volume-09

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degli Articoli organici, nomina di un patriarca francese autonomo, abolizione del celibato ecclesiastico e degli Ordini religiosi. Il rifiuto del Papa precipitò gli avvenimenti : il 2 febbr. 1808 il generale Miollis occupò Roma. P. elevando nuova protesta dichiarò al generale francese che si considerava d'ora in poi prigioniero. Il regime francese si volse all'aperta violenza : i cardinali vennero o espulsi o arrestati. Dopo l'arresto del segretario di Stato Gabrielli, il Papa lo sostituì con il Pacca. Da Palermo gli Inglesi offrirono a P. ospitalità in Sicilia ed i mezzi per evadere, ma il Papa rifiutò. Un tentativo di arrestare il card. Pacca nello stesso Palazzo del Quirinale fu stornato dall'intervento personale del Papa. Intanto Napoleone il 2 apr. 1808 da StCloud promulgava un decreto che stabiliva l'unione delle Marche con il Regno d'Italia. Il 17 maggio da Schoenbrunn sopprimeva il potere temporale dei papi, dichiarando Roma città imperiale ed assegnando al Papa un reddito annuo di due milioni di franchi. P. rispose ordinando al Pacca la pubblicazione della bolla di scomunica contro tutti quelli che avevano ordinato o perpetrato le violenze a danno della S. Sede ( 10 giugno 1809). Napoleone il 20 giugno scrisse al Murat che il Papa era un pazzo che si doveva rinchiudere; si arrestasse il Pacca e tutti coloro che più erano fedeli. L'incarico della odiosa operazione fu preso dal generale Radet : questi la notte del 5 luglio, scalato il Quirinale, entrò nella camera dove era il Papa, gli intimò a nome dell'Imperatore di rinunciare al dominio temporale. Il Papa levatosi in piedi rispose : «Non posso, non debbo, non voglio. Ho promesso a Dio di conservare alla Chiesa i suoi Stati e non mancherò mai al giuramento *. Il Radet costrise allora P. ed il card. Pacca a salire in una vettura e partire. L'8 luglio i due prigionieri giunsero a

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Firenze, donde subito ripartirono per Genova, Alessandria, Cenisio; il 21 luglio erano a Grenoble. Il Pacca fu chiuso a Fenestrelle. Il Papa fu condotto a Valenza, poi ad Avignone e finalmente il 15 ag. a Savona, dove arrivarono ben presto disposizioni imperiali per una stretta sorveglianza dell'illustre prigioniero alloggiato nel Palazzo vescovile. In apparenza onori sovrani, in realtà vera prigione, controllo delle relazioni personali e della corrispondenza epistolare; a poco a poco si doveva isolare completamente il Papa. L'Imperatore sperava di ridurre P. ad acconsentire ai suoi voleri; convinto di aver da fare con un vecchio debole ed incapace di resistere quando non avesse al suo fianco consiglieri avveduti e fedeli.

Nell'affare del divorzio da Giuseppina per sposare Maria Luisa d'Austria, il Papa, unico competente in materia, fu ignorato. I cardinali che, in segno di disapprovazione, si astennero dall'intervenire alla cerimonia solenne del nuovo matrimonio furono spogliati dei beni ed esiliati con il divieto di portare le insegne della loro dignità. Quando Napoleone ordinò che i vescovi nominati da lui raggiungessero le sedi senza preoccuparsi della instituzione canonica, il Papa condannò i vescovi intrusi. Per rappresaglia la prigionia di P. diventò più dura : gli si tolsero i libri e persino il necessario per scrivere. Nel nov. 1809 e nel marzo 1811 Napoleone riunì a Parigi due consigli ecclesiastici al fine di preparare un concilio! nazionale. Questo infatti fu convocato per il giugno 1811 ; nel frattempo fu inviata una commissione di vescovi a Savona per premere sul Papa: sotto minaccia dell'annullamento del Concordato egli doveva confermare i vescovi già nominati; per l'avvenire, trascorsi tre mesi dalla nomina senza che fosse intervenuta la istituzione canonica pontificia, essa doveva essere data dal vescovo metropolitano o dal più anziano dei suffraganti; il Papa inoltre avrebbe dovuto prestare giuramento di fedeltà all'Imperatore e risiedere ad Avignone. P. dopo una lunga resistenza finì per cedere accogliendo, in via preliminare di trattativa, la proposta che nel Concordato venisse inserita una clausola per la quale il Papa doveva dare l'investitura canonica entro sei mesi, trascorsi i quali, avrebbero provveduto i metropoliti. P. appena stilata la bozza del documento si pentì, ma esso era già partito per Parigi. Il Concilio nazionale sedette dal 17 giugno 1811 al 5 ag. Il decreto previsto, che i rappresentanti dell'Imperatore strapparono ai vescovi, fu portato a Savona da una nuova delegazione di cardinali e vescovi imperialisti. P., oppresso dalle insistenze di quanti parlavano delle necessità della Chiesa, dopo lunga contesa ( $3-20$ sett. 1811) si arrese con la riserva che il metropolita dovesse procedere in forza di formale delegazione del Papa. Napoleone si infuriò leggendo il breve papale e da Dresda, alla vigilia della spedizione di Russia, mandò ordine al governatore di Torino, il principe Borghese, di trasferire in tutta segretezza P. al castello di Fontainebleau. Partito da Savona il 10 giugno sebbene ammalato, P. giunse all'ospizio del Cenisio il 12 : quasi agonizzante, ricevette da quei monaci il Viatico. Riavutosi, e costretto a partire, giunse a Pantainebleau il 20 giugno e cardinali e vescovi imperialisti gli furono al fianco perché si arrendesse al volere del padrone. Dopo la catastrofica spedizione di Russia, alla fine del dic. 1812, Napoleone ritornò in Francia, volle tentare un avvicinamento per impressionare le popolazioni, ma P. respinse le proposte avanzategli dal vescovo di Nantes, Du Voisin, e da altri vescovi. La sera del 18 genn. 1813 bruscamente Napoleone, di nuovo in abito da caccia, visitò P. Nei giorni seguenti Papa ed Imperatore discussero a lungo: il 25 genn. fu firmato un accordo che doveva costituire i preliminari di un nuovo concordato. Il Papa accettava le decisioni del Concilio di Parigi e otteneva come concessione la liberazione del card. Pacca e di alcuni altri, la restituzione delle sedi suburbicarie, il diritto di provvedere a dieci sedi. Napoleone si affrettò a pubblicare un tal atto che doveva rimanere segreto a vantaggio della sua politica. I cardd. Consalvi e Pacca, appena arrivati presso P., lo fecero acconto dell'errore compiuto; P. il 26 marzo scrisse a Napoleone ritrattando quanto aveva consentito e dichiarò in una lettera ai cardinali nulla qualsiasi istituzione canonica data dai metropolitani. Il Papa rimase in Francia
sino al febbr. del 1814, quando, oppresso dalla sconfitta, Napoleone ordinò che P. venisse ricondotto a Savona ed il ro marzo che venisse rimesso in libertà. P. entrò in Roma il 24 maggio, ma nella primavera del 1815 , quando Gioacchino Murat iniziò la sua avventurosa impresa, il Papa si rifugiò a Genova, ma rientrò in Roma già il 7 giugno 1813. Dopo il 1815 dovette nuovamente fronteggiare i problemi della ricostituzione dello Stato e della restaurazione ecclesiastica. Al Consalvi spetta il merito di essere riuscito, con trattative condotte a Londra ed a Vienna, ad ottenere che il Congresso stabilisse la restituzione di tutti gli Stati del Papa, respingendo le pretese austriache sulle Legazioni. Soltanto Avignone rimase alla Francia, al Veneto austriaco fu ceduta una piccola striscia di territorio ferrarese sulla sinistra del Po; Benevento e Pontecorvo venero anche restituite dal Regno di Napoli; venne in parte ristabilita la legislazione papale-precivolozionaria, riorganizzata l'amministrazione su nuove basi più consone ai tempi. Il card. Consalvi salvò il Papa da responsabilità gravi, mostrandogli la necessità di mettere una pietra sul passato e di rinnovare l'amministrazione statale. Il motu proprio del 6 luglio 1816 annullò i diritti feudali, riorganizzò i tribunali, unificò secondo i concetti napoleonici le amministrazioni delle province e dei comuni. Fu preannunciata anche la riforma dei tribunali ecclesiastici e la pubblicazione di nuovi codici. Il Consalvi adottò, d'altra parte, nella politica interna una grande tolleranza verso i seguaci di idea liberali resistendo alle (pressioni) ausirische, che avrebbero voluto ottenere un controllo sullo Stato pontificio. A Roma P. accordò la maggiore ospitalità alla madre ed ai famigliari di Napoleone compreso lo stesso card. Fesch. Con la bolla Sallicitudo ommium del 7 ag. 1814 P. ristabilì la Compagnia di Gesù soppressa da Clemente XIV. Per regolare i rapporti ecclesiastici secondo le nuove esigenze, attorno al $1817-18$ vennero conchiusi concordati con le monarchie di Spagna, Sardegna, Francia, Napoli, Baviera, Prussia. Notevole ripresa si nota anche nel campo missionario. Riconniclò a funzionare su nuove basi la Congregazione di Propaganda Fide, e grazie alle sollecitudini del Papa s'andò riordinando il lavoro di assistenza religiosa e di penetrazione nel Medio ed Estremo Oriente. Si pensava a provvedere alle difficoltà creata nell'America latina scossa dalla ribellione contro il dominio della Spagna, mentre si cominciavano a realizzare le migliori speranze nell'America settentrionale. P. morì il 20 ag. 1823 in seguito ad una caduta nello stesso suo studio, in cui riportò la frattura del femore. Morì senza conoscere la distruzione della basilica di S. Paolo avvenuta per un grave incendio alcuni giorni prima. Fu sepolto in S. Pietro; il card. Consalvi incaricò lo scultore danese Thornwaldsen di un grandioso monumento funerario: Saggezza e Forza fanno guardia al sepolcro. - Vedi tav. CIII.

