e parte alle operazioni d'Algeria (1844-45).
Al ritorno in patria segui un'ardente vocazione sacerdotale, e, confortato dal Montalembert, dall'ab. Gerbet e dal padre Ventura, partì per Roma nell'ott. 1847 e ricevette gli Ordini minori il 23 dic. 1848. Nel corso degli avvenimenti rivoluzionari e repubblicani ebbe nuova occasione di dar nuova prova di intrepido coraggio; per cui subì angherie e carcere. Entrati i Francesi in città ( 5 luglio 1849), prese parte alla restaurazione del governo pontificio e, detta la prima Messa in S. Pietro (23 sett. 1849), funse da cappellano militare.
Pio IX, nel riceverlo dopo il ritorno da Gaeta, lo volle senefaltro suo Cameriere segreto partecipante ( 14 apr. 1850) e lo tenne costantemente presso di sé, presto giovandosene in riservate negoziazioni con la Francia, e per lo studio e la preparazione delle importanti riforme istituzionali ed amministrative da lui riprese ed attuate fra il 1850 ed il '70. Ma alla grave situazione politica, creatasi attorno la S. Sede fra il 1859 ed il'70, si lega l'attività maggiore di mons. De M. La primavera del 1860 lo trovò solerte ministro delle Armi in stretta collaborazione con il gen. La Moricière (v.), ed a tutto cercò di provvedere con abnegazione e tecnica. E però dalla campagna di Castelfidardo (v.) e di Ancona (v.), alla vittoria di Mentana (v.), fino alla suprema resistenza lungo le mura di Roma, quel nuovo, buon esercito, oltre a prorogare d'un decennio la millenaria funzione di uno Stato si venerando, bastò, come scrisse il Cochin, a che esso «non crollasse in silenzio e senza un'eco risonante nella Storia». La mancanza di adattabilità politica ed i contrasti col card. Antonelli insofferente nei riguardi del de M. per l'attività e severa influenza nel governo dello Stato, lo costitusero a lasciare il ministero il 6 ott. 1865, per assumere invece l'ufficio di elemosiniere pontificio con la nomina ad arcivescovo titolare di Melitene ( 22 giugno 1866). Era infatti intendimento del Papa d'averlo vicino per continuare a valerarne come sempre.
Il de M. si volse subito alla riforma delle scuole elementari e di molteplici istituzioni assistenziali e caritative cittadine, mentre, seguendo l'esempio del medioevo, dava un primo indirizzo alla bonifica dell'agro mediante colonie di monaci agricoltori, come quella dei Trappisti alle Tre Fontane sulla Laurentina. Roma gli deve anche il primo piano regolatore della città e le prime imponenti opere di espansione e di rinnovamento edilizio. Con accorta preveggenza dispose di aree allora deserte per creare le piazze di Termini e di S. Maria degli Angeli, aprire la futura Via Nazionale e le collaterali, iniziare in Prati la Via Vittoria Colonna e le afferenti, delimitare l'attuale Piazza Cavour, tracciare sulla carta quella che fu poi la gran Via dei Fiori Imperiali da Piazza Venezia al Colosseo. Dopo aver preso larga parte ai lavori del Concilio Vaticano, emettendo voto contrario all'opportunità della proclamazione del dogma dell'infallibilità pontificia, ma sottomettendosi la sera medesima ( 18 luglio 1870) ai piedi del S. Padre, visse gli ultimi anni salvaguardando tante opere sue e tanti interessi della S. Sede minacciati dal mutare dei tempi. Prese cosi
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anche in fitto il Palazzo Altemps per allogarvi un'università pontificia in luogo di quella, divenuta regia, della Sapienza. Ed intervenne ad assicurare all'amico G. B. De' Rossi ed alla nuova scienza dell'archeologia cristiana mezzi ed aree per ulteriori indagini (1873); sulle escavazioni lo colse il morbo che lo stroncò. Fu sepolto nel camposanto teutonico.
Misto romantico e cavalleresco di soldato e di monaco, univa mons. de M. i costumi d'un pio cenobita alle sollecitudini della carità ed alla intransigenza della giustizia. Di lui, da
troppi incompreso, ben disse il Veuillot: «Nessuno lo ha conosciuto meglio di Pio IX e nessuno lo ha forse più amato».
BibL.: G. G. Franco, I Crescati di S. Pietro. Storia e scene storiche della guerra di Roma l'anno 1667, Roma 1869-70, capp. 31, 64, 83, 99; P. Balan, Continuazione alla Storia universale della Chiesa cattolica, dell'ab. Rohrbacher, II, Torino 1879, pp. 200 sgg., 436 sgg., 670, 688; L. Besson, Frédéric-François-Xavier De M., ministre et au. ménier de Pie IX, archevêque de Méliène.

da Cà, Lauri-C. zamaran, Les diplômes originaux des Mérovingiens, Parigí DNI, nav. II MEROVINGI - Diploma di Clotario II (14-15 giugno 625) - Parigi, Arch. nav. Tronc. N. 1 it. 7
Sa vie et ses oeuvres, Parigi 1886 (ottima e compiuta bibliografia); A. M. Bonetti, Venticinque anni di Roma capitale d'Italia e suoi precedenti (1813-95), I, Roma 1895, pp. 122, 292; G. S. Pelczar, Pio IX e il suo pontificato, trad. it., Torino 1909-11, passim; K. von Schlösser, Römische Briefe (1864-69), Stuttgart-Berlino 1920, v. indice; A. Vigevano, La campagna delle Marche e dell'Umbria, Roma 1922, passim; S. Jacini. Il tramonto del potere temporale nelle relazioni degli ambasciatori austriaci a Roma (18601870), Bari 1931, v. indice; L. F. Stock, United States Ministers to the Papal States. Instructions and despatches (1848-68), Washington 1933, v. indice; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1938, pp. 4, 17, 18, 45, 59 (con ampia bibl. quasi sempre connessa con la vita e le opere del de M.); S. Negro, Seconda Roma (1850-70), Milano 1943, v. indice; P. Dalla Torre, L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX fra il 1850 ed il 1870, Roma 1945, passim.
Paolo Dalla Torre
MEROM (ebr. Mērōm). - Località del nord palestinese. Presso le acque di M. ( = mē-Mērōm, Jos. 11, 5.7) Giosuè batté la coalizione nemica dei re del nord di Canaan.
Al tempo bizantino (Eusebio, Onomasticon, 128: 4-6), M. era ricercata vicino a Dothaim nel villaggio d' Marrus, probabilmente Hirbet el-Mabrūneh. Fin dal medioevo «le acque di M.» furono identificate con il lago el-Hüleh ed il campo di battaglia con la piccola pianura ad ovest del lago ('ard el-Hüleh).
