volume-08

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to ('aris) con la verga della sua bocca e con il soffio delle sue labbra darà morte all'empio" (ibid.

11, 3 sg.); sarà re per sempre (Ez. 37, 25); cf. Mi. 5, 1, i cui termini sono talmente forti da lasciar facilmente concludere alla preesistenza del M., sebbene esprimano per sé soltanto un'origine molto remota; Dan. 7, 13 sg. lo dice di origine celeste.

Il suo regno sarà universale, definitivo e spirituale: Is. 11, 10; 42, 1-7; 49, 5 sgg.; 61, 1 sgg.; Ier. 31, 3134(= Hebr. 8, 8-12); Dan. 7, 14.27; 9, 24; avrà per centro di diffusione Sion (Os. 2, 19-24; Is. 2, 2 sgg.; Mi. 4, 2 sgg.; Ier. 31, 33; Ez. 16, 60 sgg.; 17, 23; ecc.); sarà fonte di benedizioni per tutte le genti (Ez. 34, 26= Gen. 12, 2). Caratteristiche del regno del M. : la remissione dei peccati e la santità : Is. 56,6; 57, 13; Ier. 31, 23.34; Ez. 36, 25-28; ecc. (cf. Lc. 1, 77 sgg.); la pace, ordine perfetto nelle relazioni di ciascuno con Dio e con il prossimo: Is. 9, 6 sg.; Mi. 5, 5; Ez. 34, 25 sg.; ecc.; l'abbondanza dei beni spirituali, espressa simbolicamente con le immagini più vivide di una fertilità straordinaria: Is. 7, 21 sg.; 9, 3.6; 32, 1-5.13-18; Ez. 47, 1-12; ecc. (cf. l'immagine della mensa apparecchiata: Mt. 22, 4; Lc. 14, 15-24). Al rinato Israele, l'assistenza di Jahweh (Is. 40-66) assicura il trionfo sui nemici presenti (Ez. 35-36) e futuri (Ez. 38-39; Dan. 7-12) e ogni prosperità (Is. 31, 10-14; Ez. 34, 25-29; ecc.).

Tali meravigliose promesse conservarono negli esuli lo jahwismo e la speranza nell'avvenire glorioso della loro nazione. Sicuri di essere il "resto" o "gorme santo" che Jahweh si era riservato (Esd. 2, 26; 9.8.13 sgg.), quelli che intrapresero la lunga via del deserto per il ritorno in patria ( 537 a. C.) pensarono che esse si realizzassero in loro integralmente; le difficoltà incontrate (cf. EsdraNeemia) scossero il loro entusiasmo (cf. Ps. 125 [126]; 84 [85]). Aggeo e Zaccaria riaccesero gli animi con la speranza messianica; e con Gioele e Malachia portarono a termine l'opera indefessamente condotta da Esdra e Neemia. E vero, i rimpatriati sono il "resto" vaticinato (Agg. 1, 12; Zach. 8, 6.11; cf. 2, 9.14 [Volg. 2, 5.10]). l'Israele delle promesse (Zach. 1, 7-17; 2, 5-17 [Volg. 2, 1-13]; Mal. 1, 1-5; Joel 2, 18 sg. 26 sg.), gli eredi del patto del Sinai o davidico (Agg. 2, 5; che ora ha la sua piena attuazione: Zach. 2, 16; 8,8; Joel 2, 17; 4, 2.16 sg. [Volg. 3, 2.16 sg.]), e sono benedetti da Jahweh (Agg. 2.18 sg.; Zach. 8,14 sg.), mentre Edom e quanti hanno gioito della rovina di Giuda stanno per essere puniti (Zach. 1, 7-17; Mal. 1, 1-5; Joel 4, 4-8). Ma il presente è solo un'ombra della futura grandezza: la ricostituita teocrazia è preparazione e preludio del regno del M. (Agg. 2, 6-9; Zach. 6; Mal. 1, 11; 3, 1; Joel 4), perciò non può perire fino al compimento della sua missione, nonostante l'estremo tentativo delle forze pagane (Agg. 2, 20-23; Joel 4, 9-18; che rispecchia no E 0.38-39 ). Le visioni di Zaccaria, le profezie di Gioele hanno come idea centrale tale perpetuità del rinato Israele.

Il cronista, nella sua storia della teocrazia, dimostra che Jahweh ha un disegno particolare nel divenire della umanità e dirige a tale scopo da sovrano assoluto le genti e Israele. Questo disegno divino incomincia a realizzarsi nell'alleanza con Abramo (I Par. 16, 13 sgg.), si sviluppa in quella del Sinai (II Par. 5, 10; 6, 11), per concretizzarsi e restringersi in quella con David, come re di Giuda (I Par. 17, 16-27; 28, 4-8). Quest'alleanza, attuata ora nella risorta teocrazia, sfocia nel regno del M., oggetto unico e ultimo inteso da Jahweh (I Par. 17, 10-14). I profeti postesilici mettono in rilievo : a) il trionfo del M., re mansueto, che viene su un'asina, e dominerà pacificamente su tutta la terra: Zach. 9, 9 sg. = Mt. 21, 5; b) un unico sacrificio perfetto, immacolato, offerto a Jahweh in tutto il mondo prenderà il posto dei sacrifici mosaici : Mal. 1, 11; c) un precursore preparerà immediatamente il popolo all'opera del M. (Mal. 3, 1 sgg.; cf. Is. 42, 6; 49, 8; Agg. 2, 9). Tale precursore, di cui Elia (v.) è tipo, "ricondurrà il cuore dei padri verso i figlioli" e viceversa (Mal. 4, 5 sg. = Lc. 1, 16 sg.; Mt. 11, 10; 17, 10-13). Non mancano accenni alla speranza messianica in Ereti. 36, 6-22; 45, 22, ecc.; e in Sup. 18, 4; 14, 11-14,

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Il periodo maccabaico con la lotta contro i Seleucidi orientò i Giudei verso una interpretazione errata del M., che si afferma nella letteratura apocrifa e rabbinica. Il loro particolarismo mai spento, come dimostra il libro di Glona (v.), trovò in quella situazione politica nuovo e decisivo impulso. La salvezza messianica fu rivolta tutta a solo beneficio di Israele, l'eletto; e fu intesa, quasi esclusivamente, quale predominio politico di questo su tutte le genti. Furono trascurate le idee essenziali del messianismo per porre al loro posto l'elemento caduco e accessorio, con un'esegesi letterale, esagerata spesso fino al ridicolo (S. Szekely, Bibliotheca apocrypha, Friburgo in Br. 1913, pp. 69-74; v. apocalittica). Le profezie di Daniele, pubblicate e divulgate in quel periodo (cf. Dan. 8, 26; 12, 4.9), servirono probabilmente di base a siffatta trasformazione. Il regno del M. vi è descritto come un impero che si sostituisce a quelli precedenti. Da questa semplice successione cronologica si passò all'analogia circa la sua natura, assimilandolo quanto a genesi, forma e governo agl'imperi delle nazioni (cf. Lc. 17, 20 sg.). Il M. pertanto fu considerato, in modo prevalente se non esclusivo, come un re guerriero e conquistatore (cf. Io. 6, 15; 18, 34 sgg.). Furono ignorati affatto il perdono dei peccati (H. L. Strack-Billerbeck [v. bibl.], I, p. 495), la redenzione, e recisamente negati i patimenti del M. (cf. Mt. 16, 21 sgg.; Mc. 8, 31 sgg.; 9, 31 sgg.; Lc. 18, 34; 24, 21; Io. 12, 34).

