volume-08

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mia, di S. Celso e di S. Calimero, la basilica di S. Satiro e quella di S. Babila. L'abbazia di Chiaravalle, ai confini meridionali della città attuale, è fondazione di s. Bernardo e dei suoi monaci nel sec. xir e la chiesa di S. Maria la Rossa del sec. x è nel suburbio in direzione di Pavia.

Nella M. visconteo-sforzesca si sviluppò l'opera di Giovanni Averulino, detto il Filarete, e di Guiniforte Solati, il primo esponente dell'arte toscana del primo Rinascimento, l'altro della maniera del cosiddetto gotico lombardo. Lavorarono a M. sotto gli Sforza Leonardo da Vinci e il Bramante. Nella città visconteo-sforzesca si ebbero non solo le nuove mura di Azzone Visconti (di cui restano la pusterla di S. Ambrogio e la Porta Nuova), ma anche i Navigli, iniziati nel sec. xiri e terminati nel xv (Naviglio grande, di Pavia, della Martesana e interno). Assai maltrattato dalla guerra, è l'Ospedale Maggiore «la Cà Granda», fondato da Francesco Sforza;
importante la chiesa di S. Gottardo al Palazzo, la casa dei Borromeo, ora distrutta quasi del tutto dai bombardamenti; il Monastero Maggiore, di cui è superstite la chiesa di S. Maurizio con insigni pitture di Bernardino Luini, i chiostri di S. Ambrogio (ora Università Cattolica), la chiesa della Grazie, opera del Bramante, accanto alla celebre Casa di Leonardo; il Castello, sorto nel 1368; e altri edifici del suburbio, come la Bicocca degli Arcimboldi, la Villa Mirabello e S. Cristoforo sul Naviglio.

Il monumento più insigne e caratteristico di M., il cui inizio è fissato nel 1386 , sotto Gian Galeazzo Visconti e per impulso dell'arcivescovo Antonio da Saluzzo, è il Duomo, dedicato a Maria Nascente, il più vasto e complesso organismo dell'architettura gotica in Italia, costruito faticosamente attraverso secoli di lavoro e terminato solo al tempo di Napoleone con la facciata non del tutto armonica, mentre solo ai nostri giorni si sta provvedendo alla porte di bronzo. L'opera è tutta in marmo di Candoglia (lago Maggiore) ed è decorata da 3159 statue, la maggior parte all'esterno; la guglia maggiore è alta m. 108,50 , con la celebre "Madonnina»; l'interno è ricco di opere d'arte, con grandi finestroni istoriati e ha un importante e ricco tesoro; sotto l'altare maggiore è lo * scurole", dove è sepolto s. Carlo.

Durante la dominazione spagnola, per quanto riguarda i monumenti, furono operanti a M. Gaetano Alessi, Vincenzo Seregni, Pellegrino Tibaldi, detto il Pellegrino, il Mangone, il Richini; i Procaccini, il Cerano, il Morazzone, il Crespi ed altri diedero alla città insigni pitture; una nuova e più ampia cerchia di mura è dovuta a Ferrarini Gonzaga, governatore fra il 1549 e il 1561 , quella che si chiama ancora dei bastioni; risalgono a questa età il lazzaretto, il Palazzo del Senato, ora Archivio di Stato, l'attuale Palazzo arcivescovile, le chiese di S. Maria della Paazione, di S. Stefano, di S. Antonio abate, di S. Paolo e Barnaba, di S. Maria presso S. Celso, di S. Alessandro, di S. Sebastiano, quella attuale di S. Vittore al corpo, di S. Raffaele, di S. Marco e poi la Rotonda dell'Ospedale, i palazzi Belgioioso, Marino, di Brera, della Biblioteca Ambrosiana e, fuori di città, la Simonetta e la certosa di Garegnano.

Durante la dominazione austriaca sorsero caratteristici palazzi nobiliari, come il Palazzo Reale, i Palazzi Trivulzio, Serbelloni, Sormani-Andreani, Casani, Dugnani, Clerici, Crivelli, Arese-Litta, la Villa Reale e soprattutto il Teatro della Scala, opera del Piermarini (1779) sull'area dell'antica chiesa di S. Maria della Scala.

Della M. napoleonica sono l'Arena e l'Arco della Pace e dell'età del Risorgimento, oltre ad alcune case, come quella del Manzoni, il Palazzo Melzi, quello dei Borromeo d'Adda, il Palazzo Baporiti, il tempio votivo a S. Carlo; il modesto monumento a Leonardo e i Giardini pubblici. Più recentemente fu risistemata la Piazza del Duomo con la costruzione della Galleria Vittorio Emanuele e i palazzi dei portici settentrionali e meridionali e il monumento equestre a Vittorio Emanuele II e quello delle Cinque giornate; fu poi costruito il quartiere di Via Dante con il Foro Bonaparte e risistemato il Castello e poi il Parco; fu pure fondato il quartiere di Piazza degli Affari, la Piazza Diaz e il quartiere Missori, il Corso del Littorio, ora Matteotti, la via dei Giardini, il quartiere di Piazza Fiume, ora Piazza della Repubblica; in Piazza S. Ambrogio sorse il monumento ai Caduti; tre altri edifici si distinsero per la loro grandiosità, se non sempre per le loro arte: la stazione centrale, il Palazzo di Giustizia e il nuovo Ospedale del Perdono a Niguarda; una miriade di costruzioni nuove, dopo la distruzione della guerra, sono intervenute ad alterare e non sempre ad abbellire la città : così il volto della vecchia M. ne è risultato per molte parti irreparabilmente perduto.

La città poi conserva cimeli insigni di arte di ogni secolo nella grande Pinacoteca di Brera, nell'Ambrosiana, nel Museo del Castello, nel Poldi Pezzoli e in altre raccolte minori; sono in via di costruzione e di preparazione il nuovo Museo archeologico nel chiostro del Monastero maggiore e il Museo della Tecnica, che troverà posto nel chiostro di S. Vittore al corpo. - Vedi tavv. LXIIILLXV.

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(fot. Pabljote)
Milano. ARCIDIOCESI di - L'inaugurazione della nuova porta del Duomo, opera dello scultore Franco Lombardi. Il cardinale Schuster la benedice ( 1° luglio 1930).

