volume-08

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e sostanza, eternamente sottratta al dolore. Nel Nydya, che può esser considerato il complemento del Vaiseyika, la funzione liberatrice è attribuita alla perfetta conoscenza dei sedici concetti logici, detti anche essi padärtha per analogia con le categorie del Vaiseyika, sebbene non si tratti di vere e proprie categorie.

Bibl.: C. A. F. Rhys Davids, s. v. in Enc. of Rel. and Eth., VIII, pp. 770-74.

Ferdinando Belloni Filippi
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ida I, D. Stefansova, L'art byzantin et l'art lombard en Transpivanie, Parigi 185, luv. 271 Moldavia - Cancili ecumenici. Affresco del sec. XV-xvi. S. Giorgio di Harlau.

MOLANUS, Jan van (latinizzato da Meulen, Vermeulen, van der Meulen). - Teologo, n. a Lilla nel 1533, m. a Lovanio il 18 sett. 1585 . Studio a Lovanio, ottenendovi la laurea in teologia nel 1570.

L'attività principale di M. fu quella di professore nell'Università di Lovanio, della quale nel 1578 fu anche rettore. Nella guerra dei Paesi Bassi, pur mantenendo piena lealtà al Re, protestò coraggiosamente contro la tirannia dei suoi ministri. La sua fama è dovuta specialmente all'edizione critica del Martirologio di Usuardo (Lovanio 1568). Scrisse inoltre: Indiculus sanctorum Belgii (ivi 1573); De picturis et imaginibus sacris (ivi 1570); De historia sanctorum imaginum (ivi 1594); Theologiae practicae compendium per conclusiones in quinque tractatus digestum (Colonia 1585), buon manuale di teologia pratica, in cui M. riassume le lezioni che teneva nel Collège du roi, del quale era presidente.

Bibl.: E. Ammann, s. v. in DThC, X. coll. 2087-88; H. Leclercq, s. v. in DACL, XI, coll. 1718-27 (con elenco completo delle opere).

Igino Rogger
MOLDAVIA. - I. Geografia. - Una delle 16 Repubbliche federate dell'U.R.S.S. (A.M.S.S.R.), che sopra una superfice di 33.700 km . conta oggi 2,4 milioni di ab., dei quali il 70 \% Moldavi (il resto Ucraini, Russi, Ebrei, Bulgari, Tartari, Turchi, ecc.).

In seguito all'Ultinatum del 27 giugno 1940, la U.R.S.S., che non aveva mai voluto riconoscere l'avvenuta (1918) annessione della Bessarabia (cioè del territorio fra Dniester e Prut) alla Romania, impose a quest'ultima la cessione non solo di tale regione ( 44-482 mathrm{~km} / mathrm{s} con 3,1 milioni di ab.), ma anche quella della Bucovina settentrionale ( 5242 kmq . con 520 mila ab.), nonché del distretto di Horta, che era sempre appartenuto alla M., cioè al territorio romeno al quale più propriamente si applica tal nome. L'U.R.S.S., che aveva creato nell'ott.

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(da I. D. Stefaneseu, L'art byionitn et l'art tombard in Transylvania, Parigi 1621, tax. 56)
Moldavia - Salita al calvario. Episodio del Cirenen. Sotto 2. Teodoro Tirone e s. Teodoro Stratelita. Affresco del sec. xv1. Dobrovat, Monastero.

1924 sul basso Dniester una fittizia Repubblica autonoma moldava ( 8419 kmq ., con 616 mila ab.), le aggregava, dopo il 1940, ca. la metà dei 50.254 kmq . strappati alla Romania, costituendo cosi la nuova Repubblica federata. Questa, però, è ben lontana dall'abbracciare l'intera Bessarabia, perché una parte di tale regione, insieme con la Bucovina, è passata alla Repubblica ucraina.

L'A.M.S.S.R. è paese collinare, dal clima temperato e dal suolo fertile, di vocazione essenzialmente agricolo-pastorale, ma fornito anche di buone risorse minerarie (lignite, fosforiti, gesso e petrolio). I prodotti principali sono il granturco, il frumento, il tabacco e la barbabietola da zucchero. Durante il dominio russo (durato fino al 1918) la regione era nota per la sua copiosa produzione di vini e di frutta.

L'unico centro abitato di qualche importanza è il capoluogo Kišinev ( 117 mila ab., del quali 475 Ebrei). Con la Repubblica sovietica non va confusa la M. vera e propria ( 38.058 mathrm{kmq}. con 2,8 milioni di ab.), che è la finitima regione romena compresa fra il Prut ed il crinale dei Carpazi.

Bibl.: G. Murgeel, La papulation de la Bèssarabie, étude démographique, Parigi 1920; A. Babel, La Bèssarabie, ivi 1926; R. Riccardi, La Bessarabia e la sua popolazione, in Giornale di palliica e di letteratura, 3 (1927), pp. 649-57. Giuseppe Caraci
II. Storia. - Storicamente si designa col nome di M. il secondo dei due principati romeni sorti a vita politica nel sec. xiv sui fianchi della Transilvania.

La data tradizionale della sua fondazione è l'anno 1359, quando una parte della piccola nobiltà romena del Maramureş nord-ovest di Transilvania, dopo aver partecipato alle conquiste di Ludovico I d'Ungheria sulle terre controllate dai Mongoli al di là dei Carpazi orientali,
insorse contro il sovrano ungherese e si stabili in quelle parti sotto la guida del voicvoda Bogdan. I suoi successori estesero sempre le frontiere del nuovo Stato che, sotto Stefano il Grande ( 1457 -1504), arrivò al suo massimo sviluppo territoriale: dai Carpazi orientali al fiume Nistro, e dalla Valacchia, il Danubio e il Mar Nero alla Polonia meridionale, nella Pocunia, con una superficie di 94.301 kmq . di cui 10.441 nella futura Bucovina e 44.442 nella futura Bessarabia (regioni strappate alla M. rispettivamente nel 1775 dagli Austriaci e nel 1812 dai Russi). Nel 1859 la M., o ciò che ne rimaneva, si univa alla Valacchia, formando insieme la nuova Romania.

La M. ha dovuto opporre una accanita e sovente vittoriosa resistenza ai Turchi; Stefano il Grande era in corrispondenza con Sisto IV che in una lettera lo chiamava, per le sue brillanti vittorie, "atleta di Cristo".

Per ciò che riguarda gli affari ecclesiastici, i primi principi della M., paese separato dall'ubbidienza alla Sede Romana, dipendevano dal metropolita di Halicz, città che fece anche parte, tra il 1387-1404, del nuovo Stato. Nel 1401 la M. ottenne, dopo molte difficoltà e laboriose trattative con il patriarca di Costantinopoli, il riconoscimento di un metropolita romeno, Josif, con residenza a Suceava, la capitale del principato; questa metropolia venne trasferita nel 1564 , insieme alla capitale, a Jasi. Furono poi fondati altri vescovati.

