volume-08

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nnis trovò aiuto e difesa nella lotta contro l'arianesimo. Perciò i monaci subirono persecuzioni dai vescovi intrusi e dall'imperatore Valente.
S. Basilio, s. Gregorio Nazianzeno, s. Amfilochio lottarono contro la stessa eresia e contro il macedonianismo e il manicheismo. Quasi tutti i grandi nomi dei

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monaci si illustrano nella difesa della fede come s. Nilo, s. Serapione di Tmuis, s. Melezio, s. Afraate, s. Sofronio, s. Saba, s. Massimo il Confessore e i suoi discepoli, i due Atanasi, che subirono il martirio per le fede. S. Isidoro di Pelusio lotto contro il nestorianesimo, s. Marcello l'Acemita e i suoi monaci contro il monofisismo, s. Giovanni Damasceno contro gli iconoclasti, s. Teodoro Studita e tanti altri furono campioni per la fede. D'altra parte è vero anche che molte eresie ebbero difensori fanatici e qualche volta anzi origine fra i monaci : l'eutichiatismo nacque in un monastero e trovò molti seguaci nei monasteri di Costantinopoli, Egitto, Tebaide. L'origenismo pure trovò la maggior parte dei suoi addetti nel ceto monacale. I monaci furono fra gli avversari più accaniti del Concilio di Firenze (1493).

Come scrittori ascetici sono noti fra gli altri: s. Serapione (m. dopo il 362), Evagrio il Pontico (m. dopo il 400), s. Nilo il Maggiore (m. ca. il 430 ), s. Arsenio l'Eremita (m. nel 449), s. Giovanni Climaco (m. ca. il 649). Nell'interpretazione delle S . Scritturesi distinsero
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(da Skandinavien, Berllino 188), tav. 11) Monachismo - Sala del Capitolo dell'antico convento di Helsingor (fine del sec. xiv).
s. Basilio, s. Gregorio Nazianzeno, s. Isidoro di Pelusio, Eutichio, s. Efrem, s. Sofronio ed altri. Anche nei campi delle lettere e delle scienze profane si trovano dei monaci.
8. Dipendenza ed esenzione. - Per regola generale i monaci orientali dipendono dal vescovo. Tuttavia dal sec. viII, o forse già prima, si introdusse la consuetudine che il patriarca potesse esimere dalla giurisdizione vescovile e sottomettere direttamente a sé monasteri, chiese e case sia al momento della loro fondazione, sia anche dopo. Questa esenzione si faceva mediante la fissazione sul posto esentato di una croce benedetta dal patriarca. Da quel momento tutti i diritti del vescovo del luogo passano allo stesso patriarca. Tale esenzione si chiama stauropegia patriarcale. I metropoliti sono invano insorti contro questo diritto, il quale attualmente è stato assai ridotto, sicché in alcune chiese patriarcali dissidenti non esiste più o quasi più. Presso i cattolici esso è ristretto alle stauropegie già esistenti e ai nuovi conventi.

Anticamente, fino alla fine dell'Impero bizantino, esistevano altri conventi chiamati imperiali, sottomesa direttamente all'Imperatore e sottratti almeno in parte alla giurisdizione ecclesiastica, inoltre quelli indipendenti da ogni potestà tanto secolare che ecclesiastica, chiamati «liberi e autodespoti».

Presso i cattolici i monaci dipendono, secondo lo antico diritto, dal vescovo del luogo; il patriarca ha sopra di loro una giurisdizione mediata, eccetto che nei monasteri stauropogisci e li dove il diritto speciale concede maggiore autorità come presso i Maroniti, i Siri, i Copti. Esiste anche il privilegio dell'esenzione papale presso i Nechitaristi di Venezia e i Basiliani di S. Gioseflat; altri pure vi fanno appello, ma la concessione non è certa (Basiliani, Melkiti, Antoniani), benché abbiano alcuni diritti propri degli esenti (come la giurisdizione propria).
9. Idiorritmia. - Presso i Bizantini, probabil-
mente come conseguenza della sfrenata indipendenza di alcuni monasteri e forse anche per causa di qualche rilassamento introdotto dalla legislazione imperiale, (Leone VI, Nov., 5), si è formata verso la fine del sec. xiv, come sembra, una nuova forma di vita più libera che viene chiamata «idiorritmia».

Il monastero idiorritmico è composto di un certo numero di famiglie religiose (ro e più). A capo di ciascuna famiglia sta un superiore, che deve prendere cura dei suoi monaci ( 6 o 7 ordi-
nariamente), che egli ha raccolti nel monastero o accettati come novizi. I monaci idiorritmici possono possedere beni, acquistarli, venderli, lasciarli per testamento; vivono del lavoro e dei loro beni nella famiglia, dove la disciplina è molto ridotta. Hanno in comune un consiglio che regge il monastero intero; si radunano in chiesa per l'ufficiatura e poche volte ( 3 o 4 ) all'anno si riuniscono nello stesso refettorio. Il monastero fornisce alle famiglie il pane, il vino, la legna e altre cose di necessità: il resto ciascuno se lo procura per conto suo. Quell'abuso si è largamente esteso. Nel Monte Athos si contano 9 monasteri idiorritmici. Tutte le proteste non sono riuscite a sopprimere i numerosi abusi.
10. Monache - Le istituzioni delle monache sono press^{′} a poco uguali a quelle dei monaci, secondo il principio, spesse volte ripetuto nella legislazione bizantina, che si applicano a loro nel possibile le prescrizioni per i monaci.
11. Statistica. - Finosi principio del sec. xx la Russia contava il più gran numero di monaci. Si è già citata qualche cifra per il 1914. Attualmente non è possibile completare queste statistiche. Il Monte Athos viene dopo con qualche migliaia di monaci; la Grecia stessa ne ha quasi 2000 (uomini e donne). Gli altri paesi dissidenti contano appena qualche centinaia di religioni, per un numero abbastanza rilevante di monasteri. Molti di questi sono praticamente deserti; vi risiedono uno o più monaci per l'amministrazione dei beni.

Tra i cattolici gli Studiti contavano nel 1932 più di 100 monaci; presso gli altri cattolici orientali i monaci sono ca. 2000, senza contare le monache.

Bim.: altre alle fonti e le opere citate nel testo: W. Nissen, Die Diutaxis des Michael Attalecates von 1077. Jena 1894; O. Zöckler, Askese und Mönchtum. Francoforte 1897; P. Ladeuze, Etude sur le cénabitisme pahlourien. Lovanio 1898; J. M. Besse, Les moines d'Orient, Parigi 1900; St. Schiwieta. Das morgenländische Mönchtum, I, Magonza 1904; II, ivi 1913; III, Mödling 1938; S. M. Mertinca, L'ascétisme chrétien pendant les trois premiers siècles de l'Eglise, Parigi 1913; S. Congr. Orient., Studit, con cenni storici della gerarchia e dei fedeli di rito orient., Città del Vaticano 1932; M. Heimbuchet, Die Orden und Kongregationen der katholischen Kirche, 3² ed., Paderborn 1933; E. Hermon, Ricerche sulla istituzioni monastiche bizantine. in Orientalia christ. period., 6 (1940), pp. 293-375; A. Coussa, Epitome proelectionum de iure ecclesiastico orientali, Venezia 1941; P. de Meester, De monachica statu (Codif. Canon. Christ., sect. II, 10), Città del Vaticano 1942.

