l M. Confessore del legato era il servita Sostegno Viani che scrisse poi il Giornale della legazione della China (Colonia 1740). I due barnabiti Onorato Ferrari e Filippo Cesati viaggiarono in anticipo con un breve papale per preparare l'Imperatore alla legazione. Nella primavera del 1720 M . fece il viaggio a Lisbona, presentando ivi le sue credenziali, alle quali il governo portoghese fece certi ritocchi secondo i principi regalisti in uso. Il 25 marzo 1720 M. partì da Lisbona e, dopo breve sosta a Goa, arrivò il 23 sett. 1720 a Macao. Nel dic. del 1720 e nel genn. e febbr. del 1721 fu
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ricevuto da Kanghi con tutti i debiti onori; ma il risultato fu negativo come quello della legazione del Tournon.
Prevedendo quest'saito, M. fece presentare all'Imperatore, avanti la prima udienza, un elenco di concessioni portate da Roma. Queste concessioni contenevano la facoltà dei riti, se questi fossero puramente civili e dopo la eliminazione di tutti gli elementi superstiziosi. Il 19 genn. 172 I'Imperatore rispose con lettera autografa, dicendo che la clausola restrittiva era senza fondamento e toglieva ogni valore alla concessioni. Con regali per il Papa e il re del Portogallo M. il 3 marzo 1721 parti da Pechino giungendo a Macao, il 17 maggio 1721 . Il 7 nov. 1721 pubblicò una Istruzione pastorale, ai vescovi, vicari apostolici e missionari, dichiarando non essere sua intenzione di sospendere la costituzione di Clemente XI e di non permettere niente di cib che ivi era proibito. Per eliminare però ogni dubbio nell'esecuzione pubblicò pure le otto celebri concessioni che l'anno precedente aveva reso note all'imperatore Kanghi. L'istruzione era destinata esclusivamente ai missionari e, sotto la pena di scomunica, ne proibiva la traduzione in lingua tartarica o cinese; ai cristiani cinesi era lecito darne norizia, ove fosse parso necessario a utile. Benedetto XIV nello cost. Ex quo singulari dell'1 I luglio 1742 revocò tutte le concessioni del M. e riconfermò la costituzione di Clemente XI Ex illa die. Scrisse poi al re del Portogallo che il legato aveva oltrepassato i suoi poteri, oppure gli avversari della Costituzione clementina avevano interpretato in modo troppo largo le sue decisioni. Ma è certo che M. non aveva agito di propria iniziativa. Poco prima della sua partenza da Lisbona aveva ricevuto da Roma la risposta ad alcuni dubbi proposti dai vicari apostolici della Cina a Roma. Le otto concessioni erano contenute in questa risposta. Una nota al dorso dello scritto diceva espressamente che il legato poteva fare uso di questa risposta (Lettera di M. a Propaganda, datata Lodi, io ott. 1740, in Archivio di Prop. Fide, Scritture riferite nei congressi. Indie crientali e Cina, 1737-40, vol. XXII, ff. 680-81).
Verso la fine del 1721 parti da Macao per l'Europa. portando con sé a Roma la salma del suo predecessore, il card. Tournon (1723). Il 13 luglio 1725 fu nominato vescovo di Lodi.
Bib.: I. Gobio, Legazione dei pp. Onorato Ferrari, Filippu Creati, Alessandro di Alessandri, Sulcator Rusini e Sigismondo Calchi barnabiti nelle Cine e nella Cocincina, in L. Gallo, Storia del cristianesimo nell'Impero burroano, III, Milano 1861, Appendice, pp. 1-86; Poiror, XV, pp. 338-70, 831-41. Nicola Kowalski
MEZZADRIA. - E un contratto agrario di natura tipicamente associativa, in cui il concedente e il mezzadro si associano per la coltivazione di un podere e per l'esercizio delle attività connesse al fine di dividerne gli utili a metà.
Il concedente conferisce un fondo rustico, che dicesi podere; esso costituisce un'unità di terreno dotata dei fabbricati rurali per l'alloggio della famiglia mezzadrile e per il ricovero del bestiame, per la custodia delle macchine e del raccolto. Il podere deve essere alberato e vitato, fornito di strade e di acqua. L'estensione del podere deve essere proporzionata alla capacità lavorativa della famiglia colonica, in modo da assicurare ad essa il sostentamento e una certa continuità di lavoro attraverso una rotazione completa di culture entro l'annata agraria.
Il mezzadro, quale capo della famiglia colonica, s'impegna a fornire il lavoro necessario per la coltivazione del podere, in cui risiede stabilmente, con l'ausilio dei propri familiari e in ciò la m. differisce essenzialmente dalla colonia parziaria, che ha il suo centro economico nelle zone non appoderate.
Le scorte vive e morte sono conferite interamente dal concedente o a metà dalle parti, a seconda delle consuetudini locali e dei capitolati provinciali. Tale seconda forma va oggi diffondendosi con il graduale
progredire delle condizioni economiche della classe mezzadrile, anche perché ritenuta, sotto il profilo sociale, la più idonea a rafforzare quei vincoli di solidarietà e di collaborazione fra capitale e lavoro che costituiscono la ragion d'essere dell'istituto mezzadrile.
Il contratto di m. vanta una tradizione plurisecolare. Sebbene di rapporti affini si parli già nel diritto mosaico, babilonese e romano, esso si è andato affermando con la sua caratteristica fisionomia moderna all'epoca dei comuni e delle corporazioni medievali (secc. XIII-XIV), quando le plebi rustiche, spezzati i vincoli del servaggio feudale, assunsero una nuova coscienza di libertà economica e civile. La semplicità della schema del rapporto mezzadrile, nelle sue linee fondamentali, gli consente di avere ancor oggi grande diffusione nelle zone appoderate (soprattutto nell'Emilia, nelle Marche, nell'Abruzzo, nella Toscana e nel Lazio), con facilità di adattamento alle esigenze delle diverse zone agrarie, pur mantenendo la propria unità economica sociale, e giuridica, consacrata nel libro del lavoro del nuovo Codice civile (artt. 2141-63).
L'aspetto sociale del problema della m. si manifesta particolarmente nel momento della divisione dei prodotti, della direzione dell'azienda e della durata del contratto.
In ossequio ai principi della nuova Costituzione italiana, principi più volte affermati anche in encicliche pontifice, occorre assicurare al mezzadro una retribuzione del proprio lavoro in misura tale da garantire a lui e alla propria famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Per questa la divisione dei prodotti nella m. dovrebbe essere attuata in diversa misura a seconda della produttività dei poderi e comunque sempre in modo tale da assicurare al lavoratore un reddito che risponda alle condizioni di cui sopra. La direzione tecnica e amministrativa dell'impresa, secondo i principi del vigente codice civile, spetta al concedente. Questi la esercita direttamente, o a mezzo del fattore di campagna o di un tecnico di sua fiducia, in collaborazione con il mezzadro, che, anche nella sua qualità di piccolo imprenditore agricolo, viene in tal modo a partecipare attivamente alla gestione dell'azienda, cui è cointeressato, eventualmente attraverso i consigli di fattoria per quelle zone agricole ove un numero rilevante di poderi sia riunito in unica amministrazione, come accade nelle fattorie toscane. Infine, la preoccupazione di garantire una certa stabilità al mezzadro, che sul podere trova a un tempo essa e lavoro, onde sottrarlo a una condizione di inferiorità verso il concedente che gli deriva dal fatto di essere continuamente esposto al timore del domani, sembra orientare la nuova legislazione verso un superamento della concezione liberale del sistema degli escomi. La diodetta, sull'esempio della legge inglese sul piccolo affitto (Agricoltural holdings act, 1925) e di quella francese del 13 apr. 1946 (Du formage e du métayage), pare così debba essere subordinata alla sussistenza di cause obbiettivamente giuste, secondo il principio cosiddetto della "giusta causa".