Bbic. : dal punto di vista biografico cf.: Artaud de Montor, Histoire de la vie et du pontifical du pape Pie VII, Parigi 1836; E. L. Henke, Papat Pius VII., Marburgo 1860, Stoccarda 1862; E. Vercesi, P. VII, Torino 1933. Sullo relazioni di P. con Napoleone, v. gli studi di J. Rinieri: La diplomazia pontiflcia nel sec. XIX, Roma 1902: id., Il Congresso di Vienna e la S. Sede, Torino 1904: id., P. VII e Napoleone nel 1814, Genova 1914: id., Napoleone e P. VII, Torino 1926; D. Haussenville, L'Eglise romaine et le Premier Empire, Parigi 1868-70; H. Welschinger, Le Pape et l'Empereur, iv' 1905; L. Madelin, La Rome de Napoléon, ivi 1906; A. Latreille, Napoléon et le Si-Sièpz, ivi 1912; I. Schmidlin, Papstgesch. der neuesten Zeit, Monaco 1933; ed inoltre J. Lelton, La crise révolutionnaire, Parigi 1949, pp. 161-379; P. de Leturia, Bolivar y la enc. de P. VII sobre l'indépendance hispano-americana, in Rev. de hist. de America, 29 (1950), pp. 1-32. Cf. anche l'ampia e scelta bibl. di W. Martini, s. v. in Enc. Ital., XXVII, pp. 318-19; e quella alla voce consalvi EECOLZ, alla quale è da aggiungere la nuova ed. critica delle Memorie del cardinale a cura di M. Nesalli Rocca, Roma 1951.

Francesco Cognasso
PIO VIII, PAPA. - Francesco Saverio Castiglioni, n. a Cingoli il 20 nov. 1761, m. a Roma il 30 nov. 1830. Studiò al collegio Campana di Osimo e poi al collegio Montalto di Bologna. Laureatosi in teologia il 2 luglio 1785 , fu consacrato sacerdote a Roma il 17 dic. dello stesso anno. Collaboratore di mons. Devoti nella compilazione delle Institutiones Juris

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Canonici e segretario della commissione che esaminò le decisioni del Concilio di Pistoia, fu vicario generale successivamente ad Anagni, Fano, Ascoli Piceno e Cingoli. Il ro ag. 1800 venne consacrato vescovo di Montalto Marche ove rivelo il suo zelo e la sua austera concezione della dignità episcopale. Nel luglio 1808, essendosi rifiutato di giurare fedeltà a Napoleone, subì la prigionia a Mantova, Pavia e Milano. L's marzo 1816 era creato cardinale prete del titolo di S. Maria in Traspontina e vescovo di Cesena, ove si recò il 27 apr. di quell'anno. Il 13 ag. 1821 divenne penitenziere maggiore e vescovo di Frascati. Godette il favore del card. Consalvi e di Pio VII, al quale fu sul punto di succedere.

