volume-08

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azione ai vari perché di indole intellettuale, storica, sociale che si affacciano alla mente, il mito ha anche una funzione intellettuale di primo ordine nei riguardi della religione, non solo perché, dato che l'uomo è un essere ragionevole, una certa cognizione dell'universo deve essere implicita in ogni religione, ma anche perché il mito è indispensabile: 1) come simbolo unificatore del gruppo sociale, come norma esemplare dell'azione che il gruppo deve compiere, in una parola come una bandiera sotto la quale si radunano e in nome della quale si riconoscono coloro che partecipano alla stessa emozione religiosa. La quale è, di per sé, qualche cosa d'indefinibile nel segreto di ogni anima; la sua qualità, il suo grado possono variare in nome di elementi psicofisici e di stimoli che possono essere diversi per ogni individuo; ma il mito interviene a unificare queste varie emozioni in nome del modello che presenta agli occhi di tutti, e dopo averle unificate le fa convergere verso quella disciplina di azione che serve al gruppo per esprimere concordemente il suo sentimento e intensificare la sua vita sociale; 2) come sostenitore dell'emozione reli-

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giosa che, non sostenuta da un'impalcatura mentale, si ripiegherebbe esaurita su se stessa dopo un istante di intensa esplosione; 3) come elemento rinnovatore dell'emozione stessa quando le circostanze della vita del gruppo richiederanno il ripetersi dell'azione religiosa. Così, ad es., il mito elcusino di Demetra in cerca della figlia Core rapita sorterra e poi ritrovata (simbolo trasparentissimo della vegetazione che sparisce nella terra come seme e ricomparisce come pianta) giovava a orientare il pensiero dei Greci verso il sacro mistero della germinazione (in un secondo tempo a farlo assurgere è simbolo della beata sorte dell'anima); a sostenere la loro pietà e quasi a distribuirla per tutto il tempo e relative circostanze della festa; facilitarne il rinnovamento annuo secondo lo stesso schema, in armonia con il ritmo della vita stagionale.
II. Classificazione dei miti. - L'ampia congerie dei miti si può, avuto riguardo al loro contenuto, distribuire secondo tre grandi categorie : miti naturalistici, miti storici, miti etiologici.
r. Miti naturalistici: sono i più ampii e complicati perché non solo intendono dar ragione dei vari fenomeni della natura : astronomici, meteorologici, agrari, ma anche spiegare l'origine degli dèi (teogonia), degli uomini (antropogonia), del mondo (cosmogonia). Esempi ne verranno dati nei singoli capitoli. La moderna scuola mitologica tedesca sorto a Berlino nel 1906 (Gesellschaft für vergleichende Mythenforschung) pone la mitologia astrale al centro di tutto lo sviluppo mitologico in quanto sostiene che dall'osservazione iniziale del cielo e specialmente del fenomeno del sole e della luna sono sorti tutti i vari complessi mitici. Questa teoria, che ha avuto il merito di raggruppare e studiare a fondo questa categoria di miti e di permettere alla scuola storico-culturale di Graebner e Schmidt di farne le opportune applicazioni ai cicli culturali ricostruendo il solarismo presso i popoli grandi cacciatori (totemisti) e il lunarismo presso gli agricoltori (mariarcali); essa ha però il torto di prescindere dalla storia in quanto vuole che si studi il tema di un mito senza inquadrarlo nell'ambiente culturale o cultuale in cui è sorto; di non tener conto che negli aggruppamenti primitivi i miti agrari hanno più importanza di quelli astrali; e di limitare soltanto al mondo degli astri il naturale processo dell'apperscezione personficatrice proprie del pensiero umano.
2. Miti storici. La tradizione dei vari gruppi umani nelle religioni naturali: a) riannoda le proprie origini come gruppo e le istituzioni fondamentali che ne regolano la vita a una figura mitica; ad es., Romolo a Roma, Osiride in Egitto, ecc.; 8) considera le migrazioni di gruppi etnici che sono narrate dal mito, come avventure di personaggi divini; così il mito della ninfa tessala Cirene rapita da Apollo e trasportata in Libia sta a significare la colonizzazione di Cirene da parte della popolazione di Minil di Tessaglia, dietro ordine dell'oracolo di Apollo dellico; c) raffigura le relazioni o sovrapposizioni storiche di popoli o di culti come alleanze di dèi; così l'alleanza di Apollo e di Dionisio a Delfi, ecc. Al filologo Ch. O. Muller (m. nel 1840) si deve lo studio scientifico del mito in relazione alla storia. Egli osserva che i miti antichi sono giunti a noi attraverso varie elaborazioni: di poeti che li hanno cantati, di eruditi che li hanno catalogati, di storici che li hanno sfrondati, di filosofi che li hanno allegorizzati. Occorre pertanto spogliarli da tutta questa varia supertétazione per trovare alla radice del mito o un fatto della storia o un dato culturale, donde la necessità di studiare i culti per spiegare l'origine di tanti miti.
3. Miti etiologici o esplicativi (dal greco alris = causa). Veramente ogni mito è etiologico in quanto dà ragione di qualche cosa, ma con questo epiteto si vogliono intendere specialmente i miti diretti a spiegare la causa di un rito, il perché di una figurazione o di un nome. La moderna scuola di etnologia funzionale patrocinata da B. Malinowski tende a negare il punto di vista etiologico perché per il primitivo il mito non è solo una narrazione ma una realtà vissuta in quanto è in funzione di una sua attività attuale. Ma questo valore attivo del m .
conferma la legittimità del punto di vista etiologico perché se non avesse questo valore attivo e producente il mito non sarebbe più al servizio della vita religioso-sociale del gruppo ma scadrebbe al valore di favolo.

Il medesimo si dica dell'indirizzo dato dal mitologo K. Kerényi allo studio della mitologia basato sull'esame dei " mitologemi ", cioè dei miti considerati nel loro complesso e nel loro sviluppo; cosi, ad es., Promoteo sarebbe il mitologema delle origini maschili della vita. I miti hanno secondo questo indirizzo un loro nucleo primordiale, una monade, esprimente ciò che li "generalmente umano ". Questa monade però non si rivela in tale forma di primordiale immediatezza che accomuna i dati fondamentali delle mitologie sempre relativi alle origini sia del cosmo sia dell'uomo e nella quale si immergono le radici del mito, ma si rivela solo storicamente, in un secondo tempo, quando si fa storia del "particolarmente umano" nel seno di una data civiltà, operando in essa secondo il tempo ed il luogo che di detta civiltà sono propri. Al centro del mito ( e del culto) sta come atrore l'uomo il quale dunque è anche l'involontario e spontaneo creatore (il mito non ha scopi esplicativi, né sviluppi allegoristici) del mondo divino che è l'oggetto della mitologia. Ciò che costituisce il loro debole del sistema è di aver posto il fondamento della mitologia nel "generalmente umano", nelle figure divine, figlie dell'intuizione, anteriori ad ogni determinazione, che è raggiungibile solo quando scendono nel "particolarmente umano", cioè nelle attuazioni di una data civiltà, sulle quali però è indispensabile lavorare con gli elementi del metodo storico, e della specifica comparazione etnologica.

