volume-09

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igiosa e civile di quella infelice nazione. Ma dovette subire l'amara delusione di vedere denunciati nel 1866 gli accordi che egli stesso aveva conclusi nel 1847 a prezzo di tanti laboriosi negoziati; e assistere all'apostasia della Chiesa uniate di Chelm (1873), fomentata e voluta dal governo czarista.
X. Espansione delle Missioni. - L'attività missionaria aveva subito un colpo mortale negli ultimi decenni del sec. xvir, e l'opera di ricostruzione dopo la restaurazione del 1815 , progredì, ma a passo lento; ad un primo impulso vigoroso dato da Gregorio XVI, che era stato Prefetto della S. Congr. de Propaganda Fide, seguì quello assai maggiore dato da P. IX.

Un'azione assai intensa fu diretta a richiamare all'unità le Chiese scismatiche; il 14 dic. 1847, P. rivolse loro un caldo appello, inviò un visitatore apostolico e suscitò movimenti verso l'unione nei paesi balcanici e del prossimo Oriente, Moldavia, Valacchia, Serbia, Romania, Grecia, Armenia, Palestina. Liete promesse dava specialmente la Chiesa in Bulgaria, frustrate per la reazione della Russia. P. ricostituì il patriarcato latino di Gerusalemme, una archidiocesi ad Atene ecc. e con la cost. Romani Pontifice del 16 geno. 1862 eresse in seno alla S. Congr. de Propaganda Fide una Congregazione speciale per le Chiese orientali. Danimarca, Norvegia, Scozia, già pre-
clusi all'influenza cattolica, nel 1868 ebbero ciascuno una prefettura apostolica.

Quanto all'evangelizzazione degli infedeli, basti accennare il nome di Massimiliano Ryllo apostolo del Nilo bianco, del Lavigerie (v.) nelle regioni dei Grandi Laghi, del Camboni (v.) nell'Africa centrale, del Massaja (v.) fra i Galla, del De Jacobis (v.) e Ghebra-Michael in Abissinia, del Cagliaro (v.) in Patagonia e nella Terra del Fuoco. Sorsero in questo tempo il Seminario dei SS. Pietro e Paolo in Roma per le Missioni estere (1867), il Seminario per le Missioni estere di Milano (1830), il Pont. Collegio Albanese (1838), il Collegio BingooleSale in Genova (1833), il Seminario di Mill-Hill presso Londra (1866); ed ebbero vita la Congregazione missionaria di Scheut (1863), dei Padri Bianchi, della Nigrizia (1867), di Steri (1873).
XI. Magistero dottrinale. - P. IX fu instancabile nel promuovere tutto ciò che aveva attinenza con gli studi e le scienze sacre, reprimendo, secondo l'opportunità e il bisogno, deviazioni od errori che potevano mettere in pericolo la purezza della dottrina e della disciplina ecclesiastica. L'azione svolta da $P$. in questo campo fan di lui il degno precursore di Leone XIII.

Da rammentare l'encicl. Qui pluribus (9 nov. 1846) sul razionalismo biblico, le allocuzioni concistoriali Ubi primum ( 17 dic. 1847 ) sull'indifferentismo religioso, Quibus quantisque (20 apr. 1849) sulle società segrete, Ie Concistoriali (10 nov. 1830) circa l'immunità ecclesiastica, Singulari quadam ( 9 dic. 1834) sulle intrusioni delle autorità civili in materie pertinenti alla Chiesa, Iumdadem (18 marzo 1861) contro il separations di Chiese nazionali; nonché le lettere apostoliche con le quali venivano banditi gli errori del Nuyts (22 apr. 1831), del Gunther ([v.] 15 giugno 1837), del Baltzer ([v.] 30 apr. 1860), del Froschammer (iI dic. 1862) ecc. La lotta del radicalismo massonico contro la Chiesa in molti paesi gli porse l'occasione di chiarire in vari documenti la dottrina della Chiesa sulle relazioni fra i due poteri. La tenera devozione verso la s.ma Vergine lo ispirò a promuoverne il culto e illustrazne le singolari prerogative. Nel 1848, suo primo pensiero appena giunto a Gaeta fu di onerare la Madre di Dio; con una enciclica in data 2 febbr. 1849 volle interpellare l'episcopato intorno alla definibilità del di lei Immacolato concepimento; e l'8 dic. 1834, con la bolla dogmatica Ineffabilis, lo proclamò articolo di fede.

In occasione della solenne canonizzazione dei Martiri Giapponesi il 9 giugno 1862, presenti oltre 300 vescovi di tutte le parti del mondo, pronunziò l'allocuzione Maxima quidem, che racchiude in sintesi la condanna dei principali errori del tempo. Essa prelude alla celebre encicl. Quanta cura dell'8 dic. 1864 e di Syllobus unito ad essa dove, richiamandosi a suoi antecedenti documenti, elencò in 80 proposizioni i falsi principi di ordine speculativo, morale, politico e sociale della decaduta civiltà moderna, sistematicemente classificati. Nei vari paesi retti a regime liberale e dominati dalla Massoneria, si scatenò una vera sollevazione contro il Syllobus e fu considerato come una sfida alla civiltà e al progresso. In Francia il ministro Baroche proibì con una circolare al clero di darne comunicazione ai fedeli.

L'avvenimento religioso più memorando del pontificato di P. IX è il Concilio Vaticano che, preannunziato nel 1867 in occasione del giubileo dei ss. Apostoli Pietro e Paolo, e accuratamente predisposto da apposite commissioni, fu indetto con la bolla Aeterni Patris del 29 giugno 1868, inaugurato l'8 dic. 1869; proseguì i suoi lavori fino al luglio 1870 , cioè allo scoppio della guerra francoprussiana. L'invito venne esteso anche alle Chiese separate e un appello fu indirizzato ai protestanti. Non furono invitati i sovrani cattolici, che da troppo tempo avevano abbandonata la loro missione di defensores fidei. L'opera del Concilio va distinta in due fasi, la prima dedicata a materie dogmatiche, che si concluse con la cost. De fide catholica, la seconda ch'ebbe per epilogo la proclamazione della infallibilità del Papa come articolo di fede (v. vaticano, concilio).

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Epilogo. - P. mori il 7 febbr. 1878 e la sua salma fu deposta in una tomba provvisoria in Vaticano, finché fu trasferita, come egli aveva disposto, nella basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, da lui restaurata ed abbellita. La traslazione avvenne nel 1881, di notte, tra obbrobriose scene di livore settario. Riposa nella cripta artisticamente decorata da Lodovico Seitz, per iniziativa della Gioventù Cattolica Italiana, col concorso dei cattolici di tutto il mondo.

Per quanto il pontificato di P., il più lungo che la storia ricordi, siasi svolto tra incessanti turbolenze politiche e religiose, l'opera di rigenerazione e di espansione da lui promossa fu intensa e profonda in tutti i campi. «Bien des choses ont changé dans le monde et dans l'Eglise entre 1846 et 1878 ", conclude l'Aubert (op. cit. in bibl., p. 502); "Aucune peut-être n'a changé davantage que la qualité de la vie catholique moyenne».

