volume-08

Back to Volumes
ausura era caratterizzato dalla presenza dei voti solenni, dalla clausura papale, ossia rigorosa, dalla recita corale dell'Ufficio divino, dall'autonomia e dall'isolamento. Ma tale posizione giuridica nella società moderna non poteva più mantenersi: canonicamente, perché la legislazione vigente era in contrasto con i criteri dell'esperienza delle numerose e prospere congregazioni femminili di vita attiva, soprattutto a causa della clausura, dell'autonomia e dell'isolamento che condannavano all'esaurimento più o meno vicino tutta la vita monastica femminile; disciplinarmente, per le difficoltà di reclutamento, a causa dell'abbassamento del livello delle vocazioni claustrali come posizione sociale, come cultura e come qualità, nella stima delle Curie e del popolo, nonché a causa della mancanza di controllo serio ed efficace da parte delle autorità ecclesiastiche; economicamente, per lo stato di miseria, frequentemente angoscioso, per la necessità impellente di trovare lavoro redditizio allo scopo di procurarsi i mezzi di sussistenza, non potendosi più, per la svalutazione della moneta, fare assegnamento sulle doti o sugli antichi beni dei monasteri, perduti o notevolmente ridotti. Le varie commissioni studiarono a fondo il problema, suggerendo i rimedi da adoperarsi, dalle soppressioni di monasteri là dove ogni altro mezzo si poteva prevedere inefficiente, ai trasferimenti in luoghi che offrissero maggiori possibilità di vita; dalle trasformazioni di monasteri in congregazioni di voti semplici con ordinario regime centralizzato, ai raggruppamenti che salvassero la autonomia dei singoli monasteri e i diritti che su di essi il CIC attribuisce agli Ordinari dei luoghi, e togliessero gli stessi monasteri all'isolamento, con vantaggi economici, disciplinari e spirituali.
2. Il contenuto della cost. apost. "Sponsa Christi». a) La prima parte della Costituzione delinea rapidamente le varie fasi della vita religiosa femminile nella Chiesa; dalle vergini consacrate a Dio che vivono in seno alla propria famiglia, alle categorie di stato pubblico che con la professione dei consigli evangelici si rifugiano nel cenobio. Per molto tempo, tutta la vita religiosa femminile, affiancata, nello spirito, al ramo maschile corrispondente, si orienta ed armonizza nel monastero, dove la disciplina è rigida e la vita è eminentemente contemplativa. Gli

## Page 767

spunti finali di apostolato, soprattutto educativo e assistenziale, trovano la loro attuazione per via di dispense, adattamenti, accorgimenti. Poi sorgono le congregazioni a carattere prevalentemente attivo e con governo centrale. Nell'attuale riforma la vita contemplativa conserva il suo grado di maggiore nobiltà ed è difesa apertamente nella Costituzione, pur con il sacrificio di elementi accessori; i voti solenni ne sono la nota essenziale. La clausura, l'autonomia e l'isolamento, nel clima sociale moderno, hanno subito quei ritocchi necessari a permettere un più largo lavoro, un più esteso apostolato, una maggiore vitalità interna dei singoli monasteri.
b) La parte giuridico-pratica della Costituzione è contenuta in 9 statuti che tracciano in forma legislativa le innovazioni più importanti, integrati dai 26 articoli della Istruzione della S. Congr. dei Religiosi per la loro pratica attuazione. Essa comincia con la nozione della vita contemplativa canonica che, sostanzialmente, non è che «la professione esterna della disciplina religiosa ordinata alla contemplazione interna \%. Scopo quindi della vita contemplativa canonica è la contemplazione, cioè la ininterrotta meditazione delle cose divine, la preghiera pubblica, cioè ufficiale della Chiesa (Ufficio divino), e il sacrificio personale e volontario nell'isolamento e nella penitenza. Essa è tale da investire tutta la vita delle monache e da dirigerne tutta l'azione. I mezzi efficaci per raggiungere lo scopo si trovano nei voti, nella clausura, nei raggruppamenti o federazioni di monasteri e nel lavoro monastico. Dove lo scopo si può ritenere irreparabilmente compromesso, per la deficienza o la non rispondenza dei mezzi, il carattere monastico non si permette.

Il termine "monaca" designa oggi quella religiosa che ha professato in un monastero soggetto a clausura papale. La solennità dei voti non è strettamente necessaria al carattere monacale, potendosi avere delle monache che siano legate da voti semplici, perpetui o anche temporanei. Di fatto è desiderio della Chiesa che siano ripristinati i voti solenni là dove per privilegio, a causa di circostanze per lo più politiche, questi erano stati ridotti a semplici; ma anche le monache, prima della professione solenne, debbono emettere la professione temporanea che di natura sua è semplice. Né è necessario che tutte le monache, cioè le persone che vivono in un monastero, emettano i voti solenni, perché di fatto in molti monasteri le converse emettono solo voti semplici, e di diritto le cosiddette suore esterne non possono emettere voti solenni.
c) Notevolissima è la mitigazione del concetto rigido della clausura papale. C'è oggi una clausura più rigida (maggiore) e una meno rigorosa (minore), sempre nell'ambito della clausura papale. La maggiore rimane intatta come è stabilita dal CIC (cann. 600-622) e ampiamente descritta nell'Istruzione della S. Congr. dei Religiosi del 6 febbr. 1924. Essa si estende al monastero e a tutte le sue parti; particolari dispense da essa possono essere concesse solo dalla S. Sede. All'osservanza scrupolosa di questa clausura sono obbligati tutti i monasteri nei quali si professa la vita contemplativa stretta, senza cioè adattamenti di una qualsiasi attività esterna, e con voti solenni. Ogni violazione di essa soggiace alle pene canoniche contenute nel can. 234 mathrm{r},{ }¹⁰ mathrm{c} 3° : scomunica con riserva semplice alla S. Sede e con l'aggiunta della sospensione per gli ecclesiastici. La clausura papale minore è maggiormente mitigata. Essa distingue il monastero in due parti : una formata dai locali riservati alle monache, soggetti a maggior rigore; l'altra costituita dai locali destinati alle opere esterne, ai quali possono accedere dall'interno le monache destinate a questi ministeri, e dall'esterno tutte le persone interessate, sotto determinate condizioni. Essa obbliga i monasteri che hanno annesse opere esterne, e i monasteri di vita solo contemplativa, ma con voti semplici. La violazione di questa clausura, per quel che concerne la parte del monastero riservata esclusivamente alle monache per gli esterni e per quanto si riferisce alle stesse monache nei riguardi di tutto il monastero, soggiace alle stesse pene canoniche stabilite per la clausura maggiore; per quanto invece si riferisce alle comunicazioni tra le due parti del monastero o all'ingresso illegittimo di esterni nella parte del monastero destinata alle opere, può soggiacere a pene
![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(per curtesia dell'Ufficio spagnola dei turisme) Monastero - Chiostro di S. Giovanni dei Re - Toledo.
che l'Ordinario del luogo stabilirà caso per caso. L'osservanza della clausura papale, almeno nella forma minore, è condizione assoluta perché un monastero possa considerarsi giuridicamente tale. In tutti i monasteri di clausura papale c'è l'obbligo del coro; ma le monache legittimamente assenti dal coro, se professe semplici, non hanno stretto obbligo di supplirvi con la recita privata dell'Ufficio divino, per quanto siano esortate a farlo.
d) Un m. femminile di clausura è, in sé, indipendente e autonomo, vale a dire si governa per mezzo della superiora, sotto la giurisdizione dell'Ordinario del luogo e l'autorità del superiore regolare, se vi è, senza relazioni di dipendenza giuridica di un monastero dall'altro. Ne consegue un certo isolamento che nelle circostanze attuali può fatalmente condurre il monastero all'esaurimento per mancanza di mezzi di vita spirituale o materiale, per deficienza di osservanza religiosa, o per mancanza di soggetti adatti. A questo inconveniente provvedono le federazioni, ossia raggruppamenti a carattere regionale di più monasteri dello stesso Ordine, i quali, pur conservando la propria autonomia e la dipendenza dagli Ordinari dei luoghi e dai superiori regolari, si uniscono insieme, a loro richiesta e con l'approvazione della S. Sede, allo scopo di ottenere più facilmente vantaggi comuni, specialmente con il prestarsi aiuto per la formazione morale, intellettuale e religiosa, per lo scambio di personale direttivo e formativo, per conservare e incrementare l'osservanza e lo spirito religioso e per necessità di ordine economico. La federazione perciò è un organismo superiore che raggruppa diversi m. dei quali rispetta l'organizzazione interna ed esterna, che assurge al grado di diritto pontificio, e si regge con organizzazione propria e proprie leggi. Tale federazione può avere a capo, accanto alla superiora, anche un assistente religioso, il quale, nominato dalla S. Sede, assiste la federazione con l'opera e con il consiglio, come guida morale della superiora nel governo e in tutto il funzionamento della federazione, per la conservazione dello spirito dell'Ordine, il buon andamento della disciplina e della formazione del personale, la gestione economica e le relazioni della federazione con l'esterno e in specie con la

