volume-08

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o L. Pigorini. In alto al centro: ASCIA CERIMONIALE di diorite dei Totonanachi - Roma, Museo Preistorico Etnografico L. Pigorini. In alto a destra: IL DIO QUETZALCOATL. Blocco di giada scolpita - Londra, British Museum. In basso: CODICE MESSICANO ILLUSTRATO (precolombiano) Biblioteca Vaticana, cod. Borg. I, ff. 9 e io.

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assieme a un Graduale e un Lezionario (cf. Ebner [v. bibl.], p. 36r; Leroquais [v. bibl.], I, pp. 64-69), oppure venne munito di un supplemento per le letture o per l'antiphonale Missarum (se ne ha un classico esempio nel cod. 1519 della Biblioteca universitaria di Bologna, sec. xir; Ebner [v. bibl.], pp. 12, 363). In altri casi sui margini o negli spazi liberi, ottenuti raschiando le parti inutili, furono trascritte le formule per completare determinate Messe (cf., p. es., Leroquais [v. bibl.], I, p. 41). L'antiphonale Missarum, con o senza neumi, spesso indicato con le sole prime parole dei singoli canti, è più frequentemente riprodotto nel corpo del Sacramentario, talvolta all'inizio di esso o delle singole Messe oppure sui margini (cf. Ebner [v. bibl.], p. 362 ; Leroquais [v. bibl.], I, p. xit). Le Epistole e i Vangeli, a volte pure indicati con i semplici incipit, cominciarono a figurare di preferenza nelle Messe votive o in quelle del "Commune", poi in quelle del "Temporale" e del "Santorale" (cf. Ebner [v. bibl.], pp. 362-63; Leroquais [v. bibl.], I, pp. xir-xiir). Tra i testi pubblicati si hanno caratteristici casi di Sacramentari adattati a M. : nel Vetus Missale Romanum monasticum Lateranense (ed. E. de Azevedo, Roma 1752), in uso presso il monastero dei SS. Sergio e Bacco ca. la fine del sec. xi (la prima parte recensisce le orazioni, i Prefazi e i Vangeli, la seconda, meno antica, le Epistole e l'antiphonale Missarum); nel M. di Canterbury (ed. M. Rule, Cambridge 1896), copiato ca. il 1095; nel M. di Leofrico (ed. F. E. Warren, Oxford 1883, trascritto tra il roso e il 1072, ecc. Il crescente uso da parte dei celebrants di recitare anche nelle Messe solenni le parti cantate dai ministri o dal coro (consuetudine in atto alla fine del sec. xi e nel sec. xir, cosa normale ca. la metà del sec. xili), e la graduale eliminazione dei vecchi codici adattati alla meglio, come si è detto sopra, determinarono gli amanuensi a trascorrere per intero e per ordine i formulari delle singole Messe. Si ebbe allora tra la fine del sec. x e l'xi sec. il vero Missale plenarium o complotum che nel sec. xit prenderà definitivamente il sopravvento sul Sacramentario, destinato a scomparire.
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(Int. Biblioteca Vaticana)
Messale - Incipit del Proprium Sanctarum del M. della Curia (fine sec. xiri) - Biblioteca Vaticana. Ott. lat. 356, f. 164⁷.

## 131 ufale fhaguutin-Denuo rranifima nua rrognitu it a pzi oatios quibuloan mendois opreole ar folette rmanulati.

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(da Hanus Bahatia, Liturgische Drucke..., und liturgische Drucker. Hallebona [188], iav. 111 Messale - Frontespizio del M. di Magonza, ivi scompaso da Peter Schöffer nel 1207.
Il sustrato dei primi M. plenari, ad eccezione dei M. ambrosiano e mozarabico, è costituito dal Sacramentario franco del sec. Ix, amalgama di elementi gregoriani (in prevalenza), gelasiani e gallicani o franchi, che nel sec. xi era diffuso in tutta l'Europa non esclusa Roma (v.: carlodagno. X, riforma della liturgia; sacramentario). Su questo ceppo romano s'innestarono poi in misura varia, nel corso dei secc. xi-xiri, elementi di carattere locale, specie nell'Ordinarium Missae, che determinarono la formazione di innumerevoli riti diocesani o monastici, con rispettivi M. plenari come i riti di Colonia, Sarum o Salisbury, Parigi, Aquileia, dei Premostratensi, Cistercensi, Domenicani, Certosini, Carmelitani per ricordare soltanto i più noti.

Pur avendo un contenuto proprio, i M. ambrosiano e mozarabico ebbero origine e sviluppo parallelo ai M . sopraddetti sino alle rispettive edizioni principes del 1473 ( 23 marzo per i tipi di A. Zarotte, senza titolo, Milano) e del 1500 (Toledo, Missale mixtum [cioè plenario] secundum regulam b. Isidori dictum mozarabes).
II. Il M. della Curia. - Fra i molti M. plenari in uso nei secc. xir-xiir, quello della Curia o della Cappella papale era destinato a diventare universale. Le continue peregrinazioni della corte pontificia non solo in Italia, ma anche all'estero, costrinsero i "clerici capellae" ad abbreviare e modificare i solenni riti papali che si svolgevano nelle basiliche romane e principalmente nella Lateranense. Da tali abbreviazioni e modifiche nacque per l'afficiatura il Breviarium Curiae (v. breviario) e, per la Messa, il Missale Curiae, che ha molte affinità con il già ricordato Vetus Missale Romanum edito dall'Azevedo. Il tipo di questo M. si è definitivamente fissato all'epoca e per interessamento d'Innocenzo III (1198-1216). Certo è che prima del 1223 esso era completo, poiché in quell'anno s. Francesco d'Assisi ordinava ai suoi figli di conformarvisi (cf. Regola, cap. 3). Il M. della Curia del sec. xiri è noto dal cod. roo della Biblioteca di Avignone (copiato tra il 1276 e 1288) e il cod. Ottoboniano 356

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(da Hanns Bohatta, Liturgische Drucke..., und liturgischa Drucker, Rativtions [1880], taz, M Messale - Incipit'del M. di Sarum, stampato a Parigi da Wolfgang Hopyl nel 1510-11.
della Biblioteca Vaticana (copiato tra il 1288 e il 1292), come ha egregiamente provato M. Andrieu (Le Missel de la Chapelle papale d la fin du XIII siècle, in Miscell. F. Ehrle [Studi e testi, 38], Roma 1924, pp. 348-76); altro testimonio di questo tipo di M. si ha nel cosiddetto "Breviario» di S. Chiara che contiene dal fol. 192r al 204? Messe del «Commune» e votive (cf. A. Cholar, Le Bréviaire de Ste Claire, Parigi 1904, p. 45). I due codici citati contengono soltanto le parti riservate al celebrante (orazioni, Prefazi e Canone) con numerose rubriche che riproducono l'Ordinarium della Cappella papale in conformità con le innovazioni liturgiche di Innocenzo III (cf. M. Andrieu, Le Pontifical romain au moyen âge, II [Studi e testi, 87], Città del Vaticano 1940, pp. 4-5, 205, 301-308, 319-20), che venne poi modificato quando la Curia soggiornò a Avignone (cf. Ordo XIV del card. Giacomo Gaetani Stefaneschi).

