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simi si renda conto esatto all'Ordinario del luogo o al superiore maggiore (cann. 1548, 1549 e cf. can. 1550 ).

Tutte e singole le M. fondate devono essere celebrate e applicate sotto pena di peccato mortale. E pure obbligatorio

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eseguire tutte le condizioni prescritte : di qualità, di luogo, di tempo; cosi che pecca gravemente chi, senza motivo, sovente (cioè più che due volte al mese) trascura circostanze prescritte per grave motivo.
2. Commutazione. - Spetta alla Sede Apostolica commutare o diminuire gli oneri delle fondazioni pie sezetto che il fondatore abbia lasciato tale facoltà anche all'Ordinario (can. 1517 S 1). E pero probabile che l'Ordinario possa, per giusto motivo, permettere temporaneamente che la M. sia celebrata ad altra ora o in altro luogo,
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Messa - M. di s. Gregoria. Particolare del paliotto in marmo, opera di Luigi da Milano (1470) - Roma, chiesa di S. Gregorio al Celio.
gionni consecutivi... senza omettere un sol giorno". Il 30° giorno il defunto monaco apparve al fratello Copioso, monaco nello stesso monastero, annunziando: «finora ho sofferto, ora però sto bene».

Il monastero di Cluny conservò tra le sue consue tudini questa pia pratica delle 30 M . che si diffuse tra il popolo con la convinzione che il Signore avesse concesso, per la sua misericordia, il beneficio di liberare dalle pene del Purgatorio l'anima per cui fossero celebrate. La Chiesa approvò la pia consuetudine, pur condannando deviazioni o false interpretazioni. Con Benedetto XIV (Inst. ecel., XXXIV, n. 22) la Chiesa proibì che si desse nome di M. gregoriane ad un numero di 30 M . celebrate non consecutivamente, ma con intervallo di tempo.

Il S. Uffizio (17 marzo 1934) riprovò la pratica, diffusasi in Polonia, e precisamente nella diocesi Presmiliense, con cui si inculcava che la celebrazione di 44 M ., applicateperuna persona ancora vivente, dopo tre giorni dalla morte liberavano la sua anima dal Purgatorio e ciò era certo per divina Rivelazione.
2. Condizioni. - a) Le 30 M . devono essere celebrate per 30 giorni continui; b) non è necessario che si celebri la M. da Requiem nei giorni permessi dalle rubriche; c) non si richiede che siano celebrate tutte le M. da un solo sacerdote, ma anche da più; d) durante gli ultimi tre giorni della Settimana Santa, la serie non viene interrotta ma, continuando dopo, non si perde il privilegio; e) se viene interrotta la serie colpevolmente bisogna ripetere di nuovo, perché rimane l'obbligo; f) se la serie viene interrotta senza colpa per un impedimento legittimo, secondo alcuni occorrerebbe ricominciare di nuovo; secondo altri, se l'elemosina equivale a quella delle M. manuali, allora rimane l'obbligo di giustizia di completare il numero di 30 M . e l'obbligo di fedeltà di ricominciare da principio; se l'elemosina è superiore a quella delle M. manuali, nel caso di interruzione incolpevole bisogna o ricominciare nuovamente o restituire le somma intera all'offerente, salvo condonazione e riduzione da parte del medesimo. Secondo una terza sentenza, più comune, nell'interruzione incolpevole basta aggiungere le M. non celebrate, consigliando il sacerdote a celebrare una delle M. nell'altare privilegiato o di applicarvi una indulgenza plenaria. Praticamente, per togliere ogni dubbio, basta porre l'intenzione di tutta la serie gregoriana all'inizio, notando che, se per dimenticanza si dovesse fare altra intenzione, quella della gregoriana prevalga.

Da osservare inoltre che la S. Congregazione delle Indulgenze ( 15 marzo 1884) dichiarò pia ed approvata nella Chiesa la fiducia dei fedeli di ritenere che ogni S. M., celebrata all'altare di s. Gregorio nella sua chiesa al Celio di Roma, valga a liberare un'anima dalle pene del Purgatorio.
BIRL.: C. Gennari, Questioni teologico-morali, 2* ed., Roma 1907, n. 417: A. Schmitt, Zusammenlegen von Messintentionen u. Unterbrechung der "Gregorianischen Messen", in Theol. prakt. QuartaL, 79 (1926), pp. 349-52; M. Frasyman, De tricenario Gregoriano, in Coll. Gand., 33 (1950), pp. 26-30. Giuseppe Sima
XI. M. manuali. - Sono quelle le cui ele-
mosine sono offerte, come per mano, dai fedeli, sia

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per la propria devozione, sia per soddisfare a obblighi anche perpetui imposti dal testatore ai propri eredi (can. 826 § 1).

Analoghe alle manuali sono le M. cosiddette quasi-manuali (ad instar manualium); cioè le M. fondate che non possono essere applicate nel luogo assegnato o da coloro che devono applicarle secondo le tavole di fondazione, e che perciò di diritto o per indulto della S. Sede possono essere trasmesse ad altri sacerdoti perché le celebrino (can. 826 § 2).

Riguardoalle M. manuali o quasimanuali, il CIC stabilisce quanto segue: 1) nessuno può accettare oneri di M., da celebrare personalmente, in numero maggiore di quanto ne possa celebrare entro l'anno (can. 835); 2) senza dubbio il superiore di casa religiosa può accettare tanti oneri di M. quante ne possono soddisfare entro l'anno i suoi sudditi: come pure ne può accettare in numero maggiore chi s'impegna di farle celebrare entro l'anno da altri, ancorché non sudditi suoi (cf. cann. 836, 837); 3) ché anzi ne può accettare in numero maggiore anche chi le celebra personalmente, se l'offerente sa che non possono essere celebrate tutte
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(da DACl., XI. 1, fig. 2856)
Messa - M. Pontificale. Copertura del Sacramentario di Drizione in avorio e cornice d'argento (sec. ix) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 6428.

Devonsi celebrare tante M. quante elemosine, anche esigue, furono accettate (can. 828). Cf. la proposizione 100, condannata da Alessandro VII con decreto del 24 sett. 1665 (Denz-U, 1110). Se fu offerta somma di denaro per applicazione di M. senza indicazione di numero, questo deve essere determinato secondo l'elemosina del luogo in cui dimorava l'offerente, tranne si possa legittimamente presumere in lui altra intensione (can. 830).

