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(cann. 325 e 625 ; abbates regiminis

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benedicti, abbates nullius, praelati nullius), sia per concessione apostolica, secondo il rito prescritto dal Caeremoniale episcoporum (del 1600). I riti dell'attuale M. pontificale provengono dall'antica M. solenne papale descritta negli Ordines Romani e ne hanno conservate alcune particolarità. Il vescovo ordinario è assistito da una rappresentanza del suo clero, dal prete assistente (a cominciare dal sec. xit), dal diacono e dal suddiacono ministranti e da due diaconi assistenti; ha il privilegio dei sette ceri sull'altare (invece dei 7 accoliti della M. papale solenne), saluta al suo ingresso i "sancta", adorando il S.mo Sacramento, bacin il libro dei Vangeli a principio della M., presiede, dalla sua cattedra, l'assemblea liturgica durante la parte didattica della M. (prima dell'Offertorio), usa il Lavabo prima dell'Offertorio. L'antico uso della frazione e della Comunione compiuta alla cattedra sono riservati alla M. papale. Anticamente solo il vescovo in qualità di capo gerarchico celebrava la M. nei giorni domenicali e festivi; gli altri sacerdoti concelebravano con
lui (v. concelebrazione). Conforme a quell'uso antico, ancora oggi il diacono ed il suddiacono fanno la s. Comunione nella M. papale.

La M. solenne papale ha inoltre queste particolarità : all'ingresso precedono 7 accoliti con ceri; come negli Ordines, all'altare i tre più giovani cardinali preti salutano il papa col bacio di pace; le letture dell'Epistola e del Vangelo si fanno in lingua latina e greca; all'Offertorio si fa la pregustazione, cioè il sacrista deve pregustare due delle tre Ostie ed il vino; all'Elevazione dopo la Consacrazione, il pontefice mostra le sacre specie verso tre parti, in mezzo, a destra ed a sinistra; il papa, dopo la frazione dell'Ostia, va alla cattedra ed ivi si comunica, riserbando una parte dell'Ostia sacra e del calice consacrato per il diacono ed il suddiacono. Per la comunione del prezioso Sangue il papa usa una cannuccia metallica (fistula, calomus, pugillaris).
b) M. presbiterale. - La M. solenne, officiata dal sacerdote con diacono e suddiacono, con il canto degli officiani e del coro, con altri solenni riti dell'incenso ecc., deriva dal tipo pontificale, ed è un adattamento della M. papale degli Ordines Romani alle occasioni, quando non era presente un vescovo (v. il "Capitulare eccl. ord. ", ed. da Silva-Tarouca). Anche il De officiis ecclesiasticis di Giovanni d'Avranches (del 1065; PL 147, 32) concede tante particolarità del rito pontificale (eccettuata la cattedra) al semplice prete. Il rito si semplifica in seguito : un diacono ed un suddiacono soli, il sacerdote saluta con "Dominus vobiscum", tutto si fa all'altare (Gloria, Gratia, Credo), Lavabo dopo l'incenso. Queste semplificazioni si vedono già in un ordinario domenicano del 1256. Vi sono anche le riverenze al celebrante ed i molteplici baci nel presentare e accettare. Il celebrante recita con i ministri assistenti i testi cantati dal coro.
c) M. cantata. - Dal secondo tipo, presbiterale, deriva la M. cantata. C'era una M. usata nelle chiese presbiterali di Roma: il sacerdote con un diacono o almeno con un lettore o accolito. Quest'ultimo leggeva l'Epistola, recitava il Graduale con la risposta dei fedeli, compiva i servizi ausiliari della M. Non v'erano i canti dell'Introito,
dell'Offertorio o della Comunione da parte dei cantori. I fedeli rispondevano al saluto ed alla fine delle Orazioni e del Canone, cantavano il Sanctus. In seguito, questa M. cantata si svolse al modo della M. pontificale, ossia assumeva il rito dell'ingresso solenne con il canto dell'Introilus, prima, già al tempo di Gelasio I, quello del Kyrie e dell'Orazione, dopo anche del Gloria (Credo), Agnus Dei; il celebrante recitava da sé fin dal sec. xir la parte del canto. Questa forma della M. cantata (dal celebrante solo) era ordinaria nelle piccole parrocchie rurali, dove
non c'era un clero sufficiente. La forma della M. cantata era ordinaria anche nei conventi, detta fin dal medioevo M. conventuale. I Certosini ancora oggid hanno un diacono solo ad assistere il celebrante, un lettore che legge l'Epistola; lo stesso vale per i Cistercensi nel rito feriale. La M. conventuale nei conventi è quella del giorno, alla quale tutti i membri prendono parte. La M., corrispondente all'Ufficio del giorno, si celebra di regola dopo Terza, nei giorni feriali dopo Sesta, nei giorni di digiuno dopo Nona.

Tutti questi tre tipi di M., celebrate nelle domeniche e feste, vengono detti anche M. pubblica, perché sono destinati per la comunità. Oggi, per soddisfare all'obbligo domenicale dei fedeli, la M. pubblica non è sempre cantata o solenne, ma basta semplicemente letta.
d) M. privata. - Nel senso originale e stretto era quella che si diceva nelle case private o nei santuari dei martiri, usata sin dai primi secoli, ai tempi specialmente della persecuzione (Tertulliano, Basilio, Gregorio Naz., Agostino "qualiter poterant et ubi poterant"), nel medioevo nelle ville dei grandi possidenti o signori. Dal Concilio Tridentino vengono vietate le M. nelle case private. Da questa forma, più o meno pubblica, si distingue la M. privata (o solitaria) del celebrante solo con il suo ministro. Si celebrava per devozione sotto forma di M. votiva, specialmente per i defunti, dal sec. vir per soddisfare la pietà personale dei sacerdoti, dei monaci e per favorire la devozione dei fedeli. Dal sec. ix si prescrive la presenza di almeno due persone. Si celebrava col rito più semplice, a mezza voce ("in directum"), omettendo tutte le parti di canto; il sacerdote si vestiva all'altare. Così la M. privata divenne la M. letta o bassa (o secreta). Oggi nel rito o nelle preghiere non c'è differenza fra la M. privata o letta e quella pubblica o cantata. Anzi, la M. letta riconosciuta dal Messale di Pio V ne è quasi la forma ordinaria, perché le rubriche parlano della M. letta per aggiungervi i riti speciali della M. solenne o pontificale. Una forma più recente è la M. dialogata (recitata), che al rito non aggiunge niente, ma intensifica la partecipazione dei fedeli; i fedeli rispondono al celebrante, recitano con lui Gloria, Credo e Pater; i testi didattici dell'Epistola vengono letti, oltre che dal celebrante, da un lettore, talvolta anche quelli del Vangelo; si tace dopo il Sanctus. Altra varietà è che il popolo canti in lingua volgare testi corrispondenti al latino del celebrante.
3. Secondo il testo, si ha la M. temporale, santorale, comune, votiva. Diconsi M. del tempo i formolari composti per le feste del Signore: Natale, Resurrezione, Pentecoste, per le domeniche che precedono o seguono il Natale, la Pasqua e la Pentecoste. Un'altra serie di

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(fol. A. Santee d'Aimida) Messa - Vescovo che celebra la M. Scultura indigena - Ländana (Angola). Missioni dello Spirito Santo.