I Francescani adottando questo M. l'adattarono alle esigenze del loro apostolato e della loro vita liturgica e gli dettero il seguente titolo: Ordo Missalis Fratrum Minorum secundum consuetudinem et usum Romanae Curiae, oppure Romanae Ecclesiae. Gregorio IX pensò di estendere a tutta la Chiesa il M. così riformato, ma nulla fece al riguardo; Niccolò III nel 1277 ne ordinò invece l'accettazione a tutte le chiese dell'Urbe (cf. A. Le Carou, Le Bréviaire romain et les Frères Mineurs au XIII siècle, Parigi 1928, p. 213). Solo tre secoli più tardi, dopo i necessari emendamenti e aggiornamenti, s. Pio V riuscirà a farlo accettare da quasi tutte le Chiese di rito latino.

Il M. della Curia, così riformato e patrocinato dal fiorente Ordine francescano e da altri religiosi, come gli Agostiniani e i Serviti, ebbe presto una larghissima diffusione in tutta l'Europa, ma ormai il suo contenuto, come quello degli altri tipi di M. plenari, essendo fissato, ad eccezione di qualche elemento locale, non ha più grande interesse per il liturgista : si M. manoscritti dei secc. xivxvi si rivolgono di preferenza gli studiosi d'arte, ché la
loro presentazione esterna (scrittura, decorazione, legatura) raggiunge in tutti i paesi l'apice della perfezione.

Il M. della Curia fu tra i primi M. dati alle stampe, ove si eccettuino il Missale speciale di Costanza e il Missale abbreviatum (v. ill. a col. 795) stampati dal Gutenberg ca. il 1457 (cf. E. Misset, Un missel spécial de Constance, oeuvre de Gutenberg avant 1450, étude liturgique et critique, Parigi 1899, estratto dal Bibliographe moderne, 1899, n. 4; A. Ruppel, 7. Gutenberg, sein Leben u. sein Werk, 2ᵇ ed., Berlino 1947, pp. 156-62). Infatti l'editio princeps fu pubblicata a Milano il 6 dic. 1474 per i tipi di Antonio Zarotte, parmense, con il titolo: Incipit Ordo Missalis secundum consuetudinem Romanae Curie (riprodotta secondo l'unica copia esistente all'Ambroeiana nel vol. XVII della H. Bradshaw Society a cura di R. Lippe, Missale Romanum Mediolani, 1474, I, Londra 1899). Il contenuto è così disposto : calendario; Ordo ad faciendom aquam benedictam; Proprium de tempore; dopo il Sabato Santo segue l'Ordinarium Missae con Prefazi e Canone; Proprium sanctorum; Commune Sanctorum, Messe votive e orazioni varie; Messe per i defunti, benedizioni varie. Le rubriche sono inserite nel testo.

Le edizioni del M. della Curia si susseguirono rapidamente, come si rileva dal Weale-Bohatta ([v. bibl.], pp. 148-99), ma per mancanza di un organo centrale che ne vigilasse la genuina riproduzione, gli editori introdussero molteplici varianti, di cui alcune sostanziali, e aggiornamenti vari come si può rilevare dal confronto fatto su 15 edizioni da R. Lippe (op. cit., II, Londra 1907).
III. Il M. romano di s. Pio V. - Agli albori della riforma protestante l'anarchia nel campo dell'eucologia eucaristica latina toccava il suo acme e la stampa, anziché favorire il trionfo di un determinato tipo di M., peggioro la situazione. Il catalogo dei M. pubblicati nelle varie diocesi prima del Concilio di Trento, redatto da Weale e Bohatta, è quanto mai istruttivo a questo riguardo. C'è di più : nèi M. manoscritti o a stampa rimanevano traccie di feste popolari come quelle dei pazzi e degli asini, autentiche carnevalate. Tutto questo dava esca ai novatori per far cadere il discredito sul culto e sui libri liturgici. Una riforma s'imponeva ed era richiesta da molti; ad essa provvide in parte il Concilio di Trento nella sess. XXV, 4 dic. 1563. Però la commissione nominata dal Concilio non approdò a nulla perché i criteri dei vari membri erano troppo discordi : gli uni volevano un'assoluta uniformità eucologica per tutta la Chiesa, mentre altri sostenevano con vivacità i diritti dei riti diocesani. Siccome il Concilio volgeva al termine, fu deciso di rimettere ogni cosa al Romano Pontifice. Pio IV, che già si era interessato alla questione, ricevuti gli atti della commissione sul finire del 1563, ne chiamò a Roma i membri e volle che altri studiosi ne facessero parte. Si cominciò con il Breviario che fu pubblicato da s. Pio V nel 1568 (v. mævixànt), poi si passo al M. La commissione scelta da s. Pio V non creò un nuovo M. ma ritoccò e aggiornò il M. della Curia, più volte ristampato dopo il 1474 . In genere le parti essenziali del M. di s. Pio V differiscono poco da quelle dell'ed. del 1474, anzi talvolta ci sono le identiche varianti nei testi scritturali, come nell'Epistola della feria VI post Pascha.

Le parti più ritoccate sono: 1) le rubriche mutuate in parte dall'Ordo Missae di Giovanni Burcardo, cerimoniere pontificio (cf. ed. di J. Wickam Legg, in Traets on the Mass [H. Bradshaw Society, XXVII], Londra 1904, pp. 121-74; in nota [pp. 249-51] sono indicate le parti inserite nel M. di s. Pio V), pubblicato a Roma nel 1502, ma già riprodotto nel M. romano stampato a Venezia nel 1501; 2) il «Santorale» concordato per i santi che vi dovevano figurare e per il rito della loro festa con quello del Breviario. Il M. così rivestuto fu presentato a tutte le Chiese di rito latino, con il breve Quo primum del 14 luglio 1570, come l'autentico M. romano. Nelle spazis di sei mesi tutte le Chiese che non avrebbero potuto provare che le loro consuetudini nella celebrazione della Messa erano state approvate sin dal loro nascere dalla Sede Apostolica, o che almeno erano rimaste immutate negli ultimi 200 anni, vi si dovevano conformare. La maggior parte dei M. diocesani dovette in tal modo scomparire, solo rimasero in vigore quelli dei più antichi riti occidentali,

