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ento divino è il Padre (ibid., 27), il quale, essendo spirito, non poté propriamente patire, ma "compati" con la carne, ossia con il Figlio: "compassus est Pater Filio" (ibid., 29). Anche qui i cattolici sono accusati di diteismo (ibid., 13) e nella Scrittura non si vedono che le affermazioni dell'unicità divina e dell'unità tra il Padre e il Figlio (ibid., 20).

A Roma, dopo Prassea, specialmente al tempo di papa Zefirino (199-217), sparsero con successo il m. due discepoli di Noeto, Epigono e Cleomene, contro i quali combatté Ippolito (Philos., IX, 7; 10; 11; X, 27).

Verso il 217 venne anche a Roma un altro modalista, Sabelio, il quale fu bensì scomunicato dal papa Callisto, ma ebbe tanto successo, specialmente nella Pentapoli (Cirenaica), ove sembra essersi recato (era forse libico di nascita) che l'eresia in Oriente venne detta principalmente sabellianismo. Dionigi, vescovo di Ales-
sandria (m. ca. il 264), si diede a suo tempo molto da fare per combattere il suo influsso nella Libia (Eusebio, Hist. eccl., VII, 26: PG 20, 704; Atanasio, De seut. Dionysii, 10 : ibid. 25, 493). I discepoli di Sabellio, evolvendo ulteriormente la dottrina, le diedero una maggiore coesione, prestando speciale attenzione anche allo Spirito Santo, di cui fin qui si era poco parlato. E sotto questa forma evoluta che i Padri del sec. iv fanno conoscere il m. (specialmente Epifanio, Haer., 62: PG 41, 1052 sgg.; Eusebio di Cesarea, C. Moncellum, ed. E. Klostermann [CB; Eusebio, IV], passim; Praeparatio Evang.: PG 21; Basilio, Epp. 207; 210; 214; 235 : PG 32): Dio è un'unica persona indivisibile, Monade (μovós), FiglioPadre ( μ λ ε π ε τ τ a ), che prende diversi nomi secondo i diversi aspetti sotto cui viene considerato e in cui si manifesta ( π ρ dot{σ} σ ι σ π α ) : in quanto crea il mondo e si manifesta in esso viene detto Verbo, per cui in Dio l'aspetto Verbo è permanente, almeno quanto il mondo; in quanto si rivela nel Vecchio Testamento, è Padre e legislatore; nell'Incarnazione è Figlio e Redentore; in quanto santifica le anime è Spirito Santo. Questi diversi modi di manifestarsi sono non solo uguali tra loro, ma anche transitori: il Padre cessa d'essere quando si rivela il Figlio, e il Figlio cessa d'essere quando entra in asione lo Spirito Santo. Nella divinità vi è così un continuo movimento ( δ ι α λ α ζ(ς) di espansione ( π λ α τ τ σ μ dot{α} ς ) e di ritrazione ( π ω τ τ α dot{α} ). Così si può dire, in qualche modo, che solo il Figlio ha patito. L'idea principale dalla quale parti il m. è l'idea biblica dell'unità di Dio, intesa in modo giudaico, con sfumature platonico-storiche (Monade; espansione e ritrazione nella divinità); la Scritura nel suo complesso ha in esso una parte molto secondaria.

Il m., lungi da poter essere presentato come dottrina palancristiana, mostra la sua opposizione radicale alla regola della fede, anzitutto nell'affermazione che il Padre si è incarnato, in realtà inevitabile nel sistema; e nel fatto che trascura le schiaccienti affermazioni scritturistiche della distinzione personale tra Padre e Figlio, come quelle ove il Figlio parla della sottomissione della sua volontà a quella del Padre, della sua preghiera ed opera redentrice in genere. Tutto il carattere della religione cristiana veniva così ad essere sfigurato con un ritorno essenziale alla posizione giudaica.

La reazione che il m. suscitò nelle sfere responsabili della dottrina della Chiesa dei secc. II e III, oltreché dall'opposizione dei singoli dottori (Tertulliano, Ippolito, Novaziano [De Trinitate, 9-28, scritto prima del 249], Origene e i suoi discepoli), opposizione d'indole scientifica nella quale vengono mischiate regola di fede ed ulteriori opinioni esplicative personali, è conosciuta anzitutto dall'atteggiamento dei romani pontefici di quell'epoca. Non che questi abbiano trovato nella questione trinitaria scientifica una formulazione teorica positiva già soddisfacente, come sarà l'assenziar siceno, ma essi si opposero simultaneamente al m., all'adosianismo ed ai saggi personali di spiegazione ancora troppo imperfetti dei dottori, i quali, nella loro opposizione al m., insistevano talmente sulla distinzione reale delle persone in Dio, da rappresentarle come troppo separate. In questo loro atteggiamento, condannando come eresie l'adosianismo e il m., e respingendo le soluzioni troppo imperfette dei dottori, i papi dell'epoca affermarono, non tanto da teologi quanto da giudici della fede, i termini di questa fede entro i quali andava comunque ricercata la soluzione.

Papa Vittore (189-98) e papa Zefirino (198-217), messi in guardia dalla propaganda modalista a Roma, di cui sentirono certamente il ben fondato in certi suoi aspetti d'opposizione alla teoria del logos inaugurata dagli apologeti, mostrarono, più di quanto era avvenuto per il passato, che non intendevano prendere a loro conto le teorie spiegative della Trinità a colore accentuatamente subordinatiano in voga presso i dottori contemporanei. Questi Papi poterono così sembrare al subordinaziano e allora sciamatico Ippolito, nonché ad alcuni moderni (p. es., A. Hornach) che in questo diedero troppo credito alle notizie partigiane e passionate di Ippolito, positivamente favorevoli al m. Ma, fatta la debita tara alle affermazioni di Ippolito, non vi sono prove sufficienti

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Modema, abeidiocesi di - Sculture di Wilipdeno sull'architrave della Porta dei Principi (1099-1106). Scene della vita di s. Geminiano che va a guarire la figlia dell'imperatore Gioviano - Modena, Duomo.
in questo senso. La vera tendenza della Curia romana peraltro è abbastanza chiara in papa Callisto (217-22), il quale scomunicó Lensi Sabellio, ma respinse parimenti le teorie spiegative di Ippolito come diteiste, per cui lo stesso Ippolito, suo acerrimo nemico personale, lo accusa d'ignoranza e di contraddizione. Appare cosi più che problematica la verita storica delle affermazioni modaliste che Ippolito gli attribuisce (Philos., IX, 12); tanto più se si tien conto del fatto che un altro nemico di Callisto, Tertulliano, che lo accusa di tante mancanze, non allude però mai ad una sua connivenza con il m. Chiarissima ugualmente appare la stessa tendenza nei papa Dionisio (ca. 259-68), il quale invitò Dionigi, vescovo di Alessandria (m. nel 258) e discepolo d'Origene, a giustificarsi dall'accusa di essere caduto, nella sua lotta contro il sabellismo libico, nell'esagerazione opposta, troppo separando le persone della Trinità (Atanasio, De decretis, 26 : PG 23, 46: 79.).