Infatti quel fervore di entusiasmo che si suscitò al principio del suo pontificato non venne mai meno, anche quando la fase storica era mutata. Lo dimostrano le folle accorrenti ai suoi piedi sempre più numerose, le generose sovvenzioni che affluirono d'ogni parte a sollevare la sua augusta indigenza, la venerazione e la stima che gli stessi avversari politici nutrivano per lui. Ancor vivente la sua figura apparve ai contemporanei circonfusa di una inconfondibile aureola di santità, per cui nel 1897 Leone XIII ne autorizzò il regolare processo di beatificazione.

BibL.: la letteratura relativa a P. è quasi sconfinata; fra molti scritti d'intonazione apologetica e viziata da livore e pregiudizi politici, non mancano studi seri e monografie pregevoli. Essa sarà fondamentalmente rinnovata quando gli studiosi potranno usufruire degli Archivi Vaticani i quali per il pontificato di P. ancora non sono, se non eccezionalmente, accessibili. Cf. i due preziosi saggi di bibl. sistematica di P. Dalla Torre, uno sulla attivita amministrativa nello Stato romano, in appendice allo studio L'opera riformatrice ecc. (v. autol. l'altro sugli armamenti, in Rassegna stor. del Risorg., dic. 1937. Per un orientamento critico si veda l'opera dell'Aubert citata appresso. Fonti: Acta Pii Papae IX, 7 voll., Roma 1834 sgg.; Acta S. Sedis, 33 voll., ivi 1869 sgg.; Cullac. Laceatis: Acta et decreta SS. Concil. recentium, II-VII, Friburgo 1876-90; Sci Pontif. S. C. de Prop. Fide, II, VI, VII, Roma 1894-1909; Mansi, XI.-LIII; A. Mercati, Rese, di concordati su materie ecclesias, tra la S. Sede e le autoritd civili, Roma 1919; P. Gasparri, CIC, Pontes, 9 voll., ivi 1023-39, v. indici; Civ. Catt., 1830 sgg.; D. Charmard e A. Chautrel, Annales redivisat., 2 voll., Parigi 1893 e 1899. Biografic: Moroni, L.III, pp. 188-233; M. Marocco, Della vita, del pontif. e del regno di P., 7 voll., Torino 1863 sgg.; M. De St-Mihin, Hist. de P. et de son pontificat, Parigi 1870; id., Le captivité de P. Hist. des huit dernières années de son pontif., ParigiBruxelle 1878; P. Balon, Continuaz. alla Storia universale dell'ab. Rohrbacher, 3 voll., Torino 1879-86; id., Storia d'Italia, vol. IX, Modena 1879; B. Castaldi, P. e i suoi tempi, Roma 1882; G. S. Pelcour, P. e il suo pontif., trad. it., 3 voll., Torino 1909-11; E. Clerici, P. Vita e pontif., Milano 1928; A. Monti, P. nel Risorgim. ital., Bari 1928; J. Schmidlin, Popsigeschichte der neuesten Zeit, II, P. und Leo XIII., 1246-1901, Monaco 1931; G. Mollat, s. v. in DThC, XII, coll. 1686-1716; J. Hayward, P. et son temps, Parigi 1948; R. Aubert, Le pontificat de P. (12401270), ivi 1952 (Hist. de l'Eglise di Fliche-Jarry, 21), con ricca e sggiornata bibl. Monografie e studi: G. Spada, St. della rivalez. di Roma e della restaurazione 1246-49, 3 voll., Firenze 1869-70; G. Margotti, P. e il suo episcopato di Spoleto ed Imola, Torino 1877; Mem. stor. della vita episcop. in Spoleto di P., Roma 1877; R. Ballerini, Le prime pagine del pontif. di P., ivi 1909; id., La quest. ital. nel 1250, in Civ. Catt., 1839, 1, pp. 600636; id., P., Vittorio Emanuele II e Napoleone III, ibid., 1889, III, pp. 227-69, 402-17; id., La causa nazionale negli anni 1247, 1846, 1849, ibid., 1898, iv, pp. 129-43, 273-86, 637-77; A. Cuni, Prode romain pour la cause de béatifie, et de canonizat. de P., Parigi 1910; G. Pontrandolfi, P. e Valterra, Volterra 1928; F. Mourret, Hist. g/edr. de l'Eglise, VIII, Parigi 1928; E. Vercesi, P., Milano 1930; F. Zanetti, Nella Città del Vaticano: cinque Papi attraverso gli aneddoti, Roma 1929; D. Massè, P. e il gran tradimento del ' $e^{2}$, Alba 1938; A. M. Ghisalberti, Nuove ricerche sugli inizi del pontifc. di P. e sulla Consulta di Stato, Roma 1939; F. Crispolti, P., Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI.
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(frd. Monti Vaticani)
Pio IX, papa - P. IX prega nella cripta di s. Cecilia. Quadro di anonimo - Vaticano, Sale delle Congregazioni.

Ricordi personali, Milano 1939; P. Pirri, P. e Vitt. Eman. II dal loro carteggio privato, I. La laicizzaz. dello Stato sardo 1242-66, Roma 1944; id., La missione di mons. Corbali-Bussi in Lombardia e la crisi della politica ital. di P., in Riv. della Stor. della Chiesa in Ital., I (1947), pp. 38-84; 2 (1948), pp. 185-214; 3 (1949), pp. 191234; 4 (1950), pp. 399-446; id., Relaz. iucl. di S. Licht sulla fupa di P. a Gaeta, in Misc. Paschini, II, Roma 1949, pp. 421-510; P. Dalla Torre, L'opera riformatrice ed amministrativa di P. fra il 1250 e il 1270 , ivi 1945; D. Demareo, P. e la rivoluzione del 1242, Modena 1947. Allocuzioni e discorsi : Recueil des allocut. consistor., encycliques, etc. citées dans l'Encyclique et le Syllabus du 2 déc. 1201 , Parigi 1863; P. De Franciscia, Disc. del S. Pont. P., 4 voll., Roma 1872-78; Lettere e disc. di P. e Leone XIII alla Soc. della Cian. Catt. Ital., 2 voll., Udine 1893; De civili principato Roman. Pontif., Excerpta ex actis P. et Lvonis XIII, Roma 1901. Potere temporale e Questione romana: L'Orbe cast. a P. violante da Roma, 1242-50, Napoli 1830; L. C. Parini, Lo Stato rom. dall'a. 1213 al 1230, 4 voll., Torino 1830-33; P. IX ed i suoi popoli nel 1231, ossia mons. intorno al viaggio di P. per l'Italia centrale, 2 voll., Roma 1860; E. Kanzler, La campagna romana dell'eserc. pontif. nel 1267, Bologna 1868; C. Cadorna, La liberaz. di Roma nell'a. 1270, Torino 1880; H. Bastgen, Die römische Frage, Dohum. und Stimmen, 3 voll., Friburgo 1917 sgg.; A. Vigevano, La fine dell'esercito pontif., Roma 1920; F. Hayward, Le dernier siècle de la Rome pontif., 1214-70, 2 voll., Parigi 1928; La Quest. rom. negli anni 1260-61. Carteggio del Conte di Cavour con D. Ponzidroni, C. Passaglia, O. Vimovati, a cura della R. Commins, Editt., 2 voll., Bologna 1929; F. Salata, Per la storia diplomat. della Quest. rom., I. Da Cavour alla triplice alleanza, Milano 1929; A. Piola, La Quest. rom. nella stor. e nel dirit. da Cavour al Tratt. del Laterano, Padova 1931; S. Jacini, Il tramonto del potere temper. nelle relaz. degli ambasciat. austriaci a Roma, 12001270, Bari 1931; G. Mollat, La question romaine de Pie VI a P. XI, Parigi 1932; A. Luzio, Aspromonte e Mentana, Firenze 1933; F. Dalla Torre, L'uomo di Mentana, Torino 1938; id., Materiali per una stor. dell'eserc. pontif., in Rass. stor. del Risorg., gomn.-febbr. 1941; id., Pellegrino Rossi, il Neoguelfismo e l'Italia, in Arch. Soc. Rom. di Storia Patria, 71 (1948), pp. 163-68; id., P. IX e la Restaurazione del 1249-50, in Aevum. 23 (1949), pp. 267-98; A. Ventrone, L'amministraz. della Stato pontif. dal 1214 al 1270, Torino 1938; S. Negra, Seconda Roma, 1250-70, Milano 1943; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948; V. Del Giudice, La Quest. Rom. e i rapporti fra Stato e Chiesa fino alla Conciliazione, Roma 1948; P. Pirri, P. e Vitt. Eman. II dal loro carteggio privato, II, La