I m. etiologici si suddividono in: a) miti cultuali propriamente detti, che sono esplicativi di riti. Sono i più importanti e vengono creati per giustificare le celebrazioni di un rito la cui origine si perde nelle brume del passato : ad es., il mito della sepoltura di Osiride, considerato come prototipo del rito funerario egiziano; questi miti sono anche detti demiurgici in quanto riportano a un divino operatore la prima istituzione degli usi o costumi o insegnamenti che il rito riproduce e il mito narra; 8) miti iconici sorti a spiegare il perché di una figurazione: cosi la statua di Vulcano, monocolo, collocata nel Vulcanale ha dato origine alla leggenda di Orazio Coclite ( = monocolo); c) miti etimologici che vogliono spiegare il perché di un nome; ad es., il nome Laterano fatto derivare nel medio evo da latet rana, da una rana cioè vomitata da Nerone e ivi segretamente allevata. Vi sono poi numerosissimi miti etiologici particolari suggeriti dai più vari motivi naturalici, animali, vegetali di cui è ricca la mitologia dei popoli sia primitivi sia culturali.
III. Interpretazione naturiatica. - Il tentativo d'interpretare i miti sorge quando il loro contenuto non è più conforme alla mentalità filosofico-religiosa e alla coscienza morale del gruppo. In genere questi tentativi d'interpretazione attingono le direttive alle idee filosofiche e scientifiche in voga al loro tempo e le applicano alla narrazione mitica con l'aiuto compiacente dell'etimologia. Già Teagone de Regio che viveva nella seconda metà del sec. vi a. C. dava di Omero un'interpretazione fisica conforme alle conclusioni dei filosofi della Jonia e vedeva nella lotta degli opposti guerrieri il contrasto del caldo con il freddo, del fuoco con l'acqua: Apollo, Efesto, contro Posidone e lo Scamandro. Gli Stoici accertarono in pieno questa interpretazione fisica e per essi nella Teogonia esiodea il Caos è l'elemento umido, Gaia è il sedimento terroso che si deposita in fondo all'acqua, la Notte figlia del Caos è il vapore fitto che si leva dall'umidità, il Cielo figlio di Gaia è l'aria sottile che proviene dalle esalazioni della terra, Crono che mutila Urano è il tempo che limita e arresta la fecondità della natura, Zeus che incatena Crono è il principio primo che dirige a regola il corso del tempo, e cosi via. Questa interpretazione stoica del mito è riassunta assai bene da Varrone (s. Agostino, De Civ. Dei, VII, 14) il quale dimostra, con l'appoggio di etimologie sovente arbitrario, che le varie divinità sono le personi-

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(fol. Fides)
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(fol. Spartaca Appetiti)
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(fol. Masei Etn. Miss. Lat.)
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(fol. Spartaca Appetiti)
In alto a sinistra: GIUSEPPE E MARIA IN CERCA DI ALLOGGIO. Pittura su seta di Lu-Hung-Nien (Cina) Roma, Mostra d'Arte missionaria 1950. In alto a destra: MADONNA CON IL BAMBINO, acquerello su seta di Teresa Koseki Kimiko (Giappone) - Roma, Mostra cit. In basso a sinistra: MADONNA DI GUADALUPE. Musaico di paglia colorata - Tarahumara (Messico). In basso a destra: LASCIATE CHE I FANCIULLI VENGANO A ME. Pittura di Luca C'en (Cina) - Roma, Mostra cit.

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(Int. Comune di Bune)
In alto: RILIEVO MITRIACO con scena di comunione di credenti - Serajevo, Museo. In basso: MITHRA CHE IUGULA IL TORO. Ai suoi fianchi Caute (sole all'alba) e Cautopate (sole al tramonto). In basso a sinistra M. che trascina il toro (transitus Mithræ) in alto il Sole e la Luna, tra i quali 4 stelle, a significare il carattere astrale assunto dal mithraismo - Roma, Musei di Roma.

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(da W. F. Vabach, I Iresuti del Museo Sacro Vaticano, Roma 1942, p. 60, tar. 59)
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(ftd. Gutt. Musei Vaticani)
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(ftd. Gub. Iut. aaz.)
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(ftd. Scuola superiore d'Arte cristiana "Beato Angelico" Milano
In alto a sinistra: MITRA DEL SEC. XIV. Ricamo di scuola palermitana - Vaticano, Museo sacro. In alto a destra: MITRA DI SETA bianca tramata in argento con pietre preziose (fine sec. xvi) - Monreale, Duomo. In basso a sinistra: MITRA DETTA DI S. BONAVENTURA (sec. xv) presso i PP. Conventuali di Bagnoregio. In basso a destra: MITRA PER MONS. FACCHINETTI (1936) - Ricamo policromo della Scuola superiore d'arte cristiana Beato Angelico, Milano.

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(1)C. Ithert)
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ficazione da fenomeni della natura o degli elementi dell'universo. Cosi Giano (ab eundo) è il cosmo che gira continuamente su se stesso, Giove è l'anima del mondo e riassume la vita universale risiedendo nell'etere che è la parte più pura e più alta del cosmo; Nettuno è quella parte dell'anima del mondo che penetra le acque; altra sczione del cosmo è la terra detta anche Cerere o Opi perché lavorandola si migliora, o Proserpina perché ne escono fuori le biade, o Vesta perché si riveste di erbe; Saturno presiede alla semente e se il mito dice che divora i figli, vuol significare che il seme rientra nella terra donde è uscito; Giumone è l'aria ed abita perciò la regione immediatamente sottoposta all'etere; Diana è la luna i cui raggi son simboleggiati dalle frecce che la dea lancia, mentre la sua verginità significa la sterilità delle vie cui è preposta, che non producono vegetazione, e cosi via. Questa esegesi stoica, panteistica nel fondo, ebbe il merito di essere un'interpretazione molto ragionevole e felice delle divinità popolari e fini per renderle accettabili anche agli spiriti colui : su questo binario è rimasta l'interpretazione della mitologia fino alla fine del paganesimo.
IV. Intropparazione storica. - L'interpretazione storica del mito prende anche l'epiteto di evemeristica da Evemero di Messene (fine del sec. Iv a. C.). Per lui gli dèi non sono che uomini abili e furbi, deificati dopo morte grazie alle loro brillanti azioni: Giove stesso è stato uno di questi che dopo aver percorso cinque volte la terra e aver dato agli uomini le leggi dell'agricoltura e della vita civile è morto a Creta dove ancora si può vedere il suo scpolcro. Questa interpretazione, che trovava in qualche modo una conferma nel culto degli eroi (uomini deificati dopo morte) e s'inquadra bene nella concezione antropomorfica degli dèi cosi spiccato presso i Greci, piacque agli storici, ad es., a Polibio, e fu apprezzata dai Padri della Chiesa che vi scorsero un buon arsenale di argomenti per combattere il paganesimo, sia perché riduceva ad umana la statura degli dèi, sia perché frazionando in altrettante figure storiche i vari aspetti di una stessa divinità escludeva in radice ogni forma di quel sincretismo che riavvicinando e unificando le figure divine le considerava come manifestazioni diverse dell'unica divinità (esempio tipico il neoplatonismo) e con ciò innalzava e quindi rafforzava la speculazione filo-sofico-teologica del morente paganesimo.