Per ciò che riguarda il cattolicesimo, un primo vescovato fu fondato nel 1227 da Gregorio IX a Milcov - ubicazione incerta - per i Cumani recentemente convertiti, ed ebbe come titolare il domenicano Teodorico; l'invasione mongola del 1241 distrusse ogni traccia di questa città, ma il titolo - onorifico - di vescovo di Milcov rimase ancora per tre secoli fra gli ecclesiastici ungheresi.

Un secondo vescovato cattolico fu cretto da Urbano V nel 1370 a Siret, dietro richiesta del principe regnante Lațcu, passato al cattolicesimo (conversione personale che non ebbe seguito); il titolare, un francescano Andrea da Cracovia, sembra che non sia mai venuto in M. Egli ebbe altri 4-5 successori titolari e dopo il 1434 di questo vescovato non si parla più. Alessandro il Buono (1400-32) autorizzò, nel 1413, un vescovato cattolico a Baia, fece anzi costruire a proprie spese per il nuovo vescovo, il domenicano Giovanni de Ryza, una bella chiesa di pietra, ma anche questo vescovato durò appena un po' più di un secolo. Nel 1607 venne fondato un vescovato a Bacau, che funzionò fino verso la fine del sec. xvili. Il suo primo titolare fu Gir. Arsengo. Finalmente, il 27 apr. 1883, Leone XIII fondò il vescovato di Jasi, tuttora esistente.

M. è la culla culturale del romanismo : qui, nei monasteri, sono state scritte le prime cronache romene; i cronisti moldavi Ureche e Miron Costin sono i primi a svelare al popolo la sua origine latina; il principe Demetrio Cantemir (1684-1723) e lo * sputaro * Nicolae Milescu (v.) furono eruditi di fama mondiale; il romanticismo letterario si afferma con Cogălniceanu e Alecsandri; moldavo è il poeta nazionale dei romeni, Mihail Eminescu, come pure il grande storico Nicolae Iorga.

Per l'arte, v. ROMANIA.
Bibl.: C. Auner, 10 articoli in Revista catalizd, Bucarest, 1912-15; E. Humnusschi, Documento privitoare la Istoria Romdnilor, ivi 1912-22; N. Iorga, Istoria bisericii romdncşti si a vietii religioase a Romdnilor, ivi 1928-30; C. Glurescu, Istoria Romdnilor, ivi 1935-42.

Petre Vălimăreanu
MOLESCHOTT, JAKOB. - Fisiologo e medico olandese, n. a s-Hertogenbosch il 9 apr. 1822, m. a Roma il 20 maggio 1893. Insegnò dapprima a Heidelberg (1847-54) osteggiato per il suo indirizzo materialistico, poi a Zurigo. Là, conosciuto da F. De Sanctis, ministro dell'Istruzione, fu nominato professore all'Università di Torino (1861); insegnò quindi a Roma (dal 1879). Fu senatore del Regno d'Italia.

Svolse ricerche scientifiche sui fenomeni della nutrizione e del ricambio nelle piante e negli animali (Physiologie des Stoffwechsels in Pflanzen und Tieren, Erlangen 1851; Untersuchungen zur Naturlehre des Menschen und der Tiere, 13 voll., Francoforte, quindi Giessen 1857-85),

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In alto a sinistra: PALAZZO DEL GOVERNO. In alto a destra: MERCATO. In basso a sinistra: VEDUTA AEREA. In basso a destra: LA CATTEDRALE.

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In alto a sinistra: CASTELLO MONFORTE costruito nel 1549 da Niccolò Monforte - Campobasso. In alto a destra: ABBAZIA DI S. VINCENZO AL VOLTURNO. Avanti di un porticato (sec. xiri) - Castel S. Vincenzo. In basso a sinistra: PANORAMA di Montefalcone del Sannio. In basso a destra: PANORAMA di Castel S. Vincenzo.

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(fot. Exit)
(fot. Exit)
In alto a sinistra: CHIESA DELL'ANNUNZIATA (sec. xiv) - Venafro. In alto a destra: PROSPETTO DELLA CHIESA DI S. EMIDIO (sec. xiv) - Agnone. In basso a sinistra: PARTICOLARE DELLA FACCIATA DELLA CATTEDRALE (sec. xit) - Termoli. In basso a destra: PULPITO della chiesa di S. Maria di Canneto (1223) - Roccavivara.

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(Jut. J. Ortiz Echegar)
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(Jut. J. Ortiz Echegar)
In alto a sinistra: MONACO IN LETTURA DAVANTI ALL'EREMO - Camaldoli (Arezzo). In alto a destra: REFEZIONE DEL MONACO NELLA CELLA - Miraflores, Certosa. In basso: ACCOMPAGNO FUNEBRE DI UN CONFRATELLO - Miraflores, Certosa.

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ecc. e sulla fisiologia umana (teoria dell'innervazione cardiaca). La sua opera fondamentale Der Kreislauf des Lebens (Magonza 1852) segna il passaggio dalla filosofia della natura, di ispirazione romantica, alla concezione materialistica del mondo come sistema di forza e materia, nella quale M. influì sul Büchner (v.). A differenza dei materialisti dogmatici, M. ammette ancora con Kant che lo spazio ed il tempo in cui si presenta il mondo siano soggettivi : ma il loro contenuto, la sostanza che si nasconde tra i fenomeni fisici e i fenomeni psichici, è per lui materia, non spirito. La coscienza stessa ha per suo organo il cervello, né altra realtà che in questo. Il mondo materiale è regolato da una circolazione continua di forze, dei vari tipi e ordini di esistenza, i quali si aiutano a vicenda e si trasformano gli uni negli altri. Così le relazioni reciproche della natura e della società, della stirpe e dell'ambiente mantengono in vita l'uomo. Queste vedute assai ingenue vennero paragonate dai contemporanei alla metafisica scolastica delle sostanze e all'ilemorfismo (v.) medievale: ma non superano il metodo materialistico.

Bibl.: J. M., Per i miei amici, ricordi autobiografici, Roma 1902; F. A. Lange, Geschichte des Materialismus, II, 7* ed., Lipsia 1900, pp. 126, 131 (trad. it., Milano 1932). Santino Caramella

MOLESME. - Antica abbazia nel dipartimento della Côte d'Or in Francia, prima della diocesi di Langres, ora di quella di Digione, fondata nel 1075 da s. Roberto fondatore dei Cistercensi.

Nel suo periodo più florido ebbe alle sue dipendenze ben 64 priorati. Ebbe a soffrire nel 1472 e più ancor dagli ugonotti nella seconda metà del sec. xvı; in tale epoca decadde anche perché venne data in commenda; nel 1648 passò alla Congregazione dei Maurini. Con il 1789 andò distrutta dalla rivoluzione la chiesa abbaziale del sec. xvir; le costruzioni monastiche sono oggi trasformate in scuole e in abitazioni private.
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(da 2. Laurent, Cartulaires de l'abbaye de M., Parigi 1867, nav. 2)
Molesme - Diploma di Roberto I, vescovo di Langres in favore dell'abbazia di M. (1101) - Langres, Archivio della Côte d'Or.