Bibl.: C. Cantù, M. e il suo territorio, Milano 1844; id., Grande illustrazione dal Lombardo-Veneto, 6 voll., ivi 1827-61; F. Cusani, Storia compendiata di M., 8 voll., ivi 1861-84; G. Mongeri, L'arte in M., ivi 1872; V. Forcella, Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di M., ivi 1889; Ambrosiana, scritti vari per il XV anuiberrario di s. Ambrogio, ivi 1897; F. Malaguzzi Valeri, M., Bergamo 1906; E. Verga-U. Nebbia-E. Marzorati, M. nella storia, nella vita co stamporanea e nei monumenti, Milano 1906; Repertorio diplomatico visconteo, 2 voll., ivi 1911; C. Romussi, M. nei suoi monumenti, 2° ed., ivi 1912; F. Malaguzzi Valeri, La corte di Ludovese il Moro, 4 voll., ivi 1913; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. La Lombardia, Milano-Firenze 1913; P. Fr. Kohn, Regesta Pontificum Romanorum, VI, Liguria sive prev. Medialan., Berlino 1913; A. De Marchi, Antiche epigrafi di M., Milano 1917; C. Manaresi, Gli atti del Comune di M. fino al 1216, ivi 1919; E. Galli, Corso di storia milanese, 2 voll., ivi 1924; Monti-Bertarelli, Tre secoli di storia milanese, ivi 1923; P. Portaluppi, M. Semenza, M., come è ora, come sarà, ivi 1927; A. Tamburini, I santi milanesi, ivi 1927; A. Colombo, M. preromana romana e barbarica, ivi 1927; id., M. feudale e comunale, ivi 1928; E. Verga, Storia della vita milanese, ivi 1931; A. Visconti, Storia di M., ivi 1937; Lombardia Romana (Istituto di studi romani, Sezione lombarda), ivi 1938; S. Ambrogio nel XVI centenario della nascita, ivi 1940; Ambrosiana, scritti di storia, archeologia e arte pubblicati nel XVI centenario della nascita di s. Ambrogio, ivi 1942; E. Cattaneo, Il Breviario Ambrosiano, ivi 1943; F. Reggiori, M. 1800-1943: Itinerario urbanistico edilizio, ivi 1947; A. Calderini - R. Paribeni, ed altri, M., Roma 1951. Sono poi da consultare le riviste S. Ambrogio, rivista mensile, Milano 1939-40; Città di M., Rivista del Comune dal 1914 ad oggi; Archivio storico lombardo e le pubblicazioni della Commissione per la Forma Urbis Medialani, presso la Sezione lombarda dell'Istituto di studi romani; è in preparazione una grande storia di Milano in 12 voll. presso la Fondazione Treccani per la storia di Milano (v. anche la bibl. di carlo borromeo, santo).

Aristide Calderini
MILESCU, NICOLAE. - N. nel 1625, m. nel 1712, boiaro erudito moldavo, che studiò a Costantinopoli nella «grande scuola» greca posta sotto l'Influsso veneziano e padovano. Fu segretario di più principi di Moldavia e Valacchia, spatario (comandante militare) e ambasciatore degli stessi a Costan-
tinopoli, Berlino, Stoccolma e Parigi. L'ultima parte della sua vita la trascorse al servizio degli zar e quale loro ambasciatore fece anche un viaggio in Cina (1675-78). M. ebbe una notevole attività letteraria.

Egli tradusse, sembra nel 1864, la Bibbia in romeno, traduzione (oggi scomparsa) che servì di base alla Bibbia detta di Serban Cantacuzino - la prima Bibbia romena completa - stampata a Bucarest nel 1688. Da Stoccolma, su domanda dell'ambasciatore di Luigi XIV, M. mandò a Parigi un trattato sulla presenza reale del Corpo e del Sangue di Nostro Signore nell'Eucaristia, in cui espresse il consenso della Chiesa «ortodossa» alla Chiesa cattolica in lotta con il protestantesimo; quel trattato è riprodotto nella Perpétuité de la foy de l'Eglise catholique sur l'Encharistie, di A. Arnauld et Nicole de Port Royal (Parigi 1669). M. ha scritto anche per i Russi opere teologiche e storiche, ma quello che ha dato fama mondiale al suo nome è la descrizione, di carattere geografico e storico, del suo viaggio in Cina, opera tradotta in molte lingue.

Bibl.: P. V. Ilanes, Histoire de la littérature roumaine, Bucarest 1934, pp. 42-47.

Petre Välimärcanu
MILETIC, Agostino. - Francescano croato, n. a Fojnica in Bosnia nel 1763 , m. a Vidoši il 31 luglio 1831. Studiò a Graz (Austria) e nel Veneto, fu professore di filosofia a Brescia e di teologia a Padova; nel 1803 venne consacrato vescovo titolare di Dasilia e nominato vicario apostolico di Bosnia ed Erzegovina. In quel turbolento e agitato periodo di lotte e di rivoluzioni miranti a liberare i popoli balcanici dal dominio straniero, il M. seppe governare con singolare abilità per ben 28 anni la sua provincia, già da secoli duramente provata.

Le virtù cristiane rifiorirono così in quel popolo, per la cui educazione religiosa e civile scrisse Abbeccedario e breve spiegazione della dottrina cristiana (Spalato 1815; altre edd. 1828, 1867, 1935). Instaurò la disciplina ed intensificò l'opera pastorale del ebro, fra l'altro raccogliendo e pubblicando le Disposizioni ed ordinazioni dei precedenti e dell'attuale vescovo e vicario apostolico (Spalato 1818 ; 7° ed. ivi 1828 ). Eszurito dai lavori apostolici, m. in fama di santità, mentre i posteri gli tributavano giustamente il titolo di apostolo della Bosnia.

Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Atti. 1832, vol. 195, f. 4; M. Sunjic, De vita illustris viri A. M., Roma 1835. Pietro Capkun
MILETO. - Città posta sulla costa dell'Asia Minore presso le foci del Meandro. Abitata già in tempi preistorici, fu occupata da coloni greci almeno dal 1000 a. C., divenendo un centro agricolo di molta importanza dal sec. viII al vi. Sottomessa da Creso e poi da Ciro, si ribellò nella guerra greca e nel 494 fu distrutta dal Persiani vincitori.

Nel 479 fu ricostruita, ma più a est, nella pianura, rispetto all'antica posizione, in una località detta oggi Kalabak-Tepe, su un piano regolatore molto preciso. Nel 478-477 aderì alla lega delio-attica e dal 412 al 334 ricadde sotto il dominio persiano. Sotto i Seleucidi ritrande a rifiorire e sotto i Romani ebbe una vita prospera. Furono eretti notevoli edifici pubblici, come il tempio di Apollo, le terme, la fontana, il teatro ecc., di cui restano parecchie rovine. Fu in questo tempo che vi sostò s. Paolo, la prima volta durante il terzo viaggio (Act. 20, 15-18), quando vi riunì i capi della Chiesa di Efeso, e l'altra, sembra, dopo la prima prigionia (II Tim. 4, 22), quando vi lasciò il compagno Trofimo. Nel periodo cristiano ebbe un vescovato e rimangono tracce dell'antica Cattedrale con pavimento musivo e disegni geometrici e di animali. Due iscrizioni ricordano il martire Onesippo ed il culto dei sette angeli custodi della città. Intorno a M. si ebbe un centro di vita monastica, in cui domina il monastero di Latmus.