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Quest. rom., 1836-64, 2 voll., ivi 1931, con ampia bibl. Relazioni politiche e religiose con Stati italiani : N. Bianchi, Stor. document. della diplomazia europea in Italia dall'a, 1814 all'a, 1861, 8 voll., Napoli-Roma 1869-72; A. Basmini-Serbatj, Comment. della missione a Roma negli anni 1646-40, Torino 1881; L. Chiala, Lettere edite e ined. del conte C. di Cavour, 3 voll., ivi 1883; P. De la Gorce, Hist. du Second Empire, 6 voll., Parigi 19031905; E. Bourgeois e E. Clermont, Rome et Napoléon III, 18491870, ivi 1907; A. Bozcola - Buttini, Stato e Chiesa nel Regno di Sardegna negli anni 1849-50 e la missione Pinelli a Roma, in Risorgim. ital., nuova serie, 13 (1920), pp. 217-60: 14 (1921), pp. 294-373; P. Matter, Cavour et l'unité ital., 3 voll., Parigi 1922-27; A. Omodeo, L'opera politica del Conte di Cavour, parte 1', 2 voll., Firenze 1940. Con Stati esteri: B. D'Harcourt, Les quatre ministères de M. Drouyn de Lhuyz, Parigí 1882; P. Berthe, Garcia Marouo président de l'Equateur vengeur et victime du droit chrétien, ivi 1890; P. Thureau-Dangin, La renéist, cathal. en Angleterre au XIX, siécle, 2 voll., ivi 1909; E. Lecanuet, L'Eglise de France sous la IIIe République, 4 voll., ivi 1910-32; G. Goyau, Bismarck et l'Eglise: Le Kulturkampf, 1870-76, 2 voll., ivi 1911-22; A. Boudou, La St-Siège et la Russie, 1814 1882, 2 voll., ivi 1922-25; E. Palandri, La nuova orientaz. polit.relig. della Toscana nei primordi del pontif. di P., in Russ. stor. del Risorgim., 1929; J. Maurain, La politique ecclésiast. du Second Empire de 1835 à 1869 , Parigi 1930; R. Mori, Il Concordato del 1831 tra la Toscana e la S. Sede, in Arch. stor. it., 99 (1941), pp. 133-46; Ch. Poulet, Hist. de l'Eglise de France, III, Epoque contemporainr, Parigi 1949. Azione religiosa e sociale: v. : vaticano, concilio. Inoltre: G. Lamantis, Stor. dells legislar. ital., I, Roma e Stato rom., Torino 1888; F. Olzisti, La storia dell' Az. Catt. in Italia, 1863-1914, $2^{2}$ ed., Milano 1922; A. Quacquarelli, La crisi della religiosità contemporanea dal Sillabo al Conc. Vatic., Bari 1948; R. Aubert, op. cit. Inoltre : Kathol. Soziallehre: Kirche und modernes Leben. Lexihon päpstl. Weisungen, I e II, Eichstätt, Roma, Monaco 1948-50; DThC, alle voci GÜNTHER: IMMACULAE; LIBERALISME CATHOLIQUE: ONTOLOGIENIE.
Pietro Pirri

PIO X, papa, beato. - Giuseppe Melchiorre Sarto, n. a Riese, villaggio della diocesi di Treviso, il 2 giugno 1835 da Giovanni Battista Sarto, cursore del Comune, e da Margherita Sanson, sarta, secondo di dieci figli. Compiuti i primi studi, non senza sacrifici, nella vicina Castelfranco, a quindici anni, per l'interessamento del suo conterraneo card. Monico, patriarca di Venezia, ottento un posto gratuito nel Seminario di Padova, dove si distinse subito per acutezza di ingegno, nobiltà di carattere, amore alla virtù.

Sacerdote il 18 sett. 1858 , cappellano per nove anni nel paesino di Tombolo, poi per lo stesso periodo parroco nel grosso borgo di Salzano, manifesta preclare doti di curatore d'anime. Nel 1875 è chiamato a Treviso come cancelliere vescovile, direttore spirituale del Seminario, canonico nella Cattedrale, e, durante la vacanza della sede, vicario capitolare. Eletto alla fine del 1884 vescovo di Mantova, in nove anni di saggio e forte governo riorganizza la catechesi, rinnova il Seminario, compie due visite pastorali, celebre il Sinodo, oppone alla propaganda socialista istituzioni di beneficienza e di assistenza sociale. Cardinale nel giugno 1893 , promosso alla sede patriarcale di Venezia, gli viene ritardato l'exequatur sino al nov. 1894. Sue cure principali : il Seminario e il clero, il catechismo e l'Opera dei Congressi, la diffusione della stampa cattolica e delle opere economico-sociali. Provvede al decoro delle funzioni e del canto sacro. Favorisce l'affermarsi di una amministrazione civica di coalizione fra cattolici e moderati. Manifesta la bontà del suo cuore con gesti di inesauribile carità, sotto il velo di sincera umiltà e austera semplicità.