Antonio Wuyts

## II. M. occidentale.

La vita ascetica in comune, o vita cenobitica, nata in Oriente nel sec. Iv, si diffuse quasi contemporaneamente anche in Occidente, in varie forme,

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spesso poco e male organizzate. La Regola di s. Benedetto (m. ca. il 547), monumento incomparabile di vita monastica, si impose rapidamente su quasi tutte le altre regole, dando unità al m . occidentale e contribuendo ai suoi potenti sviluppi, tanto da renderlo per secoli un'istituzione di primaria importanza nella vita della Chiesa.

La complessa storia del m. occidentale viene esposta nella Enc. Catt. in molte voci particolari, ampiamente sviluppate; la presente ha carattere generale e coordinativo, e si limita al m. propriamente detto, con esclusione quindi di tutte le altre forme di vita ascetica associata, sorte e sviluppatesi dal medioevo in poi (Canonici regolari, Ordini mendicanti, Congregazioni religiose), le quali peraltro hanno la loro compiuta illustrazione ai singoli nominativi.

Sommario: I. M. prebenedettino. - II. S. Benedetto e diffusione del m. benedettino. - III. Riforme benedettine. - IV. Influsso del m. nel mondo cristiano occidentale. - V. Stato odierno del m. occidentale.
I. M. PREBENEDETTINO.- Quanto alla sua genesi, il m . cristiano nasce dal Vangelo, e precisamente dal fatto che Cristo propone consigli per raggiungere più facilmente la perfezione cristiana (Mt. 16, 21). Le varie ipotesi avanzate per assegnare al m. un'origine non cristiana, a partire specialmente da quando E. Weingarten (Der Ursprung des Mönchtums, Gotha 1877) attaccò a fondo la tesi tradizionale, sono unilaterali e insostenibili (cf. U. Berlière, Les origines du monachisme et la critique moderne, in Rev. bénéd., 8 [1891], pp. 1-19, 49-69). Quanto invece alla sua evoluzione, il m. rappresenta l'ultimo stadio dell'ascesi cristiana, che, sebbene in diversa misura, si sviluppa anche in Occidente, come in Oriente, in tre fasi successive : ascetismo in seno alla comunità cristiana, ascetismo nella solitudine o anacoretismo (v. anacoreTa), e finalmente vita ascetica in comune, ossia cenobitismo o m. Quest'ultima fase prende piede in Occidente nella seconda metà del sec. IV e dietro accentuati influssi del m. orientale.
I. In Italia. - La migliore monografia complessiva sul m. prebenedettino in Italia rimane ancora quella di Ernesto Spreitzenhofer, Die Entwicklung des alten Mönchtums in Italien von seinen ersten Anfängen bis zum Anrreten des hl. Benedict, Vienna 1894. Roma è forse il centro più antico. La vita ascetica in comune, se non ebbe inizio, ebbe certamente un forte impulso, in Roma, quando vi giunse s. Atanasio (341), accompagnato da due monaci egiziani, Isidoro e Ammonio. "Fra le nobili donne romane, nessuna, a quel tempo, conosceva il proposito dei monaci», afferma s. Girolamo (Ep., 127, c. 5: PL 22, 1080). La nobile Marcella fu la prima che aderì a quell'idesle (ibid., 1089) e fece del suo palazzo sull'Aventino un ascetario femminile. S. Agostino, nel suo soggiorno romano del 387-88, visitò plura diversoria sanctorum, maschili e femminili, veri monasteri, governati da un monaco o da una monaca che presiedeva a tutto (De mor. eccl. cath., 1. I, c. 33 : PL 32, 1340). Nei secc. v e vi si ebbe a Roma una larga fioritura di vita monastica, tanto che prima del sec. vir vi si possono contare 16 monasteri, 7 femminili e 9 , come sembra, maschili. A questi monaci, prima ancora di s. Gregorio Magno, è affidata l'ufficiatura delle basiliche di S. Pietro e S. Paolo; poco dopo essi si trovano anche nelle basiliche di S. Giovanni e S. Maria Maggiore.

Ma nel frattempo la vita monastica si era diffusa in tutta l'Italia. S. Eusebio di Vercelli (m. nel 371), già lettore a Roma, detto vescovo di Vercelli nel 343 , introdusse la vita comune fra i suoi chierici (v. CANONICI REGOLARI DI S. Agostino). Ad Aquileia, verso il 370 , esisteva già quel monastero dove soggiornarono Rufino e Girolamo prima di passare in Oriente (cf. Vallarsi, Vita Rufini: PL 21, 80). A Milano, s. Ambrogio (m. nel 397) fondò un monastero presso le mura della città, e plenum bonis fratribus s. dice s. Agostino (Conf., VIII, c. 6: PL 33, 735), \& quibus unus presbyter praeerat vir optimus et doctissimus s (De mor. eccl. cath., 1. I, c. 33 : PL 32, 1340).