Bibl.: J. Laurent, Cartulaire de l'abbaye de M. (916-1050), 2 voll., Parigi 1907-11; J. Pfister, L'abbaye de M. et les origines de Nancy, Parigi 1893; Cottineau, II, coll. 1872-73.

Enrico Josi
MOLFETTA, diOCESI
di. - Città e diocesi in provincia di Bari. Ha unite le diocesi di Giovinazzo e Terlizzi. Ha una popolazione di 90.000 ab. quasi tutti cattolici. Conta 15 parrocchie servite da 83 sacerdoti diocesani e 22 regolari, un seminario, 4 comunità religiose maschili e 17 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 273).

STORIA. - E controverso l'anno della istituzione della sede vescovile. Il Gams ed altri accertano il primo vescovo Giovanni verso il 1136, altri, che fan capo all'Ughelli, pongono lo stesso vescovo al 1179, poiché un tal nome figura nella lista dei partecipanti al Concilio Lateranense dello stesso anno, indetto da Alessandro III. Pare certo comunque che l'origine dell'episcopato debba risalire alla metà del xir sec., come suffraganeo di Bari. Tra i presuli della diocesi spicca la figura di G. B. Cibo, genovese (1473), qui traslato da Sisto IV, eletto l'anno appresso cardinale e, nel 1484, papa Innocenzo VIII. Nonostante il suo breve soggiorno, il futuro pontefice serbò grata memoria di M., perché, appena eletto, rese indipendente la diocesi dalla metropolitana di Bari e la dichiarò soggetta immediatamente alla S. Sede. Degli altri si ricordano: Alessio Celadoni ( 1508 ), che prese parte al V Concilio Lateranense; Ferdinando Ponzerli ( 1517 ), fiorentino, poi cardinale, coadiuvato dal nipote Giacomo, sotto il cui episcopato avvenne il terribile sacco del 1529 ad opera del Lautrec: e Carlo Loffredi ( 1670 ), teatino, che pacificò clero e magistratura, e promosse varie opere di beneficenza a favore di istituzioni religiose. Nel 1818 Pio VII unì a M. le soppresse diocesi di Terlizzi e Giovinazzo, ma in seguito (1833), su istanza del borbónico Ferdinando II, concesse alle due sedi il ripristino della dignità vescovile, pur lasciandole unite a M. e dipendenti direttamente dalla S. Sede.

Monumenti. - Nel periodo della sua maggiore fortuna, M., come le altre città consorelle, si ornò di monumenti notevoli, tra i quali spicca tuttora la mole massiccia della Chiesa Vecchia o S. Corrado, l'antica cattedrale del borgo medievale, iniziata nella seconda metà del sec. xv e terminata alla fine del xiri. Le sue strutture portano il segno delle varie interruzioni che dovette subire la fabbrica, asimmetrica nell'icnografia, con 2 torri mozze a fianco di una facciata mai costruita e 2 campanili a tre piani con coronamenti di archetti. L'interno, quasi del tutto integro, esprime una rude vigoria dalla staticità degli elementi. Quattro pilastri cruciformi con semicolonne addossate sorreggono i tamburi poligonali di 3 cupole : elissoidale la mediana, emisferiche le altre. I tamburi sono impostati su pennacchi snelliti da nicchie a calotta sferica o, nella terza, da cornici di archetti. L'introdosso delle vòtte è costituito da corsi regolari di conci, coperti esternamente da piramidi di lastroni (chiancarelle), collegati, per mezzo di muretti, ai muri esterni, in modo da formare un unico complesso che concorre uniformemente all'equilibrio e alla stabilità del fabbricato. Questi elementi strutturali (cupole, raccordi murari, capitelli, curve ogivali, ornati, ecc.), conferiscono alla chiesa un'importanza eccezionale nella storia dell'arte pugliese. In essa comunque si avvertono influssi musulmani e bizantini, lombardi e indigeni, secondo la migliore scuola che innalzò le caratteristiche cattedrali di questa regione. Altra chiesa notevole è il Duomo Nuovo, con pesante facciata barocca (sec. xvir). Nell'interno : una Visitazione di C. Rosa e un'Atuanta di C. Giaquinto, mollettese ( 1699-1765 ); in sacrestia :

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(fot. Alinari)
Molretta, diocesi di - Abside della Cattedrale (sec. xili).
una statua argentea di s. Corrado (sec. xvII), un magnifico ostensorio dell'abruzzese A. Pascale (sec. xvi), un messale miniato dei primi del Cinquecento e i resti del ricco coro intagliato già del Duomo Vecchio (1470). Da ricordare infine la chiesa di S. Bernardino (1451), con due bei quadri: La Madonna del Cacito e la Fuga in Egitto, attribuiti al Cozza (l'ultimo anche a scuola veneziana del Cinquecento), e un Cristo del Ribera; e la chiesetta della Madonna dei Martiri (farta erigere nel 1162 dal normanno Guglielmo II), che scrba ancora integri il transetto, l'abside e la cupola, l'iconc bizantina della Vergine, qui giunta, si vuole, da Costantinopoli nel 1188, e poche strutture dell'annesso Ospedale dei Crociati (1095).

Bibl.: Ughelli, I, pp. 916-20; Eubel, I, p. 335; II, p. 189 ; III, p. 241; IV, p. 238; F. Carabellese, La città di M. dai primi anni del sec. X ai primi del XV I; Trani 1899; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, III, Parigi 1904, p. 382 sgg.; G. Valente, La Chiesa Vecchia, antico duomo di M., Bari 1910; A. Vinaccia, Monumenti medievali di Terra di Bari, I, ivi 1915, pp. 116-20; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, II, Torino 1927, p. 605; F. Samarelli, Il tempio dei crociati dalle origini fino ad oggi, Mol. fetta 1938; D. Vendola, Rationes decimarum Italiae nei secc. XIII e XIV, Città del Vaticano 1939, p. 62.

Pasquale Testini
MOLIÈRE, Jean-Baptiste Poquelin, detto. Commediografo, n. a Parigi nel genn. del 1622, m. ivi il 17 febbr. 1673. Nella tradizione artigiana e popolaresca dei comici dell'Arte, passati d'Italia in Francia, entrò con forza smaniosa, portandola a conseguenze estreme; e in forme teatrali di audace geniale evidenza compose giuochi farseschi e spettacolari per lo svago di un'ora spensierata, e commedie che, pur nei modi comici e grotteschi, toccano la grandezza disperata e crudele della tragedia impietosa.