Al Conclave del 1829 si contrapponevano nuovamente i due partiti degli «zelanti» e dei «politicanti», fedeli questi ultimi alla tradizione moderata del Consalvi. I primi, forti ancora numericamente, erano indeboliti dagli opposti giudizi sul pontificato di Leone XII. I rappresentanti delle potenze espressero tendenze conservatrici e autoritarie per bocca dello spagnolo Labrador, ma soprattutto inviti alla moderazione per bocca dell'austriaco Lutzow e, in modo più accentuato, del francese Chateaubriand, che invocò un pontefice che ben conoscesse a i bisogni del presente e dell'avvenire s. A lui rispose a nome del S. Collegio il card. Castiglioni, candidato dei moderati e ben visto a Parigi. Egli, nonostante l'opposizione degli «zelanti» che appoggiarono il De Gregorio e poi il Cappellari, riusciva eletto il 31 marzo 1829 e consacrato il 3 apr. Subito, a res sicurare l'Austria, nominava segretario di Stato il card. Albani, capo del partito consulviano e gradito agli Asburgo.

Fin dalla prima encicl. Tradizs humilitati nostrae volle mostrare come moderazione e modernità di metodi non significassero rinuncia all'intransigente difesa dei principi cattolici e dell'autorità papale; ed infatti tornò a condannare l'indifferentismo religioso e le sîtte, riaffermando l'autorità del Romano Pontefice sopra i vescovi.
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(per cortesia del conte P. Dalla Torre)
Pto VIII, papa - P. VIII. Ritratto attribuito al Camuceini, Roma, collezione privata.

Anche la condanna dei giansenisti piemontesi, il favore concesso ai Gesuiti e la canonizzazione di s. Alfonso de' Liguori ( 16 maggio 1830 ) avevano un chiaro significato.

Per opera sua la Chiesa progredi nei paesi anglosassoni in seguito al Catholic Emancipation Bill del 23 apr. 1829, che permise ai cattolici inglesi di sedere in Parlamento e ricoprire pubbliche cariche, e grazie anche al primo Concilio americano tenutosi a Baltimora. Ottenne dal Sultano diritti civili e libertà religiosa per gli Armeni e il 6 luglio 1830 creò a Costantinopoli una sede arcivescovile di rito armeno.

Gravidificoltà si presentavano invece nel continente europeo. P. VIII venne infatti a conflitto con la Prussia per la questione dei matrimoni misti, riguardo ai quali riconfermò la dottrina che li tollera, salvo la cattolica educazione della prole, con il breve Litteris altero abline del 25 marzo 1830. Come già si era saggiamente astenuto dal pronunciarsi nel conflitto tra il Lamennais e il clero legittimista e gallicano, così di fronte alla rivoluzione di luglio, che aveva portato anche a violentissimi disordini anticlericali a Reims, Besançon, Nancy, seppe agire con tatto e giunse ad allacciare relazioni amichevoli col nuovo regime, dando ad esso il suo riconoscimento, raccomandando sottomissione alle autorità costituite, ordinando ai vescovi di non abbandonare le loro sedi e consentendo ad essi il giuramento al nuovo Re, al quale riconobbe il titolo di "cristianissimo". Problemi simili e diversi si presentavano nel Belgio, ove si era attuata quella che l'Albani considerava "mostruosa alleanza " tra liberali e cattolici contro l'assolutismo del protestante Guglielmo I, nonché in Polonia ed in Irlanda. Nel suo Stato, turbato da qualche moto carbonaro a Roma e a Cesena, adottò diversi provvedimenti amministrativi e sociali, diminuendo imposte, procurando lavoro ad operai disoccupati, regolando l'amministrazione delle poste e le tariffe doganali, sopprimendo la Congregazione di vigilanza sugli impiegati, prorogando la disposizione di Leone XII "che proibiva ai padroni di casa di sfrattare i lavoratori e di accrescere il nolo"; assegnò anche premi a coltivatori, proibl l'esportazione del grano dannosa al basso popolo. Nell'ott. 1830 si oppose ad un'occupazione austriaca delle Legazioni, già concordata con Vienna dal card. Albani.

Bibl.: Moroni, LIII, pp. 172-88; A. F. Artaud de Montor, Storia del pontefice P. VIII, trad. it., Milano 1844; C. Terlinden, Guillaume I et l'Eglise catholique, 2 voll., Bruxelles 1906, passim; M. J. Dutry, L'ambassade romaine de Chateaubriand d'après les Archives du Vatican et d'Orsay, Parigi 1928; F. Herward, Le dernier siècle de la Rome pontificale (1814-70), II, Parigi 1928, pp. 108-21; A. M. Ghisalberti, s. v. in Dizion. del Risorg. Naz., III, pp. 896-97; G. Malazanga, Una gloria delle Marche : Cenni storico-biografici su P. VIII, Cingoli 1931; id., P. VIII, Alba 1935; C. Vidsi, La monarchio de juillet et le Si-Sièze au lendemain de la révolution de 1830, in Revue d'histoire diplomatique, 1932, pp. 497-517; J. Schmuilin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, I, Monaco 1933, pp. 474-510; R. Moscati, Il governo napoleonico e il Conclave di P. VIII, in Rassegna storica del Risorgimento, 20 (1933), pp. 227-74; U. Gallia, Tre conclavi, ibid., pp. 283 284; G. Mollat, P. VIII, in DThC, XII, it, coll. 1683-86; E. Vercesi, Tre pontificati: Leone XII, P. VIII, Gregorio XVI, Torino 1936, pp. 112-80; J. LeDon, La crise révolutionnaire (1789-46), Parigi 1949, pp. 409-25. Fausto Fonzi

PIO IX, papa. - Discendente della famiglia Mastai di Cesena che ebbe per i suoi meriti il titolo comitale dal duca di Parma e aggiunse al cognome proprio quello dei Ferretti, nobile famiglia di Ancona, apparentata ad essa per via di matrimoni. Giovanni Maria Mastai Ferretti, n. a Senigallia il 13 maggio 1792 dal conte Girolamo e da Caterina Solazzi.

Studiò presso gli Scolopi di Volterra, proseguì al Collegio Romano gli studi che dovette interrompere per le vicende napoleoniche e che riprese, ricomposte le cose, in Roma. Essendo affetto di epilessia temette di non poter accedere agli Ordini sacri : ma superata questa difficoltà fu ordinato sacerdote il 19 apr. 1819. Si occupò fin da giovanetto dell'Ospizio di Tata Giovanni, cui rimase sempre molto affezionato.

Segui come uditore mons. Giovanni Muai, delegato apostolico presso le Repubbliche del Cile e del

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(per cortesia di mare. A. P. Fratoz). Pio IX, papa - Rirratto, Studio del vero di F. Podocci per l'affresco dell'Immacolata - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 13940.