## Page 768

S. Sede. Si prevedono, inoltre, anche le confederazioni di federazioni.
e) Il lavoro monastico è considerato, nella nuova disciplina, sotto il duplice aspetto spirituale e materiale. Esso è un dovere di penitenza e di soddisfazione per le monache e per l'umanità intera, uno strumento di elevazione spirituale e di santificazione, un mezzo efficacissimo per attuare l'unione tra la vita contemplativa e la vita attiva, oltre che una sorgente da cui ricavare onestamente il proprio sostentamento e l'alimento per le opere di carità e di apostolato. Gli Ordinari dei luoghi, i superiori regolari, le superiore delle federazioni debbono curare che non manchi alle monache un lavoro conveniente e redditizio, servendosi anche, allo scopo, di apposite commissioni e comitati. Il genere di lavoro non deve ostacolare la vita contemplativa o sovvertire l'ordine interno del monastero; deve inoltre essere decoroso e adatto alle monache di chiusura, p. es., la confezione di ostie e vino per la Messa, di paramenti e altri oggetti di culto, l'esercizio di tipografie.
f) In presenza delle attuali condizioni della società, le direttive generali del Papa contengono espressamente accenni alle forme di apostolato, cui possono dedicarsi anche le monache di clausura, senza scapito del particolare loro genere di vita. Attuazione pratica di quelle direttive sono oggi le prescrizioni generali della Cost. apost. : a) le monache che già attendono a un determinato apostolato esterno, p. es., educativo, assistenziale, ecc., lo conservino; b) le monache di vita strettamente e unicamente contemplativa non debbono dedicarsi ad altro apostolato che quello della preghiera e del sacrificio, tranne casi particolari sanzionati dall'autorità apostolica; c) le monache che, pur nell'àmbito della vita strettamente contemplativa, abbiano o abbiano avuto qualche forma tradizionale di apostolato esterno, la conservino o la riprendano, adattandola alle esigenze dei tempi e della vita contemplativa. Praticamente, le monache che desiderano attendere a un certo apostolato esterno debbono rivolgersi alla S. Congr. dei Religiosi per direttive specifiche nel caso particolare. - Vedi tav. LXXXVIII.

BnL.: Istruzione della S. Congr. dei Religiosi, 6 febbr. 1924; A. Pugliese, Ad Apostolicam Constitutionem - Sponne Christi -, 21 nov. 1950, necnon et ad consequentem Instructionem S. Congr. de Religiosis, 13 nov. 1550, in Monitve ecclesiasticus, I (1951), pp. 226-42: diversi studi raccolti in La nueva disciplina condnica sobre las Monjas, Madrid 1951. Agostino Pugliese

MONCAINO, Caccia Guglielmo detto il. Pittore, n. a Montabone (Acqui) verso il 1568 , m. nel 1625. Si stabili nel 1593 a Moncalvo, donde il soprannome.

Fu pittore eclettico, manierista, e risentì tanto della tradizione piemontese dominata da Gaudenzio Ferrari, come della pittura lombarda, specialmente procaccinesca. La sua produzione pittorica è abbondante. Si citano: la pala, firmata e datata 1585 , per l'Annunziata di Guarene. Affreschi nel santuario di Crea; nella cappella del Rosario a Candia Lomellina (1590); in S. Marco di Novara (1614); al Carmine di Pavia (1621).

BinL.: G. Natali, Thieme-Becker, V, pp. 333-34.
Emilio Lavagnino
MONCEAUX, Paul. - Storico ed archeologo francese, n. ad Auxerre il 29 maggio 1859, m. a Sceaux il 7 febbr. 1941.

Professore di storia della letteratura latina al Collège de France di Parigi, dove nel 1907 successe al Boissier, si dedicò allo studio della letteratura dell'Africa cristiana e pubblicò in 7 voll., dal 1901 al 1923, una Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne da Tertulliano a s. Agostino. L'importanza di questa opera consiste nel fatto che la massima parte di essa (gli ultimi 4 voll.) è dedicata all'esame del donatismo. L'ultimo volume, il VII, tratta più particolarmente della lotta sostenuta da s. Agostino contro questa eresia. Ogni scritto antidonatista del vescovo di Ippona è analizzato minutamente dal M. e di ciascuno viene offerta la data esatta di composizione e le circostanze che ne determinarono la redazione. Professore dell'École des Hautes-Etudes, ha notevoli relazioni nei Comptes rendus de l'Académie des Inscriptions et Belles lettres, fu collaboratore del Bulletin de la Société
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(18) R. Bormad, Notice sur la vie de l'oraux de F. R., Môve 192, for. 1, 1;

Monceaux, Paul - Rirtatto.
a Théveate (1903); Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique (1903); Un ouvrage du donatiste Fulgentius (1907); L'inscription des martyrs de Douggo et les banquets des Martyrs en Afrique, in Bulletin archéologique du Comité des travaux historiques et scientifiques, 1908, pp. 87-104; Un convent de femmes à Hippone au temps de st Augustin, in Comptes rendus de l'Académie des Inscriptions et Belles lettres, 1913, pp. 570595; Cuicul chrétien, in Memorie della Pont. Accad. Rom. di Archeol., 3ᵉ serie, parte I (1923), pp. 89-112; Le manichéen Faustus de Milev (1924); S. Martin (1926); St-Agustin et st-Antoine, in Miscellanea Augustinian, II, Roma 1931, p. 61 sgg.; St Jérôme. Sa jeunesse, l'étudiant, l'ermite (1932).

