volume-08

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 al 1865 , storia dell'arte e omiletica; nel 1869 fu chiamato a Roma da Pio IX per i lavori preparatori del Concilio Vaticano. Pubblicò scritti critici e religiosi (Uber hanonisches Gerichtssverfahren gegen Kleriker, Magonza 1856; Rom, seine Vergangenheit, Gegenwart und Zukunft, 1862; Über Goethes Faust, 1862), raccolte di prediche per i giorni festivi (1881) e per la Quaresima (1882), canti sacri (Domlieder 1846); inoltre opere poetiche (M. Magdalena, 1863 ; Die Blumen von Sizilien, 1880), romanzi (Die schöne Zweibrücherin, 1884; Memoiren eines Totenkopfes, 1875, ecc.) e novelle, per lo più sotto lo pseudonimo di Ulrich Riesler e Bruno Bonner.

Bibl. : Allgemeine Deutsche Biographie, LII, coll. 438-49; W. Kosch, Deutsches Literaturlexikon, II, col. 1606 sgg.; M. Ott, s. v. in Cath. Enc., X, p. 442.

Alba Cari
MOLMENTI, Pompeo Gherando. - Scrittore, storico e parlamentare, n. a Venezia il 1° sett. 1852, m. a Roma il 24 genn. 1928.

Esercitò l'avvocatura, poi si dedicò all'insegnamento ed alle lettere. Consigliere comunale di Venezia nel 1889 , deputato al Parlamento per il collegio di Brescia e poi di Salò nel 1890 ; senatore nel 1909. Nel 1919-20 fu il primo sottosegretario alle Belle Arti (in questa sua qualità contrastò con Nathan a proposito della sistemazione capitolina e di Piazza Colonna). Di sentimenti liberali, criticò l'astensione elettorale dei cattolici. Oltre i due romanzi Dolor e Clara (1875) pubblicò Carlo Goldoni (1875), La storia di Venezia nella vita privata, dalle origini alla caduta della Repubblica (1879 e 1927), La dogaressa di Venezia (1884), Carpaccio e il Tiepolo (1885), Sebastiano Veniero e la battaglia di Lepanto (1892), I banditi della Repubblica veneta (1898).

Bibl. : A. Fradeletto, P.G.M., in Atti del R. Istituto veneto, 88 (1929), pp. 27-84.

Augusto Moroschino Augusto Moroschino

MOLOCH. - Nome di divinità semitica, dal comune melehh "re»; i Settanta, rendendo II Reg. 23, 10.136 MoX67, hanno causato l'attuale pronunzia, mai esistita nel linguaggio vivo; i masoreti vocalizzarono Mölehh dal termine bäleth «ignominia, oggetto infame»; bisogna attenersi alla pronunzia melehh o a quella dei fenici milh.

Nel Vecchio Testamento M. è sempre messo in relazione con i sacrifici umani, particolarmente dei bimbi (Lev. 18, 21; 20, 2-5; I Reg. 11, 7; II Reg. 23, 10; Ier. 32, 35); essi venivano sgozzati (Ez. 16, 21) e quindi posti su una griglia (täpheth) a bruciare, secondo la tipica espressione ebraica: ha-‘äbhîr... bä‘äf lam-mölehh (II Reg. 23, 10) o ha-‘äbhîr lam-mölehh (Lev. 18, 21; Ier. 32, 35) o anche senza il nome del dio M. che è sottinteso (Deut. 18, 10; II Reg. 16, 3; 17, 17; 21, 8; Ier. 7, 31; 19, 5; Ez. 16, 21; 20, 26.31; 23, 37; ecc.).

E la divinità cananea Milk, che appare nei nomi teofori delle lettere di el-'Amârnah; ad essa si offrivano sacrifici umani, come è attestato dalle recenti scoperte, specialmente a Gezer. Milk è stato avvicinato a Melkart ("Meleb della città ") di Tiro, ed a Baal-Kammân, divinità cui Fenici e Cartaginesi, secondo gli autori classici, immolavano vittime umane, specialmente bambini. Milkom, dio nazionale degli Ammoniti, è lo stesso nome Milk con mimazione.
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(fol. Anderson)
MoltIplicazione dei pani - Riquadro in avario della cattedra di Massimiano ( 546-56 ) - Ravenna, arcivescovado.

La legge mosaica, con severa proibizione, volle preservare Israele da questo orribile culto cananeo (Lev. 18, 21; 20, 2; Deut. 12, 31; 18, 10); e i profeti (passi citati di Geremia ed Ezechiele) si scagliarono contro la deviazione morbosa della religione popolare, che nel suo sincretismo praticava siffatte abominazioni. Per tale culto tristemente famosa rimase in Israele la valle di Hinnom (v. Gehenna).

Recentemente, O. Eissfeldt tentò spiegare M. quale nome comune, "specie di sacrificio", fondandosi su 30 4 iscrizioni puniche del sec. III d. C. (!). M. pertanto non sarebbe una divinità : nella Bibbia il dio cui tale sacrificio cruento veniva offerto è Jahweh. Tale tentativo, esegeticamente insostenibile, è stato direttamente confutato, per quel che riguarda il Vecchio Testamento, dal p. A. Bea.

Bibl.: M.-J. Lagrange, Etudes sur les religions sémitiques, 2* ed., Parigi 1905, pp. 99-109; H. Vincent, Canaan d'après l'exploration récente, ivi 1907, pp. 188-200; A. Lemonnyer, Le culte des dieux étrangers en Israël, M., in Revue des sciences philosophiques et théologiques, 7 (1913), pp. 432-66; L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, pp. 185, 243 sg., 342 345; II, ivi 1930, p. 212 sg.; O. Eissfeldt, Molk als Opferbegriff im Punischen und Hebräischen und das Ende des Gottes M., Halle 1935; id., Molochs Glück und Ende, in Forschungen und Fortschritte, 11 (1935), p. 285 sg.; R. de Vaux, in Revue biblique, 45 (1936), pp. 278-82; A. Bea, Kindersgler für M. oder für Jahweh?, in Biblica, 18 (1037), pp. 95-107; A. Clamer, Le Lévitique (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, p. 142 sg.; F. Spadafora, Ezechiele (La S. Bibbia, ed. S. Garofalo), Torino 1948, pp. 129 sg., 164 sgg., 189. Francesco Spadafora

MOLTIPLICAZIONE DEI PANI. - La rappresentazione del miracolo della m. dei pani e dei pesci narrata dal quattro Evangelisti (Mt. 14, 13-21; M c, 6,32-44 ; L c .9,10-17 ; I o .6,1-13 ) fu rappresentata ben presto nell'arte funeraria cristiana primitiva.