Poiché nell'uso biblico la designazione «le acque...» con un nome proprio si applica sempre ad una sorgente (cf. Jos. 15, 79; 16, 1), il luogo della battaglia viene fissato nella località di Mejrōn (Mrm nella lista di Thutmosis III, n. 12), abbondante d'acque nel Wādi Mejrōn, 6 km . a sud-ovest di Ṣafed, ai piedi del Monte Germak, sulla via che dal nord della Galilea porta nella pianura di Acri.
L'aggiunta nella versione greca dei Settanta di dot{ε} ν γ tilde{η} δ ρ ε imath ν tilde{η} ( = «nella montagna») rende più intelligibile la riuscita dello stratagemma di Giosuè contro il nemico fornito di carri e cavalli.
BibL.: A. Fernández, Problemas de topografia palestinense, Barcellona 1936, pp. 113-19; F.-M. Abel, Les stratagèmes dans le livre de Yossé, in Revue biblique, 56 (1949), pp. 335-38.
Donato Baldi
MEROVINGI. - I. Storia. - Dinastia che governò i Franchi dal sec. v al sec. viII. Della tribù dei Franchi Salii, dopo aver a lungo saccheggiato le province romane, al principio del sec. v era passata dalla regione dello Issel alla Gallia Belgica. Il re Clodione verso il 430 occupò la zona di Tournai e di Cambrai. Diede nome alla dinastia il re Meroveo, che nel 451 a fianco degli imperiali, sotto Ezio, combatté con i suoi Franchi contro gli Unni di Attila.
Il suo successore
Childerico, sempre nell'orbita imperiale, combatté contro Sassoni ed Alamanni. Dopo il 482 , alla testa dei Franchi Salii di Tournai appare Clodoveo, la principale figura della dinastia. Con le sue forze militari limitate e non compatte climind l'esausto nucleo degli Imperiali di Soissons, riuniti attorno a Siagrio, quindi assorbì varie tribù indipendenti dei Franchi Salii e dei Franchi Ripuari della Valle del Reno. Attorno al 496 partecipò alla lotta che si combatté tra Franchi Ripuari e Alamanni : questi furono sgominati e respinti ad Oriente. Verso il 496-500, Clodoveo, che era ancora pagano, o per le insistenze della consorte, la burgundica Clotilde, o forse per la necessità di assicurarsi le simpatie delle popolazioni cattoliche della Gallia centrale, ricevette il Battesimo a Reims dall'arcivescovo Remigio. Mentre Visigoti e Burgundi, chiusi nel loro arianesimo, erano in contrasto con i sentimenti della popolazione romana, e gli altri capi tribù barbari rimanevano ancora pagani, questo capo abilissimo trasportava la sua sfera di azione nella regione della Senna e riusciva con la sua conversione a togliere ogni contrasto tra il suo popolo e la popolazione romana. L'atto di Clodoveo fu subito compreso nella sua importanza e il vescovo di Vienne, Avito, scrisse al re per congratularsi della sua conversione.
Clodoveo presto si dichiarò il protettore dei cattolici contro i Visigoti ariani, e col pretesto della persecuzione di Alarico II contro la popolazione romana gli dichiarò guerra, lo vinse a Vouillé (Poitiers) ed occupò con la capitale Tolosa tutte le province visigotiche di Gallia (507). Solo l'intervento di Teodorico dall'Italia salvò ai Visisigoti la Spagna e la Settimania.
Clodoveo, alla sua morte ( 511 ), aveva riunito tutta la regione sotto di sé : i Franchi, stabiliti da principio dove la popolazione romana era rara, lasciarono ai Galloromani delle regioni occupate la vecchia organizzazione. Non vi poteva essere e non vi fu fusione delle due popolazioni : ma l'uguaglianza religiosa e politica era la base per il sorgere di un popolo nuovo. Morto Clodoveo, i quattro figli si spartirono come proprietà privata i territori conquistati dal padre: Childeberto a Parigi, Clodoveo ad Orléans, Clotario a Soissons, Teoderico (Thierry) a Reims. Essi continuarono l'opera paterna: distrussero il regno dei Borgognoni; abbatterono la potenza dei Turingi e ne occuparono il paese; fecero scorrerie in Spagna fino a Saragozza ed in Italia approfittando delle lotte tra
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l'Impero e gli Ostrogoti. Furono principi crudeli, che mirarono solo a conquistare, forse soltanto a saccheggiare. Nel 588 Clotario I, supertite dei quattro fratelli, riunisce di nuovo tutto il dominio merovingio; alla sua morte nel 581 nuova ripartizione tra i quattro figli, Sigeberto tra Mlosa e Reno, Chilperico da Soissons a Cambrai, Gontranno dal Berry alla Borgogna, Cariberto ad occidente da Rouen a Bordeaux; nel 567 muore Cariberto, i suoi domini sono divisi tra i fratelli senza alcun criterio politico. Nelle divisioni non si discute di regioni, ma sola di città o di frazioni di città per equilibrare le parti dei vari contendenti. In questo nuovo periodo di frazionamento, non si parla più di espansione: le spedizioni di Childerico in Italia più che a conquista mirano ad attungere oro dai Bizantini e dai Longobardi. Si combatte ad oriente con gli Avari, ma più a scopo difensivo. Per i principi non esiste interesse di Stato ma solo desiderio di arricchire a spese dei sudditi, trasformando il tributo in volgare rapina, rivolgendo la giustizia a brutale artificio per confiscare i beni di chi si vuole derubare. Per trent'anni la vita dei figli di Clotario I si concentra attorno alla lotta sopra che si combatte tra Sigeberto e Chilperico. Sigeberto sposa Brunechilde, figlia del re visigoto Atanagildo; Chilperico sposa la sorella, Galswintha, dopo aver ripudiata Audovara, ma poi ritorna alla concubina Fredegonda e per lei fa uccidere la prima e la seconda moglie. Ed ecco l'odio fra le due famiglie. Sigeberto vince il fratello, ma muore per mano di un emissario di Fredegonda; Brunechilde è presa e chiusa in prigione. Ne esce sposando il figlio di Chilperico, poi ritorna nel regno del figlio Childeberto che protegge contro la nemica, come poi protegge i nipoti Teobaldo e Teodorico. Lotte e intrighi durano sino a quando, morti i discendenti di Sigeberto, morto Gontranno, il figlio di Chilperico e di Fredegonda, Clotario II riesce a riunire tutti i domini della famiglia merovingia, consacrando il trionfo con lo squartamento della nemica Brunechilde (613).