Il medioevo, epoca di pensiero speculativo e non critico, e di sistemazione filosofico-teologica del pensiero cristiano, non si preoccupò di esegesi mitografica anche perché suo avversario religioso non era più il paganesimo, ma erano il giudaismo e l'islamismo, religioni immateriali che andavano combattute con tutt'altro armi. L'Umanesimo e il Rinascimento con il riabilitare la letteratura e la cultura antica, e la riforma protestante con lo spronare a un esame più approfondito della Bibbia provocarono da un lato lo studio erudito della mitologia e interpretarono dall'altro, rinnovando la tesi degli apologisti cristiani, i miti e le credenze pagane come un plagio della S. Scrittura. Si arriva cosi attraverso l'erudizione del Seicento e al razionalismo del Settecento (deismo inglese, enciclopedismo francese, illuminismo tedesco) all'Ottocento che inaugura con F. Max Müller l'esegesi filologica e comparata della mitologia specialmente della grande famiglia indoeuropea; e con E. B. Tylor l'esame dei miti dei popoli primitivi studiati come immediata espressione della loro visione della realtà sperimentata e poi fantasticamente arricchita per l'associazione delle idee, in virtù dell'analogia.
V. Mito e culto. - Il mito è un elemento necessario della religione non solo perché, dato che J'uomo è un essere ragionevole, una certa concezione dell'universo deve essere implicita in ogni religione, ma anche perché la funzione del mito è indispensabile come simbolo unificatore del gruppo sociale, sia nel pensiero sia nell'azione. Questo suo valore di sibioulo della vita sociale spiega perché, cambiando le condizioni della società, il mito finisce per diventare troppo angusto ed insufficiente per il gruppo che se
ne giova; ed allora viene sostituito da una creazione mentale più ampia, più comprensiva, più morale che finisce per giungere al valore di un sistema metafisico. Il vecchio mito resta come cosa superata e comprensibile ormai soltanto a condizione o di venire degradato al rango di una fiaba o di venire allegorizzato come ricettacolo di un alto insegnamento religioso e morale.

Mito e culto sono dunque i due elementi inscindibili del fatto religioso. Il culto si presenta come l'espressione di quella emozione mistica che è specifica della religione, il mito è il commento razionale degli atti del culto, che ne spiega lo sviluppo e le direttive, che ne unifica le manifestazioni, che, in mancanza di una tradizione scritta, è la somma codificata di tutte le esperienze attraverso le quali il gruppo non solo si è dato una ragione di se stesso e dell'universo, ma ha anche provveduto alla sua ordinaria esistenza fissando le norme in virtù delle quali esso può vivere la sua vita, sia questa l'angu-
sta esistenza di un clan orrante o quella politicamente evoluta di una città o di una nazione.

Bibs.: W. Wundt, Mythos und Religion (Völkergeschichte, 4, 5, 6). Lipsia 1905: B. Malinowski, Myth in primitive psychology, Londra 1926; K. Th. Preuss, Der religiöse Gehalt der Mythen, Tubinga 1933; A. H. Krappe, La genèse des mythes, Parigi 1938; R. Pettersoni, Miti e leggende, L. Africa fastiialia, Torino 1948; C. G. Jung-N. Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, trad. it., Torino 1948; M. Eliade, Traité d'histoire des religions, Parigi 1949; C. Kerényi, Miti e misteri, trad. it., Torino 1950.

Nicola Turchi
MITRA. - Capricapo liturgico, insegna distintiva del papa, dei cardinali e vescovi, ai quali compete per diritto; e anche di abati, prelati e canonici, ma in forza di un privilegio particolare. La forma attuale è di un copricapo a soffietto, con le due parti terminanti in punta (cornua), tenute dritte da una fodera di rinforzo e collegate da un tessuto frammizzato, e con la parte posteriore ornata di due appendici a striscia (fasciae, vittae, penduli, fanones, infulae).

Intorno all'origine e all'antichità si discute; la prima testimonianza sicura risale al sec. xi e a Roma. Leone IX (1049-54) concesse la m. romana all'arrivescovo Everardo di Treviri, che l'aveva accompagnato a Roma, pro investitura ipsius primatus (della Chiesa di Treviri), affinché egli e i suoi successori se ne servissero pro ecclesiastico officio, a ricordo della loro dipendenza da Roma (Jaffé-Wattenbach, II, 4138). Due anni dopo (1051) Leone IX la concesse ai cardinali della Chiesa di Besançon e Bamberga per determinate occasioni. A poco a poco l'uso si estese e nella seconda metà del sec. xir la m. è di uso generale presso tutti i vescovi, con o senza il permesso esplicito del papa. La prima concessione certa ad abati è del 1063 . Talvolta la m. fu concessa anche a principi laici, ad es., da Nicolò II (1059-61) al Duca di Boemia, da Lucio II (1144-45) al Re di Sicilia. Incoronando l'imperatore, il papa gli metteva dapprima la m. clericalis, poscia il diadema imperiale (Ordo Rom., XIV, 105 : PL 78, 1241).

A seconda della ricchezza e dell'uso, si distinguono tre sorti di m .: la m. semplice di seta bianca (o di tela di lino bianca) con frange rosse (usata nelle benedizioni, nelle funzioni dei morti, nel Venerdí Santo); la m. aurifragiata (auriploragista) di tela d'oro senza altro ornamento (usata nell'Avvento, nella Quaresima, eccetto le domeniche Gaudete e Laetare, nelle vigilie; ed anche nella Messa e nei Vespri al trono o alla cattedra); la terza, preziosa, ornata di ricami d'oro, seta e pietre preziose (nelle feste più grandi, andando all'altare e ritornando in sacrestia, nell'impartire la benedizione solenne, nelle processioni solenni). La m. non segue i colori liturgici.

La m. viene sempre deposta, quando il vescovo recita un'orazione (I Cor. 11, 4), o quando il diacono canta

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il Vangelo, e al canto del Benedictus e del Magnificat.

Presso i Greci e nei riti orientali, la m. non ha la forma latina, ma quella di una corona regale sormontata da una croce; usata dal sec. XV, prima dai patriarchi e metropolitani, poi anche dagli altri vescovi; soltanto i patriarchi d'Alessandria usavano già dal sec. x un copricapo liturgico a forma di turbante.