Negli apocrifi il M. ha ancora caratteristiche soprannaturali e divine (Henoch 49, 1-4; 52, 5-9; 71-72; Ps. Sal. 17; Test. Patr., Levi, 18; ecc.; cf. J. Bonsirven [v. bibl.], I, pp. 362, 370-74); i rabbini invece lo assimilano ad un puro uomo, anche se adorno dei doni dello Spirito di Jahweh (Is. 11, 1 sgg.; Sanhedhrln, 93 a b; midhrâf a Ruth 3, 15; ecc.); non vedevano come salvare altrimenti il dogma del monoteismo (cf. Dial. c. Tryph., 49-50). Indiscussa la sua origine davidica (Ps. Sal. 17, 5. 23; IV Esd. 12, 32; Sanhedhrln, 97 a, 98 a; cf. Mt. 22, 41-46); egli apparirà improvvisamente (cf. Io. 7, 27), scoperto e consacrato da Elia, il quale, tra l'altro, con la tromba del M. adunerà gli Israeliti sparsi per il mondo (Sanhedhrln, 10, 3; ecc.; cf. Mt. 17, 10). L'avvento del M., ritenuto imminente e ardentemente atteso, sarà preceduto da un periodo di gravi tribolazioni (da Dan. 12, 1 sgg.; cf. Henoch 80, 7 sg.; 100; Apoc. Bar., 70, 2-8; ecc.; H. L. Strack-P. Billerbeck [v. bibl.], IV, pp. 977-86). La Palestina e Gerusalemme, dopo il trionfo sulle genti, saranno fisicamente trasformate; gli abitanti avranno ogni ricchezza, vita longeva, severa da ogni male (Apoc. Bar., 29, 3 sgg.; 73; Henoch 10, 16-19; Syb. 3, 371-80; 710-26; ecc.; H. L. Strack-P. Billerbeck, I, p. 593 sgg.). Il regno del M., per gli apocrifi, sarà eterno (Ps.-Sal. 17, 4 sg.; ecc.; cf. Io. 12, 34); i rabbini ne stabilivano diversamente la durata, con cifre (da 40 a 365.000 anni) forse simboliche.

L'opposizione tra la Rivelazione attuata dal Cristo e la interpretazione giudaica dominante non poteva essere più stridente; essa fu fatale a Israele, che rimase fuori della salvezza (cf. Mt. 8, 11 sg.; ecc.).

Fonte del messianismo è la Rivelazione divina. Lo dimostra chiaramente l'impossibilità di darne altrimenti una spiegazione plausibile. Per la scuola di J. Wellhausen (K. Marti, B. Stade, e, a distanza, senza miglior criterio e fortuna, A. von Gall), sarebbe sorto dopo l'esilio, da tre coefficienti : il disastro nazionale, l'influsso del parsimso nell'esilio, il ritorno e specialmente la vittoria dei Maccabei. Gli antichi profeti furono soltanto messaggeri di eventura; non potevano offrire al colpevole Israele le rosee promesse messianiche. I vaticini loro attribuiti sono inserzioni recenti. Ma l'arbitrario schema evoluzionista non resse al piocone dall'archeologia; idee e istituzioni del Vecchio Testamento, dal Wellhausen definite " recenti", risultarono conformi a quelle attestate nell'antico Oriente.
"Al principio del sec. xx la scuola comparativa (H. Gunkel, H. Gressmann) rovesciò i termini; l'idea di un M. salvatore è tra gli elementi più antichi del messaggio profetico; ha le sue radici nella mitologia delle origini cosmiche (Babilonia). Il mondo deve finire come è incominciato : con la vittoria di un dio creatore sulle op-
poste forze demoniache; finirà con la vittoria di un dio salvatore sopra i malefici avversari per iniziare un mondo nuovo" (A. Vaccari). Gl'Israeliti avrebbero preso (ir millennio a. C.) tali idee mitologiche, purificandole, trasformandole, applicandole ai destini della loro nazione: lo sconvolgimento cosmico avrebbe rovinato i pagani, mentre avrebbe dato a Israele la felicità definitiva. "Questa teoria è una pura chimera" (L. Dennefeld, Le messianisme, p. 256): non esiste una escatologia babilonese; non c'é nulla in Babilonia e in Egitto (ibid., pp. 268-78), che possa in qualche modo avvicinarsi al messianismo biblico (redenzione spirituale della umanità, opera affatto particolare di Jahweh, realizzata dal suo "servo " il M.), dal quale esula ogni escatologia cosmica. Contro l'influenza del mazelcismo persiano (asserita da R. Reitzenstein), che sarebbe possibile soltanto dopo l'esilio, sta l'antichità del messianismo e delle fonti ebraiche.
"Un'origine indigena, per con lontana dipendenza da Babilonia, asserì S. Mowinckel (G. Holscher, H. Schmidt). Nel tempio di Gerusalemme si sarebbe celebrata al primo giorno dell'anno civile (o festa della regalità di Jahweh, a simiglianza di simile festa celebrata a Babel in onore di Marduk. Il regno di Jahweh, drammaizzato nella liturgia di quel giorno, non vedendosi realizzato al presente, fu proiettato nel futuro, e così sorse l'idea messianica ancora ai tempi della monarchia. Si suppongono (anche in questa brillante teoria) più cose senza solide basi. Nessuna treccia presso gli Ebrei di una festa di Jahweh-ee; né a Babel la festa di capo d'anno aveva il senso datole qui: si onorava Marduk come distributore del destino per il nuovo anno" (A. Vaccari). Troppo artificiale per essere vera, infondata dal punto di vista storico ed esegetico, essa è psicologicamente inverosimile: il culto suppone, non crea le idee religiose; le rende più intense, non le trasforma.

Il M. e il suo regno è l'ultimo scopo inteso da Dio nel "patto" del Sinai, che precisa e determina l'antico "patto" con Abramo, la "promessa" ( ε ε α γ- yckla: Rom. 4, 13-16; 9, 8; Gal. 3, 16-29; 4,28) formulata per la sua posterità. Il mirabile e vario sviluppo del messianismo, con gli arricchimenti e le precisazioni posteriori, avvenuti saltuariamente, e pur così armoniosamente convergenti in un unico quadro, senza contrasti e contraddizioni, nonostante i diversi aspetti su notati, rimane inspiegabile senza la Rivelazione di Jahweh. I profeti ne sono coscienti e convinti assertori. La rispondenza mirabile tra le predizioni dei profeti e la realizzazione è, infine, l'ultimo suggello dell'ispirazione divina (Is. 41, 22 sg.; 44,7 mathrm{sg} . ; 44,26 ; 45,21 ; 46,10 mathrm{sg}.).