BinL.: Enc. Eur. Am., XXXVI, pp. 64-65; O. Rüble, s. v. in Die Religion in Geschichte und Gegensatz, IV, ed. 161; A. Merlin, Paul Monceaux, in Bulletin archéologique du Comité des travaux historiques et scientifiques, 1941-42, pp. 35-57; S. Dreher-M. Rolli, Bibliographie de la littérature frongaine 1930 1939, Lilla-Ginevra 1948, p. 292.

Silvio Furlani
MONCTON, ARCidiocesi di. - Città e arcidiocesi nella provincia di Nouveau Brunewick (Canada), con tre diocesi suffragance: St-Jean, Bathurst e Edmunston. La sua popolazione è composta in massima parte da discendenti degli Acadiani che gli Inglesi deportarono nel 1755, dopo la conquista della Nuova Francia. La fondazione d'un collegio, il 15 ott. 1854, segna una nuova tappa nella storia dell'Acadia; il collegio fu poi affidato ai Padri di S. Croce, e il vecchio Seminario di S. Tommaso divenne il Collegio di S. Giuseppe (10 ott. 1864), con il p. C. Lefèbvre come primo superiore.

La provincia ecclesiastica di M. fu eretta da Pio XI il 22 febbr. 1936, con la cost. apost. Ad animarum salutem. L'arcidiocesi di M. conta 53.579 cattolici di lingua francese, 6940 di lingua inglese e 502 di altre lingue, su 102.875 ab., con una superficie di 2887 migliaq.; ha 53 sacerdoti diocesani e 62 religiosi (Congregazione di S. Croce, Domenicani, Trappisti, Redentoristi), 62 chiese delle quali 41 parrocchie, 2 ospedali, una casa per ritiri, 20 missioni o posti di missione, una università (Università di S. Giuseppe, a Memramcook) e un collegio.

BinL.: Pio XI, Ad animarum salutem, in AAS, 28 (1936), pp. 285-87; Pio XI, Si qua sit ecclesiastica, 22 febbr. 1936 ibid., pp. 288-89; A. Bernard, L'Acadie vivante, Montréal 1945; Le Canada ecclesiastique, ivi 1950, pp. 490-96. Gustave Carrière

MONDO, ORIGINE del : v. CREAZIONE; per l'età del m. e la rispettiva iconografia : v. UNIVERSO.

MONDONEDO, diOCESI di. - Città e diocesi spagnola nell'estremo occidente della costa cantabrica nella provincia civile di Lugo e della Coruña. Ha 4369 kmq . di estensione, con 321.400 ab. dei

## Page 769

quali 320.750 cattolici. Conta 401 parrocchic con 345 sacerdoti diocesani e 42 regolari, un seminario. Comunità religiose : 7 maschili e 28 femminili.

La sua origine risale al vi sec., secondo alcuni scrittori, i quali la supposero governata per molto tempo dagli abati di Dumio, tra i quali si ricordano per celebrità il primo, s. Martino, e il sesto, s. Fruttuoso, che rossero pure là diocesi di Braga. Notizie più sicure si hanno dal sec. IX; la diocesi cambiò parecchie volte di sede ed anche di nome, l'ultima volta nel 1114, essendo stata trasferita, in virtù del decreto del Concilio di Palencia, confermato dal papa Pasquale II, a Vallibris, chiamata poi M. Tuttavia i prelati Rabinato, alla fine del sec. xir, e Pelugio II, suo successore, risiedevano a Ribadex. Fra i vescovi più illustri si cttono, oltre il patrono della diocesi s. Rosendo, fondatore del monastero di Celanova, e Gonzalo, chiamato il Santo nel sec. x, lo storico Nuño Alonso nel sec. xi, Martino, costruttore e dotatore dell'attuale cattedrale nel sec. xirI, Enriquez de Castro, a cui si deve il chiostro antico della stessa chiesa nel sec. xv, il cardinale Pacheco, il famoso scrittore francescano Antonio di Guevara e Antonio de Lujan pure francescano nel sec. xvi, il trinitario Diaz di Cabrera, intrepido difensore della diocesi contro gli Inglesi protestanti, e Torres Grijalba nel sec. xvir; Muñoz Salcedo, costruttore tra l'altro delle torri della cattedrale, e Sarmiento de Sotomayor, a cui si debbono il santuario della Madonna dei Rimedi e l'ospedale della città, Romol Quiroga, riedificatore del palazzo episcopale, e Losada, il quale alzò l'attuale seminario, ampliato nel sec. xix dal vescovo Cos y Macho.

L'attuale Cattedrale, dedicata all'Annunciazione di Maria S.mo, fu costruita nel sec. xiri con l'aiuto del re Alfonso IX; essa presenta lo stile di transizione dal romanico al gotico, soltanto i rilievi della facciata e delle torri mostrano piuttosto il dominio barocco del sec. XVII.

Bibl.: E. Flores, España sagrada, XVIII, Madrid 1764; R. Sanjurjo y Pardo, Los obispos de M., Lugo 1854. Giuseppe Pou y Marti
MONDOVI, diOcesi di. - Diocesi e città del Piemonte. La diocesi comprende 181 parrocchie ( 84 comuni : 70 in provincia di Cuneo e 14 in provincia di Savona). Sacerdoti: 396, 50 regolari; 10 case religiose maschili e 107 femminili. Popolazione: 164.000; superficie: kmq. 2.159,65. Confina con le diocesi di Cuneo, Fossano, Alba, Acqui, Savona, Albenga, Ventimiglia. Ha seminario maggiore e minore. Patrono : s. Donato, vescovo di Arezzo (festa : 7 ag.).
M., di formazione comunale, fu eretta in diocesi, quasi baluardo di romanità contro lo scisma di Occidente, da Urbano VI, con la bolla Salvator Nostor, data in Perugia l'8 giugno 1388. Contemporaneamente era decorata dal Pontefice del titolo di città. La nuova diocesi venne smembrata da quella di Asti e resa suffraganea di Milano. Nel 1515, con l'elevazione di Torino a metropolitana, passò a questa provincia ecclesiastica. Subì in seguito variazioni territoriali : nel 1768 ebbe altre parrocchie da Asti
e da Alba; fu poi ridotta, per la costituzione della diocesi di Cuneo (1817), ma ricevette vaste zone da Alba. Il vescovo ha il titolo di conte ed è abate commendatario perpetuo di S. Dalmazzo. La Chiesa monregalese annovera nella sua storia figure insigni, quali : il card. Michele Ghisleri (s. Pio V); il dotto card. Vincenzo Laureo (15661587); Michele Casati (1753-82), noto per il catechismo che da lui prese nome; Tomaso Ghilardi (1843-73), strenuo assertore dei diritti della Chiesa.