Bibl.: J.Braun, Die liturg. Gewandung im Oerident und Orient, Friburgo in Br. 1907, pp. 424-98 (trad. it., Torino 1914), pp. 147 157: M. Righetti, Mon. di stor. liturg., I, Milano 1950, pp. 131-36; Th. Klauser, Der Ursprung der bischöf. Insignien und Eberserichte, Krefeld 1930, pp. 17 22. Pietro Siffrin
La m. mell'arte. - La forma della
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(Ist. Enc. Catt.) Mitra. - Pontefice con m. comica, Particolare di una delle minieture dell'Exultet n. I (ca. il 1000) - Bari, Archivio della Cattedrale.
m. ha subito trasformazioni nei secoli. Delle prime, a foggia di berretti conici terminanti a punta, si ha forse l'esempio più antico nel rotulo dell'Exultet dell'Archivio del duomo di Bari, degli inizi del sec. xi. Dalla forma conica si passa a quella rotonda, successivamente schiacciata nel mezzo in alto, cosi da formare due rigonfiature laterali (v. la figura dell'arcivescovo Federico di Colonia [11001131] nel codice miniato delle lettere di s. Girolamo, del duomo di Colonia). Dalle rigonfiature laterali derivano, con ulteriore trasformazione, i cornua rigidi che si mantengono tali sempre, anche quando la m. viene disposta sul capo non più con le punta sulle tempie, ma sulla fronte e la nuca e le appendici vengono attaccate in fondo al corno posteriore, anziché nell'avvallamento. E cosi che si ritorna alla forma a cono primitiva, ma divenuta a soffietto. Le proporzioni sono tuttavia cambiate; fin dal sec. xiv la m. si allunga notevolmente e dal sec. xvi in poi i lati dei corni si vanno inarcuando sempre più, fino a formare, come si vede anche nella m. attuale, un vero arco acuto. Si conservano esempi di m. che risalgono ai secc. xir-xiv: in Italia, quelle di lino bianco della chiesa della S.ma Trinità di Firenze, della cattedrale di Anagni, della parrocchiale di Castel S. Elia, di Ferentino, quest'ultima ritenuta di Celestino V, e, in stoffa damascata, quella di Giovanni XXII, nel Museo sacro della Bibl. Vaticana e nella collez. Abbey di Torino, e m. con decorazioni o lungo il bordo attorno all'orlo (in circulo) o alla punta del corno fino al bordo (in titulo). Dapprima le ornamentazioni si facevano con galloni; dal sec. xili in poi, sia il circulus che il titulus e le appendici sono sovente ornate con figure in ricamo. Si conservano bellissimi esempi di m. ricamate (v. STOFFE) dei secc. xir e xiri nel Tesoro della cattedrale di Anagni, in S. Zeno a Verona, nel duomo di Cividale, e, del sec. xiv, nel duomo di Fiesole, nel Museo nazionale di Ravenna, nel duomo di Urbino, in S. Pietro in Vincoli a Roma. Il ricamo si estende talvolta tanto da coprire tutta la parte anteriore della m., esal che il « citolo» è interamente ricamato a figure o a decorazioni. Esempio del sec. xiv di m. interamente ricamata è quella del Museo di Cluny a Parigi, in seta bianca lavorata in nero con rappresentazioni finissime della sepoltura di Cristo e il bordo con mezze figure di Apostoli entro cornici architettoniche. Alla fine del ' 500 e in età barocca la m. non è più decorata con
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(Ist. Enc. Catt.) Mitra. - Vescovo con m. tonda. Particolare di una delle minieture dell'Exultet n. 2 (sec. xil) - Troia, Cattedrale.
ricami a figure o con pietre preziose, ma con ricami applicati e ricchi, a carattere ornamentale: p. es., la fastosa m. della cattedrale di Friburgo. - Vedi tav. LXXVII.

Bibl.: H. Bergner, Handbuch der bischl. Kunstaltertümer, in Deutschland, Lipsia 1905, pp. 377-78; J. Braun, Die liturgische Gewandung in Oerident o. Orient, Friburgo in Br. 1907, p. 468; P. Tuscica, Storia dell'arte ital., Torino 1927, pp. 1139, n. 31 e sgg.; V. F. Volbach, I tessuti del Museo sacro Vaticano, Roma 1942. Luiza Mortar.

MITTARELLI, Giovanni BeNEdetto. - Benedettino camaldolesc, n. a Venezia il 2 sett. 1798, m. a Murano il 14 ag. 1777. Si dedicò, sotto la guida del Calogero, alle ricerche erudite. Nel 1747 fu inviato, come cancelliere della sua Congregazione, a Faenza. Abate della provincia di Venezia dal 1756, divenne nel 1760 abate di S. Michele a Murano e nel 1764 abate generale dell'Ordine. Tenne a Roma per cinque anni questa carica, favorito da Clemente XIII.

Il suo capolavoro è costituito dagli Annales Camaldulenses Ordinis S. Benedicti (Venezia 1773), da lui compiuto, con l'aiuto di Anselmo Costadoni, secondo il modello offerto dal Mabillon: abbracciano il periodo che vo dal 907 al 1764 . Tra le opere minori è la postuma Bibliotheca codicum manuscriptorum S. Michaelis Venetiarnm prope Muriamum.

Bial.: P. Paschini, s. v. in Enc. Ital., XXIII, p. 487; H. Kienci s. v. in LThK, VII, col. 243.

Fausto Fonzi
MITTERMÜLLER, Rupert. - Storico e sacerdote, n. il 7 giugno 1814 a Mainburg in Baviera, m. l'11 dic. 1893 a Metten. Studiò a Landshut, Monaco e Ratisbona e fu ordinato sacerdote nel 1837 . Ebbe quindi cura di anime ed entrò nel 1842 nel monastero benedettino di Metten. Dal 1846 al 1849 fu amministratore del monastero di Andechs e dal 1849 al 1869 professore di storia a Metten, ma lasciò la cattedra con l'inizio del Kulturkampf bavarese.

Insegnò quindi teologia a Metten, dove fu anche bibliotecario e priore. Tra i suoi scritti si ricordano: Das Kloster Metten und seine Abte (1856); Leben und Wirken des frommen Bischofs Michael Wittmann (1859); Erbauliche Züge aus dem Leben des Bischofs Michael Wittmann (1863); Die heiligen Hostien und die Juden in Deggendorf (1866); Beiträge zu einer Geschichte der ehemaligen Benedihtineruniversität in Salzburg (1889).

Bibl.: W. Kosch, Das katholische Deutschland, Augusta s. d., coll. 3024-25, con bibl.; W. Fink, s. v. in LThK, VII, col. 245, con bibl.

Silvio Furlani
MITU, PREFETURA APOSTOLICA di. - In Colombia, eretta il 9 giugno 1949 per smembramento del vicariato apostolico di Piani di S. Martino (oggi Villavicencio). Comprende l'intera comissaria di Vau-

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pès, situata nelle regioni orientali. E affidata al Seminario per le missioni cstere di Yarumal, che vi ha inviato 8 sacerdoti con alcuni coadiu tori laici.