I modalisti sparirono nel corso del sec. III e se taluni autori ortodossi posteriori si sono lasciati sfuggire espressioni tecnicamente imprecise, la loro ortodossia non può essere messa in dubbio; mentre se altri, come Marcello di Ancira (v.), rinnovarono una notevole parte del sistema modalista, essi furono rigettati dalla Chiesa non appena la natura di questa loro posizione fu sufficientemente capita. Pertanto risulta vana l'accusa ariana tante volte ripetuta contro i cattolici che questi, difendendo l'omousios niceno, fossero caduti nel sabellianismo.

Boll.: per una introduzione generale al m. e per la bibl. antecedente: A. Harnack, Monarchianismus, in Realencycl. für prat. Theol. u. Kirche, XIII, pp. 303-36: G. Bardy, Monarchianisme, in DThC. X, coll. 2193-2209; J. Lebreton, Le controversie romane alla fine del II sec. e all'inizio del III, in Fliche-MartinFrucce, II, pp. 87-98. In specie sull'antica dottrina della monarchia divina: E. Peterson, Der Monotheismus als politisches Problem, Lipsia 1925. Su Nocto, oltre agli studi sulla teologia ai Ippolito (v.), cf. J. Dräuske, Noctus und die Noetianer, in Zeitschr. für wissenschaftliche Theologie, 46 (1003), pp. 213232; V. Melchiorro, L'eresia noetiana, Napoli 1921; C. H. Turner, The blessed presbyters who condemned Noetus, in Journ. of theol. studies, 22 (1921-22), pp. 28-35: inoltre l'introduzione di P. Nautin all'ed. del Contra Noetum: Hippolyte contre les hérésies. Fragment. Etude et édition critique, Parigi 1949. Su Presses : intorno alle singolari ipotesi fatte per l'identificazione di Presses v. G. Esser, Wer war Praxeus?, Bonn 1910. Inoltre: Th. Hermann, Das Verhältnis von Novations De Trinitate zu Tertulliano Adversus Praxeon, M.eburgo 1921: F. Looik, Theophilus von Antiochion Adversus Marcionem und die andern theologischen Quellen bei Ireneus, Lipsia 1930, p. 119 sgg.: E. Evans, Tertullian's treatise against Praxeus introduction, text, commentary and notes, Londra 1948. Sulla posizione dei vescovi romani verso il m.: anon., Der Monarchianismus und die römische Kirche im dritten Jahrhundert, in Der Katholik, 32 (1905), pp. 1-15, 113-28, 182-201, 266-82; G. La Piana, The Roman Church at the end of the second century, in Harward theol. revivve, 18 (1925), pp. 201-77; B. Capelle, Le cas du pape Zephirin, in Rev. bened., 38 (1926), pp. 321-30.

Cipriano Vegozzini
MODANATURA. - Denominazione che comprende tutte le membrature minori degli ordini architettonici.

Otto sono le principali m. : listello, tondino o astragalo, toro, echino, cavetto o guscio, gola diritta, gola rovescia, scozia; esse si dicono semplici o composte a seconda che il loro profilo è determinato da una sola curva geometrica o da due o più curve raccordate. Le m. che costituiscono le cornici, le basi e le imposte di colonne e di pilastri rispondono a particolari funzioni di separazione (listello, scozia), sostegno (echino, gola rovescia), riparo (cavetto,
gola diritta). La minore o maggiore accentuazione delle singole m . deve essere studiata in rapporto alla luce e alle visual: una luce forte e diretta produce ombre intense e richiede quindi profili meno acuti, mentre con una luce diffusa occorrono incavi profondi per evitare un effetto piatto e monotono; se la visuale è troppo ravvicinata si ricorre a particolari accorgimenti e deformazioni prospettiche. L'insieme di varie m. (toro, listelli, scozia nelle basi; listelli ed echino nel capitello dorico; gola diritta e rovescia, listello, cavetto nelle cornici, ecc.) determina il profilo di alcuni elementi architettonici. Mario Zocca

MODENA, ARCIDIOCESI di. - E situata sulla coricolare Via Emilia, in fertile regione, fra i fiumi Secchia e Panaro. Capoluogo di provincia, metropolitana dal 22 ag. 1855, con suffragance Reggio Emilia, Carpi, Guastalla. Sede del tribunale ecclesiastico regionale emiliano. Le è unita in perpetuo l'abbazia di Nonantola (v.) dal I maggio 1926, già avuta in commenda dal 15 dic. 1820 . Superfice kmq. 2200 , con 340.500 ab. dei quali 340.000 cattolici. Parrocchie 218, sacerdoti diocesani 354 , regolari 80 ; 14 comunità maschili e 26 femminili, 3 seminari: il maggiore, già con facoltà teologica, a M.; i minori a Nonantola e Fiumalbo. Patrono il veneratissimo vescovo di M. e taumaturgo s. Geminiano.

1. Storia civile. - Si inizia con i Boi della Gallia cispadana. Nel sec. III a. C. passò ai Romani. Dali'88 a. C. fu teatro di assedi e lotte fra Pompeo e Bruto, Bruto e Marcantonio, Marcantonio e Ottaviano dando occasione a Cicerone (Philippica V, 9,5) di chiamare M. "firmissimam et splendidissimam populi Romani coloniam ".

Decadde essa pure nelle invasioni barbariche, ma cominciò a risorgere per merito del vescovo Leodoino ( 891 ) e di Matilde di Canossa. Libero Comune nel 1135-1228, poi dominio quasi ininterrotto degli Estensi, prima con il titolo di vicari imperiali poi di duchi, che nel 1598 , perduta Ferrara, fecero di M. la capitale del Ducato. Nel 1860 fu annessa al Regno d'Italia.
II. Cristianesimo e principali vescovi. - Dell'antico vescovado di M., solo nel sec. Iv si hanno sicure notizie, dominate dalla figura del grande vescovo s. Geminiano, amico dell'esule s. Atanasio e quasi certamente lo stesso "Geminianus" presente al Concilio di Milano del 390. Altri vescovi : Teodulo, ricostruttore della Cattedrale (sec. iv); Guidone, arci Cancelliere di re Berengario II e di Ottone I; Dodone, che presentò la traslazione del corpo di s. Geminiano nella nuova Basilica (1106); Ardizzone, sotto cui Lucio III consacra il Duomo (1184); Alberto Boschetti, insigne per dottrina e pietà (m. nel 1264); Egidio Foscherari, membro illustre del Concilio di Trento; Giovanni Morone, cardinale, che eresse il seminario e fu l'ultimo presidente del Concilio di Trento; Roberto Fontana, che diede alle stampe il Sinodo tenuto nel 1647; Francesco Emilio Cugini, primo arcivescovo di M.; Natale Bruni, che fece e

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Modema, arciblocesi di - Franco del Duomo e campanile detto - La Ghirlandina { }^{°}.
pubblico il Sinodo del 1913 e costrui il tempio monumentale ai caduti (m. nel 1926).
III. Abbazie e santuari. - Oltre Nonantola (v.) fu importante l'Abbazia di S. Pietro, in M. città, di cui la prima memoria è del 983 , quando Ildebrando vescovo concede a prete Stefano il luogo "ubi iam Ecclesia beati Petri Apostoli fuit aedificata " per costruirvi un oratorio. Ad esso, nel 996, Giovanni, vescovo parmense, aggiunse un monastero che affidò all'Ordine benedettino. Il monastero prosperò, ebbe donazioni e chiese soggette, poi decadde. Eugenio IV, nel 1434 lo affidò alla Congregazione di S. Giustina in Padova, e cosi tornò temporaneamente a rifiorire. Nel 1476 la fatiscente chiesa fu sosituita dall'attuale, consacrata nel 1518 , ricca di buone pitture e di plastiche del Begarelli. Oggi il monastero dipende dalla Congregazione di S. Paolo fuori le mura.