Tra i monregalesi, sono degni di menzione: il card. Giovanni Bona (v.); il fisico G. B. Beccaria (v.) e il suo discepolo Giovanni Francesco Cigna; lo statista Vincenzo Ferrero marchese di Ormea ( 1680-1745 ); il venerabile G. B. Trona (1682-1750); Rosa Govone (17161776), fondatrice dell'Istituto delle Rosine; l'abate Domenico Soresi (17111788), letterato ed educatore; l'architetto Francesco Gallo (1672-1750), che costruì in Piemonte molte chiese ispirate ad un sobrio barocco, ed infine alcuni personaggi ed artisti del secolo scorso. Nel 1809 M. ospitò l'esule Pio VII che lasciò commoventi
testimonianze del suo passaggio.
Scarsc, nel monregalese, le vestigia romane (da segnalare i resti dell'Augusta Bagiennorum presso Benevagienna); più frequenti gli edifici medievali; numerose le pitture quattrocentesche, specie in cappelle campestri. Le migliori opere architettoniche sono del Settecento.
M. sorge in posizione dominante, circondata dalle Langhe, dalla pianura e dalla corona delle Alpi. E divisa in due parti : nella parte alta (Piazza) si notano: la torre dei Bressani ed il Belvedere; la Cattedrale di F. Gallo; il vescovado, con magnifiche sale; la chiesa della Missione, già S. Francesco Saverio, di Giovenale Boetto, con pitture di Andrea Pozzo rappresentanti la predicasione e la gloria del Santo; il Palazzo dei Gesuiti (oggi Tribunale); S. Chiara, la Misericordia (F. Gallo) e la Piazza Maggiore, a portici, ancora di intonazione medievale. La parte inferiore (i Piani), più commerciale, ha pure alcuni edifici degni di nota: S. Filippo, di F. Gallo, i SS. Pietro e Paolo (cupola del Vittone e facciata con il caratteristico "moro"). La città ebbe nel sec. xv una delle prime tipografie; dal 1560 fu sede di università e vi insegnò s. Roberto Bellarmino; mantenne poi sempre una buona tradizione di studi e di educazione. Possiede due biblioteche (del seminario e civica) e vari archivi. Autorevole storico locale fu, sul finire del Settecento, il canonico G. Grassi di S. Cristina. Sono vanto di M. numerosi istituti caritativi e svariate iniziative di beneficenza.

La storia religiosa della città negli ultimi secoli è legata al famoso santuario, sorto intorno ad una venerata immagine della Vergine per opera di Ascanio Vitozzi (inizio nel 1586) e ultimato dal Gallo (1729-33), con una grande cupola ellittica. Nell'immenso campo pittorico M. Bortoloni (1696-1750), succeduto a S. Galeotti, celebrò l'Assunzione di Maria Vergine e F. Bielle, continuatore di G. Galli Bibiena, eseguil le riquadrature. In diocesi si trovano altri numerosi e venerati santuari marziani, né mancano chiese artisticamente pregevoli.

[⁰]
[⁰]:    - Bibl.: Mons Regalis, in Theatrum Statuum Regiae Celsitudinis, Amsterdam 1682; Ughelli, IV, pp. 1084-96; Cappelletti, XIV, pp. 203-63; P. Nallino, Il corso del fiume Ellero, Mondovi

## Page 770

![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(Int. Prdrico - Torino)
Mondovl, diocesi di - Santuario di Vicoforte. Arch. Ascanio Vitozzi. Il pilone della Regina Montis regalis (1586). Le deco-
razioni sono del sec. xviri.
1788; id., Il corso del fiume Pesio, ivi 1788; G. Grassi, Memorie istoriche della Chiesa vescovile di Monteregale in Piemonte, Torino 1789; id., Notizie istoriche dei santi protettori della città di Monteregale, Mondovi 1793; G. Casalia, Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il re di Sardegna, X, Torino 1842, pp. 602-793; C. Danna e G. Chiechio, Storia artistica illustrata del Santuario di M., Torino 1891; E. Morozzo della Rocca, Le storie dell'antica città di Monteregale, Mondovi 1894-1907; M. Rossi, The Santuario of the Madonna di Vico, Londra 1907; trad. n., Milano 1914 (da usare con cautela); A. Michelotti, Storia di M., Mondovi 1920; L. Berta, Emanuele Filiberto e la città di M., in Lo Stato sabaudo al tempo di Emanuele Filiberto (Bibl. d. Soc. stor. subalp., 109), III, Torino 1908, pp. 89-170; id., I Gesuiti a M., in Comunicaz. della Soc. per gli studi stor. arch. e arriz. della prov. di Cuneo, I (1929), pp. 79-98; id., I primordi del Santuario di M. e Carlo Emanuele I, in Carlo Emanuele I. Miscellanea (Bibl. Soc. stor. subalp., 120), I, Torino 1930, pp. 93-166; A. Bonino, Miatell. artistica della prov. di Cuneo, Cuneo 1932; N. Carboneri, Guida storica illustrata del monumentale Santuario di M., Torino 1932; A. Manno, Bibliografia storica degli Stati della monarchia di Sannio, X, ivi 1934, pp. 3199; Nuove ricerche e nuovi studi sul santuario di M., a cura degli alunni delle Scuole Apostoliche, Borgo S. Dalmazzo 1930 (con amplissima bibl.).

Nino Carboneri

## MONENERGISMO : v. ADOZIANISMO.

MONETA. - Epiteto cultuale di Giunone che sotto tale nome aveva un tempio sul Campidoglio, dedicato da Camillo nel 345 a. C. La sua festa cadeva il 1° giugno. Nel suo recinto sacro vivevano le celebri oche capitoline alle quali era attribuita la salvazione del Campidoglio dai Galli.

La parola "moneta" deriva forse dal fatto che le monete si coniavano nei pressi del tempio. Un altro santuario della dea si trovava sul Monte Albano, mentre un'altra sua festa è documentata per il 10 ott. Data la scarsità dei dati, è difficile definire il carattere del culto, soprattutto per l'incertezza del significato dell'epiteto (spiegato linguisticamente, in un primo tempo, con il verbo monere, più recentemente con un nome gentilizio
o con una radice mediterranea che si ritroverebbe nel nome cretese di Zeus Monnitios).