Attraverso questa funestissima guerra civile, causa di profonda decadenza, si parla di Austrasia e di Neustria, oltre che di Borgogna. Dovunque si sono formati gruppi di aristocratici con interessi particolari, dovunque si è formata un'amministrazione centrale, che sfrutta il paese. Nelle tre unità politiche il potere vero è nelle mani di un maestro di Palazzo, alto funzionario, che in origine non era che solo il sovrintendente dei servizi di corte ma aveva esteso la sua autorità su quanti del Palazzo venivano mandati ai vari uffici delle province a rappresentare l'autorità del re. Poiché le tendenze separatiste erano ormai vivaci, Clotario II dovette inviare in Austrasia il figlio Dagoberto come re, con Pipino quale maestro di Palazzo. Nel 629 Dagoberto fu re di tutti i territori franchi, ma dovette predisporre una ripartizione degli Stati fra i figli di Sigeberto e Clodoveo II, come avvenne poi alla sua morte nel 639. Cominciò allora l'epoca più triste della dinastia merovingia. I re salgono al potere fanciulli o quasi e muoiono presto. Il governo è nelle mani delle donne e dei maestri di Palazzo, attorno al

(da Ch. Lauer - Samaran, Les diplames originava des Merosiniques, Parigi 1869, ter. 27)
Merovingi - Da sinistra a destra: Sigilli di Childerico I, Dagoberto, Teodorico III, Clodoveo III, Childeberto III, Chilperico II.
trono le lotte dei partiti della aristocrazia franca sono continue. Dei figli di Dagoberto, Sigeberto III mori nel 636, Clodoveo II nel 657 lasciando il regno al primogenito Clotario III. Per lui governa la madre, l'ex schiava Batilde, sorretta dall'energico maestro di Palazzo Ebroin. Alla morte di Clotario III nel 673, la successione è contesa fra Teodorico III e Childerico II. Contro Ebroin insorgono i Grandi capitanati da Leodegario, vescovo di Autun: Ebroin è relegato nella abbazia di Luxeuil, dove Leodegario poco dopo viene pure chiuso dai suoi nemici. Si riconciliano, escono liberi, ma i partiti li portano a combattere come prima; Leodegario è ucciso nel 678, Ebroin nel 681. In Austrasia sorge a potenza Pipino detto di Heristall; in Neustria, Bertario. Nella nuova lotta civile Pipino uccide l'avversario e diventa maestro di Palazzo anche in Neustria (687). La famiglia dei M. continua ad esistere: dopo Teodorico III, viene Clodoveo III, poi Childeberto III, poi Dagoberto III; ma chi dirige è il maestro di Palazzo. Pipino di Heristall rimane in Austrasia e affida il maggiordomato di Neustria a persona fedele come Norberto, il figlio Grimoaldo e poi il nipote Teodoldo. Quando Pipino mori nel 714, la carica di maggiordomo passò ai due nipoti Ugo e Teodaldo; delle agitazioni approfittò un figlio naturale di Pipino, Carlo, che eliminati i fratelli s'impadronì del potere, facendo re una sua creatura, Clotario IV, e sostituendo conti e vescovi con gente del suo partito.
Le lotte interne avevano fatto trascurare quanto era politica estera. Dagoberto aveva combattuto con esito sfavorevole in Turingia contro un'invasione slava ed aveva dovuto accontentarsi di organizzare la difesa. Pipino di Heristall aveva combattuto contro Alamanni, Bavaresi e Frisoni. Carlo Martello, prima di riprendere la guerra in Germania, dovette preoccuparsi dell'Aquitania dove i principi contro la minaccia franca avevano ricorso agli Arabi dalla Spagna.
L'invasione araba cominciata nel 720 in Settimania, presto dilagò in tutta la Gallia meridionale. Caduta Bordeaux nel 732 il pericolo si fece grave sulla Loira. Carlo Martello accorse e vinse in grande battaglia gli Arabi a Poitiers ( 17 ott. 732), ma gli Arabi rimasero tuttavia in Settimania ed in Provenza. La questione meridionale distolse Carlo dal riprendere l'attività del padre oltre Reno. Nel 741 egli morendo lasciò ai due figli Pipino e Carlomanno il suo principato sui Franchi. Dal 737 non vi era più nessun re perché Teodorico IV era morto senza eredi. Pipino e Carlomanno solo nel 745 portarono al trono un tale che si vantava di essere discendente dai M. e lo fecero acclamare sotto il nome di
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(da R. Lasiter-J. Hubert, Les origines de l'art français, Parigi, 1897, p. 175, 69. 11)
Merovingi - Tomba in pietra trovata a Saint-Jean-des-Vignes. Chalon-sur-Saône, Museo.
Childerico III. Era in realtà il solo modo con cui coonestare la loro autorità. Quando Carlomanno si ritirò a Montecassino (747), Pipino, rimasto solo maestro di Palazzo, consultò papa Zaccaria se era giusto che venissero chiamati re quelli che non facevano nulla per il governo, e non piuttosto quelli che avevano tutta la cura degli affari. Zaccaria rispose in favore di questi; Pipino riunì allora un'assemblea, formata da personaggi tutti legati a lui per cariche e benefici, e fu consacrato re dai vescovi: Childerico III fu chiuso nell'abbazia di St-Bertin, il figlio Teodorico a St Wandrille.
Così la dinastia merovingia, dopo tre secoli, terminò più per esaurimento che per violenza altrui. Eginardo, il biografo di Carlomagno, rimproverò ai M. di non avere avuto abbastanza vigore; e certo dopo compiuto l'unificazione di tutta la Gallia nulla avevano fatto per creare lo Stato; però nella loro incapacità avevano reso possibile ai diversi elementi etnici la convivenza pacifica preparando la formazione della Francia medievale.
Buc. : la principale fonte storica è la Historia Francorum di Gregorio di Tours, ed. B. Krusch, in MGH, Scriptores rerum merovingicarum, I. Sulle fonti della storia merovingia è sempre da consultare G. Monod, Etudes critiques sur les sources de l'histoire mé rovingienne, Parigi 1872. Opera vecchia ormai è quella famosa romantica di A. Thierry, Recits des temps mérovingiens, ivi 1840. Disposizione nonalistica hanno gli Annales des franhischen Reiches im Zeitalter der Merovinger, di G. Richter, Halle 1873. Da vedere anche il vol. VII di F. Dahn, Die Könige der Germanen, Lipsia 1869; più viva l'esposizione di G. Bayet - A. Pfister A. Kloischauz, Mérovingiens et Carolingiens, Parigi 1905 ed anche J. Lot - Ch. Pfister - F. L. Ganshof, Les destindes de l'Empire en Occident, ivi 1935. Per le istituzioni vedi Ch. Fustel de Coulanges, Histoire des institutions politiques de l'ancienne France, ivi 1888-92. Sulla civiltà cf. H. F. Muller, L'époque mérovingienne, Nuova York 1945; E. Salin, La civilisation mérovingienne, Parigi 1950.
Francesco Cognasso
II. Arte. - L'arte merovingica è tutt'ora oggetto di controverse discussioni da parte della critica. Alcuni studiosi (J. Hubert, op. cit. in bibl.) ne proclamano l'assoluta originalità; altri invece ne escludono ogni autonomia di espressione e insistendo sulle analogie con l'arte del prossimo Oriente la considerano del tutto dipendente da quella (L. Bréhier, op. cit. in bibl.) o manifestazione parallela a quella
degli altri paesi occidentali, nella stessa epoca (P. Lavedan, op. cit. in bibl.).