Perù (1823-25), ed al ritorno da tale missione ebbe il canonicato di S. M. in Via Lata, la direzione dell'Ospizio di S. Michele e, il 3 giugno 1827, la consacrazione a vescovo di Spoleto. Durante i moti insurrezionali del ' 3 I prese in mano il governo della città, meritandosi la riconoscenza della S. Sede e di tutta la cittadinanza. Gregorio XVI lo trasferì il 17 dic. 1832 alla sede di Imola, creandolo nello stesso tempo cardinale del titolo dei SS. Pietro e Marcellino. Corse pericolo nei moti del sett. 1843 di cadere nelle mani degli insorgenti; e si rese assai benemerito della preservazione dell'ordine pubblico. Ebbe molto a soffrire a causa delle fazioni politiche che dilaceravano le popolazioni di Romagna e per gli accessi di vendette e di sangue, di cui dovette essere spettatore. Non omise mezzo alcuno onde lenire i bollori delle passioni di parte, anche con intervenire presso la S. Sede, affinché si ponesse un freno al contegno provocatore dei cosiddetti "papaloni ".
I. Elezione a pontefice. Primi atti. Riforme. Nel Conclave che seguì alla morte di Gregorio XVI, dal 15 al 16 giugno 1846, uno dei più brevi che la storia ricordi, il card. Mastai veniva eletto papa e prendeva il nome di P. Le eminenti doti pastorali da lui dimostrate e la conoscenza dei bisogni dello Stato, furono le qualità che richiamarono su di lui l'attenzione degli elettori. Contrariamente ad una opinione assai diffusa, contro il Mastai non fu elevato il veto di nessuna nazione. Il card. Gaysruck, arcivescovo di Milano, che a quanto fu detto recava il veto dell'Austria, non giunse a Roma che ad elezione avvenuta. La coronazione del Papa, il 21 giugno, si svolse tra dimostrazioni di vibrante entusiasmo.

A suo principale collaboratore P. scelse subito il giovane prelato Giovanni Corboli-Bussi (v.) di Urbino, segretario del Conclave. Questi, insieme col card. Pasquale Gizzi, nominato segretario di Stato l'8 ag., divenne il suo braccio destro. P. accordò, in data 17 luglio,
una larga amnistia ai condannati politici e il rimpatrio degli esuli dietro una semplice dichiarazione di fedele sottomissione alle autorità pubbliche. Provvide ad addolcire la condizione degli ebrei in Roma, dove del resto godevano un trattamento assai più umano che in altri paesi, con ordinare l'abolizione della clausura del ghetto. La esperienza di vita pastorale lo aveva messo in grado di acquistare una conoscenza diretta dei veri bisogni e delle aspirazioni del popolo. Aveva stretto amicizia col conte Giuseppe Pasolini di Ravenna, appassionato cultore di scienze politiche e sociali, liberale moderato, e da lui veniva ragguagliato delle varie correnti di idee che si andavano manifestando nel ceto colto e degli scritti recenti del Balbo, del Gioberti e di altri, sui quali si andava orientando una nuova coscienza nazionale federativa e unitaria. Aveva letto il Manifesto di Rimini del 24 sett. 1845 e i Casi di Romagna di Massimo d'Azeglio. Riconosceva che il D'Azeglio, con cui aveva avuto dei contatti fin dal 1845 , nel suo opuscolo diceva parecchie verità, pur frammiste ad esagerazioni e menzogne.

S'accinse subito a rimediare ai mali dello Stato ecclesiastico, e incominciò con l'istituire una speciale Congregazione di Stato per lo studio di alcuni degli affari più urgenti, cioè l'amnistia, le strade ferrate, l'ordinamento delle finanze, i tribunali e la milizia; chiamò a farne parte i cardd. Macchi, Lambruschini, Mattei, Amat, Gizzi e Bernetti e ne nominò segretario il Corboli-Bussi. Le adunanze venivano fatte alla presenza del Papa e in cinque importanti sessioni, alle quali prese parte anche mons. Morichini, protesoriere, furono trattati tutti gli oggetti prefissi. Si provvide perché l'amnistia, concessa con il rimpatrio o la scarecrazione di tante persone pregiudicate in linea politica, non avesse a turbare le normali funzioni dello Stato. L'amnistia, pubblicata con lo storico Proclama dettato dal Corboli-Bussi, il 17 luglio 1846, diede luogo a frenetiche dimostrazioni che pareva non dovessero aver più fine; sicché il card. Gizzi dovette intervenire con circolari ed ordinanze, richiamando le autorità e i cittadini ad una maggiore austerità, affine di venire alla normale attuazione del programma ricostruttivo e riformistico che il Papa si era proposto. Si vide subito che quelle dimostrazioni a ripetizione non erano che un artificio di occulti agitatori, per abituare il popolo a farla da sovrano. Con l'Editto del 15 marzo 1847 veniva mitigata la censura sulla stampa, lasciando non poco delusi i liberali che avrebbero voluto abolita ogni restrizione. Con motu-proprio del 18 giugno fu istituito un Consiglio di ministeri. Un editto del 3 luglio istituiva la guardia civica a Roma e dava disposizioni normative per le altre città dello Stato. Il 14 ott. veniva istituita la Consulta di Stato, presieduta da un cardinale e formata di 24 consultori eletti dal Papa su designazione dei consigli provinciali e comunali. Ne fecero parte parecchi liberali moderati, come il Pasolini, il Minghetti, il Silvani, il Gualterio.
II. La Questione italiana. - Il 24 ag. 1847 il CorboliBussi partiva da Roma con segrete istruzioni di proporre una lega doganale, sul tipo dello Zollverein germanico, alle corti di Firenze, Torino e Modena. L'intento a cui l'iniziativa era diretta era di scuotere il sentimento patriottico ancora in molti sopito e di dare ad esso un indirizzo federativo nazionale. Per questo nelle istruzioni all'inviato papale non si parlava dell'Austria. La lega doveva aprire la via ad una più stretta unione fra le corti italiane nell'ordine civile, militare e politico. L'iniziativa trovò una accoglienza pronta e incondizionata a Firenze. A Torino, invece, venne sottoposta a tali e tante cautele, esami e restrizioni, da dimostrare ch'essa giungeva ben poco gradita. Ci vollero più di due mesi per arrivare alla conclusione di alcuni preliminari che furono sottoscritti il 3 nov., il che diede all'Austria tutta l'opportunità di minare il terreno alla iniziativa pontificia, in Modena e nei ducati, e di combinare con questi trattati segreti, commerciali e militari, a condizioni assai vantaggiose, che vennero conclusi il 24 dic. Quando il Corboli-Bussi, insieme con Ricci e Martini, rispettivamente deputati da Torino e da Firenze, si presentarono ad offrire la lega al duca Francesco V, questi fece sembianza di buone disposizioni ed approfittò dell'opera dei

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tre inviati per appianare gli attriti esistenti tra lui e Firenze, la quale tirava a procrastinare la cessione di Fivizzano. Ottenuto l'intento li licenziò in malo modo, recando sfregio, oltre che ai tre inviati, anche alla S. Sede che si era offerta mediatrice.