Durante i secc. v e vi sorgono monasteri ovunque, a Ravenna, a Napoli, in Sicilia. Per la sola Italia centrale s. Gregorio nei suoi Dialoghi ne commemora una ventina fuori di Roma, quasi tutti prebenedettini (cf. F. Antonelli, De re monastico in Dialogis s. Gregorii Magni, in Antonianum, 2 [1927], pp. 401-36).
2. Nella Gallia. - Nella Gallia il m. prende vita con s. Martino di Tours (v.). Ordinato sacerdote nel 360 , visse da eremita a Ligugé presso Poitiers; consacrato vescovo di Tours nel 371, senza cambiar tenore di vita fissò la sua dimora in una cella presso la città, dove per l'affluire di numerosi discepoli ebbe origine il famoso Marmoutier (maius monasterium), uno dei più celebri centri di vita monastica dell'Occidente. Altro centro monastico di grande influsso fu quello iniziato da s. Onorato, ai primi del sec. v, nell'isola di Lerino, davanti a Cannes, una vera scuola di santità e di cultura; basta pensare a s. Vincenzo Larinense (v.) e a s. Cesario di Arles (v.), educato lui pure in questo monastero. Di grande importanza poi per il m. nella Gallia, unzi in tutto l'Occidente, fu l'alta personalità di Giovanni Cassiano (v.), fondatore di due monasteri a Marsiglia, quello di s. Vittore per monaci (415), ed un altro per monache, e autore di varie opere di ascetica monastica, divulgatissime in tutto il medioevo. Durante i secc. v e vi il m. si divulgò largamente in Gallia e non vi era città che non avesse uno o più monasteri.
3. In Africa. - Nell'Africa proconsolare l'idea monastica ebbe un valido protettore e divulgatore in s. Agostino. Tornato a Tagaste dopo il Battesimo (388), vendé i suoi beni, conservando la casa, ove con i suoi amici iniziò la vita monastica. Consacrato vescovo di Ippona, introdusse la vita comune tra i suoi chierici e promosse la vita monastica tra i fedeli d'ambo i sessi. La sua lettera 211 (PL 33, 960), scritta nel 423 per il monastero ipponese cui presiedeva sua sorella, ebbe larghissima diffusione e fu la base per le costituzioni di numerosissime congregazioni religiose, che a buon diritto venerano il santo Dottore come loro padre spirituale. Nei secc. v e vi la vita monastica era fiorente in tutta l'Africa cristiana, come può rilevarsi anche dalla Hist. persec. Africanae povo. temporibus Vandalorum (PL 58, 179-260) di Vittore Vitesse, scritta verso il 488 , ed ebbe rappresentanti autorevoli, come un s. Fulgenzo di Ruspe (m. nel 533), il quale anche in esilio fondò un monastero a Cagliari. La persecuzione vandalica prima, poi l'invasione saracena mise fine ad ogni istituzione cristiana.
4. Nella Isole britanniche. - Dalla Gallia il m. passò in Inghilterra, e precisamente presso i Bretoni, rifugiatisi nell'ovest dell'Isola, in seguito all'invasione degli AngloSossoni (428). S. Germano di Auxerre, nel suo secondo viaggio in Britannia (447), ordinò sacerdote Iltut, che fondò il monastero di Llantwuit. Nel sec. vi s. David, vescovo di Menevia, divulgò il m. nel Galles. Ai primi del sec. viI il più celebre monastero della Britannia era Bangor Iscoed, presso Chester, diviso, secondo Beda (Hist. eccl., I. II, c. 2: PL 95, 83 sg.), in sette reparti, ciascuno di almeno 300 monaci.

Più ancora fiorì il m. in Irlanda, ove la stessa organizzazione ecclesiastica divenne quasi monastica. S. Patrizio, apostolo dell'Irlanda (m. nel 461), aveva visitato Marmoutier e Lérins, e diversi monasteri irlandesi si fanno risalire fino a lui; ma il grande sviluppo monastico si ebbe nel sec. vi. Alcuni monasteri più importanti sono: Killeany, nella principale delle isole Aran, nella baia di Galway, fondato da s. Enda (m. nel 542); Clonard nel Meath, fondato verso il 520 da s. Finniano (v.), cui si ascrivono fino a 3000 discepoli; Moville nell'Ulster, fondato da un altro s. Finniano, proveniente dal monastero di Killeany (m. nel 590); Clonmacnois, nella riva sinistra dello Shannon, grande centro di cultura, fondato da s. Claran verso il 544; finalmente il celebre Bangor, a nord di Moville, sulla costa meridionale del golfo di Belfast, fondato verso il 588 da s. Comgall (m. nel 601), da cui uscirono s. Colombano e s. Gallo. Anche la vita monastica femminile ebbe largo sviluppo: grande influsso ebbe s. Brigida (m. nel 524), fondatrice del mona-. stero di Kildare.

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![img-1.jpeg](img-1.jpeg)
(fat. Wiskerger)
A sinistra: ABBAZIA BENEDETTINA DI ETTAL.
In alto a destra: VEDUTA di Monaco con l'Isar e le Alpi Bavaresi. In basso a destra: CASA DEGLI ARTISTI a Monaco.

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(fot. Jdierzo)
In alto: INGRESSO DELLA SALA CAPITOLARE (sec. xiv) - Staffarda, abbazia. In basso: MONASTERO DI S. CHIARA. Chiostro delle monache (sec. xviI) - Napoli.

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Una delle caratteristiche più note del m . irlandese fu la sua forza di espansione. Il primo esempio lo si ha in s. Columba (m. nel 597), educato a Moville poi a Clonard, il quale verso il 563 lasciò l'Irlanda e approdò, con 12 compagni, nella piccola isola di Iona (v.), ad ovest della Scozia e a 115 km . a nord dell'Irlanda, fondandovi quel celebre monastero, che fu centro di cultura e di evangelizzazione dei Pitti del nord. Un monaco di Iona, s. Aidano (v.), vescovo e abate (m. nel 651), fondò nel 635 , nella piccola isola di Lindisfarne (v.), quell'altra celebre abbazia, che
fu centro di evangelizzazione della Northumbria e può esser considerata come la Iona degli Anglo-sassoni.

Il primo invece che aprì la serie delle migrazioni monastiche ed apostoliche irlandesi verso il continente europeo fu s. Colombano (v.); il quale, partitosi nel 590, da Bangor, con 12 compagni, fondò nei Vosgi il monastero di Anegray, poi quello più celebre di Luxeuil, si trasferì quindi presso il lago di Costanza, e, lasciato qui S. Gallo, scese in Italia e fondò il monastero di Bobbio, ove mori nel 615 .

Ma a questo momento un altro fattore di primaria importanza per il m. nelle isole britanniche era entrato in gioco : i monaci romani, s. Agostino con 40 compagni, inviati da s. Gregorio Magno alla conversione degli Anglosassoni, erano sbarcati nel Kent verso la Pasqua del 597. Il loro influsso non si restringe all'azione evangelizzatrice degli Anglo-sassoni; il superamento susseguente dei particolarismi disciplinari e liturgici del m. bretone e irlandese, la romanizzazione della cultura in Inghilterra, la divulgazione della Regola di s. Benedetto, e finalmente lo spirito missionario del m. anglosassone, cui si deve in larga misura l'evangelizzazione della Germania e dei popoli del nord, risale, in radice, all'influsso del monaci romani.
II. S. Benedetto e la diffusione del M. benedettino. - Nel m. occidentale prebenedettino, accanto ad esempi di santa vita e talvolta di grande operosità e dottrina, ci furono anche abusi e disordini, che l'autorità ecclesiastica e civile non poté eliminare del tutto; basti pensare ai monaci girenaghi e ai sorobaiti, «monachorum teterrimum genus s, ricordati da s. Benedetto (Reg., c. i). Mancava soprattutto una grande Regola comune, rispondente alla natura della vita religiosa e allo spirito occidentale. Le molte Regole in uso non erano in sostanza che raccolte di massime spirituali, con liste di proibizioni e di penitenze. Si ricorreva di preferenza alle Regole di s. Ilealio, ricche di prescrizioni poco intonate alla mentalità occidentale, e alle norme di vita monastica di Cassiano; ma più che sulla base di una regola vera e propria (talvolta si combinavano più Regole ad uso di uno stesso monastero), le varie case religiose si reggevano sulla volontà dell'abate, onde era facile anche l'arbitrio.