Si trova l'atto della m. nella parete di fondo del cubicolo A. 3 in Callisto, dell'inizio del sec. III; il tripode con

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(3H. Alinari)
Moltiflucazione dei pani - Mussico (sec. vi) - Ravenna, chiesa di S. Apollinare Nuovo.
il pane e il pesce fiancheggiato da sette cesti colmi di pane si ha nell'attiguo cubicolo A, 2 (Wilpert, Pitture, tav. 58); i cofani colmi di pani variano nel numero, per lo più sono sette; in un caso dodici (id., ibid., tav. 15,2). Si ha poi una serie di rappresentazioni di banchetti simbolici per lo più con sette persone assise a mensa, con pesci nei piatti e cofani con pani, fin dalla metà del sec. II a Priscilla, e nei cubicoli A, 2, A. 3, A. 6 in Callisto. G, Cristo opera il miracolo o toccando i pani con la virga virtutis, per lo più negli affreschi cimiteriali, o imponendo le mani su i pani raccolti nei cesti che gli sono presentati dagli Apostoli, come in genere nei sarcofagi e in un affresco del cubicolo, detto «delle pecorelle», in Callisto, della fine del sec. Iv (id., ibid., pp. 276-77, tav. 237, 1). In molti sarcofagi G. Cristo impone le mani da una parte sul cesto dei pani e dall'altro sul piatto con i pesci presentati a lui da due discepoli (id., Sarcofagi, tavv. 96 e 218, 1); in altri invece il Redentore tiene con la destra la verga taumaturgica e con questa tocca i cesti che sono ai suoi piedi, mentre con la sinistra benedice il piatto dei pesci presentato da un discepolo (id., ibid., tavv. 104, 6; 111, 1; 128, 2; 180, 2). In altri sarcofagi invece tocca con la verga taumaturgica i cesti dei pani posti ai suoi piedi (id., ibid., tavv. 127, 2).

La folla riunita a banchetto nel deserto è rappresentata nei frammenti policromi del Museo delle Terme; vi sono sei cesti colmi di pani e sei convitati, tra questi due giovani, l'uno in atto di bere, l'altro mentre riceve un pane da G. Cristo che vi impone la mano benedicendolo; su questo pane è in parte inciso, in parte dipinto, il monogramma di Cristo (G. Wilpert, I due frammenti di sculture policrome del Museo delle Terme, in Römische Quartalschrift, 35 [1927], pp. 273-85; id., Sarcofagi, p. 343, tav. 220, 1). Nell'arte non cimiteriale la m. è rappresentata a Ravenna in uno dei musaici del ciclo in S. Martino in caelo aureo, ora S. Apollinare nuovo, ca. il 520 (Wilpert, Mosaiken, tav. 98).

Fin dal 1911 P. Karge aveva iniziato ricerche archeologiche, poi sospese, sul luogo stesso dove, secondo la tradizione, G. Cristo aveva operato il miracolo della m. dei pani e dei pesci presso il Lago di Genesareth, distinto con la denominazione el-tibga dal greco énvèrryov (Xeaplov) cioè regione delle sette fonti. Nel 1932 una completa esplorazione mise in luce una basilica singolare a tre navate e transetto lunga m. 56, larga ad ovest m. 33 e soli m. 24,50 ad est, per l'impedimento della natura del terreno e per la grande strada di Cafarnao. Il luogo corrisponde esattamente alla descrizione di Paolo Diacono (sec. xII) desunta da quella, oggi perduta, della Peregrinatio Etheriae della fine del sec. IV; ivi si indicava che la pietra «super quem dominus panem posuit era divenuta un altare e che i pellegrini ne distaccavano frammenti per ricordo e venerazione. Lo scavo rimise in luce questa pietra che presenta segni di asportazioni e presenta agli angoli quattro fori per fissarvi i piedi dell'altare.

Il musaico pavimentale rappresenta un cesto con pani e un pesce da ciascun lato; il resto della decorazione è ornamentale. Il materiale costruttivo e la tecnica musiva sono stati datati alla fine del sec. Iv con restauri della fine del v o degli inizi del vi sec.; la chiesa fu distrutta fin dalle guerre del 614 (A. M. Schneider, Die Brotvermehrungskirche von el-tibga am Genesarethore und ihre Mosaiken [Collectanea Hierosolymitana, 4], Paderborn 1934).

Enrico Josi
MOLTIPLICAZIONE DI PENE : v. CONCORSO di reati e di pene.

MOLZA, Francesco Maria. - Letterato, n. a Modena il 18 giugno 1489 , m. ivi il 28 febbr. 1544. Oltre il latino ed il greco conobbe, in certa misura, anche l'ebraico. Nonostante i trascorsi d'una sfrenata sensualità smò, con passione d'umanista, la Roma di Giulio II e dei suoi successori. Fece parte di quasi tutte le accademie, e, con più gusto d'ogni altra, forse, di quella dei Vignaiuoli, con il Fiorenzuola, il Berni e lo stesso Della Casa. Nella fama della corruzione umanistica romana egli ha una parte di primo piano. Fu una delle figure più caratteristiche di Roma, e quindi d'Italia; lo attestano lettere e ricordi.

Dai contemporanei fu sopravvalutata anche la sua poesia latina e volgare; la quale, però, a parte i buoni propositi del card. Farnese, che l'aveva avuto a corte, fu pubblicata solo due secoli dopo, nel 1747, dall'abate Serassi. Quattro sue novelle erano state pubblicate nel 1459. E iodato il suo poemetto pastorale La ninfa tiberina. Anche nell'arte il M. può essere ragguagliato al suo amico Firenzuola. In versi o in prosa ambedue avevano bisogno di argomenti che non impegnassero di loro se non l'immaginazione. Quando al sentimento bisognava pur chiedere qualcosa, come nelle Stanze per Giulia Gonzaga (che non tutte gli appartengono) o in quelle in morte di Ahvigi Gonzaga, anche la fantasia si allenta. Senza efficacia gli epigrammi e i capitoli. Umorista mancato il M. è anche nella poesia in lode dei fichi, che rimase famosa fra i letterati per la nota del Caro. Umanista autentico, può darsi che egli facesse più conto delle proprie poesie latine, dove però fu poco più che un imitatore, specie di Tibullo. Quando Erasmo nel Ciceronismo parve accogliere contro la pietà degli umanisti qualche argomento luterano, il M. reagì con uno sdegno in cui tutto si potrà contestare (forse anche il diritto di esprimerlo), non la sincerità.

Bibl.: opere: Poesie volgari e latine, a cura di P. A. Serassi, 3 voll., Modena 1747. Studi: F. Bajocchi, La poesia latina del M., Pisa 1904; G. Toffanin, Il Cinquecento, 4* ed., Milano 1950, p. 341 sgg.

MOMBAER, Jan (Ioannes de Bruxellis, Ioannes Mauburnus). - Riformatore monastico e scrittore
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(da Christliche Knaalbistter, 68 [1601], Pg. 88)
Moltiplicazione dei pani - Bassorilievo a sbalzo di M. Six.

