvicinare l'operaio al padrone ed il povero al ricco. Nel 1882 al M. era stata affidata la direzione di una commissione con il compito di "studiare al lume della dottrina cattolica tutte le questioni d'economia sociale e specialmente quelle che riguardano i lavoratori, e di determinare i veri principi valutando in qual conto essi fossero tenuti e in qual modo sarebbero potuti prevalere in mezzo alla societa. Egli fu pertanto tra coloro che efficacemente prepararono la via alla Rerum Novarum.
BibL.: L. Jeantet, Le card. M., Parigi 1906; Ch. Compe, M. d'après sa correspondance, ivi 1924; G. B. Nicols, Gli sviluppi della "Rerum Novarum" in una recente commemorazione del card. M., in Réeista internazionale di scienze sociali e discipline antiliarie, 102 (1925), pp. 193-201; A. De Cosperi, I tempi e gli uomini che prepararono la "Rerum Novarum", 3^{text {a }} ed., Milano 1945, passim; L. Riva Sameverina, Il movimento sindacale cristiano dal 1830 al 1939, Roma 1920, passim.
Silvio Furlani
MERNEPTAH («l'amato da Ptah»). - Faraone della XIX dinastia, noto anche come Meneptah o Mineptah, figlio e successore di Ramesses (Ramses) II, regnò, secondo le varie cronologie, dal 1234 al 1214, o dal 1226 al 1206, o dal 1244 al 1224; combatté contro la Siria Meridionale ribelle, contro i Libi e contro la Nubia.
Quattro importanti iscrizioni furono scoperte con il nome di questo re: la grande iscrizione di Karnak, la colonna del Cairo, la stele di Athribis e il cosiddetto "Inno della vittoria", scoperto a Tebe presso i colossi di Memnone (P. Lacau, in Cat. génćr. des Antiquités du Caire, Le Caire 1909, n. 34025 verso), che celebra fra l'altro la sottomissione di Gezer, della Palestina e la distruzione di Israele ( left.{ }^{′}-s-r^{′}-rright).
Una lunga tradizione, che risale a Champollion Figeac, al Lepsius, al Brugsch, al Mariette e al Maspero, e ha tuttora seguaci convinti, fa di lui il Faraone dell'Esodo (Ex. 1, 14), non senza opposizioni (v. Egitto).
La tomba di M. era a Bibān el-mulūk (Tebe), il tempio funerario presso il Ramesseo; la cassa è ora al Museo del Cairo.
BibL.: H. Gauthier, Le liure des rois d'Egypte, III, Cairo 1914, pp. 113-26; K. Miketta, Der Pharao des Aussuges, in Biblische Studien, 8 (1903), n. 2; B. Gunn - A. H. Gardiner, in Sourn. eg. archanélogy, 5 (1918), p. 36 sg.; A. Midim, Les Hébreux en Egypte, Roma 1921; J. H. Brasted, Histoire d'Egypte, trad. franc., II, Bruxelles 1926, p. 487; id., Ancient records of Egypt, III, Chicago 1927, pp. 236-73; P. Bovier La Pierre, Précis de l'histoire d'Egypte, I, Parigi 1932, p. 162 sg.; E. Drioton - J. Vandier, L'Egypte, ivi 1946, pp. 364, 414 sgg.; P. Gilbert, Esquisse d'une histoire de l'Egypte ancienne et de sa culture, Bruxelles 1949, p. 71 sg.
Aristide Calderini
MEROB (ebr. Mèrabh = "moltitudine", "incremento"). - Figlia di Saul (I Sam. 14, 49), promessa in sposa al vincitore di Golia (ibid. 17, 25). Dopo la vittoria di David sul gigante, Saul esita, esigendo altre prove di valore con il segreto augurio che il giovane trovi in esse la morte (ibid. 18, 17). Nonostante le sue prodezze contro i Filistei, a David viene negata M., che è data in moglie a Hadriel molathita. Tuttavia Saul non può negare a David la sua secondogenita Michol, dopo una strage più numerosa di Filistei. Dopo la morte di Saul i cinque figli di M. (non di Michol, come ha il testo attuale) furono consegnati ai Gabaoniti perché si vendicassero del male causato loro dal defunto (II Sam. 21, 8).
Angelo Penna
MERODACH-BALADAN II (babil. Marduk-apal-iddina "Marduk a me diede un figlio [primogenito ed] erede»), - Re di Babilonia, n. prima del 755 e m. dopo il 700 a. C.; regnò dal 721 al 710 e nel
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703. Fu originariamente uno sceicco ricchissimo dei Bit-fahin, abitanti nel Mát tämti ("Terra del mare»), sulle foci dell'Eufrate e del Tigri, una delle cinque tribù caldee (le altre quattro erano: Bit-Dahhûri, Bit-Amuhhâni, Bit-Sa'alla, Bit-Silani), per le quali divenne l'anima della resistenza contro il predominio assiro ed il campione della libertà, essendo uomo di grande abilità diplomatica, energico ed audace, ma non altrettanto dotato di ingegno militare. La sua politica di alleanze è ben nota anche da Is. 39, 1-8, passo identico a II Reg. 20, 12-19: legazione ad Ezechia, re di Giuda (721-693).