Bibl.: E. Beurlier, s. v. in DB, IV, coll. 1085-89; A. Momi-gliano-G. Bendinelli-G. de Jerphanion, s. v. in Enc. Ital., XXIII, pp. 298-301.

Bellermino Bagatti
Archeologia cristiana. - La città, pur avendo perduta la grandissima importanza che aveva avuto

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nell'epoca ellenistica e che aveva conservato in parte durante la romana, fu tutt'altro che trascurabile durante i primi secoli cristiani, grazie alla sua fortunata posizione geografica, che ne fece sempre un centro commerciale, con l'attrazione quindi di colonie straniere. Importante quella cbraica (i resti di una sinagoga sono giunti sino a oggi), dalla quale nacque la comunità cristiana. Un vescovo Eusebios è noto nel 325 , e all'epoca di Giustiniano si ha un accenno dell'esistenza di un arcivescovato.

Il monumento cristiano più importante è una grande Basilica a tre navate con molti locali annessi, sorgente probabilmente sulle rovine dell'Asklepicion. La chiesa è preceduta da un atrio quadrato con un porticato retto da colonne ed avente nel mezzo ancora le tracce di un cantharos: dall'atrio si accede direttamente alla chiesa, che manca di nartece. Le tre navate sono divise da due file di doppio colonne; doveva esservi un ambone, probabilmente nel mezzo della navata centrale. Vi era una sola abside semicircolare, esternamente rinforzata da contrafforti. Da due porte aprentisi all'estremità delle navatelle si accedeva ad un locale semi-anulare, che girava attorno all'abside e di cui la funzione liturgica è ignota. A nord dell'abside si trova un locale quadrato circondato su tre lati da un passaggio, probabilmente un battistero. Da una porta aperta nella navatella meridionale si accede ad un locale rettangolare lungo quanto la navatella stessa e comunicante ad oriente con una rotonda a sei nicchie, probabilmente un martyrion. Vi sono altri locali socorritori. Il pavimento è in gran parte a lastre di marmo e a mussici, in parte con motivi geometrici e decorativi, ma in parte anche con figure di animali : notevole quello del battistero con la scena di due cervi che bevono ad un cantharos. Ben più tarda è una chiesa a nord-ovest del mercato del nord, costruita nel sec. vi, sotto il patriarca Kiriakos ( 595-606 ), il prete romano della grande chiesa (S. Sofia) di Costantinopoli e da un Giorgio, come dice una iscrizione. La chiesa, pure essa a tre navate, era dedicata all'arcangelo Michele. Una terza chiesa, ma a planimetria centrale, sorgeva pure nella città : era una grande rotonda con quattro nicchioni ed una piccola abside, il tutto chiuso in una muratura avente esteriormente il tracciato quadrato. Nell'interno vi era un giro di otto colonne che dovevano portare una cupola. Il diametro della rotonda è quasi di undici metri : essa era probabilmente un martyrion. Fuori della città, sulla strada verso Didyma, furono trovati gli avanzi di una quarta chiesa, essa pure una basilica a tre navate ma con tre absidi, decorata da interessanti mussici pavimentati e che, secondo una iscrizione, fu eretta dal prete ed economo Noymechios: sembra che attorno vi fossero delle costruzioni monastiche. Essa era dedicata ad un arcangelo non nominato. Tra le molte iscrizioni cristiane della città la sola notevole è quella di epoca bizantina, trovata presso il teatro, invocante i sette arcangeli quali protettori della città: è notevole questa diffusione in M. del culto degli arcangeli.

Bibl.: Th. Wiegand, Dritter (Sechster, Siebenter) vorläufiger Bericht über die von den K. Museen begonnenen Ausgrabungen in Milet, in Sitzungsberichte der K. Preuss. Abad. der Wissenschaften, 1904, t, pp. 87-88; id., in Abhandlungen der K. Preuss. Abad. der Wissenschaften, 1908, p. 28 sg.; 1911, pp. 34-35; A. von Gerkau, Eine Synagoge in Milet, in Zeitschrift für neustestam. Wissenschaft, 20 (1921), p. 177 sgg.; A. Doisemann, Licht vom Osten, Tubinga 1923, pp. 393-99; V. Schultze, Altchristliche Städt und Landschaften. II. Kleinasien, parte 2*, Gutersloh 1926, pp. 168-78.

Uso Monneret de Vilhord

MILETO, diOCESI di. - Città e diocesi in provincia di Catanzaro. Ha una popolazione di 400.000 ab., tutti cattolici, distribuiti in 133 parrocchie, servite da 240 sacerdoti diocesani e 47 regolari, un seminario, to comunità religiose maschili e 42 femminili (1949).

Non ne ricorre memoria né presso gli storici né presso i geografi antichi; non esistono resti archeologici, che ne attestino l'esistenza in epoca magnogreca o romana.

Non va però dimenticato che vari perturbamenti tellurici l'hanno interamente distrutta, sicché la città attuale sorge a più di 2 km . dall'antica, rasa al suolo dal terremoto del 1783. La sua storia sorge e si afferma nel periodo normanno, allorché il conte Ruggero ne fece la capitale della sua contea nel ro63 e nel 1075 vi trasferì la sede episcopale di Vibona, ridotta ad un cumulo di rovine dalle invasioni dei barbari. Questa traslazione ebbe conferma da s. Gregorio VII con bolla del 4 febbr. ro8r, ricordate dagli storici militesi, sull'autenticità della quale è tuttavia lecito avanzare dubbi, se non altro perché il Papa vi dice di aver consacrato il primo vescovo Arnolfo e vuole che i suoi successori siano immediatamente soggetti alla S. Sede, mentre in altra bolla dello stesso anno dichiara di non voler derogare ai diritti metropolitani di Reggio, rimettendosi all'arbitrato di un suo delegato, dell'arcivescovo di Bari e del vescovo di Fermo. La sede di M. risulta però immediatamente soggetta alla S. Sede fin dalle origini. Lo stesso conte Ruggero, dopo il ro8r e prima del rogo, ne accrebbe il territorio, aggregandovi la diocesi di Tauriano, ridotta nelle stesse condizioni di quella di Vibona. In tal modo M., per estensione e per abitanti, tiene il primato nella Calabria. Il fondatore l'arricchì subito di una magnifica cattedrale, in cui furono utilizzate le colonne del vecchio tempio greco di Vibona; in essa riposarono per secoli le sue spoglie mortali insieme con quelle della seconda moglie. Il sarcofago però si trova attualmente a Napoli. Vi eresse anche l'abbazia benedettina della S.ma Trinità, rivestita di giurisdizione episcopale, la quale per ricchezza e potenza superò ogni altra nella regione.