Le M. devono essere celebrate nel tempo fissato dall'offerente o espressamente o equivalentemente, p. es., per il felice esito di un affare che si sa avrà luogo in determinato giorno. Se il tempo non è fissato nemmeno equivalentemente, né è lasciato espressamente all'arbitrio del sacerdote, le M. devono essere celebrate entro breve tempo, a seconda del maggiore o minor numero delle M. Al qual proposito si pud usare nel calcolo le seguente formula: mathrm{N}-mathrm{N}+(mathrm{N}: 2) · 30; cioè X = tempo utile per la celebrazione delle M.; N = numero delle M. Quindi se le M. da celebrare sono 40 , la formula si esprime cosi: X=40+20 ≥ 30= 90. Dunque 40 M . possono essere celebrate in 90 giorni. Se finalmente l'offerente espressamente lasciò al sacerdote libertà di determinare il tempo della celebrazione, questi potrà celebrarle quando vorrà, purché le celebri entro l'anno, computato dal giorno del preso impegno (can. 834). Le M. quasi-manuali però devono essere celebrate entro il 31 dic. di ogni anno (can. 841 § 2). Oltre il tempo, il sacerdote celebrante deve osservare anche le circostanze della celebrazione che l'oblatore, nel consegnare o promettere l'elemosina, ha espressamente dichiarato e il sacerdote anche solo tacitamente ha accettato (can. 833). Per il rapporto giuridico fra l'offerente e il sacerdote, v. elemosina, iti.

Bibl.: s. Alfonso, Theologia moralis, I. VI, n. 337; ed. L. Gaudé, III, Roma 1909, p. 326; N. Th. Miller, Founded Musser according to the Code of Canon Law, Washington 1926; L. Angelo, Legislación de la Iglesia sobre la intrusión de la S. Misa, ivi 1931; A. Piscetta-A. Gennaro, Elementa theologiae moralis, V, Torino 1928, nn. 392-407; Werna-Vidal, IV, nn. 76, 82; F. M. Cappello, Tractatus canonico-moralis de Sacramentis, I, 3° ed., Torino 1947, n. 644.

Andres Gennaro
III. La M. nella liturgia di Rito latino.

Sommario: I. Gli elementi fondamentali. - II. La M. romana nel secc. I-IV. - III. La M. latina africana nel secc. III-V. IV. La M. romana nel secc. IV e v. - V. Nel secc. VI e vir. - VI. Dal sec. VII al sec. XII. - VII. Dal sec. XII al sec. xv. - VIII. Dalla riforma di Pio V ai nostri tempi: - IX. La M. fuori Roma : ambrosiana, moscabatica, coltica, gallicana. - X. Vismendatura, classifiche e divisioni della M.
I. Gli elementi fondamentali. - La M. trae la sua origine dall'istituzione del Signore, fatta nel-

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l'Ultima Cena, secondo la quale i riti fondamentali sono tre : i) l'Offerta del pane e del vino; 2) la Consacrazione, preceduta da una preghiera di ringraziamento; 3) la Comunione.

Nei primi tempi questi riti si compivano successivamente, prona quelli del pane, poi quelli del vino, indi la Consacrazione e la Comunione del pane eucaristico, seguita a distanza da quella del calice. Sull'esempio di Cristo anche la preghiera di ringraziamento e la Consacrazione si facevano prima sul pane, e poi sul vino; fra le due si faceva il pasto, come appare da s. Paolo (I Cor. 10, 16; 11, 23-25). Quando poi la cena comune venne separata dalla celebrazione cucaristica, le due preghiere di ringraziamento si unirono in una sola, con la duplice consacrazione cui seguiva la duplice Comunione.

La distinzione fatta da H. Lietzmann, fra il tipo gerosolunitano e quello paolino, per cui il primo è un semplice pasto (" frazione del pane ") ad imitazione dei pasti amichevoli (choburoth, da choburoh, chaber = amico) e il secondo, con l'uso del vino, commemorerebbe l'Ultima Cena, la Passione e la Morte del Signore, non è fondata. Tanto i Vangeli quanto s. Paolo riferiscono la Consacrazione delle due specie all'Ultima Cena e suppongono (Mt. e Mc.) ad ordinano (Lc. e Paolo) la loro rinnovazione.

La preghiera di ringraziamento, non ancora fissata in scritto, si faceva liberamente dal celebrante seguendo formulari usati dai Giudei nel ringraziamento dopo il pasto; ma al tipo delle eucologie giudache (celebranti i benefici di Dio nella creazione del mondo e nella storia del popolo giudicico) si aggiungeva un tipo cristologico di ringraziamento per la redenzione operata da Cristo (cf. le orazioni della Didaché). Alla Consacrazione si recitava il racconto dell'istituzione eucaristica e le azioni del celebrante erano ad imitazione di quelle di Cristo. Le formole che si trovano in tutte le liturgie antiche si mostrano quasi indipendenti dalle relazioni bibliche, il che significa che risalgono ad un uso già esistente, quando i Vangeli furono scritti, e prima della lettera di s. Paolo ai Corinti. Poi, secondo le leggi della simmetria (nelle azioni e nelle parole) e dell'influsso biblico, variarono e vi si aggiunsero riflessioni teologiche. In Mt. e Mc. non si trova il mandato della rinnovazione, ma lo si suppone, perché la narrazione stessa mostra l'influsso dell'uso liturgico, data la disposizione simmetrica delle azioni di Cristo. In conformità all'ammonimento del Signore, si faceva seguire una anamnesi o commemorazione della Passione, Morte, Risurrezione ed Ascensione di Cristo.

Oltre a questa azione eucaristica si trovano nel culto dei primi cristiani la predicazione, la lettura ed altre preghiere e inni, parti puramente didattiche. Si volle spiegare questo con l'imitazione dell'uso sinagogale di leggere il sabato i libri sacri (Legge e Profeti); uso che sarebbe continuato anche quando la partecipazione ai sacrifici del Tempio fu del tutto sostituita dall'Eucaristia (Duchesne). Ma questa teoria di un doppio culto : eucaristico e non eucaristico o sinagogale, non sembra accettabile. Tutto il culto cristiano è unico. Secondo l'esempio di s. Paolo, a Troade alla Cena eucaristica si premette la predicazione (Act. 20, 7-11); nelle Lettere Apostoliche si presuppone la lettura nelle assemblee (Col. 4. 16; II Pt. 3, 16); s. Paolo (I Tim. 2, 1-3) accenna a «suppliche, orazioni, voti, ringraziamenti per tutti gli uomini», elementi che ricorrono poi nell'orazione dei fedeli. Di inni si ha pure notizia nelle lettere di s. Paolo, e specialmente nell' A p o ralitae. La distinzione fra culto eucaristico e culto meramente didattico non ha quindi fondamento. La M. didattica, quale sarà descritta da Giustino martire, non è il risultato di una evoluzione, ma si trova in germe già nei tempi apostolici.
II. La M. romana nei secc. i-iv. - Le prime tracce della liturgia romana si trovano nella prima lettera di papa Clemente ai Corinti, del 96 (40, 1-3; 41, 1-4; 44, 4-5), dove egli parla di un rito sacrificale, eseguito dai vescovi e dai preti (《offrire i doni») e cita alcuni testi della M., non come riproduzione di una formola fissa ma come un bel saggio di quella preghiera improvvisata
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jós E. A. Lees, The Bobbio Mind, Londra 1681 Messa - Inizio del Canone nel Messole di Bobbio (sec. viII). Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 13246, f. 11v.
propria della riunione eucaristica (Duchesne) o didattica (Baumstark) cioè : a) dell'oratio fidelium (59-60); b) della preghiera eucaristica (in doppio: 20, 1-12; 33, 2-6 e 59, 2-3); c) del trisagio (34, 5-7); d) della solenne conclusione della preghiera eucaristica con la risposta del popolo Amen (20, 12 e 61, 3). Non si riportano le parole dell'istituzione e della consacrazione, ma in loro luogo si fa cenno ad un'altra specie di preghiere litaniche (59, 4).