Suo padre, se come negoziante apparteneva alla borghesia parigina ricca e industre, storicamente legata alla monarchia di Francia, come «valletto e tappezziere del Re» aveva un compito preciso alla corte : apparatore delle cerimonie regali, si dirà : né il figlio si dimenticherà mai
di questa condizione. Ricevuta l'educazione classica conveniente alla sua classe sociale, compic, sia pur marginalmente, studi di diritto, ma il teatro lo chiama: ciò significava porsi al di là della norma, vivere alla ventura in una vigilata e dispettosa indipendenza di fuori-legge. Fonda nel 1643 l^{′} s Illustre Thèâtre s, ambiziosamente, ma in compagnia di attori, i Béjart, espertissimi del mestiere. L'impresa è sfortunata, e l'imprenditore nel 1645 è imprigionato per debiti. Accetta allora la comune condizione dei comici, il vagabondaggio, e sino al 1658 passa da una provincia all'altra, specialmente della Francia meridionale, facendo una feconda esperienza di tecnica teatrale e di linguaggio popolare. Le sue ambizioni vanno a più alto segno, alla conciliazione del mestiere di teatro con la letteratura: già negli ultimi tempi del suo giro in provincia compone farse di palese imitazione italiana (La jalousie du Barbouillé; Le medecin volant) e commedie d'intenzione più complessa (L'étourdi; Le dépit amoureux); ma a Parigi debutta con una tragedia di Corneille nella Sala delle Guardie al Louvre ( 24 ott. 1658); e la prima commedia che gli apre la via del successo è quella delle Précieuses ridicules (1659), che fra la satira letteraria del preziosismo e la farsa dei servi travestiti insinua l'argutissima accorta nota di costume. Il capolavoro dell'Ecole des femmes (1662) lo afferma clamorosamente: lavora al teatro del Palais Royal, diventa commediografo ufficiale di Luigi XIV, al Re si appoggia, e alla sua autorità, ambiziosa di disporsi al di sopra di tutte le discordie, ed anche delle controversie che toccavano la religione, durante la lunga contesa per il Tartuffe ou l'Imposteur (1664-69): la commedia che presumeva di rivendicare i diritti della onestà naturale, del ragionevole buon senso, contro le turpitudini mescherate degli ipocriti, e che nella polemica giansenistica interveniva respingendo gli uni e gli altri contendenti, e appellandosi al Monarca, lungimirante e generoso e giusto. In pochi anni di enorme lavoro M. si prodiga nelle molte funzioni di autore, di attore, di impresario della sua comica truppa e di apparatore delle feste di re Luigi : giovi contrassegnarli con l'elenco dei capolavori: Dom Juan ou le Festin de pierre (1665), Le misanthrope (1666), George Dandin (1668), L'avare (1668), Les femmes savantes (1672), Le malade imaginaire (1673). La morte lo assale mentre recita la commedia dell'uomo che non vuol sapere di dover morire: munito, par certo, dei conforti religiosi, ma non sepolto in terra cristiana.

Tre grandi temi trascorrono la sua grande drammaturgia : l'amore, la regalità, la natura. Ma l'amore è vita del senso, e la gelosia, che lo rende succube della sua stessa smania di possesso, ne avvelena ogni gioia (esemplare il personaggio di Arnolfo nell'Ecole des femmes). La regalità pare un rifugio, che assicuri grandezza e difesa alla sorte umana, ma il poeta di corte diventa regicta affaticato di balletli
e di pastorali, quando non s'adatta ad assistere il sovrano nei suoi travestimenti amorosi (Amphitryon, 1668). La natura, che nel suo timore d'ogni trascendenza, e sin nel la sfida superba di Don Giovanni, dovrebbe essergli madre, insidia l'uomo con la malattia e lo minaccia con la morte: né gli vale, condannato a morir giovane nella grottesca cerimonia che ascrive il malato immaginario alla Facoltà medica, irridere ai presunti prevaricatori della natura, i medici. Nel-
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(da M., Oeuvres complètes, Parigi 169), Molière, Jean-Baptiste Poquelin, detto - Ritratto. Incisione in rame di J. Leman.

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la sua ingenua sete di gioia il poeta è continuamente contrastato e sopraffatto, e la commedia, che vorrebbe cantare l'abbandonarsi alla naturalezza del vivere e dell'amore, diventa, imprevedutamente, audace e amaro dramma: quasi si distacca dai suoi propositi e gli si rovescia addosso. Proprioin questo distacco della immagine poetica della elaborazione disposta con tanta solerzia e cosi scolera sapienza tecnica, è la poesia; e l'opera diventa, come proseguendo da sola verso l'audace amara verità che lo soverchia, giudice del suo autore.

Bias.: edd.: Oeuvres (corredate di antiche incisioni e annotate da B. Guégan), 7 voll., Parigi 1925-29; Oeuvres de M. (secondo i testi originali, con notizie di J. Copeau), 10 voll., ivi 1929; Oeuvres complètes (resto critico e note di M. Rat), 2 voll., ivi 1932. Repertori bibliografici : P. Lacroix, Collect. moliéresque, 20 voll., ivi 1867-75; id., e G. Monval, Nouvelle collect. moliéresque, 17 voll., ivi 1861-90; C. Levi, Saggio di una bibl. italiana di M., in Studi malieriani, Palermo 1922, p. 187 sgg.; P. F. Saintongen-R. W. Christ, Fifty years of M. studies (1832-1941), Baltimora 1942. Biografie e studi : dei numerosi contributi v. specialmente: C. Levi, M., Roma 1922; F. Picco, M., Firenze 1930; G. Michaut, M. raconté par ceux qui l'ont su, Parigi 1932; M. Apollonio, M., Brescia 1942: P. Brisson, M., sa vie dans ses acutues, Parigi 1942; D. Mornet, M., ivi 1943.

Mario Apollonio
MOLINA, Luis de. - Teologo gesuita, che ha legato il suo nome al molinismo (v.), n. a Cuenca (Nuova Castiglia) nel 1536, m. a Toledo il 12 ott. 1600. Religioso ad Alcalá (1553), fu subito inviato a Coimbra a compire i suoi studi. Nominato professore di dogmatica a Evora, vi rimase un ventennio (15661586).

Essendosi accesa anche in Spagna la controversia originata a Lovanio dalle tesi teologiche con le quali il Lessio, per tutelare la libertà dell'arbitrio creato, negava l'efficacia intrinseca della Grazia e sostenava la predestinazione past praevisa merita, M., nell'intento di trovare un punto d'intesa con le opposte dottrine dei Domenicani, pensò di sviluppare e applicare alla questione della Grazia il concetto di prescienza divina dei futuribili mediante la scienza media, come già era stato indicato dal Fonseca. Nacque cosi la Concordia liberi arbitrii cum Gratiae donis, divina praesciuntio, providentia, praedestinatione et reprobatione ad nonnullos primae partis D. Thomae articulos (Lisbona 1588), con una presentazione elogiativa del domenicano Bartolomeo Ferreira, censore delegato dell'Inquisizione portoghese. Ebbe altre numerose edizioni (Cuenca 1592, Lione 1593, Venezia 1594); l'ultima è quella di Parigi (1876), nella quale il titolo è leggermente mutato.