Quantunque M. sia il primo episcopato latino fondato dai Normanni in Calabria, tuttavia il vasto territorio conservò per secoli un'impronta bizantina, per i molti monasteri greci che vi prosperarono, tra i quali vanno ricordati quello dei SS. Elia e Filarete, sul Monte S. Elia, tra Palmi e Seminara, che conservava il corpo di S. Filarete, asceta calabro-greco del sec. 21 ; di S. Elia di Galatro, che aveva un'insigne reliquia di s. Elia Speleota; di S. Maria di Rovito presso Rosarno; di S. Onofrio del Cao, presso Vibo Valentia; di S. Pietro Spina e di S. Lorenzo, presso Arena; di S. Elia di Melicuccà; di S. Giorgio Morgeto; di S. Costantino di Briatico; di S. Eufemia di Aspromonte e di S. Bartolomeo di Trigonio, presso Sinopoli, fondato da s. Bartolomeo di Simeri, al quale si deve pure la fondazione del Patirion di Rossano e di S. Salvatore di Messina. Delle fondazioni latine, oltre l'abbazia della S.ma Trinità, sono da ricordare i moltissimi conventi francescani, agostiniani, dei Minimi e dei Gesuiti, sparsi un po' dappertutto nella diocesi e soprattutto i conventi di S. Giorgio Morgeto e di S. Domenico di Soriano, dei Frati Predicatori, l'ultimo dei quali fu santuario celeberrimo, che attirò pellegrini fin dalla Francia e dalla Spagna, e le cui immense costruzioni, con quattro chiostri, ospitarono ca. 200 frati. Il terremoto del 1783 lo distrusse; ma i religiosi anche oggi vi mantengono un fiorente collegio. Altri santuari della diocesi sono quelli della Madonna di Vallelunga, della Madonna dei Poveri di Seminara e di S. Elia, presso Palmi.

Onorano la diocesi di M. i santi calabro-greci Onofrio ed Elena, sua sorella; Fantino di Tauriano; Leoluca di Corleone, le cui reliquie si venerano a Vibo Valentia; Luca di Melicuccà, vescovo di Isola, ecc., e, fra i latini, il benedettino B. Randisio di Borrello, il b. Paolo di M. domenicano, il b. Paolo da Sinopoli, che fu uno degli artefici dell'Osservanza. Fra gli ecclesiastici, risplendettero per opere e per dottrina: i cardd. Filippo Spinelli di Seminara, Francesco Maria Pigmatelli di Rosarno e Luigi Ruffo-Sclila di S. Onofrio; il monaco Dariaam di Seminara, il più grande controversista del sec. xiv, e Leonzio Pilato, maestro del Boccaccio; il sac. Gabriele Barrio, di Francia, considerato come l'Erodozo della Calabria; il francescano Girolamo Marolloti di Pollatena e il sac. Giuseppe Gatti di Vibo Valentia, storici regionali; Andrea Serrao di Castelmonardo, vescovo di Potenza, morto assassinato, e il canonista Domenico Cavallari di Garopoli, ambedue di tendenze gianseniste; mons. Domenico Taccone-Gallucci, vescovo di Nicotera e Tropea. Ad essi si associa il conte

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Vito Capialbi di Vibo Valentia, il quale nel secolo scorso apportò il più notevole contributo storico e documentario alle vicende ecclesiastiche della Calabria.

- Tra i presuli più recenti meritano distinto ricordo V. M. Armentano, F. Mincione, G. Morabito e P. Albera, particolarmente benemerito per i provvedimenti in favore dell'intera diocesi e del seminario, dopo le distruzioni del terremoto del 1908.

BibL.: Gijhelli, I, coll. 1330-39; G. Fiore, Calabria illustrata, II, Napoli 1743, pp. 352-56; V. Capialbi, Memorie per servire alla storia della S. Chiesa militare, Napoli 1832; D. Di Francia, s. v. in Enciclopedia dell' ecclesiatitco, IV, pp. 700-701; D. Tac-cone-Galbacci, Monografia della città e diocesi di M., Napoli 1881, e in Monografia di storia calabra ecclesiastica, Reggio Calabria 1900, pp. 3-152; C. Naccari, Cenni storici intorno alla città di M., Laureans di Borrello 1931; Cortinesu, II, coll. 1853-54; D. Vendola, Ilationes Decimarum Italiae aci secc. XIII e XIV, Città del Vaticano 1939, p. 277 .

Francesco Russo
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(fot. Gab. fot. nav.)
Mileto, diocesi di - Piviale, ricamato in oro su fondo rosso (sec. xvir). Mileto, Cattedrale.

## MILITARI-

SMO. - Il m. si può definire: la stabile, attuale disposizione di uno Stato alla guerra con il simultaneo decisivo influsso della organizzazione militare sulla direzione dello Stato stesso. Il suo fondamento non è nella immediata minaccia di uno Stato estero o nella necessità di una guerra di difesa imposta da attuali pericoli che mettono a repentaglio la sicurezza dello Stato, ma nel principio che la pace può essere assicurata solo quando si è in assetto di guerra. Da ciò segue che il m. non è altro che una filosofia politica che considera il conflitto sociale come inevitabile e la pace come qualche cosa di irraggiungibile e sporadico. Il principio che solo la forza può risolvere i contrasti politici sprona le nazioni alla gara degli armamenti : se uno Stato è dominato dal principio del m., anche gli altri Stati, per provvedere alla propria sicurezza, sono spinti ad assicurarsi un armamento che possa tener fronte allo sviluppo dimensionale dell'altro. Tale bellicosa dinamica si ripercuoterà nella vita nazionale ed internazionale. La storia dell'Europa, dal sec. xvir - in cui furono introdotti gli eserciti permanenti - narra le tristi conseguenze del m. che condusse alle due grandi guerre mondiali del 1914 e del 1939. Anche nell'antica Sparta e in Roma si trovano i principi del m., ma il suo pieno sviluppo si ebbe solo nei tempi moderni con conseguenze deleterie ancora maggiori per il sistema di guerreggiare che mobilita tutta la vitalità della nazione e non soltanto gli eserciti.

Il m. - specialmente quello prussiano ed hitleriano - non riusci mai ad appianare i contrasti politici, ma solo li assopi sotto l'egida della forza: questo fallimento va ricercato nella radice del m. che non è altro che nazionalismo ad oltranza, il quale non affratella, ma divide i popoli, rinchiudendoli egoisticamente nel proprio territorio.

Il m. moderno considera, come centro di gravità della vita statale, il costante armamento per la guerra, a cui sacrifica le migliori energie della nazione e conduce inevitabilmente al centralismo statale per coor-
dinare tutte le energie della nazione alla massima produzione militare. Di conseguenza si ha un costante influsso nella direzione statale: aumento enorme delle imposte per coprire gli elevati bilanci dello Stato, che chiedono continui sacrifici alla nazione con rallentamento del benessere materiale; incremento delle industrie militari e degli studi e delle ricerche che promuovono il progresso della scienza militare; generale obbligo del servizio militare; aspirazione all'autarchia dell'economia nazionale. Anche l'educazione non rimane esente dall'influsso del m. che vuol fare del cittadino un valente soldato, con conseguente glorificazione della guerra, come indispensabile bene dei popoli. Il m. diventa così parte integrante della convivenza statale, pervertendo: il fine della società che si racchiude in una permanente disposizione di guerra e di educazione alla guerra; le alte virtù militari che vengono esaltate in funzione del m. e non in relazione al fine della stessa società; l'istituzione stessa dello Stato che dà maggior peso al sistema militare, che alle necessità ed esigenze dei popoli.