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come quelli di Milano, Lione, Toledo, Braga, dei Certosini, Domenicani ecc.
IV. Il M. romano dopo la diforma di s. Pio V. Il M. di s. Pio V fu accolto generalmente con entusiasmo ed alcune diocesi che avrebbero potuto usufruire dell'eccezione prevista, come Aquileia, rinunciarono alla loro liturgia. Altre invece, pur accettando il nuovo M., conservarono parte delle loro antiche consuetudini : si ebbero così i Propri diocesani e i M. ad Romani formam o iuxta mentem Tridentini. Pio V aveva comminato pene severissime contro i futuri manipolatori del testo del M., gli editori però non si preoccuparono molto di tali sanzioni e sin dalla seconda edizione romana del 1570 vi si riscontra una correzione (inizio del Vangelo della faria III dopo la terza domenica di Quaresima: cf. Zaccaria [v. bibl.], I, p. 45). Però lo scandalo più grave fu dato dagli editori di Venezia (fratelli Giunta : Zaccaria [v. bibl.], I, pp. 54 56; Weale-Bohatta [v. bibl.], p. 214), i quali nel 1596 pubblicarono un M. romano tanto ritoccato da essere posto all'Indice dei libri proibiti con decreto del 1° febbr. 1601. Le correzioni riguardavano principalmente l'antiphonale Missarum il cui testo proveniva dalla versione latina pregeronimiana, detta lrala. Ora gli editori di Venezia si credettero autorizzati: 1) a sostituire tale venerando testo con quello della Volgata, testé pubblicato, e 2) a ritoccare pure il testo e gli inizi delle Epistole e dei Vangeli. Papa Clemente VIII intervenendo nominò a tale effetto una commissione, in cui figurano le più eminenti personalità scientifiche dell'epoca, come s. Roberto Bellarmino, Baronio e Gavarro, che ritoccò qua e là il testo di s. Pio V, specie nelle rubriche e nei testi scritturali delle letture discrepanti dalla Volgata. Clemente VIII promulgò la nuova ed. tipica del M. con il breve Cum Sanctissimum, del 7 luglio 1604, aggravando le pene contro coloro che la ristampassero o la mettessero in vendita senza le debite licenze e garanzie di autenticità Urbano VIII, dopo aver pubblicato una nuova edizione tipica del Breviario, si vide costretto a dare anche una nuova edizione del M. per concordare i due libri liturgici. La commissione, nominata all'uopo, ritoccò ancora le rubriche e rivide nuovamente i testi biblici delle letture per concordarli in tutto con la Volgata. Urbano VIII promulgò la nuova edizione del M. con il breve Si quid est, del 2 sett. 1634, comminando le solite pene canoniche contro i futuri controventori. Principali contraventori furono questa volta diversi vescovi francesi inficiati di giansenismo e gallicanismo. Dalla fine del sec. xvir e nel sec. xviri ci fu principalmente in Francia una frenesia per comporre nuovi M. (i M. neo gallicani) e nuovi Breviari : si tolsero i passi non scritturali; si mutarono rubriche; si aumentarono Prefazi e Sequenze, notissimo il Prefazio per la festa di Ognissanti composto dal giansenista L.-F. Boursier (cf. P. Guéranger, Institutions liturgiques, II, 2ᵃ ed., Parigi 1880, p. 330). In Italia, il Sinodo di Pistoia (VI sess., 27 sett. 1786) si occupò della riforma del M., ma secondo lo spirito che aleggiava oltr'Alpe (cf. Atti e decreti del Concilio diocesano di Pistoia, Firenze 1786, p. 205).

Questi M. si diffusero in Francia e nelle regioni vicine per oltre un secolo; scomparvero solo in seguito alla campagna per ristabilire la liturgia romana, iniziata e sostenuta da mons. Pierre-Louis Parisis, vescovo di Langres (lettera pastorale, 15 ott. 1839) e dall'abate d. Guéranger. Questo ritorno al M. romano nelle diocesi d'oltr'Alpe, comprese quelle di Colonia, Münster e Treviri, porse il destro a Leone XIII per pubblicare una nuova edizione tipica del M. che tenesse conto di tutte le variazioni posteriori a Urbano VIII. L'edizione fu pubblicata a Ratisbona (Pustet) nel 1884.

L'ultima revisione tipica del M. è dovuta al b. Pio X il quale volle riportare il Breviario e il M. ad una maggior purezza di linee (cf. la bolla Divino afflatu del 1° nov. 1911). Le norme generali per la revisione del M. e del Breviario, in attesa di una vera riforma, furono fissate dal Pontefice nel motu proprio Abhinc duos annos del 23 ott. 1913 e alla Commissione incaricata del lavoro fu ingiunto : 1) di non portare altre innovazioni oltre quelle richieste dalle variazioni già introdotte nella nuova edizione tipica del Breviario (1914) e dai decreti della S. Congregazione
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(da Hanus Bohatta, Lhargische Drucke..., und liturgische Drucker, Ratisbona [1888], Ion. 88)
Messale - Frontespizio del M. di Augusta, stampato a Dillingen da Sebald Mayer nel 1533.
dei Riti; 2) di ritoccare le rubriche e non la sostanza del M. Difatti il testo del M. non fu toccato, ad eccezione di poche correzioni o aggiunte di secondaria importanza (ad es., i Prefazi di s. Giuseppe e dei defunti, prescritti il 9 apr. 1919: AAS, 11 [1919], pp. 190-91). Le rubriche furono rivedute ma non si ebbe il coraggio di rifonderle, ragione per cui le rubricae generales Missalis rimasero quelle dell'ed. tipica di Leone XIII del 1900, alle quali fanno seguito, come nei Breviario, le Additiones et variationes in rubricis Missalis ad normam bullae "Divino afflatu» et S. R. C. subsequentium decretorum. Furono ridotte le Messe votive e aggiunti i formulari delle tre Messe dei defunti per il 2 nov., concesse da Benedetto XV con il breve Incruentum Altaris sacrificium, del 10 ag. 1915 (AAS, 7 [1915], pp. 401-404). L'ed. tipica delle Messe dei defunti fu pubblicata a parte nel 1919 con il titolo Missae defunctorum ex Missali Romano desumptae. Anche il calendario fu concordato, per contenuto e rito, con quello del Breviario. L'edizione fu promulgata e dichiarata tipica da Benedetto XV con decreto della S. Congregazione dei Riti del 25 luglio 1920 (cf. L. Barin, Il M. romano riformato da Pio X e promulgato da Benedetto XV. Commento e note illustrative alle modificazioni introdotte dalla ed. tipica MCMXX, Rovigo 1920).
V. Il contenuto. - 1) Documenti pontifici. Il decreto della S. Congregazione dei Riti (25 luglio 1920); i brevi già ricordati di s. Pio V, di Clemente VIII, di Urbano VIII, la bolla Divino afflatu di Pio X. 2) Il trattatello De anno et eius partibus, elementi essenziali del computo ecclesiastico con tabelle passuali e temporarie delle feste mobili. I primi paragrafi sono stati aggiunti da Urbano VIII. 3) Il Calendario corrisponde ora esattamente al Santorale mentre nel M. manoscritti e nelle ed. anteriori a Pio V, non sempre corrispondeva. E uno degli elementi più antichi del M., e spessissimo serve a identificare l'origine e a determinare la data dei M. manoscritti, a seconda dei santi locali e di altre notizie che vi figurano.