Merito inestimabile di s. Benedetto è quello di aver dato al m. occidentale una legislazione pratica, ragionevole e discreta, della vita religiosa, adatta alle condizioni e all'indole dello spirito occidentale, una vera regola fissa, nella quale è escluso l'arbitrio, è conservato quanto di meglio vi era nella tradizione monastica, e sono aggiunti elementi nuovi di prima importanza, quale la stabilità nel monastero e il lavoro manuale; quel lavoro che poi,
per influsso di Cassiodoro, fondatore del celebre monastero di Vivario, diventa anche lavoro culturale e scientifico. Quanto all'origine e contenuto della Regola benedettina v. benedetto: IV. La Regola.

La Regola di s. Benedetto ebbe una diffusione rapida, larghissima, in modo da prevalere ben presto su tutte le altre regole. Due sono i fattori che prevalentemente ne favorirono la diffusione: la sua intrinseca eccellenza e l'appoggio dell'autorità ecclesiastica, soprattutto dei papi, incominciando da s. Gregorio Magno. L'elogio incomparabile che questi fa di s. Benedetto nei suoi Dialoghi, uno dei libri più letti del medioevo, fu potente veicolo di diffusione anche della Regola del grande Patriarca.

In Italia, durante il sec. vir, la diffusione dei Benedettini fu ritardata dai Longobardi; dove questi passavano, il m. era pressoché distrutto; rispettarono soltanto Bobbio, abitato da monaci irlandesi e franchi; ed è interessante il fatto che proprio a Bobbio la Regola benedettina trovasse accoglienza già nella prima metà del sec. vir. Fuori dei domini longobardi, nel Ducato romano e nell'Esarcato, i Benedettini si allargarono durante il sec. vir, ma stentatamente; mentre in Sicilia e soprattutto nell'Italia meridionale prendeva piede il m. basiliano (v. basiliani d'italia), alimentato dalle migrazioni di monaci greci, cacciati dall'invasione persiana e araba, più tardi dalla persecuzione iconoclasta. Nella prima metà del sec. vir, monaci greci si rifugiarono anche a Roma (cf. F. Antonelli, I primi monasteri di monaci orientali a Roma, in Rie. di archeol. cristiana, 5 [1928], 105-21), e vi crebbero largamente nel secolo seguente.

La conversione dei Longobardi negli ultimi decenni del sec. vir apre un periodo di straordinaria fioritura del Benedettini in Italia. Nel 705 è fondata l'abbazia di Farfa in Sabina, che ascende rapidamente a straordinaria potenza; monaci di Farfa fondano poco dopo S. Vincenzo al Velturno. Da questo momento in tutti i territori longobardi si moltiplicano le abbazie benedettine, con la protezione dei governanti, come è il caso di Nonantola, fondata nel 752 da s. Anselmo (v.), cognato del re Astolfo. Verso il 720 anche Montecassino risorge dalle rovine, sotto l'abate Petronace, e diviene centro propulsore del m . benedettino, in Italia e fuori.

In Galìa la Regola di s. Benedetto si afferma durante il sec. vir. Già verso il 620-630 veniva fondato il monastero di Altaripa, in diocesi di Albi, sotto la Regola di s. Benedetto. Verso la stessa epoca, un monaco di Luxeuil, Donato, eletto vescovo di Besançon (prima del 627), fonda in questa città due monasteri, quello di S. Paolo e quello femminile di S. Maria, governato da sua madre. Per queste religiose egli scrive una Regola (PL 87, 273-98), che in gran parte dipende letteralmente da quella di s. Benedetto. Ma c'è un fatto più interessante : i principali divulgatori della Regola di s. Benedetto in Francia furono i monaci di S. Colombano. Riconoscendo le lacune della loro Regola, essi cercarono di colmarle con adattamenti presi dalla Regola di s. Benedetto. La centrale del m. celtico in Gallia era Luxeuil; ora, fu proprio un abate di Luxeuil, Walberto ( 629 -70), che adattò le usanze cassinesi per la sua abbazia e le fece accettare dai monasteri filiali. Questa combinazione colombano-benedettina in-

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(per cortesia di mons. A. P. Fratus)
Monachismo - Veduta panoramica della Certosa di Miraflores (sec. xv). Incisione.
contrò largo favore e la Regola di s. Benedetto finì per prevalere. Vi contribuì anche il favore dei Merovingi, in particolare di s. Batilde (v.), sposa di Clodoveo II, ritiratasi poi a vita religiosa (m. nel 8o). Verso il 660 anche Lertno, fortezza del m. gallico prebenedettino, accettò la Regola di s. Benedetto. Poco dopo, s. Leodegario vescovo di Autun ( 663-80 ), parlando in un Sinodo locale delle osservanze monastiche, non cita che la Regola di s. Benedetto (MGH, Concilio, I, Concilia Aevi Merov., Hannover 1893, p. 221).

A nord della Gallia, nel Belgio attuale, il m. fece larghi progressi per opera di s. Amando (v.), apostolo del Belgio, nella prima metà del sec. viI, e precisamente secondo la Regola colombano-benedettina di Luxeuil.

Nella Frisia invece e in Germania, divulgatori del m . benedettino sono i monaci anglosassoni, grandi apostoli di queste regioni, nella seconda metà del sec. vir e durante il sec. viII : basti ricordare s. Willibrordo (v.), s. Suitberto (v.) e s. Bonifacio (v.).
III. Riforme benedettine. - Durante il sec. vir e nei primi del sec. viII il m. benedettino toccò l'apogeo della sua diffusione e vitalità in tutti i paesi ove era penetrato; purtroppo il suo declino non tardò a manifestarsi, prima in Inghilterra e in Gallia, un po' più tardi in Italia e in Germania. La causa principale è da ricercarsi nel cosiddetto diritto di appropriazione, fenomeno generale che non si limitava ai soli monasteri, ma investiva gli stessi vescovati e in generale gli istituti ecclesiastici dotati di beni immobili, e che non poteva avere che conseguenze funeste. Per quanto riguarda i monasteri, la genesi di questo diritto si spiega facilmente. Pochi erano i monasteri fondati e dotati da un abate; in via ordinaria erano re, principi, vescovi, o anche laici facoltosi e influenti, che fondavano un monastero, in territorio ad essi soggetto o di loro proprietà, e lo dotavano dei beni immobili necessari alla sua sussistenza, campi, vigne, foreste. Era naturale che il signore, fondatore e donatore dei beni, fosse anche il protettore nato del monastero, che in qualche modo gli apparteneva. Ma la protezione apriva la via ad ingerenze sempre più larghe nella vita stessa del
monastero; si formò così un complesso di diritti del "proprietario" (così chiamavasi il signore fondatore), e ai primi del sec. viri questi diritti erano ormai pubblicamente e universalmente riconosciuti. Essi riguardavano soprattutto due cose : un controllo sull'elezione dell'abate, e una larga ingerenza sull'amministrazione dei beni. Si arrivò al punto di vedere delle abbazie governate da laici e monasteri gravati da tasse, o spogliati addirittura dei loro beni, dati in appannaggio a funzionari reali o a creature del principe. Era in sostanza il primo esempio di quella secolarizzazione dei beni ecclesiastici che, sotto forme diverse, si è ripetuta poi tante volte attraverso i secoli. Il sistema dell'appropriazione, sviluppatosi a dismisura sotto Carlo Martello (v.), continuò purtroppo anche sotto Carlomagno, nonostante questi meditasse e desiderasse la riforma monastica, come appare dai suoi numerosi capitolari in proposito. Il monastero era considerato e divenuto in realtà una potenza terriera, e, in forza del diritto di appropriazione, costituiva una ruota dell'ingranaggio politico-sociale, di cui era ben difficile poter fare a meno. In questo stato di cose però la disciplina monastica non poteva sussistere; rare infatti erano le abbazie dove la vita benedettina regolare si praticasse ancora: il disordine aveva preso proporzioni più che preoccupanti.