Il governatore del Portogallo, card. Alberto d'Austria, cui l'opera era dedicata, ne impedì la vendita e la trasmise segretamente a Bañez (v.), il quale la fece esaminare dall'Università di Salamanca, che vi riscontrò alcune proposizioni consorabili. Il cardinale rimase tali censure al M., che rispose con una memoria, aggiunta in appendice all'edizione, di cui fu allora permessa la vendita. L'opera, come il titolo indica, è un ampio commento alla Sum. Theol., 15, q. 14, 2. 13, q. 19, a. 6; q. 22 e 23. Essa però non ottenne il fine irenico propostosi dall'autore, poiché acci la discussione sulle dottrine in essa esposte, tanto che Clemente VIII avocò a sé il giudizio sull'opera e su tutta la questione (v. congregazioni romane sacre, III). Per oltre 20 anni incombette sulla Concordia il pericolo di una condanna. M., per prepararsi meglio alla difesa, lasciò Evora per il Collegio di Cuenca. Qui attese a due nuovi lavori: i Commentaria in primam Divi Thomae partem (2 voll., Cuenca 1592, Lione 1593, Venezia 1594) e il De iustitia et iure ( 6 voll., in parte pubblicati postumi; ed. parziali: Cuenca 1593, 1597, 1600, Anversa 1609; ed. completa: Colonia 1613, Venezia 1614, Anversa 1615). Nel 1600 dal visitatore della provincia di Toledo venne chiamato a Madrid per occuparvi la cattedra di teologia morale da poco istituita, ma mori dopo soli sei mesi.

II M., religioso esemplare e di profonda vita interiore, fu dalle circostanze messo a capo di una delle più celebri correnti dogmatiche moderne. L'importanza di M. non è però ristretta al campo della teologia dogmatica, in cui il suo apporto personale fu limitato ad una sola questione.

Egli eccelle come giurista e moralista. Nel suo De iustitia, non ha fatto soltanto della casistica, ma, insistendo sulla filosofia del diritto, ha cercato di porre un fondamento scientifico alle soluzioni ed ha contribuito sessi a lumeggiare i rapporti tra Stato e Chiesa e a indicare, almeno in linea di principio, la soluzione delle questioni economiche che già al suo tempo si facevano sentire.

Bias.: Sommoceogel, V, coll. 1167-79; Th. de Régnon, Bañez et M., Parigi 1883; X. M. Le Bachelet, Prédestination et Grâce efficace. Controverses dans la Compagnie de Jésus au temps d'Acquavico, Lovanio 1931; Fr. Stegmüller, Zur Literaturgeschichte der Philosophie und Theologie an den Universitäten Evora und Coimbra im 16. Jahrhundert, Münster 1931; E. Vansteenbarghe, s. v. in DThC, VII, col. 261; L. Izaqa, El p. Luis de M. internacionalista, Madrid 1936; J. Rabeneck, De L. de Molina studiorum philosophiae curricula, in Archivum historicum Societatis Jesu, 6 (1937., pp. 291-302; B. Anselmo, I principi della dottrina di L. M. sulla guerra giusta, Roma 1943; L. Garcia Prieto, La paz y la guera. M. y la escuela española del siglo XVI in relación con la ciencia y el derecho internacional moderno, Saragozza 1944.

Corrado Baisi
MOLINA, Mercedes. - Fondatrice delle Suore di S. Marianna di Gesù de Paredes y Flores (v.), n. a Bada (Ecuador) nel 1828, m. a Riobamba il 13 giugno 1883.

A Guayaquil, dove era passata con la famiglia, costretta a letto per una caduta da cavallo, decise di riprendersi dalla vita piuttosto mondana condotta fin allora, e, ricusate le nozze, cui prima inclinava, prese a condurre un'aspra esistenza di preghiera e di penitenza in luogo appartato, nella casa della sorella; che lasciò per prendersi cura di povere erfanelle e poi per coadiuvare i missionari presso gli indi Jibaros. Partiti i missionari, passò a Riobamba, dove fondo il suo Istituto, rivolto alle cure delle fanciulle povere e abbandonate, delle convertite e delle pericolanti, e fece i voti con le sue prime compagne il 14 apr. 1873, prendendo il nome di Mercede di Gesù. La causa di beatificazione fu introdotta l'8 febbr. 1946.

Bias.: AAS, 38 (1946), pp. 440-42. Celestino Testore
MOLINELLI, Giotian Battista. - Scolopio giansenista, n. a Genova il 29 genn. 1730, ivi m. il 25 febbr. 1799. Come il confratello scolopio Martino Natali (v.), che sostitui quale professore di teologia nel Collegio Nazareno, deve all'ambiente romano la sua formazione giansenistica.

Discepolo di Paolo Battista Curlo, che si ha motivo di credere agostiniano, prese parte alle polemiche contro la divozione al Sacro Cuore di Gesù, in ciò coerente con il Natali, che anonimo aveva pubblicato una Lettera istruttiva d'un teologo romano ad una religiosa sua congiunta intorno alla divazione al Cuore di Gesù (Roma 1773), della quale, pur ammetendosene il simbolismo, se ne negava il culto. Di ispirazione agostiniana e potorezalista è generalmente la sua opera (manoscritta per lo più e conservata nell'Archivio provinciale di Cornigliano, in parecchi volumi), anche se prudenzialmente diplomatica e guardinga. Merito infatti a un tempo riserve da parte delle Nouvelles Ecclésiastiques e simpatia da parte dei giansenisti italiani e esteri. Pur aderendo sostanzialmente alle novità democratiche, disciplinari e liturgiche, per non turbare l'unità della Chiesa, si può considerare in politica un conservatore e in religione un dissimulatore riservato ed ermetico. Antimolinista, prese parte alla lotta dottrinale contro i Gesuiti con l'ex-gesuita Gian Carlo Brignole, fratello dell'ultimo doge di Genova.

Scrisse diverse opere: Selectae praepositiones de peccatis, de peccatorum meritis et remissione iuxta doctrinam et. Augustini et Thomae Aquinatis (Genova 1770); De fide et symbolo (ivi 1771); Del primato dell'Apostolo a Pietro e dei Romani Pontefici suoi successori in confutazione di vari scritti recenti (ivi 1784). Per l'ambiguità della trattazione piacque e dispiacque ai giansenisti, sì che il De unitate Ecclesiae (ivi 1785) passò quasi inosservato, riscattato però dalle Riflessioni sopra l'operetta stampata in Pavia nel 1784 che ha per titolo: Vera Idea della Santa Sede (ivi 1787), che meravigliarono i suoi amici, ma che debbono considerarsi nell'ambito prudenziale e oppor-

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tunistico della letteratura polemica del primo giansenismo. Figura non modesta di teologo, il M. meriterebbe un accorto esame non solo perché preparò il clima e il terreno a Eustachio Degola, suo affezionato discepolo, e a tutti i giansenisti liguri, per essere egli stato molti anni insegnante di teologia nelle scuole genovesi, ma anche per aver trattato temi e tesi propriamente dogmatiche, che ebbero poi un decisivo sviluppo per opera di Tamburini nel «Portico Teologico» di Pavia.