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ascetico, n. probabilmente ca. il 1460 a Bruxelles, m. alla fine del 1501. Entrò presso i Canonici Regolari (Congregazione di Windesheim) di Agnetenberg, vicino a Zwolle, dove, presto incaricato di governare i suoi confratelli, mostrò attitudini non comuni. Nel 1496 fu chiamato in Francia per introdurvi la riforma in vari monasteri del suo Ordine. La sua attività conobbe successi e amare contrarietà. Eletto abate di Livry nel 1501, M. vide i
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(da Th. M., Juristische Schrijfse, in Gesammelte Schrijfse, t. Berlioz 1861, loc. I, t.) MOMMSEN, Theodor - Ritratto con firma.
suoi grandi progetti di riforma interrotti da morte prematura.

Il lavoro esterno di M. era elevato e compenetrato da un metodo di rinnovamento spirituale del quale si trova la dottrina nelle sue opere stampate o manoscritte: Rosetum, Venatorium, ecc. Grande erudito, essenzialmente eclettico, positivo e pratico, molto riservato nei confronti di ogni mistica, M. raccoglie tutto cio che la letteratura ecclesiastica tramanda intorno alla pratica della preghiera, dell'ascesi e della virtù, e formula ciò in scalae, divisioni, settenari, schemi, versi mnemotecnici, ecc. Nutrito dalla Deoetio moderna (v.), deformato da tendenze troppo meccanizzate e schematizzate, M. vuol sostenere lo sforzo intenso della vita interiore, ma spaventa le migliori volontà con la sua rigidezza, il suo verbalismo, la sua complessità. La grandezza di M. risiede nel suo lavoro di riformatore quasi dimenticato, piuttosto che nei suoi scritti, che si citano e si lodano più che non siano gustati o letti. M. rappresenta la spiritualità del suo tempo con le sue possibilità e le sue lacune.

BibL.: P. Debongnie, 7. M. de Bruxelles, Lovanio 1927; P. Groult, Les mystiques des Pays-Bas, ivi 1927. V. anche H. Watrigant, La mdditation méthedique et 7. M., in Revue d'ascétique et de mystique, 4 (1923), pp. 13-29; 8 (1927), pp. 392-402; P. Debongia, Une oeuvre oubliée de Maulormus, le Rosarum horizilus, ibid., 8 (1927), pp. 392-402.

Alberto Ampe
MOMBRIZIO, BONINo. - Umanista italiano, n. nel 1424, m. a Milano nel 1500 . Compiuti gli studi a Ferrara, dal 1460 visse a Milano, insegnando lettere latine e greche e svolgendo una notevole attività quale traduttore ed editore di opere sacre e patristiche, come il Glossario di Papia, i Mirabilia di Solino, le Cronache di Eusebio, Girolamo, Prospero e Matteo Palmieri (Milano 1475).

Di particolare importanza è la sua raccolta agiografica, Sanctuarium. Vitae Sanctorum (Milano ca. 1480) che comprende 334 e leggende» di martiri e confessori. Il M. è il primo che, senza indulgere a rifocimenti di gusto umanistico, con serio criterio filologico, abbia pubblicato integralmente testi agiografici desunti direttamente da codici manoscriti antichi. Però il problema delle fonti del Sanctuarium non è ancora stato completamente risolto. Una ristampa del medesimo, in due volumi, fu curata dai Benedettini di Solesmes (Parigi 1910). Del M. si è pure conservato un poemetto in versi italiani su s. Caterina d'Alessandria (La légende de ste Catherine d'Alexandrie. Poème italien du XVe siècle, a cura di A. Bayot-P. Groult, Gembloux 1943).

BibL.: G. Eis, Die Quellen für das Sanctuarium des Mailänder Humanisten Bonino Bombritius, Berlino 1933 (German. Studien, fasc. cal.); cf. la recensione di H. Delehaye, in Anal Boll., 23 (1935), pp. 421-22.

Pietro Sannazzaro
MOMME NISSEN, BENEdETTo. - Domenicano, n. il 26 apr. 1870 a Deezbuell (Schleswig), m. il 23 giugno 1943 a Ilanz (Grigioni).

Incontratosi nel 1890 con Giulio Langbehn, pittore e critico, autore di Rembrandt als Erzieher, ne divenne fedele amico e valente biografo. Ad Abötting e a Monaco il M. N. ebbe fruttuosi contatti con il nunzio mons. Frühwirth, il quale non fu estraneo alla sua conversione; seguì ben presto l'ingresso fra i Domenicani nel 1917, e l'ordinazione sacerdotale nel 1922. Dedicatosi con fervore alla sacra oratoria ed alla letteratura religiosa, M. N. raggiunse notevole fama come conferenziere e scrittore ecclesiastico nei paesi di lingua tedesca.

Oltre a numerosi e dotti articoli gli si debbono: Der Rembrandtdeutsche (Friburgo in Br. 1926); Der Geist des Ganzen (ivi 1930); Kultur der Seele (ivi 1935); Meine Seele in der Welt (ivi 1940).

BibL.: necrologio, in Analecta O. P., 51 (1943), pp. 186-88. Angelo Walz

MOMMSEN, Theodor. - Storico, giurista, filologo, n. a Garding nello Schleswig il 30 nov. 1817, m. a Charlottenburg il 1° nov. 1903.

Compi gli studi nell'Università di Kiel e vi conseguì il dottorato in diritto nel 1843 . Nominato nel 1848 professore di diritto civile a Lipsia, fu allontanato dalla cattedra per ragioni politiche ( 1850 ) e si trasferì in Svizzera, dove ottenne a Zurigo (1852) una cattedra di diritto romano. Nel 1854 venne chiamato allo stesso insegnamento dall'Università di Breslavia, dove rimase fino al 1858 , quando si trasferì a Berlino, per attendere, presso l'Accademia reale delle Scienze (della quale fu segretario dal 1873 al 1895) alla pubblicazione del Corpus inscriptionum Latinarum. Nel 1861 iniziò in Berlino il suo insegnamento di storia romana, dalla cattedra che quella Università aveva istituito per lui. Nel 1902 ebbe assegnato il premio Nobel per la letteratura. La sua attività, sia come autore, che come curatore di testi e quale organizzatore e direttore di grandi iniziative scientifiche (Corpus nummorum; Vocabularium iurisprudentiae Romanae; Prosopographia imperii Romani) fu immensa: a ca. mille ammontano i lavori da lui pubblicati.

Egli fu, come affermò Vittorio Scialoja, «sovrano incontrastato» dell'epigrafia. Nel 1845 , durante il suo primo viaggio in Italia, visitò B. Borghesi, il quale gli consigliò di studiare l'epigrafia dell'Italia meridionale: delle ricerche di M. durante questo periodo sono frutto le In: ccriptiones regni Neapolitani (Lipsia 1852) e, di poco precedente, uno studio fondamentale sui dialetti meridionali, Die unteritalischen Dialekte (ivi 1850). In seguito a ciò egli fu posto a capo del lavoro di raccolta e di pubblicazione di tutte le epigrafi latine esistenti, lavoro che costituisce uno dei meriti maggiori che l'Accademia delle Scienze di Berlino vanti nei confronti della cultura mondiale. Mentre attendeva appunto alla preparazione del Corpus inscriptionum, M. pubblicò i tre volumi della Römische Geschichte, Lipsia 1854-56 (trad. it. di L. di S. Giusto, 3 voll., in 5 tomi, Torino 1923); nel 1858 la Römische Chronologie bis auf Caesar, Berlino 1858 (2a ed., ivi 1859) e, poco più tardi, l'edizione definitiva della Geschichte des röm. Münzwesens (ivi 1860).

