imoniana); ritornò al cattolicesimo attraverso il cristianesimo evangelico di Carlo Eynard (1843); fu poi fervido neoguelfo, mostrando d'altronde spiccata simpatia per le idee di riforma del cattolicesimo, propugnate dal gruppo cattolico-liberale toscano; dopo la celebre allocuzione dell'apr. 1848 di Pio IX, dalla persuasione formatasi che il papa non poteva né doveva " ferire nessuno ", traeva come conseguenza "l'incompatibilità del potere spirituale con il potere temporale del papa" (lettera del 10 maggio 1848, in U. Mondello, Epistolario di G. M., dal 22 marzo al 29 maggio 1848, in Rassegna storica del Risorgimento, 24 [1937], p. 1337).
Uomo di coraggio, combatté a Curtatone con i volontari universitari pisoni (nel 1840 era stato nominato professore di diritto civile e commerciale all'Università di Pisa), rimanendo ferito. Fu fautore di una Costituente nazionale, ove fosse netta separazione dello Stato dalla Chiesa: sul problema della Costituente mutò varie volte opinione, pervenendo, dopo l'abbandono di Roma da parte di Pio IX, a profilare in funzione anti-piemontese una Costituente toscano-romana sotto la presidenza di Leopoldo II; dopo la fuga del granduca fece parte del Governo provvisorio con Guerrazzi e Mazzoni. Il ritorno del granduca lo trovò in missione in Francia, ove rimase in esilio. Tornò dopo quasi un decennio in Italia e votò la decadenza della dinastia lorencse. Contrario in un primo tempo al passaggio della Toscana sotto i Savoia, fece parte poi del Parlamento del Regno d'Italia.
T'utte le varie oscillazioni del M. (era stato alla fine, durante l'esilio parigino, "socialista" e "muzatriata") sono state un sintomo non di opportunismo, ma di una irrequieta e sensibilissima fisionomia romantica.
BibL.: cf. delle due ristampe della Introduzione ad alcuni appunti storici sulla ricaluzione d'Itolin, la prefazione di V. Mazzei (Roma 1942) e quella di A. Alberti (Torino 1945); N. Rosselli. Saggi sul Risorgimento, ivi 1946, pp. 87 sgg., 431 sgg.; A. M. Ghisalberti, G. M. e la Costituente, Firenze 1947 (con bibl. completa); W. Maturi, G. M., in Bollettino storico pisano, 3⁴ serie, 18 (1949), pp. 69-91 (con bibl.); E. Michel, Moestri e scolari dell'Università di Pisa nel Risorgimento nazionale, Firenze 1949, passim.
Massimo Petrocchi
MONTAÑEZ, Juan Martinez. - Scultore e architetto spagnolo, n. ad Alcalá la Real (Jaén) il 16 marzo 1568 e m. a Siviglia il 18 giugno 1649.
È tra i più grandi rappresentanti della scultura policroma andalusa; attivo dapprima a Granada, passò la maggior parte della sua vita a Siviglia. Tra le sue sculture più note è il "retablo" di S. Isidoro del Campo a Santiponce presso Siviglia (1609-12), il Cristo in croce della cattedrale di Siviglia, ove è anche conservata una bella Inunocolota Concezione; esegui anche numerose statue di santi, e in tutte le sue opere si nota una grande perfezione plastica e profonda espressione di vita interiore.
BibL.: Laboratorio de Arte, Univers. Sevilla, s. v. in ThiemeBecker, XXV (1931), p. 81; F. Jimenez Placer, La labor de M. en el retablo de S. Miguel de Yerez, in Archivo expalial de arte, 1941, pp. 317-41; id., M. y Arce en el retablo de S. Miguel de Yerez, ibid., pp. 343-64; D. Angelo Iniguez. M. M. y su escuela en Honduras y Guatemala, ibid., 1947, pp. 285-91; E. Gomico-Moreno, Bellezza y realismo en M., in Rivista de ideas esteticas, 29 (1950), pp. 3-16 (nello stesso fasc. numerosi altri serini su M.).
MONTANO, LUCIO e Compagni, santi, martiri. - Nel Martirologio geronimiano e nel Calendario

(per cortesia di mens. A. P. Frates)
Montañez, Juan Martinez - N. S. del Valle. Scultura in legno policromato. Opera di M. J. M. - Santo Angel.
di Cartagine sono ricordati il 23 maggio; mentre nel Martirologio romano C. Baronio li inserì al 24 febbr., forse, pensa H. Delehaye, ingannato dal latercolo geronimiano. Il loro martirio avvenne in Cartagine, durante la persecuzione di Valeriano, probabilmente nell'estate del 259 e del 260.
La Passio (BHL, 6009) che riflette lo stile di s. Cipriano e fu certamente redatta da un testimonio oculare poco dopo la morte dei martiri, fa ripetutamente cenno della morte di s. Cipriano ( 4 sett. 238) come pure da un passo (cap. 23) risulta che non era stato eletto ancora il successore di lui, così che la morte dei martiri va posta tra la morte di s. Cipriano e l'elezione del suo successore Luciano. La struttura della Passio è sulla falsariga di quella delle ss. Perpetua e Felicita (v.), che sovrappone un notevole sviluppo di forma al semplice schema di protocollo e include i racconti delle visioni avute dai martiri durante la prigionia.
Si può dividere in due parti : una lettera dei martiri alle comunità dei fratelli nella fede (capp. 1-11); la narrazione del compilatore che completa le notizie della lettera ed espone le circostanze del martirio (capp. 1223). In questa seconda parte domina la figura del martire Flaviano che, sebbene non appaia nel titolo dei manoscritti della Passio, rimane uno dei personaggi principali.
Della Passio, pubblicata assai per tempo e ripetutamente, ha dato, nel 1908, l'edizione critica P. Franchi de' Cavalieri (Gli Atti dei s. M., L. e compagni, Roma 1908 [suppl. 8° della Rém. Quartalschrift]) che in ampia introduzione ha largamente discusso le questioni letterarie e archeologiche che il testo può offrire. La Passio dà i nomi dei martiri, cioè M., L., Flaviano,
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Giuliano, Vittorico, Primolo, Reno e Donaziano. Questo ultimo e Primolo morirono mentre erano ancora in carcere.
Bibl.: Acta SS. Pebuarii, III, Parigi 1865, pp. 454-59; P. Franchi de' Cavalieri, Nuove osservazioni critiche ed esegetiche sul testo Passio sanctorum Montani et Lucii, in Note Agisgr. (Studi e testi, 22), Roma 1909, pp. I-31; Martyr. Romanum, p. 72. Benedetto Pesci
MONTANO e MONTANISMO. - Montano è l'iniziatore del montanismo, setta entusiasta e rigorista, cominciata in Frigia ca. il 172 e chiamata pertanto "eresia dei Frigi»; dagli stessi aderenti invece fu detta "nuova profezia", a causa delle pretese rivelazioni del Paracleto.