In un ordine sociale, ispirato ai principi della morale cristiana, la m. è destinata ad attuare una funzione di primo piano per la elevazione morale e materiale dei lavoratori della terra e per la pacificazione sociale delle campagne. Per essa i coloni vengono direttamente immessi nel ciclo della produzione, con tutti i diritti e gli obblighi che ne derivano, condividono le sorti dell'impresa in cui lavorano e, attraverso una graduale selezione degli elementi migliori, hanno la possibilità di pervenire alla proprietà della terra. In questo senso ed a tal fine è destinato ad operare quel diritto di prelazione che riconosce al mezzadro la facoltà di essere preferito a terzi nel caso di vendita del fondo su cui egli abita e lavora.
Bibi.: G. Carrara, Il contratto di m., Urbino 1936; B. Rossi, s. v. in Nuovo digesto ital., V, p. 448 sgg.; id., M. e colonia parziaria nel nuovo codice civile, Roma 1940; G. Carrara, I contratti agrari, Torino 1946, p. 398 sgg.; B. Rossi, La m., Roma 1949. Bruno Rossi
MEZZAQUARESIM.A. - Per il rigore della Quaresima s'è introdotto l'uso d'inserirvi alla giusta metà
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che cade di giovedi un giorno di baldoria camevalesca. Un grande fantoccio, variamente adorno, figurante la vecchia, esposto sopra un palco della pubblica piazza o condotto in giro con un carro, e poi bruciato o segato (onde il nome di Segaveccbia dato alla m.), tra il tripudio della moltitudine e in specie dei ragazzi, costituisce il centro della festa. In vari luoghi della Francia e dell'Italia settentrionale invece di una ci sono più vecchie, con le stesso carattere e la stessa fine. Il significato dell'usanza coincide con quello del bruciamento del carnevale : nel fantoccio sono idealmente concentrati tutti i mali, fisici e morali, della comunità, accumulatisi durante l'anno e con la sua distruzione si intende eliminarli. Né diverso è il significato dell'uso, in quel giorno, nell'Europa nord-orientale di gettare dentro l'acqua un pupazzo rappresentante la morte. E dunque un rito di Capodanno, di eliminazione e di rinnovamento, anche se oggi il popolo non ne ha più la minima coscienza.
Carattere carnevalesco ha pure la baldoria di tale giorno, con la processione di carri dai quali comitive di bontemponi gettano aranci, confatti e coriandoli (Romagna), con balli, scene di soggetto allegorico o satirico (Reggio Emilia), con il testamento e la morte della Vecchia (Verona). Anche i cibi tipici della m. richiamano quelli del carnevale: i crostali in Friuli, il polentone a Stradella (Piemonte). In Toscana si recitano befanate profane i cui personaggi principali sono il vecchio, la vecchia e il loro figlio, che si concludono con il segamento della vecchia : simili rappresentazioni avevano luogo anche nel veronese. Nelle Marche si usava fare la scampanata alle donne attempate in cerca di marito. In Francia, al Pas-de-Calais, si mettevano all'asta le ragazze: la cerimonia avveniva in un prato e le giovani venivano date in sposa al maggiore offerente. A Firenze tuttora i ragazzi attaccino delle scalette di carta nella schiena della donnicciole e accompagnano lo scherzo con urla e beffe.
A Parigi e in tutta l'Ile de France, la festa era organizzata dalla corporazione dei lavandai, cosi pure a Monaco di Baviera gli apprendisti promessi lavandai portavano in processione una coppa-mastello e una botte di vino e andavano a brindare al re e ai maggiorenti della città. In questa occasione veniva eletta una regina di m . e in alcuni luoghi, come Bruges e Anversa, si fabbricavano dolci grandissimi raffiguranti il conte e la contessa di m . con evidente trasferimento di usi relativi al calendimaggio. Ad essi possono anche ricondursi le gare dei balestrieri, i palii e le altre sfide di carattere guerresco in varie località della Francia, del Piemonte e altrove.
Bibl.: L. Maini, Dei sollazzi profani a m. ed in ispecie delle vecchie in Regio di Lombardia, Regio 1843 (con una Giunta all'opuscolo, Modena 1822); C. Pizorini Bori, Costumi e superstizioni dell'Appennino marchigiano. Città di Castello 1889, pp. 129-62: A. Balladoro, Folklore veronese: la vacia, Torino 1898: D. Provenzal, Usanze e feste del popolo italiano, Bologna 1912, pp. 257-58; M. Rossi, La caccia della morte a m. in un Simodo bormo del 300 , in Bilychuti, 7 (1918), p. 123 s8E.: P. Toschi, Romagna solatia, Milano 1927, p. 17; F. Pfister, Deutsches Vollstun, in Glauben und Abarclanken, Berlino 1936: G. C. Pola Falictti di Villafalletto, Assorizzioni giovanili e feste antiche, III, Torino 1942, pp. 232-37; G. Pcrusini, Usanze quaresimali friulane, in Ce fasta?, 23 (1947), pp. 29-32; A. Van Gennep, Manuel de folklore français contemporain, III, Parigi 1947, pp. 1064-68.
Paolo Toschi
MEZZOFANTI, Giuseppe. - Cardinale e poliglotta insigne, n. a Bologna il 19 sett. 1774, m. a Roma il 15 marzo 1849. Ordinato sacerdote nel 1797, insegnò arabo nell'Università di Bologna, finché, per aver rifiutato di giurare fedeltà alla Repubblica cisalpina, fu privato della cattedra. Riavutala tuttavia nel 1803 , la mantenne fino al 1808 , allorché fu soppressa; ristabilita nondimeno da Pio VII nel 1814, la occupò ancora fino al 1831 , quando venne chiamato

(da Cardinales S.R.E. Imagines ex calengraphia Bro. Canines Apostolices)
Mezzofanti, Giuseppe - Ritratto - Biblioteca Vaticana.
a Roma, ove fu membro del Collegio filologico dell'Università romana e nel 1833 prefetto della Biblioteca Vaticana, quale successore di Angelo Mai. Gregorio XVI lo elevò alla porpora il 12 febbr. 1838.