Ma l'opera che M. stesso considerava la sua più alta è costituita dal Römisches Staatsrecht (Lipsia, I vol. 1871; II vol. 1874-75; I e II voll., 3^{text {a }} ed., 1887, III, 1887-88), la più completa, ancor oggi, trattazione del diritto costituzionale di Roma. Le idee fondamentali di quest'opera furono riprese in un brillante volume di sintesi, Abriss des römischen Staatsrechts (Lipsia 1893, trad. it. di P. Bonfante, Disegno del diritto pubblico romano, 2² ed., a cura di V. Arangio-Ruiz, Milano 1943). Nel 1884 uscì il V vol. della Römische Geschichte, peraltro indipendente dai primi tre : Die römischen Provinzen von Caesar bis Diocletian (trad. it. di E. de Ruggiero, 2^{text {a }} ed.,

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Monachismo - Laura del Monte della Quarantena - Gebel Qaranjal.

Roma 1904). Verso la fine della sua vita M. pubblicò Das römische Strafrecht (Lipsia 1899), esposizione completa del diritto penale romano e della sua procedura attraverso i tempi.

A questa enorme attività deve aggiungersi quella di editore di testi e documenti. Per non accennare che alle opere importantissime, a M., in unione a P. Krüger, si deve la migliore edizione dei Digesta giustinianei (18681870); alla sua collaborazione con Krüger e G. Studemund la Collectio librorum turis anteiustiniani (1896); a lui (in unione a P. M. Meyer) l'edizione critica del Codex Theodosianus (v.), pubblicata dopo la sua morte, in base alle bocce corrette che egli aveva lasciato. Curò inoltre l'edizione delle opere di Solino (Collectanea rerum memorabilium, 1864, 2ᵃ ed., 1895), di Iordanca (Romana et Getica, 1882), di Cassiodoro (Variae, 1894) e quella del I vol. del Liber Pontificalis (1898). Del Corpus inscriptionum Latinarum curò i voll. I (1862; 2ᵇ ed. 1893), III (1873, con due supplementi, 1902), V (1872 e 1877), IX e X (1883), collaborando ampiamente ad altri. I suoi articoli sparsi in riviste, alcuni dei quali di considerevole importanza per la storia del cristianesimo, sono raccolti nei Gesammelte Schriften ( 8 voll., Berlino 1905-13).

Deputato alla Camera prussiana dal 1873 al 1882 ed al Reichstag germanico dal 1881 al 1884, di sentimenti liberali, fu avversario tenace di O. Bismarck. L'azione da lui esplicata fu, data la situazione della Germania, praticamente senza risultati; ed il M. dovette soffrirne molto, se in un codicillo del suo testamento, recentemente pubblicato e datato alla fine del 1899 (quattro anni avanti la morte), manifesta la sua insoddisfazione, che certo desta maraviglia, per l'attività scientifica compiuta e soggiunge : "desideravo di essere un cittadino. Questo non è possibile nella nostra nazione nella quale il singolo, e sia pure il migliore, non trascende il servizio nelle file e il feticismo politico». Parole in cui si contiene forse la spiegazione anche di quelli che parvero i lati meno apprezzabili del suo carattere; che possono giustificare l'alternarsi in lui della tendenza alla vita brillante e addirittura rumorosa con momenti di depressione, che furono colti da coloro
che più gli erano vicini; come anche certi suoi atteggiamenti durissimi in occasione di polemiche scientifiche; parole che dimostrano come M. avesse sentito profondamente ed umanamente il distacco, che si stava già ai suoi tempi operando in Germania, fra il mondo della cultura e quello dell'azione.

Bibl.: O. Gradenwitz, Th. M., in Zeitschrift der SavignyStiftung für Rechtgesehicke, Roman. Abt., 25 (1904), p. 1 sgg.; V. Sclidnia, Th. M., in Buflettino dell'Istituto di dirito romano, 16 (1904), p. 131 sgg.; E. Costa, Th. M., Discorso inavgerole per l'anno di studi 1904-1905 nell'Università di Bologna, con parziale bibliografia sistematica, Bologna 1904; G. Pasquali, Il testamento di T. M., in Rivista storica italiana, 31 (1949), p. 337 sgg. e ora in Stravaganze quarte e supreme, Venezia 1951, p. 147 sgg.

Rodolfo Danieli
MONACHE POVERE CLARISSE. - L'Istituto è sorto con l'unione delle Comunità di Clarisse indipendenti esistenti in Newry, Cavan, Keady e Ballyjamesduff in Irlanda, riconosciuto dalla S. Congregazione dei Religiosi con il decreto del 24 genn. 1944. Segue la Regola di a. Chiara approvata nel 1253 e riformata nel 1858.

Scopo dell'Istituto è l'educazione della gioventù, specialmente povera.

La casa generalizia è a Newry, diocesi di Dromore, dove ha sede anche il noviziato. Le professe sono in tutto 150; le case formate 5 e le vicarie 4.

Bibl.: Arch. S. Congr. dei Rel., D. 21. Agostino Pugliese
MONAGHISMO. - Dal verbo μ v α α^{′} ζ ω ( « vivo solitario") viene la parola μ v α α^{′} ζ ω v; quella più frequente di μ δ v α χ o s dal perfetto μ ε μ δ v α χ α. "Monaci» furono chiamati gli asceti ritiratisi dal commercio degli uomini per dedicarsi nella preghiera al servizio di Dio. In questo senso la parola si applicò specialmente agli anacoreti (v.); ma nel sec. iv (s. Girolamo, Ep., 14, 6; ad Heliod.: PL 22, 350) essa non dice la stretta solitudine ma diventa sinonimo di "cenobita", colui cioè che si è consacrato a Dio in una vita di comunità. Altre voci per indicare il monaco sono, p. es., "calogero", хævuvvкós (che vive secondo una regola, canone), ecc.

## I. M. ORIENTALE.

Sommario : I. Storia. - II. Caratteristiche della vita monacale.
I. Storia. - 1. Istituzione e sviluppo. - L'istituzione della vita eremitica e monacale data dal III e Iv sec., ma lo studio della perfezione cristiana s'iniziò nella Chiesa subito nei primi anni. La caratteristica di coloro che volevano applicare i consigli evangelici era la verginità : si chiamarono quindi continentes gli uomini, virgines le donne. Già se ne parla negli Atti degli Apostoli, ma essi furono numerosi nei tempi seguenti (Act. 21, 8-9; I Cor. 7, sgg.; Apoc. 14, 4; Eusebio, Hist. eccl., III, 31 : PG 21, 279; Clemente Alessandrino, Strom., II, 18 : PG 8, 1040). Più tardi ebbero il nome di "asceti", dal paragone che propone Clemente d'Alessandria tra la vita cristiana e la preparazione ardua degli atleti (Pedag., I, 8: PG 8, 318; Origene, In Ier. homil., 19, 7: PG 13, 518). Quel nome indica quindi lo stato di vita e non soltanto gli esercizi di austerità.