Ad osta dell'insuccesso della lega, il nome di P., cui si innegglava ormai in tutta Italia come a vindice della nazionalità, seguitava a dare il moto propulsore alle dimostrazioni che si andavano moltiplicando al fine di spingere alla guerra nazionale. E ciò sopra tutto dal momento in cui, nell'ag. di quell'anno, con un gesto sommamente impolitico, l'Austria faceva rafforzare il presidio di Ferrara ed occupare i punti militarmente importanti della città. L'incidente veniva in breve risolto dalle parti in via diplomatica; nondimeno le dimostrazioni si moltiplicarono senza fine, e al nome di P. andò unito quello di Carlo Alberto, il quale, in una lettera, che fu fatta circolare a bello studio, si diceva pronto, "pour la cause guelphe ", a farla da un secondo Shamil.

L'episodio di Ferrara si sarebbe prestato molto bene ai disegni carezzati dal Piemonte di attaccare l'Austria, col pretesto di tutelare i diritti e l'indipendenza del Pontefice, atteggiandosi a vindice della nazionalità italiana. Furono esercitate su P. forti pressioni per farlo uscire dalla neutralità. Ma egli, esaminato il problema sotto ogni aspetto, ritenne suo dovere, date anche le condizioni in cui lo Stato versava, di avvalersi della sua autorità a far si che l'unità nazionale avesse una soluzione non bellicosa ma pacifica. Egli dal principio del suo governo fino al nov. del 1848 , cioè fino alla fuga di Gaeta, non perdette mai di vista l'idea di una confederazione italiana, e asserondò i progetti elaborati a tal proposito sia dal Corboli, sia dell'ab. Rosmini, sia da Pellegrino Rossi.
III. Il 1848. Crisi della politica italiana di P. IX. Gaeta. - Imitando l'esempio degli altri prìncipi italiani il 14 marzo 1848 P. accordò lo Statuto. Ne fu affidato lo studio ad una speciale commissione, formata dei cardinali Ostini, Orioli, Altieri, Vizzardelli, Antonelli, Bofondi e dei prelati Corboli, Bernabò e Mertel, adattandolo alle condizioni che derivavano alla Stato romano dall'essere il principe capo della Chiesa. Delimitava la competenza dei poteri pubblici nell'ambito puramente civile; il collegio dei cardinali costituiva il Senato del nuovo regime; venivano istituiti due corpi legislativi elettivi, l'alto consiglio e il consiglio dei deputati; le leggi per divenire esecutive dovevano avere la sanzione del Papa, udito il parere dei cardinali. Al Papa veniva costituita una lista civile di 600.000 scudi annui, ivi compreso l'appannaggio pei cardinali, le spese dei dicasteri ecclesiastici e della corte.

Dopo i moti delle cinque giornate a Milano e l'intervento del Piemonte in Lombardia, le pressioni su P., affinchè partecipasse alla guerra per la cacciata dell'Austria, si resero ancor più forti ed insistenti. I membri laici del Ministero, Minghetti e Pasolini, erano per la guerra. Già nell'editto del 22 giugno 1847 , con cui si scongiurava l'evento di una guerra che mettesse in conflitto popolazioni devote al comun padre, si dimostrava ben chiaro che in un simile evento il Papa non sarebbe entrato in campo contro l'Austria. Le medesime esitazioni perduravano ancora, e alle cause di ordine morale e religione (in Austria e in Germania circolavano voci di scisma) se ne aggiungevano altre di ordine militare e finanziario. P., pur aderendo alla preghiera del governo sardo di inviare un corpo di truppe sul confine lombardo-veneto, onde alleggerire il peso dell'armata austriaca, non seppe mai risolversi ad assumere le responsabilità di una dichiarazione di guerra.

Tuttavia il 9 apr. 1848 inviava al quartiere generale di Carlo Alberto il Corboli-Bussi con la missione di solicitare la conclusione della lega nazionale, divenuta secondo lui tanto più urgente in quanto lo avrebbe liberato di quelle responsabilità che egli tanto paventava; e insieme per chiedere un prestito. Le richieste del Papa rimasero inescalate: il Piemonte, troppo fidando sulle proprie forze e sui primi successi, non volle assumere impegni: e P. IX il 29 apr. pronunció la celebre allocuzione con cui dichiarava solennemente di non voler dichiarare guerra. La ripercussione della parola del Papa fu enorme né si mancò di travisarne il: enso nei modi più
odiosi. Egli fece pubblica dichiarazione dei suoi veri sentimenti e il 3 maggio scrisse una lettera autografa all'Imperatore d'Austria, scongiurandolo di concedere all'Italia una pace fondata sul riconoscimento della nazionalità. Allo stesso fine inviò a Vienna in missione speciale mons. Morichini. Ma nulla valse a cancellare da lui l'immeritata taccia di nemico della patria. La crisi ministeriale, che segui alla allocuzione del 29 apr., costrinse P., causa l'influenza di elementi turbolenti che dominavano nei strcoli e nelle piazze, a rimettere il potere al Mamiani, di cui non ignorava la idee avanzate e con il quale si trovò in costante dissidio per tutta la durata del suo ministero (maggio-ag.). In fine il 16 sett. affidò il governo a Pellegrino Rossi, con il proposito di instaurare un regime forte, rimettendo in vigore l'autorità ormai scaduta dello Stato. Suo programma era il progresso nell'ordine e l'unità federale della nazione. L'insigne statista, che godeva la piena fiducia del Papa ed era saldo nel proposito di porre un freno all'anarchia, veniva barbaramente trucidato a piè della sculicata della Cancelleria il 15 nov. mentre si recava ad inaugurare la Camera e a pronunciare il suo discorso-programma. Autore materiale del delitto fu ritenuto uno dei figli del capo popolo Angelo Brunetti (Cicenaechini), ma ben vasta doveva essere la congiura che lo aveva ordito. Scomparso col Rossi il più efficace argine della legalità che i clubs e la plebaglia abarrivano, Roma cadde in preda all'anarchia; il Quirinale fu assalito dalla canaglia che chiedeva tumultuosamente un governo demagogico. Il segretario del Papa, mons. Palma, cadde colpito dalle palle che da case vicine grandinavano nei cortili e nelle sale di Palazzo, alla porta del quale il Principe di Canino fece puntare un cannone. P. in una si critica situazione diede esempio di un mirabile dominio di sé.