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(cf. Leroquais [v. bibl.], I, pp. xvII-xix). 4) Le Rubricae generales Missalis compilate sulla base dell'Ordo Missae di Burcardo dalla commissione di s. Pio V e concordate con quelle del Breviario pubblicato nel 1568 , rivedute da Clemente VIII, Urbano VIII e Leone XIII (v. BIBRICA). Seguono le Additiones et variationes di Pio X. 5) Il Ritus sercundus in celebratione Missae, desunto dal Burcardo e il De defectibus in celebratione Missarum occurrentibus, compilazione già inserita nel M. edito a Venezia nel 1557 (cf. B. Gavanto, Thesaurus Sacrorum Rituum, ed. di G. M. Merati, I, Venezia 1769, p. 201). 6) La Praeparatio ad Missam, le Orationes dicendoc cum sacerdos induitur sacerdotalibus paramentis e la Gratiarum actio post Missam. Nel M. di s. Pio V c'erano soltanto i salmi con i versetti e gli arenas consueti, le altre preghiere furono inserite dopo. 7) L'Ordo incensationis con le illustrazioni competenti. 8) Il Proprium de Tempore (v. TEMPORALE) che incomincia con la prima domenica di Avvento. Tra il Sabato Santo e la domenica di Risurrezione figura l'Ordinarium Missae con i Prefazi e il Canone. 9) Il Proprium de Sanctis (v. sANTORALE) che incomincia con il 28 nov.; nel M. manoscritti contiene spesso preziosi elementi per determinarne l'origine. 10) Il Commune sanctorum, incomincia con la vigilia di un Apostolo e termina con le Messe della Vergine. 11) Missae vaticae, assai più numerose nel M. manoscritti. 12) Orationes diversae. 13) L'Ordo ad faciesdam aquam benedictam, che nella editio princeps del 1474 figura all'inizio del M. 14) Le Benedicciones diversae. 15) Il Proprium sanctorum pro aliquibus locis ubi ex indulto S. Sedis concessum est. 16) Proprium diocesanum.

BibL.: 1) Descrizioni di M. manoscritti: si tiene conto soltanto delle raccolte generali: L. Delule, Mémoire sur d'anciens Sacramentaires, Parigi 1886 (descrive vari M.); A. Ebner, Quellen u. Forsch. zur Geschichte u. Kunstgesch. des Missale Rom. im Mittelalter. Iter Italicum, Friburgo in Br. 1896; H. Ehrenabergar, Libri liturgici Bibliot. Vatic., ivi 1897; J. Köck, Handschriftl. Missalien in Steiermark, Graz 1916; Toivo Hapanen, Verzeichnis mittelalterl. Handschriftenfragmente in der Universitätsbibliot. zu Helsingfors, I. Missalia, Helsingfors 1922 (catalogo di 369 frammenti di M. quasi tutti finlandesi dall'zi al xv sec.; resti della vandalica distruzione dei riformatori); G. Lindberg, Die schmeilschen Missalien des Mittelalts, I. Berlino 1924; V. Leroquais, Les sacramentaires et missels mis. des biblial. publ. de France, 4 voll., di cui uno di tavv., Parigi 1924 (cf. A. Wilmart, Les anciens missels de la France, in Ephem. liturg., 46 [1932], pp. 235-67); P. Radé, Libri liturgici manoscritti bibliothecarum Hengariae, Budapest 1947 (M. dal sec. xit) id., Mittelalterl. liturg. Handschr. deutscher, italien. u. fransch. Herkunft in den Bibliotheken Südosteuropas, in Missell. liturg. in hon. L. C. Mohlberg, II, Roma 1949, pp. 349-92. Tra le collezioni nelle quali sono riprodotti antichi M., si devono segnalare quelle delle Sortees Society, delle Henry Bradshaw Society, dei Texte und Arbeiten di Beuron (per i testi palinsesti). 2) Per i M. stampati: F. A. Zaccaria, Bibliotheca ritualis. I, Roma 1776, pp. 49-76, cf. in specie 52-55; W. H. J. Weale-H. Bohatta, Bibliographia liturgica. Catul. Missaliam ritus lat. ab a. MCCCCLXXIV impressoram, Londra 1928 (con ricca bibl. a pp. xvI-xxxII: non tutte le notizie sono però attendibili); M. Besson, L'Église et l'impériorie dans les anciens dindues de Lausanne et de Genève jusqu'en 1525. I, Ginevra 1937, pp. 193-332 (rettifica il Weale-Bohatta). 3) Letteratura: mancando ancora una storia completa del M., si ricordano, oltre i capitoli di sintesi sull'origine del M. dell'Ebner, pp. 329-454, e l'introduzione del Leroquais, I, pp. xII-xVII, i seguenti saggi: J. Baudon, Le Missel géloier, 2 voll., Parigi 1912; D. Buerner, La formation du Missel rom., in La vie et les arts liturg., nov. 1919. apr. e luglio 1920 (cf. La Scuola cattolica, 22 [1922], pp. 201-13, 360-73); L. Barin, Storia del M. rsm. dalle più remote sue origini alla ed. tipico MCMXX, Rovigo 1920; E. Bishop-A. Wilmart, Le génie du vit romain, Parigi [1921]; H. Griner, Das Missale in Lichte der röm. Stadtgesch., Friburgo in Br. 1925; H. Bohatta, Liturgische Drache und liturgische Drucker, Ratisbona [1926]; P. Betiffol, Legona sur la Messe, Parigi 1927, pp. 1-12; J. B. Ferreres, Hist. de Misal rom., Barcellona 1929 (la parte migliore dell'opera è la descrizione di M. manorcr., esistenti in alcune biblioteche spagnole, pp. xvIII-cxix); F. Cabrol, Les dives de la liturgie lat., Parigi 1930; id., Missel e Missel rom., in DACL. XI, 17 [1934], coll. 1431-68, 1468-94; A. Baumstark, Missale Rom., Eindhoven-Nimega 1930; R.-J. Hesbert, Antiphonale Missarum exstuplex, Bruxelles 1933; Ph. Oppenheim, Instil. systematico-histor. in sacram liturgiam, IV, Torino, pp. 55-62 e passim (cf. indice s. v.); E. Bourque, Etude sur les Sacramentaire- romains, Città del Vaticano 1948; P. Bruylants, Les orations du Missel Romain. Texte et histoire, 2 voll., Abbaye de Mont-César-Louvain 1952 (importante lavoro sulla genesi
e l'evoluzione dell'eucologia romana). Per le rubriche cf. F. X. Hecht, Rubricae generales Missalis, Roma 1940 (Pro manuscripio: è in preparazione una nuova ed.). V. ambrosiana, liturcia, morsitabica, liturcia, sacramentario. A. Pietro Prunz
VI. ARTE. - La decorazione del M. subisce naturalmente, dal punto di vista stilistico, la stessa evoluzione che negli altri manoscritti miniati (v. miniartura), Tuttavia nei più antichi saggi che dal vir all'zi sec. segnano, come è stato sopra osservato, la trasformazione del Sacramentario nel M. vero e proprio, c'è da fare interessanti osservazioni circa l'origine e lo sviluppo di alcune illustrazioni divenute fondamentali del M. Origine e sviluppo collegati particolarmente alla evoluzione delle lettere iniziali con le quali ha principio il "Prefatio" e il "Canone». Così la P con la quale comincia la prima formula del dialogo preparatorio: Per omnia suecula saeculorum; le lettere V D intrecciate delle prime due parole del " Praefatio": Vere Dignum; la lettera T delle prime parole del "Canone"; Te igitur. Lettere codeste che dopo i saggi più antichi, del sec. viII (v. ill. e col. 794), sono venute gradualmente arricchendosi di ornati complessi con intrecci, immagini antropomorfe e floreali fino a formare delle vere e proprie illustrazioni a sé stanti. E mentre il gruppo presto intrecciato della V e della D veniva come dominato e poi sostituito dalla complessa immagine della Maestà, la Majestas Domini, il T del Te igitur presto diveniva una Croce vera e propria. fin quando dava luogo a quella composizione della Crocifissione posta di fronte all'inizio del Canone che è fondamentale di ogni M. In tale scena è solo nella seconda metà del sec. xiv che al Crocifisso si uniscono altri personaggi mentre nella sfiando viene rappresentata la città di Gerusalemme. Inoltre il Cristo in gloria della Maestà talvolta, fino dal sec. xili, viene sostituito dal Cristo Giudice.