Cinquanta anni dopo (nel 150), nella sua Apologia (capp. 65,66,67 ) per i cristiani ad Antonino Pio imperatore e nel Dialogo con Trifone (41, 70, 117), s. Giustino dà la prima descrizione della M. romana, nella quale distingue due parti : quella didattica e quella sacrificale; nella prima si leggevano le sacre scritture degli Apostoli e dei profeti « finché c'è tempo» (Apologia, 67, 3); seguiva l'omelia del vescovo (67, 4). Si suppone la dimissione dei catecumeni, perché alla preghiera seguente erano presenti i soli battezzati. La preghiera dei fedeli, a pro di tutte le classi di persone ( 65,1 ; 67,5 ), si chiudeva col bacio di pace ( 65,2 ). La parte sacrificale cominciava con l'Offerta del pane e del vino fatta dal vescovo ( 65,3 ; 67,3 ), seguiva la preghiera eucaristica o anafora, recitata dal vescovo «esprimendo lode e gloria al Padre in nome del Figlio e dello Spirito Santo" (65, 3); e non ancora interrotta da un canto del popolo, il Sanctus.

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## La parte centrale è la memoria della Passione del Signore, con la recita dell'istituzione e con la Consacrazione (66, 2-3; Dial., 41), che in Giustino è accompagnata anche con l'epiclesi, invocazione del Logos sugli elementi da consacrargli. Il popolo conclude dicendo: Amen ( 6_{2}, 5; 67,5). Accenna poi alla frazione del pane eucaristico ed alla S. Comunione, che si distribuiva sotto le due specie ed agli assenti era recata dai diaconi (65,5 ; 67,5).

Il terzo teste è s. Ippolito nella sua Tradizione apostolica (del 218 o 220), dove si ha la descrizione più completa e particolareggiata della M., perché contiene anche un testo della preghiera eucaristica presentato come modello. Ippolito non tratta della parte didattica della M., che può omettersi in certe occasioni, come nel Battesimo, nella consacrazione dei vescovi e simili, ma la suppone, perché aveva già trattato dell'ufficio del lettore e descritta la sua ordinazione. Seguiva l'oratio fidelium e il bacio di pace. Tutta questa parte didattica si faceva come al tempo di s. Giustino. Anche la seconda parte viene esposta come da s. Giustino, ma con alcuni particolari; all'Offerrorio, i fedeli portano all'altare le loro oblazioni. In Ippolito si trova il primo esemplare di anafora; in particolare Dominus vobiscum, Sursum corda, Gratias agamus. L'anafora, ch'era ancora lasciata alla ispirazione del celebrante, si compone: a) di un ringraziamento in senso cristologico (manca l'elemento teologico ed anche il trisagio); b) del racconto dell'istituzione (il testo della Consacrazione è abbastanza arcaico e semplice); c) dell'anamnesi; d) dell'epiclesi. Seguono la frazione del pane (come in s. Giustino, senza il Pater noster) e la S. Comunione sotto le due specie. Non c'è congedo, né orazione speciale di ringraziamento, e si conchiude: Jutinet unusquisque operam bonam facere. La M. si dice in lingua greca. I diaconi sono coadiuvati dai suddiaconi, menzionati qui per la prima volta.
III. La M. latina africana nei secc. ili-v. Quando a Roma la liturgia si celebrava ancora in greco, la Chiesa africana sin dai suoi inizi si serviva della lingua latina, come attestano Tertulliano (197-222) e s. Cipriano (249-58). Nella parte didattica si trovano le letture della S. Scrittura (Cipriano, Ep., 38, 2; 39, 4-5) intercalate con canti di salmi (Tertulliano, Ad ux., 2, 9); dopo il Vangelo ha luogo di regola l'omelia (Cipriano, De mortal., i); poi il congedo dei catecumeni e penitenti. All'oratio fidelium si leggevano nei dittici (v.) i nomi di coloro che offrivano le oblazioni; si finiva con il bacio di pace, omesso soltanto al Venerdì Santo (Tertulliano, De orat., 18; Ad ux., 2, 4). I fedeli portavano pane e vino per il sacrificio. Al vino si aggiungeva nel calice un po' d'acqua (Cipriano, Ep., 63, 13). La preghiera eucaristica s'inizia con i versetti Sursum... Habemus..., detti Prefazio (Cipriano, De orat., 31). S. Cipriano (Ep., 63, 9. 10.17) riporta le parole dell'istituzione, della Consacrazione e della commemorazione della Passione. Seguono la frazione del pane consacrato ed il Pater noster, qui per la prima volta menzionato da Cipriano (De orat., 2) e da Tertulliano (De orat., 3-4). La S. Eucaristia sotto la specie del pane era distribuita dal celebrante e deposta sulla mano dei fedeli; il calice era presentato dai diaconi. L'Eucaristia era anche portata dai fedeli alle loro case e conservata in apposito cofanetto.