Non vedendosi più sicuro a Roma, il 24 nov., così consigliato da vari ambasciatori e dal card. Antonelli, partì occultamente e si rifugiò a Gaeta, accolto con devozione filiale dal re Ferdinando II, che mise a sua disposizione il palazzo reale e lo rifornì di quanto gli occorreva. Da Gaeta P. scrisse ai sovrani che avevano relazioni col Vaticano, mettendoli a parte dei casi avvenuti e chiedendo il loro aiuto. Dichiarò irriti e nulli gli atti che venivano emanati dal governo di Roma. Respinse gli inviti fattigli pervenire dal governo da lui sconfessato, di ritornare in sede, come pure la profferta avanzata dal Gioberti, in nome del governo sardo, di restaurare da solo. I potere temporale e di riconciliare il Papa coi suoi sudditi.
IV. La Repubblica romana. - A Roma intanto si insediava una suprema giunta di Stato che il zo dic. indiceva la Costituente, e la nuova camera che usci dalle elezioni del 5 febbr. 1849 dichiarava decaduto il governo del Papa e proclamava la Repubblica ( $8-9$ febbr.). Il potere esecutivo veniva demandato ad un triunvirato che dapprima fu composto di Armellini, Montecchi e Saliceti, e poco dopo di Mazzini, Saffi e Armellini. Con ciò tra Roma e Gaeta i ponti erano rotti. Quivi i rappresentanti delle corti che avevano risposto all'appello di P., Auerta, Francia, Spagna e Napoli, riuniti in conferenza sotto la presidenza del card. Antonelli, trattarono delle modalità di ricuperare il trono al Pontefice e, contro i voti e le pressioni della Francia, decisero l'abolizione dello Statuto. Un corpo d'armata austriaco, varcato il Po il 16 maggio, occupava Bologna e il 10 giugno Ancona. I Francesi sbarcati a Civitavecchia il 13 apr., dopo alcune operazioni militari che non ebbero esito felice, incaricarono il Lesseps di parlamentare con Mazzini, ma senza alcun risultato; finalmente assolirono Roma con forze adeguate e il 3 luglio, superando un'accanita resistenza, la costrinsero alla resa.

Da Gaeta il Papa il 4 sett. si era trasferito a Portici. Per varie ragioni, parte politiche e parte finanziarie, P., dovendo ritardare il ritorno a Roma, vi destino una commissione di reggenza, formata di tre cardinali, Della Genga, Vannicelli e Altieri, e solo il 12 apr. 1850 rientrò nell'Urbe, dove lo attendevano grandiose e festanti accoglienze. Da Portici il 12 sett. 1849 aveva emanato un meta-proposo con cui accordava una larga amziatia e alcune riforme, fra cui l'istituzione del Consiglio di Stato con funzioni consultive, una Consulta per le finanze,

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norme per l'elezione dei consigli comunali e provinciali, e preannunziava ulteriori larghezze.
V. Restaubazione. Politica interna. - Le condizioni in cui il Papa riprese in mano il governo dello Stato erano assai gravi : tanto più ardua quindi si presentava l'opera di restaurazione che gli incombeva. L'amministrazione pubblica era ripartita in quattro dicasteri : 1) Interno, Grazia e Giustizia; 2) Finanze; 3) Agricoltura, Industria e Commercio, Belle Arti e Lavori pubblici; 4) Armi. I ministri tenevano adunanze sotto la presidenza del cardinale Segretario di Stato, Antonelli, il quale prima come Pro-Segretario, poi dal 1852 come Segretario, ritenne questa carica molti anni fino alla morte (v. aSTONELLI). La prima e più ardua impresa era la restaurazione delle finanze, lasciate dal governo repubblicano in stato fallimentare. Vuote le casse, inaridite le scarse sorgenti fiscali, inondato lo stato di ben otto milioni di carta moneta non garantita da nessun fondo aureo. Pur tuttavia, senza ricorrere a inasprimenti fiscali, il bilancio, che nel 1850 registrava più di due milioni di deficit, in meno di un decennio fu riportato al pareggio, grazie all'oculatezza dei ministri ed alla generosità e somma parsimonia del Papa. Molte grandiose opere pubbliche furono compiute in quegli anni : bonifiche dell'agro pontino e ostiense, regolamento di corsi fluviali, opere portuali in quasi tutte le città marittime, strade ferrate (oltre ai tronchi di Fiescati, di Montalto e di Ceprano, fu intrapresa e condotta a buon punto la Roma-Ancona-Bologna). Può dirsi che non vi fosse città dello Stato Pontificio che non risentisse della munificenza del Papa : promosse altresì i traffici, le scienze, le arti e le opere di pubblica beneficienza; proprio alla vigilia della breccia di Porta Pia si inaugurava l'Acqua Pia (antica Marcia) condotta da Arooli a Roma. Non può tacersi degli importanti progressi fatti, sotto il suo pontificato, dalle scienze storiche e archeologiche, mercé la protezione e gli aiuti accordati a Pietro Ercole Visconti e a Giovanni Battista de Rossi (v.), preposto quello agli scavi delle antichità classiche e questi delle antichità cristiane. Tale fu l'incremento urbanistico della città sotto il governo di P., da dare ad essa vero carattere di una capitale moderna.

A sfatare le voci che fosse universalmente abborrito dai sudditi, nel 1857 il Papa fece un giro in tutte le città dello Stato, soggiornò a Bologna un paio di mesi, ascoltò chiunque volesse parlargli, prolungò il viaggio fino a Modena e a Firenze, accolto dappertutto con dimostrazioni cordiali ed entusiastiche. Rientrò a Roma il 5 sett., come in trionfo.

Dopo l'infelice esito dell'esperimento costituzionale del '48, P. fu sempre restio a concessioni democratiche. Non fu però nemico di riforme. Oltre al programma pubblicato col motu-proprio 12 sett. 1849, ulteriori concessioni furono concordate con la Francia nel nov. 1859, le quali non vennero rese note solo perché da parte della Francia si venne meno a ciò che aveva lasciato sperare in contraccambio, cioè la restituzione delle Legazioni. Nel 1863 sotto il ministero Drouyn de Lhuys, migliorate le intelligenze con Parigi, P. esibi spontaneamente e attuò un importante programma di miglioramenti e di riforme estese a quasi tutti i rami dell'amministrazione, come poste, dogane, giustizia (vennero aboliti i tribunali speciali della S. C. Lauretana, della Fabbrica di S. Pietro, della S. Viatta del Vicariato, ecc.), legislazione civile e commerciale ecc. E pur respingendo la proposta della totale esclusione del clero dagli uffici civili, caldeggiata da governi liberali, di fatto furono ridotti i funzionari ecclesiastici alle proporzioni del due per cento.
VI. La Questione romana. - Col Piemonte sussistevano sempre le vecchie competizioni d'ordine giurisdizionale, che lo spirito anticlericale dominante nelle sfere governative inasprivano sempre più. In seguito alle leggi dette Siccardiane, che abolivano il fòro ecclesiastico, il nunzio Antonucci l'8 apr. 1850 lasciò Torino e il Papa protestò in una allocuzione concistoriale. Nuovi fatti deplorevoli complicarono maggiormente la situazione, con l'abolizione delle
congrue ai curati e la soppressione di collegate, benefici semplici e delle congregazioni religiose, provocando la reazione dell'episcopato e del clero e vibranti proteste da parte di P.