Gli asceti vivevano nel mondo benché avessero già qualche relazione speciale fra di loro; più tardi si manifestò una tendenza alla vita in comunità. S. Atanasio (Vita Antonii, 3: PG 26, 843) indica l'esistenza di π α ρ vartheta ε v tilde{ω} v ε ς per le vergini, ma anche per gli uomini si tentò un modo di vita più regolata.

La vita degli asceti era fatta di continua rinuncia nella povertà, benché alcuni fossero ricchi e non si spogliassero delle loro ricchezze, nel digiuno e nell'astinenza, specialmente di carne e di vino, ma soprattutto nella verginità. Un voto propriamente detto non vi fu, ma si faceva una specie di consacrazione (l'infedeltà era considerata come adulterio: Cipriano, Epist., 62,4: PL 4, 370) che, per le vergini, fu pubblica al tempo di Tertulliano

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(De vel. virgin., 14: PL 2, 9 8). Più tardi, nel sec. iv, qualche eccesso di zelo e alcuni abusi furono denunciati e condannati dal Concilio di Gengra (342).

All'ascetismo nel senso indicato succedette l'anacoretismo (v. anacoreta), cioè una vita di perfezione segregata dal commercio degli uomini, e questo costituisce un secondo passo verso la vita religiosa propriamente detta. Tale fu la vita che s. Antonio (v.) menò e insegnò ai suoi discepoli, e questa forma non sparirà mai in Oriente; godrà tuttavia di minor favore nei secoli seguenti. S. Antonio non diede nessuna regola, né scritta né orale: la S. Scrittura doveva bastare; però gli esempi degli anziani costituivano un modo pratico di vivere ed ipadri spirituali convocavano i monaci per le loro istruzioni spirituali. La cosiddetta Regola di s. Antonio s. apocrifa e fu composta secondo le lettere del Santo, la Vita fattane da s. Atanasio e altri scritti. Soltanto nel sec. v s. Saba (v.) promulgò una vera regola per gli eremuti. Nell'anacoretismo si possono distinguere duegradi:alcunicon-
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(fel. Laboratorio zincografico Terra Sacra)

Monachismo - Monastero di Wâd el-Qelt - Vallata sopra Gerico.
canto a s. Pacomio, specialmente Bguld, fondatore del doppio monastero di Atripe presso Tabennisi in Egitto, e più ancora il suo nipote Scenuti (333/34-451/55), uomo duro e severo ma soggiogante. Ebbe sotto di sé ben 2000 monaci e 1800 monache; e introdusse una severità tale da provocare talvolta delle mosse di indisciplina.

In Palestina la vita monastica cominciò anche con l'anacoretismo, sotto Ilatione (291/92 - 371), quindi passò alla forma laureotica (s. Caritone), per finire nel cenobitismo pacomiano, senza però che quest'ultimo sopprimesse le due forme precedenti. Vi erano monasteri nella Giudea, presso Eleuteropoli, fondati verso il 335 da s. Epifanio; presso Gerusalemme e Betlemme, visitati da Cassiano e da Palladio. S. Girolamo diede la Regola pacomiana ai conventi dove egli stesso e s. Paola erano superiori.

In Siria fiorirono le varie forme di vita monastica. Notissimi sono i «Figli del Patto», ma non è altrettanto chiaro quale fosse il loro modo di vita. Alcuni considerarono la loro istituzione comesimile a quella de-
gli «asceti»; sembra però che fossero dei veri monaci. Infatti fino al tempo di Rabbúlā (sec. v) non esisteva una parola speciale per indicare i monaci; da allora con i "Figli dal Patto" si designano piuttosto gli asceti fuori del monastero. I più noti fra i monaci siri sono s. Giacomo, vescovo di Nisibi, che fondò il monastero dell'Arca a Kardue, e specialmente s. Efrem (m. 375-78), che abitava vicino ad Edessa. Un altro illustre monaco di questa regione fu s. Nilo (m. 430). Il m. di Siria sembra indipendente da quello dell'Egitto e fu un avvio all'anacoretismo.

In Persia si ha il monastero di s. Matteo (Mâr Mattaj) all'est di Mossul, diventato celebre nel periodo nestoriano. In Armenia la vita monastica fu introdotta, dopo varie forme eremitiche, probabilmente nella seconda metà del sec. Iv; ebbe forse origine dalla Siria, ma la sua fonte principale fu s. Basilio (G. Amaduni, Disciplina armena, Venezia 1940, p. xir sgg.). E stato nominato il grande ispiratore del m. bizantino, che portò un rinnovamento dello spirito monastico, insistendo non più tanto sui particolari della separazione dal mondo e sulle mortificazioni corporali, quanto sui principi stessi della vita spirituale. S. Basilio ha codificato la vita religiosa soprattutto con due scritti : con le 55 Regulae fusius tractatae ("Opol π α τ dot{α} π λ α dot{α} τ o ς ), che traggono i lineamenti della vita monastica dalla S. Scrittura, e le Regulae brevius tractatae ("Opol π α τ dot{α} dot{α} π τ τ ω ρ η η ), 333 capp. che sono piuttosto delle applicazioni e dei complementi a quelle prime (ed. Garnier, II, I, 2, Parigi 1829; stessa edizione in PG 31; sull'autenticità v. P. Allard, Basile (Saint), in DThC, II, col. 446 sgg.). Nella dottrina monastica di s. Basilio, la ubbidienza costituisce l'essenza della vita religiosa; altri punti fondamentali sono la povertà, la castità e la carità fraterna. Il tutto costituisce un trattato ascetico più dottrinale che dispositivo. Perciò da sole queste regole non bastavano per l'organizzazione della vita monastica in tutti i suoi particolari; dovevano quindi essere completate con la tradizione e con i precetti morali. Accanto alla vita contemplativa propriamente detta, s. Basilio dà grande importanza alle opere di carità : orfanonedi, scuole, assistenza ai poveri e agli ammalati. Egli prescrive anche il lavoro manuale e la coltivazione della terra.

La Regola di s. Basilio trovò una rapida diffusione

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in tutto l'Oriente: dalla Cappadocia, dove entrò dappertutto in vigore durante la vita dello stesso fondatore, penetrò nei paesi vicini ed oltre, e tanto degli ortodossi quanto dei dissidenti come i giacobiti, dove il numero dei conventi era forse più alto. Ma anche in Occidente ebbe un grande influsso, perfino su s. Benedetto, la cui Regola tuttavia prevalse fino a sostituire quasi completamente quella di s. Basilio. Però dopo la compilazione latina di questa fetta da Rufino (PL 103, 483 sgg.), furono eretti alcuni monasteri secondo la stessa Regola nell'Italia meridionale e in Sicilia; il loro numero crebbe quando l'iconoclasmo (sec. viII) e l'avanzata dell'islàm portarono molti monaci fuggiaschi in Occidente. Tuttora la Regola di s. Basilio resta il fondamento della vita monastica per tutto l'Oriente separato e per un buon numero di cattolici orientali.