Bibl.: G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2² ed., Monaco 1912, p. 190; Marbach, a. v. in Pauly-Wissowa, XVI, col. 113 sgg.; A. Waldo-J. B. Hoffman, Lateinisches Etymologisches Wörterbuch, II, Heidelberg 1948, p. 107. Angelo Brelich

MONETA. - Pezzo di metallo di determinato peso, di forma generalmente rotonda e recante sulle due facce o, più raramente, su una sola, una figurazione e una leggenda o soltanto una di esse. Il diritto della m. è la faccia che presenta il tipo principale o più interessante da un punto di vista storico, archeologico o artistico; il rovescio è la faccia che mostra elementi di secondaria importanza rispetto al tipo principale.

L'invenzione della m. non si può collocare esattamente nel tempo o nello spazio, ma va piuttosto considerata come il risultato della lenta evoluzione del mezzo di scambio metallico, evoluzione causata dall'estendersi e dal complicarsi delle relazioni commerciali, e che trova l'ultimo suo grado di sviluppo nella innovazione per cui lo Stato monopolizza la emissione della m., facendone e garantendone nel contempo tipo, lega metallica e peso. In Occidente quest'ultima e definitiva fase di sviluppo si compie nel sec. viI a. C., nel mondo ellenico. Alla metà del Iv sec. anche Roma inizia la emissione di una propria m.

Anche nell'antichità, come nei tempi moderni, i metalli monetati furono, salvo eccezioni, l'oro, l'argento e il bronzo. L'oro fu il metallo base del sistema monetario del mondo orientale (Lidia, Persia) dapprima, delle grandi monarchie ellenistiche (Macedonia, Siria, Egitto) poi e infine dell'Impero Romano e dell'Impero Bizantino. Fu sempre coniato quasi puro sia presso i Greci che presso i Romani fino all'Impero Bizantino. L'argento fu invece la base della monetazione presso i Greci, di cui costituì per parecchi secoli l'unico metallo monetato, e presso i Romani della Repubblica che lo coniarono in grande abbondanza insieme al bronzo. Quest'ultimo fu la vera m. delle popolazioni italiche ed ebbe parte grandissima anche nella monetazione di Roma, di cui costituì, prima della coniazione dell'argento, l'unica m. e dove rappresentò sempre una parte preponderante della circolazione, anche nell'età imperiue.

I sistemi di fabbricazione della m. adottati nell'antichità furono due: coniazione e fusione; col primo, più frequentemente usato, il tondello di metallo liscio veniva battuto fra due coni, recanti in incavo il tipo che doveva essere impresso su una o sulle due facce; col secondo, il metallo fuso veniva calato in una forma in incavo del pezzo da monetare, sicché nel medesimo tempo si aveva tanto il tondello quanto l'impronta sulle due facce. Naturalmente il processo di fabbricazione dei coni era molto più complesso di quanto non lo sia oggi e maggior valore avevano l'abilità tecnica e le capacità artistiche dell'incisore. Un fenomeno che si riscontra di frequente nella antichità, e non insolito anche nell'epoca moderna, è l'alterazione ufficiale della lega della m. Ciò avvenne solamente per l'argento, avendo l'oro conservata sempre la sua purezza. Insieme all'alterazione della lega si ha una altra forma di frode monetaria, quella delle m. suberate, m . cioè composte di un'anima di metallo vile, generalmente rame, ricoperta di una sottile pellicola di argento. Tale sistema fu adottato varie volte nell'antichità e ne conservano memoria le m . rimaste e le fonti letterarie.

Bibl.: E. Babelon, Traité de monnaies grecques et romaines, parte 1², t. I. Parigi 1901; P. Gardner, A history of ancient coinage, Oxford 1918.

Franco Poorini Rossi

MONETA da Cremona. - Teologo e scrittore domenicano, n. a Cremona, m. a Bologna nel 1260 ca. Insegnava arti liberali all'Università di Bologna ed era famoso in tota Lombardia quando divenne religioso (1219). Studiò e insegnò teologia nello Studium domenicano di Bologna.

## Page 771

Nel 1228 fondò per il suo Ordine il convento di S. Guglielmo a Cremona insieme al concittadino e confratello Rolando. Predicò contro l'eresia in Lombardia, attirandosi l'odio degli eretici, che attentarono alla sua vita. Intorno al 1240 si ritirò a Bologna dove scrisse la Summa adversus cotharos et Valdenses (ed. T. A. Ricchini, Roma 1743), che è il trattato più completo e più solido del medioevo contro le due grandi sètte eretiche, e abbraccia tutia la teologia cattolica, con quei particolari riferimenti e sviluppi che richiedeva lo scopo dell'opera: la
conversione dei catari e dei valdesi. E quindi la teologia in cui maggiormente dovevano essere agguerriti i primi Frati Predicatori, destinati a predicare e a inquisire contro gli eretici. Per ogni questione si espono parallelamente la posizione degli eretici e della Chiesa.

Binc.: Quetif-Echard, I. pp. 122-23; P. M. Domineschi, De rebus Coenobii Cremonensis, Cremona 1767, pp. 147-60; M. Sarti-M. Fattorini, De claris archiaymonosis Bononienzis professoribus, I. Bologna 1888, pp. 390-91; II. iv 1888, p. 243; E. Broecks, Le Catharisme, Lovanio 1916, passim; M. M. George, s. v. in DThC, X (1929), coll. 2211-15; A. D'Amato, L'origine della Studia domenicano r l'Università di Bologna, in Seplicozo, 2 (1949), pp. 259-61.

Alfonso D'Amato
MONFERRATO, MARCHESI di. -
La dinastia dei marchesi di M. ha inizio nel sec. x con Alebamo, principe coadiutore di Berengario II, di cui sposò la figlia Gerberga. Ai domini datigli dal Re riuscì ad unire altri datigli da Ottone I dopo il suo trionfo. Allora ebbe il governo marchionale di diversi comitati tra il Po ed il mare, Vado (Savona), Acqui, Loreto, Torresana. I due rami della famiglia si spartirono presto il governo degli ampi domini : il ramo anselmiano, chiamato del Vasto, si fissò nei territori di Savona, il ramo ottoniano si disse di M. dal nome che si incominciava ad usare per la contea di Torresana. Mentre nel sec. xi prevalevano i principi del ramo anselmiano, nel sec. xit prevalsero i marchesi di M., che più tardi finirono per affermarsi come i soli veri successori ed eredi di Aleramo.