D'altro canto, oltre le due rappresentazioni sopra accennate, quasi sempre ugualmente originate dalla decorazione delle iniziali, nei M. si possono incontrare scene evangeliche e immagini di Santi ad accompagnare il testo nelle Messe delle principali feste dell'anno.

Tra i più antichi esempi di M. miniati, si ricordano: quello di Roberto di Jumièges (Bibl. di Rouen), opera del sec. xi, di un artista della scuola di Winchester; il Missale Bobbiense (sec. xi; Bibl. Ambrosiana di Milano, D. 84 inf.), con iniziali a piena pagina nelle quali sono evidenti gli influssi della miniatura germanica del secolo precedente. Un esempio di M. emiliano è il Missale ad usum Ecclesiae Mutinensis (sec. xir; Bibl. Palatina di Parma, ms. Parm. 996); mentre di scuola dell'Italia centrale è il Missale monasticum (sec. xili; Bibl. dell'Alabazia di Sublisco, ms. XVIII). Delle scuole straniere è da citare il M. di Enrico di Chichester (ca. 1260, Manchester) di artista inglese influenzato dalla miniatura contemporanea francese e notevole per le caratteristiche drôleries. Tra le opere dei secc. xiv-xv meritano menzione il Missale Ambrosianum (Ambrosiana, C. 170 inf.), miniatore fornita un artista lombardo per Roberto Visconti, poi arcivescovo di Milano; il M. dell'incoronazione di Gian Gabbazzo Visconti (Milano, Bibl. della cattedrale di S. Ambrogio), miniato da Anovelo da Imbonate; e lombardi sono anche, nel sec. xv, il M. del duomo di Fermo, miniato da Giovanni di Maestro Ugolino, quello del duomo di Mantova, miniato da Belluillo da Pavia. Probabilmente padovano è il ricco Libro d'ore e M. Francescano della Bibl. nazionale di Parigi (lat. 757 - del 1580), combinazione di un M. e di un Libro d'Ore, con 73 miniature a piena pagina, oltre alle molte iniziali istoriate; e sulla fine del sec. xiv sono notevoli in Inghilterra il M. dell'abate Lyfington ( 1583 -84) e il M. Sherbone, opere in gran parte di John Silerwas (Alnvick Castle). Tra le opere della fine del sec. xv e degli inizi del xvi sono da ricordare il Missale secundum consuetudinem Romane Curie, del 147476 (Firenze, Museo nazionale), con molte miniature, rivelanti anche influssi fiamminghi, di Gharardo e Monte del Fora; il Missale Romanum della Bibl. Trivulzio di Milano (cod. n. 2165), miniato con grande finezza per il card. Ippolito d'Este, sulla fine del '400, da Martino da Modena; il Missale Romanum della Bibl. Braidense di Milano (AE X 30), di miniatore veneto degli inizi del

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sec. xv1; e il Missale speciale Romanum (Roma, Bibl. Casanatense, ms. 458), miniato da artisti di scuola lombarda per il card. Francesco Cornaro, vescovo di Brescia nel 1532-43. - Vedi tavv. L-LIII.

Biss.: Per la bibl. v. sopra, in particolare i capitoli che dedicano alla decorazione del M. l'Ebner (pp. 429-54) e il Lercuasis (1, introduzione).

Gilberto Ronci
MESSALIANI. - Movimento ascetico con tendenza eretiche nato in Siria. In greco i m. sono detti euchiti; ma Timoteo, presbitero di Costantinopoli, conosce per loro ancora le denominazioni di markianisti, entusiasti, corcuti, lampetiani, adelfiani e custaziani (da Eustazio di Sebaste : PG 86, 45 sg .), Si potrebbero ancora aggiungere altri nomi, perché i m. hanno molti rapporti anche con gli audiani ed i timoteanisti (menzionati da Mārūtā di Majferqat). Non si può parlare di una setta vera e propria, trattandosi piuttosto di un movimento ascetico nella Chiesa siriaca con dottrine spirituali erronee.