I seguaci del montanismo furono chiamati anche "catafrigi" (dal greco ol wavá Φ pó γ ε ς ) o pepuziani (dalla città santa del movimento); secondo i capi dei diversi gruppi si distinsero in procliani, eschinisti, tertullianisti priscilliani, quintilliani (questi due ultimi hanno il nome dalle profetesse Priscilla e Quintilla). Fatta eccezione degli scritti di Tertulliano, l'altra non abbondante letteratura montanistica è andata perduta; soltanto della raccolta di doti profetici di Montano e delle sue due prime adepte sono conservati 14 oracoli ( 6 attribuiti a Montano, 3 a Priscilla, 5 a Massimilla). Ad essi vanno aggiunti 4 altri tramandati da Tertulliano come effati del Paracleto. La nostra conoscenza del montanismo si basa dunque sugli antimontanisti ed eresiologi.
I. Le origini del montanismo. - Poco si sa della persona di M. Prima della sua conversione alla fede cristiana era forse stato sacerdote del culto fanatico di Cibele. Non è neanche certo quando si iniziò il movimento; secondo Epifanio (Haeres., 48 : PG 41, 856) avrebbe avuto origine ca. il 156 -57; secondo Eusebio invece (Chron., II: PG 19, 563) negli anni 172-73. Questa seconda data è più probabile (l'intervento dei Martiri lionesi, il fatto più antico che possa essere assicurato indipendentemente dalle due date controverse, cade soltanto nell'anno 177, e il primo papa interpellato sulla questione del montanismo è Eleuterio [v.], 174-89). Secondo le fonti più antiche M. si proclamò l'organo del Paracleto che, annunziato nel IV Vangelo, il giorno della Pentecoste non era ancora disceso sugli Apostoli, ma si doveva manifestare poi per mezzo suo, onde introdurre la Chiesa in tutta la verità. Due donne, Priscilla (o Prisca) e Massimilla, furono le prime discepole conquistate alla nuova dottrina; divenute anch'esse partecipi del dono profetico, furono presto venerate accanto allo stesso M.
La profezia si annunziò nuova, specialmente per la sua forma estatica (contraria al concetto cattolico della profezia come viene esposto da s. Paolo: I Cor. 14). I profeti del montanismo caddero in estasi violente, e in uno stato di rapimento e di astrazione dai sensi pronunziarono gli «effati» del Paracleto. In questa caratteristica violenza estatica si suole riconoscere il contributo particolare della regione frigia, patria di emozioni religiose intense, come del culto seguistico di Cibele. Riguardo al contenuto, la profezia annunziò la prossima parusia di Cristo e la discesa della Gerusalemme celeste nella pianura frigia, tra le cittadine di Pepuza e Tymion, dove M. voleva adunare tutta la cristianità. Sullo sfondo di tale ardente attesa della parusia imminente si devono intendere i postulati morali del montanismo primitivo. I fedeli dovevano prepararsi per un distacco molto più radicale di quanto si era praticato fin allora nelle comunità cristiane. Si predicò un ascetismo intenso, concretizzato nella rinuncia totale al matrimonio (il divieto delle seconde nozze, con la implicita autorizzazione del primo matrimonio, deve essere considerata una mitigazione posteriore del postulato originario), nella prescrizione di digiuni più prolungati e susteri. Più tardi si determinarono nella setta di-
versi periodi di digiuno; M. stesso probabilmente richicse che tutta la vita del fedele, fino al ritorno del Signore, fosse un continuo digiuno. Un terzo postulato originario esigeva la prontezza assoluta al martirio (cf. i due effati del Paracleto citati da Tertulliano, De fuga, 9: PL 2, 133). Particolarmente dura era la posizione del montanismo nel problema penitenziale, caratterizzata dal seguente effato del Paracleto: «Potest Ecclesia donare delicta, sed non faciam, ne et alii delinquant" (Tertulliano, De pudicitia, 21 : PL 2, 1078). La oscura parola, nella sua forte antitesi, evidentemente una risposta agli avversari di M., preconizza, anche nella remissione dei peccati postbattesimali, un nuovo rigorismo, tutto conforme agli altri postulati del movimento. Al patrimonio originale appartengono finalmente le promesse di speciali ricompense per i seguaci fedeli e la prassi quartodecimana nella celebrazione della Pasqua. In opposizione alla gnosi (v.), l'altro grande pericolo della Chiesa del sec. it, il montanismo si rivelò di origine prettamente intracristiana. La dottrina della fede e la Scrittura non furono toccate. Ma con il suo appello al Paracleto che in lui doveva completare l'opera di Cristo, M. di fatto alterò radicalmente il concetto cattolico della Chiesa. Non i vescovi, ma i nuovi profeti, i veri «spiritucli» rappresentavano l'autorità della Chiesa; questa conclusione fu poi dedotta con ogni chiarezza da Tertulliano: «Et ideo Ecclesia quidem delicta donabit; sed Ecclesia spiritus per spiritulem hominem, non ecclesia numerus episcoporum" (De pudicitia, 21 : PL 2, 1080). M. stesso, spirito non speculativo, ma fervente entusiasta, non sembra che si sia ugualmente accorto del carattere rivoluzionario della propria opera, che sul nascere apparve piuttosto come un movimento di rinnovamento spirituale nel seno della stessa Chiesa, ciò che dovette favorire fortemente la sua propagazione.
II. ESPANSIONE DEL MONTANISMO. - L'entusiasmo religioso, la stima dei doni carismatici, l'ardente aspettazione escatologica, l'ortodossia della dottrina dovettero dare al montanismo una particolare forza di attrazione nella Chiesa del sec. it. I fondatori morirono presto: Massimilla ca. il 179, M. e Priscilla ancora prima, ma la nuova profezia aveva già varcato i confini della regione dove era nata (Ardabau, Pepuza, Tymion); dalla Frigia si era propagata come un incendio per tutta l'Asia Minore (così la Chiesa di Tantira in Lidia era passata tutt'intera al seguito di M.) e da li s'era irradiata in Siria e in Tracia. Anche l'Occidente fu presto interessato. Non si sono conservate le lettere che gli aderenti del montanismo spedirono ai centri della cristianità occidentale per guadagnarla alla propria causa. Ma da Eusebio (Hist. eccl., V, 3 : PG 20, 437) si sa che la famosa lettera delle Chiese di Lione e Vienna in Gallia ai fratelli dell'Asia e della Frigia, scritta nell'anno 177, conteneva anche un giudizio sull'attività profetica di M. e dei suoi compagni, parere che da Eusebio fu giudicato "più e ortodosso ". Inoltre da Lione furono spedite anche lettere scritte dai martiri, prima della loro morte, ai fratelli d'Asia e al papa Eleuterio «pro pace Ecclesiarum» (ibid.). Sembra pertanto che l'atteggiamento nella principale Chiesa gallica sia stato di una prudente riserva: mentre il montanismo era sul nascere, si davano consigli di pace, senza perciò favorire la nuova profezia. A Roma il papa Eleuterio, a cui s. Ireneo portò la missiva dei Martiri di Lione, era stato certamente già per altre vie informato del montanismo. La scarsezza delle fonti non permette di ristabilire con certezza l'atteggiamento assunto dal Papa. E probabile che egli non condannasse formalmente il movimento frigio ma emanasse una dichiarazione a esso non favorevole: ciò si deduce da una notizia di Tertulliano (Adv. Praxeam, 1 : PL 2, 178 sgg .) : Prassea, un capo dei patripassiani, recatosi dall'Asia in Roma avrebbe indotto il Papa (che si suppone Vittore I, 189-98, o, secondo il De Labriolle e l'Ehrhard, con più probabilità Zefirino: 198-217) a ritirare le lettere di comunione già emanate a favore dei montanisti, appellandosi alle dichiarazioni ufficiali dei suoi predecessori ("praecessorum auctoritates»). Queste dichiarazioni dei predecessori di Zefirino (Eleuterio e Vittore I), senza costituire una vera condanna (difficilmente si spiegherebbe altrimenti l'iniziale simpatia di Zefirino
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In alto: LA FORTEZZA (sec. xv) - Montalcino.