Bim., Oltre ai commenti ai vari luoghi citati delle colles. bibliche: La scinta bible, sotto la direz. di L. Pirot e A. Clamer. Parigi 1946-51 e La sacra Bibbia, sotto la direz. di S. Geraldo, Torino 1947 sgg.; si troverà ampia bibl. in P. Heinrich, Teologia del V.T., Torino 1950, pp. 371-72 e in J. Bonsirven, Il giudoismo palestinese al tempo di G. C., ivi 1950, pp. 182-83. Studi: L. Dennefeld, Le messianisme, Parigi 1929 (all'Indice; decr. S. Uffizio, 16 luglio 1930); E. Sellin, Die israelit. jüd. Heilandterwartung, Berlino 1909; id., Der alttest. Prophetismus, Lipsia 1912; id., Einleitung in das Alt. Test., 6* ed., ivi 1933, p. 29 sgg.; M.-J. Lagrange, Le messianisme chez les Juifs, Parigi 1909; id., Le judaïsme avant Jésus-Christ, ivi 1931, passim; H. L. StrackP. Billerbeck, Kommentar zum N. T. aus Talmud und Midrasch, I, Monaco 1922, pp. 481 sg., 495, 950 sgg.; II, ivi 1924, pp. 273209, 333; IV, ivi 1928, pp. 977-1013; IV, 11, ivi 1928, pp. 779798; A. Pohl, De ortu et evoluzione spei messianicae, in Verbum Domini, 6 (1926), pp. 284-87; F. Schlagenhaufen, Der geist. Charakter der jüd. Reichs-Erwartung, in Zeitschr. für hathol. Theol., 51 (1927), pp. 370-93, 473-231; A. Charue, L'incredulité des Juifs dans le Nouv. Test., Gembloux 1929; A. H. Silver, A bist. of messianic speculation in Israel, Nuova York 1929; L. Desnoyers, Hist. du peuple hébreu, III, Parigi 1930, pp. 296228; W. Gronkowski, Le messianisme d'Exdehiel, ivi 1930; A. Jeremias, Die biblische Eröbererwartung, Berlino 1931; A. Bea, De Pentatecoho, Roma 1933, pp. 198-218; J.-B. Frey, Le conflit entre le messianisme de Jésus et le messianisme de son temps, in Biblica, 14 (1933), pp. 133-49, 289-93; J. Bonsirven, La judaïsme palestinien, I, Parigi 1935, pp. 341-467; A. Meli, I beni temporali nelle profezie messianiche, in Biblica, 16 (1935), pp. 307-29:

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![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(propr. Eve. Catt.)
Messico - 1) Confini di Stato; 2) confini di regione; 3) confini di circoscrizione ecclesiastica; 4) ferrovie.
M. Boruch, De messianismo in Documento Zadoguen, in Verbum Dom., 15 (1936), pp. 89-96, 123-27, 188-92, 212-42; L. Köhler, Theol. des Alt. Test., Tubinga 1936, pp. 217-30; W. Möller, Bild. Theol. des Alt. Test. in heilsgeschichtl. Entwicklung, Zwickau 1938, pp. 497 sgg., 213-19; J. Buda, Semoh Yahweh, in Biblica, 20 (1939), pp. 10-26; A. Noordtzij, Les intentions du Chroniste, in Rev. bibl., 49 (1940), pp. 161-68; A. G. Herbert, The throne of David, Nuova York 1942; J. Schildenberger, Weissagung und Erfüllung, in Biblica, 24 (1943), pp. 107-24, 205-30; G. F. Beavan, The hope of Israel in the post-capitainty period, Dallas 1942; H. Koch, Der Gottesgeist und der Messias, in Biblica, 27 (1946), pp. 241-68, 376-403; D. Deden, De messianese profetieen, Roe 1947; S. Grill, Doppelbedeutung der alttestamentlichen Messiasnamen, in Klerudilatt, 80 (1947), p. 182 sg.; J. Obersteiner, Die Christosbotschaft des Alt. Test., Vienna 1947; G. Pidoux, Le Dieu qui vient. Espérance d'Israë1, Neuchâtel 1947; L. Rost, Sinaibund und Dasiolibund, in Theologische Literaturzeitung, 72 (1947), pp. 29-34; C. Scheill, Die Sehnsucht der einigen Hügel, Christus im Alt. Test., Graz 1947; H. Duesberg, Les valeurs chrétiennes de l'Ancien Test., Marodsous 1948; F. A. Herzog, Probleme der messianischen Weissagung, in Schweizerische Kirchenzeitung, 1948, pp. 193-96, 206 sgg.; A. F. Knight, From Moses to Paul: a christological study in the light of our hebraic heritage, Londra 1948; F. Spadafora, Ezechiele, Torino 1948, pp. 95-137, sgg., 144 sg., 238-61, 275 sgg.

Francesco Spadafora
MESSICO. - La più meridionale e la meno estesa ( 1964 mila kmq.) delle tre unità politiche che si dividono il territorio dell'America del Nord, delimitata da Stati Uniti, Honduras britannico e Guatemala, e perciò comprendente anche un piccolo lembo dell'America centrale (Penisola dello Yucatán e zona adiacente ad E. dell'Istmo di Tehuantepec).

Sommario: I. Geografia. - II. Religione antica del M. III. Storia. - IV. Evangelizzazione. - V. Condizione giuridica della Chiesa. - VI. Ordinamento scolastico.
I. Geografia. - Il paese, esteso oltre 18° in latitudine, è in sostanza costituito da un ampio altopiano, di larghezza via via decrescente da N. a S., chiuso fra due margini montani (Sierra Madre occidentale, 4335 m . e Sierra Madre orientale comprendente il Pico de Orizaba, 5700 m .), che corrono lungo le due fronti marittime,
pacifica ( 7480 km .) ed atlantica ( 2855 km .), quest'ultima inarcata nell'angolo sud-orientale (Golfo di Campeche) del Golfo del M. L'altopiano, elevato in media dai 1500 ai 2400 m ., costituisce nella sua sezione meridionale (Anahuac) il cuore del paese, della cui popolazione un lembo della Mesa centrale, esteso appena un sesto del territorio messicano, raccoglie da solo ca. i 2 / 3. Clima e vegetazione sono strettamente legati all'altitudine, che tempera o annulla le conseguenze dovute alle basse latitudini proprie di territori sub-tropicali o tropicali. Le cosiddette tierras calientes (al di sotto dei 1000 m . ca.), corrispondenti alle due cimose litoranee, di cui più ampia quella sul Pacifico, hanno temperature uniformemente elevate, piogge copiose, vegetazione esuberante e sono in genere malsane (febbre gialla) e perciò poco abitate. Le tierras templadas comprendono le pendici montane tra i 1000 e i 2000 m ., con temperature più miti ( 15°-20° ) e piogge pur sempre abbondanti; oltre il loro limite superiore e fin ca. i 3000 m . si estendono le cosiddette tierras frías, con clima più temperato, più asciutto e più sano. E questa la zona degli altopiani interni, nella quale al settore settentrionale, dove l'aridità determina lo sviluppo della steppa o preannuncia il deserto, si contrappone quello centrale e meridionale, dove si concentrano le culture e le attività più redditizie.