La Missione ha una superfice di 150.000 kmq ., con una popolazione di 8000 ab., composta di bianchi ed
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(da M. Greger, Der gasser Ornat in K.N. (ret. Mat., Vienna 1968, p. 87)
Mitra - M. di s. Tommaso di Canterbury (sec. XII) - Siena.

indi. I primi attendono alla coltura del cacao e vivono nella cittadina di M., capitale del territorio, S. Josè del Guaviare e Calamar; conducono vita assai licenziosa e vedono di mal occhio i missionari perché rimproverano loro i cattivi costumi e difendono i diritti degli indi. Questi sono sparsi lungo le rive dei fiumi; in ogni grande capanna, chiamata maloca, abitano varie famiglie.

I missionari hanno tentato di radunarli in piccoli centri, ma finora sono riusciti a formare solo quattro villaggi con scuole e chiese sulle sponde del torrente Papuri, denominati Acaricuara, Monofort, Piracuara e Teresita. Il numero dei cattolici è di difficile valutazione. Da calcoli approssimativi si può presumere che ammontino a 4500 . Il lavoro missionario è reso duro dalla vasta estensione del territorio e dalla limitatezza delle vie di comunicazione, per la maggior parte mulattiere, impraticabili durante le stagioni piovose. Presentemente si stanno organizzando collegi e scuole professionali per provvedere all'educazione della gioventù. La suore Hermanas de Maria Immaculada y de S. Catalina de Sena, Congregazione missionaria, con casa madre a Madellin (Colombia), attendono alla cura degli ospedali e degli asili.

Bibl.: AAS, 42 (1050) pp. 133-34; Arch. di Prop. Fide, Relazione n. 30, pos. prot. n. 1743/49; MC, 1930, p. 43. Antonio Mazza

MIXTECAS, diocesi di: v. huajuapam de ledor, diocesi di.

MIYAZAKI, prefettura apostolica di. - Situata nella parte orientale dell'Isola Kyūshū (Giappone meridionale), comprende le due province civili di M. e Oita. Questa circoscrizione fu prima eretta in missione sui iuris ( 27 marzo 1928) e quindi elevata in prefettura apostolica il 28 genn. 1935, venendo affidata alla Socictà salesiana di s. Giovanni Bosco. Il 15 febbr. 1946 fu trasferita al clero secolare giapponese, continuando però i Salesiani a prestare la loro opera in qualità di ausiliari. Ad essi recentemente si sono aggiunti alcuni Padri delle Missioni estere di Parma, limitandosi i prii i a svolgere il loro apostolato nella provincia civile di M. e i secondi nella provincia di Oita, in forza di una convenzione stipulata tra fil vescovo di Fukuoka, amministratore apostolico di M., e le rispettive società missionarie.

Questa missione ha una superfice di 16.072 mathrm{~kmq}. a una popolazione di 2.098 .172 ab. (censimento del 1948), di cui appena 2960 sono cattolici, con 407 catecumeni. Tutti gli altri sono buddhisti o shintoisti. La maggior parte degli abitanti sono dediti all'agricoltura e alla pesca; solo una minoranza attende alle industrie.

L'evangelizzazione di questa regione risale a s. Francesco Saverio. Egli venne ricevuto nel 1551 a Funai (oggi Oita) dal daimyo Otomo Sorin, in seguito divenuto cristiano con il nome di Francesco. Nel 1588 fu eretta a Funai la sede episcopale del

Giappone, affidata ai Gesuiti. Passato il lungo periodo di persecuzione, nella prima metà del sec. xix i Padri della Società delle Missioni [Estere di Parigi intrapresero la loro opera in questa missione. Nel 1923 vi giunsero i Salesiani. Vi sono 23 sacerdoti, di cui 2 giapponesi e 3 italiani; 33 suore giapponesi e 5 maestre; 8 quasi parroceche; 1 stazione primaria e 4 secondarie; 18 edifici sacri; 3 orfanotrofi; 3 ricoveri; 2 scuole elementari; 2 scuole medie; una scuola superiore.

Bibl.: MC, 1950, pp. 406-407; Archivio della S. Congreg. di Prop. Fide, Relatio quinquennalis, 1943-50, pos. prot. n. 4116/50; id., Prospectus status missionis, 1949-50, pos. prot. n. 4354/50; AAS, 20 (1928), pp. 220-21; 27 (1935), pp. 425-26. Edoardo Pecoraio

MOAB. - Figlio di Lot per incesto con la primogenita (ebr. M ā^{′} ā b h; nella stele di Mesa m^{′} b; assiro M a^{′} a b a, M a^{′} b, M u^{′} a b a; egiziano Muaba; interpretato dai Settanta èn mũ maţaic uou, mè-ábhî, in rapporto all'episodio delle figlie di Lot, Gen. 19, 34-37). Da esso ebbe origine il popolo dei Moabiti, che diede il nome di M. al territorio che occupava; onde M. è indicazione etnografica ( m ā^{′} a b h hat{imath} ) e geografica ('eres M. o tēdhê M. = i campi di M. = : Ruth 1, 1, ecc.).

Il paese di M., tra Ammon a nord ed Edom a sud, originariamente abitato dagli Emim, confinava ad est con il gran deserto siro-arabico mediante una grossa striscia denominata «il deserto di M. * (Deut. 2, 8.13; Judc. 11, 17), lungo la quale Israele salì, per non toccare il paese di M. Il torrente Zared (Wādi el-Hesā) lo delimitava nettamente a sud (Num. 21, 11 sg.; 33, 43 sg.); ad ovest, il Mar Morto e il corso inferiore del Giordano. A nord, la frontiera fu instabile; inoltre vi furono molte infiltrazioni ammonite. Anticamente essa raggiunse il Wādi Na'ū; al di là di Hesebon, e il Wādī Nimrīn. Il regno amorrita di Schon e l'insediamento delle tribù israelite di Gad e Ruben ridussero M. a sud dell'Arnon, spessu considerato pertanto il suo confine settentrionale. La stele di Mesa (v.), le rivendicazioni di Iephte, le allusioni di Isaia e di Geremia dimostrano però che M. aveva ricuperato con il tempo le sue sedi a nord dell'Arnon (Num. 21, 25-32; Deut. 2, 24.36; Ios. 13, 25; Judc. 18, 18.22; Is. 15, 4; Ier. 48, 21; F.-M. Abel [op. cit. in bibl.], I, p. 279); fino alle «steppe di M. " ("arbēth M.), la fertile pianura tra il Giordano e i monni 'Arábhīm, tra il Mar Morto e il Wādi Nimrin, dove accamparono gli Israeliti prima di passare il Giordano e dove praticarono il culto licenzioso al Baal di Pe'ôr (v. beelphiegor), che non è altro che Chamos, il dio nazionale dei Moabiti (cf. le stele di Mesa, di el-Balū̄ah [ca. 1300 a. C.]; Num. 22, 26; Deut. 3, 29; Ios. 13, 20).
M. già allora appare ostile agli Israeliti, con il suo re Balac, figlio di Sephor, celebre per l'episodio
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Miyazaki, prefettura apostolica di - Libreria cattolica dei Salesiani.