In basso: PANORAMA del piazzale della chiesa di S. Francesco - Montalcino.
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(fut. Pastor)

(per cartesin del pp. Beardettist di. Musterassino)
In alto: ROVINE DELL'ABBAZIA DOPO IL BOMBARDAMEM'TO ( 14 febb. 1944). In basso: STATO DELLA RICOSTRUZIONE nella primavera del 1951 - Montecassino.
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per il montanismo), devono pure essere state sfavorevoli alla nuova profezia. I papi quindi, non avendo allora ancor chiaramente intuito il carattere vero del movimento, che in Occidente si presentò anche con una maggiore sobrietà, rimasero riservati, a causa pure dell'alta stima che allora circondava i doni carismatici, come anche del fatto che i montanisti si ostentavano ortodossi nel dogma. Sembra che in setta già in questo periodo di prima espansione sia caduta dall'originario livello, che senza dubbio era stato alto. La letteratura antimontanista insorge contro l'avarizia dei profeti, contro i delitti di un certo Alessandro che si spacciò per martire; i postulati primitivi intorno al matrimonio e al digiuno furono abbandonati, ai profeti e martiri si concesse un certo potere di condonare i peccati (cf. gli excerpta dell'antimontanista Apollonio presso Eusebio, Hist. eccl., V, 18). Più saldo si mantenne invece l'entusiasmo per il martirio, e i montanisti poterono appellarsi al grande numero dei loro martiri. Anche il dogma fu intaccato. A Roma una parte della comunità montanista, con a capo Eschine, si legò con il monarchianismo (v.) modalistico di Noeto (cf. Ippolito, Refutatio omnium haeres., VIII, 19: ed. P. Wendland in CB, 26, p. 238), mentre un'altra fazione sotto Proclo mantenne la fede trinitaria della Chiesa.
Scarse sono le notizie sull'aspetto costituzionale del montanismo in questo periodo. Sembra che le comunità montanistiche dell'Asia avessero una organizzazione carismatica, i cui membri erano profeti, martiri e profetesse; tra queste, dopo Priscilla e Massimilla, primeggio Quintilla, i cui seguaci furono chiamati appunto quintilliani (cf. s. Epifanio, Haeres., 49 : PG 41, 88a).
III. Il. montanismo di Tertulliano. - In Africa la nuova profezia ebbe in Tertulliano (v.) il suo aderente più noto e più attivo. Dei suoi scritti (31) conservati, si appartengono al periodo montanistico (204206; 222-23). Personalità di fortissime tendenze individualistiche, Tertulliano fu attirato al montanismo dal fatto che esso per ortodossia si distinse da ogni eresia, particolarmente dalla gnosi; e anche perché veniva meravigliosamente incontro al proprio ideale cristiano impregnato del rigorismo etico più radicale e che gli permetteva di sorpassare l'opposizione della gerarchia ecclesiastica con l'autorità superiore del Paracleto. Risultata vena la speranza di fare accettare la nuova profezia dalla comunita di Cartagine (cf. i primi due scritti montanistici: De virginibus velandis; De exhortatione castitatis, degli anni 205-206), Tertulliano ruppe apertamente con la Chiesa (al più tardi nel 207), volgendosi contro esso con asprezza crescente (caratteristica la designazione di Chiesa degli «psichici», come venne chiamata la classe inferiore degli uomini nei sistemi gnostici).
Tertulliano era però una personalità troppo forte per non imprimere al montanismo la propria impronta; tolse alla nuova profezia la fisionomia personale e locale (così tace del tutto di Pepuza, parla poco dei fondatori della setta, appellandosi il più delle volte direttamente al Paracleto); in compenso diede al montanismo un chiaro fondamento soteriologico quando proclamò l'attività del Paracleto come la 4ᵃ e conclusiva fase dell'economia della salvezza (dopo lo stato iniziale della «natura Deum metuens», dopo l'infanzia custodita "per legem et prophetas» e la gioventù nutrita "per Evangelium», la giustizia «nunc per Paracletum componitur in maturitatem»; De virg. velandis, 1: PL 2, 938). Mentre aveva accettato, contro il proprio temperamento, la forma estatica della nuova profezia (la difende in De exstasi, trattato in 7 ll., purtroppo perduto), si distanzia dal montanismo primitivo nel giudizio sulla posizione della donna nella comunità; la esclude energicamente da ogni diritto di insegnare, di offrire e tanto più da ogni funzione sacerdotale (De virg. velandis, 9 : PL 2, 950). Nella lotta contro la Chiesa, Tertulliano trattò tutti i temi principali del rigorismo montanista : bollò il sottrarsi alla persecuzione come rinnegamento della volontà di Dio (De foga, dall'a. 211-12), compesse una violenta requisitoria contro le seconde nozze (De monogamia, ca. il 217) e contro l'indulgente prassi della Chiesa in materia di digiuno (De ieiunio adversus psychicos), e raggiunse l'apice della polemica nella contro-
versia sulla "pax ecclesiastica" che ora, contro la propria anteriore sentenza, restrinse ai soli a leviora peccata (peccata in hominem "), mentre per i peccati gravi applicò il principio: "Quis enim dimittit delicta, ni solus Deus? " (De pudicitia, 21: PL 2, 1077). Non si può negare, come ha voluto fare il Faggiotto (La diaspora cat:frigia, cit. in Iubl., p. 129), che Tertulliano si sia veramente convertito al montanismo; ma è pure vero che egli non si mise tanto al servizio della nuova profezia, quanto piuttosto pose questa al proprio servizio. Alla fine si separò anche dal montanismo e, seguito da un piccolo gruppo di fedeli, fondò il partito dei tertullianisti, i cui ultimi resti tornarono alla Chiesa qualche tempo prima del 428 (cf. s. Agostino, De haeres., 86 : PL 42, 46).