M. è quella del proprio del santi; cioè le M. dei santi che hanno propria l'una o l'altra orazione e le letture. Segue il comune dei santi, ossia le M. per gruppi di santi che non hanno un formulario proprio (Apostoli, Sommi pontefici, Martiri, Confessori, Vergini, e non Vergini). Dicest M. votiva quella che si celebra non secondo l'Ufficio del giorno o della festa, ma per un voto o per nozze, infermità, calamità o simili circostanze private o pubbliche o per onorare un santo fuori del giorno della sua festa.

Nel rito romano si usa unicamente al Venerdì Santo la M. praesanctificatorum; cioè con Specie preconsacrate ; mancando l'Offerto. rio e la Consacrazione, si riduce ad essere un rito solenne di Comunione
delle sacre specie consacrate al Giovedi Santo, preceduta dalle letture, dalle orazioni e dalla venerazione della Croce. Venuta dalla Gallia, a Roma è in uso già nel sec. IX. Nella liturgia greca era in uso prima ogni giorno della Quaresima, eccetto le domeniche, poi due volte nelle settimane della Quaresima, ed i tre primi giorni della Settimana Santa.

Oggidì si dice una sola M. al giorno dallo stesso sacerdote; soltanto alla festa di Natale e, dopo Benedetto XV, nel giorno di tutti i fedeli defunti a ciascun sacerdote è permesso di dire la M. tre volte. A principio del sec. v, la celebrazione privata e quotidiana del Sacrificio, fatta dallo stesso sacerdote, giunse a tale molteplicità che alcuni se ne permisero tre, quattro o più (Leone III "una die septem vel novem Missarum solemnia saepius celebrabat», Walafrido Strabone, De exord., cap. 21). Papa Innocenzo III (m. nel 1216) proibi la pluricelabrazione, fuori di Natale, "nisi causa necessitatis». Questa necessità è data quando nei giorni domenicali o festivi di precetto una parte notevole di fedeli rimanesse priva della s.M.
4. Per una reminiscenza storica è da ricordare la M. cosiddetta bifaciata, trifaciata del sec. xiII. Specialmente in Francia, si leggeva un determinato formulario fino all'Offertorio, per ricominciarne un secondo, poi un terzo e quindi proseguire regolarmente la M. Diversa è la M. sicca praticata dal sec. IX (Pontificale di Prudenzio) fino ai tempi di Durando (m. nel 1296). Era una M. senza Consacrazione e Comunione, mentre le cerimonie erano eseguite sia da parte del celebrante che dei due ministri; a Roma fu in uso fino al tempo di Burcardo di Strasburgo (m. nel 1306). Il Durando distingue due modi : a) uno minore: si componeva dell'Epistola, del Vangelo, del Pater noster e della Benedizione (il sacerdote usava soltanto la stola); b) uno maggiore : si recitavano tutti i testi, esceptuali il Canone minore dell'Offertorio e quello maggiore "Te igitur"; cioè si cantavano il Prefazio, Pater noster, Agnus Dei ecc. (senza Comunione); il celebrante ed i ministri indossavano i paramenti sacri. Forse la odierna benedizione delle palme è stata fatta sul modello di una M. sicca.

BibL.: A. Franz, Die Messe im deutschen MittelalL., Friburgo in Br. 1902; A. Fortescue, The Mass. A Study of the roman liturgy, Londra 1912; E. Bishop, Le génie du rite romain, Parigi 1920; P. Batiffal, Leçons sur la Messe, ivi 1923; A. Baumstark, Vom geschichtl. Werden der Liturgie, Friburgo in Br. 1023; C. Silva Tarmica, Giop. Archicantor di S. Pietro a Roma e l'Ordo Romanus da lui composto, Roma 1923; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, Parigi 1923; H. Lietzmann, Messe und Herrenmahl, Bonn 1926; A. Baumstork, Missale romanum. Seine Entwicklung, ihre wichtigsten Urhunden und Probleme, EindhovenNimegs 1929; M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut moyen âge, 3 voll., Lovania 1931, 1948, 1951; F. Cabrol, La Messe en occident, Parigi 1932; T. Klauser, Die liturgischen Austauschbezieh. zwischen der römisch. und frönhisch-dentsch. Kirche vom 8. bis zum 11. Jh. in Histor. Jahrbuch der Görres-Gesell., 53 (1933), pp. 169189; G. Destefani, La s. M., uello liturgio, Torino 1935; A. Robert, "Practio panis». Confereuce liturgiche sulla M., Milano 1937; A. Arnold, Der Ursprung des christl. Abendmahls im Lichte der neuesten liturgiegeschichtl. Forschung, 2 Aufl., Friburgo in Br. 1939; A. Baumstork, Liturgie comparée, Chevetogno 1940; J. A. Jungmann, Gewordene Liturgie, Innsbruck 1941; J. Brinktrine, La s. M., trad. it., Roma 1945; P. Alfonso, I riti della Chiesa, II, La s. M., ivi 1946; E. Bourque, Pour l'irinaire de la Messe, L'ordinaire de la Messe et le Canon des Apôtres à nos jours, ivi 1946; T. Klauser, Der Ubergang der römischen Kirche von der griechischen zur lateinischen Liturgiesprache, in Misc. G. Mercati, I, Città del Vaticano 1946, pp. 467-82; J. H. Strewley, The early history of the liturgy, Cambridge 1947; A. Baumstork, Antikrömischer Gebetstil im Messkanon, in Misc. liturgica in honorem L. C. Mahlberg, I, Roma 1948, pp. 300-31; O. Cullmann, Il culte nella Chiesa primitiva, ivi 1948; J. A. Jungmann, Missarum sollemnia. Eine genetische Erhllörung der römischen Messe, 2 voll., 2* ed., Vienna 1950; M. Righetti, Storia liturgica, I, 2* ed., Milano 1950, pp. 123-54; III, ivi 1949, pp. 1-448; J. Brinktrine, Die feiert. Papstmesse und die Zeremon. bei Selig und Heiligsprechungen, Roma 1950; T. Klauser, Der Ursprung der bischöflichen Insignien und Ehrenrechte, Krefeld 1950. Pietro Sifferin

## IV. LA M. NELLA LITURGIA DI RITO ORIENTALE.

Sommario: I. Notizie generali. - II. La liturgia dei bisantini. - III. Il badarah ermeno. - IV. Il gürbänd dei siri. V. Il gürbänd dei maroniti. - VI. Il qäddä̈̇ dei caldei. - VII. Il qäddä̈̇ dei malabaresi. - VIII. L'aghiasmos dei copti. - IX. Il qëdäsë degli etiopi.