I m. sono menzionati per la prima volta (dopo i calori e gli audiani) da Efrem il Siro nella omelia 22 contro le eresie (v. la traduzione tedesca di Ad. Rücker, Des bl. Ephraim der Syren Hymnen gegen die Irrlehren [Bibliothek der Kirchenväter, 61], Monaco 1928, p. 81). Il Santo non dà notizie particolari. Più estesa è la relazione di s. Epifanio (Haer., So, 3, 2 sg.), ma egli non era bene informato sul problema teologico che riguarda il messalianismo. Dice che i m. sono una folla indisciplinata di asceti di ambedue i sessi, che dormono nelle strade e sulle piazze (ibid., So, 3, 4) e che chiedono dirmosine (loc. cit.), ma d'altra parte parla anche di m. in Mesopotamia che abitano in monasteri (mandrai; ibid., So, 6, 5). Esistevano dunque asceti vaganti che adcrivano alle dottrine dei m. e asceti che avevano la "stabilitas loci". Gli asceti vaganti e la vita comune di asceti di ambedue i sessi non sono una particolarità del messalianismo siriano. Anche l'abitudine di non tagliarsi i capelli o di non radersi la barba e di portare l'abito di penitenza (sacco; ibid., So, 6, 5) non caratterizza proprio i m. Più istruttive sono le notizie di Epifanio che dicono che i m. non osservano i digiuni ( 80,3,6; cf. Teodoreto, Hist. eccl., IV, 11, 7) che non lavorano (Epilonio, Haer., So, 4, 1) e che, interrogati se siano profeti, Cristo, patriarelli o angeli, affermato di essere tutto questo (ibid., So, 3, 5). Questi dettagli hanno qualche relazione con la dottrina ascetica e mistica del messalianismo. Le notizie più concrete sulla dottrina dei m. risalgono in ultimo agli atti dei Sinodi di Side (sotto la presidenza di Anfílochio di Iconio) e di Antiochia (sotto Flaviano) e che Fazio aveva letti (Bibl., cod. 52 : PG 103, 88 sg.). Le informazioni di Teodoreto (op. cit., IV, 11, e Haeret. fab., IV, 11 : PG 83, 429 sg.) di Timoteo presbitero (v. sopra), di Giovanni Damasceno (De haeres.: PG 94, 729 sg.) e di Eutonio Zigabano (PG 130, 1273 sg.) si basano su questo materiale, fornito dai testi sinodali. Si criticava in questi sinodi un "Asceticon" dei m. che secondo il Dorries si potrebbe ancora ricostruire dalle omelie dello Pseudo Macario o più esattamente di Simeone di Mesopotamia. I punti principali di questa dottrina dei m. sono i seguenti : in ogni uomo che nasce si trova un demone, conseguenza fatale della caduta di Adamo. Il Battesimo non riesce a cacciare via questo demone, perché il Sacramento non taglia le radici dei peccati. Solo la preghiera continuata sorta la presenza sentita dello Spirito Santo può cacciare il demonio e portare l'uomo alla "apatheia" (imperturbabilitas). La dottrina del demonio che nasce con l'uomo è in fondo una dottrina della religione giudicica. Si tratta della inclinazione cattiva (jézer ha-ra') che nasce con ogni uomo, e che è la concupiscenza sessuale. Questa più o meno cosciente identificazione della concupiscenza con il peccato originale è stata sviluppata nella Chiesa antica sulla base di dottrine giudaiche secondo le quali la radice (per l'immagine della radice v. H. Ch. Puech, Le Manichéisme, Parigi 1949, p. 160) del male verrebbe "sigillata " nei tempi escatologici (IV Esd. 3, 22) nel senso che il Battesimo o la Cessima sarebbero il "sigillo" della radice del male. Ma quando il concetto di sigillo ( σ ρ ρ ε γ dot{α} ζ ) fu interpretato soltanto nel senso di un segno escatologico, la cancella-
zione del peccato originale nel Battesimo fu negata e si arrivò alla conclusione dei m., che il sacramento del Battesimo è effettivo solo nella maniera di un rasoio, che taglia i capelli, ma che non li sradica (Teodoreto, Haeret. fab., IV, 11). Lo sradicamento del peccato e cioè della concupiscenza, diventa cosi opera dell'asceta stesso, che, rinunciando completamente ad ogni forma di concupiscenza, arriva all'« apatheia». La conseguenza è l'encratismo e l'affermazione di una presenza dello Spirito Santo nell'anima non in concomitanza con l'atto battesinale, ma con la venuta dello Spirito sugli Apostoli, a Pentecoste. Da qui risulta l'interesse degli encratiti e dei m. per gli Apostoli che per loro diventano modelli per la vita dei perfetti. La presenza dello Spirito deve essere sentita sensualmente, dato che anche la concupiscenza è un fatto sensuale e cosi si spiega lo psicologismo della dottrina dei m. Tutto il resto nella dottrina dei m. si può interpretare da questi presupposti: la visione sensuale delle persone della S.ma Trinità, che non sono distinte, il profetismo, la divinizzazione (purificazione) dell'uomo che ha raggiunta l'« apatheia», la rinuncia al lavoro dei perfetti e l'indifferenza verso i precetti morali che valgono solo per gli imperfetti, come del resto anche i precetti ascetici ed i Sacramenti. Per quanto il messalianismo sia comprensibile nelle sue linee generali, per noi è tuttavia impossibile trarre le linee di demarcazione fra l'encratismo antico ed il messalianismo in Mesopotamia. E molto probabile che il messalianismo si sia propagato dalla Mesopotamia in Asia Minore e nella Siria occidentale (anche in Egitto esistevano m.) ma le singole fasi di questo sviluppo storico rimangono oggi oscure come anche l'attività delle singole persone che vengono menzionate: Adelfio, Lampetio, Eusebio di Edessa, Simeone di Mesopotamia, ecc. Si può ricostruire fin a un certo punto il messalianismo per mezzo delle omelie dello Pseudo Macario o del Liber graduum, ma bisogna rendersi conto che qui si ha già da fare con attenuazioni della dottrina ascetica dei m. Dagli avversari poi del messalianismo come Diadoco o Marco Eremita si può trarre solo qualche elemento per la ricostruzione delle idee dei m . Più sulle sarebbe forse la raccolta delle immagini usate negli scritti che hanno sublto l'influenza dei m. Si potrebbe forse constatare che all'infuori della dottrina del peccato esistono anche contatti con la mistica giudicica (Merkelblah-speculazione delle omelie dello Pseudo Macario. Tecnica della mistica : tenere in giù la testa durante la meditazione; v. G. Scholten, Les grands courants de la mystique juice, Parigi 1950, p. 63 ed i xax α × ε ρ α λ i τ a presso i m. a Costantinopoli, v. Chronique de Michel le Syrien, II, ed. Chabot, ivi 1900-10, p. 261). Nelle immagini usate nelle omelie dello Pseudo Macario si riscontrano contatti con quelle della letteratura pseudo clementina. E certo che i m. facevano largo uso degli Atti apostoli degli Apostoli. Se avessero veramente una criatologia del tipo dei Giudeo-cristiani, come suppone uno dei testi di accusa, non è sicuro. L'influenza del movimento spirituale del messalianismo è stata considerevole. Ciò non solo va detto per la spiritualità della Chiesa bizantina, che anche negli avversari dei m. riflette ancora lo psicologismo dei m., né soltanto per l'influenza sulla mistica islamica, ma anche per il pietismo europeo che con il presupposto della dottrina di Lutero sulla concupiscenza si è dimostrato in personaggi come Wesley o C. Arnold molto sensibile alla spiritualità dei m. come la conobbero nelle omelie dello Pseudo Macario. Con il manicheismo i m. hanno in comune solo i presupposti dell'encratismo in Mesopotamia.

Biss.: Le fonti principali per la storia e la teologia dei m. sono note raccolte da M. Knooko nella prefazione alla sua edizione del Liber graduum, in Patrologia Siriaca, III, Parigi 1926, p. c1221 sgg. Dalla ricca letteratura moderna cf.: L. Hausherr, L'erreur fondamentale et la logique du messalianisme, in Orientalia Chr. periodica, 1 (1935), p. 328 sg.; C. M. Edsman, Le baptism de feu, Uppsala 1940, p. 147 sg.; H. Dörries, Symeon von Mesopotamien (Texte und Untersuchungen, 25, II, Lipsia 1941, p. 425 sg.; H. Ch. Puech-A. Vellant, Le traité contre les baganules de Casmas le prêtre, Parigi 1945, passim; A. Vôchus, Les messaliens et les réformes de Bargauma de Nisibe dans l'Eglise Perse (Contributions of Baltic University, 34), Pinsaberg 1947. Erik Peterson

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MESSIA e MESSIANISMO. - Dall'ebr. mätiah = unto, capo inviato da Dio per reggere il suo popolo. Il termine è applicato nel Vecchio Testamento ai sacerdoti (Ex. 28, 41), i quali ricevevano il potere e la missione speciale di guidare o governare Israele. Ogni strumento di Dio era pertanto in tal senso un m. (Ps. 115, 15). Il termine, usato in Ps. 2,2 per indicare il re e fondatore della nuova alleanza, promesso da Jahweh, divenne più tardi, nella letteratura apocrifa e rabbinica (Menoch, 48, 10; Ps. Sal., 17, 36; 18, 6 ecc.), suo titolo esclusivo; l'unto per eccellenza, hanimätah, rivendicato dallo stesso Redentore (Mt. 16, 15 sgg.; M c .15,61 ), o «il Cristo», equivalente greco del participio passivo ebraico.

Precisazione tardiva che non impedisce di raggruppare sullo stesso soggetto le differenti profezie nelle quali l'eletto a compiere la grande opera di Jahweh vien chiamato: "David mio servo" (Ez. 37, 25), "Jahweh nostra giustizia" (Jer. 23, 6; 33, 16), "servo di Jahweh" (Is. 52, 13), "Pastore" (Ex. 33, 23; cf. Mi. 5, 3), "germe, polione" (Is. 4, 2; 11, 1; Jer. 23, 5) (M.-J. Lagrange, Le judaïsme... [v. bibl.], p. 365).