Come cardinale esercitò vari importanti uffici, tra cui quelli di prefetto delle Congregazioni degli Studi e della Revisione dei libri della Chiesa orientale. Il suo nome è anche legato alla forma di poliglotta eccezionale. - Risulta che poteva parlare speditamente circa quaranta lingue; a cui bisogna aggiungerne un'altra trentina, che aveva studiato accuratamente, ma non aveva parlato quasi mai... e molti dialetti. Tutto sommato si arriva alla cifra approssimativa di centoquindici» (G. Ricciotti, art. cit. in bibl., p. 460 ). In vita il card. M. non pubblicò nulla, soprattutto perché troppo assorbito dalle tante sue occupazioni. Alcuni suoi monoscritti sono stati tuttavia pubblicati successivamente da E. Tcea (Saggi inediti di lingue americane, Pisa 1868) e da C. Tagliavini (La lingua degli Indi Luisonos, Bologna 1926).
Bibl.: A. Manavit, Esquisse bisturique sur le card. M., 2^{text {a }} ed., Parigi 1854: C. W. Russell, The life of card. M., Londra 1858 (trad. it., Bologna 1859); J. Ch. Mitterrand, Jourpè Card. M., der grente Polyglott, Brixen 1885: M. De Camillia, Il card. G. M., principe dei poliglotti, Roma 1937: G. Ricciotti, Il cardinale poliglotta, in Ecclesia, 9 (1949), pp. 457-60. Niccolò Del Re
MIARINARIVO, vicariato apostolico di. - E situato nella regione centrale del Madagascar. Il 13 dic. 1933 tutta la zona orientale del vicariato apostolico di Tananarive fu distaccata per formare la missione sui iuris di M., affidata all'Ordine dei Trinitari. Non ebbe però mai un Ordinario proprio e i Trinitari italiani, che vi lavoravano, dipendevano dal vicariato apostolico di Tananarive. Il 15 marzo 1939 si ebbe una rettifica di confini in favore della prefettura apostolica di Mirrondava. Il 25 maggio
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(fat. Aulers)

(fat. Alinari)
In alto a sinistra: LA PIETA - Roma, basilica di S. Pietro. In alto a destra: LA PIETA DI PALESTRINA Firenze, Accademia. In basso a sinistra: LA PIETA - Firenze, Duomo. In basso a destra: LA PIETA RONDANINI - Roma, Palazzo Rondanini.
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(fot. Alivari)
In alto: IL PALAZZO DEI CONSERVATORI IN CAMPIDOGLIO - Roma.
In basso: INTERNO DELLA SACRESTIA NUOVA DI S. LORENZO - Firenze, Cappelle Medicee.
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1939 la missione fu elevata a vicariato con il territorio di Tananarive e con una piccola zona del vicariato apostolico di Majunga. Venne affidato al clero indigeno e vi fu nominato vicario apostolico con carattere vescovile un malgaocio, che è stato il primo vescovo indigeno dell'isola. I Trinitari italiani restarono sul posto e per loro il 13 genn. 1949 fu eretta la prefettura apostolica di Tsiroanomandidy, con territorio distaccato dal vicariato apostolico di M .
Il territorio fu evangelizzato prima dai Gesuiti e dai 1926 dai Trinitari italiani. Il paludismo è molto esteso e le vie di comunicazione assai scarse. Ha una superficie di ca. kmq. 20.000 , con ca. 85.000 ab., di cui 39.019 cattolici e 9383 catecumeni. I protestanti sono meno dei cattolici e gli altri sono ancora pagani. Vi sono 10 sacerdoti nazionali e 5 esteri; 7 suore nazionali e 1 estera; 264 catechisti; 103 maestri, 15 seminaristi; 88 scuole, di cui 80 elementari; 12 stazioni primarie, 310 secondarie; 30 chiese; 291 cappelle. Non mancano opere di carità.
Biel.: AAS, 31 (1939), pp. 309-10, 363-66; MC, 1950, p. 199.
Saverio Paventi
MICANZIO, Fulgenzio. - Servita, n. a Passirano (Brescia) l'8 giugno 1570, m. a Venezia il 7 febbr. 1654. Passato a Venezia per ragione dei suoi studi, entrò in relazione con fra' Paolo Sarpi, la cui influenza fu per lui decisiva. Il Sarpi lo introdusse in cenacoli lotterari scientifici, ed a Padova il M. conobbe tra gli altri Galileo, con cui rimase poi sempre in relazione, prendendone apertamente le parti.
Dal 1597 al 1600 fu a Mantova ad insegnarvi teologia; nella primavera del 1600 ebbe una parte importante nel Capitolo generale del suo Ordine a Roma; il 6 luglio 1600 consegui a Bologna la laurea in teologia ed ivi restò, come professore di tale disciplina, fino al 1606, anno in cui il Sarpi lo chiamò a Venezia per averlo al fianco durante la lotta per l'interdetto. Il M. partecipò quindi, con il Sarpi, alla lotta contro Roma: egli figura tra i sottoscrittori del Trattato dell'interdetto, opera del Sarpi, ma presentata come dichiarazione collettiva di sette teologi. Difese altresi il Sarpi con una Confirmatione (Venezia 1606) alla Considerationi sopra le censure del Sarpi, attaccate dal carmelitano G. A. Bovio. Per tale sua attività il governo della Repubblica gli concesse nel 1607 uno stipendio di 200 scudi, sommo raddoppiatagli l'anno seguente. Dopo l'attentato contro il Sarpi ( 5 ott. 1607), avendo il governo della Repubblica concesso a quest'ultimo una casa in Venezia, il M., per volontà del governo stesso, vi abitò per essere sempre al fianco del maestro. A Roma si temeva che il Sarpi e lui tramassero per l'introduzione ed il consolidamento del protestantesimo a Venezia. Effettivamente essi stavano in strette relazioni con protestanti e gallicani; e molto del resto da loro sperava, e non ne faceva mistero, il cappellano dell'ambasciata inglese Guglielmo Bedell. Come il Sarpi, nemmeno il M. pensava ad un'adesione effettiva al protestantesimo, anche se i suoi quaresimali destavano gravi sospetti nel campo cattolico e vive speranze nei protestanti, ed anche se ad aggravare la posizione del M., si aggiungevano accuse, pare non infondate, sul costume. Morto il Sarpi, il M. gli succedette come consultore e la Signoria dispose che i suoi consulti fossero raccolti in volumi e conservati nella «camera segreta» per la loro utilità (Archivio di Stato di Venezia, Riform. d. Studio, busta 549). Il M. lasciò una vita del Sarpi pubblicata nelle Opere del Sarpi, VI, Helmstatt per Jacopo Mullero [ma Verona per Jacopo Moroni] 1750, pp. I-CVI.
Biel.: manca una monografia complessiva su questa interessante figura. Cf. le notizie sparse nelle opere che trattano del Sarpi e in Pastor. XII, pp. 143-53; A. Favaro, F. M. e Galilza Galilei, in Nuove archivio veneto, nuova serie, 13 (1907, 1), pp. 34-76; A. De Rubertis, Nuovi documenti su fra Paolo Sarpi e fra F. M., in Civiltà moderna, 11 (1939), pp. 382-90.
