volume-08

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anno tuttora varie edd. in Inghilterra e America, Delle lettere, oltre l'ed. citata, Lettres inédits de 7. S. M. à A. Comte, a cura di L. Lévy-Bruhl, Parigi 1899. In tedesco, Th. Gomperz, 7. M in deutscher übersetz, 12 voll., Lipsia 1869-80. Principali tradd. it. della Autobiografia: D. Petoello, Lanciano 1920 (inesattezze); La libertà: A. Agnelli, Milano 1895, e L. Einaudi, Torino 1923; Principi di economia politica (Bibl. dell'economista,

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1^{*} serie, 12), ivi 1851 ; Utilitarismo: E. Debenedetti, ivi 1866; Il governo rappresentativo (Bibl. di science polit., 1² serie, 2), ivi 1885; Sul socialismo: O. Gnocchi-Viani, Milano 1880; La servitù delle donne: A. M. Mazzoni, Lanciano a.a., e G. Navelli, Torino 1883; Pagine scelte, trad. e pref. di P. Carbonel, Milano 1923. Studi: P. P. Alexander, Mâral causation or notes on M.'s notes to the chapter on freedom in 3ᵈ ed. of Examination of Hamilton, Londra 1868; P. E. Goggia, La mente di M.: saggio di logica positiva applicata specialmente alla storia, Livorno 1869; J. Grant, Examinatio of the utilitarian philosophy, Londra 1870; L. A. Selby-Bigge, British moralist, Oxford 1887; W. L. Courtoays, Life of 7. S. M., Londra 1889; Th. Gompera, 7. S. M., Ein Nachruf, Vienna 1889; S. Javons, Examination of 7. S. M.'s philosophy, Londra 1890; L. Ferri, La psicologia dell'associazione (parte 2*, cap. 3), Torino 1894; Ch. Douglas, 7. S. M., a study of his ethics, Edimburgo e Londra 1895; id., The ethics of 7. S. M., ivi 1897; J. Watson, M., Comte and Spencer, Glasgow 1895; L. Stephen, The English utilitarians, III, Londra 1900; S. Saenger, 7. S. M., Stoccarda 1901; A. L. Martinezzoli, La teoria dell'individualismo secondo 7. S. M., Milano 1902; E. Thouverez, S. M., Blond 1906; J. Morley, 7. S. M., in Miscellantes, Londra 1908; F. W. Witaker, Comte and M., ivi 1909; M. Taylor, M.'s private life, x voll., Londra 1910; A. Thiemeg, Die Sozialethik 7. S. M.'s, Lipsia 1910; J. Archambault, S. M., Parigi 1912; A. Graziani, Ricardo e 7. S. M., Bari 1921; E. Veutscher, Das Problem des Empirismus dargestellt aus 7. S. M., Bonn 1922; G. Zuccante, 7. S. M. e l'utilitarismo, Firenze 1922; A. Bernard, 7. S. M. und der Empirismus, Monaco 1927; G. Morlan, America's heritage from 7. S. M., Nuova York 1936; R. Jackson, Examination of deductive logic of 7. S. M., Oxford 1941; R. Veroost-Bouthion, S. M. et la sociologie française contemporaine, Parigi 1941. Altre indicazioni di edd. e studi recenti in G. A. De Bric, Bibliographia philosophica 1934-45, Bruxelles 1950, p. 479.

Ugo Viglino

MILLE, leggenda dell'anno. - Secondo essa, all'avvicinarsi di tale anno, la società cristiana si sentl pervasa dal terrore della fine del mondo e della conseguente comparsa di Gesù Cristo giudice, annunciata per la notte di s. Silvestro del 999. Per questo il popolo angosciato, trascurando le cose della terra, accorse alle chiese e ai conventi ad offrire i propri beni e tesori per ottenere il perdono delle proprie colpe. Donde la favolose ricchezze della Chiesa, che si vide accresciuto il potere e la supremazia sul mondo. Passato il terrore, all'apparire dell'alba del 1° genn. del rooo, lo stesso popolo, sfuggito alla morte, si diede a fabbricare cattedrali, chiese e conventi.

La leggenda fece la sua prima comparsa verso la fine del sec. xvI, e 700 anni di distanza dai supposti avvenimenti, il che basterebbe di già a renderne sospetta la veridicità. Di essa si impadronirono scrittori anticlericali, arricchendola a gara di circostanze romantiche e melodrammatiche, in omaggio al pregiudizio, assai radicato, di un medioevo detest di tenebre, di ignoranza e di disordine. Primo a diffonderla ampiamente fu W. Robertson nella prefazione alla sua History of the reign of the emperor Charles V (Londra 1769), a cui fecero eco, a gara, J. Michelet, J. C. Stemondi, C. Flammarion, H. Martin, V. Dunsy, J. F. Michaud, P. L. Cinguené, F. Gregorovius e da noi G. Carducci, che con essa inizia i discorsi Dello svolgimento della letteratura nazionale (Opere, ed. naz., VII, Bologna 1935, pp. 3-5). Con meno fervore di descrizioni la leggenda è tuttavia ammessa da moltissimi altri storici moderni, p. es., T. Dandolo, C. Cantù (cf. l'abbondante elenco in P. Orsi (v. bibl.), pp. 3-5).

La leggenda, invece, è priva di ogni fondamento storico; il che viene provato da argomenti negativi e positivi. E vero che dalla credenza ebraica di un Messia, re temporale, dalla falsa interpretazione dell'Apocalisse (20, 1-7), i cui simboli venivano spiegati come un segno di mille anni, attraverso l'eretico Cerinto e alle teorie di s. Ireneo e di Tertulliano, questa opinione erronea trovò qua e là qualche risonanza; ma dal sec. v in poi, non si discorre più del nostro millenarismo, che era pure già stato confutato da s. Girolamo e s. Agostino. Anche certo è che non mancavano frasi di Padri della Chiesa e di predicatori, che accennavano all'Anticristo prossimo o già esistente, dimenticando il detto di Gesù : « del giorno
e dell'ora (della fine del mondo) nessuno sa, neppure gli angeli del cielo, ma solo il Padre" (Mt. 24, 35). Ma si trattò di costruzioni fantastiche od esaltate, non di opinione diffusa ed efficace a incutere ampio e profondo terrore. D'altra parte, se veramente nel sec. x si fosse aspettata la fine del mondo per il rooo, se ne troverebbe qualche accenno negli scrittori contemporanei o degli anni di poco posteriori. Invece nulla se ne dice nelle 150 bolle dei Papi dell'ultimo trentennio, né nei 20 concili tenuti nell'ultimo decennio anteriore alla data fatale, né dagli storici.