Delle opere di architettura del periodo merovingio quasi nulla è pervenuto; le cattedrali innalzate numerose sono state distrutte o manomesse dai molti successivi rifacimenti, cosi che pochi elementi rimangono inseriti in costruzioni più tarde. Principali resti sono le parte inferiore del S. Pietro di Vienne e di alcuni batusteri provenzali, generalmente di pianta ottagonale iscritta in un quadrato, presumibilmente coperti da cupola (Marsiglia, Aix, Venasque, Riez, Fréjus, Mélas, Valence, tutti datati al sec. v). Meglio conservati sono alcuni ornitici e cripte (St Victor di Marsiglia del sec. v, cripte del S. Lorenzo di Grenoble e di Jouarre datate al sec. viI). Quasi completamente rifatte sono alcune importanti opere architettoniche: la cattedrale di Clermont-Ferrand e quella di Lione (ca. 450); quelle di St Germain d'Auxerre, i SS. Apostoli di Parigi, St-Germain-des-Prés (sec. vi), le grandi abbazie di St-Denis, Jumièges, St-Vandrille (sec. viI). Le chiese merovingie erano generalmente a pianta di tipo costantiniano, con qualche variante (importante l'abolizione dell'atrio fin da esempi del sec. vi); la costruzione era in pietra, con copertura in legno. Elemento caratteristico, che ha costituito la base per la teoria dell'originalità dell'arte merovingia, è il campanile (in cui si è vista una sicura indipendenza dalla torre delle chiese siriane) : a volte collocato all'incrocio col transetto (lanterne del S. Martino di Tours, delle chiese di Nantes e di Clermont-Ferrand), oppure separato dal corpo della chiesa (campanile postico del S. Martino di Tours). Il S. Martino di Tours (ca. 472) fu la più vasta delle chiese merovingie; secondo le notizie date da Gregorio di Tours, era lunga 160 piedi, larga 60 , aveva 120 colonne e la facciata aveva 8 portali.
Nulla è pervenuto dell'architettura civile e di quella militare. Per quest'ultima le fonti documentano come fossero rimaste vive le tradizioni costruttive dei Romani; fortificazioni molto importanti furono il castello di Merliacum, descritto da Gregorio di Tours, e il castello sulla Mosella descritto da Venancio Fortunato (I. III, 12).
Anche degli affreschi e dei musaici di cui i M. rivestirono le pareti delle loro chiese, sono rimaste solo le notizie delle fonti (il S. Martino di Tours era decorato da affreschi con le storie del Santo, la chiesa dei SS. Apostoli a Parigi era ornata da musaici anche all'esterno). Qualcosa rimane della scultura, che si vede caratterizzata dall'abbandono dell'effetto plastico e ridotta a un rilievo piatto o addirittura a un disegno inciso su pietra. La figura, umana e animale, viene poco a poco deformata fino a diventare arabesco; predomina il gusto per l'ornamentazione, geometrizzata e stilizzata (p. es., sarcofagi d'Aquitania, capitelli delle chiese di Grenoble e Jouarre). Anche nei riguardi della scultura, i rapporti con l'arte orientale sono stati variamente valutati, e cosi pure per la miniatura e per l'oreficeria di cui resta grande abbondanza di materiale rinvenuto nelle tombe (p. es., Tesoro di Childerico [481] al Cabinet des Medailles; Tesoro di Pouan [451] al Museo di Troyes; Tesoro di Gourdon [ca. 527]). Quello dell'oreficeria è il capitolo più importante della storia dell'arte merovingia, anche per la presenza di alcune personalità definite tra cui S. Eloi (588-665), l'orafo più celebre del tempo di Dagoberto, e Dadillo ed Ello (reliquiario firmato nel Tesoro di S. Maurizio d'Agauno).
Buc., N. Prou, La Gaule mérovingienne, Parigi 1897; P. Leprieur, L'art de l'époque mérovingienne et carolingienne en Occident, in A. Michel, Histoire de l'art, I, ivi 1909, p. 303 sgg., 395 sgg.; 405 sgg.; L. Bréhier, L'art en France des invasions barbares à l'époque romane, ivi 1930; E. Knagel, Schriftquellen zur Geschichte der Kunst der Merovingerzeit, Darmstadt 1936; J. Baum, La sculpture figurale en Europe à l'époque mérovingienne, Parigi 1937; J. Hubert, L'art préroman, ivi 1938; W. Holmqvist, Kunstprobleme der Merovingerzeit, Stoccolma 1939; J. Verrier, Les arts primitifs français. Art mérovingien ecc., Parigi 1939; N. Alberg, The Occident and the Orient in the art of the seventh century, Stoccolma 1943-47; E. Salin-A. France-Lanord, Traditions et art mérovingiens, in Gallia, 4 (1946), pp. 199-289. Per la bibli. particolare cf.: P. Lavedan, Histoire de l'art. Moyen-âge et temps modernes, Parigi 1944, pp. 28-31, 63-64, 66-67. Elsa Gerlini
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MEROVINGICA SCRITTURA e MINIATURA. - Con il nome di m. fu indicata dal Mabillon la scrittura sviluppatasi nel Regno franco fino all'età di Carlomagno, e usata tanto per le scritture documentarie quanto per quelle librarie. Oggi si dà al termine un significato più ristretto, intendendo con esso la scrittura derivata in territorio franco lungo il corso del sec. vi dalla minuscola corsiva, usata particolarmente nella Cancelleria dei Merovingi e dei primi Carolingi, raramente adattata a forme librarie (semicorsiva m.); nella scrittura dei codici si riconoscono invece tipi vari di precarolina (v. carolina scritura), con influssi ora più ora meno accentuati di m . Tra le scritture nazionali è quella di più breve durata: nel sec. IX sopravvive, accanto alla carolina, in alcuni diplomi regi e imperiali di esecuzione particolarmente artificiosa; nel sec. x se ne trovano solo tracce sporadiche.