Queste indicazioni sono poi completate dagli scritti di s. Agostino (m. 430). Vi si trovano: un solenne ingresso del vescovo (senza canto); il suo saluto Pax vobis (non seguito da alcuna orazione); subito dopo la triplice lettura del Vecchio Testamento, degli Atti o delle Lettere Apostoliche, del Vangelo, intercalata dal canto dei salmi; il congedo dei catecumeni, di solito l'orazione dei fedeli (coi dittici); ma il bacio di pace segue il Pater noster. Ai tempi d'Agostino all'Offeritorio s'introduce un canto (Retract., 2, 37), ed egli cita le parole d'acclamazione Diguum et iustum est. Un'altra novità: dopo la frazione del pane consacrato e la recita del Pater noster viene il bacio di pace seguito da una benedizione al popolo prima della Comunione (Ep., 149, 2, 16: Serm., fragm. 3 contra Pelag.). Come all'Offeritorio, anche alla Comunione si canta un salmo (il 55). L'Eucaristia si dà sotto la formola: Accipite et edite corpus Christi... Accipite et potate sanguinem Christi o più in breve : Corpus Christi - Sanguis Christi, alla quale i fedeli rispondono: Amen (Serm. ined., 3, 3: PL 46, 827; Serm., 272 : PL 38, 1274). Si conclude con un ringraziamento (gratiarum actio cuncta concludit, Ep., 149, 2. 16), del quale si ignorano i particolari del contenuto e il testo.
IV. La M. romana nei secc. iv e v. - Al tempo d'Ippolito la M. romana era ancora in lingua greca. Ma ben presto prevalse la lingua latina. Mario Vittorino cita ancora, nel 360 , un passo di una preghiera d'oblezione greco-romana. Fra il 374 e il 380 l'autore delle Quaestiones Veteris et Novi Testamenti (109, 20) accenna all'uso del latino nel culto. Però già prima alla lettura sacra, in greco, seguiva la traduzione in latino. Un passo avanti si fece con la traduzione anche della preghiera eucaristica (Canone). Contemporaneamente, nel testo di questa, furono introdotte alcune mutazioni. Cominciando con il Prefazio, interrotto dal Sanctus, il Canone proseguiva con il Te igitur, a cui si aggiungeva Quam oblationem e Qui pridie. Prima di Innocenzo I (401-17) furono introdotte le preghiere d'intercessione del Memento con la lettura dei nomi (i dittici); nel corso del sec. v si aggiunsero le altre: Communicantes, Hanc igitur (solo nelle M. speciali), Nobis quoque, orazioni che appartengono già all'antichissima forma del nostro Canone, forse dal tempo di Gelasio I (492-96). L'intero Canone mostra in ogni parte lo stesso stile (parallelismo dei membri, una certa predilezione per l'uso del numero tre, tendenza alla ricchezza dell'espressione nell'uso del numero dispari (cf. A. Baumstark, Antik-römischer Gebetsstilim Messkanon, in Miscellanea Mohlberg, I, Roma 1948, pp. 300-31). L'antichissima forma del Canone latino si trova nell'opuscolo attribuito a s. Ambrogio De sacramentis (l. IV, cap. 5). Non è chiaro se Milano ha preso il Canone da Roma

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o viceversa, ma il Canone latino fu elaborato a Roma.

Con la traduzione e la formazione del Canone fisso, si stabilirono anche le altre preghiere del celebrante. Mentre il Canone non varia più, il Prefazio varia secondo il tempo dell'anno ecclesiastico, che da quest'epoca comincia ad influire sulle orazioni e letture della M. La struttura della M. riceve altre aggiunte : prima delle letture vien recitata un'orazione; all'Offertorio segue la Super oblata, antecedente al Canone; la Comunione si chiude con la preghiera il Postcomnuinio. All'inizio e, fino a Gregorio I, alla prima orazione se ne aggiungeva un'altra, della quale non si sa ancora precisamente la collocazione: era l'orazione dopo la lettura del Vangelo (post Evangelium) o quella prima dell'Offertorio sul tipo dell'orazione milanese Super siudunem. Inoltre all'orazione Post Communionem se ne aggiunse una seconda, chiamata Super populum, che veniva benedetto prima di esser congedato.

Dai secc. Iv e v la disposizione delle orazioni nella M. era: due collette, prima e dopo la letture; un'orazione Super oblata; il Prefatio col Canone, il Postcomnuinio e l'orazione Super populum (schema leoniano e gelasiano =3-mathrm{VD}= prefazio e Canone] - 2). S. Gregorio abbrevia e abolisce la seconda collectu o orazione delle letture e riserva la Super populum soltanto ai giorni di Quaresima (schema gregoriano : 2 -VD-1). Il celebrante può formulare le preghiere, ma le formole ben fatte vengono raccolte in un libro dell'archivio.

Un'altra novità: fino al tempo di Felice II [III] (483-92) le preghiere dell'intercessione erano recitate dopo le letture, cioè prima della M. dei fedeli; ma da questo tempo spostace l'Oratio fidelium e appare prima della lettura una parte introduttiva in forma di litania: il Kyrie seguito dall'orazione della colletta. Verosimilmente questa novità avvenne sotto Gelasio I (492-96), successore di Felice. Da questo tempo appaiono anche le preghiere d'intercessione nel Canone: Memento, Communicantes, Nobis quoque. Forse c'è una relazione fra queste due novità e si attribuisce a Gelasio l'obolizione dell'Oratio fidelium, l'introduzione del Kyrie e delle orazioni prima e dopo le letture, nonché le preghiere d'intercessione nel Canone. In questo tempo si trovano le prime raccolte dei libri liturgici (v.).

Il rito della M. alla fine del sec. v si svolge pertanto in questo modo: s'inizia con la litania del Kyrie, seguono le orazioni (premesso il saluto del celebrante), una prima della lettura, l'altra dopo; fra le letture si canta il Graduale e l'Alleluja. Ci sono ancora, prima del Vangelo, due lezioni del Vecchio e Nuovo Testamento (Apostolus), viene terzo il Vangelo; dopo il quale si ha la seconda orazione (post Evangelium), poi abolita; resta il Dominus vobiscum con l'Oremus. Dopo il Vangelo o dopo l'omelia i fedeli portano le loro offerte all'altare; non si recita più l'Oratio fidelium (sostituita dal Kyrie). Alla fine delle offerte, il celebrante recita l'orazione Super oblata (ancora ad alta voce); nessun canto durante le offerte.

Seguono in questo ordine: il Canone, la frazione dell'Ostia, il Pater noster ed il bacio di pace. Quest'ultimo, che si aveva alla fine dell'Oratio fidelium, viene spostato dopo la soppressione di questa. Alla fine della Comunione si dice il Postcommunio e l'orazione Super populum. Il congedo si intima con l'Ite, missa est.
V. Nei secc. vi e viI. - La M. assumeva grande solennità dalla presenza del papa. Al suo ingresso si cantava l'Introito, un canto antifonale, forse già introdotto al tempo di Celestino I nel 431. Un altro canto si faceva all'Offertorio, cioè durante le offerte dei fedeli e similmente alla Comunione del popolo; tutti questi canti venivano eseguiti dalla Sebola cantorum, la quale eseguiva anche il Graduale, prima del canto a solo. Il canto del Gloria in excelsis vien portato dall'Ufficio mattinale alla M., prima a Natale, poi anche nelle altre feste, ma è riservato al pontefice.