Con grande abilità seppero rimanere fedeli agli imperatori della casa di Franconia e poi di quella Sveva; si legarono con rapporti matrimoniali con la casa capetingia di Francia e poi Guglielmo V sposò Giuditta di Babemberg, figlia del margravio d'Austria e zia di Federico Barbarossa. Guglielmo V alla metà del sec. xit era, grazie all'appoggio imperiale, il principe egemone dell'Italia occidentale e se fu fedele sostegno di Federico Barbarossa nella sua lotta con i Comuni non seppe però trarne considerevole profitto per la sua famiglia. Dei vari figli, il primo Guglielmo tentò la fortuna in Oriente: sposò la sorella del re di Gerusalemme, Baldovino IV, ma morì prima di poter ottenere quel trono; un altro, Ranieri,
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(Int. alinori)
monferrato, marchesi di - Torre dei prigionieri del castello già dei marchesi di M. (sec. xv) - Acqui, Castelletto Molina.
(Int. alinori)
stretto, per conservare i suoi domini, ad ondeggiare tra l'una e l'altra parte. Aderisce nel 1227 alla Lega lombarda destando vivo malcontento nell'Imperatore; nel 1228 si allea con Asti, ma provoca l'opposizione di Alessandria e di Milano. Attaccato dai milanesi nel 1232 fu costretto a sottomettersi fudalmente al vincitore. Solo dopo la battaglia di Cortenuova ritornò alla devozione verso l'Impero. Ma scoppiato il conflitto tra Federico II ed Innocenzo IV, il marchese, guadagnato dai sussidi finanziari dei Genovesi, abbandonò di nuovo l'Imperatore e passò alla Chiesa; però appena Federico II comparve in Piemonte, Bonifacio II si affrettò a fare dichiarazioni di fedeltà imperiale. I trovatori imperialisti lo vituperavano per questo suo spregiudicato passare da parte a parte, spergiurando con la più grande disinvoltura. Bonifacio II però, preoccupato di salvare il suo Stato, non poteva non curare l'ondeggiamento politico dei grandi Comuni limitrofi. Nel 1247 nuovamente abbandonò Federico e si legò con il Papa ma, minacciato dalle forze imperialiste, fu costretto a piegarsi. L'Imperatore nel 1248 lo accolse nelle sue grazie, ma era un vassallo malfido. Morto Federico II nel 1250, Bonifacio si dichiarò di nuovo partigiano della Chiesa, ma nel 1253 passò alla fedeltà verso Corrado IV. Tra il 1253 ed il 1254, morto Bonifacio II, il marchesato passò al figlio Guglielmo VII. Più abile dei padre, il giovane principe alla politica prudente, spesso passiva di Bonifacio, sostitui una politica attiva, audace, spesso temeraria. La sua meta pare fosse quella di procurarsi basi politiche ed economiche più ricche e più robuste che non la vecchia terra di M. scar-

## Page 772

samente produttiva. Il contrasto tra Manfredi e Carlo d'Angiò gli diede modo di offrire agli Angioini il suo appoggio, ma poi contro gli Angioini si appoggiò ad Alfonso di Castiglia di cui riconobbe le aspirazioni imperiali, e più tardi favorì Rodolfo d'Asburgo. Dei contrasti tra le diverse correnti politiche si servi abilmente per costringere non pochi Comuni a chiamarlo come paciere delle lotte interne o come capitano o come signore. Ivrea, Vercelli, Acqui, Tortona, Casale entrarono così nel suo gioco politico. Guglielmo VII non poteva illudersi di poter annettere questi Comuni al suo Stato nettamente feudale, ma gli era sufficiente riuscire a coordinare queste forze comunali sotto la sua egemonia. Un trionfo momentaneo fu la sua chiamata a Milano, dove l'arcivescovo Ottone gli procurò il governo per averne aiuto contro i suoi nemici, i Torriani; Guglielmo VII però credette di poter giocare d'equilibrio tra Torriani e Visconti e la sua dominazione a Milano ebbe rapida fine. Anche ad Occidente egli urtava contro l'ostilità dei conti di Savoia: nel 1280 , durante la sua andata alla corte di Castiglia venne catturato dalle genti sabaude e dovette,
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(da R. Bonaparte, Documents de l'fpoque mongole des XIIIe et XIVe sixties, Portai ISS, ter. I, Ro. I)
per riavere la libertà, acconsentire ad abbandonare Torino che era riuscito ad occupare. Gugliemo VII però persisteva nella politica antiangioina e l'adesione alla coalizione contro Carlo d'Angiò determinò il matrimonio tra l'imperatore bizantino Andronico II Paleologo e la figlia del marchese Guglielmo, Violante, che a Bisanzio assunse il nome di Irene. I Visconti, i Savoia, la Repubblica di Genova organizzarono contro il marchese una coalizione per eliminare il pericolo della formazione stabilita sul Po di uno Stato minaccioso per le varie parti. Il conflitto finì con la ribellione di Alessandria: il marchese fu catturato e mori in prigionia (1292). Il crollo della costruzione politica monferrina fu sfruttato soprattutto dai Visconti di Milano. Nel M. il giovane Giovanni I iniziò il suo governo sotto la protezione del re di Napoli Carlo V e del marchese di Saluzzo, Tommaso. Il marchese Giovanni venne a morte già nel 1306 senza lasciare eredi.

Il M. fu allora conteso dalla sorella di Giovanni, l'imperatrice di Bisanzio, Irene, e dal congiunto, il marchese di Saluzzo. I feudatari monferrini decisero per l'Imperatore bizantino che inviò a governare il marchesato il secondogenito Teodoro. Si iniziò così nel M. la seconda dinastia marchionale, dei Paleologi. Teodoro I Paleologo ed il figlio suo Giovanni II sperarono di poter svolgere una politica indipendente allo scopo di raggiungere una situazione predominante nell'Italia occidentale. Essi però urtarono contro l'opposizione delle forze politiche maggiori, i Visconti di Milano ed i Savoia ad occidente, concordi nel reprimere le ambizioni monferrine, avidi di assicurarsi il predominio sui marchesi. Durante la seconda metà del sec. xiv e tutto il sec. xv i Paleologi di M. ritornarono alla politica di Guglielmo VI e di Bonifacio II: assicurarsi la conservazione dello Stato equilibrando l'influsso sabaudo con quello visconteo-sforzesco. Lo spognersi della dinastia paleologina rese possibile all'imperatore Carlo V di decidere sull'avvenire del marchesato di M. : per impedire un rafforzamento troppo grande della
casa sabauda, assegnò il marchesato alla casa dei Gonzaga di Mantova. Si ebbe così in M. la terza dinastia marchionale, dei Gonzaga, che sotto la protezione dell'Impero e della Spagna assicurarono l'esistenza del marchesato fino al sec. xviII: nel 1708 l'Imperatore occupò Mantova ed autorizad il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, ad occupare il M. secondo gli accordi segreti del 1703. Cosi dopo una vita di sette secoli il M. scomparve come Stato autonomo.