Dopo s. Basilio ebbe specialmente influsso nel m. orientale s. Teodoro Studita (v.; m. nell'825), riformatore e integratore dell'istituzione monastica. S. Teodoro è abbastanza severo; egli insiste specialmente sull'ubbidienza esulla carità verso il prossimo; una sua caratteristica è il rispetto della dignità umana. Il suo metodo ebbe una grande influenza nel monte Athos (v.) e di là passò in Russia, nei Balcani e nell'Italia meridionale.

Il canonista greco Petrakakos esprime la relazione fra i tre grandi organizzatori della vita monastica: «Pa comio fu il fondatore del cenobio; Basilio Magno il suo ordinatore ideale; Teodoro Studita l'esimio interprete di s. Basilio Magno. Questi tre costituiscono l'Olimpo dell'istituzione monacale ortodossa». S. Teodoro viene chiamato "Studita" dal celebre monastero fondato a Costantinopoli dal console Stoudios per i monaci ascenditi (H. Delahaye, Stoudion-Stoudios, in An. Boll., 52 [1934], p. 64). Altri monasteri ebbero, e hanno ancora, una grande celebritá. Sono da citare in Russia la Pečerkaia laura di Kiev, detto il monastero delle grotte, fondato dopo il rogo da un monaco dell'Athos. Fu la culla della vita monastica in Russia, dove più tardi i monasteri ammonitarono ad oltre 500 ; nel 1914 si contavano ancora più di 20.000 monaci e più di 70.000 religiose.

In Grecia il più famoso è il Monte Athos (v.), la Santa Montagna, situato su di una penisola del Chersoneso di Tracia. In Tessaglia si trovano i monasteri delle Meteore, così chiamati perché erano quasi nell'aria, cioè costruiti su alte rocce e accessibili soltanto con scale di fune. Un altro centro monastico notissimo fu quello dell'Olimpo. Ma tutti i paesi dell'Oriente ebbero i loro monasteri.
2. Varie forme. - Accanto a questa vita cenobitica codificata da s. Basilio, da s. Teodoro Studita e da altri, vi furono numerose forme di vita religiosa assai differenti fra di loro, le une più vicine all'anacoretismo, le altre al cenobitismo.

Notissimi sono gli Acemeti (v.), perché «senza riposo» continuavano le lodi divine, e gli Stiliti (v.), che ebbero come iniziatore il siro s. Simeone (il Grande) detto lo Stilita (ca. 390-459), il quale passò 37 anni su di una colonna. Ebbe numerosi imitatori; le colonne avevano da 3 a 18 metri di altezza. Essi facevano una spe-
cie di voto di rimanervi sopra. Fra gli Stiliti alcuni erano sacerdoti, uno fu perfino ordinato sulla sua colonna; qualcuno è noto come scrittore. Intorno allo stilita furono eretti monasteri per i discepoli e case per i pellegrini. Poche donne seguirono quel modo di vita.

Si ricorda ancora qualche altra forma come i Rinchiusi (Eryciscatus), quelli cioè, uomini e donne, che si fecero murare dentro una cella per dedicarsi indisturbati alla contemplazione, alla lettura e al lavoro manuale. Il Concilio di Trullo decise (can. 41) che nessuno èvrebbe potuto assumere quel modo di vita se non fosse vissuto prima durante tre anni in monastero; ma una volta rinchiuso, non poteva più lasciare la cella. I Pabulatores (Boēnol) non avevano né tetto né pane né altre cose, vivevano sulle montagne, occupati nelle lodi divine; al tempo del pasto si recavano, ciascuno per conto suo, nel bosco con una falce per cercare delle erbe da mangiare (Nicef. Call., Ecc. hist., IX, 40: PG 146, 711 sgg.; So zomeno, Hist. eccl., VI, 33 : PG 67, 1391 sgg.). Altri infine erano chiamati, secondo la caratteristica della loro vita, Subdivali, Stazionari, Pastori, Dementi, Eusebiani, ecc.

Tra tante originalità, gli abusi non potevano mancare. Sono specialmente conosciuti i Sarabaiti, che, restii al peso della vita religiosa, vivevano in due o tre insieme, senza disciplina né clausura, senza ubbidienza, senza spirito di povertà. Un'altra piaga costituivano i confratelli orientali dei girovaghi, bene conosciuti da s. Benedetto, chiamati kabátiai, cioè intrusi o espulsi, che vivevano fuori di ogni convento e senza alcuna dipendenza, girando da un posto all'altro. Fu d'uopo che intervenisse anche il potere civile.
3. Ordinamento giuridico della vita monastica. Le Regole di s. Pacornio, di s. Basilio e di altri erano interne, cioè avevano l'autorità del fondatore; però, con l'estendersi della vita monastica e dopo l'esperienza di vari abusi, occorrevano norme più ufficiali per regolare alcuni punti fondamentali della disciplina. Quel compito fu eseguito da vari concili e anche dal potere civile. Si hanno dei canoni sulla vita religiosa nei Concili di Calcedonia, di quello « in Trullo», del II di Nicea e in quelli particolari di Gangra, Laodicea (347-379 ?), Cartagine (419) e nel I e II Concilio tenuto da Fozio nel tempio dei SS. Apostali a Costantinopoli (861). Gli scritti di alcuni Padri (di s. Basilio [ad Amphil.], di s. Niceforo di Costantinopoli, di s. Cirillo di Alessandria) offrirono testi ad alcuni canoni per regolare la vita monacale. Oltre queste disposizioni dell'autorità ecclesiastica, c'è pure un buon numero di leggi civili intorno alla vita religiosa.

Già nel Codice teodosiano sono norme per i monaci, ma soprattutto Giustiniano regolò la vita religiosa. "Dal punto di vista strettamente giuridico" dice T. Schafer «è manifesto che in questa legislazione monastica l'opera di Giustiniano non solo non si presenta incompleta ma anzi perfetta" (Instinianos et vita monastica, in Act. congr. iurid. intern., I, Roma 1935, p. 187). Le

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norme di Giustiniano in materia si trovano nel suo Codice e nelle Novelle, 5, 22, 57, 76, 79, 123, 131, 133. Dopo Giustiniano la legislazione per i monaci si trova specialmente nei Basilici e nelle Novelle di Leone VI il Saggio (Nov., 5,6,7,10,36,38 ).