1. Notizie generali. - Dai greci e da quelli che seguono il rito bizantino, la M. si chiama la "santa e divina liturgia", sottolineando cosi il concetto di funzione pubblica sacra; gli armeni dicono baradah, i siri e i maroniti gürbānā, cioè oblazione, sacrificio, i caldei qäddä̈, intendendo con questa parola la santificazione, la consacrazione; lo stesso si dica della parola copta haghiasmos e di quella etiopica qēdāsē.

In parecchie chiese cattoliche di rito orientale si è introdotto l'uso della M. cosiddetta privata o letta; altre, invece, cercano di togliere alla celebrazione di rito semplice il meno possibile di quella solennità che le conferisce il suo carattere di pubblicità. Sebbene "una liturgia semplice", come la chiamano i greci, non sia sconosciuta ai dissidenti, essi, fedeli all'antico principio di una M. su un altare in un giorno festivo, celebrano generalmente la M. con fasto: diacono, lettore, coro, popolo, tutti da parte loro collaborano alla solenne funzione con il sacerdote o con i sacerdoti concedebranti. Intendendo l'obbligo della M. domenicale e festiva in altro modo da quello stabilitosi in Occidente, si contentano di una sola sinassi in questi giorni, poiché non comprendono quel moltiplicarsi delle liturgie presso gli orientali cattolici e si meravigliano degli accorciamenti che questi praticano e della fretta con la quale celebrano. Presso i siri dissidenti la M. domenicale dura due ore e mezza, presso i copti più di tre ore e, come è possibile constatarlo, i fedeli rimangono presenti fino alla fine.

Nella M. attuale degli orientali si può ritrovare la divisione in M. dei catecumeni e M. dei fedeli, o meglio in parte istruttiva ed esortatoria e parte

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eucaristica. Nella parte eucaristica le azioni liturgiche possono essere raggruppate intorno ai tre atti principali : l'Offertorio, la Consacrazione e la Comunione. Però, in tutti i riti orientali l'Offertorio, o preparazione del pane e del vino, è venuto a collocarsi prima della M. dei catecumeni e si è unita, spesso aumentando i suoi riti, alle preghiere di preparazione che già precedevano la parte esortatoria della M. Per la chiarezza dell'esposizione si divide la M. orientale in sei capi : i) riti di preparazione; 2) liturgia dei catecumeni; 3) trasporto dei doni, simbolo della fede e bacio di pace; 4) anafora con la Consacrazione; 5) orazione domenicale, frazione ed Elevazione; 6) Comunione e ringraziamento. In questa divisione rimangono ben distinte le parti più antiche ( 2,4 e 6 ) dalle creazioni secondarie, meno essenziali e sovente più complicate.

Si descrive qui la M. ordinaria, cioè, la M. cantata, con l'assistenza del diacono, del coro, non quella pontificale che vi introduce alcuni riti particolari.
II. La «Liturgia» del bizantinl. - 1. Il sacerdote col diacono, rivestiti della rjusso, s'inchinano davanti all'iconostasi (v.), recitano a voce bassa alcune preghiere, baciano l'immagine del Salvatore e quella della Madre di Dio; poi il sacerdote dice, con le braccia stese, una preghiera per sé. Entrati nel santuario, baciano l'altare, indossano i paramenti liturgici e si levano le mani. All'altare della protesi il sacerdote prepara prima l'offerta principale, estraendo dal pane la parte centrale chiamata l'Agnello, con la sigla frac{text { IS } mid text { XS }}{text { NI } mid text { KA }} e il calice infondendovi vino e acqua, poi le offerte secondarie; a tal uopo egli mette nel discos intorno all'Agnello una particella di pane
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(per cortesia del p. W. De Vries)
Messa - Rito bizantino. Preparazione del pane e del vino.
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(da Het Christelijke Ooster, IX, Heemstede Bli. tav. M) MESSA - Rito bizantino. Benedizione del vescovo con il dikirion e con il trikirion.
in onore della Madre di Dio, nove altre in onore di nove categorie di santi, altre per i vivi, per i defunti e per sé. Il pane che resta viene tagliato in pezzetti che, benedetti dopo la Consacrazione, saranno distribuiti alla fine della liturgia come antidoron. Dopo avere coperto ed incensato le offerte, il sacerdote recita la preghiera della protesi : «O Dio, Dio nostro, che mandasti il pane celeste, cibo di tutto il mondo, il Signore e Dio nostro Gesù Cristo, salvatore, redentore e benefattore, che ci benedica e ci santifichi: benedici tu stesso questa protesi e accettala nel tuo sovraceleste altare... ». Il diacono incensa l'altare, l'iconostasi e tutta la chiesa per purificare il luogo del sacrificio. Poi si tira il velo della porta centrale; si vedono il sacerdote e i diaconi baciare l'altare, uscire il diacono dal santuario e portarsi davanti alla porta, vicino al popolo del quale condurrà la preghiera; ma prima dice al sacerdote: "Benedici, signore", e il sacerdote elevando il Vangelo che sta sempre sull'altare, esclama: «Benedetto sia il Regno del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.. ». Il coro: Amen. E il diacono comincia la Colletta maggiore, seguita dall'Ufficio, raccorciato, di tre salmi antifonati; ciascun salmo è accompagnato da una litania e da una preghiera sacerdotale. Queste tre antiche preghiere bizantine sono bellissime nella loro concisione.
2. L'antico inizio della M. si ritrova nel rito dell'ingresso col Vangelo, detto ingresso minore. Il diacono portando il Vangelo e seguito dal sacerdote esce dal santuario, si ferma davanti alle porte regie e dopo aver presentato al sacerdote il Vangelo per baciarlo lo eleva dicendo: "Sapienza! Stiamo in piedi!». E mentre entrano nel santuario, il coro canta: "Venite, adoriamo e prosterniamoci avanti a Cristo... ". Seguono il canto dei tropari della festa o del mistero del giorno e quello del trisagio: "Santo Iddio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi». Finito l'inno, un lettore si pone in mezzo alla navata, pronuncia i versetti del prohimenon e legge l'Epistola del giorno. Terminata questa, il diacono incensa il santuario e il popolo, il coro canta l'Alleluia e il diacono, stando sulla porta del santuario o sull'ambone, legge il Vangelo. Come nell'antica Chiesa, si