Quanto mai provvidenziale fu a questo momento l'azione riformatrice di s. Benedetto d'Aniane (v.), che non a torto può dirsi il secondo padre del m. benedettino. Iniziò la riforma nel 783 , con l'appoggio di Ludovico il Pio, allora re d'Aquitania, che lo mise a capo dei monasteri del suo Regno. Con l'ascesa di Ludovico all'Impero (814), l'influsso di s. Benedetto d'Aniane si estese a tutta la Francia, e in breve tempo un gran numero di monasteri, dai Pirenei al Reno, furono da lui ricondotti alla vita benedettina regolare. Celebre il grande convegno di abati ad Aquisgrana nell'817, di cui Benedetto fu l'anima e che si concluse con quel Capitulare monasticum (MGH, Legum sect. II, Capitularia regum francorum, I, Hannover 1883, p. 343 sgg.), che doveva essere la base della riforma, e che può considerarsi come il primo

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esempio di quello che nel diritto religioso furono poi le Costituzioni, ossia dichiarazioni della Regola. Molte prescrizioni di quel Capitolare erano utili ed opportune; vi erano però anche elementi che uscivano dalla tradizione benedettina, e la tendenza soprattutto ad una certa centralizzazione. Comunque, l'azione riformatrice di Benedetto ebbe largo successo. Ai primi del sec. IX, la Regola benedettina, riformata da Benedetto d'Aniano, dal Mezzogiorno della Francia passo anche in Spagna. La rinascita creata da Benedetto non ebbe purtroppo lunga durata. Appoggiata com'era alla potenza imperiale, quando questa crollo, anche la riforma di Benedetto non poté sostenersi.

Benedetto d'Aniane morì nell'821; il regno di Ludovico il Pio (m. nell'840) fu molto agitato; con le guerre fratricide dei suoi figli fu spezzata la potente struttura dell'Impero carolingio. Una delle conseguenze più funeste di questo indebolimento fu quella di aprire la via alle invasioni dei Normanni dal nord, dei Saraceni dal sud e degli Ungheresi dall'est. Per lungo volger di anni l'Europa, e soprattutto la Francia, l'Italia e la Germania, furono percorse da bande di pirati e predatori; un grandissimo numero di abbazie, vescovati, chiese e paesi furono saccheggiati e distrutti. La disciplina monastica, come la vita del clero e i costumi in generale, caddero profondamente in basso. Gli abati laici si moltiplicarono e le abbazie divennero delle signorie feudali. La fine del sec. IX e i primi del sec. x segnano il punto più profondo della discesa.

Ma proprio a questo momento una reazione salutare incomincia a manifestarsi un po' dovunque e si inizia quel periodo di rinascita, che giungerà al suo massimo splendore nel sec. xir.

Centro propulsore di tale rinascita fu Cluny (v.), abbazia fondata nel 910 e governata da una serie di abati di primo piano, fra i quali primeggiano s. Oddone ( m . nel 941), s. Maiolo (m. nel 994), s. Odilone (m. nel 1048), s. Ugone (m. nel 1109) e Pietro il Vencrabile (m. nel 1136), sotto il quale la riforma cluniacense toccò l'apogee e contò monasteri in tutta l'Europa. Di primaria importanza per l'attuazione e la diffusione della riforma cluniacense fu il fatto che Cluny ottennesse, fin dal 957 , di essere immediatamente soggetto al Papa e venisse cosi sottratto da ogni influsso della potestà civile ed ecclesiastica locale. Con Gregorio VII (1073-83), già monaco di Cluny, le energie della riforma cluniacense furono messe a pieno servizio della Chiesa. Incalcolabili sono gli apporti dei Cluniacensi alla riforma ecclesiastica e alla rinascita della cultura e della vita cristiana.

Oltre a Cluny, e non senza suo influsso più o meno diretto, sorsero, fin dalla prima metà del sec. x, molti altri centri minori di riforma monastica: Brogne nella Fiandra (919); Gorze (v.) nella Lorena (933); S. Benigno a Digione ( 990 ) e St-Vanne di Verdun (1004) in Francia; Cava (1011) in Italia; Hirsau (1071) in Germania. Due elementi principali caratterizzavano questi vari centri di riforma: una certa unione fra le varie abbazie originate da uno stesso centro, e l'estendersi dell'esenzione (v.) che liberava i monasteri da ogni ingerenza esterna.

Un secolo dopo Cluny, dal vecchio tronco benedettino nascono altre riforme particolari, intonate generalmente a criteri di più severa ascetica monastica e di maggiore povertà, in reazione alla crescente potenza econo-mico-politica delle grandi abbazie. Le principali di queste riforme sono: i Camaldolesi, fondati nel 1012 (v. benedettini camaldolesi), la cui divulgazione in Italia, nei secc. XI e XII, può esser paragonata a quella dei Cluniacensi in Francia; i Vallombrosani fondati nel 1036 (v. benedettini vallombrosani); i Certosini (v.) sorti nel 1084; i Cistercensi (v.) fondati nel 1098; e più tardi i Silvestrini che risalgono al 1231 (v. benedettini silveSTRINI), e gli Olivetani fondati nel 1313 (v. benedettini
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(let. Calderisi)
Monachismo - Refettorio monastico. S. Francesca Romana maltiulica il pane. Affresco di scuola di Antoniazzo Romano. - Roma. Convento di Tor de' Specchi.
olivetani). Tutte queste varie riforme ebbero ordinamenti e fisionomia propria, tanto da apparire quali corporazioni distinte, al modo degli Ordini religiosi nel senso moderno della parola, e in certo modo prepararono la via ai nuovi Ordini mendicanti del sec. xiri.