Franco Bolgiani
MICARA, Ludovico. - Cardinale, n. a Frascati il 12 ott. 1775, m. a Roma il 24 maggio 1847. En-
trato giovanissimo tra i Minori Cappuccini, vi raggiunse la carica di ministro generale. Oratore apprezzatissimo, percorse le principali città d'Italia, distinguendosi per la calda eloquenza e per la profonda dottrina. Pio VII, nel 1820 , lo nominò predicatore apostolico, e Leone XII, il 20 dic. 1824, lo creò cardinale, riservandolo in pectore e pubblicando la nomina il 13 marzo 1826, con il titolo dei SS. Quattro Coronati. Per alquanto tempo ritenne ancora l'ufficio generale del suo Ordine.
Nel 1837 optò per la sede suburbicaria di Frascati, ove fondò il civico ospedale e l'Accademia Tuscolana e diede insigni esempi di carità e di zelo pastorale.
Gregorio XXI lo nominò preferto della Congregazione dei Riti, e divenuto nel 1843 sottodecano del S. Collegio, non accettò di optare per la sede suburbicaria di Porto, S. Rufina e Civitavecchia, preferendo rimanere vescovo della città natale. Decano del S. Collegio e vescovo di Ostia e Velletri dal 1844, due anni più tardi ebbe parte assai notevole nel Conclave in cui fu eletto Pio IX. Di vita austerissima, anche da cardinale continuò a vivere con i Frati Cappuccini nel convento romano di piazza Barberini.
Biel.: Cenni biografici e ritratti di Padri illustri dell'Ordine cappuccino sublimati alle dignità ecclesiastiche, II, Roma 1850, pp. 3-8; P. Mauro da Leonessa, Il predicatore apostolico, ivi 1929, pp. 125-27; M. De Camillis, in L'astercalore romana, 7 nov. 1940.
Mario de Camillis
MICHA (ebr. Mīkhāh, abbreviazione di Mīkhājāh "Chi [è] come Jahweh?"). - Ephraimita (chiamato talvolta anche Michea) del tempo dei Giudici (v.). Egli aveva rubato 1100 sicli d'argento alla madre. Stando per essere scoperto, restituì il denaro, che venne consacrato al culto divino. Per imitare le prescrizioni mosaiche M. si fece un ephod (v.), ma anche dei térāphim o statuette di dèi domestici (cf. Gen. 31, 19) proibite dalla Legge, ed instaurò un culto, che nella sua intenzione non doveva avere nessun fine idolatrico. Capitato un levita di Betlemme, M. lo trattenne in casa perché gli fungesse da sacerdote (Inde. 17, 1-13). In seguito però questi fu obbligato a trasferirsi a Lais, chiamata poi Dan, nel luogo dell'odierno Tell el-Qādī, 5 km . ad ovest di Bānijās. Ivi stabili un santuario scismatico per la tribù invitante (ibid. 18, 1-31).
Le notizie su M. formano una delle appendici del libro dei Giudici ed hanno il manifesto scopo di tracciare l'origine del santuario di Dan (v.), celebre fino alla distruzione del Regno d'Israele ( 722 a. C.). Il sovrapporsi di elementi superstiziosi e di una spontanea religiosità ingenua è spiegato dall'autore come effetto di un periodo anormale della storia ebraica (cf. Indc. 17, 5; 18, 1).
M. è chiamato anche il profeta Michea (v.) nel testo masoretico (cf. Mi. 1, 1; Ier. 26, 18 secondo il qēre). Per altri personaggi omonimi, di cui in genere si conosce solo il nome, cf. Il Reg. 22, 12; I Par. 5, 5; 8, 34.35; 22, 20; Neh. 11, 17.22. Angelo Penna
MICHAEL (ebr. Mīkhā̌ēl "Chi [è] come Dio?"). - Neme di un arcangelo (v. Michele) e di diversi personaggi del Vecchio Testamento.
1. Membre della tribù di Aser, padre di Sthur (Nom. 13, 13). 2. Membro della tribù di Gad, discendente da un altro M. ed abitante nel Basan (I Par. 5, 13.14). 3. Antenato di Aseph il cantore (ibid. 6, 25). 4. Figlio di Izrahis della tribù di Iscochar (ibid. 7, 5). 5. Antenato di Saul (v.), della tribù di Beniamin (ibid. 8, 16). 6. Membro della tribù di Manasse, che aiutò con i suoi uomini David nell'impresa contro gli Amaleciti (ibid. 12, 21; cf. I Sam. 30, 1. 4gg.). 7. Padre di Amri della tribù di Issachar al tempo di David (I Par. 27, 18). 8. Fratello del re Ioram, figlio di Iosaphat (II Par. 21, 2). 9. Membro della comunità ebraica in Babilonia durante l'esilio (Esd. 8, 8).
Angelo Penna
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MIGHALSKY, Konstanty. - Prete della Missione polacca, illustre cultore della filosofia medievale, n. il 12 apr. 1879 a Mala Dabrowka (Alta Slesia), m. il 6 ag. 1947 a Cracovia.
Compi gli studi in patria e a Lovanio. Insegnò poi filosofia allo studentato della sua Congregazione in Cracovia e dal 1914 all'Università Jagellonica. Fu decano della Facoltà di Teologia e Rettore dell'Università, socio dell'Accademia polacca di Cracovia e della Pontificia accademia romana di S. Tommaso, presidente della Commissione del Corpus philosophorum medii aevi, istituita dall's Union académique internationale» di Bruxelles, e membro di quella del Corpus platonicum. Nel 1934 fu scelto a presiedere la nuova a Societas Thomistarum Regionum Slavorum s. Nel nov. 1939, durante l'accupazione tedesca della Polonia, venne arrestato; soffri sette mesi di deportazione nel campo di concentramento di Sachsenhausen, e solo alla fine della guerra poté riprendere il suo insegnamento all'Università. Notevole risonanza ebbero le sue molteplici e accurate pubblicazioni; in polacco, in tedesco e in francese. Particolarmente pregevoli sono i suoi vari saggi in quest'ultima lingua, per lo più estratti dal Bulletin de l'Académie polonaise des Sciences et des Lettres (Cracovia), i quali utilizzano un copioso materiale manoscritto e recano contributi originali alla conoscenza delle correnti filosofiche del sec. xiv in voga soprattutto a Parigi e a Oxford. Grande ammiratore di Dante, gli dedicò alcuni buoni studi, e chiuse la sua carriera appunto con la prefazione alla traduzione polacca della Divina Commedia di A. Swiderska.
Bibl.: M. Grabmann, Mittelalterliches Geistesleben. I, Monaco 1926, p. 41-42 e 67; id., Storia della teologia cattolica. Milano 1939, p. 460; G. Szymbor, La province polonaise de la Mission pendant la guerre 1939-43, in Annales de la Mission, 108-109 (1943-44), p. 180; V. Ussani, in Annali della Missione, 55 (1948), p. 203 sgg. (già in L'asc. rom., 22 febbr. 1948); Necrologia, in Deves Thomas (Piacenza), 52 (1949), p. 111 sg.; A. Usowicz-K. Klóssk, K. K. M., Cracovia 1949.