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(fot. Alinari)
Mochi, Francesco - Angelo annunciante - Orvieto, Museo dell'Opera del Duomo.
di Balaam l'indovino (Num. 22-24). Per tale ostilità nessun moabita, fino alla decima generazione, potrà essere ammesso nel popolo d'Israele (Deut. 23, 3-6). Al tempo dei Giudici, Eglon re di M. opprime gli Ebrei nella pianura di Gerico e in tutta la regione circostante; sono liberati da Aod o Ehud (Iudc. 3, 11-30). Saul combatté contro M. (I Sam. 14, 47). David infine sconfisse e sottomise M., punendone severamente i soldati con una specie di decimazione (II Sam. 8, 2). Mentre era perseguitato, egli aveva condotto a Masphe di M. i suoi genitori, ospiti del Re, per sottrarli alla vendetta di Saul (I Sam. 23, 1-4), ché Ruth sua antenata era una moabita (Ruth 4, 13-22). Dopo la morte di Salomone, M. è di nuovo indipendente fino ad Amri (v.), che lo rende tributario del Regno d'Israele, cui deve ogni anno 100.000 agnelli e altrettanti montoni da lana (stele di Mesa; II Reg. 1, 1). Il re Mesa (sec. Ix) nella sua stele enumera i successi riportati contro Ioram ( 853-842 ), re d'Israele, dal quale rimase indipendente (II Reg. 3). Iehu in seguito ricuperò qualcuna delle città perdute; ma tutto M. fu conquistato da Hazael di Damasco (II Reg. 10, 33 sg.). Con Ieroboam II (783-743) ritorna ancora tributario d'Israele (II Reg. 14, 25).

Nei secc. viit-vii M. fu sotto il dominio assiro. - I suoi re figurarono nelle liste cuneiformi dei tributari : Salamanu sotto Teglathphalasar III (731), Kamusunadbi (Chamosnadab) sotto Sennacherib (701), Musuri (v'egiziano-) sotto Asarhaddon e Assurbanipal (673-668) (F.-M. Abel [op. cit. in bibl.], p. 280). Dopo la ribellione di Ioakim (ca. 601 a. C.), schiere di Moabiti, Ammoniti ed Edomiti s'unirono alle forze coldee ed attaccarono Giuda (II Reg. 24, 2; cf. Ier. 12, 7-17). Nel 594 M., con Ammon, Edom, Tiro e Sidone, sollecitano Giuda alla ribellione contro Nabuchodonosor (Ier. 27, 1-11). Nel 588 si ribellò ai Caldei insieme a Giuda. Flavio Giuseppe (Antiq.

Iud., X, 9, 7) narra che 5 anni dopo la distruzione di Gerusalemme Nabuchodonosor mosse guerra ad Ammon e a M. (cf. Ez. 21, 28-32). A partire dal periodo persiano, M. è assorbito a poco a poco dagli Arabi (cf. Ez. 25, 10) e poi dal Regno dei Nabatei (cf. Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIV, 1, 4; 5, 2). "Gli Asmonei disputarono ai Nabatei il possesso di M., per gli antichi diritti di Gade Ruben. Erode annesse a Galaad il territorio a nord delI'Arnon, formando la Perea. M. ricadde per qualche tempo sotto il dominio di Areta, prima di entrare nella provincia romana di Arabia" (F.-M. Abel [op. cit. in bibl.], p. 280). Si adempirono cosi le profesie contro M. (Is. 15-16; Ier. 48; Ez. 23, 8-11; Soph. 2, 8-11), spesso crudele e inumano (Am. 2, 1).

Bibl.: L. Heidet. s. v. in DB, IV, coll. 1138-78; L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, pp. 68 sg., 133-37, 297; II, ivi 1930, pp. 19, 60 sg., 69, 102, 133, 224 sge., 228 sg.: F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, ivi 1933, pp. 278-81, 383 sg., 429 sg., 489; A. Pohl, Historia populi Ixuall, Roma 1933, pp. 54 sg., 62 sg., 74, 83; A. Clamer, in La Ste Bible (ed. L. Pirni), II, Parigi 1040, pp. 380-402, 576 sg.; L. Marchal, ibid., IV, ivi 1949, pp. 186-90; F. Spadafors, Eerchiele (La S. Bibbia, ed. S. Garofalo), Torino 1948, pp. 200 sg., 261, 263.

Francesco Spadafors
MOBILE, diOCESI di. - Città e diocesi nello Stato di Alabama, negli Stati Uniti d'America.

Comprende lo Stato di Alabama ( 51.540 migliaq.) e la parte occidentale della Florida per 7281 migliaq. per una superfice complessiva di 38.821 migliaq. La diocesi ha una popolazione di 3.048 .891 mathrm{ab}. (censimento 1940) dei quali 70.739 cattolici (1950); conta 101 parrocchie, 69 cappelle, 61 missioni, 60 stazioni, servite da 124 sacerdoti diocesani e 178 regolari; ha 15 comunità religiose maschili, tra le quali l'abbazia di S. Bernardo a Brookside e 29 femminili; 4 tra seminari e scolasticati, 3 colleges, tra cui il fiorente Spring's Hill College dei Gesuiti; 15 HighSchools diocesane e parrocchiali, e 60 scuole parrocchiali; nel 1949 si ebbero 797 conversioni.

Deve il suo nome da Mauvila, città capitale del Golfo Indiano, conquistata dallo spagnolo Hernando de Soto nel 1540. Da allora all'inizio del sec. xvili la vallata del Mississippi venne assistita da missionari domenicani, gesuiti e cappuccini, fino all'erezione della prima parrocchia il 20 luglio 1703 nel Fort St. Louis de la M. fondato dall'esploratore Iberville; ma la parrocchia fu alle dipendenze del Seminario per le Missioni Estere di Parigi fino al 25 apr. 1793 in cui Pio VI ereò la diocesi di St. Louis (Luisiana e Florida) oggi Nuova-Orleans. Il papa Leone XII eresse M. sede di prefettura apostolica nel 1824 e nel seguente anno sede del vicariato apostolico.

Pio VIII il 15 maggio 1829 creò la diocesi di M. Primo vescovo fu mons. M. Portier (m. nel 1859); suoi successori furono mons. J. Quinlan (1859-83), mons. D. Manuey (1884-85); J. O'Sullivan (1885-96); E. P. Allen (18971926); J. J. Toolen dal 1927.

La diocesi è suffraganea di Nuova Orleans. La Cattedrale è dedicata alla Immacolata Concezione.

Bibl.: F. I. Eaton, s. v. in Cath. Eur., X, pp. 410-12; The Official Catholic Directory 1930, Nuova York 1950, pp. 427-31. Enrico Jesi
MOCHI, Francesco. - Scultore, n. a Montevarchi il 29 luglio 1580 , m. a Roma il 6 febbr. 1654. Sui vent'anni si trasferì a Roma e collaborò con il vicentino Camillo Mariani per varie chiese romane.