Non mancano inoltre le prove positive contrarie alla leggenda. Un predicatore, p. es., della fine del sec. x annunziò in una chiesa di Parigi la comparsa, dopo il M., dell'Anticristo e, poco dopo, l'avvenimento del Giudizio universale; ma Abbone di Fleury, presente, lo redargui sul posto, come attesta egli stesso, "cui praedication et Evangelii3 se Apocalypsi et libro Dandolo, qua potui virtute, restitî" (Apologeticum: PL 139, 471). Lo stesso Abbone ebbe pure l'incarico di confutare la voce che la fine del mondo sarebbe avvenuta, quando la festa della Annunciazione cancidesse con il Giovedì Santo, e rassicurò i Lotaringi "quibus abbas meus me respondere iussit" che tale coincidenza avveniva due o tre volte in ogni secolo (ibid., 472). D'altra parte il Concilio di Roma del 998 impone al re di Francia, Roberto il Pio, sette anni di penitenza; Silvestro II succede a Gregorio V nell'apr. del 999 e al 31 dic. dello stesso anno conferma i privilegi già concessi al monastero di Fulda e alla Chiesa di Reims (Jaffé-Wattenbach, 1907-1908); i Veneziani si impadroniscono dell'Intria e della Dalmazia nel 998-99 e nello stesso tempo Stefano di Ungheria chiede al Papa il titolo di re e la corona regale (rooo). Nel 990 a Puy, nel rooo a Poitiers i Concili determinano i regolamenti, per gli anni seguenti, della Tregua e Pace di Dio. In breve, immediatamente prima dell'anno rooo la vita in Europa si svolge tranquillamente e suppone che la società proseguirà ancora lungo tempo dopo questa scadenza.

Gli argomenti recati dagli scrittori favorevoli alla leggenda non offrono alcuna prova : a) negli atti del Concilio di Trosly si parla della prossima fine del mondo, ma quel Concilio è del 909 (Hefele-Leciereq, IV, 722 sgg.). Il cronista Redolfo il Giabro parla di un grande fervore di costruzioni di chiese; ma ciò non si dovette allo scampato pericolo dell'anno rooo, bensì al timore della fine del mondo, provocato dalle pioggie, dalla carestia e dalla fame cosi terribile, che si mangiavano i cadaveri; senza dire che egli parla di molte altre chiese, sorte poco prima del M. (Historiarum, I. III, cap. 4; PL 142, 651; I. IV, cap. 4: ibid., 475). W. Godelle, anch'egli cronista, accenna ad una credenza sulla vicina fine del mondo; ma l'accenno riguarda il roio, quando l'atterramento della basilica del S. Sepolcro scosse fortemente gli animi del mondo cattolico (Recueil des historiens des Gaules et de la France, X, 2* ed., Parigi 1868, p. 242 sgg.). La frase, poi, che si ritrova in molti documenti di donazioni alle chiese e ai conventi, nel sec. x: «appropinquante fine mundi» non viene adoperata in Germania e quasi mai in Italia, molto invece in Francia; però la si trova fin dal 534 e diventa più comune in seguito; il che significa trattarsi di una semplice formola, come presso gli Italiani quella : «pro remedio animae meae», e la si trova, infatti, in formolari di uso comune (cf. Orsi [v. bibl.], pp. 35-36). Restano le frequenti allusioni di scrittori e predicatori alla fine del mondo, ma ciò dimostra soltanto lo scopo esortativo a tenersi pronti a quel gran giorno, in cui tutti dovranno rendere conto delle loro azioni dinanzi al mondo, il che fu ed è credenza basata sulla Fede.

BibL.: F. Plaine, Les prétendues terreurs de l'an mille, in Rev. des quest. histor., 13 (1873, 1), pp. 145-64; J. Ray, L'an mille. Formation de la légende de l'an mille, Parigi 1885; P. Orsi, L'anno mille, in Riv. storica ital., 4 (1887), pp. 1-55; F. Dural, Les terreurs de l'an mille, Parigi 1908; G. Kurth, Mille (l'an), in DFC, III, coll. 514-16; F. Olgiati, Mille e non più mille, in Vita e pensiero, 34 (1951), pp. 310-14. Celestino Testore

MILLENARI: v. TESTIMONI di GEOVÀ.
MILLENARISMO. - Errore escatologico, secondo cui Gesù Cristo deve regnare visibilmente

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mille anni su questa terra, alla fine del mondo. Fu detto anche chiliasmo (dal gr. χ dot{α} α dot{α} ς : migliaio). Secondo le diverse forme che l'errore assunse, gli avvenimenti della fine del mondo avrebbero una successione alquanto diversa. Per i più antichi propugnatori del m., il regno terreno di Cristo si inserirebbe tra la prima resurrezione, propria dei giusti (i soli partecipi delle gioie del regno millenario) e la seconda, riservata ai dannati, cui seguirebbe il giudizio universale e l'assegnazione eterna delle pene (inferno) e dei godimenti (paradiso). Presso i millenaristi posteriori vige una certa incertezza sulla cronologia del regno: alcuni lo ritengono antecedente al giudizio universale, altri successivo. Ma il punto capitale, in cui i millenaristi si dividono è costituito dai godimenti, che secondo alcuni sarebbero d'indole sensuale (m. carnale), secondo altri d'ordine spirituale (m. spirituale).
I. Il. M. carnale. - Il m. carnale è di origine giudaica. Secondo un'antica tradizione rabbinica la storia del mondo si deve concludere nell'ambito di settemila anni, di cui i primi sei rappresenterebbero la prima parte della settimana mosaica (l'età premessianica), l'ultimo il sabato, il millennio del riposo e della festa, in cui si sarebbe instaurato il regno messianico, nel pacifico godimento di tutti i beni temporali (ricchezze, soggezione di tutti i popoli, trionfo di Israele). Nel sec. II d. C. Cerinto (v.) applicò questa teoria al cap. 20 dell'Apocalisse di s. Giovanni e, peggiorando l'esegesi giudaica, ssseri : «post resurrectionem egnum Christi in terris futurum ac rursus homines Hierosolymis degentes cupiditatibus et voluptati corporis abnoxios fore" (Caio Romano, in Eusebio, Hist. eccl., III, 28: PG 20, 274-75). L'errore ripreso, con leggere sfumature, nel sec. III da Nepote vescovo di Arsinoe e da Coracio (Eusebio, op. cit., 7, 27: ibid., 691), nel sec. iv da Apollinare di Laodicea (v.), fu confutato dai Padri e dagli scolastici; nel sec. xvi riapparve presso alcuni protestanti e fu largamente diffuso dai pietisti e da altre altre (mennoniti, mormoni, irvingiani, avventisti).
II. Il. M. spirituale. - Il m. spirituale ebbe origine da Papia, che, in opposizione a Cerinto, intese nel cap. 20 dell'Apocalisse un regno pieno di gioie spirituali anche se ricco di beni temporali (Eusebio, op. cit., III, 39 : ibid., 374). S. Ireneo, seguace di Papia, annunziava che sarebbe venuto un giorno, nel quale "vinese nascentur singulae decem millia palmitum habentes et in uno palmine dona millia brachiorum... et cum apprehenderit aliquis sanctorum botrum, alius clamabit : botrus ego melior sum, me sume, per me Dominum benedic" (Ade. Haeres., 3, 33: PG 7, 1213). Questa forma di m., più o meno temperata, appare presso s. Giustino, Tertulliano, Commodiano, Vittorino di Petabio, Ilarione, Metodio di Olimpo, Zenone di Verona, e anche in s. Girolamo e in s. Agostino, i quali poi nella maturità rigettarono tale concezione (cf. F. Alcañiz, Ecclesia patristica et millenarismus, Granata 1933: l'autore simpatizza per il m. spirituale). Nel medioevo si verificò un fanatico ritorno a questa ideologia in Gioacchino da Fiore (v.), Gerardo Segarelli (m. nel 1260), fra' Dolcino (cf. Dante, Inferno, XXVIII, 55-60) e Ubertino da Casale (cf. F. Callaey, L'idéalisme franciscain spirituel au XIVe siècle: Etude sur Ubertin da Casale, Lovanio 1911, pp. 121-31). Dalla fine del sec. xvir non sono mancati teologi ed esegeti, che hanno fatto buon viso al m. mitigato: ad es., M. Lacunza (cf. A. F. Vaucher, Une célebríté oubliée: Le p. M. Lacunza y Diaz [1731-1801], Collonges-vousSalève 1941), R. Eizaguirre (Apocalipsis interpretatio litteralis, Roma 1911), C. Morrondo (Estudios millenarios, Jaén 1922), I. Ramos (Summa isagogico-exegetica in libros N. T., II, Roma 1940, pp. 340-77), B. Ughi (La nia, 2^{text {a }} ed., Firenze 1949, passim: all'Indice 20 luglio 1950).
III. Valutazione. - Il m. carnale, essendo diametralmente opposto allo spirito cristiano (cf. Mt. 22, 30; Rom. 14, 17; I Cor. 15, 50), fu rigettato fin dal suo nascere come un'eresia. Cerinto venne con-
futato da Caio Romano e da Origene (De principiis, 2, 11: PG 11, 241). Nepote e Coracio furono convinti di errore da s. Dionigi di Alessandria (Eusebio, op. cit., VII, 24: ibid., 20, 691). Apollinare di Laodicea fu combattuto, anche in questo errore, dai più grandi scrittori cristiani dei secc. iv e v (Basilio, Gregorio Nazianzeno, Girolamo, Epifanio, Teodoreto). Anche il m. spirituale, che affascinò tante intelligenze, non gode di prova alcuna, anzi è direttamente opposto all'insegnamento dei simboli della fede (cf. Denz-U, 423), nei quali non si parla che di due venute di Cristo, quella in humilitate e quella in gloria, allo scopo di compiere il giudizio universale, cui seguirà immediatamente la retribuzione finale per ciascuno: Mt. 16, 27: "Filius hominis venturus est in gloria Patris sui cum Angelis, tunc reddet unicuique secundum opera sua ". In questa prospettiva il millennio non può aver luogo.