La popolazione ( 24,5 milioni di ab.; 12 a kmq.), consta di tre gruppi etnici diversi. Il più numeroso è costituito dai meticci (incroci fra Amerindi e Spagnoli; 55 \% del totale), cui seguono gli Amerindi ( 28 \% ); il resto comprende la popolazione bianca (spagnola) e gli elementi immigrati, fra i quali sono anche Cinesi, Giapponesi e negri. Gli indigeni appartengono ai due grandi ceppi dei Maya e dei Nahoa, in cui rientrano gli Aztechi, dominatori del paese in epoca precolombiana. I centri urbani sono relativamente numerosi, ma appena una diecina si avvicinano ai 100 mila ab. o li passano (Guadalajara, Monterrey, Puebla del Zaragoza, Mérida, Tampico, Aguascalientes, Torreón, S. Luis de Potosí e León).

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Mezsico - Confini di Stato; 2) confini di regione; 3) confini di circoscrizione ecclesiastica; 4) firtore.
La capitale Mexico, che sorge a 2275 m ., conta oggi poco meno di 2 milioni di ab.

L'agricoltura è l'attività fondamentale del paese: accanto ai cereali (mais in primo luogo; anche frumento; orzo, e riso) e ai fagioli, hanno largo posto le piante industriali (agave, cotone, arachide, lino, canna da zucchero, tabacco, cacao) e tropicali (banani, ananassi), nonché la vite e gli agrumi. Allevamento e silvicoltura conservano dimensioni modeste; non cosil l'industria estrattiva, nota ab antiqua come una delle principali risorse dell'economia messicana. Se in essa è patente la prevalenza dell'argento (il M. fornisce ca. il 30 \% del totale mondiale) e del petrolio ( 8,4 milioni di tonn. nel 1948), figurano anche con quantitativi più o meno ragguardevoli oro, ferro, antimonio, mercurio, carbone, gas naturali ecc. Le industrie di trasformazione (siderurgiche e tessili soprattutto) hanno ricevuto un vivo impulso con la seconda guerra mondiale. Il M. è una repubblica federale, comprendente 28 Stati, un distretto federale e tre territori, con un presidente eletto ogni 6 anni ed una rappresentanza bicamerale, eletta a suffragio universale maschile.

Bibs.: A. Goldschmidt, Mexico, Berlino 1925; G. V. Callegari, M.: condizioni generali ed economiche, Roma 1925; H. Schnitzler, The Republic of Mexico, its agriculture, commerce and industry, Londra 1926; J. Galindo y Villa, Geografia de la República mexicana, Messico 1926; K. Sapper, Mexico Land, Volk und Wirtschaft, Vienna 1928; A. Reichwein, Mexico erwocht, Lipsia 1930; J. B. Trend, Mexico a new Spain with old Friends, Londra 1941; P. T. Terry, Guide to Mexico, 2^{text {a }} ed., Hingham, Mass. 1943; J. B. Reina, Mineria y regueza minera de México, Messico 1944; N. L. Wetten, Rural Mexico, Chicago 1948.

Giuseppe Caraci
II. Religione antica del M. - Per religione del M. s'intende, qui, la religione del popolo azteco che, all'epoca della conquista spagnola, dominava politicamente in paese ed aveva la capitale a Tenochtitlan, l'attuale città di M. Tale popolazione era giunta nel M. solo pochi secoli innanzi la venuta di Cortez, proveniente da lontane sedi del nord, ed aveva assimilato rapidamente la civiltà, molto superiore alla propria, delle altre genti nahoa che già abitavano il paese, servendosene, poi, per emergere e predominare. A sud degli Aztechi, nel M. meridionale e nell'America centrale, era diffusa un'altra civiltà, quella dei Maya (v. maya, religione dei).

Fonti principali per lo studio della religione azteca sono gli scritti di quegli europei che, al tempo della conquista o in epoca immediatamente poste-
riore, raccolsero informazioni dalla viva voce degli ultimi aztechi ancora praticanti la religione dei padri e videro svolgersi sotto i loro occhi le scene della vita indigena. Tra questi scrittori si ricorda, in particolare, il francescano Bernardino de Sahagun. Altre fonti sono i documenti forniti da codici pittografici, le interpretazioni di avanzi archeologici, nonché i dati forniti da nuclei indigeni sopravvissuti alla distruzione della loro civiltà.

Sembra che in un'epoca molto remota prevalesse nel M. una concezione religiosa monoteistica. Tra le classi elevate si trovava la fede in un Essere Supremo, invisibile ed incorporeo, non rappresentato da alcuna immagine. Una testimonianza di questa concezione si può desumere dai nomi Teol ( = Dio), Tloque Naluaque ( = Colui che ha tutto in sé), Ipalmemonaloni ( = Colui per il quale esistiamo). Al tempo della conquista spagnola, invece, la religione era politeistica, basata sul culto di varie divinità, definite chiaramente nei loro caratteri e nei loro attributi, come risulta dalle descrizioni che di esse sono rimaste. Il politeismo era favorito ed accentuato dal fatto che gli Aztechi incorporavano nel loro pantheon le divinità delle popolazioni che andavano conquistando. Sembra, peraltro, che i sacerdoti volessero i loro sforzi a diminuire la molteplicità degli dèi riducendone alcuni a manifestazioni differenti di una stessa divinità.

Alla base del processo generativo degli dèi era, secondo varie tradizioni, il principio creativo maschile e quello femminile, impersonati, rispettivamente, in Ometecutli ( = Signore due) e in Omecihualt ( = Signora due). Essi venivano rappresentati con i simboli della fertilità, perché erano considerati l'origine della generazione, e con la spiga di grano in quanto padroni della vita e del cibo. Abitavano l'Omeysocan ( = il posto due); da li aveva origine anche la vita degli uomini: a tale credenza si riferisce la invocazione che la levatrice rivolgeva al neonato: «O pietra preziosa, o ricca piuma, o smeraldo, o zaffiro, tu sei stato formato nel luogo dove risiedono il grande dio e la grande dea, al di sopra di tutti i cieli». I due dèi avrebbero avuto quattro figli: Tezcatlipoca rosso, Tezcatlipoca nero, Quetzalcoatl e Huitzilopozrli, i quali, tra l'altro, sarebbero state divinità dei punti cardinali, per un certo parallelismo, probabilmente, con la coppia generatrice, rappresentante lo zenit e il nadir. A questi quattro dèi fu affidata la creazione delle altre divinità, del mondo e dell'uomo. Sull'origine degli dèi era pure diffusa la seguente tradizione : la dea Citlalicue,

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sposa del dio Cittatonac, partori una pietra focaia che i suoi figli gettarono giù dal cielo. La pietra nel cadere si frastumò in milleseicento pezzi, da ognuno dei quali nacque un dio. Questi desiderarono servi ed adoratori: vennero creati, percio, gli uomini.