Però la disciplina così fissata rimane ancora abbastanza generale. A completarla ci volevano altre norme più particolari, che dessero insieme una fisionomia più propria al monastero. Le si trovano nei tipici. Typicon significa norma, regola, ordinazione. Vi sono dei tipici tanto nel campo civile quanto in quello ecclesiastico, e qui ancora si distinguono diverse specie fra le quali sono i tipici monastici. Specialmente dal sec. x si è introdotta l'abitudine che nella fondazione di qualche nuovo monastero il fondatore (imperatore, patriarca, vescovo, funzionario civile o ecclesiastico, qualche persona ricca) vi stabilisca un regolamento proprio.

Questi sono i tipici di fondazione. Altri tipici si riferiscono a qualche monastero già esistente o anche sono fatti per testamento. La materia però è presso a poco uguale a quella dei tipici di fondazione. Contengono cioè generalmente una introduzione ascetica e qualche particolare sul fondatore e sulla sua fondazione; vengono poi le disposizioni fondamentali (dipendenza del monastero), liturgiche (grado delle feste, ordine delle cerimonie) - da non confondere con i tipici detti liturgici che regolano tutta la liturgia -, disciplinari (elezione del superiore e degli ufficiali minori, ammissione, vita comune, abito, ecc.), economiche (descrizione dei beni, amministrazione ecc.), ma queste ultime non vi sono sempre. Alcuni tipici più generali possono essere applicati a vari monasteri; questi non contengono le disposizioni economiche.
II. Caratteristiche della vita monacale. - i. Generalità. - Tutti i religiosi nell'antico diritto orientale sono monaci; le altre forme, Ordini mendicanti, Chietici regolari, ecc., furono introdotte più tardi. Tutti i monaci appartengono ad una stessa categoria : non vi è distinzione fra monaci di coro e conversi. E vero che non tutti cantano l'intero Ufficio; una parte viene eseguita dai soli cantori, ma questi non costituiscono un grado speciale e il requisito per far parte del loro gruppo è una voce sonora, non studi compiuti. Non esistono ordini monacali di soli chierici : anticamente i sacerdoti venivano ordinati secondo la necessità del monastero. Giustiniano ne concede 405 (Nov., 133, 2) e vuole che siano scelti fra i monaci che hanno superato la lotta ascetica e meritano l'ordinazione sacerdotale o diaconale (ibid.). Infatti il numero varia secondo il tipico. I monaci sacerdoti si chiamano hieromonaci, i diaconi hierodiaconi; fra loro e i monaci semplici non esiste alcuna distinzione per quanto riguarda la vita monastica.

Non esistono nell'antico diritto orientale congregazioni o Ordini nel senso latino, cioè con superiore generale e con una organizzazione centrale. Ciascun monastero ha le sue proprie costituzioni e la sua propria autorità. Tuttavia fra certi monasteri esiste talvolta un legame sia di uno stesso tipico sia anche di una autorità comune, che però non sopprime completamente l'autonomia di ciascuno di essi. L'associazione monastica del Monte Athos è un esempio caratteristico di tale unione.

Presso i cattolici non esiste attualmente che una sola istituzione che conservi interamente, per quanto possibile nelle circostanze attuali e dato lo sviluppo del diritto nella Chiesa cattolica, la vita monacale orientale. Sono gli Studiti, fondati al principio del sec. xx dal metropoita di Leopoli in Galizia, Andrea Szepticki. Ricevettero
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(1st. Assoc. del Mesoopiorno)
Monachismo - Grotta cremitica - Olevano Tuscanio.
il primo tipico nel 1906, che fu poi completato e sottomesso all'approvazione della S. Congregazione Orientale (1913). Nel 1932 contavano 117 membri fra i quali 51 professi. La guerra ha distrutto la fondazione principale in Galizia. Pochi sono rimasti all'estero, ma dànno prova di una costante vitalità. Le altre istituzioni monastiche fra i cattolici hanno preso buon numero di prescrizioni dal diritto latino o furono create addirittura con uno scopo di apostolato (come i Salvatoriani).

Esistono attualmente alcuni gruppi chiamati Antoniani (v.) e cioè : presso i Maroniti i monaci libanesi, gli Antoniani di S. Isaia e quelli Aleppini; presso i Caldei i monaci antoniani di S. Ormizda. I Bizantini hanno vari gruppi di Basiliani (v.), che però non hanno tutti né origine comune né relazione di dipendenza gli uni dagli altri. In Italia esistono i Basiliani di Grottaferrata; in Galizia e altrove (fondazioni anche in America) i Basiliani di S. Giossfat; nel Libano e nella Siria si chiamano Basiliani i Salvatoriani Melkiti, gli Suwajriti e gli Aleppini, questi due ultimi con origine comune. Vi sono infine i monaci mechitaristi armeni, divisi in due rami : quelli di Venezia e gli altri di Vienna.
2. Tappe della vita monastica. - Il postulantato non è conosciuto nel diritto antico orientale. S. Pacomio faceva rimanere per qualche giorno vicini alla porta i nuovi arrivati per provare la loro costanza; dopo venivano ammessi subito come monaci; nel diritto recente dei cattolici il postulantato fu introdotto a imitazione della disciplina latina. Il novizieto invece è di antica tradizione, benché né Pacomio né Scenuti lo conoscessero. Esiste presso s. Basilio e la legge civile lo regolò in quanto Giustiniano ne prescrisse tre anni (Nov., 5, 2), che i superiori in certi casi potevano ridurre (Nov., 123, 35); anche la maggior parte dei tipici richiede tre anni. Il diritto odierno prescrive una veste propria per il novizio.
3. Voti. - S. Pacomio non conobbe ancora una professione esplicita con voti, mentre Scenuti fece comporre una promessa scritta dai suoi monaci di osservare le regole. Non si trattava però di un voto fatto a Dio, bensì di una semplice promessa o legame verso il monastero. La professione esiste invece presso s. Basilio (Reg. Jus., 14: PG 31, 950951); cosi anche nella Siria (Giov. Crisostomo, Exhort. II ad Theodos.: PG 47, 309-21). Il Concilio di Calcedonia (can. 6) dichiara illecito il Matrimonio di un monaco, mentre s. Teodoro Studita parla di promessa e di patto (I, 20 : cf. II, Ep., 88, 165, 172: PG 99,

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970, 1334, 1523, 1539). Non si può dire che il contenuto di questi voti fosse identico alla profcssione attuale, benché tre voti di castità, povertà e ubbidienza entrino dal principio nel presupposto di una vita consacrata a Dio. Intatti la castità fu sempre considerata come uno dei punti basilari della vita monastica; ma non risulta ancora che rendesse invalido il Matrimonio. I padri spirituali raccomandano sommamente la povertà, non sembra però che il monaco fosse incapace di possedere. L'ubbidienza era certo un requisito già per Pacomio e costituisce il fondamento della vita religiosa per s. Basilio e s. Teodoro Studita. Ma oltre a queste virtù, ve n'erano altre considerate ugualmente necessarie alla vita monastica, come l'astinenza, l'orazione, ecc. e le tre virtù che formano l'oggetto dei nostri tre voti non erano indicate particolarmente come più essenziali. Quindi la professione monastica era una dichiarazione o promessa solenne fatta a Dio di eseguire tutti gli obblighi e di sostenere tutto ciò che era imposto dalla vita monacale.