Artistico il santuario di Fiorano a km. 20 da M. Sorse nel 1854 in onore di un'antica miracolosa immagine della Vergine, su disegno di L. B. Arenzini, nel vetusto castello omonimo, di cui si ha memoria del 1108. La facciata è sobria e slanciata, con due campanili, a cupola centrale; nell'interno la Chiesa, a croce greca, fu ridipinta dal Malatesta (1866).
IV. Uomini illustri. - Gli umanisti card. Iacopo Sadoleto (v.) e Giovanni Pico, conte della Mirandola (v.); il poeta eroicomico A. Tassoni (v.); il critico Lodovico Castelvetro (1505-71), l'anatomo Gabriele Falloppio (1523-62) e il musico Orazio Vecchi (1551-1605). Gli architetti Iacopo Barozzi, detto il Vignola (v.), dal luogo di nascita in provincia di M., Guarino Guarini, teatino ( 1624-83 ), e Luigi Poletti (1792-1869), ricostruttore di S. Paolo a Roma. I pittori : Barnaba e Tommaso da M., Bartolomeo e Agnolo degli Erri, fra i primitivi; fra il sec. xv e il xvr, Francesco Bianchi, Bartolomeo Bona. sia e Domenico Carnevali; nel 1500, Niccolò Dell'Abate e Francesco ed Ercole Setti; nel 1600, Bartolomeo Schedoni e Sigismondo Caula; nel 1700, Francesco Vellani; Adeodato Malatesta e Giovanni Muzzioli nell'80o. Plastici : G. Mazzoni (m. nel 1518) e A. Begarelli (m. nel 1565). Storici : il filologo C. Sigonio (m. nel 1584) e
il sommo L. A. Muratori (v.). Archeologi: il sacerdote Celestino Cavedoni (1795-1865; v.) e Pietro Bortolotti (1816-94).

V. ARCHIVI e BIRLIOTECHE. - Archivio di Stato; Archivio storico comunale, costituito nel 1888; Archivio capitolare della Cattedrale, con 71 codici (il più antico del sec. viI) e 1200 pergamene, che iniziano dal 750 ; Archivio notarile che risale al 1271.

La Biblioteca Estense è fra le più ricche d'Italia in codici miniati, manoscritti e libri rari. Ha origine dalla Libreria estense che, formatasi a Ferrara nella prima motà del 1400 e sviluppatasi sempre più, nel 1598 fu trasferita a M. ove ebbe bibliotecari insigni il Muratori ed il Tiraboschi. Principali fondi : il manoscritto estense e quello Campori con complessivi oltre 11.000 volumi e 142.000 autografi e documenti; l'Archivio muratoriano; la Sezione musicale. Opere a stampa: 1660 incunaboli, oltre 300.000 volumi e 60.000 opuscoli. Di particolare interesse è la Mostra permanente del libro, divisa in 4 sezioni : miniature, silografie, incisioni in rame, legature artistiche, con al centro la Bibbia di Borso (sec. xv). Le è unita la Biblioteca universitaria, con 65.000 volumi, 70.000 opuscoli, e incunaboli e 51 manoscritti.
VI. Istituti culturali. - 1. Università : dell'antico Studio si hanno notizie sin dal sec. xir; nel xiri lo resero celebre Ruggiero Beneventano e Guido da Suzzara. Solo però a Francesco II d'Este va il merito della fondazione di una "Universitas Studiorum" con sede nel Collegio dei Nobili (1663). Francesco III nel 1774 la fece rifiorire ed avesse l'attuale Palazzo universitario. Ha ora le Facoltà di medicina, farmacia, scienze fisiche e naturali, giurisprudenza e matematica. 2. Accademia di' scienze, lettere ed arti in M., fondata nel 1680 . Nel 1841 iniziò la pubblicazione delle Memorie, che hanno superato i 50 volumi. 3. Deputazione di storia patria per le province modenesi. Creata nel 1860 , in unione con Parma, autonoma nel 1892 , ha edito 22 volumi di Monumenti e 7 serie di Atti e memorie.
VII. Monumenti. - Il Palazzo Ducale, sede dell'Accademia militare; il Collegio S. Carlo, il Palazzo dei Musei, ove hanno sede il Museo lapidario, la Biblioteca Estense ed universitaria, il medagliere, l'Archivio storico comunale e la Galleria Estense ricca di dipinti dei Carracci, del Tintoretto, Veronese e Velasquez, ecc. Pregevole per l'omonima Galleria, il Palazzo Campori. Chiese artistiche: S. Domenico, S. Agostino, S. Bartolomeo e S. Pietro, ma specialmente il Duomo : in stile romanico lombardo, eretto a spese del popolo di M. e della contessa Matilde sopra l'area dell'antica Basilica del iv sec. Iniziato nel 1099, secondo il disegno dell'architetto Lanfranco "mirabilis artifex, mirificus edificator", già nel 1106 papa Pasquale II vi consacrò nella cripta l'altare di S. Geminiano, come testimoniano iscrizioni coeve sul Duomo e la preziosa Relatio edita del Muratori (RIS, VI, p. 85 sg.). A detta epoca appartengono: la porta pontificia, con propileo sostenuto da due leoni romani e bassorilievi di Wiligelmo; altri bassorilievi di Wiligelmo sulla facciata e sulla porta dei principi, e quello famoso di Niccolò sulla porta della pescheria, con scene leggendaric del ciclo bretone di re Artù. Il 12 luglio 1184 il Duomo fu consacrato da papa Lucio III, come da contemporanea iscrizione. Al tempo dei Maestri Campionesi la Basilica fu arricchita del rosone sulla facciata e della grandiosa porta regia (Anselmo da Compione, sec. xiri). Nell'interno a forma basilicale, con 3 navate e 3 absidi, cripta e presbiterio, spicca il pontile, parapetto e ambone, con sculture dei fratelli Campionesi (1170-1220). Il coro, in tarsia, è di Cristoforo e Lorenzo da Lendinara ( 1465 ). La cripta, sorretta da 60 colonne di marmo, con capitelli lavorati, in gran parte romanici, custodisce l'arce marmorea del veneratissimo Geminiano, il cui quadro è ivi, opera di Bartolomeo Schedoni (1600). Con suo breve Pio XI (20 luglio 1934) dichiarò il Duomo basilica minore. Ghirlandina: artistica torre del Duomo, alta m. 86, costruita con grandi blocchi di marmo, ha, in stile romanico, i primi 5 riquadri; gotico è l'ottagono con cuspide, iniziato nel 1261, su disegno di Arrigo da Campione, e terminato nel 1319. Fino al