Tali e altri argomenti biblici e patristici hanno indotto i più gravi teologi (s. Tommaso, IV Sent., d. 43, q. 1, a. 3, qc. 1; s. Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, 1. 3, cap. 17) a considerare il m. mitigato come temerario, anzi erroneo. Recentemente il S. Uffizio (21 giugno 1944) ha dichiarato: "Systema millenarismi mitigati tuto doceri non potest" (AAS, 36, [1944], p. 212; cf. G. Gilleman, Condamnation du millénarisme mitigé, in Nouvelle revue théologique, 67 [1945], pp. 239-41).
IV. EanoiI CONCESSI. - In rapporto con il m. è la teoria dell'età aurea della Chiesa. Secondo un anonimo anglicano (Of the State of the Church to future age, Londra 1664) deve venire un tempo in cui, tolto di mezzo il papato e la prepotenza dei governi assoluti, sarà stabilita una democrazia universale civile-religiosa, in cui i cittadini godranno di una pace duratura, non turbata da alcun male fisico e morale, tutti protei al godimento dei benefici arrecati dal progresso delle scienze e delle arti. Questo "sole dell'avvenire" attrasse l'attenzione di molte personalità dell'anglicanesimo (ad es., Tommaso Newton, vescovo di Bristol) e nel sec. xix fu largamente diffuso in Inghilterra da Waughan e in Francia da Agier (cf. E. Méric, L'altra vita, II, trad. it., Torino 1927, pp. 303-11). Alla fine dello stesso secolo la rosea concezione fu accolta, con diverse modifiche (specialmente per quanto concerne le sorti del papato) da vari autori cattolici (ad es., Calla. gen., Courtrai, Bigou, Schneider, Caballero Infante, Alvarez Navarro). Alquanto diverso è il sistema del rinnovamento escatologico, propugnato dal can. E. A. Chaubaty in tre ponderosi tomi (Etudes... sur l'avenir de l'Eglise catholique selon le plan divin ou la régénération de l'humanité et la rénovation de l'univers, Poitiers 1890-93). Alla fine del mondo gli uomini presenti ai cataclismi previsti dalla S. Scrittura sopravvivranno alla conflagrazione universale e daranno origine ad una progenie pura, senza peccato originale, destinata a costituire la nuova Gerusalemme, in cui regnerà visibilmente Gesù Cristo, coadiuvato dal suo vicario, il Papa.

Tali concezioni sono fondamentalmente erronee perché contrarie al concetto evangelico del regno di Dio in terra, in cui ci saranno sempre sofferenze (Mt. 5, 11; Lc. 9, 23; Io. 15, 20; Act. 14, 25; Rom. 8, 29) e imperfezioni (Mt. 13, 24-30, 47; Lc. 10, 3). L'opinione del Chaubaty è da ritenere un grave errore, poiché nega quanto è definito nel Concilio di Trento intorno al peccato originale, che intaccherà tutte le generazioni discendenti da Adamo (Denz-U, 792). Del resto l'opera del canonico andegavense fu posta all'Indice il 18 dic. 1896.

Bibl.: S. Drey, Observata quaedam ad illustrandam Iustini M. de regno millenario essentiam, Gmund 1814; H. Klee, De chiliasmo primorum sacculorum, Würzburg 1822; S. Lavorose, Le règne temporal de Jésus Christ. Etude sur le millénarisme, Parigi 1868; A. Chiappelli, Le idee millenarie dei cristiani, Napoli 1888; L. Ababerges, Geschichte der christlichen Eschatologie innerhalb der vornicänischen Zeit, Friburgo in Br. 1896; V. Ermoni, Les phases successives de l'errere millénariste, in Revue

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des questions historiques, 69-70 (1901), pp. 323-88; L. Gry, Le millénarisme dans ses origines et son développement, Parigi 1904; E. Buonsiuti, Il tramonto del m. nella Chiesa d'Oriente, Roma 1913; T. Halusa, Das tausendidhrige Reich Christi. Graz 1924; R. Janin, Le millénarisme et l'Eglise Grecque, in Echos d'Orient, 27 (1928), p. 201 sgg.; C. I. Plessis, Le sens de l'histoire. Les derniers temps, Parigi 1936; C. Algermissen, La Chiesa e le Chiese, trad. it., Brescia 1944, passim; G. Bardy, Millénarisme, in DTSC, X, coll. 1700-63; A. Piolanti, De novissimis, 3ᵃ ed., Roma 1930, pp. 136-83.