In linea parallela con il m. maschile si sviluppò, fin dal sec. IV, il m. femminile. A partire dal sec. VII-VIII, anche nell'elemento femminile prevale la regola di s. Benedetto: v. benedettini: IV. Benedictine.
IV. Inclusso del m. nel mondo cristiano occidentale. - Non sembra esagerata l'affermazione di Harnack che, dopo il papato, il m. in Occidente · è stato la più forte influenza che siosi esercitata in tutti i domini del cristianesimo latino e (A. Harnack, Il m., trad. it. di D. Battaini, Piacenza 1909, p. 90). In realtà, nelle grandi tappe della storia della Chiesa e soprattutto nei periodi più difficili, il m. e i religiosi in generale sono sempre presenti ed operanti.

Dando ora uno sguardo sommario all'influsso che il m . ha esercitato nel mondo cristiano occidentale, ci si può limitare a ricordarne gli aspetti principali, l'influsso cioè religioso, quello economico-sociale e quello culturale.

1. Influsso religioso. - E certo che fin dal suo apparire il m. rappresentò, nella comunità cristiana, l'ideale della perfezione evangelica, attuato in una forma di vita concreta e visibile. Di qui la sua funzione, silenziosa ma reale e continua, di richiamare e stimolare, con la forza dell'esempio, non solo i fedeli, ma anche il clero, ad una vita cristiana più elevata e coerente. Questo forse è il contributo meno clamoroso, ma più profondo e più prezioso che il m . ha esercitato ininterrottamente nella cristianità. Nell'alto medioevo poi, quando la Chiesa era chiamata al formidabile compito di costruire una società nuova e una nuova civiltà cristiana, fondendo insieme barbari e romani, il m. e in particolare il m. benedettino, la cui origine sta cronologicamente a cavallo fra l'antichità e il medioevo, fu lo strumento provvidenziale più valido. Ogni abbazia ed ogni monastero, eretto ordinariamente fuori delle città, diveniva ben presto un centro di attrazione; una popolazione vi si fissava per i lavori agricoli e si formava così un abitato (tante città e paesi hanno avuto questa origine), in mezzo al quale il monastero era un'oasi ideale di pace e una scuola di vita cristiana; l'«ora et labora * del benedettino era la lezione più semplice e più efficace per piegare i rozzi costumi barbarici alla mansuetudine del Vangelo.

Il m. poi si rese benemerito, come è noto, anche con

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una larga attività di conquista attiva alla fede. S. Gregorio Magno può dirsi il primo papa missionario, nel senso odierno della parola, e i monaci romani da lui inviati in Inghilterra costituiscono la prima spedizione missionaria. Essi portano con sé il Vangelo e Virgilio, la cultura cristiana e quella classica; gli Anglosassoni prima, i popoli germanici poi, sono conquistati al cristianesimo e introdotti nel mondo della cultura per opera quasi esclusivamente di monaci.

Va fatto cenno infine anche dell'influsso religioso esercitato dai monaci per mezzo della letteratura teologica e spirituale. Dal sec. VII fino al xili, la letteratura teologica, che dall'epoca di Carlomagno in poi è abbastanza ricca, come quella spirituale (Vite di santi, libri di preghiere, scritti ascetici) hanno in massima parte un'origine monastica. Superfluo poi ricordare l'influsso religioso esercitato dal m . benedettino attraverso la liturgia.
2. Influsso economico-sociale. - Uno dei capitoli più importanti e più belli della storia del m . benedettino è quello relativo all'attività delle grandi abbazie medievali nel campo agricolo e industriale : paludi prosciugate, foreste abbattute, campi dissodati; una coltivazione agricola tanto progredita da restar poi sostanzialmente immutata fino ai nostri tempi; conseguentemente un contributo di prim'ordine alla civilizzazione cristiana delle popolazioni barbariche, con miglioramento della condizione dei servi e dei contadini, una funzione caritativa e assistenziale attraverso i redditi dei fondi abbaziali: v. benedettini : III. L'opera civilizzatrice.
3. Influsso culturale. - Le benemerenze del m. per la cultura sono note. Durante l'oscuramento barbarico, la cultura sopravvisse nei monasteri, e vi fiorì anche, prima in Inghilterra, toccando l'apogeo con Beda, poi nel continente, soprattutto da quando Carlomagno cercò di favorire con ogni mezzo una rinascenza culturale, che in realtà poté suscitare, servendosi dell'opera di dotti monaci, in particolare di Alcuino (v.). Molte abbazie divengono e quest'epoca veri centri di cultura, con una produzione letteraria per allora imponente e con un conseguente larghissimo influsso: basti ricordare, ad es., Corbie, Fulda, S. Gallo, Reichenau, per non citare che alcuni nomi. Ogni abbazia aveva poi la sua biblioteca, e per alimentare la biblioteca era necessario uno scrittorio. Alcuni di tali scrittori divennero dei centri, per cosí dire, editoriali, di primaria importanza, tanto da creare dei tipi di scrittura, con caratteristiche proprie, riconoscibili a prima vista. Fu in questi scrittori monastici che i tesori della letteratura antica, passando dal fragile papiro alla pergamena, vennero sottratti alla distruzione. E riconosciuto ormai da tutti che quanto si è conservato della letteratura latina, fu salvato nelle biblioteche delle chiese e soprattutto in quelle monastiche: servizio questo inestimabile, reso dalla Chiesa e dal m. alla cultura.

Le abbazie poi e i monasteri, anche per ciò che riguarda la cultura, non furono delle fortezze chiuse: la ricchezza culturale fu messa a servizio del pubblico attraverso la scuola, altro settore, nel quale il m. benedettino dell'alto medioevo si rese altamente benemerito. Dal sec. VII in poi non si trova più alcuna menzione delle grandi scuole pubbliche, ove fino a tutto il sec. Iv si insegnavano le lettere classiche; per necessità di cose il loro posto fu occupato dalle scuole episcopali e soprattutto dalle scuole monastiche, annesse cioè ai monasteri, il cui funzionamento fu stimolato e meglio organizzato sotto Carlomagno (cf. S. d'Irsay, Histoire des Universités françaises et étrangères, I, Parigi 1933, p. 39 sgg.).