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sec. xvı si chiamb torre di s. Geminiano, por Ghirlandina, forse dalle modanature a tipo di ghirlanda che la sovrastano verso l'apice. Nella torre era conservato l'Archivio capitolare e il tesoro del Duomo (con il braceio di s. Geminiano e la Stouroteca di Panterio del sec. xi), ora posti presso la sacrestia. Ancor oggi vi è invece custodita la - secchia rapita ", tolta ai Bolognesi nel 1325 , menzionata anche in un inventario delle suppellettili del Duomo del 1322 e resa famosa dal poema tassoniano. - Vedi tav. LXXVIII

BibL.: L. Vedriani, Historia della cittd di M., Modena 1666; id., Catalogo dei senzosi modenesi, ivi 1669; Relatio translationis corporis 1. Geminiani, in RIS. VI, p. 89 sg. (nella n. ed. è a cura di G. Bertoni); G. 'Tiraboschi, Biblioteca modenese, Modena 1781; id., Memorie storiche modenesi, I-IV, ivi 1793-95; id., Dizionario topografico degli Stati Estensi, ivi 1824-25; C. Borghi, Il Duomo, ivi 1845; G. Beraldi, Compendio storico della città e provincia di M., ivi 1846; C. Cavedeni, Cenni storici sulla sita di t. Geminiano, ivi 1836; Cappelletti, XV, pp. 191-331; A. Dondi, Il Duomo, ivi 1896; G. Bertoni, Atlante storico palografico del Duomo di M., ivi 1099; id., Atlante storico artistico del Duomo di M., ivi 1921; P. I'. (iehr, Italia pontificia, V. Berlino 1911, pp. 292-363; Lazzoni, pp. 799-93; P. E. Vicini, Regesto della Chiesa cattedrale di M. (Regesta Cartharum Italiae, 16 e 21), Roma 1931-38; D. Fava, Eimlia e Romagna (Tenori e Biblioteche di Italia, 1), Milano 1932, pp. 486-531 e passim; Castinous, II, coll. 1864-65; P. Galavoni, Regesto dei documenti di Indulgenze elargite alla Cattedrale di M., Modena 1940; v. inoltre le ricordate pubblicazioni dei locali istituti culturali. Pietro Galavoni

MODENA, Leone. - Rabbino, n. a Venezia il 23 apr. 1571, m. ivi il 21 marzo 1648. Molto dotato per la poesia, fece lavori di traduzione e opere originali; acquistò anche una buona conoscenza nel campo della matematica, filosofia e storia naturale. Benché autore di un opuscolo contro il gioco, non resistette tuttavia a tale passione; a causa di essa nel 1631 fu colpito da scomunica, che poi fu tolta.

Le sue opere più importanti sono: Bêth Têhûdhâh (conosciuta anche come Hab-bûnêh), in cui manifesta le sue tendenze anti-talmudiche asserendo che i rabbini hanno il diritto di modificare in ogni tempo le costituzioni del Talmud. Sferrb un attacco contro il giudaismo tradizionale in Dêl sâbâl, che egli stesso sconfessb in Sa'âghath 'drjêh. Ambedue i lavori furono pubblicati nel 1852 sotto il titolo di Bêhînâth hoq-qabbâlâh. A proposito d'ambedue, ma soprattutto dell'ultimo, sorse poi il dubbio se fossero realmente dovuti a M. Un attacco alla Qabbâlâh (v. CaGALA) si trova in 'Ârî nêhêm. Altre opere minori sono di dubbio autenticità.

BibL.: S. Stern, Der Kampf des Rabbiner's gegen den Talmud, Breslavia 1902, passim; J. Broyde, Leon of M., in Tese. Enc., VIII, coll. 9-1; J. Ponne, Léon M. et le cercle de la Poste à Amsterdam, in Hebrew union college annual, 21 (1948), pp. 1-28. Eugenio Zolli

MODERATI. - Coloro che, nell'epoca del Risorgimento, si opponevano sul piano politico-sociale sia al tutto mutare sia al tutto mantenere.

Precursori di questa visione della realtà politica possono considerarsi alcuni uomini della restaurazione postnapoleonica contrari sia all'astrattismo giacobino che voleva far di tutto tabula rasa, sia all'astrattismo reazionario avverso a qualsiasi pur utile innovazione: naturalmente questi uomini della restaurazione e i loro sostenitori (p. es., vedi il card. Consalvi) agivano più per una tattica empirica e per un equilibrato buon senso che per una vasta visione teorica; e poi comunque, se sentivano le esigenze e i gusti di una eredità del dispotismo illuminato (come sarà per i m. propriamente detti), non accettavano il liberalismo dottrinario francese. I veri m., se accettano la persuasione degli uomini della restaurazione che sia necessario essere sia contro i reazionari sia contro i rivoluzionari, sono poi schiettamente liberali nel metodo (per cui si vuole agire nella vita politica non con la forza ma con la trasformazione delle idee) e nella stessa teoria dello Stato costituzionale. Evidentemente il termine m. è talora vago, perché vi rientrano uomini di diversissima formazione: dal Balbo, cosi tipicamente antidemocratico, al D'Aseglio, sostenitore della sovranità popolare. Il
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(let. Orlandini)
Modena, arcidocesi di - Interno del Duomo (sece. xi-xiII) con crocifisso in legno del sec. xiv.
moderatismo non coincide con il neoguelfismo perché è un movimento più ampio che comprende anche cattolici liberali non neoguelfi come il Capponi. I m. sono più o meno intensamente difensori della civiltà cristiana e convinti assertori della comune unità europea, tranne, in questo secondo motivo, il Gioberti del Primato.

BibL.: L. Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, 3° ed., Torino 1942, p. 259 sge.: M. Petrocchi, La restaurazione romana, Firenze 1943, p. 107 sgg.: id., Riferii europei sul ' 48 italiano, ivi 1946, passim; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1949, cap. 1.