IV. La lotta contro il montanismo. - Come contro la gnosi, la Chiesa condusse anche contro il montanismo una doppia lotta, teologica ed ecclesiastica. La polemica teologica (Eusebio, Hist. eccl., V, 16-18, ha conservato alcuni excerpta dal cosiddetto a anonimo antimontanistico", trattato in 3 ll. scritto da un vescovo o prete frigio ca. il 192, e dallo scritto che un certo Apollonio diresse, 20 anni più tardi, contro la profezia e la vita dei montanisti) cercò soprattutto di provare che la nuova profezia non era opera dello Spirito di Dio e di rifiutare i suoi postulati rigoristici. Fra gli impugnatori del montanismo alcuni estremisti andarono oltre. Già s. Ireneo (Adv. Haeres., III, 11, 9: PG 7, 890 sgg.) biasimó chi per opposizione ai pseudoproferi rifiutava il Vangelo di s. Giovanni perché il Signore ivi promette il Paracleto. Da Eusebio (Hist. eccl., VI, 20) si sa che al tempo del papa Zefirino il presbitero romano Caio (v.) rigettò, in un trattato polemico in forma di dialogo con il capo montanista Proclo, anche l'Apocalisse come fonte del chiliasmo della setta.
La lotta propriamente ecclesiastica contro il montanismo si manifestò prima in Asia, dove il pericolo, in un certo momento, dovette essere grave. Qualche vescovo cercò di convertire i nuovi profeti. Zotico di Comana e Giuliano di Apamea si recarono a Pepuza per scacciare il demonio di Massimilla, ma furono stornati dai seguaci della profetessa (Eusebio, Hist. eccl., V, 16 : PG 20, 474). Il pericolo spinse i vescovi limitrofi a tenere adunanze, nelle quali il montanismo fu condannato. Si possono vedere in quelle riunioni i primi sinodi provinciali. Contro il montanismo è diretta anche la più antica lettera sinodale conosciuta, uno scritto del vescovo Serapione di Antiochia, firmato da diversi altri vescovi e accompagnato dalla refutazione del montanismo, scritta dal vescovo Claudio Apollinare di Gerapoli (Eusebio, Hist. eccl., V, 19: ibid., 481). Il risultato di questa doppia lotta fu l'espulsione della nuova profezia dalla comunione cattolica e l'organizzazione dei suoi seguaci in comunità proprie. In essa, nel sec. iv, i patriarchi di Pepuza tenevano il primo posto, poi i zotruvol (zoci), al terzo posto finalmente i vescovi (cf. s. Girolamo, Ep. 41 : PL 22, 476). In queste comunità il montanismo sopravvisse ancora per parecchio tempo. Ma il gravissimo pericolo che la setta aveva costituito al suo sorgere, già alla metà del sec. in era superato. Nell'anno 263-64 la comunità di Tiatira, montanista da più di 90 anni, ritornò alla Chiesa; questo non fu certamente l'unico caso del genere. Nondimeno il montanismo, alla fine del sec. iv, era ancora forte in Frigia, Galazia, Cappadocia e Cilicia, come pure a Costantinopoli. Nonostante le misure repressive degli imperatori cristiani la setta si mantenne nell'Oriente fino al sec. viII. Non sembrano essere mancati i casi dove i montanisti si bruciarono nelle proprie chiese, per non dovere abbandonarle ai cattolici.
L'importanza della vittoria sul montanismo è da cercarsi nella rinuncia all'entusiasmo escatologico proprio dei primi tempi della Chiesa, nell'affermazione sempre più decisa dell'organizzazione gerarchica, fondata nella successione apostolica dei vescovi, sul soggettivismo ed individualismo religioso del profetismo frigio, nella salvaguardia dell'universalità della Chiesa, destinata a conquistare a Cristo non soltanto un piccolo gruppo di spirituali esaltati, ma tutto il mondo;
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Montauban, diocesi di - Chiesa di S. Giacomo (sec. xiv-xv). Montauban.
nella messa in evidenza di uno dei più grandi poteri della Chiesa, di essere ai suoi membri mediatrice del perdono di ogni peccato.
BibL.: G. N. Bonnatsch, Gesch. des Montanismus, Erlangen 1881 ; F. de Labriolle, La crise montaniste, Parigi 1913 (con copiosa bibl.); id., Les sources de l'hist. du montanisme, Parigi e Friburgo 1913; A. Faggiotto, L'eresia dei Frigi, Roma 1923; id., La diagora catufrigia, Teruilliano e la nuova profesia, ivl 1923; G. Bardy, Montanisme, in DThC, X, it, coll. 2355-70; A. Ehrhard, Die Kirche der Märtyrer, Monaco 1932, pp. 227-87; J. Zeiller, Le montanisme a-t-il pénétré en Illyrium?, in Rev. d'hist. exsèb., 30 (1934), pp. 847-51; B. Pouchmann, Paenitentia secunda: die hircbl. Busse im älteren Christentum bis Cyprian und Origenes, Bonn 1940, pp. 261-348. Agostino Mayer
MONTAUBAN, diOCESI di. - Diocesi e città, sede di prefettura del dipartimento di Tarn-et-Garonne in Francia.
La città di M. si trova sopra una terrazza posta tra la riva destra del Tarn e i suoi due affluenti, il Tescou e il Lagarrigue. La sua origine risale all'abbazia di S. Teodardo fondata ca. l'a. 820 nel luogo detto Montauriol; nel 1144 il conte di Tolosa, Alfonso Jourdain, istituì la b a stide di M. che assorbì il gruppo di abitanti sorto intorno all'abbazia. La città fu funestata dall'eresia degli Albigesi; il papa Giovanni XXII, con la bolla Salvator dal 25 giugno 1317, elevò l'abbazia a diocesi smembrandola dalla diocesi di Tolosa di cui divenne suffraganea. La basilica di S. Teodardo fu elevata a cattedrale. Nel sec. xvı i calvinisti vi fecero tali progressi che nel 1561 vi proibirono il culto cattolico, distrussero non solo la Cattedrale ma anche altre chiese e fecero di M. il centro di riunione delle chiese riformate in Francia tra il 1578 e il 1584 . Vi si combatté nel 1621 tra l'armata di Luigi XIII e quella protestante guidata dal duca di Rohan e solo nel 1629
la città fu occupata da Richelieu. Fra i vescovi di M. si ricordano: il card. Giorgio d'Amboise ( 1484-89 ), mons. Le 'Tonnellier de Breteuil (1762-94) imprigionato a Rouen durante la Rivoluzione, mons. de Cheverus (1824-26) poi cardinale.