Si deve ricordare finalmente il contributo dato dal m . benedettino alle arti. L'arte romanica fu chiamata talvolta arte monastica. "Se si tien presente ", scrive il Berlière, "che monaci artisti hanno tracciato le piante di numerose chiese, che ne hanno diretto la costruzione, ne hanno decorato le pareti, ne hanno intagliato i capitelli, che monaci sono i miniaturisti, gli orafi, i vetrai più celebri del tempo, se ne concluderà a buon diritto che l'arte romanica è l'arte monastica. Il che è vero cosí dell'Inghilterra, come della Germania e della Francia" (U. Berlière, L'Ordine monastico dalle origini al sec. XII, Bari 1928, p. 111).
V. Stato odierno del m. occidentale. - Nel m. occidentale si distinguono oggi tre tipi: benedettino, cistercense, certosino. Si dànno qui alcuni dati principali, rimandando alle singole voci per ulteriori notizie statistiche.
a) Benedettini: 1. Benedettini confederati. - La Confederazione risale al 1893 e abbraccia oggi 15 Congregazioni, di cui si dà l'elenco, facendo seguire al nome l'anno di fondazione: 1) cassinese (1408); 2) inglese (1300; ristabilita nel sec. XVII); 3) ungherese (1500); 4) svizzera (1868); 5) bavarese ( 1684 ; restituita nel 1858 ); 6) del Brasile (1828); 7) francese o Solosmense (1837); 8) ame-ricano-cassinese (1855); 9) Beuronese (1868); 10) cassinese della primitiva osservanza (1872); 11) svizzero-americana (1881); 12) austriaca (1889; riordinata nel 1930); 13) di S. Ottilia per le missioni estere (1884, approvata nel 1896); 14) belga (1920); 15) slava (1945). 2. Benedettini Camaldolesi (v.) con due Congregazioni, quello dei Monaci eremiti Camaldolesi, con centro a Camaldoli in Toscana, e quella degli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona (1523). 3. Benedettini Vallombrosani (v.). 4. Benedettini Silvestrini (v.). 5. Benedettini Olivetani (v.).
b) Cistercensi (v.): 1. S. Ordine cistercense (1908); 2. Congregazione cistercense d'Italia (1479); 3) Congregazione di Casasouri (1152); 4. Cistercensi riformati (v.) o Trappisti (1664).
c) Certosini (v.).

Va ricordato infine che attualmente vivono in occidente anche i seguenti monaci orientali: 1. Mechitaristi (v.), o benedettini armeni; 2. Monaci di S. Paolo primo eremita (v.); 3. Antoniani (v.); 4. Basiliani (v.). BIBL.: la bibl. specializzata si trova alle singole voci alle quali si è rimandato. Si indicano qui alcune opere di carattere generale. Per il m. in generale v. M. Heimbucher, Die Orden und Kongregationen der katholischen Kirche, 3 e ed., 2 voll., Paderborn 1923-34. Per il m. prebenedettino, oltre alle opere citate nel testo, v. L. Gougaud, Les civilisietés edisques, Parigi 1911; B. Albers, Il m. prima di s. Benedetta, Roma 1916 (estratto dalla Riv. di storia benedettina, 1914 e 1915); I. Feusi, Das Institut der gotigewellten Jungfrauen, sein Fortleben im Mittelalter, Friburgo 1917; J. Ryan, Irish Monasticism, Dublino 1951; C. Rivera, Per la storia dei precursori di s. Benedetta nella Provincia Valeria, estratto dal Bullettino dell'Ist. stor. ital. e Arch. Meratariana, n. 47, Roma 1932; A. Zundeller, Das Münchtum der hl. Augustines, Würzburg 1950. Per il m. benedettino: G. Morin, L'idéal monastique et la vie chrétienne des premiers jours, Maredsous 1927; E. de Moreau, Saint Amand apôtre de la Belgique et du Nord de la France, Lovanio 1927; U. Berlière, L'Ordine monastico dalle origini al sec. XII, trad. it. di Maria Zappala, Bari 1928; G. Schminer, Kirche und Kultur im Mittelalter, 3 voll., Paderborn 1927-29; S. Hilpisch, Geschichte des benediktinischen Münchthms in ihren Grundzügen dargestellt, Friburgo in Br. 1929; A. Zimmermann, Kolendarium benedictinum. Die Heiligen u. Seligen des Benediktinerordens u. seiner Zweige, 3 voll., Metten 1933-38; L. Hunkelet, Vom Münchthon der hl. Benedikt. Gedanken über benediktinische Wesensart, Geschichte und Kultur, Besilea (1947); J. Winandy, L'oeuvre monastique de st-Benalt d'Aulaye, in Mélanges bénédictins, St-Vendrille 1947, pp. 237-38; Ph. Schmitz, Histoire de l'Ordre de St Benoît, finora 6 voll., Maredsous 1942-49 (opera fondamentale); la Schmitz da anni pubblica il Bulletin d'histoire bénédictine nella Revue bénédictine. Per gli anni 1926-29 S. Vismara ha pubblicato in Avcum, 1931, pp. 209-341, 493-602, un ricchissimo e interessante saggio bibliografico ragionato sulla storia benedettina.

Ferdinando Antonelli
VI. La MEDICINA MONASTICA. - Ha per naturale inizio l'ambiente claustrale benedettino, ma già prima che in esso si affermasse (impossibile determinare quando cio sia avvenuto), Cassiodoro, abbandonate le cariche politiche della corte dei Goti e ritiratosi a vita privata nella sua villa di Vivarium presso Squillaco in Calabria, aveva istituito in quell'eremitaggio una piccola comunità laica di persone come lui desiderose di pace e di raccoglimento dopo tanti burrascosi eventi. Li riuniti, i compagni di Cassiodoro si dedicarono allo studio e alle opere filantropiche, tra cui principale la cura degli infermi. Nella biblioteca della villa esistevano molti libri medici e Cassiodoro (De institutione divin. litter., cap. 31 : PL 70, 1146), incisiva i suoi compagni a studiarli, onde recare sullievo agli infermi. A questa, che può dirsi "preistoria" della medicina monastica, segui la storia propriamente detta.

Era scritto nella Regola di s. Benedetto (cap. 36):

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"Cura infirmorum ante omnia sit", intendendosi per infermi i confratelli dell'Ordine. Nacque di qui la necessità della esistenza di un monacus infirmarius con mansioni di infermiere, farmacista, medico; inoltre quella di un'infermeria; d'un ortus simplicium per coltivare le piante medicinali; d'un armarium pigmentariorum, primitiva farmacia dove conservare le medicine; d'una specie di scuola per istruire i nuovi monaci infirmari; mentre le biblioteche di cui erano forniti i monasteri, tra gli altri, conservavano i codici medici, e nei «centri scrittori», altra gloria dell'Ordine, gli amanuensi ne moltiplicavano le copie per tramandarle ai posteri.

Da ciò, quindi, nell'ambiente claustrale, tutti i presupposti necessari per la vita della medicina, e ottime condizioni per il suo mantenimento decoroso e l'espletamento della missione caritativa voluta dal cristianesimo. Ciò è tanto più prezioso se si pensa che, fuori dei chiostri, l'arte sanitaria, priva di scuole e d'ogni mezzo di sussistenza, conduceva una vita misera e indecorosa. Ma la medicina monastica, appunto per la deficienza di medici laici, di possibilità di studio, di luoghi di ricovero adeguatamente attrezzati, non poté a lungo rimanere nei limiti della clausura ; cosi venivano formandosi infermerie e ospedali fuori di essa per accogliere i malati poveri che bussavano alle porte del monastero e che la catità cristiana vietava di respingere; mentre, d'altra parte, ricchi, principi e potenti, chiamavano nella malattia al loro letto i monaci infirmari di provata abilità medica e di fama talvolta non scarsa.