In questo secolo si fanno alcune mutazioni nel rito o nelle orazioni, attribuite a s. Gregorio I. Le quotidiane acclamazioni del Kyrie vengono abbreviate, si aggiunge
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(fot. Alinari)
Messa - M. di s. Apollonia. Dipinto del Romanino (sec. xv1). Brescia, chiesa di S. Maria Calchera.
il Christe eleison. Gregorio I sopprime l'orazione dopo le letture; riserba la Super populum, per i giorni di Quaresima; riforma l'Hanc igitur, aggiungendo diesque nostros. Mutazione importante è la trasposizione del Pater noster, subito dopo il Canone prima della frazione dell'Ostia. Alla frazione dell'Ostia si canta l'Agnus Dei fin dal tempo di papa Sergio (m. nel 701). Vengono codificati orazioni, canti e riti, e così la M. romana latina solenne riceve la forma più o meno definitiva, quale appare nei diversi libri liturgici.
VI. Dal sec. viII al sec. xII. - La liturgia romana cominciò a diffondersi anche l'oltre l'Italia a cominciare con il sec. v-vi. Infatti, per la Spagna il vescovo Profuturo desiderò il Canone romano (nel 538), ed il Sinodo di Braga nel can. 4 (nel 563) ordinò l'assimilazione della liturgia spagnola a quella romana. In Inghilterra, con la missione di Agostino ordinata da Gregorio I, s'introduce anche la liturgia romana. Nelle Gallie la riforma, instaurata da Pipino, e continuata da Carlomagno, allo scopo di sostituire la M. gallicana con quella romana, nel decorso degli anni, influil a sua volta sul rito e le orazioni della stessa M. romana.

Nelle regioni della M. gallicana c'era una predilezione ad eseguire i riti in forma più drammatica: essi crebbero perciò in numero e grandiosità. L'incensazione, usata nella M. romana soltanto all'ingresso del pontefice, vien praticata anche all'inizio dell'Offertorio: l'altare viene incensato dalle quattro parti e vengono incensate anche le oblate. Si aggiunse anche l'incensazione dell'altare subito dopo l'ingresso, prima del Gloria o del Dominus vobiscum (Pax vobis). L'incenso è portato pro.cessionalmente per l'annuncio del Vangelo, come un trionfo del Signore stesso; il libro viene incensato ed anche il celebrante, gli accoliti, il popolo. L'incenso al popolo fu riserbato soltanto dopo l'incensazione delle oblate per indicare che con le offerte vengono inclusi nel Sacrificio anche gli offerenti. Prima dell'annuncio del Vangelo, il discono saluta il popolo, come il celebrante, ed all'annuncio il popolo risponde con Gloria tibi, Domine. S'introduce il rito dell'Orate fratres prima dell'inizio del Canone.

Anche le orazioni aumentano. All'orazione unica della

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festa se ne aggiungono altre, ma non oltre il numero di sette. Come nel rito gallicano (cf. rito africano del tempo di Agistino), si dànno le benedizioni solenni del pontefice dopo il Pater noster prima della s. Comunione.

Nella Gallia si incontrano per la prima volta i segni di Croce nel Canone. Il rito antico della benedizione era l'imposizione delle mani; in Gallia invece si usò il segno di Croce, che si riscontra in sette punti del Canone: a) nel Te igitur, alle parole haec domi, haec munera, haec sancta sacrificia; sono i primi segni e i più antichi (già nel Gelasianum antico del sec. viII [cod. Vat. 718], si aggiunge un segno anche prima, al benedicat); poi dai secc. viII-IX vengono: b) nel Quam oblationem (cinque segni, come oggi; c) nel Qui pridie e Simili modo (racconto dell'istituzione); d) nell' Unde et menores; e) nel Supplices; f) nel Per quem (questi sei gruppi si trovano nei codici più antichi dei secc. viII-IX e ad essi si accenna nell'Ordo Romanus II, 10). Alla fine del sec. x essi appaiono nel gruppo g) dal Per ipsum al Pax domini per l'immistione delle particelle. Si fanno questi segni di Croce per quattro scopi : a) per rafforzare l'idea della benedizione o santificazione, b) per porre in rilievo determinate parole sacre, c) per un antico gesto retorico d'indicazione, d) per un gesto di oblazione. Si ha una certa predilezione per i numeri dispari ( 3 o 5 ).

Dalla Francia, a cominciare dal sec. IX, si inserirono nelle melodie dell'Ordinario e ai testi della M. i vari tropi e versetti : a) all'Ordinario del Kyrie, Gloria, Sanctus, Agnus Dei, Ite (mai al Credo), b) al proprio delle M. de tempore e dei santi, cioè all'Introito, Graduale, Offertorio, Comunione; talvolta anche all'Epistola, di rado al Vangelo. Similmente si cantavano all'Alleluja le cosiddette sequenze. Tutti questi canti fiorirono fino al sec. xili ma furono conservate nell'uso soltanto 5 sequenze : di Pasqua (Victimae), di Pentecoste (Veni), del Corpus Domini (Lauda Sion), dell'Addolorata (Stabat) e dei defunti (Dies irae).

Oltre a questo il celebrante recitava privatamente orazioni, chiamate Apologie; per la preparazione al Sacrificio, nell'assumere i sacri paramenti, durante il canto del Graduale, il celebrante recita con il discono un'orazione per l'annuncio del Vangelo; man mano che diminuisce l'offerta dei fedeli, aumentano il rito e le orazioni della preparazione degli elementi : orazioni speciali per l'Offerta del pane, del calice, ecc. Così si forma il nuovo rito, dell'Offer torio. Il celebrante si prepara con orazioni speciali alla S. Comunione. Tipica di queste apologie è la coscienza della propria colpevolezza. Mentre la Chiesa antica pregava con le mani aperte ed alzate, come oggidì nelle orazioni della M. e nel Canone, le apologie si recitavano a mani giunte (gesto derivato dall'omaggio del vassallo germanico che metteva le sue mani giunte in quelle del signore).

Nei secc. viII-xI si formarono queste quattro parti della M. : 1) per l'ingresso : le orazioni preparatorie della vestizione, orazioni speciali all'accesso all'altare (Judica e Confiteor); 2) per l'Offertrrio : le orazioni per l'Offerta del pane e del calice; vien in uso il Lavabo dopo l'incensazione; 3) per la Comunione: il canto dell'Agnus Dei si protrae fino alla Comunione, perché non c'era la frazione delle Ostie. Durante questo canto, il celebrante recita per la sua preparazione le orazioni speciali. Anche il rito dell'abbuzione del calice s'inizia in questi secoli; 4) infine si aggiunge dopo l'Ite, missa est la benedizione (prima del Placeat); in sacrestia si recitano speciali orazioni alla deposizione dei vestimenti sacerdotali.

Altre mutazioni preparatesi in questi secoli : l'orazione Super oblata vien recitata in segreto, a bassa voce a cominciare dalla metà del sec. viII. La voce Secreta occorre per la prima volta nel Capitolare Ecclesiae ordinato dall'Arcicantore Giovanni e proviene dall'uso gallicano. Anche il Canone non vien più recitato ad alta voce. Il momento del sacrificio vien circondato con un solenne silenzio "Quae dum (Il Sanctus) espleverint, surgit solus pontifex et tacite intrat in canonem" (Ordo Romanus II, 10 : PL 78, 974a). Il celebrante stesso inizia questo atto con un sacro tremore; da ciò si spiega il nuovo rito dell'Orate,
fratres!; il clero recita per lui talvolta speciali orazioni e salmi (ad es., salmi graduali). Nel Memento si aggiungono le parole pro quibus tibi offerimus, per indicare che solo il sacerdote è il ministro del Sacrificio.