Antonio Piolanti
MILLET, Jean-François. - Pittore n. a Gruchy presso Gréville il 4 ott. 1814 m . a Barbizon il 20 genn. 1875. Appresi in patria il disegno e la pittura dal padre, pittore pur esso, e da oscuri maestri, era ancor molto giovane quando se ne andò a Parigi.

Qui però stentò a farsi notare, malgrado fino dal 1840 esponesse al Salon, col dipingere paesaggi ove, secondo l'antica moda, poneva scene idiliche o mitologiche. Poi, forse per l'influsso della esasperata, violenta, drammatica e programmatica pittura del Daumier,
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(fol. Alinari)
ebbe quasi improvvisa la rivelazione di quello che doveva essere il suo modo di dipingere, e nel 1848 espose al Salon due quadri di grande importanza che subito attirarono su di lui l'interesse della critica: il Vagliatore e l'Uomo con la zappa. Due quadri nei quali veniva esaltata senza oratoria, ma con spontanea commozione, la dura fatica dei lavoratori dei campi. Pittura programmatica e sociale, ma anche meritis di intima autentica poesia e di un profondo senso di religiosità, che gli consente di superare i limiti di preconcette idee, estranee, invero, nell'arte. Le Spigolatrici, il Ritorno alla Jattoria, l'Angelus, al Louvre di Parigi sono quadri largamente noti e collocano il M. fra i maggiori pittori francesi del sec. xix. E veramente la sua figura emerge con quella di Courbet sul gruppo dei «realisti» anche per il senso austero largo e semplice con cui compose i suoi quadri e la notevolissima finezza dei suoi accordi cromatici.

Bibl.: L. Gillet, s. v. in Enc. Ital., XXIII, pp. 320-21 (con bibl. prec.): A. M. Brizio, Ottocento-Novecento, Torino 1939. p. 150 .

Emilio Lavagnino
MILLSTATT. - Ex abbazia benedettina in Carinzia, diocesi di Gurk, fondata verso il 1020 dal fratelli Arbone e Bothone, nobili bavaresi, con monaci provenienti da Nieder-Altaich (riforma di Hirsau). Federico III, nel 1469, con il consenso di Paolo II, soppresse l'abbazia, per costituirla sede dei Cavalieri di S. Giorgio, da lui istituiti per combattere i Turchi.

Poiché i Cavalieri, passarono più o meno apertamente al luteranesimo, Carlo I di Stiria, devolse gran parte delle rendite di M. ai Gesuiti per il loro collegio, poi Università, di Graz; nel 1598, soppressi i Cavalieri, M. e distretto passarono in dominio agli stessi Gesuiti. Nel 1783, soppressi anche i Gesuiti, il distretto passò alla diocesi di Gurk, la chiesa divenne parrocchiale, negli edifici claustrali si istallarono alberghi e uffici (M. è celebre luogo di soggiorno sul lago omonimo).

L'importanza di M. è soprattutto artistica : del tempo benedettino è la grande chiesa del 1150 ca., a tre navate,
romanica (solo le vòlte sono gotiche), con due campanili, grandioso portale figurato ( 1170 ca.), chiostro romanico ( 1200 ca.), con strane plastiche, tutto ben conservato. Solo l'arredamento interno è barocco (stile a gesuitico, in oro-nero). Le costruzioni claustrali assai pittoresche sono in gran parte dell'epoca dei Cavalieri, in tardo gotico.

Secondo una leggenda M. sarebbe di fondazione romana con il nome di «mille statue» per opera di un duca romano Domiziano, di cui si venera la tomba in una suntuosissima cappella; certo, resti di transenne di stile
longobardo attestano una chiesa più antica. Celebri sono i manoscritti di M. oggi a Klagenfurt; soprattutto il Sacramentario miniato, di scuola salisburgense del 1160 ca ., e i codici miniati della Genesi e del Fisiologus di M. della seconda metà del sec. xit.

Bibl.: K. Ginhart. M., in Österreichische Kunstbücher, 41 (1922); H. Mennhardt, Die Militärter Handschriften, in Zeitschrift f. Bibliothekswesen, 40 (1923), pp. 130-42; E. Tomek, Kirchengesch. Österreichs, I, Innsbruck 1935: II, ivi 1949, passim; E. Schoffrss, Kunstgeschichte Österreichs, Vienna 1948; Cottineau, II, col. 1826.

Giuseppe Lów
MILNER, JoHn. - Vicario apostolico d'Inghilterra, n. a Londra il 14 ott. 1752, m. a Wolverhampton il 19 apr. 1826. Formatosi nel Collegio inglese di Douai, fu ordinato sacerdote nel 1777. Curato a Winchester, nel 1803 fu eletto vescovo di Ca stabala e vicario apostolico dell'Inghilterra centrale.

Volse particolarmente la sua attività a conseguire l'emancipazione dei cattolici, tenuti in stato di mino. razione in Inghilterra e in Irlanda; sulla via del successo, si oppose a qualsiasi forma di «non» pretesa dal governo nelle nomine vescovili e ai compromessi cui si mostravano disposti alcuni dirigenti cattolici. L'intrepidezza nella dura lotta gli valse il titolo di «Atanasio inglese». Numerosi (ca. 67) i suoi scritti pastorali, polemici e oratori. Meritano speciale menzione: The history of Winchester (2 voll., Winchester 1798-1801), esaltazione del primato di Roma, che difese anche, con Letters to a Prebenitory (ivi 1800), dagli attacchi del vescovo anglicano J. Sturges; The end of religious controversy ( 3 voll., Londra 1818).

Bibl.: F. C. Husenbeir, Life of M., 2 voll., Dublino 1862; J. Gillow, s. v. in Bibliogr. Dict. Engl. Cathol., V, pp. 13-53; T. Cooper, s. v. in Dict. Nation. Biogr., XIII, pp. 460-64. Vito Zollini

MILONE, Crispino (Milo Crispinus). - Cantore dell'abbazia di Bec in Normandia e membro dell'illustre famiglia dei Crispini, di cui lasciò la genealogia. Sarebbe nato negli ultimi anni del sec. xI, poiché dice di aver sentito s. Anselmo (m. nel 1109) parlare del b. Lanfranco (m. nel 1089). Della vita di M. nulla si conosce; m. ca. la metà del sec. xit.

Scrisse la biografia del b. Lanfranco, arcivescovo di Canterbury, che fu pubblicata da Luca d'Achery con le opere di Lanfranco (Parigi 1846), e poi da J. Mabillon (Acta Sanctorum O. S. B., sec. VI, IX, II, Venezia 1720, pp. 628-56), e dai Bollandisti (Acta SS. Mai, VI, Parigi 1866) e dal Migne (PL 150, 822-30). Nel prologo M. asserisce di tenere tutti i particolari da Anselmo, o da

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testimoni degni di fede, oppure dalla biografia d'Erluino (Herluinus) compilata da Gilberto (Gislebertus) Crispino, suo parente. M. scrisse pure, ma brevissimamente, la vita degli abati Guilelmus de Bellomonte e Boso, suoi superiori, pubblicata nella stessa raccolta da Luca d'Achery, che dà in seguito, senza nome d'autore, la biografia degli abati Theobaldus e Letardus, successori dei due primi (PL 150, 713). Se M. fosse l'autore, ciò che è probabile, del prologo aggiunto alla vita d'Erluino dopo la morte di Gilberto (i114), nel quale prologo è fatta menzione di Letardus, sarebbe vissuto oltre il i149, anno della morte di Letardus.