Bibl.: P. Nurra, Il giansenismo ligure alla fine del sec. XVIII, Genova 1926; A. Colotti, Il giansenismo e la disozione al Sacro Cuore di Gesù, Modena 1938; E. Codignola, Carteggi di giansenisti liguri, 3 voll., Firenze 1941-42. Benvenuto Matteucci

MOLINISMO. - Sistema teologico che prende nome da Molina (v.). Il 10 ott. 1567 s. Pio V, con la bolla Ex omnibus afflictionibus, aveva condannate le opinioni eretiche ed erronee di Baio. I Gesuiti non erano estranei a tale condanna. Nella controversia che tanto agitò il sec. xvi sulle possibilità spirituali dell'uomo dopo la colpa e sulla natura del peccato originale essi erano portati, dalla loro medesima spiritualità, a un ottimismo che contrastava direttamente con il pessimismo dei protestanti e dei loro seguaci. Il m. è l'espressione teologica di questo atteggiamento della Compagnia di Gesù e di tutta quell'epoca, che ad essa deve gran parte della propria vitalità spirituale. Molina fornì la prima esposizione sistematica dal punto di vista dei Gesuiti sulla controversia della Grazia.

Riprendendo in parte le posizioni del Lessio e utilizzando i principi filosofici del Fonseca, il m. ritiene che: 1) Dio, infinitamente sapiente, conosce quanto ha ragione di verità e nel modo in cui è vero. Una cosa rispetto a Dio può esser vera in tre modi diversi : a) in quanto possibile, e sotto questo aspetto la sua verità è necessaria ed eterna ed è conosciuta da Dio di scienza necessaria e di semplice intelligenza, perché fondata sulla comprensione intellettuale che Dio ha di se stesso come causa esemplare infinitamente partecipabile; b) in quanto è futura dipendentemente dal solo libero atto della volontà divina, che determina di farla esistere. Tale scienza è in Dio libera, perché dipendente dalla sua volontà e fondata sulla comprensione della sua volontà, e non è più di semplice intelligenza, ma di visione, dato che è conoscenza eterna di una cosa come esistente; c) in quanto potrebbe esistere dipendentemente dalla libera scelta di una volontà creata. Una volontà creata potrebbe infatti nelle diverse circostanze compiere svariatissimi atti. Ciò che essa potrebbe liberamente fare è ancora nell'ordine dei possibili. Ma tra queste possibilità essa ne sceglierebbe una. Tale libera determinazione di una volontà creata in un ordine di possibili si chiama "futuribile». I futuribili Dio non li conosce di scienza necessaria, perché non hanno in se stessi una determinata verità che sia immediatamente fondata nella divina essenza: sono infatti liberi; ma neppure di scienza libera, poiché non dipendono unicamente dalla sua volontà, ma anche dalla libera scelta della creatura. Non di scienza di semplice intelligenza, perché la loro verità non dipende unicamente dalla conoscenza che Dio ha della divina essenza in sé; non di scienza di visione, perché, se non saranno realizzate le circostanze, essi non si avvereranno mai. Li conosce perciò di una scienza che è media tra le predette e che i molinisti chiamano appunto "scienza media", e che è fondata nell'essenza divina con relazione di ragione all'atto libero della creatura, al quale Dio non predetermina (altrimenti verrebbe meno la libertà della creatura), dal quale non viene determinato alla conoscenza (altrimenti dipenderebbe dalla creatura), ma al quale ipoteticamente si condetermina assieme alla creatura.
2) Dio è causa prima e universale. Anche l'atto libero della creatura non sfugge a questa causalità. La premozione divina richiesta a tale atto è pertanto fisica. Siccome tale atto è per supposizione libero, tale premozione fisica non può però essere predeterminante. E perciò una premozione indeterminata che, essendo ricevuta in
un ente capace di autodeterminazione (la volontà umana), è sufficente a muoverla all'atto, al quale Iddio concorre condeterminandosi. Nell'ordine di natura tale premozione si identifica con la causalità universale di Dio sostentante una natura capace di autodeterminazione. Anche la Grazia attuale, mozione soprannaturale, segue tale regola. Essa pertanto non deve essere concepita come una predeterminazione fisica della volontà, ma come un influsso immediato sull'atto indeliberato, con il quale si identifica, il quale cioè, in quanto prodotto da Dio, è di per se stesso Grazia. Tale Grazia a seconda che, essendo congrua a tale natura in quelle particolari circostanze, venga accettata e seguita dall'atto deliberato, o invece respinta, diviene efficace oppure rimane nell'ordine di Grazia puramente sufficente.
3) Dio vuole sinceramente la salute eterna di tutti gli uomini, perciò è morto per tutti e dà a ognuno le Grazie veramente sufficienti a raggiungere la vita eterna. Tale antecedente volontà divina è però condizionale, vale a dire se gli uomini accetteranno la Grazia e metteranno la gloria. Attraverso la scienza media e la conseguente conoscenza dei futuribili Dio sa quali Grazie rimarrebbero puramente sufficienti e quali, essendo congrue, diverrebbero efficaci in qualsiasi ordine di possibili, e sa pure di conseguenza quali uomini in ogni ordine si salverebbero, quali liberamente si dannerebbero. Siccome però la scelta di un determinato ordine di futuri dipende unicamente dalla libera volontà divina, essa, rispetto a coloro che nell'ordine scelto liberamente si salveranno, ha perciò in sé stessa ragione di beneficio. Per questo motivo e anche perché la fede, la giustificazione, la perseveranza finale non possono essere meritate, ma sono dono gratuito di Dio, si può affermare che esiste un vero ordine di predestinazione divina che, complessivamente, è assolutamente gratuito ed esistono pure Grazie efficaci, che Dio largisce come tali.

Qui i molinisti si dividono. Alcuni con Bellarmine, Suárez, Lugo, Ruiz de Montoya ritengono che la scelta di tale ordine di futuri suppone in Dio una positiva volontà di salute verso i predestinati, ricadendo in tal modo nel sistema banneziano. Altri, tra i quali Lessio, Valentia, Vasquez e la maggior parte dei moderni, affermano che, benché in senso conseguente la scelta di questo ordine abbia ragione di beneficio per i predestinati, Dio non l'ha eletto di volontà antecedente per un motivo in qualsiasi modo dipendente della creatura, e negano pertanto qualsiasi riprovazione negativa antecedente, che sarebbe contraria alla volontà selvifica universale di Dio. Tutti i molinisti sono però concordi nell'affermare che la volontà divina di predestinazione alla gloria presa in sé, o di condanna alla pena eterna conseguono la previsione dei meriti soprannaturali o dei demeriti, per cui lo stato di morte in Grazia o in peccato è il termine relativamente al quale la volontà divina, da antecedente e condizionale di salute per tutti gli uomini, diviene conseguente e assoluta di predestinazione o di riprovazione positiva.