L'altare non sta più fra il celebrante ed il popolo, ma in fondo all'abside al posto della cattedra, di modo che il celebrante sacrifica con le spalle verso il popolo; il clero non assiste più dietro l'altare accanto alla cattedra, ma davanti come il popolo. L'altare riceve una nuova forma, in larghezza: al centro si recitano solamente le orazioni del Sacrificio stesso, quelle, fuori del Canone, si dicono alla destra o alla sinistra. In seguito anche lelettura dell'Epistola e del Vangelo si fa ai lati dell'altare.

Con l'uso del pane azzuno s'introduce l'uso di una grande Ostia per il celebrante, e delle Ostie piccole per la Comunione del popolo : la patena si impiecholisce, perché la frazione delle Ostie per la Comunione del popolo non è più necessaria e viene usata soltanto per l'Ostia del celebrante : per la Comunione del popolo, si introduce la pisside e il popolo riceve la S. Eucaristia in ginocchio.

Queste usanze vengono introdotte anche in Italia e perfino a Roma. Significativa è l'introduzione del Credo nella M. romana, fatta da Benedetto VIII su domanda dell'imperatore Enrico (1014), ma limitata, dopo, a certi giorni. In Gallia ed in Germano si cantava il Credo dopo il Vangelo già fin dalla fine del sec. viII introdotto in occasione della condanna dell'udozianismo al Concilio di Francoforte (793). A Roma si recitava il Credo soltanto nell'amministrazione del Battesimo.
VII. Dal sec. xil al sec. xv. - Per determinare la M. romana nel sec. xil e seguenti, punto di partenza è il Micrologo di Bernoldo di Costanza (v.; scritto ca. il 1089), il punto di arrivo è l'Ordo di Burcardo (m. nel 1506); in mezzo stanno il libro di papa Innocenzo III De sancta alturis mysterio del 1198, il Rationale divinorum Officiorum di Guglielmo Durando di Mende (m. nel 1296), l'Ordo Romanus XIV (ca. il 1311) del card. Stefaneschi (m. nel 1343) e l'Ordo Romumus XV di Pietro Amelio (m. nel 1401). In questo tempo si compilavano l'Ordo e il Messole (v.) per l'uso privato del Papa e della sua corte. I Frati Minori propagarono dappertutto l'uso romano «secundum consuetudineni Romanae Curiae». Si impose al celebrante le lettura privata di tutti i testi letti o cantati. Già secondo l'Ordo Ecclesiae Lateranemis del 1145 di Bernardo Priore cardinale ed il Rationale di Durando il vescovo leggeva cum ministris i testi dell' Introitus, Kyrie, Gloria, Epistola, Credo, Sanctus, Agnus Dei! L'Ordo XIV, invece, non ancora accenna all'Epistola, Graduale, Vangelo, Offertorio e Communio. L'Ordo di Burcardo contiene queste prescrizioni.

Le preghiere usate nella Gallia all'Offertrrio, ed in Italia, conosciute da manoscritti del sec. xi, non si trovano ancora in Innocenzo III, ma stanno nell'Ordo Romanus XIV, 53. L'Ordo della Cappella papale non ha ancora la grande Elevazione dopo la Consacrazione, che invece fu introdotta poco dopo e trovasi nell'Ordo Romanus XIV. La piccola Elevazione si faceva nella Cappella al Per omnia mentre l'Ordo XIV non ne parla, supponendola all'Onmis honor. Sia nell'Ordo della Cappella, sia nell'Ordo XIV si diceva Piat comnivtio. Le preghiere alla Comunione sono identiche alle nostre. L'Agnus Dei al tempo di Onorio Autun (m. fra il 1145-52, nella «Gemma animae», cap. 111) si cantava tre volte, sempre con miserere nobis ed anche sotto Innocenzo III; ma in Gallia (Durando, Rationale, 4, 52) si dice l'ultima volta, col dono nobis pacem. Nell'Ordo XIV all'Ite, missa est seguiva la benedizione papale e poi il Placeat; nessuna menzione dell'ultimo Vangelo di s. Giovanni.

L'Ordo della Cappella papale conteneva alcune altre particolarità : introduceva a Roma l'incensazione delle oblate e dell'altare all'Offertrrio; a differenza dell'uso odierno il celebrante, salito l'altare, dava la pace al discono e si lavava le mani prima di offrire il pane ed il vino.

Nel sec. XII s'introduce nelle cerimonie della M' l'elevazione dell'Ostia consacrata, facendone il punto cul-

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(dai Liber quindecim Mizsarum, Roma 1516, f. 118 v)
In alto a sinistra: KYRIE della Messa L' homme armé di G. Dufay - Biblioteca Vaticana, Cappella Sistina 49, f. 36ᵛ (inizio sec. xvI). In alto a destra: KYRIE della Messa L' homme armé di A. Brumel - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. Chig. C. VIII. 234, f. 199ᵛ (ca. 1500). In basso a sinistra: GLORIA con tropi mariani della Mizza de Beata Virgine di Josquin (Josse Desprès). In basso a destra: AGNUS DEI della Messa Simile est regnum cœlorum di Th. L. de Vitoria - Biblioteca Vaticana, Cappella Sistina 212, f. 22ᵛ.

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(la) E. A. Lane, The Bobbio Missal, Londra 1920)
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(par cortesia di mons. A. P. Fratz)
In alto a sinistra: MESSALE DI BOBBIO (sec. viII). Epistola e Vangelo della Messa di un martire - Parigi, Biblioteca naz., ms. lat. 13246, f. 169 v. In alto a destra: MESSALE DI ROBERTO DI JUMIEGES (sec. xi). Messa per gli infermi con alcune parti del canto indicato con i soli incipit, f. 207. In basso a sinistra: MESSALE DI MR. MORRIS (ca. 1320). Miniatura del Te Igitur. Elevazione dell'Ostia. Londra, propr. Mr. Morris. In basso a destra: MESSALE DI GIORGIO DI CHALLANT (1499). Inizio del Canone - Châtillon (Aosta), proprietà dei conti Passerin d' Entrèves.

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minante della M. Il primo che ne parli è Oddone di Sully, vescovo di Parigi (1196-1208). In confronto con l'Elevazione minore alla fine del Canone honor et gloria, più antica, perché contiene il gesto, non di mostrare al popolo, ma di offrire i doni a Dio, il nuovo rito è chiamato Elevazione "maggiore». Il desiderio di vedere l'Ostia diviene una delle devozioni più caratteristiche dei secc. xili-xv; talvolta tutta la M. consisteva per i fedeli nel vedere l'Ostia ("Comunione oculare»). L'Elevazione del calice, dopo la Consacrazione del vino, non si faceva allo stesso tempo, ma fu introdotta per analogia simmetrica; Durando nel Rationale ne dà la prima sicura notizia; praticata nella Cappella papale al sec. xiv, fu resa obbligatoria col Messale di Pio V (1570).