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(da Het Christelijke Oosten, V, Heemstede 1911, 120, 7) MeSSA - Rito armeno. Imposizione dell'incenso.
fanno adesso ferventi suppliche per i bisogni di tutti, in particolare per i catecumeni, che vengono congedati con queste parole del diacono: "Quanti siete catecumeni, uscite; catecumeni, uscite; catecumeni, quanti siete, uscite; nessuno dei catecumeni rimanga qui ", e facendo cosi il transito alla M. dei fedeli, aggiunge subito: "Quanti siamo fedeli, ancora e poi ancora, in pace preghiamo il Signore». Doppia è la litania diaconale, doppia la preghiera sacerdotale.
3. Il diacono (di fatto, spesso, il sacerdote) prende il turibolo ed incassa l'altare, l'iconostasi, il popolo; poi si unisce al sacerdote per recitare l'inno cherubico e tutti e due vanno alla protesi dove il diacono prende il discos e il sacerdote il calice. Intanto il coro canta devotamente: "Noi che misticamente rappresentiamo i cherubini, e alla Triade vivificante cantiamo l'inno trisagio, su via, deponiamo ogni mondana sollecitudine». A quel momento la processione esce dal santuario; tenendo le offerte in mano, il diacono e il sacerdote esprimono i voti per il sommo pontefice, la gerarchia, le autorità ed i fedeli, e mentre rientrano nel santuario, il coro termina l'inno : "Per ricevere il Re dell'universo, scortato invisibilmente dalle schiere angeliche. Alleluia». E questo il solenne trasporto dei doni o l'«ingresso maggiore». La deposizione dei doni sull'altare è accompagnata da un dialogo fra il sacerdote e il diacono. Questo riprende il suo posto dinanzi all'iconostasi ed inizia la litania di petizioni. Ad essa segue il bacio di pace e dopo l'antica esclamazione del diacono: "Le porte! Le porte! Stiamo sapientemente attenti!", si canta o si recita il Simbolo della fede.
4. Si arriva cosi alla parte centrale della M., l'antichissima preghiera eucaristica. Il diacono ammonisce: "Stiamo devotamente, stiamo attenti ad offrire in pace la santa oblasione». Il sacerdote saluta e benedice e, dopo il dialogo del Prefazio, dice segretamente la prima orazione che termina col Sanctus del coro. Se nella orazione precedente il sacerdote ha lodato Iddio per la sua grandezza e la sua magnificenza, in questa viene esaltata la santissima Trinità e l'amore del Padre che mandò il suo diletto Figlio nel mondo, il quale, "la notte che venne
tradito... prese il pane nelle sue mani", e cosi con la narrazione dell'ultima Cena vengono cantate le parole di Cristo alle quali il popolo risponde con l'Amen della sua fede. E dopo l'anamnesi, assai breve, il diacono incrocia le braccia ed innalza il discos e il calice mentre il sacerdote dice ad alta voce: "Le cose tue scelte tra quelle che sono tue ti offriamo in tutto e per tutto". L'epiclesi, con la quale il sacerdote domanda adesso allo Spirito Santo di scendere su questi doni per trasformarli nel Corpo e nel Sangue di Cristo, in modo che siano di profitto spirituale per i comunicanti, si fa con ripetuti segni di croce e inchini, ma segretamente. Segue le commemorazione della Theotokos (la Madonna) in onore della quale il coro inneggia, poi quella dei santi, dei defunti e quella dei vivi fra i quali si nomina primo il sommo pontefice, e finalmente il diacono conclude: "E di quelli che ciascuno ha in mente, e di tutti e di tutte" e il coro ripete: "e di tutti e di tutte". Una bella dossologia del sacerdote mette fine all'anafora.
5. La parte seguente è una preparazione lontana della Comunione. Dopo la benedizione del sacerdote e la litania del diacono, si canta o si recita il Pater noster, seguito da una preghiera col capo inclinato. Poi il diacono esclama: "Stiamo attentin e il sacerdote elevando il santo pane, dice ad alta voce: "Le cose sante ai santi". Il coro risponde: "Uno solo è il santo, uno solo è il Signore, Gesù Cristo, nella gloria di Dio Padre". Intanto il sacerdote spezza il santo pane in quattro parti e mette la parte segnata IC nel calice; il diacono vi aggiunge un po' di acqua calda, chiamata seon.
6. Intanto i due recitano le preghiere preparatorie alla Comunione e si comunicano col pane e col vino consacrati. Poi il diacono, col calice in mano, uscito sulla porta, esclama: "Con timore di Dio, con fede e carità, appressatevi». Quindi il sacerdote distribuisce la Comunione col cucchiaino ai fedeli che la ricevono sotto le due specie. In alcune regioni si è introdotto l'uso di dare la Comunione in questo modo : sul discos il sacerdote tiene preparati i pezzi del pane consacrato fini e lunghi; li prende uno ad uno e dopo averli intinti nel vino li porge ai communicandi. Il diacono riporta il discos alla protesi e il sacerdote il calice. Un canto del coro, una breve litania del diacono e una preghiera del sacerdote costituiscono il ringraziamento. Uscito dal santuario e stando dinanzi all'immagine del Salvatore, il sacerdote recita la preghiera d'inclinazione chiamata epistambona ( = dietro l'ambone). Quindi dà la benedizione e pronuncia l'epolisi. Intanto il diacono si è recato alla protesi dove consuma quello che rimane delle sacre specie.

BibL.: versioni : P. de Meester, La divine liturgie de st Jean Chrysostome, Roma 1907 (con il testo greco); P. Mercenier e F. Paris, La pelive des Eglises de rite byzantine, Chevenisse 1949; Euchiridion. Manuale di preghiere per i fedeli di rito bizantino. Grontalcerata 1947 (con il testo greco traditierato); Liturgia bizantina di s. Giovanni Cristostomo, Roma 1948 (fatta sull'edizione dello Sluzebnik di Roma 1942). Commentari: J. Gout, Eurbologion, Parigi 1647; P. de Meester, Grecques (liturgies), in DACL., V, coll. 1591-1662; S. Salaville, Liturgies orientales. La Messe, 2 voll., Parigi 1942.
III. IL «SADARAK» ARMENO. - 1. Mentre il sacerdote, dopo alcune preghiere di preparazione, incomincia a vestirsi dei paramenti sacri in sacrestia, il coro, che prende posto in mezzo alla navata, canta l'inno: "O mistero profondo...", e, quando il sacerdote con i ministri si avanza processionalmente, intona l'antifona: "O Re celeste, conserva immobile la tua Chiesa e custodisci in pace gli adoratori del tuo nome». Arrivato ai piè dell'altare, il sacerdote si lava le mani, invoca la Madre di Dio, recita il Confiteor con il Misereatur mentre due chierici recitano il salmo 99; quindi dice la prima parte di una preghiera per la Chiesa, l'interrompe per recitare · introibo ad altare Dei " e il salmo Indica e riprende la preghiera salendo i gradini dell'altare; poi la grande cortina davanti al santuario si chiude. E facile riconoscere in quest'inizio l'introduzione di elementi latini. Quello che segue invece è preso dal rito bizantino: la preparazione del pane e del vino senza le offerte secondarie, la preghiera della protesi : "O Dio, Dio nostro, che mandasti