Bial.: Gallia christiana, XI, 2° ed., Parigi 1876, p. 228; U. Chevalier, Répertoire des sources historiques du moyen dge, ivi 1905, col. 3229: Histoire littéraire de la France, XII, ivi 1765, pp. 223-25.

Giovanni Roux
MILTON, John. - Poeta inglese, n. a Londra il 9 dic. 1608 , m. ivi l'8 nov. 1674. Ancor prima di recarsi all'Università di Cambridge, gli studi fatti da fanciullo gli avevano già dato la conoscenza di varie lingue e della filosofia.

A Cambridge si distinse per diverse composizioni latine, sia in prosa sia in versi, e scrisse la sua prima lirica di largo respiro: L'inno nel mattino della Nativitá di Cristo. Dopo un soggiorno di alcuni anni nella casa paterna di Horton, dove continuò a studiare e a comporre versi (sono da assegnare a questo periodo L'Allegro, Il Penseroso e Lycidus, quest'ultima una elegia in occasione della morte di Edward King, suo compagno a Cambridge), compì, nel 163^{8-39}, un viaggio in Italia, dove ricevette complimenti dai letterati delle nostre Accademie (alcune sue poesie in italiano erano state scritte forse prima del viaggio), e donde tornò per partecipare alla rivoluzione cromwelliana. Intruppatosi nel partito del Protettore, divenne segretario per le lettere latine ai principi, e lasciata, anche se non del tutto, la poesia e la realizzazione dei progetti di drammi con i quali era tornato dall'Italia, pubblicò una serie considerevole di opere in prosa di carattere politico, religioso e pedagogico. Il poema per cui M. è più noto, il Paradiso perduto, del quale non si sa bene in che anno il poeta iniziasse la stesura, usci nella sua prima edizione, in 10 canti, nel 1667 , e nella seconda, in 12 canti, nel 1674. Il Paradiso riacquistato, in 4 libri, apparve nel 1671, insieme alla tragedia Sansone agonista.

Questa, che narra, sotto la forma classica con i lunghi monologhi, i vivaci dialoghi e i commenti del coro, la storia dell'eroe biblico, è stata scritta a distanza di circa 40 anni dall'altra opera drammatica del M., il Como, che risale al 1634, e che svolge plasticamente, sotto la forma della masque, cioè dell'opera musicale, la tentazione carnale, violenta ma facilmente superata. Il Como è, sotto un certo aspetto, la continuazione delle moralità medievali, con i personaggi tipici delle virtù e dei vizi, in lotta per il possesso e per la liberazione di una fanciulla, rapita dal figlio di Circe, Como.

Il tema della tentazione fu particolarmente caro al M., che lo svolse nei due Paradisi. Il primo, infatti, narra, in versi sciolti, la cacciata degli spiriti dal Paradiso celeste e quella degli uomini dal Paradiso terrestre. È l'arcangelo Raffaele che racconta la prima ai progenitori, mentre della seconda il narratore è direttamente il poeta. La descrizione dell'Inferno, cioè di coloro che hanno perduto il Paradiso eterno, apre il poema, che si chiude con la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre. Essi se ne vanno, "la mano nella mano, a passi erranti e lenti ", non senza una speranza del futuro redentore, additato nella profetica visione della storia fatta loro dall'arcangelo Michele.

La storia del mondo viene ripresa nel Paradiso riacquistato, che ha per tema ancora una tentazione, quella di Cristo, il Novello Adamo. Satana gli fa passare davanti allo spirito le grandi civiltà antiche, in una rappresentazione che si intreccia alle tentazioni delle quali riferisce il Vangelo.
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(1st. Biodarckis d. G. Nationalbibliotheth Millstatt - Interno della chiesa abbaziale (sec. xiv e decorazioni del sec. xviri).

Quasi tutte le opere in prosa di M. svolgono argomenti polemici: sulla riforma dell'istituto matrimoniale, sulla riforma della chiesa, sulla libertà di stampa, sulla difesa dei repubblicani nella loro lotta contro la monarchia.

In diversi punti il pensiero di M. si allontana sia dal dogma, sia dalla morale ortodossa.

Bibl.: F. Allen Patterson, con l'aiuto di altri, ha curate l'edizione, in 20 voll. di tutte le opere (Oxford 1931-20); E. M. W. Tillyard, M., Londra 1934; J. H. Hanford, M. Handbook, Londra 1938; C. S. Lewis, A preface to Paradise Lost, Oxford 1942; A. Barker, M. and the puritan dilemma, Londra 1944. Alberto Castelli
MILWAUKEE, ARCIDIOCESI di. - Nello Stato di Wisconsin (dall'algonchino "terra buona"; U.S.A.), del quale comprende oggi 10 contes. Fu eretta da papa Gregorio XVI con la lettera apostolica Apostolatus officium del 28 nov. 1843. Comprendeva allora tutto lo Stato di Wisconsin e la parte occidentale del Minnesota. Il 12 febbr. 1875 venne elevata ad arcidiocesi, ed ha come suffragance le diocesi di Green Bay, La Crosse, Madison e Superior.

Secondo il censimento del 1950, la popolazione totale dell'arcidiocesi è di 1.435 .345 , di cui (1951) 434.345 cattolici. I sacerdoti sono 971 (fra i quali 344 appartengono a 22 Congregazioni diverse) ed esercitano il ministero nelle 263 parrocchie e 37 cappelle. Vi sono pure 2 seminari, 11 scolasticati, 7 collegi ed università, 13 ospedali generali e 6 ospedali specializzati e sanatori. Le Congregazioni femminili sono 34 .

Il primo a celebrare la Messa nel territorio di M. fu il sacerdote J. Bonduel, missionario di Green Bay; il primo vescovo fu mons. G. Martino Henni, originario della Svizzera. Sotto la sua guida il numero dei cattolici, in maggioranza immigrati dalla Germania e dall'Irlanda, s'accrebbe considerevolmente. Nel 1856, il rev. Giuseppe Salzmann fondò in M. il Seminario S. Francesco di Sales e nel 1871 aprì la prima scuola normale cattolica degli Stati Uniti. I padri Gesuiti inaugurarono, nel 1880,

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(Int. Pont. Comm. Arch. Sacra)
Milziade, papa, santo - Medaglione della serie dei papi nella basilica di S. Paolo (sec. ix) - Roma.
il loro collegio che divenne poi la fiorente Università Marquette. Mons. Henni mori il 7 sett. 1881 e merito il titolo di "Patriarca del Nord-Ovest".

Bibl.: J. G. Shea, A History of the catholic church of the United States..., IV, Nuova York 1892, pp. 36, 250-57, 637-41: I. Rainer, s. v. in Cath. Euc., X, pp. 319-21: The Official catholic directory 1930, Nuova York 1950, pp. 98-106. Gastone Carriére

MILZIADE. - Scrittore cristiano del sec. II dell'Asia Minore. Avversario letterario dei valentiniani (Tertulliano, Adv., 5) e dei montanisti (anonimo antimontanista, in Eusebio, Hist. eccl., 5, 17, 1).