Il sistema contrario a questa dottrina è l'antimilitarismo che si può dividere in due classi : alla prima appartengono coloro che promuovono il disarmo generale di tutte le nazioni come unico rimedio per salvaguardare la pace; nella seconda classe sono coloro che, pur non condannando la tesi del disarmo, ne vedono la sua impossibile realizzazione, ed allora sostengono che le nazioni si debbono armare solo per una eventuale aggressione. Le armi non debbono essere lo sprone della politica dello Stato o impedire il progresso materiale dei popoli: la pace nella convivenza sociale non si conquista con la forza materiale, ma con la reciproca comprensione e distribuzione delle ricchezze e del lavoro.

BibL.: V. Cathrein, Filosofia morale, trad. it., II, Firenze 1920, pp. 701-702; I. Messner, Das Naturrecht, InnsbruckVienna 1950, pp. 535, 621-22.

Giuseppe Damizia
MILIX, santo, martire. - Sepolto e venerato nel cimitero di Ponziano (v.) sulla Via Portuense. Se ne ignora completamente la storia. Nel sec. vir il suo sepolcro è segnalato sulla Via Portuense dagli Itinerari; la Notitia dà M., il De locis e il Malmesburiense Milex (R. Valentini, G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 92, 107, 151).

A. Bosio fin dal 1618, esplorando il cimitero di Ponziano (v.), vide due affreschi riproducenti il martire e lesse parte di un graffito che lo ricordava.

Il martire è effigisto una prima volta nel cubicolo dove fu sepolto insieme con s. Pumenio; l'affresco della fine del sec. v rappresenta i due santi in tunica e pallio separati da una croce gemmata (Wilpert, Pitture, pp. 453 e 520, tav. 255, 1). Una seconda volta alla fine del vi o al vir sec. M. è effigiato insieme con i martiri Abdon, Sennen e Vincenzo, egli è orante, nimbato, in

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tunica manicata e paludamento, abito della corte bizantina (id., loc. cit., pp. 452 e 520 , tav. 258). Sull'intonaco dell'affresco, presso il sepolcro, G. B. De Rossi lesse i seguenti due graffiti: aAssurius umilis peccator p(res) b(ite)r IIII dic m(ense) maio na(tale) s(an)e(t)i Mil(ix); die IIII nat(ale) s(an)e(ti) Milix m(ense) maii Assurius peccator umilis pr(e)s(biter) s. Essi attestano che al viivili sec. il natale del martire era celebrato in Roma il + maggio. Nessuna traccia della sua venerazione si ha però nei martirciogi o nei sacramentari. Nella epigrafe
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Milizia dell' Immacolata - Il Praesidium della Madonna del Buon consiglio - Suez.

In una delle due epigrafi rinvenute nel 1665 sotto l'altare maggiore della chiesa di S. Salvatore della Corte in Trastevere, si legge: "hic requiescit s. Melix martyr Christi... in capsa marmorea ".

Bibl.: A. Bosio, Roma suterranea, Roma 1632, p. 53: G. B. De Rossi, Iarricione del corpo di s Pigmenio martire rinvenuta in S. Salvatore in Corte, in Bull. arch. critt., 5° serie, 2 (1801), pp. 149-54; A. De Waal, M., in Rom. Quart., 29 (1913), pp. 260-62: B. Manna, Contributi allo studio del cimitero di Pousiano sulla Via Portuente, in Bull. Arch. Comune di Roma, 51 (1923), pp. 163-224. Enrico Josi

MILIZIA, Francesco. - Teorico dell'architettura, n. ad Oria nel 1725, m. a Roma nel 1798. E un tipico razionalista, ma non senza venature di gusto neoclassico.

Le sue opere principali sono Principii di architettura civile; Dell'arte di vedere nelle belle arti del disegno secondo i principi di Sulzer e di Mengs; Saggio di architettura civile. Preoccupato per la bidimensionalità spaziale e per il problema della linearità orizzontale e verticale, polemizza contro la profondità pericolosa per temute soluzioni scenografiche; è contro la dialettica plastico-dinamica che Michelangelo ha adottato nei suoi edifici: a chiese con facciate a due piani e internamente ingombrate da piloni»; "altari con colonne inutili sopra una catasta di piedistalli e con frontoni stravaganti" (Roma nelle belle arti del disegno, Bologna 1826, p. 456 sgg.). La polemica è più dura contro le "follie borrominesche" ("chiese con facciate a guisa di turbante»). Per il M., legato alle formule del determinismo architettonico statico e plastico, il bello nasce dalla stessa necessità strutturale (idee espresse pure da fra' Carlo Lodoli [1690-1761] e raccolte da A. Memmo negli Elementi d'architettura lodoliana, Roma 1786); qualche motivo pre-romantico compare però nel problema urbanistico: "è un gran male d'una città grande l'esattezza di uniformità" (Saggio di architettura civile, ivi 1827, p. 88).

Bibl.: M. Petroschi, Razionalismo architettonico e razionalismo storiografico, Roma 1947, p. 34 sgg. Massimo Petroschi

MILIZIA AURATA: v. ORGINI EQUESTRI.
MILIZIA DELL'IMMACOLATA. - Associazione di preghiera e di apostolato cattolico-mariano,
sotto l'ideale dell'Immacolata, fondata in Roma, nel Collegio serafico internazionale dei Frati Minori Conventuali a S. Teodoro, il 17 ott. 1917, dal servo di Dio p. Massimiliano M. Kolbe (v.), polacco, insieme ad altri 6 confratelli, come reazione contro la massoneria e il socialismo allora dominanti e contro tutti i nemici della Chiesa, di ogni tempo. Incoraggiata da Benedetto XV il 4 apr. 1918 e approvata canonicamente come «Pia Uvione dal vicariato di Roma il 2 genn. 1922, fu arricchita d'indulgenze e privilegi ed eretta in "primaria» da Pio XI (brevi del 18 dic. 1926 e 23 apr. 1927); elogiata da Pio XII il 12 marzo 1942, ingrandì la sua organizzazione con il nuovo statuto, approvato dal vicariato di Roma il 24 marzo 1942.