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il pane... ", la recita del salmo 92 usato nel rito bizantino mentre si coprono le offerte, l'incensazione generale, l'esclamazione del sacerdote : "Benedetto sia il regno....", finalmente, durante il canto dell'inno proprio del giorno, la recita delle tre orazioni che nel rito bizantino accompagnano i tre salmi antifonati.
2. La processione col Vangelo ha inizio dall'esclamazione diaconale e dalla preghiera sacerdotale che sono quelle bizantine. Ma qui si canta il Trisagio mentre il diacono, tenendo il Vangelo, gira dietro l'altare con la scorta di ceri e di
flabelli, incensato dal turiferario; uno dei fedeli è invitato a baciare il Vangelo e il sacerdote lo benedice. La Colletta maggiore si recita adesso, che è probabilmente il suo posto antico. Quindi un lettore legge l'antifono e l'Epistola e dopo l'Alleluia il diacono canta il Vangelo, mentre il turiferario l'incensa. Immediatamente il diacono, tenendo ancora il Vangelo, recita il Simbolo della fede che ha un testo proprio degli Armeni. Segue l'antica preghiera universale in forma di litania e, dopo la benedizione del sacerdote, il diacono esclama: - Nessuno dei catecumeni, nessuno degli imperfetti nella fede e nessuno dei penitenti e degli impuri si accosti al divino mistero".
3. Il grande ingresso è annunziato dal canto dei chierici : « Il Corpo del Signore e il Sangue del Redentore stanno per divenire presenti. Le celesti virtù cantano invisibilmente e con incessante voce dicono : santo, santo, santo il Signore degli eserciti ". Il sacerdote all'altare recita segretamente la stessa lunga preghiera che dice il sacerdote bizantino prima del grande ingresso. Intanto dai diaconi si trasporta il pane e il calice all'altare deve il sacerdote li accetta, li mostra ai fedeli e, postili sull'altare, li incensa terminando la sua preghiera: "Perché tu, o Cristo Dio nostro, sei l'offerente e l'offerro, colui che riceve e colui che distribuisce, e a te rendiamo gloria... ". Il canto dell'ingresso si chiama l'Agiologia e varia con le feste. Dopo essersi lavate le mani, il sacerdote recita segretamente una preghiera offestoriale mentre il diacono fa una proclamazione esortatrice ai fedeli : "Con fede e santità stiamo a pregare... ". E quindi, dopo una benedizione del sacerdote, esclama: "Salutatevi vicendevolmente col bacio sacro, e quanti non siete atti a partecipare del divino Sacramento, recatevi alle porte e pregate ". Il canto: "Cristo tra di noi..." accompagna il bacio di pace.
4. Il diacono ammonisce: "Assistiamo con timore, assistiamo con rispetto, assistiamo devotamente e con ferma attenzione". Il sacerdote benedice e il diacono riprende: "Le porte, le porte (tenetele) con ogni attenzione e cautele ", ed aggiunge immediatamente il Sursum corda e il Gratias agamus... . Nella sua preghiera eucaristica, recitata a voce bassa, il sacerdote adora, glorifica il Padre che per l'opera del suo Verbo ha rimosso l'ostacolo della maledizione; "perciò uniamoci, dice alzando la voce, ai serafini e ai cherubini e cantiamo il Sanctus. "La preghiera segreta continua a svolgere il tema dell'opera redentrice di Cristo, il quale, prendendo il pane nelle sante, divine e venerabili sue mani... e cosi si narra l'ultima Cena con le parole consacratorie dette ad alta voce alle quali il popolo risponde due volte Amen.

Alla fine dell'anamnesi, il sacerdote levando le offerte dice ad alta voce: "Ti offriamo cose tue dei tuoi doni, in tutto e per tutti ". Le parole dell'epiclesi sono accompagnate da segni di croce, ma dette a voce bassa. Da notare che il coro dopo la Consacrazione eseguisce tre brevi inni, uno al Padre, uno al Figliuolo, il terzo, durante l'epiclesi, allo Spirito Santo. Seguono poi le lunghe preghiere di intercessione e di commemorazione: i santi, i vivi, i defunti.
5. Questa parte comincia con la benedizione del sa-
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cerdote e la grande litania diaconale. Quindi il popolo con le braccia stese canta il Pater no. ster, { }_{2}² al quale il sacerdote aggiunge la preghiera embolismica e la preghiera di inclinazione del capo. Adesso ha luogo la grande Elevazione: tutti si mettono in ginocchio, il diacono esclama: "Stiamo attentil" e il sacerdote, elevando il pane consacrato, dice: "Alla santità dei santi" e dopo la risposta: "Solo santo, solo Signore, Gesù Cristo, nella gloria del Padre", aggiunge: "Benedetto il Padre santo... benedetto
il Figliuolo santo... benedetto lo Spirito Santo... ". E, deposto il pane consacrato, innalza il calice mentre il popolo canta: "Padre santo, Figliuolo santo..."; quindi egli depone il calice, basta l'altare e, preso il sacro Corpo, lo intinge tutto nel purissimo Sangue (almeno cosi fanno i dissidenti), e, rivolgendosi al popolo prostrato in adorazione, lo benedice con le sacre specie dicendo: "Gustiamo santamente del santo e prezioso Corpo e Sangue del Signor nostro e Redentore Gesù Cristo, che sceso dal cielo si distribuisce tra noi. Egli è la vita, la speranza, la ristorrezione, l'espiazione e il perdono dei peccati. Salmeggiate al Signor Dio nostro, salmeggiate al celeste nostro immortale Re, seduto sul carro dei cherubini". Questo solenne sviluppo dell'Elevazione in una ostensione e benedizione eucaristica è del tutto particolare al rito armeno. Tutti si alzano e, mentre il coro canta, il sacerdote spezza il pane consacrato in tre parti e ne mette una nel calice.
6. Il sacerdote dice le lunghe preghiere preparatorie alla Comunione tenendo il pane consacrato nelle sue mani. Comunicandosi dice: "Il Corpo tuo incorruttibile mi sia di vita, e il sacro Sangue propiziazione e remissione dei peccati ". La Comunione dei fedeli si svolge in un rito e con formule simili a quelle del rito bizantino, solo che i cattolici dànno la Comunione sotto la sola specie del pane. Quindi si fanno le abluzioni e in segno di ringraziamento il coro canta un inno, il diacono dice una esortazione e il sacerdote una preghiera. Vi aggiunge una preghiera ad alta voce che è quella opistambona dei Bizantini, ma poi, come i Latini, recita l'ultimo Vangelo che è quello di s. Giovanni. Per finire, rivolto verso il popolo, egli dice l'invocazione consueta alla s. Croce ed i chierici recitano il salmo 33 mentre viene distribuito il pane benedetto; poi il sacerdote benedice e contemporaneamente dà il congedo: "Siate benedetti dalla grazia dello Spirito Santo; andate in pace e il Signore sia con tutti voi. Amen».