La cronaca del Conclave del 1903 è stata divulgata dalla Revue des deux mondes in un articolo del card. Mathieu, arcivescovo di Tolosa. Tra i 62 cardinali convenuti s'erano determinate due correnti : continuare immutata la politica di Leone XIII, oppure mutarla specie nei confronti della Francia; la prima puntava sul siciliano card. Rampolla (v.), segretario di Leone XIII. Prima dello scrutinio della mattina del 2 ag., tra lo stupore e la deplorazione di tutti, il card. Puzyna, arcivescovo di Cracovia, presenta a nome dell'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe "il veto di esclusione contro il card. Rampolla. Protesta
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(fol. Felici)
Pro X, papa, besto - Ritratto.
vibrata dal card. Oreglia di S. Stefano, decano del S. Collegio. Nobilissime parole del card. Rampolla, il quale nello scrutinio seguente conserva i suoi 29 voti; anzi nel pomeriggio ne raccoglie 30 . Falsa quindi la diceria che la scelta del card. Sarto sia stata determinata dall'audace ed abusiva intromissione del potere secolare. Non senza maturo consiglio, liberamente, i cardinali si accordarono nel Sarto come persona che per la sua vita esemplare e per le sue eccellenti doti di pastore riscuoteva l'ammirazione di quanti lo conoscevano. Agli altri si rivelò egli stesso. "Sono indegno, sono incapace, dimenticatemi ", implorava piangendo. "Furono proprio le ragioni che egli adduceva - testimonia il card. Gibbons, arcivescovo di Baltimora - a render vane le suppliche, perché erano cosi piene di umiltà e di sapienza che gli accrescevano la stima ed i voti degli em.mi cardinali. Noi imparammo a conoscerlo dalla profonda sincerità delle sue parole». Allo scrutinio del mattino del 4 ag . Sarto ebbe 50 voti. Alla rituale domanda del card. decano, rispose: "Se non è possibile che questo calice passi da me, sia fatta la volontà di Dio. Accetto il pontificato come una Croce». Assunse il nome di P. X a ricordo dei pontefici che negli ultimi tempi avevano maggiormente sofferto.

Nella Cattedra romana P. X manifestò subito al mondo stupito ed ammirato sovrana grandezza, virtù eroica, sapienza di governo ed affascinante bontà, in una ascesa di anno in anno più paese nella via sublime della santità. Di media statura, di corporatura complessa, di amabile fisionomia; l'occhio vivo e penetrante, l'incedere lento, quasi affaticato, naturalmente maestoso; il gesto largo, misurato, paterno; il parlare semplice, familiare, persuasivo nello spiccato accento veneto. Dalla persona emanava un'attrattiva di mitezza ed insieme di forza da lasciare ognuno conquiso. L'intelligenza pronta e penetrante, la volontà forte, risoluta, il temperamento franco e naturalmente impetuoso, contenuto però da forte dominio di sé. La lunga esperienza del ministero favoriva l'innato buon senso, che si esprimeva nell'immediata

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(pa. Biblioteca Vaticana)
Paolo, Apostolo, santo - Vetro a fondo dorato (sec. IV) - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.
come effetto fisico, una cecità di qualche giorno nel protagonista e, come conseguenza mo-rale-psicologica, la sua completa trasformazione da persecutore a seguace convintissimo di Gesù. Questo è il punto più saliente della vita di P. e, quindi, l' oggetto preferito per studi storico-religiosi.

Per i razionalisti esso costituisce uno scoglio formidabile; si sono moltiplicate le teorie, esagerando di solito o inventando elementi fisici o fisiologici o storico-psicologici o puramente psichico-religiosi, ma finora nessuna ipotesi ha potuto pretendere di aver risolto l'enigma. Con un senso di melanconia si è concluso che "nessuna analisi, né psicologica né dialettica, è capace di scrutare l'intimo mistero dell'atto, con cui Dio rivelò il suo Figlio a P." (F. C. Baur, Das Christentum und die Kirche der drei ersten Jahrhunderte, $2^{2}$ ed., Tubinga 1860, p. 45). In tale avvenimento "la storia può solamente mostrare il cambiamento subitaneo" (C. Weizsäcker, Das apostolische Zeitalter der christlichen Kirche, $3^{a}$ ed., ivi 1902, p. 75 ).
3. A Damasco e nel deserto. - Riavutosi dalla profonda impressione e ricevuto il Battesimo dalle mani di Anania (v.), P. si trasformò subito in missionario cristiano; ma il suo primo risultato fu una delusione (Act. 9, 20 sg.). Allora pensò di ritirarsi nel deserto per meditare ed approfondire le verità percepite con intuito soprannaturale al momento della conversione. Per quasi tre anni egli visse "nel deserto" (Gal. 1, 17 sg.), cioè nell'Arabia Petrea non troppo lontano da Damasco. Dopo questo ritiro P. compì un altro tentativo apostolico, sempre senza successo, a Damasco (Act. 9, 23); quindi si recò a Gerusalemme per incontrarsi con gli Apostoli, particolarmente con Pietro (Gal. 1, 18; Act. 9, 26 sgg.). L'accoglienza fu piuttosto fredda per il terribile persecutore di una volta. Il levita Barnaba (v.) contribuì a dissipare questa diffidenza, ma anche a Gerusalemme non si aprì nessuna prospettiva per lo zelo del convertito. Vi furono perfino tentativi di congiura da parte di Giudei ellenisti. "Conosciuto ciò i fratelli lo condussero a Cesarea e di là lo mandarono a Tarso" (Act. 9, 30), ove rimase ca. quattro anni, finché Barnaba non lo andò a prendere per condurlo quale missionario ad Antiochia (Act. 11, 25).
4. Primo viaggio missionario. - Nella città dell'Oronte P. rimase quattro o cinque anni, svolgendo un'attività secondaria all'ombra del suo amico Barnaba, che lo condusse con sé a Gerusalemme per recarvi i sussidi raccolti in previsione della carestia (Act. 11, 30) predetta del profeta Agabo (v.). Ritornato da Gerusalemme, P. nel 45-46 fu destinato per una missione apostolica a grande raggio. Un profeta lo designò insieme a Barnaba; i dirigenti imposero loro le mani e li affidarono alla Grazia di Dio per il ministero loro assegnato. Ai due si unì il giovane Marco, cugino di Barnaba. La prima tappa fu l'Isola di Cipro, patria di Barnaba. I tre sbarcarono a Salamina e, attraversata tutta l'isola, raggiunsero Pafo (v.), sede del governatore. Tale ufficio era tenuto dal proconsole Sergio Paolo, che si convertì al cristianesimo, specialmente in seguito alla vittoria di P. sul mago Bar Iesu (v.), rimasto cieco dopo l'intimazione dell'Apostolo (Act. 13, 1-12). Da questo momento P. passa in prima linea e viene sem-
pre nominato con il suo nome famoso, non assunto come ricordo del proconsole convertito ma probabilmente ricevuto fin dalla nascita insieme a quello di Saulo.