Bial.: non esiste una storia completa delle dinastic che dominarono nel M. Per una visione d'insieme può servire V. De Conti, Notizie storiche di Casale, Casale Monferrato 1838. Per gli Aleramic, v. L. Usseglio, I marchesi di M., Torino 1926 e le monografie di D. Brader, Boniface von Monifertal, Berlino 1907; A. Bozzola, Un capitano di guerra e signore sabaigino, Guglielmo VII di M., Torino 1920; F. Cognasso, Tomato I ed Amadoc IV di Savoia, ivi 1940. Francesco Cognasso MONGOLIA. - I. Il paese. Vasta e mal definibile regione dell'Asia centrale, compresa tra la Siberia meridionale, la Zungaria, il Sin Kiang, il Nanshan, la Cina e la Manciuria. Politicamente vi vanno distinte la cosiddetta M. interna, proclamatasi indipendente nel 1933, organizzata nel 1937 dai Giapponesi in uno Stato federale (Meng Kiang) da essi controllato fino al 1945 e poi tornata alla Cina, della quale faceva parte fin dall'avvento dei Ching (1644), e la M. esterna, corrispondente alla Bagude Nairamdacho Mongol Arat Olos, o "Repubblica del popolo mongolo", costituitasi nel 1911, passata nel 1914 sotto protettorato russo ed entrata dopo il 1921 nell'orbita sovietica, con ordinamento statale modellato su quello del potente vicino.

La Repubblica mongola dispone di un territorio di 1,5 milioni di kmq., su cui vivono meno di 1 milione di ab., tutti mongoli, ad eccezione di 7 mila cinesi e ca. 90 mila russi. Il paese, costituito dalla parte settentrionale del grande deserto del Gobi e dalle zone montuose (Altai, Khangaj) che lo delimitano dalla Siberia, si presta essenzialmente alla pastorizia nomade o seminomade. Il patrimonio zootecnico comprende soprattutto ovini ( 13 mi lioni di capi); vi sono anche 4 milioni di caprini, 2 di bovini ed 1,7 di equini, che dànne lana e pelli, scambiati con pochi manufatti necessari alle modeste osigenze locali. I Sovietici, che di fatto controllano il paese e ne gestiscono il commercio, vi hanno tuttavia introdotto alcune industrie, concentrate nella capitale Ulan Bator (Urga, 50 mila ab.), che un servizio aereo regolare collega a Verkhne Udinsk (Ulan Ude), capoluogo della Repubblica autonoma dei Mongoli Buriati pertinente all'U.R.S.S.

Bial.: J. Lévine, La Mongolie historique, géographique, politique, Parigi 1937; A. Giannini, La M. esterna e la questione mongola, in L'Universo, 12 (1947), pp. 613-28; G. Friners, Outer M., Baltimore, Mass. 1949.

Il. Storia. - I Mongoli costituiscono un ramo della razza altaica, affine ai Turchi ed ai Tongusi :

## Page 773

i tre rami erano strettamente imparentati e conducevano la stessa vita, con gli stessi costumi, nelle steppe a nord del Gobi verso i Monti Altai e Khangai. I Mongoli propriamente detti menavano vita nomade nella zona nord-est della attuale M. esteriore, tra l'Onon ed il Kerulen. Popoli di lingua mongola (proto-mongoli), erano comparsi già prima nella storia : così i Sien-pei, i Juan-Juan, gli Avari. Il nome di Mongoli compare nei testi cinesi della dinastia Tang (sec. viI d. C.) sotto la forma Mong-wu. Nel sec. xir nella zona suddetta si agitavano le tribù dei Tatar, dei Merkit, dei Kereit; più ad occidente nelle regioni dell'Ili, dell'Essiq-Kul, della Kashgaria i Kitat avevano creato un impero detto dalle fonti musulmane Qara-Khitai. Le tribù mongole erano le une pastorali, le altre cacciatrici. Tentativi di ridurre queste popolazioni nomadi ed anarchiche ad unità sono segnalati a diverse riprese nel sec. xit, ma il vero grande unificatore del popolo mongolo fu Tämügïn, figlio di Jäsügäi, piccolo capo di un clan dei Qiyat, nato, pare, verso il 1167 , secondo il Pelliot, nella regione di Dulun-Boldag. Visse una giovinezza dura per la dispersione del clan dopo la morte del padre; nel 1196 alcuni clan mongoli lo proclamano Khan (hān) cioè re dei Mongoli. Tämügin allora prese il nome Gengis Khan (Khan il forte). Dopo una serie di lotte fortunate contro le tribù dei Tatar e dei Kerait, nel 1206 Gengis Khan in un Kuriltai (assemblea) di tutte le tribù mongole fu proclamato Kagkan, cioè Khan supremo; la sua bandiera fu un drappo bianco a nove code di yack; un vecchio sacerdote dichiarò che Gengis Khan era consacrato dall'eterno cielo azzurro, emanazione cioè del Tangri, il cielo divinizzato.

Riuniti tutti i Mongoli sotto la sua autorità, egli li condusse nel 1209 alla conquista della Cina, dando alla lotta il carattere di guerra nazionale per vendicare gli avi sconfitti dai Kin. Nel 1213 essi riuscirono finalmente a superare la Grande Muraglia e nel 1215 occuparono Pechino; in seguito occuparono la Cina settentrionale fino all'HoangHo (1225). Ma queste operazioni, Gengis Khan le lasciò ai suoi luogotenenti; nel 1218 egli iniziava l'attacco dell'Impero dei Qara-Khitai e nel 1219 invadeva l'Impero dei Turchi hwärizmiani. L'Afganistan ed il Huräsän vennero ridotti a deserti : le fiorenti città di Balh, Merw, Niä̈pür, Herät vennero distrutte e le popolazioni completamente massacrate. I Mongoli erano pastori e cacciatori selvaggi al primo gradino dello sviluppo civile; ignoravano la vita agricola e ancor più quella cittadina; ed il loro ideale era di distruggere i seminati e di trasformare le terre in steppe da pascolo. A questo univano la più volgare crudeltà ed avevano il massimo disprezzo per la vita umana. Gengis Khan mori il 18 ag. 1227, durante una ripresa della lotta in Cina. Egli era al di sopra del livello morale del suo popolo; era assennato, aveva il
![img-14.jpeg](img-14.jpeg)
(da R. Bonaparte, Documents de l'epoque mongole des XIII- et XIV's sievies, Parigi 160, tui. 16. n. 81
Mongolia - Moneta in scrittura mongola, emessa sotto l'imperatore Wutsong (Cina) - Parigi, collezione Deveria.
![img-15.jpeg](img-15.jpeg)
(da R. Bonaparte, Documents de l'epoque mongole des XIII- et XIV's sievies, Parigi 160, tui. 16. n. 81 Mondolia - Moneta del re Abakhe. Iscrizione in lettere · enigure - ed arabe (1265-82) - Parigi, Biblioteca nazionale, Gabinetto delle Medaglie.
senso della responsabilità del governo, ed era capace anche di sentimenti nobili. Aveva trovato la società mongola in piena anarchia; la lasciò in ordine e pace, grazie alla sua giustizia equa e severa. Fin dal Kuriltai del 1206, Gengis Khan aveva proclamato il suo yousq, regolamento per tutti i suoi sudditi : pena di morte per i delitti più gravi, come furti, menzogna, adulterio ecc.; la disobbedienza, così in pace come in guerra, dichiarata delitto possibile di pena. Il yousaq di Gengis trasformò i M. e per secoli influì su tutti i popoli dell'Impero mongolico. Per organizzare le sue conquiste, ricorse perciò ad elementi mongolici già semieivilizzati come i Keraiti, presso i quali si era diffuso da tempo il cristianesimo nestoriano, sebbene avvolto in veli di origine animistica e superstiziosa.