Divinità importanti erano Tezcatlipoca, Huitzilopoztil e Quetzalcoatl. Il primo, dio della giustizia, era rappresentato con uno specchio d'oro in mano attraverso il quale vedeva tutto : era perciò onniveggente, premiava i buoni e puniva i cattivi. Poiché la sua origine divina non è chiaramente spiegata nei miti più antichi, si è supposto che fosse un guerriero divinizzato e, precisamente, il capo noloso che diresse l'invasione del Tamoanchan.

Huitzilopoztil era stato probabilmente in origine un capo azteco oppure, secondo altri, una divinità totemista dello stesso popolo. Narrano i miti che una donna, guardiana del tempio della dea Coatlicue, fu resa incinta da una palla di piume di uccello mosca, caduta dal cielo, che ella aveva raccolto e posto in seno. I figli della donna, accortusí del fatto, decisero di ucciderla; ma, quando erano sul punto di attuare il loro piano, Huitzilopoutli, armato di dardi e scudo, usci dal corpo della donna ed uccise i fratelli. Egli è considerato, dunque, il dio della guerra. Il suo culto è oltremodo sanguinario : a lui si attribuisce l'istituzione dei sacrifici umani. Quetzalcoatl sarebbe anche egli un uomo divinizzato, e, cioè, il capo di una popolazione vinta. Secondo la tradizione più diffusa era il dio dei venti; secondo altre sarebbe stato una divinità identificata con l'aurora e legata al culto solare. Il suo culto aveva qualcosa di misterioso: il popolo non poteva osservare ciò che avveniva nei templi a lui dedicati. Altre divinità impersonavano corpi celesti, forze e fenomeni della natura, attività dell'uomo, difetti o virtù, ecc. Il sole era chiamato Tonatiuh (v. calendario, per quanto riguarda la sua rappresentazione sulla pietra del calendario); Merztlii era la luna. Altre divinità rappresentavano i diversi astri. Data l'importanza dell'agricoltura, molto venerati erano gli dèi della pioggia. Thaloc e sua moglie. La loro figlia Centeotl proteggeva l'agricoltura. I vari mestieri avevano patroni quali Amimitl per i pescatori, Noppacatecutl per gli stuoiai, Xochiquetzal era la personificazione delle bellezza e dell'amore, dea dei fiori e patrona dei lavori domestici. Anche i vizi, sebbene riprovati, avevano patroni: Tlazolteotl era la dea dell'impudicizia, Tecatzoncal il dio dell'ubriachezza. Ogni famiglia nobile, inoltre, aveva i propri numi gentilizi, i Tepitoton, le cui immagini erano deposte in pezzi nei sepolcri, insieme con i defunti.

Residenza degli dèi era il cielo, diviso in tredici strati, su ognuno dei quali regnava qualche divinità importante. Anche gli uomini, dopo la morte, salivano al cielo : non tutti, però, potevano godervi l'immortalità o gli stessi privilegi. Il conseguimento di questi beni era basato, anziché su criteri di ordine morale, sulle cause che provocavano la morte oppure sulle occupazioni che il defunto aveva esercitato in vita.

Il fatto che tra la morale e la vita ultraterrena non esisteva alcuna relazione derivava dalla credenza che le azioni dell'uomo non dipendevano dalla sua volontà e dal suo arbitrio, ma da cause o influenze esterne. Il sacerdote, durante la cerimonia dei funerali, cosi scusava il defunto presso gli dèi : «Non ha peccato liberamente, poiché ha agito sotto l'influenza dell'astro che ha presieduto alla sua nascita».

Gli dèi, i quali predisponevano il fatale e meccanico svolgersi della vita umana, erano onorati con un culto pubblico - che comprendeva preghiere collettive e solenni, processioni, sacrifici talvolta anche umani (in certe occasioni, si uccideva un numero veramente impressionante di vittime) - e un culto interiore comprendente preghiere, mortificazioni, ecc. Molte preghiere, come afferma B. de Sahagun, erano distinte da un alto e nobile sentimento e da un linguaggio raffinato. Chi peccava per adulterio o per ubriachezza (peccati passibili della pena di morte) poteva confessare la
propria colpa per cancellarla davanti agli dèi e alla legge. In un giorno propizio il peccatore si presentava al sacerdote che, accoccolato su una stuoia, lo esortava a rivelare ogni colpa perché il dio Tezcatlipoca, conoscitore di ogni segreto, era presente anche se invisibile. Alla confessione seguiva la penitenza che consisteva nel forare a sangue la lingua del peccatore.

La classe dei sacerdoti, o guardiani degli dèi, era diretta da un sommo sacerdote e da un suo luogotenente, eletti tra i nobili, e sotto i quali si trovavano vari ordini di sacerdoti, la cui vita era regolata da severe norme di disciplina. Oltre alle mansioni derivanti dagli obblighi del culto, ai sacerdoti erano affidate anche l'educazione dei giovani e la compilazione degli annali e del calendario.

I templi erano tutti senza tetto, ad eccezione di quelli consacrati al dio Quetzalcoatl, ed avevano forma di piramide tronca. Il vertice era abbastanza ampio da accogliere la pietra dei sacrifici, una o due edicole, i sacerdoti e le vittime. Attorno alla piramide, scale e terrazze permettavano l'accesso al vertice.

Bibl.: H. Beuchat, Manuel d'archèol, américaine, Parigi 1912: C. A. Robelo, Dios, que idea tenian de El los antiguos mexicanos, in Res. XVII Casgr. intern. amer., Mexico 1912: D. Camavitto, La decadenza delle papolas, messic. al tempo della conquista, Roma 1935: B. de Sahagun, Hist. general de las cosas de Nueva España (di quest'opera fondamentale per lo studio della religione azteca v. anche il sunto che il Sahagun stesso ne fece, per quanto riguarda la parte religiosa, al papa Pio V con il titolo Breve compendio de las citas idolátricas de la Nueva España, ripubblicato recentemente a cura di L. Oliger, Roma 1922): C. Crivelli, Le religioni dei popoli che abitavano il M. e l'America centrale, in P. Tacchi Venturi, Storia delle religioni, I. 3² ed., Torino 1949, pp. 121-27; T. Tentori, Le religioni messico-audine, in N. Turchi, Le religioni del mondo, 2² ed., Roma 1951.

Tullio Tentori
III. Storia. - Nel 1517 Francisco Hernández de Córdoba, inviato dal governatore di Cuba Diego Velásquez, sbarca sulle coste dello Yucatán e dello attuale Campeche, nel 1518 Juan de Grijalva esplora la costa di Tabasco, il 21 apr. s519 Hernan Cortés sbarca alla testa di ca. 700 uomini sul luogo dove poi sorgerà la città di Vera Cruz: il M. «nase» cosi alla civiltà occidentale.