Giacomo Crosignani
MICHAUD, Joseph-François. - Storico e pubblicista, n. il 19 giugno 1767 a Albens (Savoia), m. il 30 sett. 1839 a Passy.
Fu giornalista a Parigi e collaborò a due giornali sovvenzionati dalla corte, la Gazette universelle e il Postillon de la guerre, che dovettero sospendere le loro pubblicazioni dopo il ro ag. 1792. Nel 1794, dopo la caduta di Robespierre, collaborò alla Gazette française ed a La quotidienne. Condannato a morte in contumacia nel 1795 per il suo ultrarealismo, ritornò a Parigi dopo il 18 brumaio. D'accordo con il fratello tipografo, cominciò nel 1806 la nota Biographie universelle, che poi nel 1842-65 uscì in 2ᵃ ed. in 43 voll. Avuta occasione di studiare documenti sull'argomento, pubblicò la fortunata Histoire des Croisades ( 3 voll., Parigi 1812-17; 6ᵃ ed. in 6 voll., ivi 1841, vers. it. Milano 1894), in cui si mostra innovatore seguace della scuola storica che mirava a mettere in onore il medioevo; ma la documentazione è insufficiente e lo stile di un colorito eccessivamente romantico, e dà talora nel falso. Il M. accompagnò quest'opera con Bibliothèque des Croisades (4 voll., Parigi 1821), traduzione francese di documenti sulle Crociate.
Favorevole ai Borboni, non fu tuttavia alieno dall'accettare i favori di Napoleone e nel 1813 ebbe la carica di accademico di Francia. Dopo la Restaurazione divenne censore reale e nel maggio 1815 fu eletto deputato nel dipartimento dell'Ain. Redattore capo de La quotidienne nel 1817 , vi collaborò anche dopo il 1830 , quando questo giornale divenne l'organo dei legittimisti. In collaborazione con J. J. F. Poujoulat pubblicò la Collection des mémoires pour servir à l'histoire de France depuis le XIIIe siècle jusqu'au XVIIIe, in 23 voll.
Bibl.: J. Parisot, a. v. in Biographie univers., XXVIII, Parigi a. a., pp. 206-14; J. J. F. Poujoulat, Vie de M., premessa all'ed. del 1841 della Hist. des Croisades; C. A. de Sainte-Beuve, Couzeries du lundi, 7° ed., VII, Parigi a. a., pp. 20-40; A. Ro-bert-E. Bourloton-G. Cougny, Dictionnaire des parlementaires frangais, IV, ivi 1891, pp. 363-64.
MicheEA (ebr. Mïhhah). - Profeta di Giuda, nativo di Môrešeth, nella täphēldh (Mi. 1, 14), a sud di Bejt Gibrin. Contemporaneo di Isaia, svolse la sua attività sotto i re (ibid. 1, 1) Ioatham, Achaz ed Ezechia (ca. 740-700 a. C.). Il libro dà solo i temi essenziali dei suoi oracoli; non si può pertanto, per discutibili criteri interni, ridurre l'attività di M. al solo Regno di Ezechia. M. molto contribuì alla riforma di questo pio Re (II Reg. 18, 3-7; cf. Jer. 26, 18 sg .); la caduta di Samaria (722) da lui predetta colpi fortemente quei di

(ed. Alinari).
Michea - Il profeta M. Bassordievo di A. di Duczio (ca. 1455) - Rimini, Tempio Malatostiano.
Giuda, i quali dovevano temerc la medesima sorte, loro minacciata egualmente da M. Cosi Ezechia poté operare la sua riforma senza gravi difficoltà (II Par. 30, 1-12). Essa però ebbe effetti e durata limitati.
Si è concordi nel rimettere gli oracoli dei primi tre capitoli un po' prima del 722 ; e inclini a ritenere quelli dei capp. 4-5 quasi contemporanei della riforma; mentre gli ultimi dei capp. 6-7 sarebbero anteriori ai primi (Van Hoonacker, A. Clamer, J. Chaine, ecc.) o posteriori ai secondi. E difficile precisare.
La religione popolare (sincretismo religioso, idolatria e depravazione morale), che aveva raggiunto nel Regno del nord la sua perversa perfezione al tempo di Osen, era già sviluppata in Giuda. Il patto del Sinai era inteso ormai alla stregua delle relazioni culturali esterne che legavano gli altri popoli con le loro divinità; un'obbligazione reciproca : sacrifici de una parte, impegno automatico di salvezza, di protezione dall'altra; basta la presenza del Tempio e l'immolazione rituale delle vittime, fatta in esso, per tener lontano da Giuda ogni minaccia (Mi. 2, 7; 3, 11). M., come gli altri profeti, combatte tale deviazione.
Il libro di M. fu composto dallo stesso profeta o da qualche suo discepolo (cf. Jer. 26, 18 mathrm{sg} .= Mi. 3, 11 sg.). Esso si divide in tre parti. La prima contiene l'annunzio. della imminente distruzione di Samaria (Mi. 1, 2-9a): monito per quella di Giuda (ibid. 1, 5. 9b-16), cui ormai M. riserva il termine Israele, Giacobbe, quale unico erede del patto (ibid. 1, 14 sg.; 3, 1. 8b. 9a in stretto parallelismo con Sion, Gerusalemme, v. 10). Le colpe di Giuda, rapacità e violenze (ibid. 2, 1-6), non possono restare impunite, nonostante le assicurazioni dei falsi profeti (ibid. 2, 7-11). Un resto tuttavia si salverà e sarà ricundotto in patria da Jahweh (ibid. 2, 11 sg.). M. denuncia e attacca con voemenza i responsabili della depravazione morale di Giuda: capi e magistrati (ibid. 3, 1-4), falsi profeti (ibid. 3, 5 sgg.). Sion diverrà un mucchio di rovine (ibid. 3, 8-12).
Nella seconda parte la prospettiva è grandiosa e splendida: da Gerusalemme il patto si estende a tutte le genti (ibid. 4,1-5= Is. 2, 2-4); è il trionfo di Jahweh, realizzato contro la coalizione dei popoli (Mi. 4, 6-14 [Volg. 4, 6-5, 1]), ad opera del Messia, di stirpe davidica, che nascerà a Betlemme (ibid. 5, 3-4). Per esso, Giuda è liberato dal giogo straniero (ibid. 5, 5 sg.) e domina come-
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(3) Pici
CROCIFISSIONE DI S. PIETRO
Particolare dell'affresco di Michelangelo (1542-49) - Vaticano, Cappella Paolina.
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il leone sulle belve della foresta (ibid. 5,7 sgg.; cf. Gen. 49, 9). Caratteristiche messianiche : pace sovrana e un culto immacolato (Mi. 5, 10-14).