Santuari nella diocesi molto venerati sono quelli di Notre-Dame de Livron o de la Délivrance, Notre-Dame de Lorm a Castelferrus, Notre-Dame de la Peyrouse presso Lafrançaise. Nel territorio di M. è l'abbazia di Moissac (v.). La nuova Cattedrale (Notre-Dame) fu eretto tra il 1629 e il 1739 in forme classiche. L'unica chiesa superstite è St-Jacques (sec. xiv-xv) tutta a mattoni, anche nella decorazione del portale e nella torre ottagonale. L'interno è ad una sola navata con cappelle laterali e con abside a sette nicchie. L'antico episcopio fu costruito nel 1659 sugli avanzi d'un castello dei conti di Tolosa e d'un altro eretto verso il 1366 ; è tutto a mattoni ed è oggi trasformato in Museo, intitolato al pittore Ingres. nativo di M. come lo scultore Bourdelle e il missionario in Oceania p. L. Bourjade.
In una parte dell'edificio della «Bourse de Commerce» è disposto il Museo Brun con collezioni di storia naturale e preistoria.
BibL.: Eubel. I, p. 317; II, p. 195; III, p. 248; IV, p. 246; G. Goyau, s. v. in Cath. Enc., X, pp. 524- s; Guide de la France chrétienne et missionnaire, 1048-49, Parigi 1948, pp. 204, 638-41, 1059-60. Enrico Joni
MONTAUTI, Antonio. - Scultore ed architetto, n. probabilmente a Firenze ed ivi m. verso il 1740. Fu scolaro dell'abile scultore e cesellatore Giuseppe Piamontini.
Nella chiesa fiorentina di S. Filippo Neri sono di lui due rilievi ovali con scene della vita del Santo; ma la sua attività più rilevante si svolse a Roma, dove scolpì un S. Benedetto per la Basilica Vaticana (1725) e il gruppo marmoreo della Pietà, nel sotterraneo della cappella Corsini, a S. Giovanni in Laterano (1732), opera che gli procurò una diffusa rinomanza e circa la quale si è perfino vociferato che derivasse da un disegno di G. L. Bernini, sebbene il morbido sentimentalismo che ne pervade le armoniose strutture sia abbastanza lontano dallo spirito del grande scultore barocco. Il M. fu anche apprezzato medaglista e in tale qualità ritrasse le sembianze di Federico IV di Danimarca (1708) e di Aretafila Salvini Rossi (1710).
BibL.: A. Michel, Histoire de l'art, VII, 1, Parigi 1903, p. 170 sgg.; anon., s. v. in Thieme-Becker, XXV, p. 83; G. De Logu, La scultura italiana del Seicento e del Settecento, parte 1'. Firenze 1932, pp. 66-67. Alberto Nappi
MONTE, Francesco Maria Bourbon del. - Cardinale, n. a Venezia il 5 luglio 1549 da Ranieri dei marchesi del Monte di S. Maria, conte di Monte Baroccio e di Minerva Pianosa, m. a Roma il 27 ag. 1626. Era referendario di ambo le Segnature, quando fu creato da Sisto V, il 14 dic. 1588 , cardinale diacono di S. Maria in Domnica, per compiacere Ferdinando dei Medici che rinunciava il cardinalato (ott. 1588) per il Granducato di Toscana.
Il del M. era stato educato in un ambiente coltissimo: aveva avuto quale compare di Battesimo Tiziano, Prefetto della Congregazione dei Riti, fu relatore delle canonizzazioni dei ss. Ignazio Lojola, Francesco Saverio,

(da Pomme Lilia. Famiello selebri italiana, Milano 1616)
Monte, Francesco Maria Bourbon del - Ritratto. Incisione del 1842 da un quadro smarrito del Pulzone (1590).
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(da Philippi De Mante, Moletum \& O bene Jesu e, Bengo: BIS) Monte, Pimippe de - Ritratto. Incisione 1594.
Filippo Neri, Isidoro ed Eleonora di Portogallo. Esteta e mecenate, fu un eccellente prefetto della Fabbrica di S. Pietro e si acquistò meriti particolari per la decorazione interna della Basilica. Notevole è la sua importanza per la formazione del gusto del primo barocco a Roma; egli seppe infatti apprezzare l'arte del Caravaggio e fu il suo primo protettore, salvandolo dalla miseria e procurandogli la possibilità di dipingere le tele della cappella Contarelli in S. Luigi dei Francesi a Roma, suo lavoro giovanile. Protease anche altri scultori e pittori, tra i quali Andrea Sacchi. Era vescovo di Ostia e decano del S. Collegio quando morì a 77 anni.
BibL.: L. Cardella, Memorie storiche de' cardinoli, V, Roma 1793: pp. 301-303; P. Litta, Famiglie celebri italiane, fasc. 35 (dispensa 96), Milano 1843; Pastor, X, p. 177; XI, p. 609 e passim: Eubel, III, p. 32; IV, p. 37 e passim. Wirahl Wehr
MONTE, Philippe de. - Polifonista fiammingo, n. a Malines nel 1521 e m. a Praga nell'estate del 1603. Fu prima a Napoli, Roma, Anversa, Genova, e finalmente il 1° maggio 1568 si recò a Vienna, direttore della Cappella imperiale.
A 79 anni (nel 1600) pubblicò la sua ultima raccolta (VII) di mottetti a 5 voci e ad 80 anni collaborava ancora, con un madrigale, l l verno, ad una raccolta di vari autori (I diporti della villa, Venezia 1601). Nella vasta sua opera, oltre i madrigali, emergono i mottetti e le messe, animati dagli sforzi diretti a salvare la languente polifonia in un periodo di transizione tra l'antica scuola polifonica belga e la nuova monodica italiana, tra le quali egli è come un felice collegamento. Tra le messe, armoniose e vigorose, di uno stile elevato e ricco, sono degne di particolare menzione quelle intitolate Emitte Domine, Si ambulacero, Quomodo dileci, Ad modum, Benedicto es. Il de M. fu assai stimato dai contemporanei e dai posteri. Molti suoi libri di mottetti e messe furono stampati, lui vivente, a Venezia, Roma, Anversa, ecc. Molte opere restano ancora inedite nelle principali biblioteche d'Europa. Nuove ristampe di sue composizioni isolate si trovano in raccolte recenti.
BibL.: G. Van Duurslaer, Ph. de M., Malines 1895; id., La vie et les oeuvres de Ph. de M. (1511-1603), Bruxelles 1921; P. Bergmans, Quatorze lettres inédites du compositeur Ph. de M.,
ivi 1921; J. van Nuffel, Ph. de M., in Proceedings of the Mus. Assoc., Session 37 (1931); Cg. van den Borren, Ch. de M., in Revue musicale, 1934.