Bibl.: Th. de Régnon, Bannbianisme et molinisme, Parigi 1890; W. Hentrich, Gregor von Valencia und der Molinismus, Innsbruck 1898; J. de la Servière, La théologie de Bellarwin, Parigi 1909; H. J. Busch, Das Wesen der Erbsilode nach Bellarwin und Suarez, Paderborn 1909; R. de Scorruille, F. Suarez, 2 voll., Parigi 1911; J. Brodrick, The life and work of card. Bellarwin, Londra 1928; C. Van Sull, L. Lessius, Lovenio 1930; Fr. Stepmüller, Ursprung und Entwicklung des Molinismus, Münster 1931; X. Le Bechelet, Prédestination et Grâce efficace. Controcertes dans la Compagnie de Mens au temps d'Acquaviva, Lovenio 1931; E. Vansteenberghe, Molinisme, in DThC, X, coll. 2094-2187; A. Bennet, La filosofia de la libertad en las controversias teologicas del siglo XVI y primera mitad del siglo XVII, Barcelona 1932; J. Stegmüller, Geschichte des Molinismus, I, Neue Malinaushriften, Münster 1933; L. Di Rosa, Molina, Leibnitz e Rosmini nel preblema del male, in Rivista rosminiana, 29 (1935), pp. 268-83; J. Ternus, Necmolinitmus, in Scholastik, 12 (1937), pp. 778-89; A. C. Pegis, Molina und Human Liberty, in Jesuit Thinkers of the Renaissance, Milwaukee 1939, pp. 72-131; B. Romeyer, Libre arbitre et concours selon Molina, in Gregorianum, 23 (1942), pp. 169-201.

MOLINOS, Miguel de. - Quietista, n. a Muniesa (Spagna) il 29 giugno 1628, m. a Roma il

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(da Piero Mociattelli, Studi scensi, Siena (61), (av. (ra pp. 60) e 60) Molinos, Miguel de - Ritratto di M. M., disegno acquecellato di Lodovico Sergardi (1687) - Siena, Palazzo Sergardi.

28 dic. 1696. Prete nel 1652 , fu inviato a Roma nel 1663 come procuratore della causa del ven. Francesco Simon. A Roma rimase e diventò celebre come consigliere spirituale e scrittore di mistica. Per le sue opere fu incarcerato dal S. Uffizio nel 1685 ; processato, abiurò i suoi erroriquietistici nel sett. 1687. La bella Caelestis Pastor di Innocenzo XI (20 nov. 1687) condannava come eretico formale il M. stesso.
M. pubblicò Gula espiritual que desembaraza al alma y la conduce par el interior camino para alcanzar la perfecta contemplación y el rico tesoro de la interior paz, (Roma 1675); Breve tratado de la comunión cuotidiana, (ivi 1675); Cartas escritas a un caballero español desengañado para animarle a tener oración mental dandole modo para ejercitarla (ivi 1676).

Le teorie mistiche del M. condannate, rappresentano la formulazione più precisa e cosciente del movimento quietista (v. quietismo) : le sfumature del suo misticismo sono sottilissime, le espressioni sono della più squisita ed evanescente psicologia letteraria: questo spiega l'infatuazione che si ebbe a Roma del M. prima del suo imprigionamento, ma chi vada al di sotto di una lettura superficiale trova una lucida e tagliente sottostruttura teologica. Il M. sosteneva che il volere operare attivamente è un'offesa a Dio e che bisogna invece abbandonarsi a lui e rimanere indi come corpo morto; che l'attività naturale è nemica della Grazia ed impedisce la vera perfezione; che senza operare l'anima si annichila, tornando cosi al suo principio che è Dio e divinizzandosi cosi che Dio e l'anima non sono più due esseri uniti ma uno soltanto; che nella contemplazione ogni riflessione è nociva anche se diretta sulle proprie azioni e sui propri difetti; che chi ha donato a Dio il libero arbitrio non deve più aver cura della propria perfezione, né della virtù, né della propria santità, né della propria salvezza, e non deve preoccuparsi delle tentazioni; non deve far loro nessun atto di resistenza se non negativo, e se la natura si muove, la si lasci muovere perché è natura (talora gli atti carnali sono compiuti direttamente dal demonio senza il consenso); che nella contemplazione acquisita non si possono commettere più peccati.

La condanna del S. Uffizio verteva anche sulla vita pratica del M.; non è dato conoscere fino a qual punto e quanto si macchiasse, con la giustificazione della contemplazione, di colpe carnali; le testimonianze contemporanee accusano il M. di varie turpitudini. Quanto all'importanza del M. nel quadro della storia del quietismo italiano bisogna andar cauti: l'affare M. è stato certo il più clamoroso, ma non è stato né l'unico né il primo, perché il quietismo in Italia era già florido prima della venuta del M.

Bibl.: P. Dudon, M. M., Parigi 1921 (con la bibl. precedente); J. Entrambasaguas, M. M., Madrid s. a.; M. Petrocchi, Il quietismo italiano del Seicento, Roma 1948, passim (con altra bibl.); F. Nicolini, Su M. M., P. M. Petrucci e altri quietisti segnatamente napoletani, estratto da Boll. dell'Arch. stor. del Banco di Napoli, 1* puntata, Napoli 1951, pp. 9-122. Massimo Petrocchi

MOLISE. - Regione storica dell'Italia centrale, di regola unita all'Abruzzo e corrispondente, in senso amministrativo, alla provincia di Campobasso.
I. Geografia. - Incerta è l'origine del nome, che risale al sec. xi; l'originario contado, sorto in epoca longobarda
normanna ed aggregato poi alla Terra di Lavoro ed alla Capitanata, divenne provincia autonoma nel 1806. Il territorio ripete i caratteri del vicino Abruzzo, con una fascia interna di elevate masse calcaree (Meta, Matese) cui segue, verso l'Adriatico (dove il M. si stende dal Trigno al Saccione), un alternarsi di basse montagne e di colline ar-gilloso-scistose (onde la frequenza delle frane). Come l'Abruzzo, il M. fu spesso funestato da terremoti. E paese prevalentemente agricolo-pastorale (cereali, vite, frutta), con scarso sviluppo di industrie (di recente le idrolettriche) e modesto artigianato tradizionale. La provincia di Campobasso, estesa 4445 kmq ., contava nell'ultimo censimento (1936) 388,3 mila ab.; nel 1950 questi erano saliti, nonostante la notevole emigrazione, a 405 mila; la densità ( 90 ab . a kmq.) è tuttavia minore di quella dell'intero compartimento (I Io). Campobasso, la città più popolosa, si avvicina ai 30 mila ab.

Bibl.: G. M. Galanti, Descrizione dello stato antico e attuale del contado di M., Napoli 1781; A. Perella, L'antico Sannio e l'attuale provincia di M., Isernia 1890; I. Petrone, Il Sannio moderno (Economia e psicologia del M.), Napoli 1910; G. Masciotta, Il M. delle origini ai giorni nostri, ivi 1914; L. Piercavalle, M., Firenze 1931.