Nella terza parte si ritorna alla depravazione di Giuda. Storia del patto del Sinai : benefici da parte di Jahweh, fedele alle promesse, e scelleratezza del popolo eletto (ibid. 6, 1-5). La quantità delle vittime (con l'insana pratica dei sacrifici umani presa dai Cananoi : cf. F. Spadafora, Ezechiele, Torino 1948, p. 164 sgg.) è sborrita da Dio; si ritorni alla pratica della giustizia e alla obbedienza ai precetti del patto (Mi. 6, 6 sg .). Invece regnano la frodo, le violenze, la menzogna (ibid. 6, 9-12); il castigo pertanto si abbatterà inesorabile (ibid. 6, 13-16). In vista di esso, la nazione lamenta la corruzione dei suoi figli (ibid. 7, 1-6); esprime in un canto, eco della poesia dei Salmi, la ferma speranza nella misericordia, nella bontà di Jahweh verso il suo popolo; le genti riconosceranno la potenza del vero Dio (ibid. 7, 7-20).
Il testo (spec. 1, 10-14) è il più corrotto tra i libri profetici, dopo quello di Osce; e di poco aiuto sono le versioni. La critica riconosce l'autenticita della prima parte; ha alternative per la terza; si accaniva (spesia la scuola wellhauseniana) contro la seconda. Oltre ai falsi postulati sull'essenza del patto del Sinai, e sugli stadi della religione istoelitica, questi critici incorrono in un errore di prospettiva: considerano il libro profetico alla stregua di un trattato dottrinale. E non si hanno invece che echi e brani di una predicazione varia e molteplice. Lo stile di M. è vivido e drammatico. Tanta fu l'impressione che produsse sui suoi contemporanci, che anche un secolo dopo gli anziani di Gerusalemme lo ricordano quale preclaro esempio di santa ardıtezza (Jer. 26, 17-19).
BinL.: introduzioni: A. Clamer, s. v. in DThC, X, coll. 1632-68; J. Chaime, Introduction à la lecture des prophètes, 2 e ed., Parigi 1932, pp. 79-84; H. Höpfl-A. Miller-A. Metzinger, Introductio... 5° ed., Roma 1946, pp. 516 sgg. Commenti (v.: PRONETI MINOSII: { }^{°} J. M. P. Smith, Edinburgo 1912; { }^{°} J. H. Henneay, Cambridge 1919: { }^{°} A. Posner, Frac coforte 1924; { }^{°} G. W. Wade, Londra 1925; { }^{°} J. Lindblom, Helsinki 1929; { }^{°} G. Luzzi, La Bibbia, V, Firenze 1920, pp. 347-70. Studi: S. Protin, La Vierge-mère chez Michie (3, 5), in Rev. august., 15 (1909, 11), pp. 389-92; { }^{°} H. Honkel, Der Micho-Schluss, in Zeitschrift für Semitistik, 2 (1924), pp. 143-78; P. Van Imschoot, Le prophète Michée es son temps, in Colint. Gaudav., 17 (1930), pp. 176182; { }^{°} J. Jeremias, Murezeth-Guth, Heimat des Propheten M., in Palästina-Jahrbuch, 29 (1933), pp. 42-53; A. Skrinjar, Origo Christi temporalis et acterna, in Verbum Domini, 13 (1935), pp. 8-16; K. Elliger, Die Heimat des Propheten M., in Zeitschrift des Deutschen Palästina-Vereins, 57 (1934), pp. 81-152; H.M. Weil, Le chapitre e de Michée expliqué par le premier livre des Rois ch. 20-22, in Revue de l'histoire des religions, 121 (1940, 1), pp. 146161; A. Gil Ulecia, Imperio mesianico en la profecia de M., Sariagozza 1941.
Francesco Spadafora
Archeologia. - I sommi sacerdoti e gli scribi alla richiesta dei Magi dove era il neonato re dei Giudei risposero: in Bethlehem (nella [tribù] di Giuda perché così è scritto dal profeta: «e tu Bethlehem, terra di Giuda, non sei la più piccola tra i principi di Giuda, poiché da te uscirà chi dovrà reggere il mio popolo di Israele» (Mi. 5, 2; M r. 2, 2 sgg.). Tale profecia fu rappresentata in un affresco del cimitero di Domitilla della fine del sec. IV, in un cubicolo indicato dal Bosio con il n. IV. M. barbato in tunica e pallio indica con la destra la città di Bethlehem (due edifici turriti); avanti ad essa è la Madonna con il Bambino.
BinL.: A. Bosio, Roma sotterranea, Roma 1634, p. 355 ; Wilpert, Pitture, p. 185 e tsv. 229.
Francesco Galeota da Urbino, detto il Greco, ma senza gran profitto, sicché il padre, cedendo alla sua chiara vocazione, lo affidò il 1° apr. 1488 a Domenico e David del Ghirlandaio perché imparasse l'arte della pittura. Nessuna opera certa rimane di questo periodo, ma le fonti ricordano vari disegni, fra i quali una Tentazione di s. Antonio (scomparsa), copia colorata da una stampa in rame dello Schongauer. Frequentando, per consiglio del Granacci, suo condiscepolo, gli Orti medicei di S. Marco pieni di statue e rilievi antichi, e dove Bertoldo, scolaro di Donatello, insegnava la scultura, M. scoprì la sua vera via e, intorno al 1489 , lasciò la bottega del Ghirlandaio. Una testa di Vecchio fauno (scomparsa), da lui liberamente rifatta sul modello di un frammento classico, attrasse l'attenzione del Magnifico Lorenzo, il quale, accordatosi con il padre, lo prese in casa, educandolo con i propri figliuoli in un ambiente di raffinata cultura umanistica, dominato dal Poliziano (1490-94). Il neoplatonismo di questi e, più tardi, le prediche infuocate del Savonarola influirono profondamente sullo spirito di M., e se ne sentono gli echi nelle poesie di lui.
Di quei primi anni rimangono alcuni disegni, gia molto personali nel tratteggio (copie degli affreschi di Giotto in S. Croce e di Masaccio al Carmine) e due bassorilavii marmorei: la Madonna della scala (Firenze, Casa Buonarroti) e la Battaglia dei centauri (ivi), tema indicatogli dal Poliziano, opere che rivelano in Donatello e nell'arte antica la duplice fonte della sua prima maniera. Quando disegnava nella cappella Brancacci, un pugno dell'invidioso Torrigiani gli ruppe il naso, sfigurandogli per sempre il volto, ciò che contribuì non poco ad accrescere la sua naturale misantropia. Del medesimo periodo, ma più tardi, sono ancora un Ercole in marmo, scolpito per gli Strozzi nel 1492 (scomparso a Fontainebleau nel 1713) e un Crocifisso ligneo per S. Spirito (quello che vi si conserva tuttora è di discussa autenticità). Fin dagli

(16) E. Zbinmann. M. in Ssloggi stiher Zeit, Ggma DMI Michelangelo Buonarroti - Ritratto a ponna di ignoto. Roma, Gab. Naz. del disegno.