Questa Elevazione maggiore fa entrare in uso le genuflessioni nel Canone, anch'esse imposte soltanto dal Messale piano. Prima, il celebrante e i ministri si inchinavano profondamente. Lo stesso si dice dell'incensazione delle specie eucaristiche, introdotta verso la metà del sec. xir. Si aggiunse nel sec. xili (Durando) l'ultimo Vangelo di s. Giovanni.

L'Ordo romano, cioè della Cappella papale diffuso dai Minori, è stato l'ultima tappa dell'evoluzione dell'Ordinario della M. romana.

## VIII. Dalla riforma di Pio V ai nostri tempi. -

La diffusione dell'Ordinario della Cappella papale non rappresenta ancora l'unificazione dei riti, a cui si mira. Restano i riti particolari, sia delle diocesi, sia dei grandi Ordini; restavano purtroppo anche gli abusi. Per metter fine ad una quasi anarchia liturgica, il Concilio Tridentino istituì una apposita commissione; ma il compito fu poi lasciato al papa: Pio V, il 14 luglio 1570 , col pubblicare il nuovo Messale, determinò che i testi e i riti della M. romana fossero osservati in tutta la Chiesa d'Occidente, eccettuate quelle Chiese che ne possedessero uno proprio da almeno 200 anni. Nuove revisioni si ebbero sotto Clemente VIII (1604), Urbano VIII (1634) e finalmente sotto Pio X.

Elenco delle addizioni alla M. nel corso dei secoli. Ps. fudica, sec. xi-xir; Aufer a nobis (stile romano) e Oramus te (stile gallicano), sec. xir-xiit. Incensazione dell'altare all' Introito, sec. IX-xiII; più di una orazione, dal sec. xi. Sequenze : Victimae (sec. xi), Veni sanctae (sec. xi), Dies iron (sec. xili), Laudu Sion (sec. xili), Stabat (sec. xiv): a Roma accettate nel sec. xvili. Munda cor meum, sec. xi. Sequentia s. Evangelii, sec. ix (in Gallia). Gloria tibi Do-mine-Dominus vobiscum, sec. xili. Per evangelica dicta: dopo il 1570 (a Roma). Incensazione delle oblate, sec. xi. Per intercessionem, Incensum istud, Accendat, sec. xili, Ps. Laeuba (gesto già nel sec. viI), sec. xi. L'Orate fratres e il Suscipiat (come risposta) aggiunti dopo il 1200. Elevazione dell'Ostia, verso il 1200. Elevazione del calice, sec. xiv. Genufleessioni invece delle inclinazioni, verso la fine del sec. xiv. Huoc commistio, sec. ix-xiil. Confiteor, Agnus Dei, Domine non sum dignus (per la Comunione dei fedeli), sec. xili. Comunione dei fedeli sotto unica specie del pane, sec. xiv. Purificazione con vino ed acqua, sec. xiv. Benedizione del popolo, dapprima privilegio del vescovo dal sec. vir-vili (in Gallia) comincia ad essere impartita anche dal sacerdote. Il Ploceat, nel sec. xi orazione che si recitava dopo la M., è stato introdotto dal Messale piano del 1570. Bacio dell'Altare, Benedicat vos, ultimo Vangelo, Messale piano del 1570 . Le preghiere ai piedi dell'altare furono aggiunte da Leone XIII.
IX. La M. fuori Roma: ambrosiana, mozarabica, celtica, Gallicana. - Oltre il rito romanolatino e quello africano-latino esistevano quattro altre grandi famiglie liturgiche latine: l'ambrosiana (il rito romano più antico o romano-arcaico), la mozarabica (una liturgia nazionale autoctona), questi due riti ancora oggidì in uso: la celtica (un complesso vario di usi liturgici) e quella propriamente gallicana. Mentre la M. ambrosiana è più di tipo romano, le altre tre formano una famiglia quasi comune, nonostante le particolarità di ciascuna.
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(Int. Farabola)
Mess. - Processione della M. pontificale di rito ambrosiano. Milano, Duomo.

Basta quindi descrivere il rito della M. propriamente gallicana come tipo generale.

In essa si distinguono bene tre parti : introduttiva, didattica e sacrificale ( = M. fidelium). Le offerte dei fedeli (pane, vino ed altre cose) vengono portate nella sacrestia prima della M. Qui si preparano in antecedenza anche le oblate per la M. e si pongono in un vaso per essere portate all'altare dopo la litania dei fedeli; le offerte non necessarie per la M. si mettono al lato dell'altare per esser benedette alla fine del Canone, ad uso del clero e dei poveri.
I. Parte introduttiva: all'ingresso del celebrante si canta l' "antiphona ad praelegendum" ( = prima dell'esortazione), corrispondente all'Introito romano ( n ingressa ambrosiana, nella liturgia mozarabica chiamata Officium). Il diacono indice il silenzio "Silentium facitel e e il celebrante saluta il popolo "Dominus sit semper vobiscum" (a Milano come a Roma "Dominus vobiscum" o "Pax vobis"). Seguono tre canti : a) dell'« Aius * in greco e latino (Trisagion), introdotto già prima del Concilio di Vaison (529) che ordinò di cantarlo in ogni M. (nella M. romana si usa al Venerdi Santo «agios o Theos »); b) del Kyrie, eseguito all'unisono da tre fanciulli, soltanto tre volte; c) della "Prophetia», cioè del "Benedictus" (Lc. 1, 68-79), cantato da due cori. Segue la «Collectio post prophetiam» composta di una Praefatio (allocuzione ai fedeli) e della Colletta. Al posto del Trisagion, nella liturgia ambrosiana e mozarabica si dice "Gloria in excelsis" (influsso romano).
2. Segue la parte didattica: tre letture, la prima del Vecchio Testamento, la seconda delle lettere Apostoliche (dopo Pasqua si leggono anche i libri degli Atti o dell'Apocalisse; nelle feste dei santi le loro vite). Dopo queste due lezioni si canta l'inno dei tre fanciulli nella fornace (Don. 3, 51), seguito da un responsorio graduale. Con la ripetizione del Trisagion, in una processione con sette ceri, vien portato all'ambone il libro del Vangelo per la terza lezione, quella del Vangelo; segue l'omelia del vescovo. Questa prassi era osservata in Gallia meglio che

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(per cortesia del dott. B. Degenhart)
Messa - M. al campo a Hedingen ( 22 luglio 1443) nella Cronaca di Tschachtlan del 1470 - Zurigo, Biblioteca centrale, ms. A. 120.