Nella formazione della m. l'elemento cancelleresco ha una parte preponderante: il frammento papiraceo della Omelia di s. Avito (Biblioteca nazionale di Parigi, ms. lat. 8913, f. 15; prima metà del sec. vi), in cui i paleografi riconoscono il più antico esempio di tale scrittura, rivela un tipo di corsiva minuscola in evoluzione, dove gli elementi merovingici sono accennati come tendenza più che fissati nella loro caratteristica. Questa canonizzazione degli elementi merovingici si opera invece nell'àmbito della Cancelleria regia, con una spiccata tendenza verso forme artificiose, con forte sviluppo dei tratti lunghi, specie superiori, abbondanza di legature talora assai complesse, inclinazione delle aste a sinistra, tratteggio ondulato o addirittura spezzato. Le lettere risultano molto strette, assai accostate tra loro e di grandezza ineguale. Particolarmente caratteristiche (v. tabella) sono : la a aperta, con i due tratti rigidi in alto : in legamento è tracciata spesso sopra il rigo e di minori dimensioni; la b, che presenta spesso sopra la pancia un tratto orizzontale, con cui si lega alla lettera seguente; la c, la quale accanto alla forma comune della minuscola ha una forma particolare come di due semicerchi sovrapposti; la d, quasi sempre di forma minuscola, con l'asta che discende sotto il rigo : la pancia rimane aperta in alto quando la lettera lega con la precedente; la e, simile a un e greco, che sovrasta le altre lettere brevi e si lega a destra con una linguetta; la g, di tipo semionciale, con la coda aperta e la testa ora ondulata, ora piegata ad anello verso sinistra; la h, dall'asta fortemente inclinata a sinistra; la i, sovente di forma allungata, verso l'alto in principio di parola, verso il basso in legatura; la m e la n con le gambe molto accostate e l'ultima spesso ripiegata: la n conserva tuttavia di frequente la forma maiuscola; la o, che presenta due spici, in continuazione della linea curva che descrive l'anello, da sinistra a destra, derivati dalla forma minuscola corsiva in legamento sia con la lettera precedente sia con la seguente: con il sec. viit il prolungamento della curva di destra tende a sovrastare l'altro, sicché la o assume la forma di un δ o di una d onciale; la r con l'elemento superiore curvo se isolata, rigido se in legamento; la t con il

(fot. Enc. Catt.)
Merovingica scrittura e miniatura - Lettere e nessi caratteristici della scrittura m.

(da Mallon-Perrat-Martchat. L'ccelrare latino de la capitale romalex à la minuscola, Parigi 1525, tarn. 27, 25) Merovingica scrittura e miniatura - Diploma di Childebierto III, datato da Compiègne, il 25 dic. 693 - Parigi, Archives nationales, K. 3, n. 9.
tratto orizzontale che ripiega a sinistra verso l'interno, talora tracciando un vero e proprio anello: in legamento il tratto verticale si piega descrivendo un'ellisse dall'alto verso il basso e da sinistra verso destra, mentre il tratto superiore s'incurva nella stessa direzione ma dal basso verso l'alto : ne risulta una specie di a le cui curve vengono chiuse dall'asta verticale della lettera con cui la t viene a legarsi; la u, a volte in posizione di lettera soprascritta.
Nei diplomi dei Carolingi, sotto l'influenza della minuscola carolina, gli elementi merovingici vengono via via attenuandosi. Negli atti privati la m. presenta in generale forme più libere; verso la fine del sec. viit si raggiunge però un'esecuzione più accurata, che si accentua al principio del sec. IX, finché anche qui la m. cede completamente il campo alla carolina.
La miniatura. - Dato il carattere cancelleresco di questa scrittura, non si può a rigore parlare di m. m. Tuttavia si è soliti indicare con questo termine l'ornamentazione dei codici franchi dei secc. viI e viII e cioè la miniatura precarolina della Francia. Essa del resto si limita a disegni decorativi intorno alle iniziali, ottenuti ora con semplici fregi, ora con elementi fantastici (soprattutto uccelli e pesci), in cui è evidente, specie per alcuni centri, l'influsso insulare. In genere l'ornamentazione spicca per vivacità di colori e per bizzarria di architetture, ma insiste sempre sugli stessi motivi, trattati per giunta con una tecnica piuttosto rozza. Tavole figurate non compaiono nei codici franchi anteriormente all'età carolingia.
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(fei, Biblioteca Vaticana)
Merovingica sctritura e miniatura - Incipit del Sacramentario gelasiano antico - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. lat. 316, f. a (ca. 750 ).
Bibl.: Ph. Lauer - A. Samaran, Les diplômes originaux des Mérovingiens, con prefazione di M. Prou, Parigi 1908; L. Schiaparelli, Intorno all'origine e ai caratteri della s. m., in Archivio storico italiano, 7^{text {a }} serie, 16 (1932), pp. 169-90; F. Lot-Ph. Lauer-G. Tessier, Diplomata Karolinorum, 5 voll., Tolosa e Parigi 1936-38; G. Tessier, Diplomata Karolinorum: comparaisons d'écriture, in Bibliothèque Ecole d. Chartes, 98 (1937), pp. 5-12; E. A. Moè, Les manuscrits sous les Capétiens, in Arts et métiers graphiques, 1937, pp. 23-44. Per la miniatura: E. H. Zimmermann, Vorhandingische Miniaturen, Berlino 1916, tavy. 38-149.
Alessandro Pratesi
MERRY DEL VAL, Rafael. - Cardinale di famiglia spagnola, n. a Londra il 10 ott. 1865 , m. a Roma il 26 febbr. 1930. Compì i primi studi in Inghilterra e nel Belgio; a diciotto anni, avendo deciso di abbracciare lo stato ecclesiastico, entrò nel Collegio di Ushaw (Inghilterra) per trasferirsi poi nel 1885 a Roma presso il Pontificio Collegio Scozzese, ma Leone XIII decise invece che egli entrasse nella Pontificia Accademia dei nobili ecclesiastici, dove fu ordinato il 30 dic. 1888.
Prima ancora dell'ordinazione il Pontefice lo aggregò a tre diverse missioni speciali alle corti di Londra, Berlino e Vienna, cosi che fu insignito del titolo di monsignore mentre era appena suddiacono. Il I genn. 1892 Leone XIII lo chiamava al suo fianco come cameriere segreto partecipante, per inviarlo poi - trentaduenne e non ancora vescovo - delegato apostolico straordinario al Canadà. Il tatto con cui il giovanissimo prelato assolse la difficile missione gli valse, dopo il ritorno, la consacrazione ad arcivescovo titolare di Nicea e la nomina a presidente dell'Accademia dei nobili ecclesiastici (1900).
Segretario del Conclave donde uscí Pio X, questi gli conferí subito le mansioni di pro-segretario di Stato, e poche settimane più tardi ( 9 nov.) lo innalzava come - prima creatura » alla sacra porpora e ne faceva il suo di-
retto collaboratore. Il M. del V. fu cosi, per tutta la durata del pontificato di papa Sarto, il suo segretario di Stato, legando il proprio nome alla complessa attivita religiosa e politica del Pontefice di Riese. Gli undici anni nei quali il M. del V., confortato dalla più affettuosa confidenza di Pio X, alla quale egli corrispose con filiale devozione, resse il più importante ufficio della Curia romana, sono legati del pari alla biografia del cardinale e alla storia della Chiesa. Interprete fedelissimo della volontà papale, egli condusse la dura lotta contro il modernismo sino alla sua vittoriosa conclusione; impresse il massimo impulso all'Azione cattolica e attuò una radicale riforma dei dicasteri della Sede Apostolica.