Tra il 1603 e il 1610 scolpiva a Orvieto le sue prime statue di rilevante qualità: l'Angelo annunciatore e l'Annunciata (Museo dell'Opera del Duomo). E poco dopo, di ritorno a Roma, vi eseguiva un pregevolissimo S. Matteo per l'esterno della Cappella Paolina, in S. Maria Maggiore. Furono però i due monumenti equestri in bronzo di Ranuccio e Alessandro Farnese, compiuti a Piacenza dal 1612 al 1629, ad affermare pienamente la sua rinomanza a cui si mantenne pari con la bella statua di S. Marta in S. Andrea della Valle a Roma (1629), ma, in seguito, la colossale, enfatica figura della Veronica nella Basilica Vaticana (1640), le mediocri statue del Batterimo di Cristo (ora in prossimità di Ponte Milvio)

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diedero esca alle critiche e alle congiure dei suoi rivali G. L. Bernini e Algardi, per cui gli ultimi anni del M. trascorsero fra le tribolazioni e le umiliazioni professionali. Soprattutto nel gruppo equestre del duca Alessandro il M. ha raggiunto una piena concordanza di elementi stilistici, dominando con le innate virtù toscane il pittorizismo e l'empito lirico e dinamico, appresi nei contatti con l'arte veneta, mentre i rilievi nei duc piedestalli, particolarmente quello che rievoca il Ponte sulla Schelde, per il blocco militare di Anversa, presentano squisitażse di paesistica e di ambientazione atmosferica affatto moderne. Gli si devono, inoltre, alcuni busti ritrattistici in marmo di forte rilievo, le migliori espressioni del barocco romano, come quello del principe Carlo Barberini (collezione Barberini a Roma, dove pure si conserva una piccola statua equestre in bronzo, raffigurante il medesimo personaggio) e l'altro del card. Ladislao D'Aquino in S. Maria sopra Minerva.

Bibl.: L. Dami, F. M., in Dedalo, 5 (1924-25), pp. 99-132; H. Wittkower, s. v. in Thieme-Becker, XXIV, pp. 601-602; G. De Logu, La scultura italiana del Seicento ecc., Firenze 1932, parte 1*, pp. 14-18; P. Della Peronla, L'attivita di F. M. a Roma, in Boll. d'arte, 27 (1933), pp. 103-10; id., Due busti di F. M., in L'arte, 9 (1938), pp. 167-80; id., Per F. M., in Arti figurative, 1-2 (1946), pp. 78-80; J. Hess, Nuovi aspetti dell'arte di F. M., in Boll. d'arte, 29 (1935), pp. 209-19; F. Stappani, F. M. e le sue opere (fortunate, in Capitolium, 12 (1942), pp. 401-403; V. Martinelli, Alcune opere inedite di F. M., in Arti figurative, 1-2 (1946), pp. 72-77.

Alberto Ncppi
MOCQUEREAU, ANDRÉ. - Monaco benedettino, n. a La Tessoualle (Maine-et-Loire) il 6 giugno 1849, m. a Solesmes il 18 genn. 1930. Professo benedettino a Solesmes nel 1877, sacerdote nel 1879, diventò il collaboratore di D. Pothier nella restaurazione del canto gregoriano.

L'iniziativa di Pio X per una edizione ufficiale dei canti liturgici (1904), mise al servizio della Chiesa le grandi risorse di scienza e di arte già accumulate dal M. e dal suo gruppo di monaci solesmensi. I volumi della Paléographie musicale, dal 1880 in poi, sono merito del M. Per gli scienziati la Paléographie musicale rappresenta tuttora un materiale di lavoro unico, come la raccolta dei migliori documenti musicali liturgici dei sec. ix, xi e xir, secondo le diverse scuole di scrittura neumatica. Per la conoscenza della dottrina del M. servono soprattutto gli studi da lui pubblicati nei voll. I, IV, VII. L'opera sua magistrale, Nombre musical gregorien (I, Tournai 1908; II, ivi 1927), riprende argomenti già trattati nelle introduzioni ai volumi della Paléographie che ricompaiono in vari opuscoli e nei numerosi articoli nella Revue grégorienne ed in conferenze a Parigi, Roma, Washington, ecc. Seguace del Pothier quanto all'unità ritmica della parola latina (cf. Nombre musical, II, p. 231), se ne stacca nell'affermare una maggiore libertà del ritmo verso l'accentuazione intensiva, verbale o no; e l'originalità del M. consisterebbe nel rimettere in onore il concetto ellenico, ritmo = ordo, motus: ne veniva ripristinata la distinzione quasi dimenticata, ma di grande portata pratica, tra ritmo e misura.

Il sistema ritmico applicato dal M. all'esecuzione del canto gregoriano tende a conciliare le leggi generali della ritmica con i dati positivi dei manoscritti musicali delle varie scuole, con le troppo parche spiegazioni dei teorici medievali e con l'austera nobiltà delle funzioni liturgiche a cui sono destinati i canti gregoriani. La diffusione mondiale delle cosiddette edizioni ritmiche dimostra il carattere eminentemente pratico del sistema. Al M. si devono alcuni adattamenti di canti gregoriani e qualche composizione melodica, come Alleluia, Rosa verrazus, ecc.

Bibl.: J. B. Ward, D. A. M., in Orate Fratres, Collegaville 1930, pp. 190-207; G. M. Suñol, Dom M., in Revista musicale catalana, 26 (1930), pp. 23-94, 107-109; J. Smits, In memoriaan, D. A. M., in Studien, 30 (1930), pp. 233-34; J. Galard, Notre grand deuil, in Rème gregorienne, 12 (1930), pp. 1-7; id., La - Paléographie musicale - et dom M., in Paléogr. music., 12 (1931), pp. 9-59.

Pietro Thomas
MODA. - Dal latino modus (forma, maniera, misura), differisce dall'usanza, consuetudine, costume,
perché cambiaquasi giornalmente, costituisce il modello cui correr dietro, in guisa che le cose di m. si fanno perché altri le fa.