A Roma, perché in mancanza del vescovo predicavano anche i preti, oppure i diaconi leggevano qualche brano dei Padri, usanza estesa anche alle parrocchie rurali, dal Concilio di Vaison (529). La M. dei fedeli incomincia con una preghiera litanica, intonata dal diacono, a cui il popolo risponde. Nella liturgia ambrosiana si conserva una traccia di questa preghiera alle domeniche di Quaresima, ma subito dopo l'ingressa; ed anche nel triplice Kyrie dopo il Vangelo. Si chiude la litania con l'orazione, detta "Collecta post precem", dopo la quale si congedano i penitenti e i catecumeni. Nella liturgia romana di questa litania sono rimaste le preghiere solenni del Venerdi Santo; adesso si nota un distacco dopo il "Dominus vobiscum" prima dell'Offertorio. Dopo le preghiere della litania, in solenne processione, il diacono porta all'altare le oblate, preparate in antecedenza, il pane chiuso in una cassetta turriforme, il vino in un calice, coperto da un velo prezioso. Durante la processione si canta il sonor, simile al Cherubicon bizantino; si chiude questo canto con Alleluia (chiamato nella liturgia mozarabica laudes; nella liturgia ambrosiana "Antiphona post Evangelium "). Questo rito del trasporto delle oblate va distinto dalle offerte dei fedeli, secondo il rito romano fatte nello stesso momento. Deposte sull'altare le oblate, si versa un po' d'acqua nel vino; si canta un triplice Alleluia (Laudes, Sacrificium, nella liturgia mozarabica, Offerenda in quella ambrosiana). Il sacerdote recita la preghiera del "velo" (chiamata così perché in quel momento le oblate vengono ricoperte con un gran velo), composta come tutte le altre orazioni da un Praefatio, e dalla Colletta «ante nomina" (nella liturgia ambrosiana e mozarabica preceduta da un saluto), corrispondente alla "Secreta" o "Super oblata" del rito romano. Vengono recitati, secondo i dittici (v.), i nomi dei vescovi e dei fedeli sia vivi che defunti, seguiti dalla "collectia post nomina". Tutti si dànno il bacio di pace, mentre il sacerdote recita la "Collecta post pacem ".
3. Viene la "contestatio" ("immolatio", "illatio"), preghiera eucaristica corrispondente al Prefazio del rito romano, seguita dal "Sanctus". Il "Post sanctus" è una breve formula di transizione per collegare il Praefatio ed
il Sanctus con il racconto dell'istituzione. Non si conosce il testo di questo racconto, perché spesso indicato con poche parole e recitato a memoria, a voce bassa (in contrapposto della voce alta nel rito romano), ma era simile a quello romano, in analogia con le orazioni seguenti chiamate "Post pridie" (ed anche "post secreta", dalla recitazione a voce bassa).

Dopo la dossologia finale del "post pridie" si faceva la frazione dell'Ostia accompagnata dal canto del confractorium, poi si recitava il Pater noster, conforme l'uso greco, dal celebrante e dal popolo; si premise l'orazione "Ante orationem Domini", la "post orationem dominicam", di regola più breve del romano "Libera", ma di identico contenuto. Segue il rito della "Commistio". Come preparazione alla Comunione, il vescovo impartiva una benedizione speciale; i preti usavano (nel rito celtico e ambrosiano) una formola più breve "Pax et communicatio D. N. J. C. sit semper vobiscum".

La Comunione si faceva sotto le due specie del pane e vino all'altare (in Spagna, per i fedeli fuori del coro). Gli uomini ricevevano l'Ostia sulla mano nuda, le donne, ricoperta da una pezzuola "domenicale"; il diacono presentava il calice eucaristico. Si cantava il "Trecanon", un canto composto dal salmo 33 "Gustate et videte", intercalato da Alleluia; talvolta come variante un inno "Sancti venite" (Antiphonale di Bangor: PL 72, 587). La preghiera di ringraziamento "Post Communionem", anch'essa preceduta da un praefatio, chiude la M. Le formula di congedo, nel rito gallicano, corrispondenta all'« Ite, missa est», è sconosciuta; nel Messale di Stowe (rito celtico) si dice "Missa acta est. In pace!".
X. Nomenclatura, classifiche e divisioni della M. - 1. I nomi più antichi della M. sono "Frazione del pane" (I Cor. 10, 16) o "Cena domenicale" (ibid. 11, 20). Dal 1 sec . vien in uso anche il nome di "Eucaristia", ed anche i doni stessi e le specie consacrate della M. vengono chiamati "Eucaristia" (nella Didachè, in s. Ignazio d'Antiochia, Tertulliano e s. Cipriano). In s. Cipriano e s. Agostino occorre anche la voce "Sacrificio"; negli scritti di Eteria si trova la parola "Oblazione"; s. Ambrogio usa "Azione" da "agere" = "offerte" (cf. Canon Actionis, Sacramentario gelasinno). Dai Greci, la M. si dice "Synaxis", poi "Liturgia".

La parola latina missa deriva certamente, come è accennato, da missio = dimissio, nel senso originale di dimissione, ancora oggidì in uso nella voce del congedo "Ite, missa est ". Tra questo senso originale e il significato odierno vanno distinti quattro sensi (indicati già da Eteria, Peregrinatio ad Luca sancta): a) senso etimologico di "dimissio": "ut fiat missa Ecclesiae", Eteria, cap. 23. I (ca. 70 volte); Floro, De expositione missae, cap. 92 : PL 119, 72; "Missa catechumenorum" Concilio Cartaginese IV (del 398); "Missa catechumenorum" equivalente nel senso odierno alla prima parte didattica della M., occorre in Ivo di Chartres (m. nel 1116) ; b) l'atto della dimissione congiunto con una benedizione o una orazione (il rito della dimissione o l'orazione finale) "et sic fit Missa" (Eteria, 24, 6); "Missam facere coepi" s. Ambrogio, Ep. 20, 4= dimissione dei competenti; "et missa ", "et missae sunt ", "oratione dominica fiat missae ", "et benedictione missae fiant", s. Benedetto, Reg., cap. 17; la benedizione stessa si dice "missa"; c) tutta l'azione liturgica congiunta con una benedizione o orazione finale si dice "missa" (Cassiano, De iustit., II, 13.15; III, 5.8.11, "missa nocturna, vigiliarum missa"; Concilio di Agde [506] "missae matutinae, vespertinae "); d) finalmente e in modo speciale tutta l'azione eucaristica vien chiamata "missa", perché congiunta con una benedizione. Il primo teste è Leone I (del 445), Ep. 9, 2; da questo tempo si usa dappertutto in Italia, Gallia, Africa "missa" nel senso dell'azione eucaristica; da s. Gregorio e da altri nella forma plurale "missae" o "missarum sollemnia".
2. Secondo il rito o la solennità la M. è solenne (pontificale, presbiterale) ; cantata; privata.
a) M. pontificale. - E la M. solenne officiata da un vescovo o da un sacerdote avente l'uso dei pontificali, sia per il diritto canonico (cann. 325 e 625 ; abbates regiminis

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benedicti, abbates nullius, praelati nullius), sia per concessione apostolica, secondo il rito prescritto dal Caeremoniale episcoporum (del 1600). I riti dell'