Nel campo più strettamente politico, attenuò progressivamente l'intransigenza di Leone XIII e del card. Rampolla nei confronti dello Stato italiano, giungendo sino all'abolizione, se non altro di fatto, del non expedit, cosi da aprite ai cattolici l'ingresso in Parlamento attraverso il cosiddetto Patto Gentilini. Fu anche merito della sua consumata abilità diplomatica il riavvicinamento del Vaticano con la maggior parte delle Potenze, e il 24 giugno 1914 pervenne a stipulare un concordato con la Serbia.
Ad una aperta rottura giunse invece con la Francia, in seguito alla visita del presidente Loubet al Quitinale, effettuata nonostante il divieto pontificio alla venuta di capi di Stato cattolici a Roma. Ne seguì la denunzia del Concordato e la completa separazione tra la Chiesa e lo Stato francese, aggravata da una violenta persecuzione anticattolica. Alla gravissima situazione il M. del V. fece fronte con risoluta energia - per quanto ciò significasse il completo abbandono della politica filofrancese del suo predecessore - ed ottenne che il 25 febbr. 1906 Pio X consacrasse di propria mano in S. Pietro i primi quattordici vescovi francesi eletti dopo la separazione. Parallelamente alle mansioni di segretario di Stato, ricoprì con pari zelo altri importantissimi uffici, tra cui quelli di amministratore dei beni della S. Sede, di prefetto dei S. Palazzi Apostolici e di arciprete della Basilica Vaticana.
Nel Conclave del 1914 molti porporati raccolsero i loro suffragi sul suo nome, ma venne eletto il card. Della Chiesa, già suo collaboratore alla Segreteria di Stato, e il nuovo pontefice, Benedetto XV, gli conferí la dignità di segretario del S. Ufficio, il che, se valse (come era naturale) a ridurre la sua influenza nel campo politico, gli assicurà, una funzione preminente nel governo della Chiesa. Alla ribalta politica tornò comunque nel 1926, quando, legato di Pio XI alle feste del centenario francescano di Assisi, vi scambiò con il minitvso italiano alla Pubblica istruzione Pietro Fedele, che rappresentava il governo, significativi discorsi, che apparvero, quali effettivamente erano, il preludio della prossima conciliazione.
Si deve ricordare anche la sua profonda pietà e il ministero sacerdotale fedelmente perseguito anche nel decennio della sua massima aútorità; si occupò in modo particolare di un'associazione cattolica giovanile di Trastevere, alla quale dedicò, senza alcuna interruzione, alcune ore pome-

(fei, Felici)
MERRY DEL VAL, RAFAEL - Ritratto.
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ridiane per lo spazio di oltre venticinque anni. Mori quasi repentinamente; la sua salma riposa nelle Grotte Vaticane.
BibL.: P. Cenci, Il card. R. M. del V., con pref. del card. E. Paschi (poi Pio XII), Roma 1933; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, pp. 483-562. Renzo U. Montini
MERSCH, Emile. - Teologo gesuita, n. il 30 luglio 1890 a Marche (Lussemburgo belga), m. il 23 maggio 1940 a Lens (Francia). Nel 1920 divenne professore di filosofia a Namur e vi rimase fino al 1935. Quest'insegnamento, pur contrario alle sue inclinazioni, fu assolto con impegno; ne sono frutto l'interessante volume L'obligation morale principe de liberté (Lovanio 1927) e diversi articoli.
Fin da studente aveva concepito una vasta sintesi teologica nella luce del Corpo Mistico : la sua vita fu tutta protesa alla realizzazione di questo progetto; dopo un decennio di ricerche scrupolose (seguiva il severo metodo di P. De Ghellinck) aveva pronta l'opera che gli doveva procurare una larga fama: Le corps mystique de Christ, Etudes de théologie historique (2 voll., Lovanio 1933), che ebbe una 2° ed. nel 1936 e una traduzione inglese negli Stati Uniti (Milwaukee 1938); con straordinaria erudizione vi delinea lo sviluppo storico-dottrinale del Corpo Mistico, dai primi cenn del Vecchio Testamento alle ultime espressioni del magistero ecclesiastico. A questi volumi è dovuto, in gran parte, l'attuale fervore di ricerche positive sull' argomento. Ma quest'opera non era che una tappa verso la meta: ad essa giunse attraverso meditazioni personali, che si riflettono in molti geniali articoli pubblicati nella Nouvelle revue théologique e altrove. Colpito nell'esercizio della carità sacerdotale, durante un bombardamento aereo, mostrò di aver vissuto quanto insegnava nell'opera postuma L a théologie du corps mystique ( 2 voll., Lovanio 1946), che imprime al valoroso autore l'inconfondibile carattere di teologo del Corpo Mistico. Si potrà dissentire in qualche punto dalle posizioni del M., non si potrà però prescindere da questa poderosa sintesi, che è un segno nuovo della vitalità della teologia cattolica.
BibL.: G. Dejsifre, La théologie du Corps Mistique du p. E. M., in Nouvelle revue théologique, 77 (1945), pp. 40S-16; I. Levie, Le père E. M., ibid., pp. 69-80; id., Le père E.M., in E. Merach, La théologie du Corps Mistique, I, Lovanio 1946, pp. viI-xxxili (a pp. xxxi-111 elenco esatto delle opere e degli articoli del M.). Al Levie va il merito d'aver curato con intelligenza l'opera postuma, completandola, in qualche punto, con brani di lavori precedenti.
Antonio Pislienti
MERSENNE, Marin. - Scienziato e teologo francese, n. a Oizé (Sarthe) l'8 sett. 1588, m. a Parigi il 1° sett. 1648. Compiuti gli studi al Collegio di La Flèche, entrò nell'Ordine dei Minimi. La notorietà del suo nome è ancora oggi ingiustamente legata quasi soltanto alla sua amicizia con Descartes (v.). E da notare in proposito che, quando il M. uscì dal Collegio di La Flèche, Descartes aveva 13 anni e che molto delle sue opere principali sono anteriori al Discours de la méthode (1637). M., «le secrétaire général de l'Europe savante» del suo secolo, come scrive Haureau, è molto di più dell'« uomo di Descartes» e occupa un suo posto nella grande rivoluzione scientifica e intellettuale del sec. xvir. In rapporto con tutti i più noti scienziati e filosofi dell'epoca, scrvì di punto di collegamento, di incontro, d'intesa, spesso riuscendo a superare le rivalità personali e i dissensi, non sempre di carattere dottrinale, tra i suoi amici e corrispondenti. Da un gruppo di scienziati che riunì intorno a sé (E. Pascal, Mydorge, Hardy, Roberval, l'abate Chambon, Pailleur, Montholon) nacque l'Academia Parisiensis, primo nucleo di quella che sarà l'Académie des Sciences. Il suo ideale restò sempre di fondare un'Accademia internazionale (sotto il patronato del papa e dei

(da Harmonie Univers., Parigi 1626, I. VII, p. 17) Mersenne, Marin - Sistema di campane proposto dal M. per produzione di vocali e sillabe - Exemplare della Biblioteca Vaticana.
principi cristiani), che riunisse teologi, filosofi, giuristi, fisici, chimici, ecc. Più che alla storia della filosofia il suo nome appartiene a quella della scienza e della musica, essendo stato anche insigne musicologo.