Bun.: versioni: La M. solenne, Torino s. a.; G. Avedichian, Liturgia della M. armena, Venezia 1938; La M. letta, ivi 1942; S. Kogian, Die heilige Meolliturgie..., Vienna 1948. Commentari: J. Catergian et J. Dashian, Die Liturgien bei den

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(da D. Altwalor, The Catholic Eastern Churches, Milwaukee, 1971, p. 177)

Messa - Rito siro. Benedizione dopo la S. Comunione.
Armeniern (Texte und Untersuchungen, 15), Vienna 1897 (in armeno); V. Hatzuni, Messale secondo il rito della Chiesa armena (esaminato e corretto secondo gli antichi), ed. critica con note, Venezia 1936.
IV. Il «qürbänä» DEI sIRI. - 1. La preparazione è nettamente divisa in due parti, in modo che la prima può farsi del diacono; se l'eseguisce il sacerdote, egli non riveste ancora i paramenti liturgici. Comincia stando davanti alla porta del santuario e dicendo "Gloria Patri...»; dopo la risposta del coro questo canta l'inno della luce. Intanto il diacono, o il sacerdote, dice la preghiera dell'inizio, il salmo 50 , domanda perdono ai presenti ed entra nel santuario. Sull'altare offre il pane e lo dispone sul discos, mette vino e acqua nel calice e ricopre il diacone il calice. Quindi esclama: "Stomen kalos" (Stiamo bene !) e, con le braccia estese, dice il sedrā, preghiera composta da una introduzione lodativa (proemio), della parte centrale (sedrä), di un inno di quattro strofe e della conclusione. Tutto quello che precede si chiama l'Ufficio di Melchisedech, quello che segue l'Ufficio di Aromne. Il sacerdote indossa i paramenti liturgici, davanti all'altare dice una preghiera per sé, incrocia le braccia e prendendo nella destra il discos e nella sinistra il calice, li alza dicendo la preghiera dell'Offertorio che commemora l'opera redentrice del Signore, i santi e le intenzioni particolari del Sacrificio. Quindi egli copre le offerte con il grande velo, e mentre si recita un'altro sedrä si incensano l'altare, le offerte, di nuovo l'altare.
2. La processione col Vangelo si fa intorno all'altare; l'inno che l'accompagna è il Monogenès, attribuito dai bizantini all'imperatore Giustiniano, dai siri al patriarca Severo di Antiochia. Quindi si canta il Trisagio. Attualmente le lezioni sono generalmente due: l'Epistola preceduta dall'antifona e dopo l'Alleluia il Vangelo; ma anticamente la norma era: tre del Vecchio Testamento e tre del Nuovo. Il Vangelo è letto dal sacerdote rivolto verso il popolo. Non vi è più la preghiera universale dopo il Vangelo e neanche il congedo dei catecumeni se non in uno degli inni variabili che si cantano adesso: "Chi non ha ricevuto il sigillo, esca, cosil proclama la Chiesa; e voi, figli del Battesimo, entrate nel santuario".
3. Dacché la preparazione del pane e del calice si fa sull'altare stesso, non vi è più il trasporto dei doni, ma anticamente aveva luogo, perché il sedrä che viene cantato ora si chiama sedrä dell'ingresso, ed è accompagnato dalla benedizione dell'incenso. L'incensazione però si fa adesso, mentre i fedeli recitano il Simbolo della fede. Il sacerdote quindi, levatesi le mani, chiede perdono ai presenti e indirizza alla S.ma Trinità una preghiera per se stesso perché va ad "offrire il Sacrificio con le sue mani peccatrici ", e prega anche per i vivi e per i defunti. Il diacono esclama: "Stomen kalos! ", il sacerdote recita la preghiera della pace e tutti si dànno il bacio della pace. Mentre il sacerdote toglie il grande velo dalle offerte, il diacono ammonisce il popolo: "Stiamo bene, con timore, con modestia, con purezza, con santità... ".
4. Dopo la benedizione e il dialogo del Prefezzo, il sacerdote nella preghiera segreta loda (generalmente questo dipende dal testo delle diverse anafore) Iddio per la creazione dell'universo e dell'uomo e, nella preghiera dopo il Sanctus, ricorda l'incarnazione del Verbo e la sua opera redentrice e passa al racconto dell'Ultima Cena. Alle parole della Consacrazione, pronunziate ad alta voce, il popolo risponde Amen. L'anamnesi, che ricorda gli avvenimenti della nostra Redenzione e la seconda tremenda venuta del Figlio di Dio, finisce con una supplica della Chiesa. L'epiclesi è molto solenne: il diacono dice: "Come è terribile questa ora, come tremendo questo momento in cui lo Spirito Santo viene dalle sublimi celesti sfere, scende su quella Eucaristia e la consacra..." e il sacerdote: "Ci prosterziamo la faccia contro la terra e ti domandiamo Dio annipotente... di mondare il tuo Spirito Santo sopra di noi e sulle offerte che stanno dinnanzi a noi", e benedicendo continua: "e di fare di questo pane il Corpo venerato del nostro signore Gesù Cristo... e di quello che è mischiato nel calice il Sangue...". Le "intercessioni" o "canoni" sono sei : per la gerarchia, i fratelli, i re, i santi, i dottori e i defunti. Una dossologia termina questa parte centrale del Sacrificio eucaristico.
5. Nei riti siri gli atti « manuali» precedono il Pater noster. Durante le consignazioni il sacerdote recita un inno splendido: "O Padre della verità...". Dopo il Pater noster, seguito dalla preghiera embolismica e da una preghiera di inclinazione, la benedizione sacerdotale introduce all'Elevazione: "Le cose sante si dànno ai santi e ai puri ".
6. Il sacerdote dice la preghiere preparatarie alla Comunione e si comunica. Quindi, tenendo il discos nella destra e il calice nella sinistra, si presenta al popolo, lo benedice incrociando le braccia e dovrebbe distribuire la Comunione ai fedeli (di fatto, è invalso l'uso, o meglio l'abuso, anche presso i cattolici, di dare la Comunione ai fedeli soltanto dopo il congedo finale). Il rendimento di grazie e la preghiera d'inclinazione sono seguiti dal hüttämā finale e dal congedo: "... Andate in pace, contenti, lieti, e pregate per me». Il velo del santuario si chiude e il sacerdote in un Ufficio, composto da diverse preghiere, consuma ciò che rimane delle sacre specie e fa le abluzioni. Finalmente, dopo avere deposto i paramenti sacri, va a baciare l'altare dicendo: "Rimani in pace, santo altare del Signore. Non so se tornerò ancora a te o no... ".