Cortés, come gli altri spagnoli sbarcati sulle coste del golfo del M., trovò nella regione una popolazione dotata di un notevole grado di civiltà e di un'alta organizzazione politica. Ai Tonclchi, fissatisi verso il sec. viI nella vallata centrale del M. (l'Anahuac), si erano sostituiti nel sec. x , in seguito alla loro migrazione verso le regioni che successivamente faranno parte del Guatemala e del Nicaragua, le tribù degli Aztechi, sopraggiunte ugualmente dal nord: Tenochtilán, capitale azteca, venne fondata ca. il 1325. Costituita una monarchia ereditaria, l'epoca del maggior fulgore per il popolo azteco può dirsi

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(fot. Euc. Cati.)
Messico - Allat/ (arnese per scagliare
giuveliotti) in legno scolpito e dorato. Vi sono raffigurati personaggi mitolo-
gici - Roma, Museo preistorico etno-
grafico L. Pigorini.
sia stata quella tra il 1412 e l'arrivo di Cortés. Le loro conoscenze, nel campo edilizio ed idraulico, nella astronomia, nelle scienze esatte, attestate anche da Cortés e da Díaz del Castillo, lo storiografo della conquista, provano l'alto grado di civiltà raggiunta dagli Aztechi.

Con la conquista ebbe principio per quell'immenso paese una storia nuova. La "Nuova Spagna"come fu chiamato, fu per tre secoli una miniera di ricchezze agricole e minerarie per i successori di Carlo V. Il governo fu affidato ai viceré, 64 in 300 anni; ma l'ordinamento amministrativo e giudiziario del M. dipendeva dal Consejo de las Indias, residente a Biviglia fino al 1718 , più tardi a Cadice. La restrizione al commercio, voluta dal regime monopolistico di Madrid, provocò e fomentò la guerra dei filibustieri, i famosi bucanieri, che per oltre un secolo e mezzo resero le acque del golfo del M., del

Mar Caraibico e del Pacifico le più insicure del mondo.
Gli avvenimenti europei e americani della fine del sec. xvili e dei primi decenni del xix che diffusero in tutta l'America latina lo spirito di indipendenza, determinarono anche il distacco della colonia messicana dalla Spagna. Represso un primo movimento, il 16 sett. 1810 scoppiò la rivolta, capitanata da un parroco, Michele Hidalgo, alla quale parteciparono indiani, meticci e creoli. La guerra venne condotta ferocemente per dieci anni da guerrilleros. L'Hidalgo, catturato dagli Spagnoli, venne fucilato come l'altro prete-soldato Morelos. Ma quando il viceré spagnolo Felix Calleja del Rey credette di aver ragione della rivolta, nel genn. 1821 un suo colonnello creolo, Iturbide, passando fra gli insorti, diede loro nuovo impulso. Il 24 febbr. 1821, con il cosiddetto "Plan de Iguala ", venne proclamata l'indipendenza del M., si abolirono le caste, senza distinzione di nazionalità, e venne riconosciuta come religione dello Stato quella cattolica; il piano di Iguala fu ratificato con il Trattato di Cordova del 24 ag. 1821, sottoscritto, per la Spagna, dall'ultimo viceré, Giovanni O' Donojú; l'ingresso trionfale in Messico dell'esercito liberatore, il 17 sett. 1821, suggellò la conquistata indipendenza; che però fu subito turbata. Iturbide si fece proclamare imperatore col nome di Agostino I (1822), ma fu catturato nel 1824 e fucilato.

Dal 1821 al 1857 si ebbero nel M. sei differenti forme di governo, 55 ministeri, 250 insurrezioni; si avvicendarono lotte di capi, tentativi di restaurazione, complicazioni con l'estero (nel 1839 la squadra francese bombardò Vera Cruz), espulsioni in massa di cittadini spagnoli. Sorsero contestazioni con i confinanti Stati Uniti a motivo della secessione del Texas determinata e favo-
rita dagli schiavisti dei due Stati danneggiati dalla legge che aboliva la schiavitù nel M. Nel sett. 1847 le truppe nord-americane occuparono la capitale della Repubblica e la lasciarono solo quando il M. cedette agli Stati Uniti il Texas, il Nuovo Messico, la Nuova California, una parte dello Stato di Coahuila, perdendo quasi la metà del proprio territorio, ca. 1.400.000 kmq., contro una indennità di 18.500 .000 dollari, che vennero versati con il Trattato del 2 febbr. 1848. Nel 1853, gli Stati Uniti acquistarono altri 116.000 kmq. di territorio messicano contro altro versamento di 10 milioni di dollari.

Dal 1857 al 1860 infuriò la cosiddetta "guerra della riforma" fra il partito liberale e quello conservatore, che portò alla separazione della Chiesa dallo Stato, con la secolarizzazione degli ospedali, degli istituti di beneficenza, delle scuole. Ne fu a capo Benito Juárez, indio puro sangue, avvocato, presidente dello Stato nel 1858. I disordini, le difficoltà finanziere, il mancato pagamento dei debiti contratti all'estero provocarono ripetute proteste e, quindi, interventi militari stranieri. Dal 1861 al 1863 il M. fu successivamente in guerra con la Spagna, con l'Inghilterra, con la Francia; questa, rimasta sola, occupò militarmente l'intero paese e tentò di instaurarvi, sotto la sua protezione, una monarchia costituzionale con l'arciduca Massimiliano di Asburgo (v.) come imperatore.

Ma lo Juárez, ben provvisto di mezzi e di denari dagli Stati Uniti, iniziò una serie di operazioni belliche in seguito alle quali, con una continuazione di guerriglie che faceva divampare in ogni dove obbligando le truppe imperiali a continue marcie e a penosi spostamenti, si rese padrone di Matamoros (giugno 1868) mentre Massimiliano doveva abbandonare la capitale e trovare rifugio a Querétaro. Assediato in tale località da Porfirio Díaz, uno dei generali dello Juárez, venne costruito alla resa, sottoposto ad un consiglio di guerra, condannato alla fucilazione, che non fu possibile evitare malgrado i più disperati tentativi compiuti dalla infelice imperatrice Carlotta, e fucilato il 16 giugno 1867.

Profondamente ed intimamente nazionalista, certo della forza ancora in embrione del suo popolo, messicano ed americano al cento per cento, il Juárez non rifuggì da qualsiasi azione che reputasse apportatrice di benessere per il proprio paese, dalle esazioni di ogni sorta cui sottopose i suoi concittadini ai prestiti contratti con Stati esteri, dalle sovvenzioni ottenute dagli Stati Uniti alle indiscriminate confische dei beni ecclesiastici, al più ottuso anticlericalismo ed alle lotte fratricide; dalla opposizione sistematica, fanatica a Massimiliano come imperatore e come europeo, alla sua fucilazione, che egli, indio, volle per risentimento contro il vecchio colonialismo e contro i bianchi; e ciò sempre per il sogno di fare del M. una nozione di primo ordine nel continente americano, degna continuatrice delle gesta degli Aztechi e dei peones.

Eliminato Massimiliano, Juárez attuò riforme liberaleggianti, concesse amnistie, emanò leggi sulla stampa, strinse alleanze con potenze straniere, facendo riconoscere il proprio regime. Alcuni generali dissidenti stavano fomentando una nuova rivolta, quando un colpo apoplettico lo abbatté, nel 1872, a 66 anni. Attraverso continui torbidi la Repubblica giunse al 1876, quando Porfirio Díaz, meticcio, assunse la presidenza del M. e la mantenne fino al 1910. Sotto il suo governo il M. conobbe un periodo di grande
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(da J. A. Stegner, Men of Mexico, Milwaukee 203, loc. ii Messico - Ritratto di Fernando Cortés. Incisione.