Luisa Cervelli
MONTECASSINO. - Abbazia nel Lazio meridionale, fondata verso il 529 da s. Benedetto da Norcia, sull'antica acropoli che sorgeva sul monte, e di cui restano ancor oggi imponenti mura di cinta. Abbattuti gli edifici del culto pagano, s. Benedetto, sull'ara di Apollo, eresse una cappella in onore di s. Giovanni Battista e trasformò il tempio dello stesso dio in oratorio dedicato a s. Martino. A testimonianza di s. Gregorio le proporzioni del nuovo monastero furono vaste; e perciò più rispondenti al nuovo ideale monastico del Santo, che, abbandonato il cenobitismo di tipo orientale già instaurato a Subiaco, ne istituì uno più integrale da praticarsi in un solo e capace monastero sufficiente a se stesso materialmente e spiritualmente, quale appare dalla Regola. Alla sua morte (547) l'opera fu continuata dai successori, di cui è noto assai poco. S. Gregorio Magno accenna al prestigio raggiunto da M. in così breve tempo, e una conferma se ne può scorgere anche nei soli nomi rimastici di alcuni monaci istruiti di quel tempo: Marco poeta, autore di versi in lode di s. Benedetto, Sebastiano, che scrisse una vita di s. Girolamo, e l'abate Simplicio. Questo primo sviluppo fu stroncato violentemente, poco più di trenta anni dopo la morte del fondatore, dalla distruzione del monastero per opera dei longobardi di Zotone. I monaci - tutti scampati alla strage, come s. Benedetto aveva predetto - con il loro abate Bonito ripararono a Roma, e papa Pelagio II assegnò loro una dimora presso il Laterano.
Sul monte abitavano intanto solo pochi solitari, quando il bresciano Petronace, verso il 717 , vi si recava spinto dal desiderio di solitudine e incitato dal papa Gregorio II. La rinascita dell'abbazia e della vita regolare, cui contribuirono in qualche modo i monaci di S. Vincenzo al Volturno e la forte personalità di s. Willibaldo, fu favorita anche dal papa Zaccaria, che riconobbe la comunità di Petronace quale erede di quella del sec. vi, restituì a M. l'autografo della Regola di s. Benedetto e il peso del pane e del vino e donò alcuni preziosi manoscritti della S. Scrittura. Nel 748 volle egli stesso consacrare la chiesa eretta sulla tomba di s. Benedetto. Il duca beneventano Gisulfo fece dono di terre nei pressi della badia e costituì il primo nucleo del vasto patrimonio cassinese, che si estese poi fino a raggiungere oltre centomila ettari, con due sbocchi al mare, porti, fondaci ad Amalfi e a Salerno, una piccola flotta di dieci navi per commerciare con Ancona, Ravenna, la Dalmazia e le Puglie, e con miniere in Sardegna. Fra le molte vocazioni degne di menzione sono quelle dei due re rinunciatari, Carlomanno dei Franchi e Rachis dei Longobardi; il numero dei monaci aumentò tanto che già nel 748 ne partivano alcuni verso la Germania su richiesta del duca di Baviera Utilone, altri per Brescia nel 759, e altri ancora per la Francia a richiesta di Carlomagno all'abate Teobaldo (778-97). A pochi decenni dalla restaurazione M. era divenuto centro di vita monastica al quale accorrevano, tra gli altri, fondatori di monasteri di varie parti d'Europa: Sturmio di Fulda, Pirmino di Reichenau, Ludgero di Werden, Anselmo di Nonantola, Adalardo di Corvez. L'imporzanza aumentò ancora al tempo di Carlomagno, che considero l'abbazia un punto avanzato della sua politica nell'Italia meridionale; perciò le concesse l'immunità e l'accolse nella defensio imperiale. Lustro maggiore però le venne dalla sua scuola, sviluppata e perfezionata da Paolo Diacono; vi si insegnavano non solo le scienze del tricium e guadircium, ma anche la lingua greca, e larga parte era data alla scrittura, alla miniatura dei codici e si venne formando la scrittura nota sotto il nome di "beneventana" o "cassinese", di cui M. fu fin da quel tempo il centro più importante. A questa attività intellettuale corrispose quella edilizia ed artistica.
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(fol. Falscelere - Torino)
Montecassino - Decorazione barocca dell'interno della chiesa abbaziale. C. Fanzago (sec. xvir).
Dopo i primi esempi di chiese costruite già sotto l'abate Potone (771-78) un'operosità notevole fu quella di Gisulfo (797-817) cui si deve l'ampliamento e la più ricca decorazione della chiesa di M., oltre la costruzione della basilica e del monastero del Salvatore alle falde del monte, per cui si servì dell'opera del monaco architetto Carioaldo. In questi ed altri edifici coeri eretti in dipendenze cassinesi, e anche nella chiesa di S. Vincenzo al Volturno, sono stati notati dagli studiosi caratteri specifici di una vera scuola cassinese, il cui influsso si estese anche oltr'alpe, fino a Gormigny-les-Prés e all'Isola di Reichensu sul Lago di Costanza. Tale periodo di quiete ed operosità artistica favorì anche l'incremento della scuola letteraria del monastero, frequentata qualche tempo anche da chierici napoletani. Idlerico, autore di una pregevole grammatica latina, i poeti Teofano, Bassacio e Bertario, che compose pure trattati di varie discipline e sermoni, continuano l'attività intellettuale di Paolo Diacono. A questo tempo appartengono ancora i Chronica s. Benedicti Casinensis.