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(fot. Andersen)
Michelangelo Buonarotti - David (particolare) - Firenze, Galleria d'Arte antica e moderna.
esordi, dunque, la nuda figura umana si profila come il tema ideale dell'arte sua, ed il Vasari ne ricorda gli studi anatomici compiuti su cadaveri. Morto il Magnifico (8 apr. 1492), Piero de' Medici seguitò verso M. l'ospitalità, non il mecenatismo del padre : gli fece modellare soltanto una statua di neve nel cortile del palazzo di Via Larga (forse nel 1494). Nell'ott. del 1494, allarmato per il sogno di un famigliare dei Medici che profetizzava l'imminente cacciata dei suoi padroni (ciò che avvenne l'8 nov. 1494), M. fuggì da Firenze a Bologna, ospite di Gianfrancesco Aldovrandi. Codeste fughe repentine e inconsiderate si ripeteranno più volte nella sua vita e sono indizio di una anormale sensibilità nervosa. A Bologna subì l'influsso di Jacopo della Quercia (rilievi delle porte della Cattedrale) e scolpì per l'arca di S. Domenico un Angelo che regge un candelabro (Bologna, S. Domenico) e le statuette dei SS. Petronio e Procolo (ivi).
Tornato a Firenze (1495), dominata dal Savonarola, vi modellò un S. Giovannino (scomparso) e un Cupido dormiente (scomparso), venduto per cosa antica al card. Raffaello Riario, il quale, scoperto l'inganno, ammirò nondimeno l'artista, chiamandolo a Roma, dove giunse il 25 giugno 1496 .
Quivi egli disegnò il cartone per un S. Francesco che riceve le stimmate (scomparso), destinato alla chiesa di S. Pietro in Montorio. Per Jacopo Galli, suo mecenate romano, scolpì un Cupido (scomparso) e, dal 1497 a ca. il 1500 , il Bacco ebbro (Firenze, Bargello), statua tersa, ma fredda nella sua perfezione formale, dove si rispecchia la sua nuova esperienza della scultura classica. L'inquieta ricerca di quegli anni giovanili si rivela nello stile affatto diverso di un'altra opera sua (la sola da lui firmata), pure eseguita nel medesimo periodo, ossia, r'ella Pietà di S. Pietro in Vaticano che sùbito lo rese famoso. Il gruppo gli fu allogato con un contratto del 27 ag. 1498 dal card. Jean de Bilhères de Lagraulas (e non Villiers de la Groslaye, come di solito si legge), per la cappella rotonda di S. Petronilla, annessa all'antica Basilica Vaticana. Pietra miliare tra i due secoli della Rinascita, questo marmo ricorda ancora il Quattrocento nelle molte reminiscenze donatelliane, leonardesche e persino ferraresi, mentre nel sua naturalismo ideale e nel quasi barocco virtuosismo
della tecnica scultorea risponde già, seppure con una certa timidezza, a quelli che saranno i canoni dell'estetica cinquecentesca. Nella sua vecchiaia M. cercherà di spiegare al Condivi il profondo sentimento religioso che lo ispiriva nel condurre quell'opera.
Con scrittura privata del 5 giugno 1501, datata da Roma, il card. Francesco Piccolomini (futuro papa Pio III) gli affidò l'esecuzione di quindici statuette di santi per le nicchie dell'altare di Andrea Bregno (altare Piccolomini) nel duomo di Siena. Tornato in patria nell'estate di quell'anno, M. ne scolpì solo quattro, e cioè, i SS. Pietro, Paolo, Gregorio e Pio (Siena, Duomo), lavorandovi all'incirca dal giugno 1501 all'autunno del 1504. F. Kriegbaum (1942) ha giustamente rivendicato l'interesse di queste opere minori, quasi sempre trascurate dagli studiosi. Ottenuto dai consoli dell'Arte della lana e dagli Operai di S. Maria del Fiore (contratto del 16 ag. 1501) un gran blocco di marmo che giaceva abbandonato e male sbozzato nel cortile dell'Opera, M. ne cavò "per l'insegna del palazzo" (Vasari) un David (Firenze, Accademia) ignudo con la fianda, alto m. 5,50, e detto perciò dai fiorentini il "Gigante". Iniziato il 13 sett. 1501, il lavoro era compiuto nel genn. 1504, e la statua, su parere di un comitato (del quale facevano parte, fra altri, il Botticelli, Leonardo da Vinci e il Perugino), venne collocata l'8 giugno 1504 sul ripiano davanti a Palazzo Vecchio, dove sin allora stava la Giuditta di Donatello (vi fu sostituita da una copia nel 1873). Nel David si manifesta per la prima volta in forma monumentale quella eroica concezione del nudo che trionferà sulla vòtta della Si stina e affonda le sue radici nella statuaria romana (ben a ragione il Vasari ricorda, a proposito di quest'opera, i Dioscuri del Quirinale, il Tevere e il Nilo di Belvedere). Un altro David (scomparso), di bronzo, con la testa di Golia sotto il piede (ne resta un disegno a penna al Louvre) gli fu allogato dalla Signoria (contratto del 12 ag. 1502) per essere donato al maresciallo Pierre de Rohan. Compiuto nel sett. 1508 e rinettato da Benedetto da Rovezcono, fu mandato in Francia a Florimond Robertet (essendo nel frattempo il Rohan caduto in disgrazia), e vi scomparve nel sec. xvit. Dei Dodici Apostoli che aveva preso a scolpire per il duomo di Firenze (contratto del 24 apr. 1503) sbozzò il solo S. Matteo (Firenze, Accademia), erculeo corpo emergente dalla roccia, che segna un progresso notevole rispetto ai David di marmo, iniziando la fase della sua pi na maturità. M. amava lavorare direttamente la pietra, senz'aiuto di scalpellini, sicché le sue statue "non finite" com'è questa (e sono molte) non appaiono mai incomplete : in esse il fantasma estetico è sempre suggerito nella sua intierezza, con una misteriosa e quasi musicale potenza espressiva. Dall'ott. del 1504 all'ag. dell'anno seguente tracciò il cartone per l'affresco della Battaglia di Cascina (scomparso), destinato ad ornare una delle pareti lunghe della Sala dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, in concorrenza con Leonardo da Vinci, il quale, sulla freciata opposta, aveva già incominciato a dipingere la Battaglia d'Anghiari. I due celebratissimi cartoni furono, per la generazione artistica del primo Cinquecento, quel che per la precedente era stata la cappella di Masaccio al Carmine: uno "studio di artefici" (Vasari) e una scuola di maestri, fra i quali il giovane Raffaello. Purtroppo i dipinti non furono eseguiti e quei fogli andarono distrutti durante i tumulti cittadini del 1512, sicché oggi ne rimane appena un pallido riflesso in alcuni schizzi originali o in copie e stampe contemporanee di mediocre valore. Mentre Leonardo aveva rappresentato nel suo fumoso chiaroscuro una suffa di cavalieri intorno ad uno stendardo, il disegno di M. raffigurava i soldati fiorentini sorpresi dall'assalto nemico durante un bagno in Arno (episodio della guerra di Pisa, 1364). Era un pretesto per esaltare il nudo in una composizione ricca e movimentata, e l'affresco sarebbe stato senza dubbio molto simile, nel preciso e segnato contorno delle forme, nell'evidenza plastica del modellato e nella chiara sobrietà del colore, a quello del Dilusio, dipinto qualche anno appresso sulla vòtta della Sixtina. Al medesimo soggiorno fiorentino appartiene ancora un gruppo di opere importanti, ma d'incerta data, delle quali si dà ora l'elenco.