Il M. è inscindibile dal suo regno; le due realtà sono accomunate sia nell'attesa (Vecchio Testamento) sia nella realizzazione (Nuovo Testamento). Parola e concetto sono esclusivi del giudaismo e del cristianesimo; costituiscono il punto centrale d'incontro (nella profezia) e di opposizione (nella realizzazione) tra le due religioni (A. Vaccari, s. v. in Enc. Ital., XXII, p. 953). Le linee essenziali del messianismo o dottrina intorno al M. sono le seguenti :
a) il jahwismo, concretato nel patto del Sinai, è l'unica vera religione, ma sfocerà in una alleanza più perfetta e definitiva, estesa a tutte le genti; b) Israele ne sarà il veicolo conduttore; c) un discendente di David ne sarà il realizzatore e, in eterno, il re e sommo sacerdote (J. Touzard, Juif, peuple, in DFC, II, col. 1614 sg.).

La prima rivelazione messianica risale alle origini stesse dell'umanità. Il tentativo di Satana di fare dell'uomo un suo stabile gregario contro l'Eterno è rintuzzato da Dio : il genere umano fin da quel momento gli è nemico e infliggerà a Satana una sconfitta totale e definitiva (Gen. 3, 14 sg.). Usanimi, la tradizione giudaica (Tergum di Onkelos, Settanta, ecc.) e cristiana identificano giustamente tale vittoria (della « stirpe della donna» = il genere umano, ma eminentemente il Cristo) con l'opera redentrice di Gesù, come precisaranno le rivoluzioni successive e la realizzazione dimostra (A. Bea [v. bibl.], pp. 198-204; L. Dennefeld, Le messianisme [v. bibl.], pp. 15-20; F. Ceuppens, De Proto-Evangello, Roma 1932). E il "protevangelo", il primo annunzio della lieta novella. Esso definisce la natura spirituale e universale del futuro trionfo. Quindi seguono sempre più dettagliate e varie le precisazioni. Dio si servirà, per tale vittoria, della discendenza di Sem (Jahweh è detto "Dio di Sem"), dei cui beni spirituali le genti (Iapheth) diverranno partecipi con lui e per mezzo di lui : «lapheth sbiti nelle tende di Sem" (Gen. 9, 25 sgg.; cf. Rom. 1, 16; 11, 13-27). Tra i Semiti sceglie la stirpe di Abramo, che sarà «fonte di benedizione per tutte le genti" (Gen. 12, 1-3; cf. 13, 14-17; 17, 1-9; 18, 18 sg.; 22, 16 sgg.) e stringe con essa solenne patto (ibid. 15, 8-21; 17), per la cui realizzazione impegna la sua onnipotenza. Conferma l'universalità della salvezza e la missione intermediaria del popolo discendente da Abramo, per la linea di Isacco e Giacobbe (ibid. 26, 3 sgg.; 27, 28 sgg.; cf. A. Bea [v. bibl.], pp. 203-206). Nella benedizione di Giacobbe (Gen. 49, 8-12), il tutto è ristretto alla tribù di Giuda. Essa riterrà la supremazia spirituale ( = scettro, bastone del comando: v. 10), fino a quando il M., " cui spetta (bdlöh : Ex. 21, 32 [Volg. 27]) tale sovranità e al quale le genti obbediranno" (v. 10 b), avrà fondato il nuovo regno. Il tempio di Gerusalemme, sede del culto a Jahweh, era l'espressione sensibile della sud-
detta supremazia; la sua distruzione ( 70 d . C.) doveva dimostrare ai Giudei che il M. era venuto e il suo regno era già iniziato (A. Bea [v.bibl.], pp. 206-12); i vv. 11 sg . appartengono all'elemento accessorio e caduco del messianismo (Bea [v.bibl.], p. 211 sg .) : la predizione di una felicità e prosperità materiale straordinaria, che spesso è frutto effettivo della benedizione di Jahweh per la nazione eletta alla missione su indicata, quando le è fedele; ma ordinariamente è simbolo dell'abbondanza dei beni spirituali nel regno del M. Al Sinai sorge la nazione "porzione particolare di Jahweh", "sua riserva regale"; e con il patto, che riprende e precisa quello con Abramo, è sancita la missione di Israele : popolo e cultore dell'unico vero Dio, Jahweh (Ex. 19, 5 sg.; 20, 1-17; cf. L. Cerfaux, Regale sacerdotium, in Revue des sciences philos. et théol., 28 [1939], pp. 5-39). Il carattere temporaneo del patto è indicato nella sanzione (Ex. 20, 5; cf. Lev. 26; Deut. 28; 34, 29 sgg.). Gli altri libri del Pentateuce e i libri storici fino a David non hanno riferimenti messianici, se si eccettui Num. 24, 15-19 e Deut. 18, 15-19); narrano la realizzazione dal patto del Sinai da parte di Jahweh (EsodoGiosuē), e l'alterna, difettosa rispondenza da parte d'Israele (Giudici-I Samuele). Con la monarchia, più precisamente con il patto di Jahweh con David, le speranze messianiche vengono riprese e potenziate. Con il vaticinio di Nathan (II Sam. 7), "Israele è stabilito per sempre popolo di Dio ", governato per sempre dalla dinastia di David.

Il pio David, riprendendo il filo delle antiche promesse, comprende il disegno di Jahweh, e, divinamente ispirato, celebra il misterioso liberatore che Dio si associa per la realizzazione del suo regno: Ps. 2; 21 [22]; 71 [72]; 109 [110]. Figlio (Ps. 2, 7; Hebr. 1, 5) ed eguale di Jahweh (Ps. 99 [100], 1 : Jahweh lo invita a sedere alla sua destra = Hebr. 1, 13; Mt. 22, 41-46), sovrano d'Israele e delle genti (Ps. 2, 6. 8; 71, 8-11); sacerdote in eterno (Ps. 109, 4= Hebr. 5, 6; 7) = esemplare di giustizia (Ps. 71, 7), egli realizzerà perfettamente il regno di Dio nella umanità. Il sacerdozio del M., ben distinto da quello di Levi, temporaneo come l'alleanza del Sinai, partecipa della stabilità del regno di Dio, è eterno e definitivo. Il M., infine, come discendente di David (II Sam. 7, 16), è un uomo; e David ne descrive le sofferenze (Ps. 21 [22]) e la Risurrezione (Ps. 15 [16]; cf. Act. 2, 25-32; 13, 35 sgg.; A. Vaccari, La Redenzione, Roma 1934, pp. 165-90). Certo i contemporanei del gran Re e, talvolta, lo stesso profeta (Sum. Theol., 2ᵃ-mathbf{2}^{mathrm{ac}}, q. 173, a. 4), oltre a non percepire il modo come si sarebbero realizzati tali diversi aspetti del futuro liberatore, non comprendevano il valore pieno delle singole predizioni.