Da Pafo i missionari salparono per la Panfilia nell'Asia Minore. Dopo una sosta brevissima a Perge (v.), essi raggiunsero Antiochia ai confini fra la Frigia e la Pisidia e perciò detta "Antiochia di Pisidia". Ivi un sabato, nella sinagoga, P. ai Giudei e proseltit convenuti tenne un discorso (Act. 13, 16-41), che è un esempio ammirevole di catechesi primitiva ed un sommario di teologia paolina. L'effetto fu incoraggiante; P. fu invitato ufficialmente ad intervenire alla riunione il sabato successivo. Allora, però, incominciarono anche le ostilità dei Giudei, che, valendosi in modo speciale di alcune proselite, obbligarono i missionari ad abbandonare la citta (ibid. 13, 50). Essi si diressero verso est e raggiunsero Iconio nella Licaonia, ove svolsero un breve apostolato finché non vennero allontanati dall'opposizione giudaica. Ad Iconio accaddero molti degli avvenimenti descritti negli apocrifi Atti di P. (v.). A Listra (v.) P. ottenne un successo maggiore per la sua guarigione miracolosa di uno scorpo; ma presto dové rifugiarsi a Derbe, ove svolse un'attività serena e fruttuosa, ma di cui si è poco informati (Act. 14, 21). Da Derbe i missionari iniziarono il viaggio di ritorno, confermando i convertiti e stabilendo nelle comunità una certa gerarchia ecclesiastica. A Perge si imbarcarono per Antiochia di Siria, terminando così il primo viaggio missionario, con ogni probabilità nel 49 d . C.
5. Assemblea di Gerusalemme. - Senza dubbio la questione più delicata che assillò la Chiesa nascente fu la sua relazione con il giudaismo. Il problema, ignoto in Palestina ove i convertiti amavano conservare le loro pratiche mosaiche, si manifestò con tutte le sue difficoltà in Antiochia, ove personaggi chiaroveggenti, come Barnaba e P., non avevano richiesto ai cristiani es-pagani alcuna sottomissione ai precetti strettamente giudalci. La venuta di alcuni emissari della Chiesa di Gerusalemme con l'idea precisa di imporre tali norme produsse non piccolo turbamento fra i fedeli. Si insisteva innanzitutto sulla necessità della circoncisione (Act. 15, 1), rito che ripugnava alla gran maggioranza dei gentili.

Per risolvere il problema si inviarono P. e Barnaba a Gerusalemme perché conferissero con gli Apostoli. Essi vi condussero anche Tito (v.), cristiano incirconciso. A Gerusalemme i due missionari furono accolti con segni di stima e di mutua fratellanza; tuttavia alcuni zelanti non mancarono di esigere da P. la circoncisione di Tito, secondo l'interpretazione più probabile dell'intricato periodo di Gal. 2, 3. P. non solo non accondiscese a tale pretesa, ma perorò così bene la tesi che la Legge mosaica non obbligava più, che in pratica la sua opinione trionfò nell'assemblea. Pietro parrocinò la sua causa ed anche Giacomo, "fratello di Gesù", molto venerato dai giudeocristiani, vi aderì, richiedendo solo alcune concessioni pratiche dagli etnico-cristiani, come l'ostensione dal cibarsi del sangue, dalla fornicazione e dalle carni offerte agli idoli.

Si era nel 49 o 50 d . C.; la decisione fu di un'importanza grandissima per la Chiesa nascente. Fu il trionfo di P., che recò con gioia in Antiochia, insistendo nel comunicarle ai fedeli, tali decisioni sull'abrogazione della Legge mosaica. Quando, poco dopo, Pietro in Antiochia assumerà un atteggiamento incerto, evitando i contatti con gli etnico-cristiani per non irritare i giudaizzanti permalosi, P. non temerà di riprendere pubblicamente la sua condotta pericolosa (Gal. 2, 11-14).
6. Secondo viaggio missionario. - Sistemata tale questione, P. iniziò il suo secondo viaggio, che riuscì molto più lungo del primo. Barnaba propose di prendere ancora il cugino Marco, che nel primo viaggio li aveva abbandonati a Perge in Panfilia (Act. 13, 13). P. si oppose energicamente, rinunziando anche alla compagnia di Barnaba, che se ne andò con Marco a Cipro (ibid. 15, 39). Il posto di Barnaba fu occupato da Sila (v.) o Silvano, che aveva ottime qualità oltre all'ambito privilegio della cittadinanza romana (cf. ibid. 16, 37). Il viaggio ebbe come prima meta le comunità cristiane di Derbe, Listra ed Iconio. Nella seconda di queste città P. trovò un nuovo

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collaboratore, che diventerà suo discepolo e compagno prediletto, il giovane Timoteo (v.). Da Antiochia di Pisidia i tre si diressero verso il nord attraverso la Frigia ed «il paese galatico» (ibid. 16, 6), interpretato da taluni come equivalente in pratica alla Licannia e Pisidia, mentre altri, con maggior fondamento, vi vedono l'autentica regione della Galazia (v.). Probabilmente i missionari raggiunsero Pessinunte e Dorilea; quindi P. propose di dirigersi verso ovest, dove sorgevano le importanti città della provincia dell'Asia; ma lo Spirito Santo disapprovò tale progetto. Il tentativo in direzione opposta, verso la Bitinia a nord-est, ottenne il medesimo risultato (ibid. 16, 6. 7). Allora i tre si diressero verso nord-ovest finché in Alessandria Troade P. ebbe la rivelazione chiara che la sua missione doveva svolgersi in Grecia. La prima città evangelizzata nel continente europeo fu l'importante colonia romana di Filippi (ibid. 16, 12-15). Come a Listra, anche a Filippi un miracolo operato da P. offrì l'occasione per una tenace opposizione contro i missionari. Alcuni, ai quali l'Apostolo aveva tolto una comoda fonte di guadagno liberando una schiava dall'ossessione diabolica, l'accusarono quale perturbatore dell'ordine pubblico. P. insieme a Sila fu flagellato ed imprigionato; ma il giorno dopo i magistrati, spaventati per aver inflitto tale pena a cittadini romani, li posero in libertà (ibid. 16, 16-39).

Abbandonata Filippi, la cui piccola comunità cristiana fu affidata alle cure di Luca (v.) unitosi ai tre missionari a Troade, P. andò a Tessalonica (oggi Salonicco) nel Golfo Termaico. Fra i convertiti in questa città basta ricordare Giasone, che a sue spese accolse i missionari (ibid. 17, 5. 9). Aristarco e Secondo, che divennero in seguito compagni dell'Apostolo (ibid. 20, 4). Per sfuggire all'ostilità dei Giudei, P. si recò a Berea, ove svolse un'attività serena e feconda, finché non sopraggiunsero dei sobillatori dalla vicina Tessalonica. Allora P. si trasferì in Atene (ibid. 17, 16-34), ove tenne un interessante discorso sull'Areopago (ibid. 17, 22-31); ma il risultato fu piuttosto meschino. I filosofi schernirono P. come un sognatore illuso, mentre la gente ordinaria si disinteressò, a quanto sembra, di lui. Alcuni pochi tuttavia si convertirono; fra essi vengono ricordati Dionigi, membro dell'Areopago, e Damaride.