Scopo della M. dell'I., come devozione attiva e militante di apostolato (tale il significato del suo nome e il suo
spirito di «cavalleria mariana»), è di promuovere la santificazione personale dei soci (s militi» o «cavalieri dell'Immacolata» distinti in 3 gradi : semplici militi, attivisti e zelatori organizzati, apostoli e missionari; tutti, come segno esterno, portano indosso la medaglia miracolosa [v.]) mediante la perfetta consacrazione e devozione all'Immacolata, e la conversione dei peccatori e di tutti i nemici della Chiesa, con ogni mezzo di apostolato. Fondamenti dogmatici della M. dell'I. sono i Misteri, o Uffici mariani dell'Immacolata Concezione, della maternità spirituale, della mediazione e della regalità universale. La sua spiritualità è basata sul concetto di amore e servizio cavalleresco alla Vergine Immacolata, inteso come perfetta consacrazione interiore e di attività personali, in funzione esplicita del più vasto apostolato cattolico e sociale, per la conquista delle anime all'Immacolata e a Czarn.

A norma dello "statuto", la M. dell'I. è organizzata con un moderatore supremo (che è sempre il ministro generale O.F.M. Curr.), direzione generale (a Roma), centri nazionali e regionali, centri mariani locali, semplici redi filiali e centri di propaganda (sedi in formazione). Alla morte del fondatore (1941), era diffusa in varie nazioni, con 70 sedi, delle quali 39 in Italia, e con importanti centri in Polonia e in Giappone. Essa conta oggi (8 dic. 1949) + centri nazionali (Italia, Romania, Polonia, Ungheria), speciale centro regionale negli Stati Uniti d'America (Carey, Ohio), e altri altrove; è diffusa in 12 nazioni di Europa, e conta ca. 2.100 .000 ascritti.

Particolare importanza ha avuto per la M. dell'I., in questi trent'anni, l'apostolato stampa. Da menzionare le due "città dell'Immacolata", o grandi centri editoriali fondati dal p. Kolbe in Polonia (Niepokalanów, 1927) e in Giappone (Mugenzai-no-Sono, presso Nagasaki, 1930).

Tra le più recenti attività, da segnalare il I Convegno nazionale dei direttori della M. dell'I. d'Italia (Assisi, sett. 1948) e vari Congressi regionali; predicazione e missioni mariane, apostolato catechistico, visite agli ospedali e carceri, varie attività culturali e assistenziali dei circoli e "ricreatori» mariani, laboratori e scuole di sartoria, ricamo, ecc.; opere della consacrazione delle famiglie al Cuore Immacolato di Maria, e della «Visita di Maria» nelle famiglie, scuole, istituti e officine; del a Rosario

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vivente»; Giornata del trionfo del Cuore Immacolato di Maria ( 13 maggio, con speciale «supplica» alla B. V. di Fátima); l's Internazionale Azzurra», opera di fraternità e assistenza sociale (fondata nel centenario del manifesto e di C. Marx, 1948), con i due periodici: L'Immacolata e il suo Cuore, dal 1945, per le famiglie consacrate ( 12.000 copie mensili), e l'Internazionale Azzurra, dal 1947 (Centro di Genova, con propria "Tipografia dell'Immacolata ").

Sono aggregati alla M. dell'I. i due sodalizi dei Piccoli militi e Piccoli cavalieri dell'Immacolata, fondati nel 1932 e 1934, per la formazione mariana dei piccoli, dai 7 ai 15 anni ca. - Vedi tav. LXVI.

Bibl.: anon., La M. di Maria I.(album illustrato), Assisi 1938; B. M. Hess, La M. dell'I. nel suo 15° di fondazione, 1917-21, Padova 1942; testo latino, Roma 1942; C. M. Stano, Pias Unionis marianae - Militiae M. Immaculatae prima quinque lustra, in Musell. francescano, 42 (1942), pp. 175-225; E. Campano, Maria nel culto cattolico, II, 2° ed., Torino 1946, pp. 480-83; Statuto e norme direttive della M. dell'I., Padova 1946; L. Di Fonzo, La M. e le Città dell'I., in Ecclesia, 5 (1946), pp. 561-66; G. Masiero, Conoscere la M. dell'I., Padova 1946; F. M. Castagnaro, Cavalieri dell'ira mariana, 2° ed., Padova 1949; F. Rossetti, Cavalleria mariana, ivi 1949: v. pure le varie biografie del p. Kolbe sotto questa voce.

Lorenzo Di Fonzo
MILL, James. - Storico e filosofo, n. a Northwater Bridge (Scozia meridionale) il 6 apr. 1773, m. a Londra il 26 giugno 1836. Studiò lettere e teologia all'Università di Edimburgo. Licenziato predicatore (1798) non prosegui tuttavia la carriera ecclesiastica (presbiteriana) e anzi più tardi assunse nette posizioni di radicalismo religioso. Nel 1802 si recò a Londra ove fu editore del Literary journal. Nel 1806 iniziò la sua History of British India ( 6 voll., 1818-19), vasta ricerca sulle origini dell'Impero britannico in India. Nonostante le severe critiche sul governo della Compagnia delle Indie, l'opera gli valse l'assunzione a un posto importante nella Indian House. A Londra strinse amicizia con il Bentham (v.) di cui condivise i principi etico-politici. Collaborò frattanto a varie riviste (Edinburgh Review fino al 1813; Westminster Review, 1824-26). Nel 1821 pubblicò gli Elements of political economy (vers. it. Milano 1831) e nel 1829 l'Analysis of the phenomena of human mind (nuova ed., commentata dal figlio John Stuart, dal Bain e dal Findlater in 2 voll., 1869). Del 1835 è l'ultima sua opera, Fragments on Machintosh, una critica all'etica del Mackintosh (v.) dal punto di vista dell'utilitarismo (v.).

Come economista, M. segue le idee di Ricardo (v.). Agl, con gli scritti e con l'attività alla Indian House, sulla politica inglese e va considerato come il principale fondatore del "philosophical radicalism" antiaristocra-tico e propugnatore dei principi dell'utilitarismo. In filosofia il M. svolge ulteriormente l'associazionismo dello Hume (v.) e dello Hartley (v.). Ogni idea o rappresenta. sione sorge per associazione di diverse sensazioni connesse inseparabilmente, si da dar origine a un contenuto unitario (principio della mental chemistry). Fra le leggi della associazione il M. ritiene quasi esclusivamente la contiguità spazio-temporale. Nella psicologia dell'associazione, estesa dal M. anche agli stati affettivi, egli scorgeva un valido sussidio al miglioramento della legislazione e al perfezionamento dell'uomo.

Bibl.: fondamentale, L. Stephen, The English utilitarians, II, Londra 1900. Preziose informazioni in J. Stuart M., Autobiography, ivi 1875; A. Bain, 7. M., 2° ed., Londra 1887; A. Ressler, Die beiden M., dissert., Colonia 1929; W. Seikritt, Die dogmenhist. Stellung v. 7. M. in d. engi. Volkswirtschaftlehre, dissert., Francoforte 1936.

Ugo Viglino
MILL, JOHN STUART. - Filosofo ed economista, figlio di James, n. il 20 maggio 1806 a Londra, m. l'8 maggio 1873 ad Avignone. Il cognome Stuart lo adottò per riconoscenza al facoltoso Sir John Stuart che aveva sovvenzionato suo padre.