In occasione del Congresso di Parigi del 1856, Cavour colse il destro di sollevare davanti ai governi ivi adunati la questione italiana, facendo ricadere principalmente sul malgoverno papale l'origine dei mali che affliggevano la nazione. Nel luglio 1858, a Plombières, tra Napoleone III e Cavour furono presi segretissimi accordi sul modo di escludere l'Austria dalla Penisola e dare a questa un nuovo assetto.

Nell'imminenza d'attaccare l'Austria, Napoleone III, con assicurazioni verbali e con lettera autografa, assicurava il Papa che, comunque volgestero le sorti della guerra, egli non aveva di che temere per il suo principato. A maggior garanzia di ciò veniva accolta dai belligerenti la dichiarazione di neutralità della Santa Sede, impegnandosi, cosi la Francia come l'Austria, di considerare le rispettive truppe che tuttora stanziavano nei territori della Chiesa come esenti dalle operazioni di guerra. Di fatto però l'osservanza della neutralità diede luogo a tali e tante contestazioni, che l'Austria, dopo Magenta, determinò di ritirare i suoi presidi, cagionando ad un tempo l'insurrezione dei Ducati, delle Legazioni e di Perugia, dove s'insediarono dei governi provvisori d'intesa col Piemonte. Le Legazioni furono perdute per sempre; Perugia fu potuta ricuperare grazie al pronto intervento del governo papale. L'armistizio di Villafranca, che poneva fine alla guerra di Lombardia, lasciava a mezzo il programma concertato a Plombières: i due imperatori, di Francia e d'Austria, rimasero d'accordo sulla restaurazione dei principi deposti dalla rivoluzione.
VII. Caduta del potere temporale. - Nel Trattato di pace firmato a Zurigo il 10 nov. 1859 fu convenuto che un congresso europeo da tenersi a Parigi avrebbe provveduto alla definitiva sistemazione delle cose in Italia. P. delegò come suo rappresentante al congresso il card. Antonelli, ma uscito in luce il famoso opuscolo, ispirato da Napoleone, Le Pape et le Congrès, dove si richiedevano gravi mutilazioni allo Stato del Papa, questi ritirò l'adesione al congresso che cosi andò in fumo.

Ritornato al potere il Cavour il 24 genn. 1860, si assicurò l'acquiescenza di Napoleone III alle annessioni della Toscana, dei Ducati e delle Legazioni, mediante i plebisciti dell'11 e il 12 marzo, ma il 26 marzo da Roma veniva lanciata la scomunica maggiore contro tutti coloro i quali, in qualunque modo, avessero cooperato all'usurpazione. Alla repulsa di P. alla proposta di rinunziare alle Romagne, alle Marche e all'Umbria, si rispose con l'occupazione violenta da parte delle forze regolari, col pretesto di prevenire l'occupazione di Garibaldi. Il piccolo esercito pontificio il 18 sett. veniva sopraffatto a Castelfidardo (v.) e al Papa non rimase che Roma con il circostante Patrimonio di S. Pietro. Svariati progetti vennero allora escogitati dalle potenze interessate, e principalmente dalla Francia e dal Piemonte, per dare una qualche sistemazione alla situazione del Capo della Chiesa e risolvere la famosa Questione Romana (v.), ma senza successo. Un modus vivendi che preludeva alla Convenzione di sett. (v.) era sul punto di concludersi tra Parigi e Torino, quando avvenne la morte di Cavour, con la quale le trattative rimasero sospese.

Scomparso il Cavour, Napoleone notificò il suo riconoscimento del Regno d'Italia, ma insieme iniziò una politica più riguardosa verso la S. Sede. Nel 1864, essendo ministro il Minghetti, venne conclusa tra Parigi e Torino la Convenzione di sett. con cui il governo italiano s'impegnava a non assalire né fare assalire il residuo territorio papale, di prendere a suo carico la congrua parte del debito pubblico gravante il bilancio

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pontificio, e di trasferire la capitale da Torino a Firenze. Si provvide dal gen. Kanzler alla riorganizzazione di un conveniente corpo di truppe, rafforzato dalla cosiddetta legione di Antibo, formata di volontari, con la tutela, non ufficiate, della Francia. Il presidio francese il 12 dic. 1866 lasciò definitivamente Roma.

Due missioni inviate a Roma per provvedere alle rob diocesi d'Italia vacanti (nella persona del Vegezzi nel 1865 e del Tonello nel 1868), non valsero a migliorare le relazioni fra i due poteri. La rinata massoneria e l'anticlericalismo in forma sempre più intollerante ostacolarono qualsiasi tentativo di conciliazione. Caduto gravemente malato il Re a San Rossore, nel nov. 1869, per mezzo del card. Corsi, arcivescovo di Pisa, ottenne di nuovo da P. l'assoluzione dalle censure.

Nell'autunno del 1867, contro gli elementi estremi che facevano capo a Garibaldi e funestarono Roma dei dolorosi episodi di Villa Clori, di casa Ajani e della Caserma. Serristori, la Francia intervenne in favore del Papa, e Garibaldi con il grosso della spedizione, fermato a Monterotondo, subì una rotta completa a Mentana (v.). Nel nov. seguente, Napoleone invitò i governi ad un congresso sulla Questione romana (v.), al quale aderì anche la S . Sede: ma l'iniziativa
![img-37.jpeg](img-37.jpeg)

Pio IX, papa - Fazzolesto stampato con il ritratto di P. IX e il testo dell'amnistia
falli, per opposizione dell'Inghilterra e della Russia. Nondimeno il Parlamento francese deliberò di ripristinare la guarnigione in Civitavecchia, che vi rimase fino al 1870.

La guerra franco-prussiana, scoppiata nel luglio 1870 , segnò l'ultimo epilogo del potere temporale. P. scrisse ai due sovrani offrendosi mediatore di pace, ma senza frutto. Ai primi rovesci della armi imperiali, si ebbe il richiamo del presidio francese, che invano P. cercò di scongiurare, ed il 20 luglio Napoleone fece partecipare al Papa che la custodia dello Stato ecclesiastico rimaneva affidata alle armi italiane.

Sul principio del conflitto il governo italiano per mezzo del ministro Lanza assicurava che avrebbe osservato la Convenzione di sett., ma non appena le fortune di Napoleone presero a vacillare, fu cinto di truppe il territorio pontificio, dopo Sédan l'anello si strinse e il 20 sett. per la breccia di Porta Pia le armi regie entravano in Roma. Il to sett. il Re mandò una lettera al Papa per mezzo del conte Gustavo Ponza di San Martino offrendosi a garantire l'ordine e ad assicurare l'inviolabilità del Pontefice. P. declinò l'offerta, ma diede ordine al gen. Kanzler, comandante in capo delle sue truppe, di limitare la difesa a quanto fosse indispensabile per dimostrare che si cedeva alla forza. In un primo momento il Vaticano con la Città Leonina rimasero esenti dall'occupazione; ma per l'improntitudine della plebaglia, che minacciò perfino di forzare il portone di bronzo, il card. Antonelli dovette far chiedere al Cadorna di provvedere al mantenimento dell'ordine, e l'occupazione si estese alle soglie del Vaticano.