Molto più proficua, anche se accompagnata da gravi dolori e pene per l'Apostolo, fu la lunga attività svolta nella capitale dell'Acaia, a Corinto. Ivi P. converti, fra gli altri, anche l'archisinagogo Crispo (ibid. 18, 8). Ciò suscitò il risentimento dei Giudei, che citarono l'Apostolo davanti al tribunale del proconsole Giunio Galliano (v.), fratello del filosofo-poeta Seneca. Questo magistrato non
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Paolo. Apostolo, santo - Martirio di s. P. Particolare del sarcofago di Giunio Basso (359) - Grotte Vaticane.
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(fol. Pont. comm. arch. earea)
Paolo. Apostolo, santo - Ritratto di s. P. graffito in una lastra marmorea (sec. iv); l'iscrizione non è pertinente alla figura. V. sotto l'articolo relativo di Wilpert - Roma, cimitero di s. Agnese.
agi contro l'accusato, il quale così poté continuare ancora per "molti giorni» il suo apostolato, forse sino all'autunno del 53, quando si diresse verso Oriente per rivedere la Chiesa madre di Gerusalemme e le altre comunità cristiane dell'Asia.
7. Terzo viaggio missionario. - P. partì da Corinto con un "voto" (ibid. 18, 18), cioè quasi certamente come nazireo (v. nazireato). Egli andò in Gerusalemme (Act. 18, 22 : $\dot{\alpha} v \alpha \beta \dot{\alpha} \varsigma$ $\varkappa \alpha i$ $\dot{\alpha} \sigma \pi \alpha \sigma \alpha \dot{\alpha} \mu \varepsilon v o \varsigma \tau \hat{\eta} \nu$ 'E $\varkappa \alpha \hat{\alpha} \chi \rho i \alpha v$ ); quindi si recò ad Antiochia, donde nella primavera del 54 iniziò il suo terzo viaggio missionario. Dopo una breve visita alle comunità della provincia della Galazia, evangelizzate nel primo e nel secondo viaggio, P. fece una sosta straordinariamente lunga (ca. 3 anni, cf. ibid. 20, 31) ad Efeso. In tale città era stato già diffuso un cristianesimo rudimentale dall'alessandrino Apollo (v.). P. completò l'istruzione dei pochi aderenti e, coadiuvato da numerosi collaboratori, svolse un'attività intensa anche nelle città vicine (ibid. 18,24 - 19,40). L'efficacia della sua predicazione si rileva dall'agitazione dell'argentiere Demetrio, che vide compromesso il suo commercio di statuette della dea Artemide (ibid. 19, 24). Ad Efeso parimenti P. soffrì molto e dirà metaforicamente che ebbe da lottare con le fiere (I Cor. 15, 32); è più che probabile una vera prigionia (v.), rispecchiata forse nella lettera ai Filippesi. Discutibile, ma molto probabile, appare anche una breve visita a Corinto, ove l'Apostolo avrebbe avuto un'accoglienza ostile da parte di un suo nemico (cf. II Cor. 2, 1-5). Infine, dopo una visita alle comunità della Macedonia, P. si recò a Corinto, ove passò i tre mesi invernali (57-58). La sua dimora nella capitale dell'Acaia fu abbreviata a causa delle insidie tesegli da alcuni giudei (Act. 20, 3). Per sfuggire ad un attentato, P. cambiò itinerario nel recarsi a Gerusalemme, ove intendeva portare la colletta che aveva raccolto con diligenza per i poveri di questa città (cf. II Cor. 8-9; Rom. 14, 31). Ripassando per le varie Chiese della Macedonia e della costa asiatica, giunse a Gerusalemme per la Pentecoste del 58.
8. Prigionia di P. - Nella città santa, ove fu accolto con gioia dai dignitari, P. fu invitato a rendere pubblico omaggio alle prescrizioni mosaiche per tacitare il brontolio dei giudaizzanti. Si associò

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(per cortesia del prof. E. Joni) Paolo, Apostolo, santo - S. P. Affresco del sec. v - Napoli, catacomba di S. Gennaro.
volentieri a quattro nazirei, che dovevano sciogliere il loro voto, sostenendone le spese non lievi. Fu però subito arrestato dal presidio romano in seguito ad un tentativo di linciaggio da parte dei Giudei, che lo calunniavano di aver introdotto nel Tempio l'et-nico-cristiano Trofimo di Efeso (Act. 21, 27 sgg.). Il tribuno Lisia lo sottopose alla flagellazione, che fece sospendere appena conobbe la cittadinanza romana dell'accusato; indi, venuto a conoscenza di un complotto giudaico contro la vita del prigioniero, si affrettò a farlo trasportare a Cesarea presso il procuratore Antonio Felice. Ivi, dopo un vano tentativo di accusa dei Giudei, P. fu lasciato sotto custodia militare per due anni con una libertà relativa. Il successore di Felice, Porcio Festo, intendendo risolvere con sollecitudine il caso strano del prigioniero, propose un giudizio a Gerusalemme, trattandosi di questioni religiose; ma P. rifiutò, appellandosi al tribunale dell'Imperatore come cittadino romano (ibid. 25, 12).

Nell'autunno del 60 P. partì, sotto scorta, per Roma. Sulle coste di Malta la nave naufragò; ma i passeggeri e l'equipaggio si salvarono non senza un intervento particolare della Provvidenza divina. Nell'isola si ebbe una sosta forzata di tre mesi, durante i quali P. si acquistò grande popolarità con le sue guarigioni miracolose. Solo nella primavera del 61 entrò nell'Urbe, accolto con grande venerazione dai cristiani. Ivi, pur rimanendo per due anni nella condizione di prigioniero, P. ottenne una libertà abbastanza ampia, che utilizzò per una fruttuosa propaganda cristiana (ibid. 28, 31 ).
9. Il martirio. - Dalle lettere della prigionia (Efesini, Colossesi, Filemone e, forse, Filippesi) e dalle pastorali (I e II Timoteo e Tito) appare chiaro che
P. riacquistò la libertà completa e continuò la sua intensa attività apostolica. Con ogni probabilità egli fu in Spagna (cf. Rom. 15, 24. 28; Clemente Romano, Ad Cor., 5, 7; Frammento muratoriano). Quindi tornò in Italia ed in Oriente, sostando ad Efeso (I Tim. 1, 3), a Mileto (II Tim. 4, 20), a Creta (Tit. 1, 5), in Macedonia (I Tim. 1, 3) e nell'Epiro (a Nicopoli, cf. Tit. 3, 12), ove probabilmente fu di nuovo arrestato. Condotto a Roma, nel 67, secondo la data tradizionale, terminò la sua vita movimentata, decapitato alle Aquae Salviae, nella località denominata attualmente "Tre Fontane", secondo gli Atti apocrifi.
P., la personalità più eminente nel periodo apostolico, fu un uomo di azione quanto mai dinamico, un missionario infaticabile ed un lottatore, ma più di tutto fu un mistico ed un apostolo dal cuore ricolmo di amore e di zelo per il "Cristo".
II. Epistolario. - Di P., oltre i vari discorsi sunteggiati negli Atti, la tradizione ha conservato 14 lettere (non si esclude che qualche suo scritto sia andato perduto [cf. I Cor. 5, 9; Col. 4, 16]). Secondo l'ordine consueto, né cronologico né logico ma dettato da criteri estrinseci, le lettere paoline sono: Romani, Corinti, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, Tessalonicesi, Timoteo, Tito, Filemone, Ebrei (v. le rispettive voci). L'ordine cronologico più probabile è il seguente: Tessalonicesi (51 d. C.), Galati (54), Filippesi (?) durante il soggiorno efesino (54-55), Corinti (55, 57), Romani (57-58), Filemone, Colossesi, Efesini e, secondo l'opinione più comune, Filippesi al tempo della prigionia romana (61-62), Ebrei (64), I Timoteo (65-66), Tito (66), II Timoteo (66).