Birl.: versioni: G. Khayatt, La Santa M. in rito siroantiochena, Roma 1942 (qualche testo è onosso o abbreviato); G. Khouri-Sarkis, La liturgie syrienne. Anaphore des douze Apôtres, Parigi 1950 (con note e traslitterazione dei canti). Commentari: E. Renaudot, Libergiarum Orientalium collectio, 2 voll., Parigi 1716 (con la versione latina di 38 anafore).
V. Il «qürbänä» DEI MARONITI. - Le principali differenze con la M. dei siri sono:

1. Già dal principio il sacerdote si lava le mani e indossa i vestimenti liturgici. Dopo la preparazione del discos e del calice, questi vengono immediatamente coperti con il grande velo; poi segue una specie di Confiteor, una incensazione dell'altare, delle offerte e del popolo, altre preghiere e una serie di versetti salmodici introdotti dalle parole: "Gloria in excelsis Deo». Alla fine di questi riti di preparazione l'incensazione non segue ma precede il sedrä.

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2. Durante il canto del Trisagio il sacerdote incensa le offerte, il crocifisso e l'altare. L'ingresso col Vangelo si fa intorno all'altare mentre si canta un inno che precede la lettura dell'Epistola. Dopo il Vangelo le rubriche prescricono al diacono di dire, indirizzandosi ai catecumeni: "Andate in pace».
3. Non vi è un sedrā ma un canto dell'ingresso che termina cosi : «... Ed ecco ora che i sacerdoti mi (cioè, il Pape di vita) portano con le loro mani sopra gli altari ". Il coro canta il Simbolo della fede mentre il sacerdote incensa le offerte, la croce, l'altare e il popolo, incensazione che si deve connettere con l'antica traslazione dei doni; così anche il Lavabo che segue.
4. La narrazione dell'Ultima Cena e le parole della Consacrazione sono una traduzione letterale del Canone romano. Prima dell'epiciesi, il sacerdote si prostra sulle due ginocchia e ripete tre volte ad alta voce: "Esaudiscimi, o Signore", ed ogni volta egli tocca con le dita l'altare e lo bacia. Le parole dell'epiciesi sono state cambiate in questo modo: "E faccio che questo mistero, che è il Corpo di Cristo Dio nostro, sia per la nostra salute n, ma i segni di croce sono rimasti. I maroniti usano spesso l'analista cosiddetta della Chiesa romana, nella quale le interessioni sono molto abbreviate.
5. Le numerose consignazioni sopra le specie consacrate si fanno durante la preghiera: "Abbiamo creduto, abbiamo offerto e segniamo..." seguita dall'altra: "O Padre della verità... ". La frazione, l'intinzione e l'immistione sono state spostate dopo l'Elevazione.
6. Dopo la sua Comunione, il sacerdote benedice il popolo, prima a destra col santo pane, poi a sinistra col calice e quindi comunica i fedeli sotto la sola specie del pane, dicendo come i latini: "Ecce Agnus Dei... ". Particolare ai maroniti è, dopo la Comunione, quella preghiera per i defunti cantata dal diacono col popolo; terminato questo canto, il sacerdote benedice ancora una volta con le sacre specie. La consumazione e le abluzioni hanno luogo prima delle preghiere di ringraziamento e dell'ultima benedizione.