Affermò contro i montanisti il principio, che un profeta non deve parlare in estasi (Eusebio, ibid.). Eusebio conosce di M. alcuni scritti apologetici, un'opera contro i Greci e un'altra contro i Giudei e finalmente una apologia della sua filosofia ("cristianesimo) di fronte ai governanti del mondo (Eusebio, op. cit., 5, 17, 5). Di tutti i suoi scritti niente è conservato.

Bibl.: J. C. Th. de Otto, in Corpus apol. christian., IX, Jena 1872, pp. 365-73; Ad. Harnack, in Texte und Unteri., I, 1-II, Lipsia 1882, pp. 278-82.

Erik Peterson
MILZIADE, papa, santo. - Il Liber Pontificalis lo dice di origine africana. Il suo pontificato, utilizzando i dati forniti dal Catalogo Liberiano e dal Liber Pontificalis, ma correggendone gli errori, si può fissare dal 2 luglio 3 II al 10 (II) genn. 314, quindi proprio negli anni che videro la vittoria di Costantino su Massenzio e l'Editto di Milano, la fine delle persecuzioni e la vittoria del cristianesimo.

Già nell'apr. 311 era stato promulgato da Galerio l'Editto di tolleranza (Lattanzio, De mort. persecut., 34), che anche Massenzio, sebbene non l'avesse sottoscritto, applicò estensivamente, restituendo a M., per mezzo della prefettura urbana, i beni confiscati alla Chiesa romana all'inizio della persecuzione (s. Agostino, Brevic. Collat., III, 18, 34).
M. ben presto dovette occuparsi dello scisma donatista. Avendo i dissidenti richiesto a Costantino come giudici i vescovi della Gallia, l'Imperatore incaricò, con lettera, il Papa dell'esame della controversia (Eusebio, Hist. eccl., X, 5). M. celebrò nell'ott. 313, con la partecipazione di tre vescovi galli e quindici italiani, un concilio, nel palazzo donatogli da Fausta in domum Faustae in Laterano, che riconobbe la regolarità dell'elezione e la validità dell'ordinazione di Ceciliano a vescovo di Car-
tagine e condannò invece Donato, succeduto all'intruso Maggiorino nella sede cartaginese (Ottato di Milevi, De schismate donat., I, 23-24; s. Agostino, Brevic. Collat., III, 12, 24 e III, 17, 32). I donatisti non perdonarono mai a M. questa sentenza, e verso la fine del sec. iv lo accusarono di aver consegnato le Scritture e di aver offerto incenso nella persecuzione di Diocleziano, o almeno di "tradizione" indiretta, in quanto aveva conservato nel clero, ed inviato a ricevere la restituzione dei beni confiscati, due chierici rei di "tradizione", accuse che s. Agostino dimostrò infondate (s. Agostino, De unico baptismo, 27; Brevic. Collat., III, 18, 34-46).

Il Liber Pontificalis gli attribuisce decreti disciplinari e liturgici : il divieto di digiunare la domenica e il giovedi e l'introduzione dell'uso di portare alle varie chiese urbane una particella di Eucaristia consacrata dal Papa ("fermentum"). Altri decreti gli sono attribuiti dallo Pseudo-Isidoro. M. fu sepolto nel cimitero di Callisto e il suo nome fu iscritto nella Depositio episcoporum al ro genn.

Bibl.: Lib. Pont., I, pp. 8 sE., 74 sE., 168 sE.; Jelló-Wattenbach, I, p. 28; E. Cooper, Geschichte des Papstloms, I, Tubinga 1630, pp. 103-15; F. X. Seppelt, Der Aufstieg des Papsttums, Lipsia 1931, pp. 73-81; H. Leclercq, s. v. in DACL. XI, coll. 1199-1203.

Vincenzo Monachino
MIMESI. - Da μ dot{μ} boldsymbol{μ} boldsymbol{σ} boldsymbol{α}, significa imitazione. È un concetto su cui, probabilmente già nelle più antiche culture storiche, si basava l'interpretazione e la motivazione dei riti cultuali e delle prescrizioni religiose.

Nel pensiero greco il concetto della m. si differenzia e si determina ulteriormente nelle sue applicazioni cosmolo-gico-metafisiche, morali e religiose. Platone definisce le cose mondane come imitazioni ( μ μ ε ε μ τ τ α, ε i ν δ ν ε ς ) delle realtà invisibili, ultimamente dell'idea del bene (Tim., 38 a, 48 e). L'analoga determinazione delle virtù morali come imitazione di Dio (Theuer., 176) è strettamente connessa con questa dottrina cosmologica. Nello stnicismo è ripresa, accanto alla concezione più caratteristica dell' α λ α λ λ dot{α} θ ε σ ι ς l'idea dell'imitazione di Dio o della natura divinizzata (Cicerone, Tusc., V, 70; Seneca, De ira, II, 16 ed Epist., 95, 50). Il concetto rivive nel cristianesimo ove però l'imitazione di Dio nella vita spirituale è motivata con l'assimilazione interiore alla natura divina effettuata dalla Grazia.

Bibl.: G. Kittel, s. v. M(1) δ σ μ α, in Theol. Wörterbuch zum N. T., IV, Stoccarda 1948, pp. 661-78; E. G. Gulin, Die Nachfolge Gottes, in Studie Orientalia, 1 (1925), pp. 34-50; H. Willms, EIKOX. Eine begriffsgeschichtliche Untersueh. zum Neaplatanismus, I, Münster 1935; I. Hausherr, L'initation de Jésus-Christ dans la spiritualité byzantine, in Mélanges Ca vallera, Tolosa 1948, pp. 231-59.

Beda Thum
MINA (ebr. māneh; gr. μ ν ā; lat. mina o mna). Unità di peso, usata nell'età biblica per l'oro ( I Reg. 10, 17) e per l'argento (Ebd. 2, 69; Neh. 7, 71) ed improntata al sistema ponderale babilonese, dove la m. (manā "contare") era di gr. 502,2 e corrispondeva ad 1 / 60 di talento ( mathrm{kg} .30,13 ) diviso in 60 sicli (gr. 8,37 ). La m. grave era il doppio. Presso gli Ebrei il talento valeva pure 60 m ., ma soltanto 3000 sicli (in luogo di 3600 , cf. Ex. 38, 25-27), riducendo così la m. a 50 sicli come in Siria ed a Rās Samrah.

In alcuni testi legislativi si è conservata la traccia dell'antica m. di 60 sicli ( E v .21,32 ), mentre nei testi deuteronomici sembra doversi riconoscere l'uso corrente della m. di 50 sicli. Ex. 45, 12 sembra voler riportare, con un computo un po' strano, la m. di uso corrente di 50 sicli al valore primitivo di 60 per l'uso del Santuario. I pesi di pietra e di piombo con o senza iscrizione, ritrovati durante gli scavi, non permettono alcuna approssimazione, perché di uso locale, e diversi per età.