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foridezza economica, ma non mancarono conati di rivolta, per cui il Diaz fu costretto a rifugiarsi in Europa nel maggio del 1911.

Francesco Madero, che successe al Diaz, venne assassinato nel 1913 per i suoi progetti di riforma agraria; il suo principale nemico, lo Huerta, che si disse implicato nell'uccisione, ne prese la successione, ma poco dopo fu deposto ed esiliato. Lo sostituì Vincenzo Carranza, ucciso nel 1920; passarono, successivamente, sul seggio presidenziale Alvaro Obregón ed Elias Calles, tra incessanti rivolte e pronunciamenti, agitazioni di carattere religioso, complicazioni internazionali con l'Inghilterra a causa di una strage di sudditi britannci e di confische di proprietà inglesi. Anche con gli Stati Uniti le relazioni furono oltremodo rese tanto che si giunse, il 30 giugno 1926, all'ultimatum del ministro americano Kellogg di emendare la Costituzione in senso accettabile dagli Stati Uniti. Nel frattempo, l'Obregón, rieletto nel 1928, era stato assassinato da un fanatico; gli successe Portes Gil al quale va riconosciuto il merito di
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Messico - Chiesa della missione di Tarahumara - Nohoavense.
aver saputo acquistare i dissensi politici e religiosi. Questi riprenderanno, successivamente, con novello vigore, sotto le presidenze di Pascual Ortiz Rubrio e di Abelardo Rodríguez.

Il 30 nov. 1934 il gen. Lázaro Cárdenas, diventato presidente, iniziò l'esecuzione del piano sessennale del Partito nazionale rivoluzionario, del quale egli era stato l'esponente dal 1924 al 1934, e lo portò a buon punto, superando, attraverso non poche difficoltà, problemi di politica interna ed internazionale di vasta portata; difese il paese dall'immigrazione comunista, pur continuando ad accogliere rifugiati politici, quali, ad es., il russo L. Vostakji e lo spagnolo generale Miaja; mentre salvaguardava il pesos messicano dalla svalutazione dell'argento, conquistava nuovi mercati per l'esportazione del petrolio, ecc. Nella sua azione il presidente fu agevolato dall'appoggio che gli venne dato dai cattolici messicani a partire dal giugno 1938, epoca nella quale Cárdenas autorizzò la riapertura delle chiese nello Stato di Tebasco. Al Cárdenas succedette, nel luglio 1940, l'ex-ministro della Guerra, M. Avila Camacho. Concessa una ampia amnistia, il nuovo presidente sottopose a stretta vigilanza l'attività degli Spagnoli e dei Tedeschi, escluse dal governo i comunisti, si riconciliò pienamente con i cattolici, favorì la formazione della piccola proprietà, tentò di disciplinare il movimento operaio. Il 1" giugno 1942 il M. scese concordemente in guerra contro la Germania, il Giappone, l'Italia, aderendo, nel contempo, al Patto eclantico ed alle Nazioni Unite.

Il nuovo presidente, Miguel Alemán, eletto il 7 luglio 1946, molto si è adoperato al fine di restaurare un clima di tranquillità interna ed esterna.

Brac.: T. Wallace, The people of Mexico, Nuova York 1920; J. Vasconcello-M. Gamo, Aspects of mexican civilisation, Chicago 1926; N. O. Winter, Mexico and her people, Boston 1928; L. La Divina, Les phases de la persécution religieuse dans l'Eglise du Mexique des origines à nos jours, Parigi 1929; N. Cuneo, Le Mexique et la question religieuse, Torino 1931; C. Testore, I martiri gesuiti del Sud-America, Isola Liri 1934; J. E. Thompson, La civilization atzèque, Parigi 1934; T. Esquivel Obregon, Apuntes para la historia del derecho en México, Messico 1937, sgg.: J. Guzmán y Baz-Guzmán, Bibliografia de la independencia de México,

2 voll., ivi 1938; L. Liliani, M. martire. Storia delle persecuzioni, Roma 1938; H. B. Parker, A history of Mexico, Boston 1938; M. Orozco y Berra, Historia de la dominación española en México, 4 voll., Messico 1938; A. de Mettas, Agustin de Itärbide, S. Sebastiano 1939; G. R. Zuluica, Los Franciscanos y la imprenta en México en el siglo XVI, Mexico 1939; A. Dragon, It 9. Pru. vers. it., 3² ed., Torino 1940; id., Nel M. russo; Maria de la Luz, protomartire, vers. it., ivi 1940; L. Chavez Orozco, Historia de México. Epoca colonial, Messico 1940; G. B. Tragella, Le missioni cattoliche nel mondo, Firenze 1941; M. Fábila, Cinco siglos de legislación agraria (1493-1940), Messico 1941; J. Bravo Ugarte, Dimensiones y obispos de la Iglesia mexicana (13191939), ivi 1941; G. Decorme, La obra de los Jesuitas mexicanos durante le época colo nial (1372-1767), 2 voll., ivi 1941; R. Saviano, Le missioni cat toliche nella storia e nel diritto, Padova 1942; L. Medina Ascensio, La S. Sede y la emancipación mexicana, Guadalsista (Messico) 1943; W. Borah, Silk resina in colonial Mexico, Berkeley 1943; J. Jimenez Rueda, Hercina y supersticiones en la Nueva España, Messico 1946; W. Howe, The mining guild of New Spain and its tribunal gene ral (1770-1821), Cambridge (Mass.) 1949. Cf. inoltre A. Millares Carlo, Repertorio bibliografico de los archivos mexicanos y de las collasciönes diplo-
mdticas fundamentales para la historia de México, Messico 1948. Altra importante bibl. in B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispanoamericana, 2 voll., Madrid 1927, e Appendice, ivi 1946, v. indice. Nardo Naldoni
IV. Evangelizzazione. - Nel 1519, insieme al conquistatore del Regno degli Aztechi nel M., Hernan Cortés, giunsero nel paese anche alcuni missionari. Vere e proprie missioni però non furono iniziate che nel 1522, con l'arrivo dei Francescani, e più ancora nel 1524, quando i «Dodici» ("Los Doce») sotto la direzione del francescano Martino di Valencia si diedero sistematicamente alla conversione degli Indiani. Nel 1526 sopraggiunsero i Domenicani, e gli Agostiniani nel 1533. L'apparizione di N. Signora di Guadalupe all'indio Juán Diego, nel 1531, contribuì molto alla conversione dei connazionali.
La missione riuscì a svilupparsi superando immensi ostacoli, quali le religioni pagane con i riti superstiziosi con sacrifici di vittime umane e, da parte del governo coloniale spagnolo, le oppressioni degli Indiani per le commende e i lavori forzati. Mezzo principale dei missionari fu l'adattamento alla mentalità indiana: erezione di magnifiche chiese, festose processioni e feste con danze e canti; l'introduzione di un sistema sociale patriarcale. La chiesa e il convento nel cuore del villaggio indiano formavano il centro della vita religiosa, il missionario era padre e protettore del popolo anche contro le angherie dei padroni coloniali spagnoli. Si eressero scuole ed ospedali, e'introdussero mestieri ed arti. Si ebbe di mira anche la formazione di un clero indigeno, principalmente per mezzo dell'erezione di un collegio francescano a Tlatelolco; l'iniziativa però falli, prima a causa dell'esito piuttosto negativo e poi per l'accanita resistenza dei monaci spagnoli. Fu eretta la gerarchia ecclesiastica con la fondazione delle diocesi di Tlaxcala nel 1526, di M. nel 1530, di Oaxaca nel 1534, di Michoacan nel 1536, di Chiapa nel 1538, di Jalisco nel 1548 (trasferita nel 1560 a Guadalajara), di Yucatán nel 1526 (già eretta nel 1518 come Carolensis prima della conquista). Nel 1545 la diocesi di