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La Madonna di Bruges (Bruges, Notre-Dame), marmo venduto da M. nel 1506 ai Mouscron e mandato nelle Fiandre, mostra la Vergine pensosa, quasi presaga, seduta in posa ieratica (la statua è composta per la visione frontale, come le pale dugentesche), in drammatico contrasto con il Figliuolelto ignaro che le sta in piedi fra le ginocchia. Sebbene le forme siano qui più sabrie, specie nel panneggio e nella plastica del putto (analogo a quello del Tondo Doni), l'affinità stilistica e tecnica con la Pietà di S. Pietro è tanto evidente da rendere accettabile l'ipotesi che il gruppo dati ancora del periodo romano. Due bassorilievi marmorei di sagoma circolare, ambedue incompiuti, rappresentanti la Vergine con il Bambino e noti come la Madonna Taddzi (Londra, Accademia) e la Madonna Pitti (Firenze, Bargello), sembrano eseguiti dopo il 1505 , soprattutto il secondo, non lontano dalla maniera della Sistina. Di quell'anno è, con molta probabilità, la sola tavola di M. tuttora conservata, ossia, la S. Famiglia Doni (Firenze, Uffizi), composizione equilibrata in modo mirabile e nuovo nel campo rotondo. L'assoluta compiutezza del disegno (quale lo concepiva l'estetica della Rinascita) vi si riveste di una vivacità cromatica, animata da audaci cangiantismi, unica nell'arte sua. Sembrano di poco anteriori due dipinti non finiti: la Madonna con gli angeli (Londra, National Gallery) ed il Sepellimento di Cristo (ivi), ambedue ancora in parte legati a modi stilistici del tardo Quattrocento, e non da tutti ammessi nel novero delle sue opere.
Nei primi mesi del 1505, Giulio II della Rovere, pontefice degno di M. per l'audace grandezza delle imprese, lo chiamò a Roma (su consiglio, pare, di Giuliano da Sangallo) e nel marzo di quell'anno gli commise la propria Sepoltura (Roma, S. Pietro in Vincoli), che doveva sorgere nella Basilica Vaticana, ricostruita dal Bramante. Secondo il primo grandioso progetto (nato solo dalle descrizioni del Vasari e del Condivi) codesto mausoleo veramente imperiale aveva l'aspetto di un'edicola funeraria isolata, di forma rettangolare (ca. m. 10, 80 × 7,20 ), dalle facciate ornate di nicchie e podii con le statue delle Arti e delle Virtù soggiogate dalla morte del Papa mecenate e - aggiunge il solo Vasari - delle province da lui sottomesse alla Chiesa (cioè, i cosiddetti Prigioni), fiancheggiate da Termini a sostegno della cornice. Agli angoli di questa si dovevano collocare quattro grandi statue sedute, di cui la sola eseguita è il Mosè, ma il Vasari menziona inoltre quelle della Vita Attiva, della Contemplativa ed un S. Paolo. Il tetto dell'edificio, costruito a gradini rastremati e ornati di rilievi in bronzo con i fatti della storia di Giulio II, sarebbe stato coronato dalle statue di Cibele ed Uranio, ossia, della Terra e del Cielo, reggenti un'arca, mesta la prima per aver perso un al grande sovrano, e lieto l'altro per averne accolto lo spirito. Nell'interno del monumento una cella di forma ovale, con due ingressi a nicchia sulle facciate minori, doveva custodire il sarcofago del defunto Pontefice. Nell'apr. del 1505 M. andò a Carrara e vi stette otto mesi a cavare i marmi di sua scelta, sognando di creare un'opera che, quanto a bellezza, non avesse "la par cosa tutto el mondo" (lettera di M. a G. da Sangallo, del 2 maggio 1506). Subitamente, però, non si sa bene per qual motivo, il Papa mutò pensiero e, il 17 apr. 1506, si rifiutò addirittura di ricevere M., il quale s'era recato in Vaticano per parlargliene. Questi, sdegnato, partì (forse lo stesso giorno) per Firenze, dove riprese e condusse a termine l'interroto cartone della Battaglia, invano richiamato dal Papa con tre brevi alla Signoria (si ha il testo di quello del 20 luglio 1506). La lunga contesa seguita poi con gli eredi della Rovere per il compimento del contratto fu detta de lui "la tragedia della sepoltura" (Condivi), ed ebbe fine soltanto con la convenzione del 20 ag. 1542 , ultima delle sei (son note inoltre quelle del 6 maggio 1513 - cioè la seconda - e dell'8 luglio 1516, una del 1525, della quale si hanno notizie epistolari, e quella del 29 apr. 1532) che ridussero il maestoso disegno primitivo al mediocre monumento parietale murato in S. Pietro in Vincoli, e redento solo dalla potente statua del Mosè (scolpita verso il 1515), unica messa in opera delle 40 previste in origine, mentre quelle di Lia e Rachele nelle

(fol. Alinari)
Michelangelo Buonarroti - Madonna detta della scala , Firenze, Casa Buonarroti.
nicchie laterali, modellate da M. senza voglia intorno al 1542, sono di una bellezza fredda. Il rimanente è dovuto a collaboratori di modesto talento, come Raffaello da Montelupo ed altri minori. Restano ancora, dei vari progetti successivi, i seguenti marmi: i due Prigioni (Parigi, Louvre), uno ribelle senza speranza, l'altro rassegnato al sogno (ambedue eseguiti, come il Mosè, per il secondo contratto; a quello legato M. lavorava nel 1513); il triste Vittorioso (Firenze, Palazzo Vecchio), sprezzante del proprio trionfo (modellato probabilmente in Firenze nel 1506, e forse una delle Virtù), ed altri quattro Prigioni (Firenze, Accademia) non finiti.
Ma l'11 nov. 1506 il Pontefice, in guerra con i Bentivoglio, entrò in Bologna, e la Signoria, temendolo troppo vicino, impose a M. di andarlo a trovare, munito di salvacondotto, per far seco la pace, ciò che avvenne verso la fine del mese, nel corso di una burrascosa udienza. Perdonata la fuga, gli fu allogata la statua in bronzo, grande circa tre volte il vero, di Giulio II (scomporza), seduto in trono, con il triregno in capo, la destra alzata in atto di benedire e le sacre chiavi nell'altra mano. Per la poca pratica che aveva della materia, M. la fece gettare, non senza difficoltà, da maestro Bernardino d'Antonio del Ponte, e, il 21 f bbr. 1508, fu innalzata con gran festa entro un'edicola marmorea sulla facciata di S. Petronio, in segno di dominio. Ma vi rimase poco, ché i Bentivoglio, riconquistata la città, la fecero precipitare sul sagrato e bestialmente distruggere a furor di popolo, il 30 dic. 1511 , senza che, oltre a qualche sommaria descrizione, ne rimanga memoria alcuna a disegno o stampa.
M. era appena