Il 13 maggio 1871 uscì sulla Gazzetta ufficiale del Regno la legge delle Guarentigie (v.). P. condannò con
l'encicl. Ubi nos del 13 maggio 1871 la legge, respinse la dotazione annua assegnatagli e si chiuse in Vaticano in segno di protesta, come ebbe a dichiarare in una lettera al card. Antonelli l'8 giugno 1872.
VIII. Azione cattolica e direttive politiche. - Il modo settario ed anche apertamente irreligioso con cui fu attuata l'unità italiana aprì un insanabile dissidio tra il Papa e l'Italia ufficiale e portò la divisione in mezzo ai cattolici stessi.

In tutti i paesi dove la religione si trovò a lottare contro l'invadenza del laicismo settario, in Francia, in Germania, in Svizzera e altrove, si formarono associazioni per la difesa degli interessi cattolici, ispirandosi alle direttive di Roma, spesso con intenti di rinnovamento sociale. Anche l'episcopato sardonel 1849 provvide all' istituzione di una associazione cattolica italiana in difesa della Chiesa, a somiglianza del Katholischer Vereln di Germania, benedetta e incoraggiata da P., la quale però, a quanto si sa, non pervenne a grandi attuazioni.

Il Casoni diede vita a Bologna ad una Associazione cattolica per la li-
bertà della Chiesa, benedetta da P. IX, divenuta nel 1871 l'Opera dei congressi cattolici con programma schiettamente religioso e nazionale, all'infuori di qualsiasi pregiudiziale politica. Accanto ad essa esplicarono una non trascurabile azione la Società della Gioventù Cattolica Italiana, la Società promotrice fiorentina, la Primaria romana, l'Unione delle donne cattoliche ed altre, che una Federazione Piana con sede a Roma si proponeva di stringere in fascio con unità di intenti e di azione.

Nel campo politico la formula «né eletti né elettori», propugnata dal pubblicista torinese ab. Giacomo Margotti, direttore della battagliera Armonia, trovò da principio forti opposizioni, anche in una parte notevole dell'episcopato, che riteneva tal metodo esiziale. Essa però ebbe sempre maggior successo; finché anche dalla S. Sede venne adottata come norma generale nelle elezioni politiche (v. NON EXPEDIT). Ciò non fu privo di inconvienienti anche gravi; ma ebbe tuttavia il vantaggio di preparare il terreno per l'avvenire sgombro da pregiudiziali e asservimenti politici. Ed è notevole il fatto che nonostante che l'astensione dalla vita politica costasse dei sacrifizi non lievi, né mancassero lusinghe e intimidazioni di ogni sorta, non ci furono nel campo cattolico, specialmente nella gerarchia, defezioni gravi.
IX. Vita religiosa negli altri paesi. - In Francia, dove le divisioni politiche rendevano particolarmente de-

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licata l'azione della S. Sede anche nel campo religioso, ancora profondamente venato da sopravvivenze gianseniste e gallicane, l'influenza esercitata da P. fu veramente larga e profonda. In questioni assai scottanti, quali la legge sulla libertà di insegnamento, l'esclusione dei classici pagani dalle scuole cattoliche nel 1830 , l'adozione della liturgia romana, ed altre simili, la saggezza e la moderazione di P. seppero trionfare di difficoltà non lievi, grazie anche all'universale simpatia che il suo nome e le sue sventure suscitarono in tutta la grande nazione.

L'Austria, dopo la restaurazione del 1849 , assecondo con maggior impegno l'azione religiosa di P., e nel 1833 concluse con lui nuovi concordati, che eliminavano lo spirito giuseppinista di quelli vigenti fin'allora; ma in segno di protesta per la proclamazione dell'Infallibilità pontificia, i nuovi concordati vennero aboliti in tutto l'Impero. Ma nonostante certi atteggiamenti della politica religiosa ufficiale, la vera rinascita spirituale e l'unione con Roma, animata da uomini della tempra di un Windthorst in Germania, di un Vogelsang, di un Lueger, di un Rauscher in Austria, fu grande, come in tutti gli altri paesi : come in Svizzera mercè l'opera di un Merrailled e di un Lachat; come nella Spagna del Balmes e di s. Antonio Claret, per quanto asservita al liberalismo settario e dilaniata da fastoni politiche; come nei paesi protestanti, in Olanda (1833) e in Inghilterra (1830), dove fu dato di ricostituire la gerarchia, e negli Stati Uniti, dove la vita cattolica poté in pochi anni prendere uno sviluppo di avanguardia, che fu di ammirazione a tutti i paesi del mondo.

Delle premure di P. per l'America latina fanno testimonianza le relazioni diplomatiche da lui riallacciate con quelle Repubbliche, i concordati conclusi con gran parte di esse, e in particolar modo la fondazione in Roma del Seminario Pio Latino-Americano, in favore di tutte le Repubbliche sudamericane.

Un periodo di eccezionale importanza fu il pontificato di P. per la ripresa della vita cattolica in Germania. I primi anni furono pieni di liete promesse. Ma la supremazia politica raggiunta dalla Prussia, fino allora roccaforte del protestantesimo, sugli altri principati tedeschi, e il regime ferreo istaurato da Bismarck, scatenarono quella lotta accanita e violenta contro i cattolici, nota con il nome di Kulturkampf (v.). Se ne sentì il contraccolpo, oltre che in Prussia, in altri principati con i quali erano stati conclusi dei buoni concordati, come il Würtemberg (1857), il Baden (1839), Nassau (1861). A P. non fu dato di vedere l'epilogo glorioso della titanica lotta, ma gusto la soddisfazione di vedere il clero e il laicato cattolico tedesco stringersi sempre più compatto e devono attorno al pontificato. La tragedia della cattolica Polonia, come fu argomento di preoccupazioni e di lacrime a Gregorio XVI, lo fu altresì a P., il quale non omise le premure più vive presso Nicola I e Alessandro II, per un modus visendi che assicurasse la libertà religiosa e civile di quella infelice nazione. Ma dovette subire l'amara delusione di vedere denunciati nel 1866 gli accordi che egli stesso aveva conclusi nel 1847 a prezzo di tanti laboriosi negoziati; e assistere all'apostasia della Chiesa uniate di Chelm (1873), f