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Messico - Altare in legno dorato, tipico esempio di altare churrigueresco messicano - Tepozotlán.
M. fu elevata ad arcidiocesi. Il primo pastore fu Juan de Zumárraga, minore osservante ( 1468-1548 ), che diede un fortissimo impulso alla missione tra gli Indiani, promovendo l'istruzione cristiana e procurando l'elevazione culturale e sociale degli indigeni, e sistemò con l'aiuto del viceré Antonio de Mendoza la prima tipografia. Sotto di lui ebbero luogo tre sinodi (Juntas). Il successore, domenicano, Alonso Montufar (1548-89) convocò nel 1555 e nel 1565 due concili provinciali che ebbero grandissima importanza per l'ulteriore sviluppo della Chiesa messicana. Sotto il suo governo si eresse pure l'Università nel 1553. Dopo 50 anni di intenso lavoro, il centro e la parte meridionale del M. furono condotti alla fede e arricchiti di chiese e conventi di Francescani, Domenicani e Agostiniani con le loro fiorenti province.

Verso la fine del sec. xiv s'iniziò l'evangelizzazione delle province settentrionali, continuata fino al sec. xix, inoltrandosi profondamente negli Stati meridionali degli attuali Stati Uniti, Texas, Nuovo M., Arizona e California. I pionieri di queste missioni furono anzitutto i Gesuiti e i Francescani. I Gesuiti dal 1572 aprirono scuole e collegi nel M.; nel 1591 fondarono la prima missione in Sinaloa; nel sec. xvir lavorarono poi fra gli Indiani di Durango, Sinaloa, Sonora e Chihuahua, estendendo la loro attività alla fine del sec. xvir e durante il sec. xvir a Pimeria e California. I Francescani, nel corso del sec. xvir, eressero missioni e riduzioni nelle province del Nuevo León e di Coahuila.

I collegi delle missioni fondati da loro verso la fine del sec. xvir, il primo nel 1682 a Querétaro, poi in Zacatecas, M. e Pachuca, furono i loro centri di irradiazione durante il sec. xvir.

Allorché, nel 1767, i Gesuiti furono espulsi, le missioni passarono in parte al clero secolare, in parte furono continuate dai Francescani, che s'incaricarono dei posti più avanzati in Pimeria e California, estendendo le loro opera pure alla California settentrionale.

Alla fine del sec. xvili l'opera missionaria, nello stretto senso della parola, tra gli Indiani messicani si poteva ritenere terminata, ad eccezione di qualche tribù minore isolata. Le gravi persecuzioni suscitate dai governi massonici nel corso dei secc. xix-xx non riuscirono a sradicare la fede suscitata dai vecchi missionari nel cuore degli Indiani. Vera e propria missione rimase nel sec. xix unicamente quella di Tarahumara. Fu iniziata nel 1872 dai Giuseppini messicani, pur passare nel 1900 in mano ai Gesuiti, i quali la continuano con successo. Le circoscrizioni ecclesiastiche del M., che dipendono da Propaganda, sono il vicariato apostolico di California inferiore, eretto nel 1874 e affidato ai Missionari dello Spirito Santo (Congregazione Messicana), e la missione sui turis di Tarahumara, eretta il 6 maggio 1930 e affidata ai Gesuiti.

Attualmente, nel M., la gerarchia cattolica comprende le sedi metropolitane di Puebla de los Angeles, con suffragance Huejutla, Huijuapán de León, Papantla; di Antiquera, con suffragance Chiapas e Tchuantepec; di Durango, con suffragance Chihuahua, Sinaloa, Sonora; di Guadalajara, con suffragance Aguascalientes, Colima, Tepic, Zacatecas; di Messico, con suffragance Chilaca, Cuernavaca, Tulancigo, Vera Cruz; di Monterrey, con suffragance León, Querétaro, Tacámbaro, Zamora; di Yucatán, con suffragance Campeche, Tabasco. E stato costituito, inoltre, il vicariato apostolico della California inferiore, con residenza a la Paz.

Bial.: Oltre allo opere citate al punto III, stobia, cf. M. Cuevas, Historia de la Iglesia en México, 5 voll., El Paso 1928: R. Ricard, La a conquête spirituelle, du Mexique, Parigi 1933. Giovanni Rommerskischen
V. Condizione giuridica della Chiesa. - Lo stato giuridico della Chiesa nel M. si regola secondo la Costituzione vigente, promulgata il 5 febbr. 1917 ad opera di una minoranza rivoluzionaria, né sottomessa all'approvazione del popolo, in grande maggioranza cattolico ( 95 \% ), il quale non l'avrebbe certamente approvata.

Paese eminentemente religioso, la quasi totalità della popolazione è cattolica. Dopo lo spietato laicismo di Benito Judrez e dopo l'èra di relativa pace durante la presidenza di Porfirio Diaz, il clero e la religione cattolica vennero fatti segno a rinnovate radicali misure vessatorie. I vari presidenti *generali * infierirono contro i catto-
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(per cortesia del p. L. Mendoza, S. J.)
Messico, arcidiocesi di - Cattedrale di Messico: la Iglesia Mayor, iniziata nel 1273.

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lici con la emanazione di leggi sempre più antireligiose. Il primo a colpire il clero fu il Carranza, il quale, con il pretesto di favorire le classi indigenti, incamerò i beni della Chiesa, obbligando i religiosi a lasciare i luoghi di culto, creando, o tentando di farlo, una Chiesa nazionale, in cui il governo si arrogava persino di stabilire il numero dei sacerdoti per ogni singolo Stato. Nel febbr. 1917, a Querétaro, alla presenza degli inviati speciali del presidente W. Wilson e di quello della Confederazione americana del lavoro, Samuel Gompers, con una legge di intonazione sovietica si proclamò, praticamente, il comunismo nel M. attraverso una nuova classe dirigente: i profittatori della rivoluzione.

La Costituzione non riconosce alcuna personalità giuridica alla Chiesa (art. 130); ordina che l'istruzione primaria sia loica anche nelle scuole private, e proibisce alla Chiesa, ai sacerdoti e ai religiosi di fondare o dirigere scuole primarie (art. 3); nega alla Chiesa e alle Congregazioni religiose il diritto di possedere, acquistare e amministrare, sia direttamente che per interposta persona, beni immobili, o ipotecari. Inoltre tutte le chiese, i palazzi vescovili, gli ospedali, i seminari, le scuole e gli edifici ed i