Massimo Petrocchi
MODERNA, ARTE SACRA. - Si può dire che a partire dal movimento settecentesco dell'enciclopedismo l'arte sacra non abbia più avuto quell'espressione e quel trionfo che costituirono la maggior gloria delle arti figurative, non solo del medioevo ma del Rinascimento e del barocco. E si comprende : il sottile razionalismo non poteva favorire lo slancio della fede, che fu poi sempre più combattuta, durante il sec. xix e il nostro, dalle nuove correnti filosofiche e politiche, che si chiamano materialismo, socialismo, positivismo, modernismo, comunismo (per limitarsi alle principali), e a cui si aggiunsero negli ultimi decenni gli orrori di due guerre mondiali con i gravissimi disagi che ne sono derivati. Pure sarebbe ingiusto misconoscere che non sia stato sentito, sia nell'800 sia oggi, un problema dell'arte sacra, anche se non più dominante la mente degli artisti, e che accanto a soluzioni mediocri o infelici non ve ne siano state di notevoli e anche mirabili.

Non certo l'architettura ha saputo affermarsi nell'800, anzi di tutte le arti è stata la meno felice, dibattendosi fra continue imitazioni, ora da modelli classici ora dal romanico, dal gotico, dal Rinascimento. In Italia durante l'età neoclassica si distingue, fra gli altri, Giuseppe

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Valadier (1762-1839), l'autore della splendida Piazza del Popolo in Roma e l'ideatore, p. es., della misurata facciata di S. Pantaleo nella stessa città e dell'imponente interno del duomo di Urbino. In Roma la maggiore fabbrica classicheggiante rimane indubbiamente la ricostruzione, per opera di Luigi Poletti (1792-1869), della basilica di S. Paolo fuori le mura dopo l'incendio del 1823; ma se l'interno di questa basilica è notevole per la sua luminosa quanto severa grandiosità, l'esterno e il campanile denotano il peggiore accademismo.

A Napoli, che aveva avuto i regni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, fu costruita, per opera di Pietro Bianchi ( 1787-1849 ) e per ordine di Ferdinando I, sul modello del Pantheon, la chiesa di S. Francesco di Paola, fra le ali di un portico dorico a pianta elittica, che era già stato cominciato sotto il Murat su disegno di Leopoldo Laperuta.

A Milano, capitale della Repubblica Cisalpina e del Regno Italico, trionfa il neoclassicismo, che prosegue anche dopo la caduta e la morte di Napoleone. Tra le cniese più significative di questo periodo è S. Carlo, eretta fra il 1836 e il 1847 de Carlo Amati (1776-1832), allievo dell'Albertolli e dello Zannia. Nel Veneto, dove rimane sempre vivo il classicismo, attraverso la tradizione palladiana, si ebbe fin dal primo Settecento una chiesa già perfettamente neoclassica sul modello del Pantheon: S. Simeone Piccolo a Venezia (1718), di Giovanni Scalfarotto. Lo schema del pronao a colonne, ioniche o corinsie, e sormontato da timpano triangolare avrà sempre più fortuna non solo nel Veneto, ma nel resto d'Italia e all'estero, e basti ricordare, per limitarsi al Veneto, la facciata del duomo di Cologna Veneta, di Giannantonio Selva (1731-1819), quella del duomo di Schio, di Antonio Diedo (1772-1847), e l'altra del duomo di Treviso, ideata nel 1836. Al Selva appartengono anche le facciate, altrimenti semplici, di due piccole chiese di Venezia, S. Maurizio e S.mo Nome di Gesù. A Possagno, il celcbre tempio ideato dallo stesso Canova e compiuto dopo la sua morte nel 1830 , è composto imitando nel pronao il Partenone e nel corpo rotondo della fabbrica il Pantheon. A Trieste, uno dei centri più notevoli per l'architettura neoclassica in Italia, è da ricordare la bella chiesa di S. Antonio Nuovo (1826-49), costruita da Pietro Nobile (1774-1834) sul modello del Pantheon.

Ancora per questo periodo Torino può vantare soprattutto la chiesa della Gran Madre di Dio (1818-41), ben proporzionata e ben inquadrata nel paesaggio, opera di Ferdinando Bonsignore (1767-1843). A Genova è degno di ricordo l'elegante pronao eretto da Carlo Barabino (1767-1835) per la fronte della S.ma Annunziata. In Toscana prevalgono gli edifici civili; pure si può rammentare la chiesa parrocchiale di Montecatini Terme (1833) e quella del SS. Pietro e Paolo a Livorno, entrambe di Luigi de Cambray-Digny (1779-1843). Tramontata l'età napoleonica, il vento del romanticismo passò anche sulla nostra penisola portando ad uno studio sempre più appassionato della storia nazionale, in special modo del medioevo e del Rinascimento, e fu tanto più favorito dalle nuove aspirazioni di libertà e di indipendenza. Tutto cio ebbe, naturalmente, un vivido riflesso anche nell'arte, determinando nuovi indirizzi, ma purtroppo questo movimento in architettura non fu sentito; si adottarono le forme di un passato nazionale più per studio e applicazione che per esigenza impellente di gusto, per rielaborazione fantastica; cosi ad un'imitazione classica, del periodo dell'Impero napoleonico e immediatamente successivo, se ne sostitul un'altra con risultato assai meno felice perché le nuove imitazioni degenerarono presto in un facile eslettismo e in un miscuglio di ibride forme. A Roma, divenuta capitale d'Italia, vi fu negli ultimi decenni del secolo una grande attività edilizia anche nel campo dell'architettura sacra, e si può forse dire che qui più che in altre città italiane si spiegò a pieno quell'imitazione di forme passate e quell'eclettismo che indicano chiaramente povertà creativa, cattivo gusto, accademismo. In genere il romanico e il gotico si scelgono per le chiese, il Rinascimento e il barocco per palazzi privati, più di rado per costruzioni sacre. Uno dei primi
esempi è la chiesa del S. Cuore in Via Marsala (18791887), di tipo rinascimentale e opera di Francesco Vespignani (1842-99). A Luca Carimini (1830-90) appartengono S. Antonio sulla Via Merulana (1886), di schema paleocristiano, e la facciata rinascimentale di S. Chiara. Paleocristiano e rinascimentale S. Gioacchino (1890-98) di Raffaele Ingami; romanica S. Anselmo (1900), costruita da Francesco Vespignani su disegni del p. Ildebrando de Hemptine; completamente gotica la chiesa del S. Cuore in Via Piave, di Aristide Leonori, e l'altra ugualmente dedicata al S. Cuore al Lungotevere Prati, di Giuseppe Gualandi (1870-1942); romaniche le due chiese di S. Teresa al Corso d'Italia e di S. Camillo, dovute a Tullio Passarelli (1869-1941), e quella di S. Giuseppe sulla Via Nomentana (1905-1906), opera di Carlo Busiri Vici (1836-1923); un compromesso fra paleocristiano e romanico la chiesa di S. Croce in Via Guido Reni (1913), del Leonori.