Bassacio e Bertario furono anche abati. Bassacio, insieme all'abate volturnese Giacomo, diresse pure un'ambasceria all'Imperatore per invocare aiuto contro le devastazioni dei Saraceni, ma più ancora si adoperò il successore Bertario, che si incontrò più volte con l'imperatore Ludovico II e propose una lega difensiva contro l'invasore fra i principati del Mezzogiorno. Nello stesso tempo Bertario organizzava il patrimonio del monastero e gli dava un assetto definitivo per quel tempo, mentre fortificava i punti strategici. Tuttavia tanta attività non valse ad impedire che i Saraceni nell'883 distruggessero M., e lo stesso Bertario e molti monaci rimanessero uccisi. Non migliore fortuna toccò ai monaci, scampati a quella strage, nel piccolo monastero di Teano, incendiatosi nell'896: andò in cenere, con molti codici e diplomi, anche l'autografo della Regola, di cui solo una piccola parte si conservò fino alla devastazione francese nel 1799. Seguì un rilassamento di disciplina, accentuatosi ancor più nel 914 quando i monaci, per gli intrighi dei principi di Capua, si trasferirono colà. Il ritorno a M. avvenne nel 949
per merito dell'abate Aligerno, che nel suo lungo governo ridiede nuova vita e prestigio al monastero. Insieme all'osservanza regolare ristabili e riorganizzò il patrimonio, che avviò a maggiore produzione con contratti e concessioni di terre a coloni e con l'impulso dato al commercio tra le dipendenze dell'abbazia. Verso la fine del secolo, nuove fondazioni di monasteri si ebbero per opera dei cassinesi: a Zara, in Polonia e in Ungheria: cinque monasteri sorsero in Toscana, tra i quali quello di Firenze. Nessuna meraviglia che accorressero a M. santi e grandi riformatori monastici: Guglielmo di Dijon, fondatore di Fruttuaria, Giovanni di Gorza, Nilo di Grattaferrata, Odilone di Cluny, Adalberto di Praga. Anche l'attività intellettuale aveva ripreso lena con il ritorno dei monaci a M., come attestano l'Historia Langobardorum di Erchernperto, i sermoni e le vite dei santi di Lorenzo, e ancora il perfezionamento della scrittura a benaventana + diffusasi fino in Dalmazia : né vanno dimenticati i codici minizzi, compresi quelli del periodo capuano, che già preludono alla perfezione ornamentale del periodo desideriano. E la fioritura dello scriptorium cassinese, che neppure la crisi provocata alla morte di Aligerno nel 986 dalle violente intrusione dell'indegno abate Mansone era valsa ad arrestare, sempre più si intensificò nonostante le lotte del sec. xi. Contesa fra papa e imperatore, necessariamente legata alla politica dei principi capuani, guardata con sospetto e avidità dai signori vicini, la grande abbozia riusci tuttavia a conservare la sua indipendenza. Così essa subiva in un primo tempo le ire dell'imperatore Enrico II per l'alleanza stretta con i Bizantini dall'abate Atenolfo (1011-22), quindi gli intrighi contro l'abate Teobaldo (1022-38), eletto alla presenza dell'Imperatore e del papa Benedetto VIII e perciò ligio all'Impero, del principe di Capua, desideroso di riallacciare al suo principato il potente monastero; e in seguito doveva difendere la sua posizione e il patrimonio dai soprusi dei Normanni, ad opera soprattutto dell'abate bavarese Richerio (1038-57).
La lotta delle investiture trova sulla sede abbaziale Desiderio (1057-87), sotto il quale M. diviene vero centro artistico e culturale, mentre con il papato collabora alla difesa dei diritti della Chiesa. Desiderio rinnovò gli edifici del monastero, che rese uno dei più belli di tutto l'Occidente. La chiesa, rinnovata con il concorso di artisti bizantini, fu consacrata con grande solennità da Alessandro II nel 1071. L'opera di Desiderio fu continuata dal successore Oderisio (1087-1105) che va ricordato anche per l'aiuto dato alla I Crociata. Lunga è per questo periodo la serie degli uomini illustri della badia: Federico della casa di Lorena; Alfano, poi ansiwescovo di Salerno; Costantino l'Africano; Guaiferio poeta; Alberico da Settefratl e l'altro Alberico (v.), poi cardinale, Giovanni di Gieta, poi Gelasio II (v.); Pietro di Teano, forse compilatore della collezione delle leggi lombarde; Leone Ostiense, autore della cronaca del monastero, continuata poi da Pietro Diacono, il quale compose anche scritti agiografici e storici; Amato (v.), storico dei Normanni e poeta. Molti furono in questa età i cardinali, i legati e i vescovi usciti da M., e nello spazio di sessanta anni i tre papi : Stefano IX, Vittore III, Gelasio II, mentre altri papi vi cercarono rifugio o tranquillità fra le loro avversità : Niccolò II, Alessandro II, Gregorio VII, Urbano II, Pasquale II, Callisto II. Nella lotta delle investiture monaci e abati di M. sostennero le parti della Chiesa e del papato. Costretto a parteggiare per l'uno o per l'altro dei maggiori contendenti, papa, imperatore e re normanno, M. vide spesso danneggiato il suo patrimonio dalle varie soldatesche: durante lo scisma di Anacleto (1130), le lotte tra Ruggero II e i Tedeschi (1136), e poi fra Ruggero e papa Innocenzo II (1146) e più ancora durante la lotta di Guglielmo il Malo contro papa Adriano IV, quando l'abbazia, divenuta fortezza, vide i monaci espulsi (1156). L'abate Rainaldo di Collemezzo (1137-66) approfittò di un breve periodo di tranquillità per rimettere in vigore la vita monastica, tanto che pochi anni dopo il re di Sardegna Barisone chiedeva dodici monaci all'abate per il monastero di S. Nicola de Gurgo, pregando che ve ne fossero di quelli adatti a ricoprire cariche importanti
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nel suo Regno e ad essere nominati vescovi e ambasciatori presso la Curia imperiale o quella romana. L'abate Roffredo dell'Isola (1188-1210), strenuo difensore del patrimonio monastico, ma animato da eccessivo spirito guerresco, si lasciò coinvolgere nella lotta per la successione del Regno, parteggiando prima per Tancredi e poi per Enrico VI, per cui subì esilio e fu causa di un duro assedio per il monastero. Da Innocenzo III, che dimorò alcuni giorni a M. nel 1208, ebbe incarico di tutelare i diritti del Regno contro i Tedeschi, e negli ultimi anni gli fu affidata la riforma dell'abbazia di S. Paolo in Roma. Tra le visite illustri del secolo fu quella di s. Bernardo di Chiaravalle che, insieme con l'imperatore Lotario III, assistette all'elezione dell'abate Guibaldo (1137) e in quell'occasione fece un discorso alla comunita.
Dopo due assedi subiti nel 1229 e una vacanza abbaziale non breve, M. nel 1239 venne ridotto a fortezza da Federico II, mentre quasi tutti i monaci prendevano la via dell'esilio. Solo alla morte di Manfredi (1266) l'abate Bernardo Aiglerio, autore di una Expositio della Regola, già nominato da Urbano IV nel 1263, potè prenderne possesso. Già prima di lui avevano illustrato la badia con la loro dottrina Pietro d'Atina, divenuto poi cancelliere della Chiesa, che compose le Glossae ad Decretum Gratiani, Pandolfo da S. Stefano, Riccardo, Bernardo da Castrocielo, Alessandro, autore di un Exameron in versi latini, e soprattutto Erasmo, di cui restano alcuni trattati teologici e qualche sermone. Di qualche decennio posteriori a Bernardo furono i due giuristi Nicola di Frattura, poi abate di S. Vincenzo al Volturno e quindi professore a Napoli, e Riccardo di S. Angelo, ambedue autori di commenti alla Regola di s. Benedetto. Effimera fu la permanenza dei Celestini, introdorti a M. da Celestino V, ma nel 1322 Giovanni XXII eresse la badia in episcopato: l'abate, eletto teoricamente ancora dai monaci, diventò vescovo della diocesi, i monaci ne costituirono il Capitolo cattedrale. Di fatto però i vescovi furono sempre eletti dal papa, anzi non erano neppure monaci e vivevano lontani dalla badia facilitando i soprusi e le rivolte dei vassalli, massima fra tutte quella di Jacopo da Pignataro che, insediatosi da padrone nel monastero, ne dilapidò il patrimonio e ne scacciò i monaci, completando cosil l'opera devastatrice degli Ungheresi di poco anteriore. La rovina fu totale, anche materialmente, col terremoto del 1349 , che dell'opera di Desiderio e dei successori lasciò ben poco.