Nello stesso tempo, nelle scuole mediche monastiche cominciarono a infiltrarsi elementi laici, desiderosi d'apprendere l'arte salutare. Cosi, un po' per volta, la medicina monastica si andava laicizzando e per la suddetta infiltrazione e per l'uscita dal chiostro dei monaci infirmari, la cui assenza si protraeva talvolta assai a lungo. Ciò urtava con i principi della vita monastica, che non poteva tollerare tali continue infrazioni alla Regola, troppo spesso volute anche dagli abati per il lucro portato alla comunità dalle laute ricompense che gli infirmari ritraevano dalle loro visite. Ebbene inizio così le prime opposizioni e i primi divieti; prima tra le altre si leva la voce di s. Bernardo (Epp. 67-68: PL 182, 175-78), che capone il caso di un infirmarius fuggito dal monastero per sottrarsi alle ingiunzioni dell'abate che voleva mandarle sempre in giro per visite, senza lasciargli modo di accudire al servizio divino. A questa prima, altre voci si associarono nelle proteste; seguirono poi concili e sinodi vietanti l'esercizio della medicina monastica (Reims, 1119; Clermont, 1130; Il Lateranense, 1139; Montpellier, 1162 ; ecc.). Così, un po' per volta, scomparve tale medicina, quando però ormai era compiuta la sua funzione di mezzo di unione tra il cadente mondo classico e il nascente medievale, conservando codici e moltiplicandoli, mantenendo in vita l'idea della scuola, dando alimento alla medicina laicale che da essa sorse. Infatti dalle scuole monastiche, con il concorso di talune particolari condizioni, ebbe origine la scuola salernitana (v. salernitana, scuola). - Vedi tav. LXXXVI.

BibL.: L. Duberail-Chambardel, Les médecins dans l'ouest de la France au XI et XII siècles, Parigi 1914; B. Albers, Il monachesimo prima di s. Benedetto, Roma 1916; C. Albasini, Medici frati e frati medici, in Boll. ist. ital. arte sanitaria, 1931; V. Casoli, Fra i monaci (Rievocazioni d'igiene e medicina cembitica), in Riv. storia scienze med. e naturali, 1932; A. Pazzini, I santi nella storia della medicina, Roma 1937; id., Il cristianesimo nella storia della medicina, ivi 1944; id., Storia della medicina, I, Milano 1947, p. 353 seg.

Adalberto Pazzini
MONACI, Ernesto. - Filologo e storico, n. a Soriano nel Cimino (Viterbo) il 20 febbr. 1844, m. a Roma il 1° maggio 1918.

Laureatosi in diritto a Roma nel 1865 , passò presto agli studi di filologia romanza, dei quali fu in Italia uno dei maggiori promotori. Professò tale disciplina nell'Università di Roma dal 1876 al 1918, e dalla sua scuola uscirono valenti cultori delle discipline filologiche, storiche e paleografiche. Il nome di E. M. è legato al sorgere di alcune importanti imprese e istituzioni scientifiche quali la Rivista di filologia romanza (1872: ora Studi romanzi); la Società romana di storia patria (1876); l'Archivio
paleografico italiano (1884); la Società filologica romana (1901). Tra i numerosi scritti del M. meritano particolare menzione il Canzoniere portoghese della Biblioteca Vaticana (Imola 1873); gli Uffizi drammatici dei disciplinati dell' Umbria (ivi 1874), tratti da un codice vallicaliano; "Crestomazia italiana dei primi secoli (Città di Castello 1889-1912); il Liber ystoriarum Romanorum della Biblioteca civica di Amburgo (postumo, Roma 1920).

BibL.: V. Federici, E. M., in Arch. della Società romana di storia patria, 41 (1918), pp. 289-97; P. Rajna, In memoria di E. M., ibid., pp. 307-32; M. Polsce, L'opera di E. M., in Nuova antologia, 23 (1918), pp. 23-61; E. M.: l'uomo, il maestro, il filologo, a cura della Società filologica romana, Roma 1920.

Francesco Barberi
MONACI DISAN PAOLO PRIMO EREMITA. - Presero la loro denominazione da s. Paolo di Tebe I eremita, che visse in Egitto nel sec. III-IV, ma la loro origine risale agli eremiti viventi in Ungheria (Pannonia), fondati all'inizio del sec. xiri (1215) da Bartolomeo, vescovo di Pecs (Cinque Chiese), a Patach sul Monte S. Giacomo. Un altro ramo sorse nell'Ungheria settentrionale fondato da Eusebio, canonico di Strigonia. I due rami si riunirono nel 1230 sotto la direzione di Eusebio «confondatore e organizzatore». Ottennero l'approvazione pontificia nel 1309 da Clemente V.

Nel 1340 si unì all'Ordine la Congregazione degli Eremiti abitanti lungo il Danubio e il Reno, nella Svizzera e in Germania. Sulla fine del sec. xv aderirono gli Eremiti paolini portoghesi, composti anch'essi di due rami : uno fondato da Benedetto Romano nel sec. xir e l'altro da Mendo Gomez nel 1420; ma nel sec. xvi si separarono. Esisteva anche in Francia una Congregazione paolina fondata da Callier (sec. xvir), i cui membri erano detti " fratelli della morte». L'Ordine si diffuse in Ungheria e paesi vicini ove, nei secc. xiv e xv, aveva raggiunto grande importanza: in Polonia con il celebre santuario della taumaturga «Madonna Nera» di Czestochowa fondato nel 1382, in Prussia ed in Lituania. Lo scopo dell'Ordine al principio era esclusivamente contemplativo; dal sec. xvi la S. Sede gli affidò opere caritative e missionarie nonché l'istruzione religiosa. Attualmente il ministero sacerdotale si esplica nelle proprie chiese. Fra i membri vi furono numerosi vescovi, scrittori e scienziati. In Ungheria si distinse fra gli altri Giorgio Martinuzzi Utiainovics, vescovo e cardinale, combattente intrepido dell'indipendenza ungherese; in Polonia p. Agostino Kordecki, difensore del santuario di Jasna Gora e della patria nel 1653 ; in Croazia p. Martino Borkovica, pater patrice. L'assolutismo dei sovrani nei secc. xviri e xix quasi annientò l'Ordine nell'Impero austriaco, in Germania, in Portogallo ecc. Alla persecuzione in Polonia sopravvissero pochi conventi, i quali dopo la prima guerra ripresero nuova vita.

BibL.: A. Eggerer, Fragmen Panis corvi protoeremitici, Vienna 1663; N. Benger, Annalium Eremicoenobitiorum, 2 voll., Posenio 1743; L. Fras, Obrana Jasnej Gory w