Trattò infatti della musica antica e moderna nei suoi vari aspetti : natura del suono, arte del canto, armonia, composizione (Les préludes de l'harmonie universelle, Parigi 1634; L'harmonie universelle, contenant la théorie et la pratique de la musique, 2 voll., ivi 1636-37, dove, tra l'altro, fa sua la teoria della soggettività delle qualità sensibili). Fece ricerche sugli strumenti musicali, progettando costruzioni di organi portatili; e i suoi esperimenti sulle corde vibranti e sulle canne o tubi sonori hanno consentito di scoprire e annunziare leggi precise che per circa tre secoli sono andate sotto il suo nome.
Le Quaestiones celeberrimae in Genesim (Parigi 1623) trattano questioni di filosofia, astronomia, cosmologia, musica. In L'impiété des déistes et des plus subtils libertins découverte et réfutée par raison de philosophie et de théologie ( 2 voll., ivi 1624) confuta il «libertinaggio» intellettuale e in special modo Bruno ("cattivo autore", p. 364) e Charron (v.), e combatte ancora lo scetticismo in La vérité des sciences contre les sceptiques ou Pyrroniens (ivi 1695), dove, prima di Carrasio, fa ritorno all'evidenza immediata, dimostrando che il dubbio degli scettici si autodistrugge, in quanto chi dubita di tutto sa almeno con certezza di dubitare (p. 204). Raccoglie e riedita le principali opere dei matematici antichi nella Synoprie mathematica (ivi 1626; ristampata nel 1644 con il titolo Universae geometriae misstaeque mathematicae synopsis). Degli altri scritti vanno ricordati la traduzione della meccanica di Galilei (Les méchaniques de Galilée, ivi 1634: con il grande scienziato italiano, di cui fu ammiratore, il M. tenne attiva corrispondenza [A. Favaro, Amici e corrispondenti di Galileo, XXXVIII, Firenze 1917; P. Tannery, Correspondance de M., finora 3 voll., Parigi 1933, 1936, 1949, passim] e contribui largamente a diffonderne e farne accettare le dottrine in Francia).
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(per cortesia del p. G. Moretti)
Mersenne, Marin - Rirtatto inciso da Duflos.
Come è stato dimostrato da studi recenti (Lenoble), l'attività scientifico-teologica del M. va collocata nella "naissance du mécanisme». Tra le filosofie del sec. xvit - l'aristotelismo e il cartesianesimo - ce n'è una terza, il naturalismo del Rinascimento (Pomponazzi, Bruno, Cardano, Paracelso (v.]), che ancora si fonda sul vecchio tema magico dell'Anima del mondo, con grave danno per la religione e la scienza. Il M., come il Galilei e il Roberval, combatte magia e animismo e instaura il nuovo meccanismo (diverso da quello di Cartesio), cioè "legge la natura con la regola matematica». Infatti, in L'smpiété (p. 774 ) il M. scritte, sempre contro il Bruno, che preferiva dire "che vi sono nel mondo solo effetti contingenti e che Dio è il principio universale agente in tutte le cose e che mantiene unite le nature individuali, anziché introdurre un'anima universale ". Il M., inoltre, da sincero credente, v'innesta il motivo apologetico della giustificazione del "miracolo" il quale, appunto perché è una deroga alle leggi della natura, suppone tali leggi, senza di cui non esisterebbe; dunque, salvare la legge naturale è salvare il miracolo. Egli è convinto che la nuova fisica meccanicista sia una garanzia più sicura della legge di natura che non quella aristotelica. Così il M. porta il suo contributo alla nascita della fisica moderna o quantitativa, come descrizione della natura fenomenica secondo la regola matematica, senza pretesé di una spiegazione apodittica e senza costruirvi sopra sistemi metafisici. E, in fondo, la definizione scientifica di "fenomeno", per cui giustamente la dottrina del M. è stata detta un "empirismo critico".
Bibs.: H. de Coste, La vie du v. p. M. M., Parigi 1649 (nuova ed., con lettere inedite, a cura di B. T. de Sarroque, ivi 1932); M. Brenette, Musique et musiciens de la vieille France, ivi 1911, pp. 199-207; L. Holimut, M. M. u. s. Musiklehre, Halle 1932; G. Gabrieli, La "Correspondance * del P. M. M. ed il carteggio lineco, in Rendic. d. R. Accademia naz. dei Lincei, 13 (1937), pp. 233-42; R. Lenoble, M. ou la naissance du mécanisme, Parigi 1943 (fondamentale); id., Le père M., in Giorn. d. me. taf., 3 (1948), pp. 311-29; G. Moretti, M. M., in L'assaro. rom., 28 genn. 1949, p. 3; L. Febvre, Savants et métaphysiciens au XVIIe siècle, in Annales, 5 (1950), pp. 138-40. Michele Federico Sciacca
MERSWIN, Rulman. - Banchiere che esercitò un influsso ascetico, n. a Strasburgo nel 1307, m. ivi nel 1382 .
La predicazione di Taulero lo riempì di zelo religioso; M. si mise in relazione con gli "amici di Dio " ai quali appartenevano Enrico Susone, Enrico di Nördlingen, Margherita Ebner e Venturino da Bergamo. Nel 1377, acquistato il monastero diruto sull'isola Grünes Wörth, lo riedificò e lo diede ai Giovanniti con il nome di Altersheim; ed egli stesso vi abito.
Dopo la sua morte si trovarono scritti di M. in cui, senza nominarli, aveva trascritto brani di Taulero, Susone, Ruysbroeck e altri; M. di suo aveva aggiunto solo presunte visioni, storie di conversioni e vivi lamenti sulla malizia del suo tempo.
Come provò H. Denifle, l'«Amico dell'Oberland» è invenzione di M., il quale compose l'opera per dare peso presso i Giovanniti alle sue direttive. La teologia mistica nulla deve a M. e l'alta considerazione di cui godette presso i protestanti (p. es., J. N. Preger) fino alle ricerche di Denifle, perché da laico biasimava la gerarchia, non è giustificata. Le relazioni dell'«Amico di Dio" con l'Italia e il suo viaggio a Roma sono invenzioni.