I vari scritti differiscono spesso per argomento, stile ed ampiezza. Pur convenendo a tutti l'appellativo di "lettera", nel tono o genere letterario presentano grande differenza. Qualcuna, come il biglietto a Filemone, è strettamente personale e confidenziale, mentre altre (come le Romani, Efesini, Ebrei) differiscono ben poco da una "epistola" dottrinale.

Letterariamente questi scritti di P. si distinguono per un'eleganza tutta particolare. La lingua, abbastanza pura, appartiene alla koiné o dialetto "comune"; i semitismi sono rari, se si confrontano con quelli di altre opere neotestamentarie; ma non mancano anacoluti anche audaci, che rendono la lettura difficile ed ostica al principio. Il fascino delle lettere paoline non è effetto di un'arte ricercata, ma della profondità dal pensiero e della veemenza degli affetti di P. per il Cristo, per i suoi neofiti, per l'intera Chiesa cristiana.
III. Dottrina. - E difficile compendiare in poche righe l'insegnamento di P., che costituisce la base granitica per molti punti della teologia cristiana. Pur avendo felicissime espressioni trinitarie (cf. Rom. 8, 9-11. 14-17; 15, 15. 16; I Cor. 6, 11; 12, 4-6; II Cor. 2, 21; 13, 13; Gal. 4, 6; Eph. 1, 3-14; Tit. 3, 4-6), P. presenta una dottrina eminentemente cristocentrica. Nella rivelazione di Damasco il Cristo risorto si era immedesimato con i suoi seguaci: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" (Act. 9, 4). Da tale concetto P. desunse, come elementi importantissimi della sua catechesi, l'idea della Risurrezione, ultima conseguenza dell'opera redentrice, e quella del Corpo Mistico: Cristo, capo della Chiesa, il quale vivifica e sorregge tutto l'edificio meraviglioso costituito dai vari fedeli. Altro cardine della dottrina paolina è l'universalità della Redenzione, che, pur senza annullare i privilegi del popolo ebraico, viene offerta indistintamente a tutte le genti. Questo è il grande mistero nascosto, lumeggiato velatamente dagli antichi profeti, ma inconcepibile per la gran

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maggioranza dei Giudei contemporanci; P. si gloria di essere destinato a proclamarlo (Eph. 3, 8. 9).

1. Cristologia. - Per P. la novità del cristianesimo consiste nella rivelazione del Verbo = mistero di Dio, il Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della espienza e della conoscenza (Col. 2, 2. 3). Alla rivelazione frammentaria degli antichi profeti Dio ha sostituito quella perfetta per mezzo di suo Figlio, "mediante il quale pure ha creato i mondi, il quale, essendo l'irradiamento della sua gloria e l'impronta della sua essenza e sostenendo tutte le cose con la parola della sua potenza, compiuta la purificazione, si sedette alla destra della Maestà nei luoghi altissimi, diventato così di tanto superiore agli Angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro" (Hebr. 1, 2-4) : ben due volte vengono qui riassunte le principali prerogative del Figlio di Dio nella sua preesistenza eterna, nell'esistenza storica e nella sopravvivenza glorificata. Il Figlio di Dio, principio di unione e di coordinazione di tutte le cose create (cf. Col. 1, 16), accentra e ricapitola ( $\dot{\alpha} \alpha \alpha \alpha \varphi \alpha \lambda \alpha \iota \omega \sigma \alpha \alpha \delta \alpha \iota$ ), come principio dall'elevazione ad un ordine soprannaturale, tutto in se stesso (Eph. 1, 10).

Per tale prerogativa il Cristo è l'antitesi di Adamo. Tutti e due, sebbene in forma e con funzioni diverse, furono costituiti capi dell'umanità. Il secondo con il suo peccato portò l'allontanamento da Dio ed una serie di pene e dolori, fra cui anzitutto la morte. Il primo ripatz in maniera sovrabbondante il male causato dal secondo, apportando la vita della Grazia e debellando il peccato (cf. Rom. 5, 12-21). Ciò presuppone la capacità dell'uomo di ricevere la comunicazione della vita divina, ossia la Grazia, la volontà salvifica universale di Dio (cf. ibid. 3, 21-31; 8, 15; Eph. 1, 3-14), insieme alla necessità assoluta di una redenzione per l'umanità decaduta (cf. Rom. 1, 18-3, 18). In virtù della Redenzione al regno del peccato subentra quello della Grazia, alla tirannia della Legge mosaica, manifestatasi inconscio strumento di peccato con la sua molteplicità di precetti senza l'aiuto intrinseco per la loro osservanza, la libertà dei figli di Dio, al dominio della carne e della concupiscenza la possibilità di vivere "secondo lo spirito " con la capacità di produrre frutti di giustizia; al regno della morte succede quello della vita e della Risurrezione (cf. I Cor. 15, 12 sgg.). In breve alla forme di una religione rudimentale ( $\varepsilon \tau \alpha \dot{\alpha} \chi \varepsilon \lambda \lambda$ $\tau o \tilde{\nu} \alpha \dot{\alpha} \alpha \mu \alpha \iota$, cf. Gal. 4, 3) ed all'imperfetta "economia" del Vecchio Testamento, secondo la terminologia cara ai Padri greci, viene sostituita una nuova "economia», basata sull'opera salvifica del Cristo, sul dominio della Grazia e sull'ineffabile realtà del Corpo Mistico. Anima di tutti questi avvenimenti meravigliosi è il Cristo, unico ed eterno sacerdote che regola le relazioni fra Dio e l'umanità (cf. Hebr. 2, 17; 4, 14; 5, 5 ecc.): egli è il solo mediatore (I Tim. 2, 5).
2. Lo Spirito Santo ed il Corpo Mistico. - Cristo è il centro di tutta la creazione ed il capo del Corpo Mistico, ma lo Spirito Santo ne è l'anima vivificatrice (cf. I Cor. 6, 19; Rom. 8, 2. 11; II Tim. 1, 14). Esso è fonte dei carismi, che tanta importanza avevano nella Chiesa primitiva (cf. I Cor. 12, 4). La rivelazione dei misteri divini è opera dello Spirito (ibid. 2, 10). Gli impulsi della Grazia provengono dal medesimo Spirito. Il cristiano, perciò, deve "camminare nello Spirito" o "essere mosso da esso" (Rom. 8, 4. 14), che genera il complesso di tutte le virtù (Gal. 5, 22). Il fedele si deve considerare come tempio dello Spirito Santo (I Cor. 6, 19). A questo è attribuita la santificazione, perché per suo mezzo "l'amore di Dio è diffuso" nel cuore dei credenti (Rom. 5, 5).

Tuttavia tale compito è esercitato anche dal Cristo glorificato come capo del Corpo Mistico. Per questo sarebbe facile segnalare testi psolini che riferiscono la medesima prerogativa ora all'una ed ora all'altra Persona divina, che opera in conformità della predestinazione di Dio Padre (Rom. 8, 29. 30). Del resto anche nel linguaggio ordinario i vari fenomeni vitali si riferiscono con molta facilità al capo od all'anima di un organismo. Nel campo teologico la verità è più lampante in quanto Cristo è in grado di riversare la pienezza dello Spirito (I Cor. 15,
45); la santificazione viene attribuita allo Spirito Santo mandato dal Figlio.