La m. accompagna, si può dire, tutte le manifestazioni dell'attività umana: forme artistiche ed artigiane, attività letterarie, l'opinione pubblica persino ubbidisce alla m. così come le fogge del vestire e dell'ornamento, sebbene queste, oggetti specialmente, segnino mutazioni più rapide.
Alle loro variazioni perciò in modo più particolare si applica la voce m. e con essa vanno congiunti quegli ammenicoli che la completano: gioielli, stoffe più o meno ricche e costose, pellicce, addobbi della casa, prodotti di arti minori (forri battuti, cristallerie, lampade, carrozzerie) quanto insomma costituisce il lusso (v.) che è un elemento di prim'ordine nello sviluppo della m. Questa a sua volta è legato al benessere delle diverse classi sociali ed ai mutamenti che nella vita comune introducono nuove scoperte (come l'automobilismo, la metallurgia, la meccanica ecc.). La m. può ledere più o meno gravemente i principi cristiani sia per lo sperpero inconsulto dei beni (quando non è proporzionata alle proprie condizioni o fa trascurare bisogni più importanti del corpo o dell'anima o diventa fanatismo o tirannia, mortificante più alte idealità) che suoni insulto alla miseria pubblica, sia per l'influsso nefasto che con le sue audacie può esercitare sul pubblico costume (quando varca i limiti del pudore o prende l'aspetto e il fine di un'arte adescatrice al vizio o tende, consciamente o anche per leggerezza, a perturbare e sconvolgere gli istinti). Già nell'antichità cristiana gli scrittori ecclesiastici insorgono spesso duramente e crudamente contro le fatuità della m . cui non sapevano sottrarsi i novelli convertiti, specialmente le donne. A limitare gli eccessi della m. e del lusso già al finire del medioevo si tentava resistere con le leggi suntuarie. Dante bolla amaramente la sfacciataggine delle donne fiorentine dell'età sua (Purg., XXIII, 94-108), e nel sec. xviII a Roma si doveva provvedere a reprimere l'eccesso delle scollature muliebri ostentate persino in Chiesa. S. Antonino di Firenze (cf. Summa moralis, Verona 1740, p. 236 sgg.; Confessionale in vulgari, s. I. 1483, ff. 9-10), s. Bernardino da Siena (cf. Due prediche sulla vanità delle donne e sulla viduita, ed. L. Marri Martini, in La Diana, 1-2 [1930], p. 1 sgg.; P. Bargellini, S. Bernardino da Siena, Brescia 1942, pp. 15-24), ed il Savonarola (cf. Pastor, III, pp. 84 sgg., 166 sgg. e passim) tentarono di mettere un freno alle immoralità della m. con i celebri bruciamenti delle vanità. Nessuna meraviglia perciò se anche in seguito la Chiesa, attraverso la voce dei suoi ministri, si trovò costretta a ricorrere ai mezzi in suo potere, per reprimere gli eccessi di un costume paganaggiante che nella m. trova un complice difficilmente debellabile (cf. tra l'altro il decreto della S. Congregazione del Concilio, 12 genn. 1930).

Bibl.: F. Squillace, Psicologia della m., Milano 1912; O. Neuburger, Die Mode: ihre soziologischen u. ökonomischen Grundlagen, Berlino 1913; I. Gomae, Las modas y el lujo, Barcellona 1913; E. Gallo, Il valore sociale dell'abbigliamento, Torino 1914; Barr Estetile de Young, A psychological analysis of fashion motivation, Nuova York 1934; G. Marangoni, Storia dell'arredo e dell'abbigliamento nella vita di tutti i tempi e di tutti i popoli, Milano 1937; G. Rovani, I capricci della m., Roma 1945.

Costante Scarpellini
MODALISMO. - Eresia trinitaria fiorita nei secc. II-III e consistente essenzialmente nell'asserire

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che nella S.ma Trinità il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono persone realmente tra loro distinte, ma solo modi diversi di manifestarsi e di agire di una unica persona divina. E detto anche "sabellianismo", da Sabellio, uno dei suoi principali fautori; "patri" passianismo ", perché, a rigor di logica, doveva concludere che in realtà il Padre stesso s'incarnò, pati e fu crocifisso; " monarchianismo", perché intende ereticamente nel senso di unicità di persona, e non solo di natura, l'antico detto monoteista che nella fede nella divinità bisogna tener la monarchia. L'eresia nacque probabilmente in Asia Minore.

Ca. gli anni 155-6I s. Giustino (Dialogo, 128-29: PG 6, 773 sgg.) allude ad alcuni che al suo tempo insistevano talmente sull'unità di Dio e l'inseparabilità del Figlio dal Padre, da ritenere non solo che il Figlio è δ óvqus del Padre, che non può essere da Lui separato, ma anche che il Padre può a volontà emettere e poi nuovamente assorbire questa sua δ óvqus. Giustino contro di essi insiste sulla reale distinzione del Figlio dal Padre. Una trentina d'anni dopo si vede la dottrina combattuta da Giustino in pieno sviluppo.

Ca. gli anni 180-200 un certo Noeto la diffondeva a Smirne (Ippolito Romano, Hom. contra hoeresim Noeti [ca. 200-10] : PG 10, 804-29, ed. critica di P. Nautin, Parigi 1949; l'opera costituiva probabilmente l'ultima parte del Syntagma [v. Ch. Martin, in Rev. d'hist. eccl., 38 [1941], pp. 1-23; altre notizie nei Philos. [dopo il 222], IX, 7 sgg.; X, 27: CB, III, Hippolytus, pp. 240 sgg., 283 sg.; gli altri storici dipendono da Ippolito, ma Epifanio [Hber., 57 : PG 41, 993 sgg.] permette talvolta di migliorarne il testo). Noeto diceva: se Cristo è Dio, è il Padre stesso, diversamente non sarebbe Dio; il Padre è nato, ha patito ed è morto (C. Noet., i-2). Accusava i cattolici di diteismo ed interpretava allegoricamente il prologo del Vangelo di Giovanni (C. Noet., 11; 14; 15), mentre si appellava ai passi della Scrittura che inculcano l'unicità di Dio (ad ca., Ex. 3, 6; Is. 44, 6) e l'unione del Figlio con il Padre (ad es., Io. 10, 13; 14, 8 sg.; Philos., IX, 10; X, 27). Noeto fu esaminato e poi condannato dai "presbiteri" di Smirne (ca. 200), che gli opposero la semplice regola di fede (C. Noet., 1).

Verso gli stessi anni 180-200 insegnava dottrine essenzialmente identiche PrasssA (Tertulliano, Adv. Praxean), un confessore della fede venuto dall'Asia Minore a Roma (ca. 190-98). In seguito venne a insegnare a Cartagine, ove ridotto una prima volta al silenzio e apparentemente convertito da Tertulliano, poco dopo riprendeva i suoi maneggi, per cui Tertulliano scrisse (dopo il 213) il suo Adv. Praxean). Per Prassea, Padre e Figlio sono una unica persona che, secondo i diversi aspetti sotto cui si considera, viene nominata con nomi diversi (ibid., 2; 5) e distinta con diversi attributi anche opposti, come visibile e invisibile, passibile e impassibile, ecc. (ibid., 14; 15). Si respinge il concetto di Verbo, non essendo altro il Verbo, come tale, che un flatus vocis: vox et sonus oris (ibid., 7). Il Padre incarnandosi e nascendo si è fatto a se stesso Figlio (ibid., 10), perché l'assumere la carne fece del Padre Figlio. In Cristo Figlio è propriamente l'elemento umano, la carne; l'elemento divino è il Padre (ibid., 27), il quale, essendo spirito, non poté propriamente patire, ma "compati" con la carne, ossia con il Figlio: "compassus est Pater Filio" (ibid., 29). Anche qui i cattolici sono accusati di diteismo (ibid., 13) e nella Scrittura non si vedono che le affermazioni dell'unicità divina e dell'unità