Dalla morte di Salomone ai profeti del sec. viIi corre un triste periodo di sbandamento. Le tribù del nord escono dal patto del Sinai e, distrutta Samaria (nonostante l'ultimo richiamo della giustizia [Amos] e dell'amore [Dees] di Jahweh), vengono assorbite dal mondo idolatra. Il patto del Sinai si restituisce effettivamente al solo regno di Giuda ( = patto con David). Né quest'ultimo comprese la lezione del terribile crollo di Samaria (Ex. 16, 44-52; 23); peggiorò anzi nella via dell'idolatria, dell'ingiustizia e dell'immoralità (Is. 1, 5 sgg.; Mi. 3; 7, 2-6; Jer. 2; 5, 19-31; Ex. 4-6, ecc.), riducendo le relazioni con Jahweh al solo culto esterno (come gli altri popoli con le loro divinità) e trascurando affatto i precetti del patto: monoteismo e legge morale (Os. 2; Mi. 6, 6 sg.; Is. 1; 5, 1-7; Ier. 2; 7; 11; Ex. 15; 16; 20; 22; ecc.). I profeti pertanto, combattendo tali deviazioni, illustrano l'oscenza del patto sinaitico, ne annunziano le conseguenze, ne dànno l'ultima finalità : a) Giuda, per l'onore e per la giustizia di Jahweh, deve essere distrutto (Ex. 7; 14, 12-21; 15; 16; ecc.; Ier. 8, 4-12; 11, 9-17; 16, 10-17; ecc.); b) per realizzare i suoi disegni (Is. 48, 9 sgg.; Ex. 20, 22-44; 36, 21-32), Jahweh però non lo annienta; riserva un "resto", che purificherà nel lungo esilio e ricondurrà in Palestina per ricostituire il nuovo Israele; questi, a suo tempo, sarà elevato e assorbito nel regno del M., fine di tutta l'economia divina (Am. 4, 11; 9, 9; Mi. 4, 6 sg.; 7, 19; Is. 1, 9; 7, 3; 10, 20 sgg.; 40-66; Ier. 3, 14. 16; 23, 3; 24, 6; 30-31; 33; Ex. 11, 13-20; 34; 37, 12; ecc.). Perciò i profeti descrivono strettamente congiunti il ri-

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torno dall'esilio, la restaurazione teocratica e la salvezza messianica, essendo la prima preludio e preparazione immediata di quest'ultima. Lo specifica espressamente Dan. 9. La restaurazione vaticinata da Ier. 25, 11 sg.; 29, 16 (cf. II Par. 36, 21) avrà inizio dopo 70 anni dal 605 mathrm{a} . mathrm{C}., ma avverrà lentamente. Precedono tre periodi : il primo termina con l'editto di Ciro ( 538 a. C.); il secondo, più lungo, vede la ricostruzione del Tempio e di Gerusalemme tra avversità di ogni genere, e si chiuderà con l'uccisione di Onia III (171 a. C.); il terzo vede la persecuzione di Antioco Epifane con la profanazione del santuario (abominatio desolationis), per tre anni e mezzo, e termina con la morte del persecutore e l'inizio del culto ristabilito da Giuda Maccabeo (Dan. 9, 25 sgg.; cf. 2, 7-12). La restaurazione sarà compiata soltanto con l'avvento del regno del M., allorché "ogni peccato sarà cancellato e regnerà una giustizia sempiterna" (ibid. 9, 24). Tale connessione rimane integra anche nell'esegesi che estende le 70 settimane alla morte del Cristo.

E la dimostrazione palese che il patto con David è solo in ordine al futuro M.; per queste Giuda non può perire (Is. 7, 7; A. Pohl, Historia populi Israël, Roma 1933, p. 133 sg.); ecco perché i profeti dànno i più bei vaticini messianici immediatamente dopo l'annuncio delle devastazioni e della rovina del regno (Is. 4, 1 sgg.; 7, 14 b dopo il v. 25 ; 8,5-8 ; 8,23-9,1 [ebr.]; 11, 1; Ez. 17, 22 sg.; ecc.). E una connessione logica e nient'affatto temporale; essi per l'altro, tra restaurazione e regno del M. Né si tratta di orientazione nuova nel messianismo dei profeti, ma solo di arricchimento e di formulazione più chiara.

Caratteristiche del M. saranno: a) è della stirpe di David: Is. 11, 1; Ier. 23, 5; 33, 15; Ez. 17, 22 (cf. Le. 1, 32); b) nascerà a Betlemme: Mi. 5, 1= Mt. 2, 6; c) da una Vergine: Is. 7,14 mathrm{~b}= Mi. 1, 23; cf. Mi. 5, 2 (però delle praticzie messianiche; il segno offerto ad Ashaz e il figlio di Is. 7, 3. 16 [Sē'är jätübb], come l'altro figlio in Is. 8, 4; "prima che esso raggiunga l'età della discrezione, cioè tra qualche mese, i paesi dei due re temuti saran devastati"; i vv. 21 sg . annunziano la prosperità l'abbondanza [anche nei testi di Râs Samrah: cf. R. Dussaud, Les découvertes de R. S.... Parigi 1937, p. 79 sg.] dei tempi messianici; d) sarà ripieno dello spirito di Jahweh: Is. 11, 1-5; 42, 1 (cf. 61, 1 sg. = Lc. 4, 18 sg.; forza divina accordata temporaneamente, che nel M. è dono permanente per l'alta sua missione: cf. F. van Imschoot, in Ephem. theol. Lavun., 16 [1939], pp. 357-67); e) sarà il "servo di Jahweh", cioè il suo cultore per eccellenza: Is. 42, 1; 49, 3-5; 52, 13; cui darà piena gloria (ibid. 49, 5), compiendo fedelmente la missione spirituale (ibid. 42, 1. 6 sgg.; 59, 3.6; 50, 4; 53, 11) affidatagli, cioè : stabilire l'alleanza definitiva con Israele (ibid. 42, 6 sg.; 49, 5. 8; 53, 8), estesa a tutte le genti (ibid. 42, 1. 3; 49, 6 sg.: "E poco che tu mi sia servo per restaurare le tribù di Giacobbe e per ricondurre i preservati d'Israele; io voglio fare di te la luce delle nazioni, perché la mia salvezza si estenda fino alle estremità della terra"); annunziare la legge divina che ne è la norma (ibid. 42, 1. 3); redimere l'umanità offrendo se stesso a inaudite torture morali e fisiche (ibid. 49, 4. 7; 50, 6 sg.; 52, 14; 53, 2 sg. 5.7 sgg.), culminanti nel supplizio capitale (ibid. 53, 8 sgg.). Le genti apprenderanno più tardi, con meraviglia (ibid. 53, 1), il sacrificio del "Servo di Jahweh", la sua espiazione vicaria e le mirabili conseguenze seguitene; accorreranno all'eletto che Jahweh esalterà (ibid. 49, 7; 52, 13-53, 12). Il popolo giudaico espierà con un lutto nazionale la uccisione del M.: Zach. 12, 8-13, 1 ( = Mt. 24, 30; Io. 19, 37). V. adadremmon.

Il M. avrà la natura divina: sarà chiamato (il nome esprime la natura) "consigliere mirabile, Dio forte, padre in eterno, principe di pace" (Is. 8,8; 9,5); avrà la conoscenza dei pensieri nascosti: "non giudicherà secondo quello che i suoi occhi vedranno e non darà sentenze secondo quello che i suoi orecchi sentiranno»; avrà la potenza divina: "colpirà il violento ('aris) con la verga della sua bocca e con il soffio delle sue labbra darà morte all'empio" (ibid.

11, 3 sg.); sarà re per sempre (Ez. 37, 25); cf. Mi. 5, 1, i cui termini sono talmente forti da lasciar facilmente concludere alla preesistenza del M., sebbene esprimano per sé soltanto un'origine molto remota; Dan.