Quanto alla formola della professione, al principio della vita monastica era contenuta implicitamente nella cerimonia della vestizione con la tonsura dei capelli, il cambiamento di nome e la consegna delle vesti monacali. Tutto ciò simboleggia una nuova vita iniziata dalla professione religiosa, che veniva considerata come un nuovo Battesimo. Da quando diventò più esplicita, la professione non si fece tuttavia mediante la recitazione di qualche formola: tali formole esistono, ma non per la professione, bensì per la ritratrazione di un apostata. Il monaco bizantino fa professione per mezzo di interrogazioni e risposte che si trovano già nei monoscritti del ix e del x sec., uguali a quelle dell'Euchologio (Euclid. Byzam., Roma 1873, p. 227).

I voti monacali sono sempre perpetui e solenni nel diritto orientale antico. Le altre specie di voti, temporali e semplici, furono introdotte recentemente dal diritto latino. Ma una caratteristica della professione monacale è la distinzione dei vari gradi. E vero che la professione rimane sempre unica, in quanto tutti i monaci sono tenuti ad osservare per sempre tutti i precetti della vita monastica. Nei primi secoli del m., cioè nella sua età aurea, non si parla ancora dei gradi; questa distinzione fu introdotta più tardi per varie circostanze, come il rilassamento e anche l'estensione della vita monacale. I padri spirituali, come s. Teodoro Studita, lottarono contro quello che consideravano come un abuso (Testamentum, 12: PG 99, 1819). Oggi però la prassi monacale li ha ammessi.

Con la sua prima professione, cioè dopo il noviziato, il monaco entra nella categoria dei « rasofori n, ossia quelli che portano il riasson, abito nero con larghe maniche; si è disputato molto sulla professione dei rasofori, se cioè facciano una vera professione, o se siano piuttosto da paragonarsi ai novizi. Ma bisogna dire che, sebbene questa professione non si esprima in domande e risposte, tutto il cerimoniale ha il significato di una vera professione.

Ordinariamente, dopo alcuni anni (da 5 a 10 ) il rasoforo può chiedere di essere ammesso al secondo grado, quello dei astaurofori" (cioè "che portano una croce") chiamato anche del piccolo abito (angelico) "microschima ". Il monaco di questo grado è considerato sulla via della perfezione. Qui si ferma la maggior parte nella propria ascensione. Resta tuttavia un grado ulteriore: quello del grande abito angelico (" megaloschima") o della perfezione. Piuttosto rari sono quelli che, dopo lunghi anni passati nello stauroforato, chiedono di essere ammessi anche a quel grado. Il megaloschima ha obblighi ascetici più numerosi e più severi, deve fra altre cose compiere giornalmente un numero di metanie (inchini profondi fino a terra) maggiore e osservare una astinenza più completa. Come si può rimanere in un grado determinato senza
aspirare ad altro superiore, così non esiste la necessità assoluta di passare prima per i gradi inferiori per arrivare ai più alii.

Presso i cattolici i gradi esistono, ma vengono non di rado assimilati più o meno alla istituzione latina, p. es., la professione semplice al rasoforato, la professione solenne al microschima (Basiliani, Melkiti, Comtil., nn. 31-32) o più ancora vengono paragonate le due professioni al piccolo e al grande schima (Copti, Etiopici, Armeni, Basiliani di Grottoferrato).
4. Superiori. - A capo del monastero si trova il superiore, che viene designato con vari titoli : si indicano qui soltanto i più comuni.

Anticamente si adoperavano le parole "anziano" ( γ ε ξ ρ α ν, π ρ α η δ σ τ α ρ ° ς ) o anche "abate" (apa, abba, ecc.), che però al principio significava il monaco stesso, più tardi soltanto il superiore. Comune è anche il termine di "preposito" ( π ρ α ε σ τ dot{α} ς, następniei) e derivati, e anche ε ξ ε ρ χ ° ς, δ ρ χ ω ν o ancora "egumeno", e si può distinguere, come nel diritto bizantino, il superiore senza ordini sacri: l'« egumeno" dal superiore sacerdote o discono: "kategumeno ". Un titolo onorifico portato specialmente dai superiori dei grandi monasteri è quello di "archimandrita". Vi sono ancora vari titoli per i superiori minori.
5. Clansura. - Giustiniano vuole che il monastero sia circondato da un alto muro, con una sola porta custodita da portieri anziani e prudenti (Nov., 133, 1). Nessuna donna può entrare nel convento di uomini e viceversa, e questa proibizione viene estesa nei monasteri maschili ai fanciulli, ai giovani imberbi, agli uomini sposati. Spesse volte è anche esplicitamente proibito di introdurre nel monastero animali di sesso femminile. I monaci non possono uscire dal convento senza il permesso del superiore e questa regola è più severa ancora per le monache. Bisogna però aggiungere che l'uscita non è così assolutamente proibita come nella clausura strettamente papale del diritto latino; il vescovo la permette per gravi motivi.
6. Uscita. - Da sé il monaco deve rimanere nel suo convento. Però, se vi sono delle ragioni, egli può passare ad un altro convento con il permesso dei superiori. Un monaco può essere espulso dal suo monastero per certi delitti; resta tuttavia sottomesso agli obblighi del suo stato. Se abbandona lo stato monacale, è scomunicato e costretto a ritornare al monastero, dove viene sottoposto a varie pene. Soltanto dal principio del sec. xix si è incominciato in alcune Chiese particolari a concedere la laicizzazione, ma la pratica è contro l'intera tradizione orientale.
7. Ministeri. - Nonostante che la loro vita fosse contemplativa, i monaci hanno avuto una grande influenza sulla vita pubblica della Chiesa. Accanto all'attrazione stessa della loro virtù, che fece accorrere al deserto o ai monasteri cristiani e pagani, accanto alle numerose case per ospizi, ospedali, orfanotrofi, scuole, l'attività dei monaci si estese anche altrove. Cosi nel campo della teologia i monaci furono spesse volte i più ardenti difensori dell'ortodossia. S. Antonio andò ad Alessandria a rendere testimonianza della sua fede e il suo esempio trascinò la grande maggioranza degli eremiti, i quali con il loro zelo difesero efficacemente la fede di Nicea (s. Atanasio, Vita Antonii, 68-70) e furono gli alleati di s. Atanasio, il quale anche nei monasteri di Tabennis trovò aiuto e difesa nella lotta contro l'arianesimo. Perciò i monaci subirono persecuzioni dai vescovi intrusi e dall'imperatore Valente.
S. Basilio, s. Gregorio Nazianzeno, s. Amfilochio lottarono contro la stessa eresia e contro il macedonianismo e il manicheismo. Quasi tutti i grandi nomi dei

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monaci si illustrano nella difesa della fede come s. Nilo, s. Serapione di Tmuis, s. Melezio, s. Afraate, s. Sofronio, s. Saba, s. Massimo il Confessore e i suoi dis