Al concetto del Corpo Mistico è connesso quello della solidarietà intima fra i fedeli, come mambra di un medesimo organismo, e quindi quello della Comunione dei santi (cf. I Cor. 10, 17; Eph. 4, 4-6).
3. I Sacramenti. - Dei mezzi della Grazia P. ricorda in modo speciale il Battesimo, che segna la nascita del cristiano. Più che sulla necessità del rito (cf. Aet. 19, 5), P. insiste nel rilevarne il simbolismo; esso rappresenta anche esteriormente la morte al mondo e l'incorporazione della nuova creatura al Cristo Mistico (cf. Rom. 6, 7; Gal. 3, 27; Eph. 3,6). L'Apostolo ricorda a lungo l'Eucaristia (I Cor. 11, 20-32). Parla dell'Ordine sacro, rilevandone la capacità di conferire la Grazia (Aet. 20, 28; I Tim. 4, 14; II Tim. 1, 6). Infine insiste nel notare il carattere simbolico del Matrimonio cristiano, che rappresenta l'intima unione fra il Cristo e la sua Chiesa (cf. Eph. 5, 32); e scende a casi pratici per regolare l'uso del Matrimonio, dichiarandone la liceità ma subordinandolo allo stato, più stimato, della verginità (I Cor. 7, 2-40).
4. Etica. - La teologia morale trova una messe più modesta negli scritti di P. che, mentre nelle lettere ai Romani ed ai Galati dichiara solennemente la fine della Legge mosaica in blocco, è meno esplicito nel manifestore in che cosa consiste "la legge del Cristo" (Gal. 6, 2; I Cor. 9, 21) o della Grazia (cf. Rom. 6, 15). Tuttavia egli rivendica l'obbligatorietà della legge naturale e del dattame della coscienza (ibid. 2, 14. 15). Infine nelle lettere non sono rare le liste di lunghe raccomandazioni morali (cf. I Thess. 5, 14. 19-22; Rom. 12, 8-15). In genere, però, P. insiste molto più sul lato positivo dell'ascetica e della mistica che non su quello negativo del peccato da evitare. L'impegno del cristiano è quello di formare "una nuova creatura" perfetta e di vivere "in Cristo». Ciò si può realizzare solo con l'acquisto delle varie virtù morali sotto l'azione vivificatrice ed unitaria della "carità" (cf. I Cor. 13, 1-13), che è "il vincolo di perfezione" (Col. 3, 14).

L'idea cristocentrica della sua teologia domina anche l'etica di P., che ama parlare di "morte" e di "risurrezione" morale (Rom. 6, 4. 6. 11; Col. 2, 20-3,8), della necessità di "spogliarsi" dell'antica personalità ( $=$ Adamo) per "rivestirsi" della nuova ( $=$ Cristo; cf. Rom. 13, 14; Eph. 4, 20-24; Col. 3, 9-11). Come nella cristologia P. si dilunga sulla liberazione dalla tirannia della carne, così nel campo morale richiede con insistenza la rinunzia alla carne per seguire gli impulsi dello Spirito, che abita nel cuore dei fedeli (cf. Gal. 3, 16-26; Rom. 8, 4-10).

Nei riguardi della società P., pur addirandone i vizi molteplici (cf. Rom. 1, 18-32), non si atteggia a riformatore rivoluzionario; mira innanzitutto alla trasformazione individuale. Perfino scrivendo a Filennone in favore di Onesimo, schiavo fuggitivo, evita delicatamente qualsiasi

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(per cortesia di mano. A. P. Fratus)
Paolo, Apostolo, santo - S. P. Maniera di Antoniaszo Romano (sec. xv) - Roma, chiesa di S. Onofrio al Gianicolo.
affermazione che avrebbe potuto prestarsi ad azioni incendiarie. Non condanna la schiavitù, ma insiste con compiacenza sul dovere della "carità " e presenta analogie atte a dirigere verso altre idee il pensiero dei podroni cristiani (schiavitù comune nei riguardi del Cristo, I Cor. 7, 22; pericolo di una schiavitù del peccato, Rom. 6, 6. 16). In politica, soggetto costantemente evitato, P. non appare affatto il "rivoluzionario " identificato da alcuni giudei contemporanei (cf. Act. 16, 20. 21; 17, 6. 7; 24, 5. 12) e da certi storici moderni. Egli invita i suoi lettori a rispettare la legge dello Stato; ma anche in questo campo addita un'autorità superiore, Dio, cui tutto deve essere subordinato, compresa ogni dignità umana (cf. Rom. 13, 1-7; I Tim. 2, 2; Tit. 3, 1).
5. Escatologia. - Per tale argomento sono fondamentali le due lettere ai Tessalonicesi ed alcuni brani di quelle ai Corinti (I Cor. 15, 12-55; II Cor. 5, 5) ed ai Romani (13, 11 sgg.). Mentre in taluni testi P. sembra auspicarsi una pronta fine del mondo con il relativo inizio di una vita beata con il Cristo (cf. II Cor. 5, 3. 4; Phil. 1, 6. 10; 3, 20; 4, 5), in altri (Rom. 11, 25) pone come necessarie la diffusione previa del Vangelo e la conversione degli Ebrei, le quali dovrebbero precedere i complessi avvenimenti della parusia (rivelazione dell'Anticristo e seconda venuta del Cristo). Parlando dell'oltretomba, P. si sofferma a rilevare la risurrezione finale, che ha avuto la sua causa meritoria e formale in quella del Cristo, capo del Corpo Mistico (Rom. 4, 25; I Cor. 15, 12-58). Segue il Giudizio Universale (cf. II Cor. 5, 10; Rom. 2, 16; II Tim. 4, 1). La sorte dei peccatori è appena accennata (cf. II Thess. 1, 5 sgg.) da P., che si dilunga tanto sulla felicità dei giusti. Protagonista di questi ultimi avvenimenti sarà ancora il Cristo, che, terminata infine la sua opera, "consegnerà il regno a Dio Padre" (I Cor. 15, 24-28).
IV. Il "Paolinismo". - Con tale termine si intende spesso l'intera dottrina teologica di P., che avrebbe vivificato o, meglio, alterato l'insegnamento di Gesù con elementi estranei, desunti dal giudaismo o dall'ellenismo, secondo le preferenze dei vari autori. La questione è resa più complicata dal fatto che la "critica" nei riguardi della personalità paolina è influenzata da posi-
zioni spesso antagonistiche circa l'autenticità e l'attenidibilità delle fonti, circa le relazioni fra P. e Gesù, circa il cristianesimo primitivo ed altri elementi connessi con la storia delle religioni.

L'importanza di P. non come apostolo, ma come creatore di una teologia cristiana o addirittura come fondatore del cristianesimo, è stata cosi esagerata da far sentire la necessità di un ritorno alla semplicità del Vangelo. "Liberiamoci da P." (Los vom Paulus) oppure "Torniamo a Cristo" (Back to Christ) è la parola d'ordine che guida ancora certi studiosi del cristianesimo. In realtà tale invocazione è spiegabile solo dopo la violenta separazione di P. da Gesù, di cui il primo si considerò sempre devoto seguace ed imitatore (cf. I Cor. 11, 1).

Dopo i timidi t