Per la prima volta sperimentó gli Assiri dopo la battaglia di Sapia (731), dando a Theglathphalasar III (745728) un validissimo tributo e "baciandogli i piedi ". Negli anni susseguenti stabili una intesa fra le varie tribù Caldee ed Aramee, si assicurò l'aiuto di Humbanigaš, re di Elam (747-718). Sfruttando l'occasione dell'avvento al trono di Sargon, suscitò nel 722 la sua prima ribellione e s'impadroni del trono di Babilonia. Quando Sargon accorse contro gli alleati. M.-B. non arrivò a tempo a Dér, ad est del Tigri, e gli Elamiti da soli non riuscirono a dare a Sargon un colpo decisivo. Mentre M.-B. allontanava da sé gli animi, e specialmente quelli dei sacerdoti influenti nella "città degli dèi ", con una politica troppo favorevole ai Caldei e con la confisca dei beni dei partigiani degli Assiri, Sargon ebbe tempo di consolidare il suo Impero in Siria e Palestina, in Urartu e nella Media, e nel 710 era pronto all'assalto. La prima delle sue armate, occupando BitAthara e la regione dell' Uoqui, tagliò le comunicazioni con l'Elam. L'altra, a marce forzate, traversò l'Eufrate presso Borsippa, a sud di Babilonia. I ricchi doni inviati da M.-B. al re di Elam S̉utur-Nahhunte (717-699) non determinarono questi ad inviare un esercito. Allora M.-B., facendo riti di penitenza, fuggi nella sua tribù nativa, dove si fortificò a Iqbî-Bêl e più tardi a Dûr-fahin tagliando le dighe e sommergendo la campagna. Nondimeno i soldati di Sargon "sorvolarono le acque come aquile", assediarono e presero Dûr-fahin. Secondo l'opinione più probabile M.-B., ferito, seppe fuggire da solo, mentre la città andava saccheggiata e distrutta.
M.-B., riapparve sulla scena dopo la morte di Sargon, negli aa. 705-703. Con grande prudenza non s'impadroni subito del trono "vacante" (Sennacherib esitò a prendere le mani di Bêl), ma tollerò che i Babilonesi elevassero degli usurpatori, i quali si fecero odiare dal popolo. Nel frattempo ristabilì le alleanze antiche, specialmente con l'Elam, ed in più con tribù arabe, prendendo contatto persino con l'ovest (qui più probabilmente va inserita la legazione ad Ezechia); ora era cosa facile per lui di cacciare l'usurpatore Marduh-zakirfum. A Sennacherib gli alleati contrapposero una grande armata, presso Kuta, sotto generali elamiti, ma un'altra volta l'impresa falli per un errore strategico, e M.-B. prese la fuga. Sotto il regime del vicerò Bêl-ibni, poco capace, seppe di nuovo stabilirsi a Bit-fahin; ma all'accorrere di Sennacherib, nel 700, "prese da tutta la terra gli dèi, e dai cofani le ossa dei suoi padri, ed il suo popolo e caricandoli su navi salpò (sbarcando) a Nagitu-Raqqê, in Elam, dove mori" (Sennacherib). I suoi discendenti si opposero accanitamente agli Assiri, nel 694, ed è possibile che vi sia qualche relazione tra la sua famiglia e quella di Nabopolassar, fondatore dell'Impero neobabilonese.
Bibl.: F. Martin, s. v. in DB, IV (1008), coll. 1001-1004; S. Smith, Cambridge ancient history, III, Cambridge 1925. pp. 47 sgg., 62 sgg.; B. Meissner, Könige Babylonient und Assyriens, Heidelberg 1926, pp. 174 sg., 193 sgg., 197 sg.; C. Boutflower, The book of Isaiah, chapters I-XXXIX, in the light of the assyrian documents, 1930. pp. 134-47; A. Pohl, Historia Populi Israël, Roma 1933, p. 106 sgg., 122 sgg.; W. F. Leemans, in Zuerbericht "Ex Oriente Loc", 10 (1945-48), pp. 432-55.
Pietro Nober
MERODE, Frédéric-François-Xavier de. Prelato e statista, n. a Bruxelles il 20 marzo 1820, m. a Roma il 10 luglio 1874. Di nobilissima famiglia, dopo seguiti gli studi classici al Collegio gesuitico
di Namur ed in quello Juilly di Parigi, su consiglio del nuncio Pecci (poi Leone XIII), frequentò (1839) la Scuola militare di Bruxelles, ne uscì sottotenente di fanteria nel 1841 e prese parte alle operazioni d'Algeria (1844-45).
Al ritorno in patria segui un'ardente vocazione sacerdotale, e, confortato dal Montalembert, dall'ab. Gerbet e dal padre Ventura, partì per Roma nell'ott. 1847 e ricevette gli Ordini minori il 23 dic. 1848. Nel corso degli avvenimenti rivoluzionari e repubblicani ebbe nuova occasione di dar nuova prova di intrepido coraggio; per cui subì angherie e carcere. Entrati i Francesi in città ( 5 luglio 1849), prese p