Così fuori di Roma: si ricordino le facciate in Firenze di S. Croce e di S. Maria del Fiore, la prima (1857-63) di tipo rinascimentale e con tre cuspidi gotiche di coronamento, di Niccolò Matos (1898 c.-1872), la seconda, impiante le forme e la polizromia dei banchi della stessa chiesa, con elementi romanico-gotici, opera di Emilio De Fabris (1808-83) e compiuta nel 1887 dal suo aiuto Luigi Del Moro. Ancora a Firenze è il campanile di S. Croce (1865), alla maniera trecentesca, di Gaetano Baccani (1782-1867). A Milano le due facciate gotiche di S. Marco (1871) e di S. Maria del Carmine (1879 ca.) di Carlo Maciachini (1818-99), Nel Veneto il duomo di Lanigo (1877-95) di Giacomo Franca (18181895), derivante da modelli romanici. A Torino si vede, per opera dello stesso architetto Edoardo Arborio Mello (1806-84), il S. Cuore di Gesù gotico (1873-76) e il S. Giovanni evangelista romanico (1878-82), di Carlo Velasso la chiesa rinascimentale dei SS. Pietro e Paolo (1863-65). Forse l'architetto eclettico più significativo in Torino è Carlo Cappi (1829-1921), di cui interessante il S. Gioacchino (1876-82), di tipo paleocristiano, e il S. Cuore di Maria (1890). Ma un'opera geniale si ha a Novara con la cupola di S. Gaudenzio, agilissima e slanciata, dovuta ad Alessandro Antonelli (1798-1888) un'opera anche più organica della celebre Mole Antonelliana di Torino. A forme rinascimentali liguri e lombarde è improntata in Genova la chiesa dell'Immacolata Concezione, a croce greca e con ricca facciata (1856-73), di Domenico Cervetto, Maurizio Dufour (1837-97) e Gioacchino Zandomeneghi (1837-1902), mentre a Savona imita il tardo Rinascimento la facciata della Cattedrale (1886), di Guglielmo Calderini (1837-1916). Di nuovo romanico e gotico insieme compaiono nel S. Cuore di Gesù a Bologna (1901-12), di Edoardo Collamarini (1863-1928). Infine per la Campania si possono ricordare i rifacimenti della facciata del duomo di Napoli (1877-1905), di schema goticheggiante, per opera di Enrico Alvino (1810-76) e Giuseppe Pisanti (1826-1913), e del duomo di Amalfi (1891) di tipo ducentesco arabo-siculo, per opera dello stesso Alvino, di L. Della Corte e Guglielmo Raimondi.

Già nella seconda metà dell'800 si sentì il bisogno di reagire contro questo confusionario eclettismo, che altro non indica se non mancanza di spirito creativo. Ma i primi tentativi di rinnovamento, che si ebbero in paesi stranieri, non debbono cercarsi nell'uso di materiali nuovi, del ferro prima, del cemento armato e del vetro poi, né nei presupposti delle teorie di funzionalismo e razionalismo, perché un'opera di architettura deve essere anzitutto un'opera d'arte, e perché i valori di un'opera d'arte non risiedono in particolari tecniche e in teorie. I primi tentativi di un rinnovamento si colgono negli scritti, più che nelle opere, di alcuni architetti stranieri, e specialmente del francese Viollet-le-Duc (1814-79). Ma le prime opere della nuova architettura apparvero in Olanda, in Svezia, in Germania, in Austria con architetti quali H. P. Berlage (1856-1935), G. F. Boberg (n. nel 1860), P. Behrens (1868-1938), O. Wagner (1841-1918), con la soppressione di ornati, la semplificazione delle forme, la messa in evidenza degli elementi costruttivi e dei materiali, pur sulla base della rielaborazione di elementi nazionali, finché il belga Van de Velde (n. nel 1863)

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e l'americano Wright (n. nel 1869) dettero il via alla architettura d'oggi, che si affermerà soprattutto in Olanda, in Germania, in Austria, in Francia, basandosi non tanto su principi di funzionalità e di razionalismo né su una tradizione propria, bensì nascondendo gli elementi costruttivi dietro ampi e luminosi piani tagliati ad angolo retto e spiegando un carattere comune, internazionale. Nell'Italia, ligia alla tradizione, questo vasto movimento ebbe risonanza più tardi. Dopo quanto scrisse nel 1914 Antonio Sant'Elia (1888-1916), idealista e teorico, cui va il merito di aver capito che l'architettura non è «una arida combinazione di praticità e di utilità, ma rimane arte, cioè sintesi, espressione» e che deve rappresentare "lo sforzo di armonizzare con libertà e grande audacia l'ambiente con l'uomo" si deve arrivare agli anni che precedettero e hanno seguito la seconda guerra mondiale. Ma in Italia non si hanno forme cosi fortemente individuali come all'estero, per quanto nelle principali cati e nei nuovi centri sorti nell'Agro romano non manchino opere degne di ammirazione specialmente nel campo della edilizia civile. In minor numero le chiese veramente moderne e belle. I'o le altre si ricordano quelle di S. Antonio a Cremona (1936) di Giovanni Muzio (n. nel 1893), le chiese di S. Michele Arcangelo ad Aprilia (1936-38) di Concezio Pirtrucci (1902-46) e Mario Tufareli, e di S. Marco a Latina (1932) di Oriolo Frezzotti, infine quella di Cristo Re a Roma (1927-34), di Marcello Piacentini (n. nel 1881) specialmente per la facciata aperta in tre arcate e fiancheggiata da due torri quadrate mentre l'esterno dell'abside e della cupola è povero d'aspetto e senza un logico sviluppo. Nelle chiese italiane appaiono facilmente, come si può comprendere, elementi tradizionali, fra cui sopra tutti l'arco, ma nelle migliori fabbriche il gusto per la semplificazione e per le grandi superfici e lo slancio audace e il taglio preciso nell'arco stesso portano ad un'espressione d'arte completamente nuova (cf., ad es., le facciate delle chiese di Aprilia, Latina, Cremona). In quest'ultima il Muzio ha ingegnosamente ridotto l'arco a lunetta di coronamento per dare audace sviluppo alle grandi pilastrate, che conferiscono all'insieme un aspetto grandioso e severo.