Bibs.: Ph. Strauch, R. M. und die Gottesfreunde, in Realenreclup. für protest. Theol. a. Kirche, XVII (1006) pp. 203-27; A. Chissant, Aml de Dieu de l'Oberland, in D?9. 2 (1933), pp. 489490; W. Stammler, Prosa der deutschen Gotik (presenta da un ms. di Norimberga il trattato Die Zeichen eines wahralten Grundes, attribuito a M.); R. Egenter, Die Idee der Gottesfreundschaft im 12. Jahrh., in Aus der Gästerzelt des Mittelalters. Festschrift Grabmann, II, Monaco 1935, pp. 1021-26; E. Dehnhardt, Die Metaphorik der Mystiker Meister Echhardt und Tauler in den Schriften des R. M., diss., Marburgo 1940; K. Bihlmayer-H. Tuchle, Kirchengeschehen, 12* ed., Paderborn 1951, pp. 429-30. Ignazio Backes
MERTEL, Teodolfo. - Cardinale, n. ad Allumiere (Lazio) il 6 febbr. 1806, m. ivi il 9 luglio 1899. Laureato in giurisprudenza a Roma, s'acquistò tale nome nell'esercizio dell'avvocatura, che mons. Antonelli, allora sostituto della Segreteria di Stato, lo invitò a entrare nella magistratura, il che importava, in quel tempo, l'ingresso in uno dei collegi prelatizi della Curia romana. Il M. oppose in un primo tempo un reciso rifiuto, ma dovette arrendersi all'espresso desiderio di Gregorio XVI; fu allora nominato uditore della S. Rota e gli venne affidata la presidenza del Tribunale civile di Roma, senza che dovesse abbracciare lo stato ecclesiastico (1843).
Segretario della Commissione cardinalizia incaricata nel 1848 di redigere lo Statuto di Pio IX, fu lui, in una notte di febbrile lavoro, a formularne i 69 articoli : il testo da lui proposto venne integralmente accettato dal Papa, che non vi apportò alcuna modificazione. Trattasi infatti di un vero capolavoro di sapienza giuridica, contemporane il regime costituzionale con le prerogative inalienabili del Romano Pontefice. Mons. M. ebbe gran parte nel governo dello Stato ecclesiastico dopo il ritorno di Pio IX da Gaeta e nel 1853 fu ministro di Grazia e giustizia, per assumere più tardi il dicastero dell'Interno. Premio ai servizi resi con profonda dottrina e illuminato zelo, la porpora cardinalizia, conferitagli nel febbr. 1858. Diacono di S. Eustachio, fu l'ultimo, in ordine di tempo, dei laici innalzati al cappello cardinalizio. Infatti egli sopravvisse anche al Randi, ascritto al S. Collegio da Pio IX nel 1875, ed al Cristofori, nominato nel 1885 da Leone XIII, che furono gli ultimi in ordine di creazione (cf. S. Negro, Seconda Roma, Milano 1943, p. 152).
Ascoltato consigliere del Papa, compilò la protesta di Pio IX all'episcopato cattolico dopo il 20 sett. 1870 ed altri importanti documenti di quel turbinoso periodo. Pio IX lo nominò vice-cancelliere di S. Romana Chiesa e lo volle suo esecutore testamentario : in tale qualità, organizzò e diresse il trasporto della salma di papa Mastai a S. Lorenzo al Verano, nella drammatica notte del 13 luglio 1881 (cf. P. Vigo, Storia degli ultimi trent'anni del sec. XIX, III, Milano 1909, pp. 270-75). Tenuto in grande considerazione anche da Leone XIII, diresse per lunghi
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anni la Cancelleria apostolica c fu il più autorevole canonista della Curia, come fan fede le lucide Decisiones da lui compilate e che vennero largamente utilizzate per la redazione del Codice di diritto canonico, gloria del card. P. Gasparri, che del M. era stato cappellano, segretario e confidente. Insigne umanista, si debbono al M., oltre a ponderose opere giuridiche, notevoli composizioni letterarie, in prosa e in versi, dettate in un fluido latino, nonché una vasta e documentata narrazione storica della regione di Tolfa, rimasta inedita.
BibL.: D. Klitsche de la Grange-Annesi, Un ministro di Pro IX: il card. T. M., in Roma, luglio 1941.
Renzo U. Montini
MERU, prefettura apostolica di. - E situata nella parte centrale del Kenya, a nord-est del Monte Kenya, ed è affidata all'Istituto Missioni Consolata (v.). Fu eretta il 10 marzo 1926 con territorio distaccato dal vicariato apostolico di Nyeri (v.). Comprende il distretto di M. e parte del distretto di Embu. Le prime due stazioni missionarie (Imenti ed Egoji) furono fondate nel 1911.
Dal 1920, dopo che tutti i missionari italiani della prefettura furono internati, essa ebbe un vicario delegato coadiuvato da 5 padri e i fratello laico, olandesi della Congregazione dello Spirito Santo. Nel 1944 ritornarono i missionari della Consolata, rimanendo sotto la direzione del vicario delegato fino alla nomina dell'attuale amministratore apostolico, che è il vicario apostolico di Nyeri. Secondo le ultime statistiche (1950), la prefettura ha una superfice di ca. 9000 kmq., 320.000 ab., 13.546 cattolici, di cui 13.501 indigeni e 45 esteri, 3040 satecumeni, 20.500 protestanti, 830 mannettani, ca. 282.000 pagani, 22 sacerdoti esteri, 7 fratelli laici esteri, 39 suore estere, 72 catechisti, 177 maestri e 10 maestre; 11 stazioni principali e 1 secondaria; 11 chiese e 1 cappella; I ospedale, 9 dispensari; 102 scuole elementari, 4 medie, 2 professionali, 1 normale. Vi sono associazioni di Azione Cattolica. Nel 1950 si sono avuti 920 Battesimi di adulti.
BibL.: AAS, 18 (1926), p. 374 ; MC, 1930, pp. 176-77; A cablolic directory of East Africa, Mombasa 1930, pp. 19-21; Arch. S. Congr. de Prop. Fide, pos. prot. n. 3182/30.
Carlo Corvo
MERULO (Merlotti), Claudio. - Musicista, n. a Correggio l'8 apr. 1533, m. a Parma il 4 maggio 1604. Il 2 luglio 1557 fu nominato secondo organista di S. Marco a Venezia, dopo essere stato organista a Brescia. Nel 1566 successe ad A. Padovano quale primo organista; nel 1586 passò a Parma organista alla corte di Ranuccio Farnese e nella chiesa della Steccata.
Compositore della ricca armonia, le sue opere, specie i madrigali, sono creazioni d'incomparabile bellezza, mentre la muzica strumentale tocca vertici mai raggiunti dai predecessori per la fusione del tematico e del coloristico. I 5 voll. di Madrigali a 3, 4, 5 voci furono stampati a Venezia nel 1566, 68, 79, So e 1604 ; cosi i 2 voll. di Messe (ivi 1573, 1609); e i 6 voll. di Mottetti e Sacrae cantiones (ivi 1578,84,95,94,95 e 1605 ).
BibL.: A. Catelani, Memorie della vita di C. M., Milano 1839; Q. Bizi, Di C. M., Parma 1861; L. Ronga, in Gerolamo Prevobaldi, Torino 1930, pp. 24-27.
Silverio Mattei
MERZ, IVAN. - Valido promotore della Azio