I quattro figli di Gengis si divisero le vecchie terre della Mongolia con le steppe ed i pascoli, lasciando invece indivise le terre conquistate. Nel Kuriltai del 1229 fu eletto Kagkan il terzogenito di Gengis, Ögödäi, intelligente e convinto della necessità di una organizzazione statale. Sotto di lui si completò la conquista della Cina del nord e si iniziò quella della Cina meridionale (1235); si fecero due spedizioni in Corea. Ad occidente si occupò la Persia e si entrò decisamente nelle steppe russe; nel 1240 si occupò Kiev e si invase la Polonia e contemporaneamente l'Ungheria si da minacciare l'Italia e l'Europa centrale. Alla morte di Ögödäi, l'ondata mongolica occidentale si ritirò dietro i Carpazi nel 1242. Nel 1246 fu eletto Kagkan Gūyūk ma nel 1248 già gli successe Möngkä, figlio del quartogenito di Gengis, Tului. La notizia che Gengis ed i suoi figli aveva in grande considerazione il cristianesimo, che varie principesse, come la moglie di Tului, erano cristiane nestoriane così come ministri e funzionari di corte, era giunta intanto in Occidente. Nel 1265 il papa Innocenzo IV inviò il francescano Giovanni da Pian del Carpine alla corte di Güyük, con la speranza di averlo alleato contro i principi musulmani e risolvere la questione della Terra Santa. Poco dopo Luigi IX da Acri inviò alla corte di Möngkä il francescano Guglielmo di Rubruck. I Mongoli però erano indotti a rispettare tutte le religioni soltanto per la necessità di assicurarsi le divinità, in qualunque modo venissero venerate, mettendo il cristianesimo vicino al buddismo ed al confucianesimo. Il Kagkan Möngkä per organizzare il suo Impero aveva però deciso di distruggere il califfato 'abbáside di Bagdad e la setta degli Assassini. Ne incaricò il fratello Hülägü che nel 1257 distrusse Bagdad massacrandone la popolazione. Anche la setta degli Ismäliliiti venne sterminata. Hülägü non riusci però a superare la resistenza dei Turchi d'Egitto che vinsero nel 1260 un suo luogotenente. Ad oriente Möngkä incaricò di conquistare la Cina del sud un altro suo fratello, Qubilai.

Morto Möngkä nel 1259, l'Impero gengiskanide si frantumò per la sua stessa immensità. Qubilai si fece proclamare Kagkan ma si stabilì in Cina ed il suo Impero subl l'influenza cinese : furono spettatori di questo fenomeno i viaggiatori veneziani Polo, e Marco Polo fissò nel suo Millone le impressioni dell'Impero mongolo-ci-

## Page 774

![img-16.jpeg](img-16.jpeg)
(da G. Pelli, Viaggio a Tartari di I. Giovanni da Pian del Carpino, Milano 1885, too, tra po. 12-13) Mononita - Esplici dell'Hysteria Mongaiorum, di fr. Giovanni da Pian del Carpino ( 1° metà del sec. xiv) - Lcida, università. cod. 104, f. 150°.
nese. Nei vecchi paesi mongoli si formò un impero di un altro Kagkan, Allougkan; così in Persia si formò l'Impero di Abäghä; nelle pianure russe l'Impero del Qipēāq od Orda d'Oro di Bātū. Questi diversi khanati subirono influari religiosi diversi. Mentre in Cina predominava il confucianesimo, in Mongolia ed in Russia predominò l'islamismo.

Durante la seconda metà del sec. xiri e nel sec. xiv il papato tentò fervidamente la conquista dei popoli mongoli al cristianesimo. Così nel 1305 il francescano Giovanni di Montecorvino andò alla capitale di Qubilai (Khanbaliq-Peckino) con lettere di Niccolò IV; costruì chiese in Peckino di cui diventò arcivescovo e creò una cristianità cinese. Nel 1314 Odorico da Pordenone partì da Venezia per Khanbaligk e vi rimase sino al 1328 .

Il cristianesimo cadde in Cina quando nella seconda metà del sec. xiv sui Mongoli prevalse la reazione cinese diretta dai Ming. Nella M. ed in Persia il cristianesimo trovò larghe simpatie nei principi, ma a poco a poco prevalse l'islamismo. Nel sec. xiv, con il disgregarsi dei vari imperi mongoli (Cina, M., Persia, Qiptachq) ed attraverso alle lotte intestine, si formano principati di scarsa importanza.

Solo in apparenza è mongolico il nuovo Impero creato alla fine del sec. xiv da un turco di famiglia musulmana della Transoxiana, e solo esteriormente legato con la tradizione gengiskhanide, Tamür-Läng. Nato l'8 apr. 1336 presso Kiš, egli partecipa alle lotte dei principi della 'Transoxiana; nel 1363 caccia i Mongoli, nel 1370 si fa proclamare re a Bally e nel 1388 prende il titolo di sultano, affermandosi continuatore di Gengis Khan e comportan-
dosi da musulmano. Si lanciò alla conquista di tutte le regioni in cui i principati gengiskanidi si erano sgretolati. Il Liwārizm, il Turkestan, l'Īrān vengono successivamente conquistati; nel 1391 invade il Qipēāq, nel 1398 invade l'India sino a Delhi, poi attacca la Siria egiziana, quindi il sultanato osmanico di Anatolia e fa prigioniero ad Ankara il sultano Baiazet (1402); però muore durante la spedizione contro la Cina (1403). L'attività di Tamür Läng è frammentaria: dovunque massacra e distrugge, ma non organizza, a differenza di quella di Gengis Khan per il quale a fianco delle distruzioni non si può dimenticare l'apertura di tanta parte dell'Asia al commercio, il collegamento della M. all'Europa da una parte, alla Cina dall'altra. Alla fine del sec. xv gli ultimi Timuridi non sono che modesti principotti della Transoxiana e del Hurāsān.

Bibl.: R. Grousset, Histoire de l'Extrême Orient, Parigi 1929; id., L'Empire des steppes, ivi 1948; opere in cui sono raccolti i risultati delle ultime ricerche. Invecchiata ma sempre importante è l'opera di C. d'Ohsson, Histoire des Mongols, 4 voll., L'Aia 1854. Per le relazio