Anche negli altri generi d'arte si può seguire, naturalmente, l'evoluzione del gusto e delle forme, dal neoclassico ad oggi. Nella scultura il maggior rappresentante dell'età neoclassica fu - come a tutti è noto - Antonio Genova (v.), autentico artista, anche se più di una volta non esente da manierismo. Volto alla più rigida astrazione da un qualsiasi palpito di vita per il trionfo del più puro formalismo è il nordico Alberto Thorvaldsen (1770-1844), come può dimostrare il suo monumento a Pio VII nella Basilica Vaticana (1831). Dai modelli del Canova e del Thorvaldsen, che esercitarono in Roma una larga influenza, derivarono presto opere di un accademismo più o meno monotono. Basti ricordarne qualcuna: statue dei ss. Pietro e Paolo ai lati della scalinata di S. Pietro, di Giuseppe de Fabris (1710-1860) e Adamo Tadolini (1789-1868), statua di s. Stefano, di Rinaldo Rinaldi (1793-1875) nella Basilica Ostiense, statua di s. Francesco Caracciolo di Alessandro Laboureur (1796-1861) in S. Pietro, monumento a Pio VIII di Pietro Tenerani (1789-1869) e a Gregorio XVI di Luigi Amici (1813-97) nella stessa basilica, gruppo del Bacio di Giudo di Ignazio Jacometti (1819-83) alla Scala Santa, statua dell'Immacolata Concezione di Giuseppe Obici (m. prima del 1865) sulla colonna di Piazza di Spagna. A Milano, altro centro importante di questo periodo, si osservano sculture per carattere e valore non troppo diverse da quelle romane o di altre città. Lo scultore più celebrato è Pompeo Marchesi (1789-1858) cui devesi tra l'altro una Pietà e la Comunione a s. Luigi Gonzaga nella neoclassica chiesa di S. Marco e varie statue sulla facciata del Duomo. A Genova si ha S. Agnese in gloria di Nicola Traverso (1745-1823) in S. Maria del Carmine; a Firenze la Penitenza e la Fede di Innocenzo Spinazzi (m. nel 1798). A queste forme, stanche ripetizioni di modelli classici, reagí Lorenzo Bartolini (v.) bandendo lo studio dell'antico per sostenere quello della natura e del ' 400 fiorentino, ma in pratica, specie negli ultimi anni della sua
vita, non s'allontanò troppo da un gusto canoviano delle forme accarezzando con cura attentissima le sue immagini. Il suo esempio fu seguito da un altro toscano, Giovanni Dupré (v.), nel quale lo studio del vero è temperato da un senso di rinascimentale compostezza. Una più libera forma di verismo si trova nell'opera di un lombardo, Vincenzo Vela (1820-91), partito anch'egli dagli insegnamenti del Bartolini. Di lui può essere ricordata l'Addafarata nella Cappella Dadda ad Arcole. Ma si deve subito notare che sempre più rare si fanno le opere di soggetto sacro di quegli scultori che rappresentano le correnti più vive dell'800. In Lombardia, dove la scultura romantica in contatto di un Cremona e di un Ranzoni e dell'impressionismo francese assunse un sempre più spiccato pittoricismo fino ad un Medardo Rosso e a un Trubetzkov, dopo Giuseppe Grandi (1843-94), allievo del Vela e a sua volta caposcuola, si affermarono altri artisti, fra cui Enrico Butti (1847-1932), che nel 1894 modella un Crocifisso molto espressivo per la tomba dello scultore Vincenzo Tantardini nel cimitero monumentale di Milano. Del Rosso (1858-1928), uno dei nostri maggiori scultori dell'800, non si può citare che un Ease Puer (1906) nella Galleria nazionale d'arte moderna di Roma. A Torino aveva saputo reagire all'accademismo Carlo Marocchetti (1803-1807), cui appartengono due Angeli adoranti nella chiesa della Maddalena a Parigi. Dalla seconda metà del secolo al principio del nostro si annoverano specialmente le opere di David Calandra (1836-1915) e di Leonardo Bistol6 (1859-1933). Entrambi romantici, almeno in giovinezza, il primo fu un appassionato della natura e padrone perfetto della tecnica (cf. Risurrezione del figlio della vedova di Naim (1914) per la tomba Molli del cimitero di Borgomanero); il secondo riuscì attraverso un sottile pittoricismo ad esprimere una poesia quasi mistica (cf. Il funerale della Vergine).

A Genova è da ricordare soprattutto Giulio Monteverde (1837-1917), che, come tanti suoi contemporanei della fin di secolo si dibatté fra verismo ed accademismo, e improntato a questi caratteri è il gruppo di Madonna col Bambino (1889) per la tomba Balduino nel cimitero di Staglieno a Genova. A Firenze si fa sentire una forte personalità, nemica acerrima di ogni accademismo: Adriano Cecioni (1836-86), teorico dei macchiaioli: ma nelle sue sculture invano cercheremmo un qualche interesse per il mondo sacro. Più tardi si stabilisce in questa città il palermitano Domenico Trentacoste (1859-1933), che nel Cristo Morto eseguito per la tomba De Asarta a Praforcano (Udine) mostra non solo una sicura interpretazione della natura ma un profondo sentimento che nobilita la forma. A Roma, capitale d'Italia, spiegarono un'intensa attività artisti di diverse tendenze. Anima ardente si rivela Ernesto Biondi (1853-1917), in un S. Francesco in estasi (1898-1900), oggi nella collez. Biondi in Roma, che può considerarsi il suo capolavoro e che mostra attraverso un vitasse pittoricismo un profondo interesse per la natura. Viceversa Enrico Quattrini (1863-1930) è un sensibile modellatore e interprete sincero e fine del tema sacro in una Annunciata ( 1903 ca.), a Roma, di proprietà del figlio Carlo, che prosegue l'arte paterna, mentre Eugenio Maccagnani (1852-1930) imprime un forte plasticismo nella sicura prospettiva e un carattere calmo e solenne in un bassorilievo con il Trasporto del corpo di s. Cirillo (1908), ora nella collez. mons. Leccisi di Roma. L'eclettico Ettore Ximenes di Palermo (18551926: Roma, collez. Ugo Ximenes), di forme ricercate ma nobili. Il più vivace naturalismo si trova a Napoli con Filippo Cifariello (1864-1936), abilissimo e potente modellatore, del quale rimane il gruppo monumentale bronzeo del Cristo morto e la Maddalena (1895) nella Galleria dell'Accademia di Belle Arti di Ravenna, una delle maggiori opere del tempo per robustezza plastica ed effetto drammatico. Vincenzo Gemito (1852-1929), che fu un altro geniale interprete della vita. Nel nostro secolo non sono mancate le nuove generazioni che hanno proseguito nella tradizione dell'800. Basterebbe ricordare a Roma Ambito Cataldi (1882-1930), con il gruppo marmoreo di Madonna col Bambino (1921) presso la vedova in Roma. E ancora operosi Duilio Cambellotti (n. nel