Bibl.: versioni: G. Cachin, Mode facile di seguire la M. siro-maronita, Roma 1943 (il testo è talvolta abbreviato); P. Sfair, La M. siro-maronita, Roma 1946 (con numerose annotazioni).
VI. Il «qūdā̄̄̄» del calder. - 1. Presso i nestoriani esiste un rito assai lungo per la preparazione materiale del pane eucaristico al forno; una particella del pane consacrato in una M. precedente viene immessa sempre nella nuova pasta: è il fermento "sacro" trasmesso, secondo una leggenda, dai tempi apostolici. Dopo cotto il pane viene trasportato alla protesi dove si prepara anche il calice. I caldei cattolici hanno abbandonato questi usi. Dopo il Lavabo e la vestizione, il sacerdote, anudo davanti all'altare, dice: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli, la pace sulla terra, e la buona speranza agli uomini, in ogni tempo, nei secoli». Quindi il popolo recita il Pater noster. Segue la salmodia, generalmente i salmi 14, 150 e 116, e, dopo una preghiera introduttoria, l'inno del santuario; anticamente, durante questo inno, il sacerdote lasciava il santuario e andava a prendere posto sul bema in mezzo alla navata. Il coro canta allora l'inno Lahū Mārā: "A te, o Signore dell'universo, rendiamo grazie, e ti glorifichiamo, Gesù Cristo, perché tu sei il resuscitatore dei nostri corpi e tu sei il salvatore delle nostre anime». Quindi il diacono incensa l'altare e il sacerdote.
2. Il canto del Trisagio con una preghiera sacerdotale precede le lezioni, che sono o possono essere quattro, due del Vecchio e due del Nuovo Testamento. Prima dell'Epistola si canta l'antifona (sūrā̄̄a) e prima del Vangelo l'Allabola con i versetti (aûmārā). Durante le preghiere liteniche (bārāzātā) il sacerdote accompagnato dal diacono si reca nel gazofilacio e li incensa il discos e il calice; quindi mette il pane nel discos e prepara il calice con formule prese ai Maroniti. Ritornati nel santuario, il diacono esclama: "Inchinate il capo per l'imposizione delle mani e ricevete la benedizione", e il sacerdote recita la relativa preghiera, forse un resto dell'antico rinvio dei penitenti. Quindi il diacono dalla porta
del santuario dice: "Chi non ha ricevuto il Battesimo, se ne vada. Chi non ha ricevuto il segno, se ne vada. Chi non lo riceve, se ne vada. Andate, o uditori. E vedete le porte!».
3. Mentre si canta l'inno ('ûnìtā) dei misteri, il sacerdote, lavatosi le mani, va a prendere nel gazofilacio le offerte e arrivato all'altare prende il discos nella sinistra, il calice nella destra e dice una preghiera offertoriale; deposte le offerte, le copre col velo grande. Quindi messosi davanti alla porta del santuario dice una preghiera per sé e poi intona il simbolo della fede, cantato dai fedeli. Mentre il diacono fa la proclamazione "... pregate per la memoria dei nostri patriarchi... ", il sacerdote, dirigendosi verso l'altare, fa tre inchini ed ad ogni inchino fa un passo avanti dicendo delle suppliche; arrivato all'altare, si prosterna, si alza e lo bacia in mezzo; poi all'angolo destro e sinistro fa lo stesso; finalmente bacia l'altare in mezzo a destra e a sinistra. Dopo altre preghiere che preparano lui e il popolo al Sacrificio, il sacerdote benedice e il diacono rivolge l'invito: "Datevi la pace l'uno all'altro ". Intanto si leggono i dittici. E mentre il diacono dà i suoi ammonimenti: "... tenetevi bene in piedi e mirate ciò che si sta compiendo: i misteri tremendi si santificano; il sacerdote si è avvicinato a pregare... tenete abbassato il vostro sguardo... nessuno osi parlare..." il sacerdote toglie il velo dalle offerte ed incensa l'altare.
4. Dopo la benedizione continua: "Le vostre menti siano in alto». Rispondono: "A te, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, Re glorioso». Il sacerdote: "Il sacrificio si offre a Dio Signore dell'universo ". Rispondono : "E degno e giusto". La preghiera eucaristica interrotta dal Sanctus loda il nome della S.ma Trinità e ringrazia per la sua clemenza verso gli uomini, per l'incarnazione del Verbo e la nostra redenzione. Segue il racconto del l'Ultima Cena con le parole di Cristo, pronunziate ad alta voce, alle quali il popolo risponde: "Amen. Crediamo e confessiamo ". Una dossologia chiude questa parte. Si fanno adesso le intercessioni: i santi, la gerarchia, la Chiesa, i bisognosi, i defunti. L'anamnesi non è del tutto chiara e l'epiclesi s'esprime cosi: "Venga, o Signore, il tuo Santo Spirito, e scenda sopra questa oblazione dei servi tuoi, la benedica e la santifichi, affinché... ". Un'altra dossologia termina questa parte.
5. Il sacerdote invoca il Cristo della pace, ringrazia il Padre, chiede pietà recitando il salmo 50 e poi si prepara alla frazione facendo incensare le sue mani. Egli prende e alza il santo pane e pronunzia un atto di fede e di adorazione; quindi lo bacia in forma di croce, senza toccarlo con le labbra, e lo spezza; immerge una parte nel santo Sangue, e con essa segna l'altra e la depone sul discos. Atcando il calice, dice: "Si sono separati, santificati, compiuti, adempiti, uniti, commisti, congiunti e sigillati l'uno nell'altro questi misteri..."; però nessuna rubrica parla qui di una commistione. Dopo una preghiera e la benedizione del sacerdote, il diacono comincia una specie di litania, alla quale il popolo risponde a diverse riprese: "Signore, perdona i peccati e le mancanze dei servi tuoi». Il Pater noster è recitato dal popolo; il sacerdote dice: "Il Santo conviene perfettamente ai santi» senza fare l'Elevazione. Poi quelli che stanno dentro il santuario, dialogando con quelli che stanno fuori, cantano l'inno: "Tu sei tremendo... ". E mentre vi aggiungono l'inno primo del "bema", il sacerdote, tenendo con la sinistra il santo pane sopra il calice, dice : "O figlio, che ci hai dato il tuo Corpo..." oppure l'« Agnus Dei», tre volte.
6. Mentre il coro canta il secondo inno del "bema", il sacerdote si comunica. Non vi sono delle vere formole di Comunione. Seguono la Comunione dei fedeli e i abluzioni. Il ringraziamento comprende un canto de I coro, una proclamazione del diacono e una preghiera del sacerdote, alla quale tutti rispondono col Pater noster. Dalla porta del santuario il sacerdote dà la benedizione, e nel tornare in sacrestia dice le preghiere che accompagnavano anticamente la consumazione delle specie sacre rimaste.

Bibl.: Versioni: D. Dahane, Liturgie de la Messe selon le rite chablòne, Parigi 1937 (con annotazioni); C. Maussess,

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La M. caldea detta - degli Apostoli -. Roma 1948 (versione esatta dal Messale di Mossul 1936). Commentari: E. Rensudot, Liturgiarum Orientalium collectio, t. II. Parigi 1716.
VII. Il «qūdā̄̄̄» DEI MALABaresi. - Si rilevano qui le differenze, qualche volta di grande importanza, che separano la celebrazione eucaristica dei Malabaresi da quella dei Caldei. 1. La salmodia è sempre ridotta ai tre salmi 14, 150 e 116. Più oltre, la turificazione precede il canto dell'inno Lahū Mārā. 2. Nessuna processione; non quattro ma due lezioni scritturali; dopo il Vangelo, canto del Simbolo della fede, come i Latini; durante le litanie, il sacerdote incensa il velo, il discos, il calice, ma con formule diverse da quelle usate dai caldei. 3. Nessun trasporto dei doni, perché questi vengono preparati sull'altare. 4-5. Qui si nota la più grande differenza: dopo la preghiera che segue il Sanctus, in tutti i riti orientali e occidentali si trova la narrazione dell'Ultima Cena con le parole di Cristo; invece, i malabaresi passano immediatamente alle preghiere
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(da J. Muger, Het heilig offer in den baptischen Ritus, Kimego 1939) di intercessione e soltanto dopo l'anafora, arrivati alle preghiere preparatorie alla frazione, quando il sacerdote si fa incensare le dita, prende in mano il pane, non per spezzarlo come i caldei, ma per consacrarlo. Le formule di consacrazione sono quelle del Messale romano, come anche i geati : elevazioni e genuflessioni. Più oltre, durante la preghiera di perdono, il sacerdote malabrese recita segretamente l'inno: «Padre della verità» che si incontra presso i siri e i maroniti. 6. Fra le preghiere prima della Comunione il sacerdote dice il "Domine, non sum dignus». Per la distribuzione della Comunione dei fedeli adopra tutte le formole in uso presso i latini, anche la benedizione dopo la Comunione. Le abluzioni si fanno con le preghiere che nel libro caldeo stanno dopo il congedo.
VIII. L' «AGHIASMOS» DEI COPti. - 1. Rivestito dei paramenti sacri, il sacerdote si avvicina all'altare e lo bacia, si rivolge verso il popolo e dopo averlo benedetto recita con lui il Pater noster. Il coro comincia a cantare l'inno che accompagna la processione con le offerte che avranno luogo fra poco. Intanto il sacerdote dice una preghiera preparatoria, ordinando il discos, il calice e i veli sull'altare e, lavatosi le mani, sceglie uno dei pani che il diacono gli presenta in un canestro (almeno i dissidenti fanno cosi), lo depone in un panno, esamina il vino e recita una preghiera offertoriale, aggiungendovi formule brevi per diverse intenzioni. Allora, tenendo il pane all'altezza del capo, fa col diacono che porta il vino e l'acqua e con ministri che portano lumi la processione intorno all'altare. Ritornatovi, benedice tre volte in nome della S.ma Trinità le offerte, depone il pane sul disco