M. si rialzò per opera di Urbano V, benedettino, che, tolta la dignità episcopale agli abati, lasciò la diocesi, riservando a sè per vari anni il titolo e l'ufficio di abate. Tutti i monasteri benedettini concorsero alla riedificazione delle fabbriche con una speciale decima, e monaci di Catania e Palermo si unirono alla comunità cassinese, in modo che in breve la vita regolare tornò in onore. Andrea da Faenza (1369-73) riaprì la serie degli abati monaci, e la situazione parve migliorare. Ma le guerre funestarono ancora l'abbazia. Dopo gli ultimi anni di Pietro de Tartaris (1374-95), molto benemerito della rinascita artistica di M., nuove difficoltà incontrarono gli abati e due di loro finirono in prigionia, Enrico (13961413) e Pirro (1414-42) Tomacelli; la badia per quattro anni rimase con solo dodici monaci, avendo re Ladislao espulsi tutti gli altri. Eppure anche fra tanti torbidi, nel 1440 partivano da M. cinque monaci per Monserrato su richiesta di Alfonso re d'Aragona. Appena passata la bufera della famiglia Carafa, insediatasí a M. come in proprio feudo per opera dell'ab. Antonio Carafa, nel 1454 la commenda completava il disordine e fu fortuna che non durasse oltre mezzo secolo. I commendatari furono : il card. camerlengo Ludovico (1454-65), Paolo II (1465-71); Giovanni d'Aragona (1471-85); Giovanni de' Medici (1486-1504). Nuove violenze ed espulsioni dei monaci si ebbero nella guerra di re Ferrante contro Innocenzo VIII, e più gravi durante la lotta tra Francesi e Spagnoli svoltasi appunto nell'interno del monastero. Finché il papa Giulio II, soppressa la commenda, unì l'abbazia alla Congregazione di S. Giustina di Padova con bolla del 1504 che mutava anche il nome della Congregazione che da quel momento fu detta cassinese.
Cominciò allora per M. un periodo di pace e di

Montecassino - Cripta di S. Benedetto con decorazioni della scuola di Beuron (sec. xix).
raccoglimento e nei tre secoli successivi rari furono i turbamenti. Con la vita regolare, ristabilita secondo gli statuti della Congregazione, si svilupparono gli studi e l'attività edilizia ed artistica. In quest'ultima si segnalò fra tutti, ai primi del Cinquecento, Ignazio Squerciatiapi, e, alcuni decenni dopo, Angelo de Faggis detto il Sangrino: si deve soprattutto al secondo l'aspetto assunto in quel secolo dalle fabbriche cassinesi e conservatosi fino alla distruzione del 1944. Il Sangrino, noto per la sua dottrina, partecipò al Concilio di Trento; elegante latinista, ebbe anche importanti incarichi dai papi del tempo. Con lui vanno ricordati altri letterati cassinesi : Onorato Fascitelli, Leonardo Sforza degli Oddi, Giovanni Battista Mormile, Benedetto dell'Uva. Fiorirono nello stesso secolo i giuristi Gregorio da Viterbo e Benedetto Canofilo, i teologi Benedetto da S. Germano e Crisostomo di S. Gemignano, che ricevette l'invito di partecipare anche al Concilio di Trento; i cronisti e archivisti del monastero Placido Petrucci e Onorato de' Medici. M. era uno dei luoghi di studio per i giovani della Congregazione cassinese. Oltre i molti pellegrini salirono a M. in questo secolo s. Ignazio di Lojola, che vi si trattenne vari giorni con Pietro Ortiz, s. Filippo Neri, Torquato Tasso. L'abate Domenico Quesada (1650-33) iniziò la ricostruzione della chiesa su disegno di Cosimo Fanaago; la cupola era stata già elevata dall'architetto Orazio Torriani nel 1613; sino dal 1545 sotto la chiesa era stata praticata la cripta, poi decorata da pitture di Marco di Siena. Decorarono la Chiesa, consacrata dal papa Benedetto XIII nel 1727, artisti della scuola napoletana, fra cui Luca Giordano, Francesco Solimena, De Matteis, De Miura, Sebastiano Conca. Ma l'artista più illustre a M. durante il Rinascimento fu Antonio da Sangallo il giovane, autore del monumento a Pietro de' Medici; vanno inoltre menzionati i due fratelli da Bassano che composero un grande quadro nel refettorio dei monaci con s. Benedetto che distribuisce la Regola; Belisario Corenzio affrescò la cupola.
Al sec. XVII in parte e al seguente appartengono :
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Erasmo Gattola, noto per le sue opere di storia della badia: i fratelli G. Battista e Placido Federici per la tradizione degli studi eruditi e Casimiro Correale.
Saccheggi e devastazioni M. subì nel 1799 dai soldati del generale francese Championnet, e solo con l'aiuto di Pio VII in parte se ne ripararono i danni, ma poco dopo ( 1806 ) il re Giuseppe Bonaparte soppresse l'abbazia, ne pose in vendita i beni, la dichiarò "stabilimento " facendone l'abate direttore e i monaci custodi, in abito laicale. Né con la restaurazione borbonica terminarono i mali: l'adesione all'idea dell'unità italiana costo a M. sospetti e minacce da parte del governo napoletano, che vietò prima la pubblicazione di un periodico a carattere nazionale. L'Ateneo italiano, e poi ordinò la chiusura della tipografia. L'unione d'Italia trovò a M. operosità intellettuale ancora fervida, specialmente per merito di Luigi Tosti, autore di molte opere storiche. Si distinsero pure per i loro studi Ottavio Fraja Frangipane e Sebastiano Kalefati. Il Tosti si adoperò con tutte le sue forze per evitare la soppressione di M. nel 1866, ma la legge fu pubblicata ugualmente due anni dopo. Si riusci però a far dichiarare l'abbazia monumento nazionale e ne ebbero la custodia i monaci. Privo di potenza politica e impoverito per la perdita del suo patrimonio, M. conservò però il suo prestigio morale, con rinnovato spirito monastico. Riborirono gli studi con pubblicazioni di documenti dell'Archivio, con l'insegnamento nelle scuole del Seminario diocesano e del Collegio laicale, con l'istituzione dell'Osservatorio meteorologico e geodinamico. Le pubblicazioni furono curate nell'abbazia stessa dalla tipografia e dalla cromolitografia. Altri studiosi degni di menzione furono Anselmo Caplet, Andrea Caravita, Oderisio Piscicelli-Taeggi, Giuseppe Quandel, Ambrogio Amelli, Luigi Vaccari. Non fu trascurata intanto l'attività artistica: nel 1880 fu consacrato il santuario d