Educato e istruito personalmente dal padre, fu di una precocità straordinaria. A 3 anni iniziò lo studio del greco. Fra i 5-12 anni percorse gran parte della letteratura greco-latina (Senofonte, Platone, Esopo, Erodoto, Plutarco, Diogene Laerzio, ecc.), autori inglesi (Shakespeare, Walter Scott, Campbell, ecc.), oltre gli elementi di aritmetica, geometria, algebra, calcolo differenziale. Conobbe quindi la Rethorica e parte dell'Organon di Aristotele, alcuni trattati di logica fra cui la Computatio sive logica di Hobbes, la History of British India di suo padre, le opere di Ricardo e Smith. A 14 anni cessarono le lezioni dirette del padre. M. approva sostanzialmente il suo esperimento educativo che gli permuse - di partire, nella produzione intellettuale, con il vantaggio di 1 / 4 di secolo sui suoi contemporanei " (Autobiography, 2° ed., Londra 1873, pp. 30-31). Gli mancò tuttavia, accanto al precoce sviluppo intellettuale, una pari cultura fisica e del sentimento; e se di nobile livello morale, la sua educazione fu, per il sopraggiunto agnosticismo del padre, areligioso: - Io sono fra i rarissimi, in questo paese, che abbiano, non dico abbandonato, bensi mai avuto una fede religiosa " (ibid., p. 43 : il giudizio è alquanto temperato da A. Bain, 7. S. M. A criticism, Londra 1882).

Nel 1820-21 M. fu in Francia presso il fratello di Bentham (v.); vi continuò gli studi di scienze e avvicinò più intimamente la cultura francese. Tornato in Inghilterra subì l'influsso del Traité de legislation del Bentham, quindi lesse Locke, Hartley, Berkeley, Hume, Reid, Dugal Stewart, Brown, Helvétius, Condillac. Nel 1822 fondò la piccola società culturale Utilitarian society. Nel 1823 entrò nella Indian House, all'ufficio di «examiner» della corrispondenza per l'Indio (nel 1828 fu promosso «Assistant examiner» e dal 1856 subentrò al padre come capo dell'ufficio). Fondata nel 1825 la Speculative debating society e superato una grave crisi psicologico-spirituale (1826), attese alla sua vasta produzione, già iniziata nel 1822 con saggi su giornali e sulla Westminster Review (in séguito sull'Examiner, Edinburgh Review, Monthly repository, London and Westminster Review). Fra il 1830-31 scrisse i 5 Essays on some unsettled questions on political economy (Londra 1844). Compose quindi il I libro della sua opera principale System of logic ratiociontive and inductive (completata nel 1841, ed. ivi 1843); e fra il 1845-47 i Principles of political economy (ivi 1848): entrambe le opere ebbero pronto successo (dei Principles 3 edd. in 4 anni). Seguirono On liberty (sulla libertà in senso sociokepolitico, ivi 1859); Thoughts on parliamentary reform (ivi 1859); Considerations on representative government (ivi 1860); The subjection of women (scritto nel 1861, ed. ivi 1869); Utilitarianism (composto nel 1861, apparso prima nel Fraser's magazine, ed. a parte, ivi 1863); A. Comte and positivism (ivi 1865); An examination on sir W. Hamilton's philosophy (ivi 1865 : studio approfondito dei problemi filosofici trattati dall'Hamilton e riesposizione matura del proprio pensiero); Three essays on religion (postumo, ivi 1874). Nel 1859 iniziò la preparazione delle Dissertations and discussions che raccolgono quasi tutti i suoi saggi (I-II, ivi 1859 ; III, ivi 1867; IV, ivi 1876). Dell' Autobiography (ivi 1873) la prima parte (fino al 1859) fu finita nel 1861 , il resto nel 1870. Fra l'opera scientifica del M. si inserisce, nel 1851, il matrimonio con la vedova Taylor: M., con riconosciuta esagerazione, afferma di dover molto alla sua collaborazione, particolarmente in merito agli scritti On liberty e Subjection of women. Nel 1865 fu eletto al Parlamento. Caduto nelle elezioni successive (1868) si ritirò alla villa di Avignone, ove trascorse, presso la tomba della consorte e occupandosi di musica e ricerche botaniche, la maggior parte dei suoi ultimi anni. Fu in relazione con gli uomini più rappresentativi del pensiero inglese del suo tempo e con molti altri in Francia, particolarmente, per vari anni, con il Comte. I due volumi della corrispondenza (H. Helliot, The Letters of 7. S. M., Londra 1910) sono quasi indispensabili per una piena conoscenza del suo pensiero.
M. è fra i pensatori più eminenti del sec. xix. Anche se non ha costruito un suo proprio e organico sistema, ha illuminato, con acute ricerche, importanti problemi di logica, psicologia, etica, economia politica. Nota caratteristica è la valutazione dell'espe-

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rienza quale unica fonte e misura delle possibilità e dei limiti del pensiero umano. Egli riprende a fondo, reagendo alla parentesi della scuola scozzese e a ogni tendenza intuizionistica e aprioristica (platonismo, cartesianesimo) l'indirizzo tipico del pensiero inglese. Empirismo, positivismo, associazionismo, fenomenismo, definiscono pertanto la speculazione milliana; che tuttavia è vigile, conscia dei propri limiti e difficoltà, finemente sensibile ai problemi. E forse per questo che, nonostante l'angustia e talora la povertà delle conclusioni cui il metodo positivista lo costringeva, l'opera del M. ebbe, almeno in Inghilterra, una parte importante nello sviluppo spirituale del suo secolo.