Giuseppe Caraci
II. Storia politica. - Il M. comprende parte dell'antico Sannio (Samnium, Samnites), abitato dai Caudini, Pentri e Frentani, federati tra loro almeno in circostanze belliche, soggiogati dai Romani nel 288 a. C. Ebbero anche la peggio nella seconda guerra punica, per cui nel 179 a. C. la regione fu ripopolata con colonie liguri di condizione servile. Né toccò loro migliore fortuna allorché stettero coi Marsi contro Silla. Durante tali guerre, aspre e diuturne, le principali città sannitiche: Alfedena (Aufidena), Boiano (Bovianum), Sepino (Xuepinum), Termoli (Thermula), Trivento (Terventum), Larino (Larinum), Isernia (Aesernia) e Venafro (Venafram) vennero distrutte. Si ammirano tuttavia le rovine del foro romano di Altilia, le mura megalitiche di Sepino, i ruderi dei teatri romani di Boiano Vecchio e l'anfiteatro di La-
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(fot. Enit)
Molise - Badia di S. Maria di Fsifula (sec. xili) - Montagano.

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rino. Durante le invasioni barbariche vennero pure abbandonate le vie consolari Valeria-Claudia ed Appia, che s'incrociavano ad Isernia per proseguire verso Boiano fino a Brindisi, nonché la Traiana, che costeggiava il M. lungo il litorale adristico. Successero a queste le strade mulattiere e i tratturi, prima tra di esse la Barletta-Montecaseno, comunicando con le Puglie, con l'Abruzzo e con la Campania.

Il M. fu invaso prima da Longobardi e Bizantini, concentrati a Benevento (v.). Ricorre il nome di nove contee molisane, quasi tutte d'origine longobarda: Venafro, Isernia, Campomarino, Trivento, Boiano, Sangro, Pietrabbondante, Termoli, Larino. Durante il periodo normanno Boiano col suo gestaldato figura come centro della contea molisana, le cui origini non sembrano anteriori al 1053. Un Ugo de Moles (de Molhouse), conte di Boiano, nel ro8o faceva costruire la Cattedrale della città. Sotto gli
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Molise - Ornamenti in oro ed argento per il costume festivo - Roccamandolfi.
sessioni dei Benedettini molisani in quel tempo. Un inventario specifico delle cose preziose in oro, argento, gemme e paramonti sacri per le chiese delle diocesi di Venafro, Isernia, Boiano, Guardialfiera e Trivento, redatto al 20 ag. 1241, fu pubblicato da Evelina Jamison (v. bibl.). Il Santo più noto della regione è certamente Pietro d'Isernia, eremita del Morrone ed indi papa Celestino V (1294), iniziatore della riforma benedettina dei Celestini (v.), e che tosto si propagarono anche in Francia. Sorsero cosi le badie celestine di S. Maria di Canneto presso Monbicone del Sannio, di S. Maria della Strada presso Matrice, di S. Giorgio in Petrella Tifernina, di S. Maria degli Angeli e Ripalimosini, e cosi pure ad Isernia, Riccia, Guglionisi, Boiano e Campobasso. Durante il primo secolo francescano anche i Frati Minori fondarono conventi ad Isernia, Agnone, Campobasso, Serracapriola e Morrone del Sannio. Appaiono contemporaneamente le Clarisse di Agnone, Isernia e Frosolone. Il convento più noto dei Domenicani è il santuario della Madonna della Libera presso Cercemaggiore. I Cappuccini fondarono il primo convento a Termoli ca. il 1530 ed il secondo a Venafro nel 1573. Il convento dei Carmelitani a Venafro si fa risalire al 1328. In tempi posteriori aprirono qualche casa nel M. anche Teatini, Scolopi e Redentoristi. La situazione spirituale odierna del M. trovasi prospettata sotto le voci delle relative diocesi. - Vedi tavv. LXXXIVLXXXV.

BibL: G. V. Ciarlanti, Memorie istoriche del Sannio, Isernia 1644, 2° ed., Campobasso 1823; G. M. Galanti, Desvric. dello stato antico ed attuale del contado di M., Napoli 1781; A. da Montesarchio, Cronistoria della Rif. Provincia di S. Angelo in Puglia, I, Avellino 1842; II, Ariano 1894; A. Perrella, L'Ansico Sannio e l'attuale prov. di M., Isernia 1890; A. De Francesco, Origine e sviluppo del feudalismo nel M. fino alla caduta della dominazione normanna, in Arch. stor. per le Provincie napoletane, 24-25 (1909-10); G. B. Mascione, Il M. dalle origini ai nostri giorni, Napoli 1914; G. Cimorelli, La badia di S. Vincenzo al Volturno, Venafro 1914; V. Federici, Cormnison Volturnense del monaco Giovanni (Fonti per la storia d'Italia, 58-60), Roma 1923-38; E. Schamer, Die Hauptstrassen des Königreiche Sicilien im 13. Jahrhundert, in Studi di storia napoletana in onore di M. Schipa, Napoli 1926, pp. 97-112; A. Chiappini, Nella patria di Celestino V, in Rassegna di storia e d'arte d'Abruzzo e M., 3 (1927), pp. 81-93; Lanzoni, I, p. 377 sgg.; E. Jamison, I conti di M. e di Marsia nel seer. XII-XIII, in Atti e memorie del Consegno storico-abruzzoze-molisano 1931, Casalbordino 1933, pp. 73-178; E. Petrella, M. preistorico, Milano 1934; P. F. Kehr, Italia Pontificia, VIII. Regnum Normannorum-Campania, Berlino 1935; P. Sella, Rationes decimarum Italiae sosee. XIII-XIV. Apro.

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tium-Molisium (Studi e testi, 69). Città del Vaticano 1536; G. Ferrari, Gli uomini illustri del M., Lanciano 1938; G. Massarelli, M. intrepido. Vita mistica ed etnica dei grandi molisani, Catania 1939; E. D. Petrolla, Gli Orsini nel Molise, in Samnium, 18 (1945), pp. 111-32; T. Badurina, Rotas opera tenet Arepa Salar, Roma 1950, dove si tratta delle colonie slave (Schisvani) di Acquaviva, Collecroce, S. Felice del M. e Montemiro. Cf. inoltre la rivista Samnium e gli Atti e memorie del Convegno storico abruzzese-molizano.

Aniceto Chiappini
MOLITOR, Wilhelm. - Scrittore e teologo tedesco, n. a Zweibrücken il 24 ag. 1819, m. a Spira l'1 1 genn. 1890 . Studiò a Heidelberg e Bonn teologia; ebbe cariche giuridiche; nel 1851 fu ordinato sacerdote e nel 1857 divenne vicario del duomo di Spira. Qui insegnò nel Seminario, fino al 1865 , storia dell'arte e omiletica; nel 1869 fu chiamato a Roma da Pio IX per i lavori preparatori del Concilio Vaticano. Pubblicò scritti critici e religiosi (Uber hanonisches Gerichtssverfahren gegen Kleriker, Magonza 1856; Rom, seine Vergangenheit, Gegenwart und Zukunft, 1862; Über Goethes Faust, 1862), raccolte di predi