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1876; Buon Pastore, del 1946, con interessanti stilizzazioni), Aurelio Mistruzzi (n. nel 1880; Regina Pacis del 1948), Alfredo Biagini (n. nel 1896; bozzetto vincente per una delle porte della Basilica Vaticana, del 1949). Altri, e sono i più, hanno cercato di rinnovare dando importanza alla forma, semplificando, interessandosi a caratteri e stati d'animo. Fra questi una delle personalità che più s'impone alla nostra attenzione e che ancora aspetta una giusta valutazione è Ermenegildo Luppi (1877-1937), che ha saputo creare opere di prim'ardine (cf. Pietà, grandioso gruppo marmoreo già nella Galleria nazionale d'Arte Moderna a Roma: piccolo bronzo con i busti della Vergine e del Cristo propr. Barluzzi a Roma). Altri, pur non toccando il grado d'intensa poesia cui è giunto il Luppi, hanno creato belle opere: Giovanni Prini (n. nel 1877), p. es., con il Battesimo di Cristo (1951) in S. Eugenio a Roma, o Antonio Maraini (n. nel 1886), con la Porta di S. Paolo fuori le mura (1891), o Attilio Selva (n. nel 1888) con il gruppo bronzeo della Regina Pacis (1948). Di una generazione più giovani, e quindi di carattere più moderno nel processo di semplificazione della forma, sono Francesco Nagni (n. nel 1897), autore di una Dormitio Virginis (1939, presso l'artista), mirabile per senso di misura e sentimento; Alessandro Monteleone (n. nel 1897) con una severa Deposizione nel Sepolcro (1948); Venanzio Crocetti (n. nel 1913), vincitore del concorso per una delle porte di S. Pietro (1949); Pericle Fazzini (n. nel 1913), cui devesi il gruppo della S. Francesca Saverio Cabrini incoronata da un angelo (1951) in S. Eugenio a Roma. A Firenze, chi più rinnova la tradizione pur sugli esempi del '400 e del romanico è Libero Andreotti (1875-1933): si veda la Pietà (1926) in S. Croce a Firenze. l'altra bella Pietà (1928-29), per la severa stilizzazione, nella collez. Bisuropulos a Grignano di Trieste, o il Cristo risorto e benedicente (1928) per il Monumento della Vittoria a Bolzano. Segue la stessa via Giuseppe Graziosi (1879-1942), come dimostra il Crocifisso (1942) per la chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Roma. E portato invece ad una forma grandiosa e severa Romano Romanelli (n. nel 1882), autore della Pietà (1924) nella Casa Madre dei Mutilati a Roma, e, al contrario di lui, Antonio Berti (n. nel 1904) si compiace della più preziosa eleganza, come nella statua bronzea di S. Caterina da Siena (1938). Dove il rinnovamento è stato più deciso per le affermazioni di nuovi autentici valori d'arte, è indubbiamente a Milano, città nella quale si formè nel 1922 quel movimento che prese il nome di "Novecento". Già si impose a noi con una visione nuova ma personalissima Adolfo Wildt (1868-1931), che in forme ampie, stilizzate, sottili, levigate e luminosissime ha saputo esprimere gli aspetti più passionali e tragici dell'anima umana rievocando le immagini di un S. Francesco (Roma, Galleria nazionale d'Arte Moderna) e di una S. Lucia (Forlì, Museo Civico). Invece, usando forme precise ma animate da un vibrante pittoricismo, Arturo Martini (1885-1947) dà alle proprie immagini un tono trasognato e leggendario, di un alto valore lirico (fatta riserva per alcune sculture) : così nel gruppo del Figliuol prodigo (1927) nell'Ospizio Ottolenghi di Acqui. Diverso Francesco Messina (n. nel 1900), la cui statuetta bronzea di S. Sebastiano mostra un carattere sostanzialmente classico con il suo preciso anche se animato plasticismo. Di spirito più vivace, continuatore di un gusto pittorico spiccatamente lombardo, per quanto non sacrifichi la forma, come aveva fatto Medardo Rosso, si rivela il bergamasco Giacomo Manzù (n. nel 1908), vincitore anch'egli del concorso per una delle porte di S. Pietro in Vaticano (1949) ma questo bozzetto, pur notevole nel gusto per la grafia e per la forma appiattita schematizzata, non rivela le migliori qualità dell'artista, come, ad es., alcune stazioni della Via Crucis, di bronzo, in S. Eugenio a Roma (1951), mirabili per potenza drammatica.

La pittura neoclassica in Roma si può dire che abbia avuto un maestro nel francese J.-L. David (v.), che a Roma dipinge nel 1784 il celebre Giuramento degli Orazi, oggi nel Museo del Louvre a Parigi e considerato come la prima pittura ufficiale della nuova età.

Ma la preoccupazione di una esatta ricostruzione storica, l'assoluta prevalenza di una forma ben determinata, il gusto per la linea generarono facilmente composizioni fredde e monotone.

Lo si vede subito nel caposcuola Vincenzo Camuccini (1771-1844), autore di una Conversione di s. Paolo nella Basilica Ostiense, e cosi anche in altri operosi in Roma come Gaspare Landi (1756-1830), cui devesi, p. es., l'Immacolata Concezione in S. Francesco di Paola a Napoli, e in allievi o seguaci del Camuccini, quale Filippo Agricola (1776-1857) con l'Assunta, in S. Paolo fuori le mura, e Francesco Coghetti (1804-75) con un S. Stefano nella stessa basilica, allora ricostruita.

Caratteri generali affini si trovano negli altri principali centri artistici di questo periodo, che sono Milano, Firenze, Napoli. A Milano, dove poco si produsse nel campo dell'arte sacra il caposcuola Andrea Appiani (1754-1817) che ha lasciato gli Evangelisti e i Dottori in S. Maria presso S. Celso; a Firenze operano Pietro Benvenuti (v.) e Luigi Sabatelli (1772-1829), e dell'uno e dell'altro si conservano opere nel duomo di Arezzo; infine a Napoli, allievo di Costanzo Angelini, ricordiamo Giuseppe Mancinelli (1813-75) con l'Orazione nell'Orto in S. Lucia a Napoli e Camillo Guerra (1797-1874) con il Trassita di s. Giuseppe nella già ricordata chiesa napoletana di S. Francesco di Paola. Nei vari centri italiani sorsero in reazione al neoclassicismo vari indirizzi nuovi, ma spesso questi, dal punto di vista formale, proseguirono l'accademismo di prima.

A Roma si formò la cosiddetta "scuola dei Nazareni» (v.), con a capo Friedrich Overbeck (1789-1869), che vollero sostituire al mondo classico quello cristiano e ridurre le immagini a forme astratte. Dal movimento dei Nazareni e più dalle discussioni letterarie del tempo derivò il "purismo" (v.), che ebbe a capo Tommaso Minardi (v.) e fu accettato dallo stesso Overbeck. Ma nemmeno questo nuovo indirizzo, che si proponeva fini morali e religiosi e si rifaceva ai primitivi, fu immune d'accademismo: la parola della fede si spegne in opere studiate e stanche (cf., ad es., la Visione di s. Stanislao Kotsha in S. Andrea al Quirinale, del Minardi). Presto si manifestò l'interesse per il vero, ma questo studio nelle vaste composizioni storiche e religiose si congele molto spesso in forme non meno convenzionali di prima. E il cosiddetto verismo storico, di cui sono numerose manifestazioni nella Roma di Pio IX in chiesa allora rinnovate. Basta ricordarne alcune : gli affreschi con Scene della vita di s. Paolo nella navata centrale e nel transetto della Basilica Ostiense per opere di parecchi artisti, fra i quali Francesco Podesti (1800-95) e Pietro Grandi (1831-91); gli affreschi con Scene della vita di s. Lorenzo e s. Stefano in S. Lorenzo fuori le mura, dovuti a Cesare Tracassini (1838-68), al Mariani e al Grandi e oggi quasi tutti scomparsi in seguito al bombardamento del 1943; le decorazioni in S. Agostino compiute dal Gagliardi; la Sala dell'Immacolata Concezione in Vaticano, del Podesti. Più tardi continua la stessa tradizi