La logica non è una semplice "codificazione delle leggi o regole del pensiero». Essa è "scienza delle operazioni mentali ordinate all'apprezzamento dell'evidenza e alla validità della ricerca scientifica: come tale essa "è il terreno comune su cui si possono incontrare e dare la mano i partigiani di Hartley, Reid, Locke, Kant" (System, Introd., p. 13, § 7). Trattando delle categorie, M. giudica severamente la classificazione aristotelica: "un semplice catalogo delle rozze distinzioni del linguaggio comune con poco o nessun sforzo di penetrazione analitica da un punto di vista filosofico" (ibid., 1. I, cap. 3, vol. I, p. 50). La sua classificazione, informata alla visuale soggettivo-fenomenistica, distingue: a) gli stati di coscienza, b) la coscienza o mente in cui essi sono, c) la successione-cossistenza, uguaglianza-diversità fra stati di coscienza, d) i corpi come possibilità reale oltre la coscienza (ibid., p. 83, § 15). La teoria del sillogismo del M. è rimasta celebre per l'acutezza delle analisi e della critica. Poiché ogni vero ragionamento non procede che dall'esperienza, il sillogismo non è "strumento di ragionamento", bensì "di prova". Che "Wellington sia mortale" non si ricava in realtà dal principio generale "ogni uomo è mortale", bensì dal fatto che sono morti Socrate, Platone... e i contemporanei di Wellington. Il principio generale contiene tutti i particolari, quindi, giunti a quello, l'inferenza è finita: ogni effettiva inferenza è da particolare a particolare e le proposizioni generali sono "semplici registrazioni di siffatte inferenze già compiute" (ibid., p. 22 I, § 4). Il ragionamento è quindi dal M. ricondotto tutto all'induzione-analogia: il sillogismo (egli rivendica a sé questa scoperta) non realizza vero progresso nel pensiero e vale solo come metodo di verifica dei processi induttivi. La parte più originale della logica milliana è indubbiamente la teoria dell'induzione. Induzione è l'operazione mentale "per cui inferiamo che quanto sappiamo esser vero di uno o più casi particolari è anche vero in tutti i casi che a quello rassomigliano in certi definibili rispetti" (ibid., 1. III, cap. 1, p. 328, § 2) : essa "è l'operazione dello scoprire e provare le proposizioni generali" (ibid., p. 333, § 1). Altrove (v. inouzione) sono stati esposti gli elementi essenziali della dottrina milliana; qui va rilevata l'importanza attribuita dal M. alla causalità. Causa è "l'antecedente invariabile e necessario di un fatto", "un fenomeno o complesso di fenomeni che condiziona il fatto nuovo" (ibid., III, cap. 5, pp. 367-77, § 2). Il concetto di causa ha quindi una fondazione puramente empirica (Hume) : ogni fenomeno dell'universo si manifesta come avente un antecedente necessario. Questa costanza della causalità (cui M., pur con oscillazioni di pensiero, non sottrae lo stesso libero arbitrio), attestata dalla più universale esperienza, è il valido e unico fondamento dell'induzione. Ma, ricavata dall'esperienza, la causalità serve solo entro i limiti di quella; il suo valore è incerto già fuori del nostro universo (ibid., 1. III, cap. 21, vol. II, p. 108, § 4).

E anche la visuale empirico-fenomenista che condusse il M. a definire la materia e i corpi come "possibilità permanente di sensazioni " o "gruppi di sensazioni possibili " (Examination, cap. 10): la formola è sua, ma il concetto è già sostanzialmente in Berkeley-Hume. Dal punto di vista fenomenistico la definizione è esatta; ma M. eluse completamente il problema del fondamento dei "gruppi
di sensazioni possibili", che non può riporsi se non in una permanente struttura della realtà materiale, come causa delle sensazioni stesse. In merito all'io o soggetto egli esitò tuttavia a chiuderci nella posizione humiana: essa presenta "gravi difficoltà intrinseche", in rapporto specialmente alla memoria e all'attesa di fatti non ancora reali, per cui sembra doversi riconoscere all'io, come elemento comune e permanente degli stati psichici, "una realtà diversa da quella concessa alla materia" (Examination, cap. 12, pp. 262-63).

In etica M. tenta l'elevazione dell'utilitarismo del Bentham e del padre a un significato più pienamente umano. "Un'azione è bene nella misura che promuove la felicità, male nella misura che vi si oppone" (Utilitarianism, p. 9). La prova : nulla è desiderabile fuori della felicità, essa quindi è l'unico fine dell'azione umana (ibid., p. 58 ). L'utile però non va confuso con il tornaconto individuale, e, come in tutte le cose, così anche nei piaceri è da ammettersi una discriminazione qualitativa. Con criterio affatto estrinseco M. si appella al giudizio dei competenti e, in caso di conflitto, della maggioranza (ibid., pp. 12, 15). Egli antepone i piaceri dell'intelletto e dell'immaginazione ("meglio un Socrate insoddisfatto che uno sciocco soddisfatto" : ibid., p. 14) e lo sviluppo dei sentimenti di simpatia. Se in fondo l'"utile" del M. concorda, in parte, con il "conveniente alla natura umana" manca tuttavia in lui ogni fondazione assoluta dei valori morali. In particolare l'obbligazione non è che un sentimento sorto per associazione dalla persuasione della utilità e necessità di una data azione (ibid., cap. 3). Della religione il M. non ebbe una visione serena. Ne riconobbe, infine, un certo valore positivo, ma semplicemente "as a source of personal satisfaction and of elevated feelings " (Three essays, Londra 1883, p. 104). Dell'esistenza di Dio (come Mente ordinatrice della natura, non come Essere e onnipotenza infinita) e dell'immortalità dell'anima, non ammise che una dubbia probabilità (ibid., p. 174): tutto il regno soprannaturale è nei limiti di un desiderio e di una "speranza" che, per quanto esigua, non va tuttavia disprezzata (ibid., p. 244).

In economia M. accoglie e svolge il sistema di Ricardo, Smith, Malthus. Risente tuttavia l'influsso di Saint-Simon, Fourier, Proudhon, per cui il liberismo classico è in lui temperato da accentuate tendenze socialiste. Notevole la sua critica del comunismo cui è immanente "il pericolo di ostacolare ogni sviluppo dell'individualità, spegnere sorgenti di progresso..." e deprimere tutto "into e tame uniformity of thoughts, feelings and actions" (Principles, ed. popolare, Londra 1873, p. 130 A 3). In merito alla produzione vanno ricordati i suoi quattro principi sul capitale : 1) l'industria è limitata dal capitale; 2) ogni aumento del capitale è atto a produrre un incremento dell'industria; 3) il capitale è il risultato del risparmio; 4) ogni capitale viene consumato (ibid., p. 33 sgg .). M. difende, come rimedio ai bossi salari la limitazione delle nascite: "non contenta dalla prudente condotta dell'individuo e dello Stato, la popolazione viene limitata dalla fame e dai disagi" (ibid., I. II, cap. 11, p. 712 B 5). Ricchi di originali riflessioni sono i ll. IV e V dei Principles, rispettivamente sulla dinamica dell'economia politica (M. aveva fiducia in un progressivo miglioramento delle condizioni sociali e auspico non poche delle posteriori riforme) e sull'intervento dell'autorità pubblica. M. ebbe quasi un culto della libertà individuale (espressa politicamente nel governo rappresentativo attraverso il voto, esteso alle donne, e plurimo). La più ampia esplicazione della libertà nel campo speculativo, scientifico, pratico, morale, religioso era per lui la condizione indispensabile per il controllo, il progresso e la verità delle opinioni umane.

BibL.: le più importanti opere del M. ebbero e hanno tuttora varie edd. in Inghilterra e America, Delle lettere, oltre l'ed. citata, Lettres inédits de 7. S. M. à A. Comte, a cura di L. Lévy-Bruhl, Parigi 1899. In tedesco, Th. Gomperz, 7. M in deutscher übersetz, 12 voll., Lipsia 1869-80. Principali tradd. it. della Autobiografia: D. Petoello, Lanciano 1920 (inesattezze); La