Nel tempo ellenistico il talento attico usato in Palestina (I Mach. 11, 18) sembra diviso in m. 60 o dramme 6000 (ibid. 14, 24; 15, 18; Lc. 19, 13-25) e quindi il valore della m. di 10 dramme. Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., 14, 7, 1) scrive che il talento del peso di 43 kg . era diviso in 50 m ., ciascuna del valore di ca. 2 libbre e mezza romane.

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Bibl.: A.-G. Barrois, La métrologie duns la Bible, in Revue biblique, 4: (1932), p. 50; A. Segrè, A documentary analysis of ancient palestinian units of measure, in fournal of biblical literature, 64 (1945), pp. 35^{8-68}.

Donato Baldi
MINARDI, Tommaso. - Pittore, n. a Faenza il 4 dic. 1787 , m. a Roma il 13 genn. 1871. Scolaro di Giuseppe Zauli, ottenuta una pensione dall'Istituto S. Gregorio di Faenza si trasferì a Roma per studiare a S. Luca. Affermatosi come uno dei migliori artisti del suo tempo, dal 1818 al 1821 fu a Perugia quale direttore di quella Accademia e quindi tornò a Roma quale insegnante a S. Luca; esercizio che svolse per ca. quarant'anni. Nel 1843 sottoscrisse insieme all'Overbeck e al Tenerani il manifesto "purista" (v. PDRISSEC) di Antonio Bianchini. Orientatosi inizialmente in senso neoclassico, come lasciano intendere vari suoi quadri e disegni di soggetto storico e mitologico e il Napoleone in weste d'an ticoromano della Pi nacoteca di Faenza,
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(fot. Gab. fol. nez.)
Minardi, Tommaso - La Vergine tra le Virtù e gli Angeli - Roma, cappella di S. Stanislao in S. Andrea al Quirinale.
o torri di vendetta, o difensive. A queste ultime sembra avvicinarsi uno dei più antichi m. supertiti, quello della grande moschea di Kairuan (Tunisia) del sec. viII: massiccia costruzione quadrangolare, che rivela anche nell'enorme scarsità delle aperture la sua natura difensiva.

Il m. a pianta quadrata fu diffuso dagli Umajjadi nella Siria e in tutta l'Africa settentrionale; nel tipo più comune la torre è coronata da una merlatura musulmana. e sopra di essa si alzano due o più piani rientranti. culminanti in una guglia piramidale o a forma di cipolla; le mura di mattoni, nude in antico, hanno più tardi un pittoresco rivestimento di rombi a traforo. I m . erano in numero maggiore a seconda dell'importanza delle moschee. La grande moschea di Damasco, oltre ai quattro m. posti originariamente agli angoli del recinto (sono superstiti quello est, detto di Gesù, rifatto nel sec. xili, e quello ovest, rifatto nel xv), ne ha un quinto, del sec. x-xit, nella parte mediana del portico settentrionale, orientato verso la Mecca, come usò poi frequentemente. Dal Marocco (dove si ricorda la torre Hasan a Rabat, con ornatissime finestre, monofore in basso, trifore in alto), il m. fu importato dagli Arabi invasori nella Spagna, dove, scomparso quello della moschea di Cordova, è superstite a Siviglia la famosa Giralda (sec. XII), rispettata nella ricostruzione della Cattedrale.

Il tipo di m. a pianta poligonale sembra aver origine nelle regioni più orientali (Persia e Turkestan), dove al tempo della dominazione selǧūqida si introdusse anche la pianta circolare. Più snelli di quelli a pianta quadrata, questi m., ornati di striature verticali o di mattoni disposti a formar motivi geometrici, o più tardi di vivide ceramiche policrome, sono divisi in piani da terrazze anulari aggettanti su mensole. Questi due tipi si diffusero in India (p. es., famoso l'altissimo m. della moschea di Qutb ad-din di Delhi, del sec. xiII) e nelle regioni occidentali, particolarmente in Egitto. Qui era già sorto nel sec. Ix il singolare m . della moschea di Tülün al Cairo, la cui struttura (base quadrata sormontata da una torre cilindrica con spirale esterna per l'ascesa) deriverebbe secondo alcuni dal famoso faro di Alessandria; ma i numerosissimi m. sorti successivamente in epoca mamelucca sono prevalentemente poligonali o cilindrici. Questo tipo penetra anche in Turchia e di lì nei Balcani.

Bibl.: G. T. Rivoira, Architettura musulmana, Milano 1914. passim; E. Kühnel, s. v. in Enc. Ital., XXIII (1934), p. 344 sgg. Cesare Botti

MINDORO, Prefettura apostolica di. - Situata nell'isola di M., arcipelago delle Filippine, comprende la provincia civile di M. e l'isola di Maestro de Campo, appartenente alla provincia di Romblon. Questa missione fu canonicamente eretta il 2 luglio 1936 per distacco dalle diocesi di Lipa e di Jaro e affidata alla Società del Verbo Divino.

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Essa ha un territorio di 10.099 kmq . e una popolazione di 185.000 ab., i quali, ad eccezione degli aborigeni, dimoranti tra i boschi dei monti e chiamati comunemente Mangyani, parlano la lingua tagalog. Vi si contano 130.000 cattolici e ca. 30.000 fra protestanti e scismatici. Il personale è composto di 2 sacerdoti nazionali e 24 esteri, (americani e tedeschi); 3 suore nazionali e 18 estere; 125 catechisti. Vi sono 5 scuole elementari; 3 scuole medie e una superiore; 9 stazioni primarie e 52 secondarie; 10 chiese e ca. 75 cappelle. La capitale della provincia di
M. è Calapan, che è anche la residenza dell'Ordinario.

Bibl.: Archivio della S. Congregazione de Propaganda Fide, pos. prot. n. 2857/50; AAS, 20 (1937), pp. 261-62; MC 1950, p. 420.

Edoardo Pecoraio
MINELLI, ANTONIO: V. DE BARDI, GIOVANNI.

## MINERALO-

GIA. - La scienza dei minerali. Ebbe in origine il compito principale di descriverli e determinarli; tende oggi soprattutto a meglio conoscerne
la struttura chimico-fisica, le proprietà, la genesi.
I. I minerali. - Dal celtico meine, metallo grezzo. Denominazione che indica le parti costitutive unitarie naturali della litosfera. Si considerano come minerali i corpi semplici, i composti inorganici solidi (cristallizzati) o liquidi (mercurio), le miscele isomorfe di due o più elementi o composti, talune sostanze organiche solide (ambra, succinite, fichtelite, mellite ecc.) e talune sostanze amorfe (opale p.p., collofane).

I carboni fossili e il petrolio come tali sono miscele e pertanto sono da annoverare tra le rocce. I vetri vulcanici, poiché ad equilibrio raggiunto (devetrificazione, cristallizzazione) dànno normalmente origine ad aggregati di minerali diversi, si considerano abitualmente come rocce. Le meteoriti si possono ritenere come aggregati di minerali di altri corpi celesti.

È bene osservare che la composizione chimica di alcuni minerali non è sempre definita e costante. Ciò è dovuto al fenomeno dell'isomorfismo (v. cristalli), per cui gli atomi o ioni di alcuni elementi possono nel reticolo cristallino venire sostituiti, in misura variabile, talvolta a piacere, da atomi o ioni aventi raggio ionico vicino e uguale potere polarizzante, ovvero spazi normalmente vacanti nel reticolo cristallino possono venire occupati per addizione interstiziale. Così, p. es., con il termine di olivina non si intende un minerale di composizione definito ma una serie di miscele isomorfe rombiche la cui composizione può variare fra i due termini estremi : forsterite mathrm{Mg}_{2} mathrm{SiO}_{4} e fayalite mathrm{Fe}_{2} mathrm{SiO}_{4}, per sostituzione nel reticolo cristallino dei ioni mathrm{Fe}++ con gli ioni mathrm{Mg}++.

I minerali cristallizzati possono presentarsi sotto forma di individui singoli : più spesso gli individui si trovano associati in aggruppamenti o concrezioni. Queste ultime sono dovute alla successiva deposizione, talvolta ritmica, da soluzioni. Aggruppamenti e concrezioni possono presentare forma caratteristica: si parla cosi di aggruppamenti a rosa di ferro (emazite), discoidali, sferoidali : di concrezioni a forma mammellonare e a struttura fi-brosa-radiata e zonata concentrica (alabastri, agata, onice), a forma stallattitica, coralloide, di pisoliti, di ooliti.

In molti casi i cristalli, in dipendenza dalla velocità di formazione e di accrescimento dei germi cristallini, non possono svilupparsi completamente in forma poliedrica e si limitano reciprocamente. Si hanno cosi gli aggregati cristallini di individui della stessa specie o di specie differente i quali possono prendere il nome di aggregati granulari, saccaroidi, bocillari, fibrosi (spesso a struttura radiata) lamellari, scagliosi, squamosi, a corone e cosi via.

Gli aggregati di minerali assumono assai sovente la estensione di una unità geologica e prendono allora il nome di rocce; in questo senso una roccia rappresenta la giacitura normale dei minerali.

La maggior parte di questi, infatti, deve la sua origine al processi di formazione delle rocce (v.). Si fanno cosi minerali di origine magmatica in senso lato (comprendenti cioè anche i minerali pneumatolitici ed idrotermali), i minerali di origine sedimentaria e i minerali di origine metamorfica. I primi prendono origine dalla consolidazione di masse fuse naturali (magmi) o nei processi ad essa connessi, i secondi si formano per evaporazione di soluzioni saline o colloidali, gli ultimi in seguito a trasformazioni di fasi o a modificazioni di equilibrio chimico per mutate condizioni di pressione e temperatura.

I minerali che si sono formati in condizioni diverse da quelle ambientali tendono a porsi in equilibrio con l'ambiente. Si possono cosi verificare cambiamenti di fase strutturale o reazioni chimiche con formazione di nuovi composti. Nel primo caso si hanno le trasformazioni polimorfe, nel secondo la cosiddetta alterazione chimica dei minerali; essa può essere dovuta ad agenti esogeni (acqua, atmosfera ecc.), o ad agenti endogeni (temperatura, gas magmatici, soluzioni magmatiche termali). Tipici esempi di trasformazioni polimorfe sono la trasformazione di aragonite in calcite, di tridimite in quarzo, ed esempi altrettanto comuni di alterazione chimica sono l'ossidazione delle pirtie in limonite o in ematite, la trasformazione dei feldspati nei minerali delle argille, dell'olivina in serpentino o in magnesite. Nei processi di trasformazione polimorfa e di alterazione spesso il prodotto di neoformazione sostituisce il minerale lasciandone intatta la forma primitiva. Si hanno cosi rispettivamente i fenomeni di paramorfosi e di pseudomorfosi.

In molti casi è possibile riprodurre artificialmente i minerali in laboratorio mediante operazioni dette di minerosintesi : in qualche caso la sintesi si risolve in semplici preparazioni chimiche o in cristallizzazioni, in altri casi si richiedono complesse apparecchiature ed una tecnica particolare, come nella sintesi pneumatolitica ed idrotermale. La minerosintesi fornisce elementi importanti nella ricerca dell'origine e delle condizioni di formazione e di stabilità dei minerali; ma le più rigorose deduzioni circa la loro genesi si possono ottenere dallo studio dei sistemi a più componenti e degli equilibri di soluzioni acquose.

Numerose sono le classificazioni proposte per i minerali. Foca fortuna ebbe, a differenza delle classificazioni degli animali e dei vegatali, la classificazione di Linneo, date le scarse conoscenze che a quell'epoca si avevano circa la composizione chimica dei minerali. La classificazione che oggi è più comunemente accettata è quella di J. D. Dana, secondo la quale i minerali, in base alla loro composizione chimica, risultano raggruppati in otto classi.

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Altre classificazioni sono state recentemente proposte, intese a tenere conto, oltre che della composizione chimica, della struttura cristallina dei minerali, e la stessa classificazione di Dana è attualmente in evoluzione.
II. Storia della M. - Le prime conoscenze sui minerali, di ordine pratico ed empirico, risalgono a tempi antichissimi. Mentre non si hanno elementi precisi per giudicare circa lo stato delle conoscenze mineralogiche degli Assiri e dei Babilonesi, risulta dal papiro di Ebers (sec. xvi a. C.) che gli Egiziani conoscevano ed usavano numerosi minerali, quali la malachite, l'ematite e l'antimonite; numerosi altri minerali trovavano impiego come ornamenti, amuleti, medicinali e per l'estrazione di metalli.

I Fenici conobbero e trafficarono i minerali mentre gli Etruschi coltivavano miniere e conoscevano la metallurgia.

Il primo scritto di mineralogia a cui si pud attribuire un valore scientifico e il frammento Ilegi kifliav di Teofrasto ( 371-300 a. C.), allievo di Aristotele. La sua opera, nonostante gli errori e i pregiudizi filosofici, si può ritenere non solo la più antica ma per parecchi secoli anche la più perfetta. Numerose notizie sui minerali sono contenute nella Historia naturalis di Plinio (23-79 d. C.).

Il mediocvo vede nell'Oriente musulmano le origini della m. sperimentale: al-Kindl (in. nel 873) e al-Birûnî (973-1048) lasciarono scritti di m.; quest'ultimo determinò per primo con il pienometro con sorprendente esattezza la densitii di metalli, di minerali, di pietre preziose. Ibn Sina detto Avicenna ( 980 -1037) dà la prima classificazione dei minerali. Più tardi Alberto Magno (11931280) scrive 5 libri sui minerali e 4 sulle meteoriti. Vannuccio Biringuccio ( 1480 -1539 ?), metallurgista setese, nella sua Pirotechnia tratta questioni metallurgiche; l'opera sua è ancora di alchimia, ma si deve forse a lui la prima intuizione della costanza degli angoli nei cristalli. Georg Bauer (Agricola, 1490-1555) può considerarsi come il fondatore dell'arte mineraria; sue opere fondamentali sono De natura fosillum e De re metallica. Stenone (16571696) osserva la costanza dell'angolo diedro nei cristalli di quarzo: il bolognese Domenico